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Da Qualesammarco n. 3 del dicembre 1990
Lu fabbrecatore
Il mestiere del muratore è una vecchia professione che è andata evolvendosi con lo sviluppo dei popoli. Se andiamo ad analizzare gli albori delle attività dell'uomo “civile”, cioè a dire quando ha lasciato la caverna per darsi alla pastorizia, agricoltura e al commercio, sicuramente ci troviamo di fronte anche a colui che costruiva per se e per gli altri la “casa” d’abitazione.
Quindi “lu frabbrecatore” è un mestiere che viene da molto, molto lontano.
Noi adesso ci vogliamo occupare del precedente ai nostri cinquant’anni.
I metodi di costruzione dei nuovi edifici alla periferia di Sammarco, sia lungo la via dello Starale che per Sannicandro, ma anche quelli realizzati nel passato “inte l’orte”, non hanno nulla a che vedere coni metodi e i mezzi dei decenni precedenti. Intanto allora sia la “casetta” di campagna che il “palazzo” del paese avevano la stessa origine. Vale a dire che tutte le costruzioni piccole e grandi, indipendentemente dalle dimensioni, iniziavano e finivano con le pietre. L’inizio, l’esecuzione e termine dei lavori si potevano differenziare dalle caratteristiche specifiche, peculiari di un maestro muratore da un altro, ma le regole generali, le norme e l’applicazione rimanevano uguali per tutti.
Si scavava il terreno e la roccia con la Zappa e la jumera su cui costruire le fondamenta, sempre in pietra e calce e si andava su sotto la guida del capomastro.
Costui, sicuramente, conosceva i numeri e il disegno e con l'aiuto di questi elementi portava a termine l'edificio. I tecnici venivano consultati molto raramente anche perché scarseggiavano.
Prima, con i muratori, ci lavoravano molti descipile (discepoli-manovali) ognuno dei quali aveva un suo compito specifico: chi era addetto al trasporto sulle spalle delle pietre da murare, chi faceva la calce (si faceva un cerchio di rena di un metro e mezzo circa di diametro, al centro si versavano tre o quattro cesti di calcina bianca e acqua e con la “zappalacavecia” si iniziava a schiacciarla e scioglierla completamente, solo allora cominciava ad amalgamarla (a 'mpastà) con la rena e trasformarla in una poltiglia compatta e omegene e, a richiesta,la portava in un cesto di ferro, sempre a spalla, a “lu mastre”. Questi aveva sempre da gridare per chiamare: ciò che gli occorreva: “cavecia!, prete!, zavorre! puce!”. I manovali dovevano sempre correre. Quando poi il lavoro, progredendo, arrivava oltre il primo piano, si piantava “lu manghene”. Questo era un attrezzo molto utile per facilitare l'ascesa del materiale occorrente.
Lungo ottanta centimetri circa, a forma cilindrica, ai due lati terminava con quattro manici per parte e dal centro del quale si srotolava una grossa fune alla cui estremità si divideva in due parti con degli uncini atti ad agganciare tutto quanto occorreva di sopra e tirato su da altri manovali azionando, appunto, “lu manghene” cioè facendolo girare su se stesso tramite i manici che facevano arrotolare la fune attorno all'attrezzo. Inoltre c'erano le cosiddette “mezzecucchiare”, cioè i giovani che pur essendo capaci di lavorare con la cazzuola e acquisito una certa esperienza del mestiere i maestri non li consideravano qualificati, soprattutto per non pagarli adeguatamente. Questi giovani ricevevano la qualifica solo quando tornavano da militare. Quando lavorava il muratore con esso trovava lavoro anche il cavamonte, lo scalpellino, il cavarena, il carrettiere per il trasporto del materiale e, poi, il fabbro per la costruzione delle inferriate alle scale esterne e ai balconi, i falegnami per le porte e finestre e per ultimo il “pinciaiolo”, colui che forniva i coppi, le tegole per la copertura del tetto.
I muratori a differenza degli altri artigiani non si potevano definire tutti alla stessa maniera, ovviamente tenendo conto delle loro capacità e preparazione individuale. C’erano operai che svolgevano la loro attività prevalentemente in paese sia per la costruzione di nuovi edifici, sia, soprattutto, per le riparazioni che avvenivano frequentemente.
Ai primi dell'ultimo cinquantennio le abitazioni dei lavoratori erano costruite in modo molto semplice: quattro muri con la porta e il plafond fatto di travi che davano l’aspetto di arretratezza civile e mancanza di pulizia.
Sembravano case di campagna.
Queste per quanto riguarda “lu juse”, se poi c'era “lu suse” alla porta si aggiungeva una finestrella. Tutto qui.
Basta guardare le abitazioni dei vecchi quartieri per rendersene conto. Un solo vano fungeva da “casa” per più persone dello stesso nucleo familiare in promiscuità tra i sessi. Poco alla volta, i proprietari di abitazioni cominciarono a chiamare il muratore per farsela “ammodernare”. Plafond di mattoni, impianto elettrico, pavimento di cemento (le piastrelle verranno dopo con il bagno e l'a fogna in casa). Altri muratori, ugualmente bravi, lavoravano generalmente in campagna presso aziende contadine e di allevatori di bestiame. Con i primi costruivano casette con l’immancabile cisterna a poca distanza per la cui realizzazione ci voleva un operaio con molta esperienza altrimenti non “manteneva”. Vale a dire che l'acqua che vi entrava non ci rimaneva per molto tempo e trovava mille micro rivoli per disperdersi nel terreno circostante. Per i secondi, invece, si costruivano le casette che nel gergo degli armentari venivano chiamate “lu jacce” e qui dormivano i pastori, mentre dove stavano le bestie si chiamavano “scarajacce”, specie di stalle lunghe e spaziose.
Npugghia”, alla “massaria”, oltre alla cisterna si scavavano i pozzi profondi fino al raggiungimento della falda freatica che il più delle volte dava acqua fresca sì, ma salmastra.
Con gli anni Trenta iniziò una timida anche se modesta sostituzione della pietra nella muratura.
Infatti si cominciavano a vedere i primi blocchi di cemento della grandezza di venti per venti per quaranta centimetri. Cerano le forme di lamiera che si aprivano e chiudevano facilmente. Bastava preparare “lu mpaste” fatto di graniglia, rena e cemento ci si aggiungevano un paio di “zavurrune”, pietre di media grandezza, quando la forma era piena si lasciava raffermare il contenuto e voilà, si sformava e via di seguito.
Con i blocchi era più facile lavorare e si faceva prima. Il progresso nel campo delle costruzioni edilizie entrava lentamente, ma fu inarrestabile tanto che alla distanza di mezzo secolo il vecchio muratore con il suo sistema è stato soppiantato e non esiste più.
Michele Ceddia

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