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Foro del convento di s. Matteo a San Marco in Lamis
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Pasquale Soccio e il convento di S. Matteo paterna presenza tra azione e contemplazione
Momenti di vita

Convento di San Matteo-Foto del 2003
Convento di San Matteo-Foto del 2003
Aveva 11 anni, quando, accompagnato dalla mamma e dalla sorella, il 6 novembre 1918, entrò nel convento di S. Matteo. Il giorno precedente, insieme ai compagni, aveva percorso, con canti e bandiere, le vie di San Marco festeggiando la fine della guerra mondiale.
Fu accolto “in un’angusta saletta” dal padre guardiano, p. Antonio De Vita di Castelnuovo della Daunia. Il convento era rinato a nuova vita nel 1904 dopo la forzata chiusura di oltre quarant’anni dovuta alla soppressione degli Ordini Religiosi decretata dal nuovo governo dell’Italia Unita. La guerra contro l’Austria l’aveva privato delle sue forze giovani, tutte inviate al fronte. Anche la scuola di teologia, istituita nel 1905, era stata sospesa in attesa di tempi migliori. In compenso i lunghi e freddi corridoi godevano della  insperata presenza di un piccolo vivace gruppo di studenti che frequentavano la scuola che a quei tempi si chiamava ginnasio; i docenti erano gli stessi frati del convento.
Il primo incontro con i frati fu rapido e formale. Il gelo che attanagliava il cuore di Pasqualino si sciolse quando il padre guardiano lo affidò al decano, Ernesto Castrillo di Pietravairano. Il decano era incaricato di sorvegliare l’osservanza delle regole e di riferire ai superiori eventuali problemi. Ma Ernesto Castrillo, adolescente di 14 anni, non era un burocrate; sorridendo prese la mano di Pasqualino e lo accompagnò a una stanza fredda e solitaria posta al piano superiore. La sera cenarono con “patate gelatinose, qualche oliva e un po’ di pane”, altro il convento non era in grado di offrire. Quando fu solo in camera, i suoi 11 anni apparvero pesanti, lontano dalla mamma e dai fratelli. Ma non era solo. Quando lo accompagnò, Ernesto Castrillo s’accorse della solitudine e forse del rimpianto che lo turbavano, e gli disse “Non temere, la mia cella è accanto alla tua: puoi bussare con le nocche e ti sarò accanto”. Ma il sonno tardava e il delicato materasso “curato dalle mie sorelle con strati di lana” non lo riscaldava. Poi arrivò il conforto: l’amico Ernesto batté con le nocche l’atteso richiamo, a cui il piccolo rispose, e il colloquio durò fin quando il sonno non lo sommerse.
L’episodio stabilì per sempre la salda e incondizionata amicizia con Ernesto Castrillo che durò per oltre quarant’anni fin quando, divenuto p. Agostino Castrillo, Ernesto fu eletto Vescovo di Bisignano e San Marco Argentano in Calabria dove morì il 16 ottobre 1955.
Non si sa se in cima ai suoi desideri ci fosse un futuro di religioso francescano; per ora Pasquale era solo un ragazzo che cresceva e scopriva il mondo. I suoi molti interrogativi, il sesso, la guerra, il dolore, la morte erano puntualmente affidati all’amico Ernesto di cui apprezzava la capacità di guardare il mondo, con tutte le sue contraddizioni, alla luce di un pensiero superiore.
San Matteo non è stato mai un posto comodo, ma a quei tempi si portava addosso, oltre alla sua veneranda età di un millennio, anche i guasti e le povertà del forzato abbandono di quarant’anni.
Convento di San Matteo-Foto del 2003
Convento di San Matteo-Foto del 2003
Il convento non era completamente disponibile. Il piano terra era abbandonato a rovi e serpi, con alcuni locali adibiti a ricovero del piccolo gregge del convento.
I frati abitavano nei piani superiori, condividendo gli spazi con guardie campestri, pellegrini e altra gente mandata dal comune di S. Marco.
Quanto ai “resti” che tutta questa umanità produceva e … lasciava “è meglio un bel tacere”, secondo la pudica espressione di Soccio in Materna Terra, pag. 74.
Comunque, il piccolo Pasquale, suo malgrado, rimase coinvolto nella faccenda, quando, nella primavera del 1919, in attesa dei pellegrini si pensò di ripulire i depositi dai “resti”. I ragazzi furono precettati, ma diversi rifiutarono di obbedire.
Pasqualino, forse per timore di punizioni o, più facilmente, per pura curiosità di nuove esperienze, cominciò a spalare con i piedi che sguazzavano ”in una melma nefanda il cui afrore mozzava il fiato”. Fece in tempo a uscire dalla fanchiglia e svenne.
Malgrado le condizioni durissime, il piccolo Pasquale, lungi dallo spaventarsi, sembra che si divertisse un mondo ad esercitare l’antica e nobile arte italica dell’arrangiarsi. Una scatoletta di cromatina per le scarpe, vuota e ben pulita, munita di un filo di lana che traeva la sua energia da un invisibile strato di olio, era la lampada che gli consentiva di leggere nelle interminabili sere invernali. Un barattolo, munito di maniglia in fil di ferro, funzionava da braciere. I ragazzi alla chetichella attingevano con parsimonia dal deposito di carbone posto in un sottoscala.
Convento di San Matteo-Foto del 2003
Convento di San Matteo-Foto del 2003
La cosa si riseppe e i superiori cominciarono a pensare a provvedimenti.
Poi tutto rientrò per l’ottima mediazione del solito Castrillo. Il barattolo con la sua esigua brace non era sufficiente a confortare le piccole mani di Pasqualino che si riempirono di piccoli rossi bozzi pruriginosi. I geloni lo accompagnarono in tutto il freddissimo inverno del ’19.
Durante il 1919 diversi frati tornarono dal fronte e la fraternità di S. Matteo si ricostituì: p. Gerardo De Rubertis di Montecilfone (CB) paese di lingua albanese, p. Gabriele Moscarella di San Marco in Lamis, p. Ippolito Montesano di Rignano. P. Dionisio Rendina, di San Marco in Lamis diede qualche lezione d’italiano al piccolo Pasquale il quale narra di aver appreso l’esatto significato della parola “astemio”, che aveva sempre accostato a “blasfemo”. Nel seguito della vita il prof. Pasquale Soccio ebbe sempre l’impressione che astemio e ateo significassero la stessa cosa!
La formazione di Pasqualino, dopo l’anno trascorso a S. Matteo, continuò nei collegi serafici di Rutigliano, Capurso e Castelnuovo. Intanto il suo amico, Ernesto, insieme a Raffaele d’Amico, si era trasferito ad Amelia per l’anno di noviziato.
Nel 1922 Pasqualino si trasferì a Biccari nel convento di S. Antonio per i due anni di ginnasio dove incontrò di nuovo Ernesto che, finito il noviziato, nella professione temporanea aveva assunto il nome di frate Agostino Castrillo. A Biccari Pasqualino, studente di quinta ginnasiale, si trovò a vivere nello stesso seminario con cinque chierici che stavano espletando il biennio filosofico e un anomalo novizio
L’incontro con frate Agostino affrettò il processo chiarificatore sul futuro della sua vita. … ero incerto se per realizzarmi potesse agevolarmi la vita religiosa o quella laica, così scrive nel suo prezioso libretto Momenti di vita con p. Agostino Castrillo.
L’amico già da qualche tempo aveva compreso il dilemma del ragazzo e volle aiutarlo: Non mi hai detto con insistenza in questi primi giorni che i tuoi migliori amici sono i libri, rilevando un certo rincrescimento per il molto tempo che si perde qui in chiesa, al campo e nella stalla?
P. Gabriele Moscarella, un frate dalle grandi aperture culturali, già da allora stimato predicatore e conferenziere, padre guardiano del convento, consigliato da frate Agostino, capì le necessità di Pasqualino e gli assegnò una camera fuori del seminario dove potesse leggere e studiare in serenità senza essere obbligato a tutte le pratiche tipiche della vita religiosa. L’amico frate Agostino, che viveva con intensità la sua vita religiosa, aveva compreso uno dei caratteri fondamentali dell’intellettuale puro, e glielo disse senza mezzi termini: tu, con questa tua vorace fame di leggere e di essere, saresti sempre uno scontento. Uno scontento del presente, un ricercatore sempre proteso verso altro. Già da quel tempo, racconta, la mia vita fu contrassegnata da una compagna ormai indivisibile: la solitudine. Già d’allora accettavo questo stato di emarginazione con rassegnata naturalezza di un destino.
Non poteva fare altro che leggere, leggere tutto ciò che gli capitasse fra le mani. In questo ebbe un ottimo aiuto in p. Gabriele Moscarella che gli mise a disposizione tutta la sua biblioteca letteraria: De Amicis e Serao, Capuana e Verga, Fogazzaro e Manzoni.
In precedenza aveva mandato a memoria la grammatica e la sintassi greca dello Zenone. Stessa cosa con La stilistica del Finzi, il suo libro preferito.
L’insegnante di greco era un rude e preciso frate di Rignano Garganico, p. Ippolito Montesano, il quale aveva capito che il ragazzo era un po’ più avanti degli altri. Nel frattempo Pasqualino, pur essendo alunno di quinto ginnasio, venne aggregato alla classe successiva, prima liceo, per le discipline di italiano, latino, greco e storia. Un bel giorno p. Ippolito assegnò un brano dei Dialoghi di Luciano munito di alcuni verbi irregolari. Il giorno precedente la rituale lezione di greco, p. Ippolito chiese a Pasqualino se avesse avuto difficoltà con i verbi irregolari. Il giovane scolaro rispose che tutto era andato liscio, al ché p. Ippolito gli impose di non dire nulla ai colleghi perché voleva sapere come se la fossero cavata. L’indomani, Pasqualino, combattuto tra il dovere di obbedire e i richiami della solidarietà, si confidò con frate Agostino, il quale gli consigliò di attenersi
alla proibizione. Pasqualino, allora, già esperto di sotterfugi di sacrestia, scrisse le frasi necessarie su due bigliettini che passò a fra Ugolino Achille e a fra Bartolomeo
Mesagna i quali fecero un figurone.
Convento di San Matteo-Foto del 2003
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Padre Ippolito s’accorse di tutto e lo rimproverò, al che il giovane imbroglione rispose padre Maestro, io ho dato, ma non ho detto. Tutti risero, e uno dei beneficiari, fra Ugolino, concluse Roba da gesuita perfetto. Per la cronaca: fra Ugolino in seguito fu docente di greco molto competente e severo e fra Bartolomeo fu ministro provinciale. Quando p. Ippolito morì, nel 1987, Soccio gli dedicò un ricordo pubblicato in Azione Francescana, l’organo di stampa dei frati pugliesi.
Il 14 luglio del 1923, con la fine dell’anno scolastico terminò anche l’esperienza di vita francescana di Pasquale Soccio. Tornò definitivamente alla natia San Marco “per un infortunio visivo”. Il suo amico, frate Agostino Castrillo, si sarebbe trasferito a Molfetta nel convento della Madonna dei Martiri per iniziare il corso di teologia.
Passarono molti anni; il rapporto tra i due amici, anche se diradato nello spazio, si mescolava con le esigenze, le preoccupazioni, i dolori e le volute della vita reale; divenne un’amicizia adulta, profonda, che toccava i nodi più intimi e fondamentali dell’esistere.
Il 1934 fu l’anno della seconda decisiva svolta nella vita di Soccio.
Il suo male all’apparato visivo, nonostante il pellegrinaggio nelle cliniche oculistiche di Bari, Napoli e Bologna, lo aveva privato di un occhio lasciandogli l’altro gravemente compromesso. In pochi mesi aveva perso ambedue i genitori e un fratello emigrato in Australia. Intorno, il buio era molto più nero di quanto i suoi poveri occhi potessero percepire. In agguato: rinuncia e disperazione. Poi arrivò l’amico, da diversi anni residente a Foggia nel convento di S. Pasquale dove svolgeva il compito di segretario provinciale.
Padre Agostino lo ricompose nella sua dimensione di uomo responsabile usando le stesse parole che Soccio gli aveva detto quando, in forte difficoltà nella sua vita di uomo retto e francescano integrale, Castrillo aveva lasciato la cura dei giovani del collegio di Ascoli e si era trasferito a Foggia: Questa avventura, qualunque essa sia, va vissuta coraggiosamente, virilmente sino in fondo… Mi meraviglio di questa tua caduta, di questa resa senza aver combattuto sino in fondo. Soccio capì e visse la sua cecità come sappiamo. [...]

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Lo storico

Convento di San Matteo-Foto del 2003
Convento di San Matteo-Foto del 2003
Nel primo decennio della seconda metà del sec. XX si consolidò la sua seconda vocazione, quella dello storico.
L’occasione che ve lo spinse definitivamente fu la morte del suo compaesano, era di Rignano Garganico, e amico carissimo p. Leonardo Iannacci. Letterato finissimo e insegnante entusiasta, p. Leonardo si era laureato all’Università di Napoli con una Tesi su un illustre Frate dell’Ottocento, anche lui di Rignano Garganico, p. Antonio Fania  Il p. Fania era uno straordinario oggetto di ricerca: poco conosciuto dai manuali di letteratura, aveva avuto contatti stretti con i migliori rappresentanti della cultura cattolica della metà del sec. XIX, ma, da bravo francescano, era uno spirito libero che non disdegnava tessere rapporti, anche stretti, con i liberali. Tra questi uno gli era in particolarmente caro, il poeta Pietro Giordano. Queste amicizie non furono gradite a personaggi di spicco del mondo cattolico i quali, quando la grande maggioranza dei Ministri provinciali,
riuniti in Capitolo Generale per eleggere il nuovo Ministro Generale, espresse il desiderio di eleggere a tale carica il p. Antonio Fania, si opposero con forza, malgrado il padre fosse amico personale del Papa Pio IX. Il padre aveva ricoperto importanti incarichi al vertice dell’Ordine dove aveva dato un decisivo contributo al rinnovamento degli studi. Inoltre, per la sua grande competenza teologica, era stato chiamato a far parte della speciale Commissione incaricata di redigere la Bolla pontificia Ineffabilis Deus con cui si dichiarava domma di fede l’Immacolata Concezione di Maria proclamato l’otto dicembre del 1854.
Convento di San Matteo-Foto del 2003
Convento di San Matteo-Foto del 2003
P. Leonardo Iannacci spesso aveva promesso di riprendere la sua Tesi di Laurea e darla alle stampe, ma la morte lo colse senza che avesse potuto dar corso ai suoi propositi.
P. Doroteo riprese le ricerche riuscendo a delineare la complessa personalità del Fania come frate e come superiore provinciale dei frati pugliesi, nonché a dipanare i suoi intricati rapporti con gli intellettuali del tempo, con la curia romana, e chiarire il ruolo non secondario da lui svolto nella ricostruzione degli studi nell’Ordine e nella fase finale degli studi preparatori della dichiarazione del dogma dell’Immacolata. L’opera, completa e non priva di un certo intento apologetico, tipico di p. Doroteo, vide la luce nel 1961 col titolo P. Antonio Maria Fania di Rignano Garganico, un animatore e un precursore. Fu la prima di una lunga serie di ricerche storiche interrotta solo dalla morte. Seguirono a ritmo incalzante nel 1967 la prima edizione di Testimonianze Francescane in Puglia Dauna; nel 1973 Itinerari Francescani in Terra di Bari; nel 1975 Movimento Francescano nel Molise.
Nel 1978, in occasione del IV centenario della presenza dei frati minori nel convento di San Matteo a San Marco in Lamis, diede alle stampe Il Santuario di S. Matteo in Capitanata.
Fino alla morte si dedicò alle ricerche archivistiche frequentando con assiduità gli Archivi di Stato di Campobasso e di Foggia dov’era di casa. Insieme a queste opere maggiori uscirono alla chetichella una nutrita serie pubblicazioni riguardanti altri conventi della provincia, figure di frati, gustosi bozzetti di vita fratresca e il suo borgo d’origine, Rignano Garganico. Nel frattempo collaborava con diverse riviste storiche, partecipava a convegni, teneva conferenze. Alcune sue opere, come il Necrologio della Provincia, non furono pubblicate.
Le pubblicazioni di p. Doroteo hanno il non piccolo merito di aver rotto un silenzio di storia scritta che sembrava far parte degli stessi caratteri genetici dei frati minori della Capitanata e del Molise.
Convento di San Matteo-Foto del 2003
Convento di San Matteo-Foto del 2003
Nulla di strano in questo essendo le nostre regioni tanto avare di documentazione scritta quanto abbondantemente prodighe di monumenti eccelsi. Si ricorda l’amara considerazione del grande studioso e paleografo Armando Petrucci, originario di Sannicandro Garganico, secondo cui le nostre regioni sono avare di documenti quanto abbondanti di monumenti.
In verità alcune componenti del movimento Francescano della Capitanata e del Molise avevano una loro visibilità storica. La storia frati minori riformati era conosciuta dalla preziosa opera di fr. Arcangelo da Montesarchio, accresciuta e ripubblicata nel sec. XIX da fr. Antonio da S. Giovanni Rotondo. Anche i frati minori alcantarini avevano la loro brava storia scritta nel sec. XVIII da fr. Casimiro della Maddalena, per non parlare dei cappuccini che avevano all’attivo una nutrita serie di pubblicazioni storiche. Ma i frati minori osservanti, no! Sembrava che nella loro lunga presenza in Capitanata, dalla fine del sec. XIV, non avessero prodotto nulla. L’unico che nei primi decenni del sec. XX, aveva pubblicato una storia era p. Ludovico Vincitorio di San Marco in Lamis. Le poco più di 100 paginette dal solenne titolo L’Alma Provincia d[i]o S. Michele Arcangelo in Puglia, che furono a lungo l’unico punto di riferimento di storia scritta, proponevano
una sorta di rivisitazione, sulla scorta dei pochi documenti nuovi reperiti, della cinquecentesca opera di fr. Francesco Gonzaga De Origine Seraphicae Religionis a cui, peraltro, si rifacevano anche molti storici paludati, a cominciare dal visitatissimo frate irlandese Lucas Wadding. La pubblicazione di p. Ludovico Vincitorio, d’altra parte non andava oltre l’intenzione di presentare la provincia francescana di S. Michele Arcangelo, rinnovata dopo le devastazioni ottocentesche, in tutta la sua nobiltà di una delle sette province madri dell’ordine francescano, e, insieme, sostenere, attraverso una più puntuale consapevolezza del proprio passato, il duro lavoro dei frati impegnati nella ricostruzione della provincia. In quel tempo anche altri frati della medesima provincia scrivevano opuscoli sui vari conventi avventurosamente recuperati come i conventi baresi di S. Maria dei Martiri a Molfetta e della Madonna del Pozzo a Capurso, del Santuario di S. Matteo, conventino di Santa Maria degli Angeli a Sepino, Santa Maria della Vigna a Pietravairano ecc.
Le pubblicazioni storiche di p. Doroteo costituiscono ora un importante complesso a disposizione degli studiosi che certamente crescerà quando verranno aperte alla consultazione le innumerevoli cartelle di documenti, appunti, progetti che il padre ha raccolto in quarant’anni di ricerche. Spesso diceva con rammarico di non aver potuto scavare in tutti gli archivi che avrebbe voluto visitare. Era, quindi, ben conscio che la sua opera non voleva essere altro che una pista appena tracciata che altri avrebbe percorso in tutta la sua interezza.

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Ricordo di p. Doroteo Forte

Convento di San Matteo-Foto del 2003
Convento di San Matteo-Foto del 2003
Sembrava una quercia. Nonostante gli anni, aveva conservato la sua posizione eretta, lo sguardo ben fisso negli occhi dell’interlocutore; il passo leggermente strascicato su piedi larghi e ben muniti gli dava un incedere ondeggiante ma sicuro.
Il viso ornato di perpetua smorfia tradiva i suoi sentimenti verso un mondo che non lo convinceva completamente, ma che, nonostante gli anni, lo divertiva ancora.
Si diceva un uomo del passato, e credeva veramente di esserlo. Ma guardava il futuro e faceva progetti come se dovesse vivere in eterno. Poi se n’è andato in pochi mesi di malattia.
Qualche settimana prima avevo trascorso con lui qualche ora. La gioia di rivedermi gli saliva da tutti i pori. Fece sforzi immani per alzarsi dal letto, indossare l’abito religioso, completo di cingolo e cappuccio, e sedersi su una sedia di fronte a me. Anche dinanzi alla morte non rinunciò a gustare la vita, né all’orgoglio di essere francescano, ben cosciente che l’esistenza terrena, i ruoli ricoperti, il bene fatto, tutto, non era altro che grazia.
E i difetti? Certo, anche i difetti. Ma li viveva con l’ingenua cortesia del giullare che non sempre trova le parole acconce; oppure li esorcizzava con innocue sottolineature
della bocca che s’accentuavano quando i discorsi diventavano solenni o definitivi, o invitanti, o paradossali, o grotteschi.
Di lui fu detto che era un tradizionalista. Ma certo non di quelli che affidano alla stolida ripetizione di atti le proprie insicurezze, le pigrizie e l’incapacità di guardarsi intorno, di percepire i movimenti e le variazioni della vita, di leggere i segni dei tempi. La sua tradizione si chiamava abito francescano, inteso come cultura, capacità di leggere e interpretare il mondo, metodo originale di esaminarsi e di progettare. Era ben cosciente che otto secoli di storia francescana hanno lasciato segni di cui a nessuno è consentito di non tener conto.
Ebbe la ventura di entrare nell’Ordine Francescano in tempi duri ma privilegiati; era il 1926, meno di trent’anni dalla ricostruzione, avvenuta nel 1897, della Provincia Francescana di San Michele Arcangelo in Puglia dopo la parentesi delle soppressioni ottocentesche. Fu allevato al culto della storia dei padri, da cui attinse la consapevolezza del ruolo svolto dall’Ordine Francescano nei secoli, insieme all’orgoglio di appartenervi. I suoi maestri erano stati i protagonisti della ricostruzione. Col senso del dovere, gli trasmisero il suo caratteristico lucido entusiasmo creativo, insieme all’italica antica arte dell’arrangiarsi, di inventarsi la vita, coniugata con sorprendente razionale freddezza nell’analizzare, nel far sintesi e nel proiettarsi in un futuro neppure troppo vicino.
Quando parlava di fatti e personaggi ormai lontani nel tempo, si commuoveva, ed era evidente il rammarico di aver perso qualche sillaba degli insegnamenti dei maestri.
Il predicatore
Convento di San Matteo-Foto del 2003
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Cominciò la sua “carriera” come predicatore. Anche se il suo atteggiamento deciso, la chiarezza di vedute e la pulizia del suo eloquio presto gli aprirono le possibilità di una funzione direttiva nell’ambito della vita della Provincia Monastica, la sua vocazione restò a lungo quella di predicatore. Né al ricordo degli incarichi espletati dedicò mai molti spazi. Si sentiva soprattutto predicatore, che ogni tanto veniva prestato, complice la necessità, a questa o a quella incombenza.
Convento di San Matteo-Foto del 2003
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Fin verso gli anni ’60 questa fu la sua attività principale. Toccò tutti i pulpiti pugliesi e molisani, con frequenti puntate in altre regioni. A quel tempo la predicazione era una cosa seria; obbediva a regole precise e non si confondeva con la lezione di teologia, o con la catechesi o con la conversazione. Al predicatore non era consentita l’espressione discorsiva un po’ sciatta del parroco di campagna, né l’asettica pulizia concettuale dell’accademico. Al predicatore si chiedeva robustezza di impianto, espressione articolata e chiara, dottrina sicura, capacità di porgere attingendo alla vasta gamma degli strumenti retorici, occhio aperto alle necessità dell’ora, vasta cultura letteraria, storica e filosofica.
Era normale che le prediche fossero interamente scritte e imparate a memoria.
Ci si formava analizzando le prediche di oratori famosi. Insomma, essere predicatori era un lavoro specializzato da prendere molto sul serio. Diversi frati si erano incamminati su questa via costituendo una sorta di collegio a cui si ricorreva per quaresimali, panegirici, settenari, novenari, tridui ecc. Alcune di queste figure sono rimaste a lungo sulla scena insieme a p. Doroteo: p. Gabriele Moscarella, p. Leopoldo Nardone, p. Pacifico Stragapede, p. Edoardo Novielli, p. Pancrazio Modugno, p. Mariano De Cata.
I modelli erano i grandi predicatori francesi e italiani dell’Ottocento: i domenicani Enrico Domenico Lacordaire e Giacomo Luigi Monsabrè, p. Gioacchino Ventura, Mons. Geremia Bonomelli, il francescano p. Agostino da Montefeltro e soprattutto il barnabita p. Giovanni Semeria. Di costoro si apprezzavano, oltre alla cultura e all’affascinante eloquenza, l’apertura verso i problemi sociali e politici, nonché la capacità di dialogare col mondo della cultura.
P. Doroteo ha vissuto con forte convinzione il suo ruolo soprattutto nel drammatico periodo della seconda guerra mondiale e in quello postbellico caratterizzato da forti passioni civili e grandi contrapposizioni ideologiche. [...]

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Convento di San Matteo-Foto del 2003
Convento di San Matteo-Foto del 2003
Eguale cura metteva nel conservare. In questo era un romantico; legato a doppio filo alla fisicità del libro, del documento, dell’oggetto. Volentieri, se ne aveva genio e in caso di necessità, faceva vedere qualcosa, con cui tuttavia amava conservare il contatto fisico. Per lui il bibliotecario ideale era l’avv. Giambattista Gifuni, dal 1930 Direttore della Biblioteca Bonghi di Lucera. Narrava Masino che quando gli chiedeva un libro, anche per la semplice consultazione, l’avvocato prelevava il titolo desiderato, lo sfogliava pagina per pagina, tornava a guardarselo, lo porgeva, lo riprendeva esibendo tutta una complessa ritualità con cui voleva dire che ben a malincuore fisicamente si separava, anche se per una mezz’ora, da un bene così prezioso.
Da parte sua, quando Masino nella sua biblioteca parlava di qualche argomento importante, esibiva sempre i suoi argomenti proponendoti con precisione i suoi libri e i suoi documenti. Saliti alcuni gradini della scala sempre pronta, prendeva a memoria il libro con una delicatezza che a tutta prima sembrava alquanto estranea al suo naturale carattere; poi te lo sventolava sotto il naso alla pagina giusta, lo richiudeva e lo metteva sul tavolino ma con una mano sopra perché non avessi l’idea di afferrarlo e verificare di persona.
Per quanto riguardava l’utilizzo della sua biblioteca, tutti sanno che non l’aveva progettata come una biblioteca pubblica. Era la sua biblioteca. Nello stesso tempo il rapporto con essa era rispettoso e persino guardingo. La percepiva come se fosse dotata di una sua personalità autonoma; capace da se stessa di dettare condizioni. Non era, tuttavia, la biblioteca de Il Nome della Rosa, disposta a distruggere e autodistruggersi, pur di conservare gelosa i suoi segreti. La biblioteca di Masino aveva una disperata propensione a parlare, a farsi conoscere, a rivelare le sue profondità e le sue ricchezze. Si capisce come negli ultimi decenni della sua vita, Masino abbia dedicato molto tempo alla pubblicazione di alcuni dei suoi molti preziosi documenti. Più che un hortus conclusus, aperto solo a pochi privilegiati, Masino intendeva la sua biblioteca come un sancta sanctorum, dove solo lui, novello Sommo Sacerdote, poteva accedere.
Cosa pensa oggi Masino dell’intenzione dei suoi figli di mettere tanto tesoro a disposizione di tutti? Non sappiamo come nell’altra vita si svolgano i processi mentali. Son sicuro che interrogato, risponderebbe con le parole del Maestro della Scuola Francescana, Giovanni Duns Scoto in processu generationis humanae semper cre[a]vit notitia veritatis, la conoscenza della verità progredisce col fluire della storia. Credo che per primo riderebbe di se stesso ripetendo uno degli aforismi che gli erano cari, solo gli sciocchi non cambiano mai opinione.
Intanto la nostra biblioteca di S. Matteo cresceva. La vecchia biblioteca posta al piano superiore, lato settentrionale, era stata svuotata. I libri avevano invaso tutti i locali a piano terra, crescevano gli utenti. Il convento di S. Matteo era maturo per una ripresa culturale di maggior respiro. L’occasione fu ancora una volta una ricorrenza centenaria: il IV centenario della venuta dei frati minori nella vecchia abbazia benedettina, nel 1578. Nel 1977 Masino, il prof. Pasquale Soccio e altri amici, insieme alla fraternità di S. Matteo stilarono un poderoso programma culturale della durata di tre anni. Il primo convegno di studi si fece nello stesso anno 1978, dedicato a vari argomenti, tutti attinenti la vita e la storia del santuario: la pietà popolare, la storia, l’archeologia, l’arte. Il secondo, del 1979 fu dedicato all’archeologia del Gargano. Il terzo, del 1980, ebbe come protagonista, la storia francescana della Capitanata. Tutta questa attività ebbe come padre nobile il prof. Soccio, ma fu Masino il direttore generale, che telefonava, cercava contatti con studiosi e istituti, che coinvolgeva gli istituti di ricerca a cui lui stesso aderiva, la Società di Storia Patria per la Puglia, la Società di Studi risorgimentali ecc. Era
il punto di riferimento per la redazione dei programmi generali della biblioteca e per quelli specifici dei convegni. Con grande liberalità ci ha messo a disposizione le sue molte e qualificate amicizie. Per merito suo il santuario di S. Matteo espresse una grande quantità di interessi culturali che in seguito furono coltivati, e sono tuttora coltivati, da specialisti di diverse università.
Convento di San Matteo-Foto del 20073
Convento di San Matteo-Foto del 20073
Al termine di questo vasto programma Masino fu dichiarato figlio spirituale dell’Ordine da Fr. Joannes Vaughn, Ministro Generale dell’Ordine, e in qualche modo aggregato ad esso. L’onorificenza, data anche al prof. Soccio, fu sempre l’unica che Masino apprezzasse.
Altro momento importante fu agli inizi degli anni ’90 quando la biblioteca fu incaricata dalla Comunità Montana del Gargano di curare un repertorio bibliografico sul Gargano utilizzando i fondi librari di S. Matteo e della biblioteca Nardella. Il gruppo di studio era costituito da Masino, dal prof. Giuseppe Soccio e da me. Si trattava, essenzialmente di far sintesi di un lavoro di ricerca ultra ventennale fatto su opere antiche e moderne, alcune delle quali di difficilissimo reperimento. Inutile dire che il volume prodotto ancora oggi rappresenta, con tutti i limiti dell’età, un validissimo strumento di lavoro per i ricercatori.
In quella circostanza fece il suo ingresso in biblioteca come protagonista il computer. Naturalmente Masino, che in questo non ha mai cambiato opinione, è rimasto alla sua carta e alla sua penna con limitate concessioni alla macchina dattilografica. I suoi studi erano stesi su fogli, che lui poi appiccicava l’uno di seguito all’altro costruendo una lunghissima striscia piegata a fisarmonica di difficilissima gestione, piena zeppa di correzioni, accrescimenti, ripensamenti.
Quando veniva a S. Matteo guardava i computer con sospetto, e, forse, non aveva tutti i torti.
Tra una cosa e l’altra la biblioteca di S. Matteo cresceva in quantità e in ruoli.
Masino è stato sempre a nostro fianco con l’incoraggiamento, il consiglio, spesso con interventi correttivi. Ci ha aperto tante strade e tante porte. In questi ultimi anni la biblioteca è cresciuta ulteriormente anche nel settore dei beni culturali.
Diverse sezioni di questi beni hanno usufruito del suo contributo. La sezione di archivistica, per es., è stata arricchita dell’intero complesso delle relationes ad limina delle diocesi di Capitanata che Masino ha acquistato in microfilm, spendendo un bel gruzzolo, e donate alla biblioteca di S. Matteo.
Al prof. Tommaso Nardella la fraternità francescana di S. Matteo deve un ringraziamento particolare perché il suo non è stato un normale rapporto di collaborazione.
Masino ha vissuto sempre in forte simbiosi con noi soprattutto nei momenti difficili che non mancano neppure nelle comunità religiose. Anche in quei casi la sua presenza è stata sempre positiva con l’incoraggiamento e il consiglio.
Convento di San Matteo-Foto del 2003
Convento di San Matteo-Foto del 2003
A volte la sua irruenza ha rimosso ostacoli che sembravano insormontabili.
L’ultima presenza pubblica a S. Matteo fu all’inaugurazione di una ultima ricorrenza centenaria, nel 2005: cento anni dal ritorno dei frati minori a S. Matteo dopo la parentesi della soppressione. Si ricordava anche i cento anni della biblioteca di S. Matteo.
In quel tempo Masino non era in condizioni fisiche ottimali; dopo qualche settimana, infatti, fu operato alla gola. Volle essere presente all’inaugurazione con un breve, incisivo e applaudito intervento su San Marco, città fra due conventi.
Visse quel momento con gioia fanciullesca. Era felice di ritrovarsi in luoghi conosciuti in cui aveva pensato e lavorato, dove aveva vissuto il dono inestimabile dell’amicizia. In quell’occasione, riferendosi alla crescita che il convento aveva avuto negli ultimi cento anni, da vecchio liberale che sapeva i fatti della storia, diceva soddisfatto: con la soppressione pensavamo di avervi tolto tutto, ma poi ve lo siete ripreso con gli interessi.
Ora il nostro amico non è più. Ma ci ha lasciato un prezioso testimone. Il nostro gruppo di studio della biblioteca è opera sua. Abbiamo cominciato con un gruppo quasi familiare. Ora questo gruppo conta oltre venti studiosi che curano le pubblicazioni, preparano i convegni di studio, partecipano ad attività varie, si prestano alle attività didattiche, è disponibile non solo alle iniziative culturali, ma anche a tutte le necessità del convento e del santuario. Anche per merito di Masino la nostra fraternità francescana è diventata una grande famiglia dalle molte sfaccettature e dai molti ruoli. Oggi i tempi sono tristi, e non solo a causa dell’economia. Voglio solo sperare che questa eredità, dopo di noi, trovi ancora estimatori.
San Marco in Lamis 11 maggio 2013

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Il prof. Tommaso Nardella e il convento di S. Matteo. Piccola storia della Biblioteca

Convento di San Matteo-Foto del 2007
Convento di San Matteo-Foto del 2007
Per quasi cinquant’anni la Fraternità Francescana di S. Matteo ha vissuto in stretta amicizia col prof. Tommaso Nardella. Presente in tutti gli avvenimenti lieti e tristi della nostra comunità, Masino è stato nostro amico e consigliere. Soprattutto ci ha aiutati a chiarire il ruolo del convento in rapporto alle problematiche culturali del territorio. Si può dire che il prof. Nardella abbia accompagnato l’evolversi della vita conventuale e del santuario verso la modernità.
Insieme al prof. Pasquale Soccio, Masino era convinto che S. Matteo, sia come convento francescano che come santuario, avesse delle potenzialità in campo culturale ancora inespresse e che, insieme ai suoi ruoli religiosi e spirituali, dovesse svolgere anche un ruolo di promozione nell’ambito del territorio garganico e dauno.
A quei tempi, siamo tra il 1960 e il 1970, il convento era anche un istituto di formazione dei giovani frati aspiranti al sacerdozio. Frequentavano il liceo classico interno. I programmi ministeriali erano rinforzati da robuste razioni di filosofia, 7 ore settimanali di filosofia scolastica insieme alle prescritte 2 ore di storia della filosofia.
Già da allora il prof. Nardella frequentava il convento, a volte accompagnato dal prof. Pasquale Soccio. La nostra biblioteca, fondata nel 1905 come corredo dello Studio di Teologia, a quell’epoca non era più una semplice biblioteca di istituto. Si erano aggiunte le necessarie acquisizioni per l’attività didattica e molte donazioni. Inoltre si iniziava a raccogliere i residui fondi bibliotecari dei conventi siti nella Provincia di Foggia. Ai suoi inizi, nel 1905, la biblioteca aveva un catalogo di 250 volumi; nel 1970 i libri erano oltre 40.000.
La biblioteca di S. Matteo era diventata per Masino una sorta di caso di coscienza.
Ne parlava sempre e dappertutto cercava alleati.
Poi qualcosa si mosse e, come spesso accade, si approfittò di alcune ricorrenze importanti per la storia del convento per impostare programmi di lungo corso.
Abitualmente, si sa, gli anniversari, i centenari e ricorrenze simili vengono celebrate con iniziative altisonanti ma di facciata, irrimediabilmente epiteliali e passeggere. Ma i nostri amici non la pensavano così.
Convento di San Matteo-Foto del 2012
Convento di San Matteo-Foto del 2012
Verso il 1965 si cominciò a progettare un ampio programma religioso e culturale per ricordare la fondazione dell’Abbazia benedettina di San Giovanni in Lamis, poi Convento di S. Matteo, avvenuta, a detta di alcuni nel 567 ad opera dei Longobardi. Che i Longobardi a quella data fossero ancora ben lontani dai confini italiani non sembrò sufficiente per non celebrare un avvenimento che la tradizione diceva accaduto proprio in quell’anno.
Si fece una grande Missione Popolare a S. Marco in Lamis, insieme a conferenze e concerti.
Masino, il prof. Pasquale Soccio, l’avv. Berardino Tizzani presidente dell’Amministrazione Provinciale di Foggia, insieme ad altri amici, si misero all’opera. Tra l’altro si decise di allestire una grande mostra bibliografica sul Gargano. Inutile dire che la punta di diamante fu Masino. Si buttò a corpo morto nella ricerca e nell'allestimento della mostra attingendo ampiamente alla sua già cospicua raccolta documentaria e bibliografica. L’avv. Tizzani, da parte sua, fece allestire a cura e spese dell’Amministrazione della Provincia una serie di bacheche in legno e vetro che sono ancora in attività nella nostra Biblioteca.
Per l’occasione furono utilizzati i locali da poco restaurati che nei secoli precedenti erano stati adibiti a ricovero delle pecore e dei cavalli del convento. La mostra ebbe un grande successo e fu pubblicata nel 1969 nei Quaderni della Capitanata a cura dal compianto Mario Simone. Alla sua inaugurazione intervennero autorità e personalità della cultura; fu invitato anche lo scrittore rodiano Giuseppe Cassieri.
Questa celebrazione centenaria innescò un processo benefico nella vita del convento.
Fu restaurata la statua di S. Matteo, venne allestito il presepio artistico.
Contribuì anche a puntualizzare l’annoso problema di dare una sede adeguata alla già cospicua biblioteca del convento costretta, fino a quel momento, ad un alloggio malsano, stretto e pericolante posto nel piano superiore dell’ala settentrionale del convento. Si cominciò a parlare della necessità di aprire la biblioteca anche a utenti che non fossero solo frati o ecclesiastici.
Convento di San Matteo-Foto del 2003
Convento di San Matteo-Foto del 2003
L’idea fu fatta propria dalla nuova dirigenza di S. Matteo capeggiata da p. Nicola De Michele e, prima che si espletasse la rituale successione di richiesta, indagine,
discussione collegiale e approvazione da parte dei nostri dirigenti, già dal 1969 s’iniziò a disporre i libri utilizzando una ulteriore provvidenziale fornitura di scaffali metallici donati dall’Amministrazione Provinciale.
Intanto Masino e il prof. Soccio davano la loro disponibilità tecnica e morale e tessevano una rete di rapporti che comprendeva anche il dott. Angelo Celuzza, Direttore della Biblioteca Provinciale di Foggia, e la sovrintendenza ai beni librari della Regione. Furono pubblicati anche dei piccoli saggi sulla storia del convento.
Nel 1970 il nostro Capitolo Provinciale decise la costituzione di tre biblioteche maggiori della Provincia monastica dei Frati Minori di Puglia e Molise. Oltre a quella di S. Matteo, furono istituite la biblioteca di Castellana Grotte nel convento della Madonna della Vetrana e quella di Campobasso, nel convento di S. Giovanni dei Gelsi.
La biblioteca di S. Matteo fu intitolata a p. Antonio Fania da Rignano, un frate della nostra Provincia monastica che, a detta di p. Agostino Gemelli, scrisse poco, ma fece scrivere molto. A lui si deve, infatti, la ristrutturazione degli studi nell’Ordine e, in qualche maniera, la fondazione dell’Ateneo Antoniano di Roma, oggi Università Pontificia Antonianum.
Quest’ultima decisione fu accolta da Masino con grande soddisfazione e gioia.
Il detto padre, infatti, vissuto tra la prima e la seconda metà dell’800, aveva rapporti di grande amicizia con gli ambienti culturali romani e italiani in genere; fra i suoi amici più cari lo scrittore Pietro Giordani, con cui aveva intessuto una intensa relazione epistolare, e l’altro grande liberale garganico Gian Tommaso Giordano di cui aveva scritto una biografia rimasta inedita nell’Archivio Provinciale dei Frati Minori a Foggia.
Masino parlava del p. Fania come di un grande liberale, vittima dell’oscurantismo clericale ottocentesco. Infatti, benché designato dal Capitolo Generale come nuovo Ministro Generale di tutto l’ordine dei Frati Minori, e benché fosse amico personale di Pio IX, il padre ne era stato impedito dal secco divieto della curia papale per i suoi noti rapporti con i liberali. Masino amava metterlo accanto all’altro frate a lui caro a cui il Re di Napoli Ferdinando IV alla fine del Settecento aveva impedito, negandogli il regio placet, che fosse rieletto ministro provinciale dei frati di Puglia e Molise. Questo frate si chiamava padre Michelangelo Manicone che per Masino era il frate giacobino. Per conto mio, quando Masino veniva nella biblioteca di S. Matteo lo ricambiavo con un foglietto manoscritto, reperito in non ricordo quale libro, in cui si lanciavano invettive contro “falsi patrioti e liberali”.
Navigando, intellettualmente parlando, nell’insidioso ottocentesco mare di giacobini, briganti, liberali, preti e generali, Masino trovava il porto sicuro nella sua biblioteca e nella nostra.
Per quanto riguarda la sua biblioteca Masino era guidato dai tre classici concetti, che funzionavano, tuttavia, in modo fortemente personale: l’accrescimento, la conservazione e l’utilizzo. Il desiderio di far crescere le sue raccolte impegnava tutta la sua vigile intelligenza nel carpire segnali di disponibilità da parte di parenti, amici, rigattieri, scopritori di cose nuove. Innumerevoli le soffitte ripulite e i cataloghi degli antiquari minuziosamente esaminati. Se la disponibilità tardava, Masino ricorreva a una impressionante quantità di espedienti retorici, allusioni, verità sapientemente accompagnate da riferimenti a persone e avvenimenti. Il poveretto all’inizio si sentiva assediato, poi si convinceva di essere in minoranza, come se da un fluire di cose importanti fosse escluso solo lui. La cosa era al limite del plagio. Poi uno ci ripensava: in fondo questi libri stanno meglio in una biblioteca, anche se privata, che rischiare di essere dispersi o peggio.
Documenti d’archivio, libri, opuscoli, fotografie, incisioni, cimeli facevano parte di un universo sistematico in cui si tesseva la storia di S. Marco, del Gargano e della Capitanata. [...]

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?