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Foro del convento di s. Matteo a San Marco in Lamis
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La modernizzazione del pellegrinaggio e la crisi del percorso

Convento di San Matteo-Foto del 2013
Convento di San Matteo-Foto del 2013
Oggi la prospettiva del penoso e stancoso viaggio dei sette giorni sembra consegnata definitivamente al passato. Per la mentalità odierna la strada non è più una componente essenziale del pellegrinaggio, diventato solo un rapido trasferimento per giungere alla meta.
Anche pellegrinaggi secolari si sono evoluti con metodologie che ne hanno mutato profondamente le caratteristiche originarie. Le innovazioni apportate ai rituali di pellegrinaggio di cui sopra sono testimoni dei processi degenerativi che minano l’essenza stessa del pellegrinaggio.
Il rituale di Ripabottoni “Rip. 2”, una guida breve
Il rituale di Ripabottoni è giunto a noi in due versioni differenti. Della prima, Rip. 1, si è parlato nel paragrafo precedente. La seconda versione, Rip. 2, è costituita da un quaderno di 68 pagine numerate. È una sorta di guida breve estratta da Rip. 1 in cui sono proposti i momenti salienti del pellegrinaggio, insieme a una lunga serie di preghiere, recitate e cantate, disposte in sequenza casuale. Più che una guida breve, sembra un documento completamente ripensato.
La motorizzazione, esigenza di rapidità
Probabilmente il documento è stato compilato intorno al 1950. Verso questa data, infatti, i pellegrinaggi molisani e molti abruzzesi cominciarono ad utilizzare mezzi di trasporto automobilistici, come è ricordato anche in Rip. 1 dalla testimonianzadi Vincenzo Di Iulio.
L’uso degli autotrasporti provocò l’accorciamento del tempo del pellegrinaggio e questo fatto a sua volta accelerò il processo di mutazione profonda di taluni elementi sostanziali del pellegrinaggio stesso.
Intervenne una certa esigenza di rapidità, efficiente e sbrigativa che non dava molto spazio all’approfondimento. La visita ai singoli santuari non fu più preparata con apposite informazioni, orazioni e pratiche, né fu più seguita da quello stato di silenzio contemplativo e di orazione mormorata che faceva più leggeri i passi con una gioia consapevole e avvertita, col ringraziamento e il ricordo interiorizzante.
Perdita dell’humus mariano
Convento di San Matteo-Foto del 2013
Convento di San Matteo-Foto del 2013
Si perse anche l’humus specificamente mariano che pervadeva il pellegrinaggio al Gargano. Rip. 1 presentava i tre rosari completi giornalieri come una grande visione aperta sul mistero della Madonna Madre di Dio, regina del Cielo, avvocata dei peccatori, profondamente partecipe della nostra condizione di gementi e piangenti. Era una visione che il pellegrino assorbiva a piccole dosi, adattandosi pian piano ad essa fino a non distinguere più tra la propria vita di viandante assetato e arso dal sole e quella della Vergine Madre che lo prendeva per mano per guidarlo nei meandri della vita. Tutto al pellegrino parlava di Maria. Nel corso del penultimo giorno, ad esempio, arrivati dopo Lucera, in vista dei maestosi ruderi della torre di Montecorvino, i pellegrini ricordavano con apposito rosario Maria “Torre di Davide e Torre d’avorio”. La contemplazione continua di Maria aveva i suoi momenti forti nelle stupende orazioni alla Madonna di Stignano,
di Pulsano e all’Incoronata di Foggia. In Rip. 2 il rosario è solo una delle tante pratiche religiose che occupano il pellegrino durante il viaggio di trasferimento.
Difficile rappresentazione della “metanoia”
Convento di San Matteo-Foto del 2013
Convento di San Matteo-Foto del 2013
Allo stesso modo è stata resa difficile la percezione dell’intenzione penitenziale che è una delle ragioni del pellegrinaggio. Nella nuova forma la rapidità e comodità del viaggio privano il pellegrinaggio della capacità di rappresentare la fatica del salire al monte di Dio, la tenacia quotidiana d[i] chi non si rassegna alla vita, che vuol superarla e tende con tutte le forze alla meta dove Dio ha posto la sua dimora e dove il pellegrino troverà la sua pace.
Il pellegrinaggio si compie tra le varie tappe senza che queste diventino percorso sgranandosi in una serie di episodi e di preghiere slegati e privi di una intenzionedi fondo.
La rappresentazione della “metanoia”, del cambiamento, ha ceduto il posto al devozionismo. Particolarmente significativo è il cambiamento apportato da Rip. 2 al rito iniziale, ridotto a poche battute.
Il grandioso progetto battesimale del pellegrino il quale, avendo perduto l’innocenza primitiva, la ritrova nella sofferenza guidata dalla grazia, si perde in una selva di ‘opere’ offerte a Dio con animo mercantile.
La comunione dei santi nel nuovo pellegrinaggio
Anche la figura dei santi che si visitano, pur nel tentativo di esaltarle smodatamente, vengono effettivamente ridimensionate. Il santo che elargisce la sua protezione, alla cui dimora ci si accosta come ‘clienti’ mendicanti, impoverisce la funzione del santo “nostro avvocato” e “pedagogo”, che cammina per le vie del Signore avanti ai pellegrini, anche lui seguendo la Croce che apre la strada.
S’affievolisce, infine, la percezione della comunione dei santi, di questo scambio continuo e misterioso fra cielo e terra fondato sull’Incarnazione del Verbo in se reconcilians ima summis, della solidarietà nella fede, nella speranza e nella carità vissuta in terra come in cielo nella quale si compie tutto il cammino.
Il pellegrinaggio perde la sua valenza comunitaria e diventa un evento individuale, reso collettivo dalla materiale e quasi casuale vicinanza di altri pellegrini.

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Convento di San Matteo.-Foto del 2013
Convento di San Matteo.-Foto del 2013
Il rituale di Ripabottoni nella sua attuale redazione è stato compilato da Nicolaus Maria Barbieri nel 1860.
Di Nicolaus Maria Barbieri non sappiamo nulla. È più che probabile che il Barbieri, più che compilare il rituale, abbia rivisto e riorganizzato un materiale preesistente in forma più slegata e frammentaria. Le caratteristiche del rituale, infatti, in particolare la completezza dell’impianto, l’equilibrio delle parti, la proprietà della terminologia, l’armonioso vicendevole completarsi del linguaggio contadino e di quello colto, lo scientifico uso delle fonti, il senso del teatro, la raffinatezza della comunicazione e altro fanno pensare che l’autore sia stato depositario
di una cultura teologica e letteraria e, comunque, di una formazione culturale di base ben al di sopra di quanto l’ambiente, caratterizzato da solido e fondato analfabetismo originario, porti a supporre. A quell’epoca, infatti, solo pochissimi abitanti l’ex Regno delle Due Sicilie sapevano leggere.
Allo stato attuale delle ricerche, nonostante le innumerevoli e continue corruzioni testuali dovute alla trasmissione manoscritta, questo si presenta come il più completo tra tutti i rituali conosciuti.
Ne conosciamo due edizioni differenti. La prima è quella redatta da Nicolaus Maria Barbieri, arrivata a noi con due manoscritti, ciascuno in due grossi quaderni, redatti nei primi decenni del secolo XX, essenzialmente uguali, ma differenti nella organizzazione.
Convento di San Matteo.-Foto del 2013
Convento di San Matteo.-Foto del 2013
La seconda edizione è una sorta di guida breve in cui sono proposti i momenti più salienti del pellegrinaggio insieme a una lunga serie di preghiere, recitate e cantate, disposte in sequenza casuale. Più che una guida breve, è un documento completamente ripensato in rapporto alle esigenze di una comunità profondamente rivoluzionata dall’emigrazione, dall’abbandono progressivo della terra, e da quant’altro ha contribuito a rinnovare i tradizionali assetti sociali e religiosi.
Questo secondo documento è stato compilato probabilmente intorno al 1960.
Verso questa data, infatti, i pellegrinaggi molisani e abruzzesi cominciarono ad utilizzare i mezzi di trasporto automobilistici i quali provocarono l’accorciamento del tempo del pellegrinaggio e questo fatto, a sua volta, accelerò il processo di mutazione profonda di taluni elementi sostanziali del pellegrinaggio stesso.
Il rituale si rivela di grande interesse per la quantità di fonti liturgiche, letterarie e popolari utilizzate. Spesso riecheggiano brani letterari provenienti da epoche diverse di grande spessore religioso e culturale; un esempio per tutti, l’accenno alla spiritualità battesimale legato al ricordo del miracolo di Cone:

Facciamo tutti quanti il + segno della Croce pensanto davere presente agl’ochi nostri quelle (tre) gocce d’acqua Santa di Conos città di Frigio che S. Michele le fece scaturire per Miracolo come profetizzò l’Evangelista precursore di Cristo l’a nella Pocalisse.

Convento di San Matteo.-Foto del 2013
Convento di San Matteo.-Foto del 2013
L’episodio, conosciuto attraverso la relazione greca di Sisinnio e quella latina di Metafraste, è ricordato nei tempi moderni dal Martyrologium del Baronio e dal Cavaglieri nel suo Pellegrino al Gargano. Si narra che San Michele Arcangelo, a Cone, nella Frigia nei pressi dell’antica Colossi dove S. Paolo aveva indirizzato una lettera, fece scaturire una fonte. Chiunque bevesse quest’acqua invocando la Santissima Trinità riceveva la salute dell’anima e del corpo. Questa tradizione, dalle ascendenze così nobili, viene ricevuta, insieme alla sua autentica interpretazione, nel rituale di Ripabottoni, in un documento popolare del sec. XIX. Non vi sono riscontri simili negli altri rituali, né in documenti analoghi.
Secondo la edizione più antica del rituale, il pellegrinaggio si compie in otto giorni per vie di campagna dal Basso Molise attraverso le plaghe dell’Alto Tavoliere fino a Torremaggiore dove trascorre la prima notte. Attraverso l’ampia porta settentrionale della Valle di Stignano la comitiva s’inserisce nel vivo della montagna garganica e, proseguendo per la ripida strada che costeggia il torrente Iana, attraversata S. Marco in Lamis, giunge al convento di San Matteo dove fa sosta per la seconda notte.
Convento di San Matteo.-Foto del 2013
Convento di San Matteo.-Foto del 2013
L’indomani prosegue per San Giovanni Rotondo e Monte Sant’Angelo. Il giorno seguente scende a Manfredonia passando per il santuario di Santa Maria di Pulsano. Il quinto giorno, dopo aver visitato la chiesa francescana di Santa Maria delle Grazie dove si venera San Leonardo di Noblac e San Celestino Martire, arriva al santuario dell’Incoronata nei pressi di Foggia. La sesta sera è a Lucera.
L’ultima sosta è a Macchia Val Fortore.
L’intenzione esplicita è di attuare, oltre che rappresentare, l’itinerario spirituale della conversione e condurre il pellegrino a diventare nuova creatura.

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Convento di San Matteo.-Foto del 2013
Convento di San Matteo.-Foto del 2013
Quello di San Marco in Lamis non è un rituale completo, bensì un complesso di frammenti. Il frammento più rilevante è costituito dal Rituale delle benedizioni per la compagnia dei Santimichelari giunto fino a noi in una edizione di fine ottocento conservata nell’archivio della chiesa del Purgatorio. Il libretto manoscritto riporta un complesso di preci in latino da recitare in forma dialogata e solistica dal solo sacerdote. Il tema principale è costituito dal cammino di conversione dei pellegrini; si toccano poi i temi connessi con i pericoli e disagi della via; si invoca la clemenza del tempo e la disponibilità di anime buone nell’assistenza dei pellegrini.
Nonostante la brevità del percorso il rituale propone del pellegrino il quadro classico della persona che, lasciata casa e famiglia, si appresta a compiere una lunga e difficile impresa per vie e luoghi sconosciuti e pieni di pericoli. Dice l’introduzione

Peregrini ad loca sancta profecturi, antequam discedant, iuxta veteris ecclesiae institutum debent accipere patentes seu commendatitias litteras a suo parocho. Quibus obtentis et rebus suis dispositis, facta peccatorum suorum confessione et audita missa in qua dicitur oratio pro peregrinantibus, SS. Eucharistiam devote suscipiant.
Sacerdos super eos genuflexos facit sequentes preces.

Convento di San Matteo.-Foto del 2013
Convento di San Matteo.-Foto del 2013
Qui si dispone che i pellegrini si muniscano di lettere commendatizie del parroco in modo da non essere scambiati per ladri o briganti, e in modo da avere, invece tutta l’assistenza che si deve ai pellegrini e forestieri; si dice poi, che prima di mettersi in cammino facciano testamento, rebus suis dispositis. Tutto questo in rapporto a un viaggio di appena trenta chilometri compiuto in luoghi domestici e con un’assenza dalla casa di appena tre giorni.
È plausibile, quindi, che questo frammento sia quanto rimane di un rituale molto più antico in uso quando le condizioni del pellegrinaggio erano più difficili di quanto lo fossero alla fine del sec. XIX.
Più ragionevoli le richieste finali. I pellegrini prima di partire devono confessarsi  e ricevere l’Eucaristia, pane dei pellegrini, e la benedizione del sacerdote.
Altra specificità del rituale sammarchese è la benedizione della cappa, indumento classico del pellegrino, del bordone e della corona angelica che lo aiuterà a pregare durante il viaggio.
Il cammino dei pellegrini sammarchesi è molto duro, caratterizzato da forte radicalità religiosa, senza alcuna delle bellissime e umanissime digressioni proposte, per esempio, dal rituale di Ripabottoni il quale sentenzia, appena arrivati a Torremaggiore, qui ci facciamo un bicchierotto di vino. Durante tutto il cammino e la giornata di permanenza a Monte Sant’Angelo è consentito solo pregare e far penitenza.
Un pellegrino è stato deferito al consiglio della confraternita perché non si è limitato a nutrirsi di pane ed acqua, come prescritto, ma ha mangiato anche ‘muscisca’, la saporita carne di pecora seccata in uso presso i pastori. Le mancanze sono tutte annotate e comunicate in apposite relazioni. Spesso si lamenta quanto già S. Agostino rilevava: rapporti disinvolti fra uomini e donne anche in chiesa.
Qualche pellegrino è arrivato a trascorrere la notte con la fidanzata. Il segretario della compagnia del Carmine, nella sua relazione scritta negli ultimi decenni del sec. XIX per il priore della confraternita, rivela senza mezzi termini il nome di una sarta rea di aver lasciato correre liberamente la fantasia delle sue ragazze intente, più che a pregare, a trovarsi il “zito”, fidanzato.

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Convento di San Matteo-Foto del 2014
Convento di San Matteo-Foto del 2014
Il rituale di Bitetto rappresenta una interpretazione di area barese del pellegrinaggio alla grotta dell’arcangelo. Prende le mosse alla metà di maggio e si snoda a bordo di carretti per le vie interne attraverso Ruvo di Puglia, Andria, Canosa, Cerignola fino a Manfredonia e Monte Sant’Angelo. Lungo la strada i pellegrini visitano i santuari della Madonna dei Miracoli ad Andria, San Sabino a Canosa, San Leonardo e San Celestino a Manfredonia. Alle falde del Gargano, i pellegrini scendono dalle “vetture” e, ricevuta la benedizione, compiono a piedi la faticosa salita del monte dell’arcangelo. Pur provenendo dal sud, e quindi non direttamente interessato al tratto occidentale della Via Francisca, questo pellegrinaggio prevede la possibilità di una digressione verso i santuari di San Matteo e di Stignano.
Questa digressione rafforza la tesi della singolarità del percorso devoto garganico che si presenta come un unico grande santuario, pur nella specificità delle storie particolari e dei richiami spirituali. Tra l’altro il rituale di Bitetto conserva la canzoncina alla Madonna di Stignano Se fu diva provvidenza che ti adora la città in uso presso i pellegrini di Ripabottoni e, in genere, presso i garganici e i molisani, ma del tutto sconosciuta nella Puglia piana. Il viaggio di ritorno si svolge attraverso Foggia dove alla tradizionale visita al santuario dell’Incoronata, si aggiunge una rapida visita alla Madonna dei Sette Veli e al Crocifisso che si venera nel succorpo della cattedrale. Concludono il pellegrinaggio le visite ai santuari dell’area barese, Santa Maria dei Martiri a Molfetta, San Nicola a Bari, il Beato Giacomo Illirico a Bitetto, e, infine la Chiesa Matrice, antica Cattedrale della città dove i pellegrini ricevono la benedizione e fanno il ringraziamento. Una
particolarità del rituale di Bitetto è costituita dai trentatré Pater noster che si recitano prima di visitare ognuno dei tanti santuari disposti sulla via. Tra i santuari, i pellegrini, annoverano anche le chiese cattedrali incontrate.

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Convento di San Matteo-Foto del 2014
Convento di San Matteo-Foto del 2014
Il pellegrinaggio di San Salvo per antica tradizione si compie il primo maggio.
E, sempre secondo tradizione, i pellegrini di Vasto vengono accolti con particolare solennità e partecipazione popolare. Trascorrono la notte nei corridoi del convento sdraiati su stuoini, avvolti in copertine leggere.
Queste comitive hanno come meta finale la tomba di San Nicola a Bari; percorrono, tuttavia, l’intero itinerario religioso del Gargano. Da San Salvo al santuario di Santa Maria di Stignano si va in torpedone; da Stignano a Bari si prosegue a piedi.
Dall’insieme si deduce che per il ritorno si utilizza il treno.
L’intero primo giorno è dedicato a San Nicola. Insieme alle orazioni desunte dalla liturgia o ad essa ispirate, il libretto dispone di un’ampia e preziosa antologia di orazioni, responsori ed inni di tradizione popolare e locale, attraverso cui la figura di San Nicola viene presentata con i tratti più cari alla devozione, alle leggende e alle tradizioni locali.
Il pellegrinaggio vero e proprio inizia dal santuario di Santa Maria di Stignano a San Marco in Lamis, che il rituale interpreta come Santa Maria “del Disdegno o Disdegnato”, dove la compagnia si abbandona a un’ampia contemplazione di Maria condotta con i misteri del rosario e una serie di canti desunti per lo più dagli inni di S. Alfonso de Liguori. La sera si alloggia al santuario di San Matteo, ugualmente a San Marco in Lamis. Si prosegue poi per Monte Sant’Angelo dove ci si ferma un intero giorno dedicato a San Michele. Il rituale propone un notevole numero di preghiere, di inni e cantari quasi tutti di estrazione popolare. Alcune di queste preghiere e inni appartengono anche al patrimonio di altre comunità, altre invece sembrano appartenere alla specifica tradizione di San Salvo.
Proprie di questo rituale risultano essere le preghiere rivolte a San Matteo e a Santa Maria di Pulsano.
Il cammino riprende attraverso l’arida discesa posta a mezzogiorno di Monte Sant’Angelo, che il rituale chiama “deserto”, al termine della quale, in cima agli alti dirupi in faccia al golfo di Manfredonia si ergono i ruderi dell’antico monastero di Santa Maria di Pulsano. Questo tratto è dedicato alla meditazione sulla Croce. La quarta, dopo il pernottamento a Manfredonia, è la giornata dedicata al perdono. Seguendo la strada litoranea verso sud, dopo aver superato le paludi di Zapponeta, in vista di Margherita di Savoia, sulla spiaggia i pellegrini piantano la
croce e in faccia al mare sconfinato si scambiano il segno della pace. La comitiva cammina ancora due giorni. Il settimo giorno, dopo aver pernottato a Santo Spirito, si ripete per la terza volta il rito del perdono. A Bari la comitiva partecipa alla processione di San Nicola fino all’imbarco.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?