Da Qualesammarco n. 3 del novembre 1993
Cera una volta
‘lu mbrennelare
Un caratteristico artigiano che avevamo qui a Sammarco era sicuramente l’ombrellaio, cioè l’operaio che riparava, rattoppava gli ombrelli rotti e mutilati di qualche bacchetta oppure con il manico amputato a causa del lungo servizio. L’ombrel1aio non lo si vedeva né si sentiva durante tutta la stagione estiva. Al contrario dall’autunno sino a primavera per tutto l’inverno, era sempre in giro per le strade del paese ad annunciare la sua presenza. Con voce un po' rauca gridava: “lu umbrellaaare! Chi vò la setarola, lu ‘ncappasurge, la rottacascie”.
Come si vede addosso non portava soltanto ombrelli rotti, ma andava in giro a vendere altri piccoli oggetti che nelle famiglie di allora erano molto utili, indispensabili. A cominciare dalla “setarola” (un oggetto per secernere la farina, dividerla dalla crusca quando le donne preparavano l'occorrente per fare il pane).
La tela sottilissima e trasparente era chiusa in un telaio di legno.
Era una fascia larga dieci-dodici centimetri con uno spessore di cinque millimetri le cui estremità unite tra loro formavano un cerchio del diametro di quaranta centimetri circa. Sul cerchio era steso un velo di seta e sopra di esso, lungo la circonferenza, un altro cerchio molto più stretto ma aderente al primo in modo da fissare la tela e tenerla tesa. Così si poteva secernere la farina.
Tra quegli oggetti non poteva mancare “lu ncappa surge” (trappola acchiappatopi). Era l'apparecohio più complicato di tutta la merce che portava con sé. Un tassello di legno lungo trenta centimetri per dieci di lato. Ad uno dei due lati c’erano due o tre fori profondi cinque centimetri per tre di diametro. I fori si trovavano in posizione orizzontale. Dalla parte superiore, in comunicazione con i fori, era innescato un piccolo ordigno a molla il quale veniva teso e preparato con un pezzetto di formaggio o di lardo all’interno dei buchi, come esca. Non appena il topo vi entrava, attratto dall'odore, la molla d'acciaio, sensibilissima, scattava fulminea e una specie di ago appuntino, implacabile, veniva giù infilando il malcapitato.
Inoltre vendeva anche la grattugia, cucchiai e forchette di legno e lu “rentroccele” (un arnese per fare i maccheroni di casa). Questi ultimi oggetti erano frutto del lavoro dei nostri pastori i quali avevano la pazienza e il tempo per costruirli.
Tra tutti quegli oggetti ce n'era uno che non si vendeva, ma era esso stesso un attrezzo da lavoro che serviva a riparare stoviglie di terra cotta che in passato se ne usavano molte, come piatti, pignate ecc. Si trattava del trapano. Un trapano tutto particolare, primitivo, atto a “resanà” li piatte rutte.
Un aggeggio composto da due aste di legno, un filo di spago e una punta d'acciaio i quali pezzi concertati tra loro riuscivano a forare la terra cotta di un piatto o una pignata in piedi.
La prima asta della lunghezza di cinquanta centimetri circa, del diametro di due centimetri e mezzo, rotondo e liscio alle cui estremità aveva da una parte un forellino per lasciar passare comodamente un filo di spago e dall’altra aveva innestato una punta d'acciaio atta a forare. Ma per mettere in azione l'asta con la punta occorreva un'altra asta della stessa dimensione della prima ma di traverso, a mo' di croce, al centro piatta e più larga, con un foro da far passare agevolmente quella verticale.
Sotto la metà di quest’ultima c’era montata una palla, o una ruota di pietra, di mattone purché fosse pesante. Quando tutto era pronto bastava far girare l'asta verticale e poi con l’orizzontale azionarla su e giù, su e giù e il trapano, aiutato dal peso, girava veloce ora in un senso e ora in un altro e la punta consumando la creta, forava.
L’artigiano si metteva a forare ora su l'uno ora sull’altro pezzo sempre in corrispondenza tra di loro. Alla fine con un filo di ferro “cuciva” le parti e con l'aiuto della tenaglia li stringeva. Ma prima di iniziare a cucire sulle parti slabbrate dei cocci ci passava uno strato di calce bianca ad evitare perdite di sugo o di brodo.
Quando il piatto era stato “resanato” sul piano si vedevano tanti segmenti neri quanti erano i “punti”. A prescindere dalla mancanza di estetica, il grave veniva dopo, al momento di lavarlo: non essendoci l’acqua calda si lavava con quella fredda e questa, è risaputo, non sgrassa e sotto quei punti di filo di ferro si raccoglieva il grasso delle minestre che con il passare del tempo si anneriva e si induriva e molto facilmente poteva divenire fonte di degenerazione e quindi focolai di infezione. Quei punti di filo di ferro non solo trattenevano i rimasugli grassi delle minestre, ma essi stessi erano preda della ruggine e non è difficile immaginare il miscuglio fatiscente che lì sotto si annidava.
L’ombrello si usa quando piove e proprio quando pioveva o si preparava un temporale, “lu 'mbrennelare” usciva subito di casa e si metteva in giro per il paese in cerca di clienti. Quando a sera faceva ritorno a casa portava sulle spalle e sotto le braccia una caterva di ex ombrelli nereggianti al punto che il povero artigiano doveva mettersi le mani nei capelli e aguzzare tutta la sua pazienza, capacità ed esperienza per riuscire a metter su quei rottami.
In epoche del passato non si buttava via niente: “repunne serpente che reventene agnidde" (conserva serpenti che diventano anguille), dicevano i nostri antenati.
La società di allora era fatta di pochissimi straricchi e moltissimi strapoveri sempre in cerca di un lavoro sicuro che non trovava mai e se lo si trovava non era sufficiente a sfamare la famiglia.
Tutto era vecchio e nel vecchiume brillavano non solo i topi, ma con essi le cimici, le pulci e nelle famiglie più sciagurate anche i pidocchi.
In quell'ambiente così fatto si muove l'ombrellaio sempre bisognoso di tutto e di tutti; sempre ossequioso e rispettoso nei confronti de “li jalantommene” (galantuomini); non disdegnava l'ironia e lo scherno; la presa in giro e la punzecchiatura a carico di chi era ricco sfondato, ma che tuttavia, almeno apparentemente, gli dimostrava solidarietà perché, magari, si lamentava d'aver perduto l'appetito.
L’ombrel1aio era come il ciabattino: viveva una vita grama in quanto i suoi datori di lavoro altri non erano, nella loro maggioranza, che dei poveracci incapaci di acquistare un ombrello nuovo e si rivolgevano a lui sperando in un miracolo: che quell'ombrello ormai fuori uso, tutto sgangherato e rotto potesse diventare ancora sano e resistente ai colpi furiosi della tramontana senza “capuvutarelu" (capovolgerlo).
E lui, caparbio, ci provava con serietà e impegno, perché, alla fine, da quel rottame potesse uscire un qualcosa che rassomigliasse ad un ombrello capace di proteggerlo da un acquazzone.
Alla fine di una giornata di duro lavoro: riparando teli rotti, bacchette spezzate e manici squilibrati; trapanando e risanando cocci di brocche, pignate e piatti andati in pezzi, quando andava per riscuotere il giusto compenso non sempre ci riusciva. Chi non aveva la possibilità di acquistare un nuovo ombrello, un nuovo piatto come poteva pagare chi gli aveva riparato quello vecchio? Sarà per un'altra volta...
Michele Ceddia
1993 - 'Lu mbrennelare
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