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Da Qualesammarco n. 1 del 1990
La calcara
Imbiancare l’appartamento oggi è molto semplice. Basta chiamare l'imbianchino e questi subito arriva con scala, pennelli e barattoli di diverse dimensioni: e dopo due o tre giorni la casa è rimessa a nuovo. Volendo, con un pizzico di buona volontà il lavoro lo rifinisce ad arte. Ma, non molto tempo fa, nella stragrande maggioranza delle abitazioni sammarchesi l'imbiancatura ognuno, soprattutto le donne, se la faceva da sé. Bastava andare ad acquistare la calcina che era depositata all’aperto, nelle vasche cosiddette “cavuciunare” e di cui si servivano principalmente i muratori i quali senza la calce come avrebbero potuto lavorare? Bisogna tener conto che nei secoli passati il cemento da queste parti era quasi sconosciuto.
Quella calcina veniva sciolta in un secchio con l’acqua e quando era ben diluita e resa quasi liquida poteva iniziare l'imbiancatura con “lu scupele” (sorta di pennello rotondo a forma di girasole composto da molti piccoli pennellini di setola legati l’un l’altro attorno ad un supporto sino a formare il grosso pennello del diametro di dodici-quindici centimetri).
I muratori delle calce se ne servivano sia amalgamandola con la rena che con la puzzolana, per certe occasioni e nei tempi andati. Certo oggi la puzzolana non l'adopera più nessuno.
Per ottenere la calce occorreva costruire la “calcara”. Una quindicina di operai si mettevano a lavorare, i più a scavare un fosso profondo tre metri e cinque di diametro, gli altri raccoglievano la pietra e chi la frasca e la legna.
In quel fosso si lavorava per vestire le pareti con la pietra (specie di muro a secco) sino alla superficie del suolo. Da qui si continuava ad affilare pietre sempre piu grosse e generalmente lunghe per far si che avessero più presa anche perché il muro circolare raggiunta l'altezza di un paio di metri tendeva a restringersi fino alla chiusura completa. Al centro, nell’ultimo spazio che rimaneva andava incuneata una grossa pietra a forma conica e veniva chiamata, appunto, “chiava”. All'interno più alta, da centro a centro misurava circa sei metri. Il costruttore nell'affilare le pietre doveva avere l’accortezza di non lasciare troppi spazi. Dove le pietre non combaciavano doveva provvedere con del pietrisco per fare in modo che non esistessero vie di sfuggita per il calore quando ci fosse il fuoco.
All'esterno della parte superiore i vuoti venivano chiusi con la puzzolana per evitare ogni possibile entrata e uscita d'aria. “Il calore deve morire dentro” dicevano i vecchi calcaroli. Dalla parte esposta a mezzogiorno, nel costruirla si rimaneva la “vocca” dove doveva passare la legna da ardere. Sopra quella porticina, davanti alla quale dovevano sostare in continuazione degli uomini a turni di sei ore l'uno, si costruiva la “loggia”, specie di pensilina fatta di frasche, paglia e altro allo scopo di riparare i “menatori” (fuochisti) dalla pioggia, dal vento ecc. Tutt'attorno alla costruzione veniva eretto un muro a secco a protezione della stessa e si chiamava “camiscia morta”, cioè era la parte di muro che non doveva necessariamente cuocere, ma solo proteggere tutto il complesso dalla base alla cima la cui camicia si chiamava “ciavurro”.
L’accensione del fuoco nella “calcara” competeva al padrone il quale svolgeva la funzione come un rito. Dall'accensione in poi il fuoco doveva divampare continuamente per almeno otto giorni e comunque sino a che non si sentiva distintamente l'odore caratteristico della pietra cotta. Non solo, ma quando la pietra era arrivata alla cottura giusta, l’interno della fornace prendeva il colore verdastro e tutti i buchi tra una pietra e l'altra del muro, a causa della fusione della pietra, si chiudevano e tutta intera diventava una parete circolare compatta.
Anche da lontano i lavoratori addetti alla fornace sentivano l’odore della calce. Questo era il momento di smettere di alimentare il fuoco e aspettare per ventiquattro-trentasei ore prima di iniziare la fase di “scamisciare”, cioè liberare la “calcara” della massa di pietrame che l'avvolgeva a sua protezione.
I lavoratori che per almeno quindici, venti giorni si erano assentati da casa, chi adibito allo scavo della “puscina”, chi all’approvvigionamento della pietra occorrente e chi ancora per ammassare frasca e legna per il fuoco, potevano fare una “scappata” al paese e prendersi una giornata di riposo per stare in compagnia della moglie, figli oppure con la fidanzata e i genitori. ma nche e soprattutto andarsi a fare una legge e un tressette con gli amici nella cantina dopo tanti giorni di privazioni forzate, (quando il lavoro arrivava al suddetto stadio era d’obbligo che il padrone desse ai suoi dipendenti un acconto sulle giornate di lavoro compiuto). Sul posto rimaneva immancabilmente lui, il responsabile, il quale, seguiva attentamente l’evoluzione della fase di raffreddamento.
Quando la fornace veniva scaricata avveniva un lavoro delicato e pericoloso. Occorreva esperienza, capacità, soprattutto prudenza per la semplice ragione che si iniziava dalla “chiava”. Vale a dire che il lavoro aveva inizio a ritroso, da dove si era terminata la costruzione. Bisognava stare attenti a non cadere di sotto precipitando dove ancora ardeva il fuoco. Tanto è vero che finita la raccolta della pietra cotta, sulle rimanenti ceneri si spargeva dell’acqua per spegnere la brace che ancora covava sotto e alla fine si recuperavano diversi sacchi di carbone.
Ogni “calcara” fruttava generalmente quattrocento quintali di calce.
Finita la “calcara” finiva anche il lavoro e aveva inizio una lunga fase di disoccupazione con le conseguenze che è facile immaginare.
Antonio Coco (Ndrichittedde) che mi ha informato fu uno dei lavoratori impegnati in questo lavoro e ancora adesso, ad una rispettabile età di oltre ottanta anni, ri:orda perfettamente la sua attività nel campo delle “calcare”.
Michele Ceddia

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