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Vi offro da leggere il testo integrale tratto da Anna Maria Tripputi, Le tavolette votive del Santuario di San Matteo in San Marco in Lamis, Schena Editore, Fasano 1981, pagg. 35-45.
Ho accompagnato il testo con riproduzioni di tavolette votive dipinte ad alta risoluzione.
Passando con il mouse sull'immaginetta della macchina fotografica potrai vedere l'antepima delle 3 tavolette mancanti.
Il carattere corsivo è dello scrivente.

Tavoletta votiva n. 234 completamente rovinata
Tavoletta votiva n. 234 completamente rovinata
Le tavolette votive conservate nel Santuario di S. Matteo sono oltre cinquecento e vanno dal 1851 tavoletta-votiva-1851.jpg tavoletta-votiva-1870.jpg tomaiuolo-1966.jpg (tavoletta più antica datata) ai giorni nostri (1980). L'uso comunque risale certamente a tempi più remoti: basti pensare, oltre che alla solidità del culto, al sito in cui il Santuario sorge che, come si è detto, è proprio a metà della via sacra, di pellegrinaggio e di preghiera, che da Monte S. Angelo, attraverso stazioni più o meno famose, giunge fino a Bari. Una tradizione quindi secolare, documentata dalle varie Cronache e, quel che più conta, continua nel tempo fino ai giorni nostri.
Lo stato di conservazione generale delle tavolette non è ottimale ma il paziente lavoro di restauro dei frati francescani ci ha permesso almeno di prendere visione dei più antichi e, sotto certi aspetti, più interessanti esemplari.
La materia è varia: tela e legno per le tavolette più antiche, lamina di ferro e di zinco e, per gli esemplari più recenti, compensato, masonite e cartoncino. La tecnica impiegata, che è condizionata dalla materia usata, va dall'olio alla tempera, all'acquerello fino al semplice disegno a matita. La grande quantità di tavolette votive e la loro varietà hanno permesso un'analisi comparativa che spazia in molti campi: dall'iconografia allo schema compositivo, dall'arredamento al costume, fino all'individuazione di vari stili pittorici e di alcune botteghe artigianali.
Tavoletta votiva n. 394 del 1931 - Incidente di lavoro
Tavoletta votiva n. 394 del 1931 - Incidente di lavoro
Delle tavolette conservate attualmente nel Santuario, circa quattrocento sono rappresentazioni di incidenti; una cinquantina rappresentano malattie, cinque aggressioni, otto naufragi, tre sono rappresentazioni di guerra, due si riferiscono a calamità naturali, quattro a guarigioni di animali e sei nelle quali il tipo di miracolo rappresentato non si può desumere dalla scena né dalla dicitura.
All'interno di questa classificazione si possono però individuare altre suddivisioni; nell'ambito degli incidenti, ad esempio si può distinguere tra incidenti di carretto, che hanno caratterizzato tutto l'Ottocento ed il primo Novecento, incidenti d'auto, che si fanno prevalenti dagli anni '60 in poi, incidenti sul lavoro (agricoli e in fabbrica o miniere), cadute da alberi, da cavallo, in pozzi o cisterne, da treni ecc.; morsi o assalti da parte di animali (cani, cavalli, mucche), incidenti di caccia e così via. Lo stesso dicasi per le tavolette che rappresentano malattie: malattie generiche, casi di emottisi, interventi chirurgici.
Tavoletta votiva n. 244 del 1942 - Malattia
Tavoletta votiva n. 244 del 1942 - Malattia
Le tavolette di malattia sono sempre state un ottimo spunto per lo studio dei metodi di cura delle varie malattie, nonché dell'incidenza di alcune malattie. Anche nel Santuario di S. Matteo ce ne sono alcune validissime ed interessanti da questo punto di vista. In due, datate rispettivamente 1851 e 1926, sono rappresentati dei salassi, eseguiti mediante un'incisione praticata ad un arto. In altre sono documentate crisi di emottisi, malattia frequentissima per tutto il secolo scorso, con casi isolati fino alla metà del 1900, considerata in alcuni ambienti ed in alcune regioni una vera e propria malattia sociale.
Tavoletta votiva n. 434 del 1979 - Intervento chirurgico
Tavoletta votiva n. 434 del 1979 - Intervento chirurgico
Dal secondo dopoguerra si intensificano gli interventi chirurgici, di cui le tavolette ci danno documentazioni drammatiche e talvolta realisticamente cruente, illuminanti però per le descrizioni delle sale operatorie e dei vari strumenti chirurgici, visti spesso con l'occhio di chi conosce per sentito dire o immagina solamente, ma qualche volta descritti con estrema precisione. Molti esemplari si riferiscono ad interventi eseguiti presso l'Ospedale 'Casa Sollievo della sofferenza' di S. Giovanni Rotondo, sotto il patrocinio di Padre Pio, che compare accanto all'apparizione di S. Matteo. Nella dicitura, anzi, viene spiegato, più o meno esplicitamente, che l'esito dell'intervento è stato positivo più per l'influsso del santo, che ha guidato la mano dei chirurghi, che per perizia degli stessi.
Tavoletta votiva n. 452 - Naufragio
Tavoletta votiva n. 452 - Naufragio
I naufragi sono pochi, appena otto, come abbiamo detto. E d'altra parte i marinai hanno altri protettori: la Madonna della Libera venerata a Rodi Garganico, la Madonna di Loreto venerata a Peschici, la Madonna di Siponto e Sant'Andrea (patrono per eccellenza dei marinai) venerati a Manfredonia. I pochi conservati, comunque, si riferiscono a pericoli corsi durante la pesca da piccole barche isolate o da pescherecci per la pesca d'alto mare, come si desume dalle diciture e dalle scritte apposte sulla tavoletta stessa e che indicano le rotte comprese tra le Tremiti e le isole dalmate di Lissa, Pianosa e Pelagosa (volgarizzata in Palacosa o Pielagosa).
Tavoletta votiva n. 295 - L'alluvione del 1972
Tavoletta votiva n. 295 - L'alluvione del 1972
Due tavolette si riferiscono a calamità naturali che hanno colpito la Capitanata rispettivamente agli inizi del secolo e nel 1972: sono rappresentazioni di alluvioni, localizzate la prima in un'ampio tratto brulicante di case coloniche e di persone (in pericolo e soccorritori a cavallo) e la seconda in un'azienda agricola completamente inondata dalla piena delle acque.
Alcune tavolette rappresentano guarigioni di animali, soggetto in perfetta coerenza con il patrocinio di S. Matteo e con l'usanza, ancora viva, di ungere gli animali con l'olio di S. Matteo per preservarli da malattie ed epidemie. Un tempo gli animali venivano condotti al Santuario per essere benedetti ed unti, ora è un frate questuante che gira per le campagne con la boccetta dell'olio santo.
La tavoletta votiva n. 51
La tavoletta votiva n. 51
E pare, anzi, che ciò che è valido per gli animali sia valido anche per le persone, a giudicare dalla dicitura di una tavoletta di malattia, che rappresenta la guarigione di una bambina, che dice testualmente:
La bimba di 15 mesi Savastano Angioletta di Matteo benedetta dal frate questuante coll'olio di S. Matteo riceve la grazia l'8 Marzo 1934 - Monte S. Angelo
Tornando alle guarigioni di animali, esse si riferiscono a cavalli e mucche. In una, anzi, è rappresentata una donna orante (trovare tavoletta) nella stalla accanto alla mucca prossima a partorire. Il parto di una mucca, infatti, è un evento importante per l'intero nucleo familiare, in quanto può apportare una grande ricchezza ma può anche, in caso di morte del vitello, o quel che è peggio della madre, provocare un danno ingente. Nell'economia agricola la sanità di un animale ha lo stesso valore della sanità di un membro valido e lavoratore della famiglia.
Tavoletta votiva 324 del 1897
Tavoletta votiva 324 del 1897
Tavoletta votiva n. 229 del 1934
Tavoletta votiva n. 229 del 1934
Cinque sono le tavolette che rappresentano aggressioni. Il fenomeno del brigantaggio ha avuto la sua incidenza anche nel Gargano, zona interna ed impervia, in alcuni punti luogo ideale di imboscate ed inoltre ricchissimo di grotte ed anfratti naturali. Ma le tavolette del Santuario rappresentano, soprattutto, atti di violenza, faide familiari, scenate di gelosia. Anche questo è un fenomeno favorito, oltre che da una certa mentalità atavica, anche dalla natura del luogo. Queste tavolette sono interessanti, al di là dello studio del fenomeno in sé, anche perché ci danno una esatta descrizione di costumi, luoghi, armi da fuoco o da taglio.
Ed a proposito di armi, numerose sono le tavolette che documentano incidenti occorsi nel maneggiare armi, in particolare fucili e pistole. Sono anche documentati incidenti di caccia, molto interessanti ed indicativi ai fini di uno studio dell'ambiente; molte zone paludose sono state infatti bonificate e altre, palustri, distrutte dall'insediamento umano insieme alla relativa fauna ed alla relativa flora.

Tavoletta votiva n. 17 del 1940 - Incidente di caccia
Tavoletta votiva n. 17 del 1940 - Incidente di caccia
Tavoletta votiva n. 39 - Incidente di caccia
Tavoletta votiva n. 39 - Incidente di caccia
Tavoletta votiva n. 368 del 1956 - Incidente di caccia
Tavoletta votiva n. 368 del 1956 - Incidente di caccia

Le tavolette di incidente, come abbiamo precedentemente accennato, presentano una casistica molto varia. Per tutto l'Ottocento predominano gli incidenti di carretto e le cadute da carretto o da cavallo.

Tavoletta votiva n. 353 del 1924 - Incidente di carretto
Tavoletta votiva n. 353 del 1924 - Incidente di carretto
Le tavolette del Santuario offrono un'ampia descrizione di carri di vario tipo, dal carretto semplice utilizzato per usi agricoli al biroccio, dal carro coperto al calessino signorile. Ci sono anche molti esemplari raffiguranti i grandi carri coperti usati dai pellegrini per recarsi al Santuario. E, naturalmente, sono documentati vari tipi di finimenti e bardature, che cambiano non solo da regione a regione, ma anche da area ad area nell'ambito della stessa regione. Il basto può infatti essere appuntito o arrotondato, semplice e doppio e così via.
Un gruppo abbastanza numeroso è costituito dalle tavolette che si riferiscono a cadute in pozzi e cisterne. Il discorso a questo punto si amplia e coinvolge la struttura della casa rurale, della masseria e di tutte le strutture che intorno ad essa gravitano: la corte per gli animali, l'aia, il capanno adibito a deposito degli attrezzi e naturalmente il pozzo che può trovarsi sia all'interno della casa stessa, per usi esclusivamente domestici, che all'esterno per un'utilizzazione più varia: abbeverata, irrigazione. La cisterna, a sua volta, può essere utilizzata per contenere non solo acqua, anche il vino nei periodi di fermentazione.
La tavoletta votiva n. 124
La tavoletta votiva n. 124
Un altro gruppo molto numeroso è costituito da tavolette che rappresentano morsi e assalti da parte di animali, in particolare cani, cavalli e mucche. È il gruppo che più direttamente si collega al culto e al patrocinio di S. Matteo, protettore degli animali, ma anche difensore degli uomini dal loro assalto. Le tavolette più antiche si riferiscono a morsi di cani, grossi cani da pastore dal pelo bianco e dai lunghi denti aguzzi temutissimi dai contadini; più tardi si affiancano e si sostituiscono morsi e calci di cavalli e di mucche, fino a giungere al caso limite di un assalto da parte di due grossi orsi che costringono il malcapitato che li ha incontrati a rifugiarsi sopra ad un albero:
Monaco Francesco fu Tommaso salvato dagli orsi il 20 Aprile 1947 Cerignola
Dal 1960 in poi aumentano notevolmente gli incidenti d'auto: dapprima sono incidenti emblematici di un periodo di transizione di forzata convivenza di mezzi a trazione animale con mezzi meccanici (cavalli imbizzarriti che all'apparire di un pullman o di un'auto si impennano e fanno ribaltare il carretto); poi scontri tra mezzi meccanici o incidenti stradali.
Tavoletta votiva n. 378 del 1931 - Incidente di carretto
Tavoletta votiva n. 378 del 1931 - Incidente di carretto
Anche gli incidenti occorsi sul lavoro sono numerosi: cadute da trebbiatrici o falciatrici, contadini trascinati dal braccio di una motozappa, cadute da impalcature, ferite subite in piccole fucine, in segherie, in ombrose radure durante il taglio dei boschi e infine, negli anni più recenti, incidenti in cantieri edili, in grandi fabbriche, perfino in miniere. Molti di questi ultimi sono ex-voto di emigranti e provengono soprattutto da Francia, Germania e Belgio.
Tavoletta votiva n. 94 - Ustione nell'accensione del fuoco
Tavoletta votiva n. 94 - Ustione nell'accensione del fuoco
Alcune tavolette di incidenti ci illuminano su usanze particolari vigenti nell'ambito rurale della zona: casi di ustioni provocate dal braciere, casi di asfissia causati dall'abitudine di conservare accesa la brace anche durante la notte, casi di ustioni da acqua bollente quando si usava fare il bucato in casa in un'enorme tinozza colma di liscivia bollente, incidenti causati dall'uso di tenere in cucina o nella stanza d'ingresso (e spesso nella casa rurale le due cose coincidono, e la cucina è divisa dal resto della stanza solo per mezzo di una tenda) il fucile carico.
Oltre, naturalmente, a tutta una serie di usanze d'altro genere come l'uso di tenere in camera da letto i santi sotto la campana di vetro, o di scaldare il letto col “monaco”, sorta di impalcatura in legno, dentro la quale veniva sistemato lo scaldino, che si introduceva sotto le coperte; o di apporre alle pareti immagini sacre, sia in casa che negli ambienti adibiti a ricovero per gli animali. La casistica sarebbe infinita; è preferibile, quindi, rimandare le osservazioni particolari alla parte nella quale vengono analizzati alcuni campioni di tavolette votive particolarmente interessanti.
Tavoletta votiva n. 418
Tavoletta votiva n. 418
Lo schema compositivo della tavoletta votiva comprende alcuni elementi essenziali - apparizione, dicitura, paesaggio - che esamineremo singolarmente, e un certo modo di rappresentare l'evento miracoloso che, al di là del legame all'antico formulario di cui tutti i pittori di ex-voto si sono serviti e si servono (apparizione in un angolo superiore o al centro, miracolato in primo piano, particolare gerarchia delle proporzioni tendente ad evidenziare l'elemento importante della scena) può privilegiare alcuni particolari rispetto ad altri. Nel mondo contadino, per esempio, gli animali, domestici o da cortile, hanno un'importanza primaria; in scene che rappresentano incidenti occorsi all'esterno della casa rurale non mancano mai il cane alla catena, le galline, la stalla.
Tavoletta votiva n. 360 - Interno di una casa
Tavoletta votiva n. 360 - Interno di una casa
All'interno della casa sono invece rappresentati sia tutti gli elementi dell'arredamento (fino al televisore, indice di un certo ceto sociale) sia tutte quelle suppellettili o ornamenti che fanno parte integrante della casa rurale stessa: i quadri sacri alle pareti, la palma benedetta infilata nella cornice, la roncola appesa sopra il camino, la piccola statua sacra, circondata dalle ghirlande di fiori di carta e posta sotto una campana di vetro sul comò. Il pittore mediante la rappresentazione dei particolari della casa cerca di evidenziare anche la personalità del miracolato. Al momento della committenza della tavoletta votiva, infatti, il miracolato racconta al pittore l'evento di cui è stato protagonista lasciandogli il compito di rappresentarlo il più fedelmente possibile. Il racconto del miracolo, quindi, è la trama, il canovaccio su cui il pittore realizza la scena. A lui è demandato il compito di rappresentare la drammaticità dell'evento, ed anche di illustrarlo mediante una dicitura. La dovizia di particolari con la quale la scena viene rappresentata e l'esattezza della collocazione del miracolo sono essenziali perché dal racconto si possa giungere alla visualizzazione del miracolo stesso; capita talvolta che il miracolato non sia soddisfatto della rappresentazione, e che apponga di suo pugno un'aggiunta alla dicitura, che meglio chiarisca l'evento. È un caso che si verifica, generalmente, negli ex-voto degli emigranti, per i quali la committenza è più complessa: il miracolato si rivolge epistolarmente al pittore, quindi il suo racconto, per quanto preciso e dettagliato, non può essere chiarito o specificato ulteriormente; l'emigrante vedrà il suo ex-voto solo quando, di ritorno al paese, si recherà al Santuario. E, se non soddisfatto della precisione del racconto, non gli resta, appunto, che integrare o correggere la dicitura di sua mano.
Tavoletta votiva n. 356 - Una scena del miracolo
Tavoletta votiva n. 356 - Una scena del miracolo
La scena del miracolo viene rappresentata con drammaticità, colori vivaci, elementi che attirino subito l'attenzione sul momento culminante dell'incidente. Le figure umane non sono tutte analoghe: il miracolato è di proporzioni più grandi, rispetto agli altri personaggi della composizione, proprio per evidenziare in lui il protagonista; gli astanti hanno le braccia levate in alto, simbolo di richiesta di aiuto e di preghiera. Talvolta la scena viene rappresentata per sequenze cronologiche: il momento immediatamente precedente l'evento, il momento della disgrazia, la fase successiva del trasporto del ferito o della sua degenza a letto. Le sequenze, delimitate da pennellate a mo' di cornicetta, possono essere orizzontali o verticali. A volte sono separate dall'apparizione. Vi sono anche tavolette che rappresentano due o più miracoli occorsi alla stessa persona. In tal caso la dicitura è molto particolareggiata e specifica le circostanze sia dell'uno che dell'altro evento.
Le tavolette più antiche non sono incorniciate; funge da cornice una larga pennellata di colore contrastante che qua e là si evolve in fregi decorativi. È la costante tipica delle tavolette su lamina di ferro. Le tavolette più recenti, quelle per intenderci su masonite o cartoncino, hanno invece grandi cornici, a volte semplici e lineari, a volte pretenziose e costose; alcune hanno anche un passe-partout in colore contrastante che dà alla tavoletta un aspetto insolito ed ibrido, da quadro esposto in una galleria d'arte. La cornice è a discrezione del pittore; da una parte nobilita la sua opera, dall'altra ne alza il prezzo.
L'apparizione è, nel formulario tradizionale, la parte più importante della tavoletta votiva e anche la più curata. Questo, almeno, accadeva per gli esemplari più antichi, nei quali l'apparizione occupava quasi tutto l'angolo superiore destro (ma spesso anche buona parte della metà superiore, e dominava tutta la scena) in un alone luminoso di raggi o tra nubi tondeggianti. Man mano anche l'apparizione è andata semplificandosi, riducendosi sia nelle dimensioni che nello schema, per cui alla primitiva maestosa divinità che dall'alto provvede al bisogno del miracolato si è sostituita un'apparizione timidamente occhieggiante tra le nubi, dipinta affrettatamente, dai tratti confusi, senza eccessiva cura, quando non è addirittura sostituita da un'immaginetta incollata.
Tavoletta votiva n. 407
Tavoletta votiva n. 407
L'apparizione è separata dal resto della composizione dal medaglione di nubi, come abbiamo detto, o da una pennellata che simula la cornice di un quadro, o infine da una linea netta che divide in due parti o settori il campo della tavoletta. E in realtà si tratta di due piani distinti, il divino appunto e l'umano, uniti per un momento dal meccanismo del miracolo concesso e dal rendimento di grazie. In alcuni esemplari la grazia viene realisticamente rappresentata mediante una serie di lunghi raggi che, partendo dal centro dell'immagine miracolosa giungono al capo del miracolato, quasi ad indicare l’iter dell'influsso divino.
L'apparizione di S. Matteo segue iconograficamente il modulo tradizionale delle immaginette di culto, ma la pietà popolare, per cui un santo è un intermediario tra l'uomo e Dio, ha ammorbidito i tratti somatici e la rigida posizione frontale creando l'immagine di un santo bonario e semplice, che conserva comunque in tutte le raffigurazioni gli elementi caratterizzanti della penna (talvolta degenerata in una palmetta) e del libro.
L'apparizione di S. Matteo compare raramente isolata: la suffragano l'altro grande Signore del Gargano, S. Michele, e le Madonne ivi più venerate, come la Madonna Incoronata (ma c'è anche l'Incoronatella di Apricena), la Madonna di Siponto, la Madonna della Libera e, ma più raramente, la Madonna di Stignano. Talvolta appaiono anche il Crocifisso (venerato ad Ischitella, sul lago di Varano) e le anime purganti. Il Cristo è il trait d'union per eccellenza, per fede e per tradizione, tra l'uomo e Dio e quindi per quanto concerne il suo suffragio si potrebbe anche prescindere da culti particolari instaurati nella zona. Le anime purganti sono anch'esse elemento di mediazione, tanto più quando vengono rappresentate sotto forma di scheletri, una sorta di lectio facilior che accosta o sostituisce alle anime purganti generiche i propri morti, i propri antenati, sotto la cui protezione l'uomo si è sempre posto, fin dalle religioni più primitive, dedicando loro un culto particolare.
Suffragare l'apparizione del santo cui ci si è rivolti vuoi dire anche, al di là della devozione al Cristo o ad una Madonna, evidenziare la pericolosità dell'incidente subito e, di conseguenza, l'eccezionalità, l'importanza del miracolo ricevuto. Per essere poi coerente con il suo culto verso questo o quel santo, talvolta il devoto commissiona due o più tavolette, identiche in tutto salvo che nella dicitura, che privilegia il santo titolare del santuario cui l'ex-voto viene portato; talvolta cambia la committenza: un esemplare viene commissionato dal miracolato in persona, uno da un figlio, o da un genitore.
Tavoletta votiva n. 422 del 1939
Tavoletta votiva n. 422 del 1939
Anche la dicitura ha subito, com'era inevitabile, l'influsso dei tempi. Alla primitiva, breve ma quanto mai chiarificatrice ed esauriente, almeno dal punto di vista religioso, sigla (VFGA, PGR) seguita dalle generalità del votante e dalla data del miracolo, si sono succedute diciture sempre più particolareggiate, nate probabilmente dall'esigenza, oltre che di manifestare la potenza taumaturgica del santo nella grande galleria dei miracoli, anche dal bisogno di esteriorizzare il proprio miracolo. Il devoto miracolato è persona privilegiata, il suo nome è, per così dire, caro al santo. E ciò va pubblicizzato, con dovizia di particolari, sia per rendere onore al santo che per glorificare se stesso.
Troviamo così, accanto alle circostanze del miracolo e al nome, anche l'indirizzo. Non mancano veri e propri resoconti del miracolo, con sottolineature (non metaforiche) dei punti salienti e maiuscole che vogliono evidenziare cose o persone; specificazione dell'ora del miracolo; veri e propri panegirici del santo e, infine, allocuzioni dirette, che si aprono con frasi del tipo: “Caro S. Matteo” e simili. Sono forse le forme più genuine del culto, filo diretto tra uomo e divinità che Chiesa e società e strutture hanno collocato su piani giustapposti e che un atto di fede, personale, ha reso reale e quasi materializzato.
Le diciture ottocentesche sono vergate con molta cura su cartigli disegnati, in caratteri corsivi tipici dell'epoca o a stampatello. Le tavolette del nostro secolo recano diciture scritte a caratteri cubitali, contrastanti (nere su fondo bianco, o viceversa) in calce alla scena rappresentata; su cartigli disegnati o incollati alla tavoletta. Alcune hanno una dicitura scritta a macchina su un foglietto di carta incollato.
Le rappresentazioni di incidenti (cadute da cavallo, morsi di animali, cadute da carretti) descrivono la poderosa natura garganica, brulla e montagnosa, e recano, sullo sfondo, la fabbrica del Santuario nelle varie fasi architettoniche che esso ha subito attraverso i secoli per la sua travagliata e complessa storia. Si tratta quindi di documenti in certo senso storici, a ragione gelosamente conservati dai frati del Santuario.
Tavoletta votiva n. 398 - Ambienti naturali
Tavoletta votiva n. 398 - Ambienti naturali
Altrettanto interessanti e, per altri versi, preziose le tavolette che rappresentano incidenti di caccia, ambientate in zone palustri ormai bonificate e quindi inesistenti o in ambienti naturali che l'edilizia ha distrutto. Nelle tavolette più recenti, invece, il paesaggio reale tende ad essere sostituito da uno immaginario, fatto di una fila di colline all'orizzonte o da un filare di alberi stilizzati, a meno che il tipo di incidente rappresentato non richieda una ambientazione specifica. Manca, comunque, l'adesione al paesaggio, che serve solo a fare da sfondo alla scena e può, quindi, essere del tutto slegato. Fanno eccezione quelle tavolette che, rappresentando incidenti occorsi durante il lavoro in campagna (vendemmia, raccolta delle olive, aratura), descrivono l'ambiente stesso in maniera molto particolareggiata. Bisogna comunque dire che questa descrizione è frutto anche dell'adesione del pittore al tipo di ambiente che descrive e l'estrazione sociale dello stesso gioca un ruolo importante. Un pittore cittadino, tanto per intenderci, descriverà per sentito dire; un pittore contadino per aver vissuto quei momenti personalmente.
Tavoletta votiva n. 387 - Costumi dell'epoca
Tavoletta votiva n. 387 - Costumi dell'epoca
Il costume costituisce un elemento importante ai fini di un'analisi sincronica e diacronica. Esso infatti evidenzia non solo un'epoca ma anche un'occasione particolare - festiva o feriale - una determinata area o uno strato sociale.
In alcune tavolette ottocentesche, specie quelle che rappresentano aggressioni o atti di brigantaggio, il costume del “signore” in calzoni a mezza gamba, ghette bianche, giacca a redingote e jabots di pizzo si contrappone a quello del cafone, in giacca di fustagno, ampio cappellaccio e nessun fronzolo. In una, datata 1857 e raffigurante il morso di un cavallo al cavaliere, il costume è ancora più elaborato, con accenno di parrucca sulla quale troneggia un tocco da notabile. Ancor più interessanti ed indicativi, ai fini di un'analisi sociologica, i costumi femminili, corredati di ornamenti in pizzo e di monili, specie orecchini e girogola, esempi di un'oreficeria molto fiorente fino all'ottocento in tutto il Gargano e di cui bellissime testimonianze sono conservate, oltre che in numerose raccolte private, al Museo Tancredi di Monte Sant'Angelo. Anche per le donne al costume più ricercato della festa fa riscontro quello da lavoro, da contadina, caratterizzato dal grembiule ampio e dal fazzolettone, spesso analogo al grembiule nella trama o nel disegno della stoffa, gettato sulle spalle e allacciato con due cocche sul petto.
Dato il numero rilevante delle tavolette conservate nel Santuario è possibile anche tentare un'analisi dei pittori e delle varie botteghe artigianali che hanno operato nella zona.
Tavoletta votiva n. 60 del 1905 di Nicola Fiandanese
Tavoletta votiva n. 60 del 1905 di Nicola Fiandanese
Le tavolette ottocentesche, almeno quelle della prima metà dell'Ottocento, risentono notevolmente dell'influsso dell'arte colta del tempo, soprattutto nell'uso del colore e nell'impostazione delle figure. In questo periodo si fa luce un pittore - G. Cera - attento osservatore della natura e della realtà circostante, non digiuno, a giudicare dall'impostazione generale della scena, dei canoni pittorici dell'epoca, ma nello stesso tempo partecipe di quella realtà popolare che descrive con intensa adesione. In particolare, alcune delle sue tavolette si riferiscono ad incidenti avvenuti nel corso di pellegrinaggi al Santuario di S. Matteo: vi sono descritti carri coperti carichi - talvolta stracarichi - di pellegrini, uomini donne e bambini colti negli atteggiamenti più vari, compagnie giunte da paesi lontani dopo un viaggio lungo e faticoso verso un contatto più diretto con la divinità, una grazia particolare, un voto da sciogliere. Il pittore è solito apporre in calce alla dicitura la scritta: G. Cera dipinse.
Non sempre i pittori di ex-voto firmano le loro opere, ma queste assumono costanti così peculiari, sia di carattere formale che di carattere tecnico, da lasciarne individuare abbastanza facilmente l'autore. Quando poi per tutto un cinquantennio tavolette di una certa area riprendono determinati motivi e caratteri, è legittimo ipotizzare una scuola, una bottega artigianale che faccia capo ad un pittore di ex-voto noto e fecondo. I pittori di ex-voto non sono molti, infatti, ma sono noti e stimati dalla gente del luogo ed è logico che chi si appresti ad eseguire per la prima volta un ex-voto si rivolga, piuttosto che ad un autore di chiara fama di ambiente colto, troppo distante e “difficile”, a chi per anni ha dipinto tavolette votive.
Agli inizi del Novecento compare Nicola Fiandanese, autore di pochi esemplari del Santuario di S. Matteo, ma di numerosissimi di quello della Madonna di Siponto. Fiandanese ha dipinto incidenti di carretto, morsi di cani, naufragi. Una tra le sue tavolette più pregevoli descrive un momento della pesca con la sciabica lungo il litorale di Manfredonia. L'accuratezza e la precisione con cui i vari elementi della scena (e non di questa soltanto, ma di molte altre analoghe di Siponto) fanno pensare che il pittore non fosse del tutto estraneo all'ambiente marinaro.
Tavoletta votiva n. 378 di Giovanni Gelsomino
Tavoletta votiva n. 378 di Giovanni Gelsomino
Più o meno nello stesso periodo opera Giovanni Gelsomino; sciolto ormai dai canoni ottocenteschi di un'impostazione coreografica della scena, il pittore descrive per lo più incidenti, e quindi ambienti rurali e verdeggianti campagne. Anch'egli, come Cera, ama firmare Pinse Giovanni Gelsomino. Costante particolare delle tavolette di Gelsomino è la doppia apparizione della Madonna di Siponto e di S. Matteo e l'inscrizione di ciascuna apparizione in un medaglione di nubi grigio-azzurre troncato all'apice.
Nell'arco della seconda metà del Novecento si evidenzia, su altri pittori che operano sporadicamente (Aucello, Lopez, Nardella), sia per la particolare tecnica di esecuzione che per il numero di esemplari eseguiti (circa una cinquantina) Salvatore Tomaiuolo, abitante a Monte S. Angelo, di professione marmista. Tomaiuolo alterna le tavolette votive ad altri generi di pittura, come paesaggi, quadri a soggetto sacro, ritratti, stemmi, nature morte.
Tavoletta votiva n. 400 di Salvatore Tomaiuolo
Tavoletta votiva n. 400 di Salvatore Tomaiuolo
Le sue tavolette sono dipinte su lamina di ferro, una pennellata scura delimita la scena, a mo' di cornice allargandosi in basso per contenere la dicitura, scritta in caratteri maiuscoli bianchi su fondo nero.
La natura e la realtà garganica prendono vita nelle tavolette di Tomaiuolo; ambienti rurali ricreati da chi li conosce per esservi vissuto, angoli di Monte S. Angelo caratteristici, con le case imbiancate a calce e i tetti con le scure tegole spioventi, boscaioli intenti alla loro dura fatica nelle radure della Foresta umbra, strade che si inerpicano tortuose verso paesi arroccati sulla montagna delimitate da muretti a secco, la raccolta delle olive, la vendemmia, la trebbiatura.
Un uomo semplice, Tomaiuolo: la sua casa è a piano terra, con una tenda a coprire la 'vetrina' della porta e i pomodori a 'nzzerta appesi a seccare accanto alla porta, sulla parete imbiancata a calce. Quando mostra le sue opere lo fa con orgoglio; dice che gli piacerebbe avere una fotografia dei suoi ex-voto sparsi un po' ovunque nelle chiese del Gargano.
Un cenno merita anche F. Pirro, nativo di S. Marco in Lamis, il pittore degli emigranti. E’ l'autore infatti di un gruppo di tavolette votive recentissime (anni '70) commissionate da emigranti per vari tipi di miracoli. E’ un pittore dalla mano sciolta, moderno, che conosce la tecnica e i modelli dell'arte contemporanea, ma resta pur sempre un tipico pittore di ex-voto dal pathos semplice ed immediato e dai colori vivaci e forti.