Moglie del brigante che ammira il bottino, dipinto di Leon Coignet (1825-1826).Si è detto che tra il Natale e l'Epifania del 1860-61 sindaco e autorità provinciali non vissero ore liete. Oltre ai motivi grossi o principali via via enumerati in questa nostra ricostruzione, quale pesante contorno alle loro notti insonni, v’erano questi altri motivi di inquietudine: contrasti tra le forze garibaldine e i piemontesi, latitanti di ogni risma, agitatori borbonici, renitenti al servizio di leva, reclutatori di giovani per l’Ungheria, sbandati del vecchio esercito borbonico, delinquenti per comuni reati, evasi o fatti evadere dalle carceri; e, salendo la marea dei rivoltosi sia per il malcontento per le opere promesse e non realizzate dal nuovo governo sia per il crescente numero dei briganti, la diffidenza si appuntava anche verso la stessa guardia nazionale ritenuta fiacca, infida e traditrice. Ai contrasti tra i piemontesi e i garibaldini, invisi questi ultimi alla stessa popolazione perché 'arroganti e malvestiti', si è già accennato riferendo alcuni giudizi del sindaco in data 11 dicembre 1860. In questa lettera egli, tra l'altro, proponeva al governo:
'Vi è qui una partita di Cacciatori dell’Ofanto, nella massima parte ragazzi, che non impongono quella dovuta soggezione, perché spogliati di uniforme. Stimerei che i medesimi si ritirino, tanto più che mal si comportano con i soldati del 55°, col cambiarli con altri 20 soldati dell'istesso corpo e sono sicuro che tutto tornerà all'ordine e la quiete verrà ripristinata a norma del mio desiderio e delle premure di Lei e del Sotto-govematore'.
Ancora il sindaco, il 20 dicembre:
'... La presenza della forza si rende tuttavia per lungo tempo necessaria per ristabilire l’ordine e per dare la caccia ai latitanti che infestano questo lenimento, poiché debbonsi combattere gli effetti che han prodotto sull’animo in questo popolo feroce di sua natura, due spaventevoli e generali reazioni avvenute sempre all'idea del saccheggio e degli omicidi'.
Agenti borbonici, reclutatori per reggimenti ungheresi, latitanti ed evasi dalle galere si destano come d’intesa in un sol giorno a vieppiù disorientare ed esasperare il nostro sindaco, già fortemente messo a dura prova dalla sarabanda locale. Si ha l’impressione di assistere, più che alle vicende di una tragica realtà, all'inizio di una rappresentazione scenica, al momento in cui gli attori si dispongono a recitare la loro parte e quelli dell’orchestra ad afferrare gli strumenti per dare inizio ad un concerto, ad una musica indiavolata. L'immagine ci è suggerita dalla coincidenza di certe date. La storia con la sua ironia talora così si diverte. 5 gennaio 1861:
'Sono stati sorpresi in Napoli dei proclami e delle armi che dovevano servire per turbare l’ordine e la tranquillità e sonosi arrestati i principali motori. Si assicura che le fila si estendono anche nelle Provincie col mezzo di agenti borbonici e militari. Giusta le disposizioni pervenutemi dal Dicastero di Polizia, Ella prontamente procurerà di rintracciare tali fila nei luoghi di sua giurisdizione e farà perquisire i domicili dei più notori borbonici, principalmente militari, con la facoltà di procedere all'arresto dei più pericolosi, se si offrono degli elementi agendo sempre con la massima circospezione e prudenza. Il Sottogovernatore'.
5 gennaio 1861:
'Si è fatto credere che girino per le Provincie alcuni i quali si spacciano per reclutatori di uomini, per reggimenti ungheresi. Non avendo il Governo data ad alcuno simile missione. Ella prenderà conto se sia giunto alcuno di tali reclutatori nei luoghi di sua giurisdizione o possa giungervi; e ne farà eseguire l'arresto, facendone rapporto per gli ulteriori provvedimenti di legge. Il Sottogovernatore'.
5 gennaio 1861: altro dispaccio da San Severo:
'Sono evasi dal carcere di Bovino Angelo Maria Del Sambro, Nicandro Polignone, Michele Battista e Angelo Villani di cotesto Comune, condannati ai ferri e che vi erano di passaggio. Si piaccia disporre pronte e accurate ricerche onde essi tornino in potere della giustizia, manifestandomene il risultamento'.
Angelo Maria Del Sambro, Nicandro Polignone, Michele Battista e Angelo Villani saranno, subito dopo, popolarissimamente noti coi soprannomi di Lu Zambro, Nicandrone, Incotticello, Orecchiomozzo: bei nomi, direbbe il Manzoni; ed essi saranno i protagonisti delle vicende brigantesche di maggiore rilievo e di cui ci occuperemo nella seconda parte di questo lavoro. Quattro dei più famosi capibanda della zona, che terranno in iscacco fino a tutto il ‘63 guardia nazionale, polizia ed esercito piemontese, dando filo da torcere agli stessi comandanti il distaccamento per lo stato d'assedio. Sempre a S. Severo intanto, la sera del 2 gennaio
'moltissimi contadini, adunatisi in piazza presero a strepitare pel caro dei viveri, pretendendo di aver saputo, che un carrettiere di Foggia avesse comprato da un fornaio tutto il pane che questi aveva lavorato, e lo avesse trasportato via. Il primo Eletto si adoperò con buoni modi a far disciogliere l'attruppamento e vi riuscì. Ma la mattina seguente si congregarono di nuovo, e più numerosi, ed armati di scuri e bastoni cominciarono a percorrere la città, gridando Viva Francesco II. Rotto lo stemma italiano sopra diversi fondachi di tabacco, essi s'indirizzarono alle carceri, di cui avendo dispersi i custodi, e spezzate le porte, liberarono i detenuti. Intanto la Guardia Nazionale essendo riuscita a rannodarsi, si lanciò coraggiosa sugli ammutinati, i quali dopo alquanta resistenza si volsero in fuga. La lotta pertanto costò pur sangue. Nove o dieci dei tumultuanti perirono nel conflitto, molti restarono feriti, dei militi fu ucciso uno solo (un Domenico Sparavilla) ed il costui figlio, ferito' (Nota 1).
E ancora il 5 gennaio il marchese Camillo Caracciolo, inviato in missione straordinaria, così informa il Farini:
Mucche di razza podolica.'Le popolazioni della Capitanata sono in generale una gente di spiriti miti e temperati, le opinioni politiche sono tra loro poco o nulla sviluppate, perché scarsa anzi che non è l'istruzione, attendendo i ricchi alle speculazioni agricole e commerciali, più che a quelle dell'intelligenza, e le masse essendo costrette (come dovunque) al lavoro manuale per procurarsi di che vivere. Nulladimeno la reazione ha insanguinato le rupi del Gargano, ha turbato il silenzio delle montagne e delle valli di Bovino, ha toccato alquanti Comuni del Distretto di Foggia, e ier l'altro ha seriamente compromesso la città di S. Severo... Ho detto che la Provincia non è molto innanzi in fatto di opinioni politiche... ma ciò non toglie che le cagioni vere dei tumulti reazionari sieno stati in tutt’altro elemento, che in quello di politiche aspirazioni... Sicché la universale opinione delle principali Autorità e della parte intelligente della Provincia, compendia in tre cose i primarii e più stringenti bisogni di questa: Pane, Forza; sobria riforma d’impiegati'(Nota 2).
Sbandati ed evasi ricostruiscono le fila. San Severo, 21 gennaio 1861.
'Signore, ieri mi pervenne dal Sig. Governatore della provincia un foglio del tenore seguente: ‘Il Dicastero di Polizia ha conoscenza che Francesco Borbone nell'accommiatare parecchi uffiziali e sottouffiziali e molti soldati ha raccomandato loro di riunirsi ai suoi benemeriti militari decorati nel 1848 e 1849 per tenerli pronti ad ogni richiamo. Ha dato ai medesimi come segno di ricognizione due nastri rossi con una fascia bleu nel mezzo. E ad altri un nastro rosso orlato verde con una figura rappresentante una serpe con le lettere iniziali S.G. Ella quindi farà procedere all’arresto di tutti i soldati sbandati, sui quali possano rinvenirsi simili nastri. Terrà sotto stretta sorveglianza gli Uffiziali borbonici e principalmente quelli decorati nel 1848 e 1849 per i servizi reazionari e dove mai troverassi che i medesimi avessero contatto con i soldati sopraccennati o che mantenessero corrispondenza criminosa con altri uffiziali o con uomini pericolosi, farà procedere al di loro arresto, avvisandomene subito'.
Altri evasi, altri capibanda di Puglia, Abruzzi e Campania: comincia la fitta comunicazione di elenchi che diverranno poi sempre più lunghi.
'Gli individui notati al margine uniti fra loro in comitiva sono mantenuti dalla reazione e sperano nell’insurrezione dal Pontificio in Terra di Lavoro e negli Abruzzi. Provenendo alcuni di essi nei luoghi di sua giurisdizione deve essere sorvegliato e arrestato, quante volte dalla condotta e dai discorsi si scorgano criminosità; arresto che dovrà sempre eseguirsi per gli evasi' (Da S. Severo, 31 gennaio 1861).
L’elenco comprende 19 nominativi con i rispettivi connotati, tra cui quelli del famoso Cipriano La Gala con parenti ed omonimi, e quello di un certo Fra Carmelo “religioso del Convento di S. Pietro ad aram di Napoli latitante per causa di opinioni”. Qualche giorno prima l’Intendente si premurava di informare il sindaco che
'il famigerato capo squadriglia Angelo Ricciardelli ed i germani di lui Filippo e Tommaso che trovansi in Gaeta, facevan continuo traffico per Napoli sotto mentiti nomi e spoglie, nel fine di destar reazioni in diversi punti'.
Infine nel gennaio 1862 ci fu la prima coscrizione di leva in loco, fatta dal governo italiano:
'... e quasi tutti gli estratti ed abili divennero briganti, divenuti per questo nuovo rinforzo, più audaci. Questo fatto venne encomiato ed incoraggiato da Francesco 2 da Roma, come da lettera al Sig.or rappresentante G. C. qui dell'ex re' (La Porta).
La 'fola' della resa di Gaeta. Da San Severo - 13 febbraio ‘61:
'Signore, il sig. Consigliere del Dicastero della Polizia con telegramma giuntomi or ora mi partecipa quanto appresso. Da Gaeta si ha notizia che l'ex re Francesco II ha chiesto oggi d'imbarcarsi con tutta la famiglia a bordo della corvetta francese La Muette per partire. Si tratta della resa della piazza, la quale probabilmente domani capitolerà in seguito ai guasti immensi prodotti da nuova esplosione. Lo pubblichi immantinente nei comuni di cotesto mandamento'.
Da Foggia - 14 febbraio:
'Ai Signori Intendenti e Sindaci della Provincia. Coi corrieri postali partiti nella scorsa notte ho spedito alle SS.LL. i primi importanti annunzi della prossima resa di Gaeta. Ora riceveranno qui ingiunto l’atto che chiude il dramma e fa pago l'universale desiderio interessando le SS.LL. non solo a darvi la massima pubblicità, ma a festeggiare in tutti i modi religiosi e civili il faustissimo avvenimento come si è prescritto col telegrafo del Dicastero dell'Interno”. Da Napoli, 15 febbraio: “Francesco II col suo seguito ha lasciato Gaeta questa mattina verso le 10, imbarcato sulla corvetta francese La Muette. Pubblicate ques[t]a nuova da per tutto. Napoli, 14, ore 2 a.m.'.
S. Marco in Lamis - 15 febbraio:
Una cartina raffigurante l'assedio di Gaeta.'Sig Governatore, con molta soddisfazione si è ricevuto il di Lei riverito foglio della data di ieri portante la fausta novella della totale resa di Gaeta che si è festeggiata in questo Comune e resa di pubblica ragione”. In pari data: “Sig. Arciprete, per superiori disposizioni comunicatemi con uffizio del sig. Governatore della Provincia in data del 14 corrente si deve festeggiare in tutti i modi religiosi e civili il faustissimo avvenimento della resa di Gaeta, perciò La prego di riunirsi col Rev.do Capitolo nella chiesa Matrice alle 11 antimeridiane di questo giorno ove interverranno tutte le autorità civili e militari con la Guardia Nazionale e il distaccamento del 5° di fanteria italiana per cantare l'inno ambrosiano in ringraziamento a Dio dei benefici ricevuti'.
Tutto questo per una semplice formale manifestazione ufficiale cui presero parte le autorità civili e militari con i pochi liberali, subendo il clero nonostante il divieto del vescovo. Già dallo stesso sindaco sappiamo come dal clero, “in generale ostile”, e dal popolo tutto la notizia fosse accolta “con freddezza”. Anzi, dopo pochi giorni, gli eventi maturano, precipitano addirittura in senso opposto ai desideri relativi alla resa di Gaeta. 19 febbraio:
'La notizia della resa di Gaeta ha prodotto in questo pubblico un effetto sullo spirito soddisfacentissimo, quantunque si creda da pochi. Il sindaco'.
In pari data:
S. Marco in Lamis: bambini a scuola'Lo spirito pubblico di questo mandamento è immegliato dalla novella della resa di Gaeta, comunque il basso popolo la creda una fola. Il brigantaggio è quello che tiene in dispiacere i buoni ed oltre alla comitiva di Del Sambro molti altri si sentono sotto di tal nome. Ed è perciò che la prego disporre che la colonna mobile comandata dal Capitano Salciti perlustri e purghi il tenimento dai grassatori di campagna, perché questi proprietari possano accedere alle loro industrie e darsi travaglio ai poveri bracciali, i quali colla viva forza sono obbligati ritirarsi in paese'.
1 marzo. Uno scatto del sindaco che mette rudemente il dito sulla piaga:
Scuola serale: parla il prete (d. felice Bonfitto).'Sig. Governatore, perché questo pubblico ignorante non presta fede agli ultimi avvenimenti, si parla, in tutti i punti di riunione, di Francesco II, e mille immaginazioni vane sul ritorno dello stesso al regno in ogni giorno fanno gridare quasi in tutti i punti di questo paese senza produrre male alcuno sino a questo momento. Di questa imbecillità che regna in questi popolani vedo ne vogliono trar profitto la molteplicità dei facinorosi che sono nelle campagne che, unendosi coi ladri che sono nel paese, con ogni sforzo meditano e concertano una insurrezione, in forza della quale sperano di saccheggiare e uccidere i proprietari e i galantuomini che credono attaccati all’attuale governo. Voler affidare la pubblica tranquillità alla sola Guardia Nazionale, la maggior parte inerme, ed unita in parentela a questi popolani e forse anco ai ladri, è l’istesso che fare la rovina di questo paese da oggi a domani, mentre Ella deve comprendere che in proporzioni dei popolani feroci di loro natura, sia i galantuomini che le buone Guardie Nazionali rappresentano un piccol punto. È necessaria adunque una forza militare Piemontese, sia per far ricredere il pubblico ed avviarlo nel diritto sentire dell'obbedienza e dell'amare il Governo del Re Vittorio Emanuele, sia per lo arresto dei malviventi che la sola Guardia Nazionale, chi per timore chi per amore non può eseguire; e parlando dei ladri La prego dirmi se posso far arrestare per misura preventiva i sospetti che girano tutto il giorno il paese e poi istruirsi i processi corrispondenti poiché essendo i medesimi in libertà tutti temono di svelarli. Per preservare questo grande e laborioso paese della Provincia dai disastri che il minacciano, condurlo ad amare la Patria, La prego mettere in opera tutti i paterni mezzi, onde mandare subito la forza piemontese e farla qui stanziare fino a tanto che sarà persuaso il pubblico dell’efficacia dell'attuale Governo e pei benefici che apporta, dell'amore che gli deve corrispondere, come ancora fino alla distruzione dei malfattori e ladri che infestano le campagne e che girano per il paese'.
Avvisaglie e primi tentativi. Il giorno seguente il sindaco è costretto ancora a scrivere al governatore, pregandolo di essere creduto sulla denunziata gravita della situazione e di non dare ascolto a informatori superficiali e ottimisti o in mala fede:
S. Marco in Lamis: Scuola serale.'In questo momento che sono le ore 21 un drappello di contadini all'estremo di questo abitato verso mezzogiorno nelle vicinanze della Chiesa della Madonna delle Grazie riunito per fare ammutinamento di altri individui e tentare ed effettuare la vera rivolta han minacciato diversi galantuomini attaccati all'attuale governo per ucciderli e lavarsi le mani nel sangue. Del che avutone conoscenza la G. N. si è riunita in quel punto per arrestarli, ma la malizia e robustezza di questi individui li ha fatti dare a gambe, sicché la G. N. sino ad ora non li ha potuti raggiungere. Si vede ancora in questo momento la comitiva di Angelo Maria Del Sambro sulla vetta della montagna che domina San Marco; in conseguenza si vede il concertato urlo della rivolta; atteso questo fatto, attesa la moltitudine di questi popolani alla di cui proporzione la fedele G.N. ed i galantuomini sono un punto impercettibile, Le spedisco il presente espresso affinché al più presto domani mandi una forza competente per reprimere la rivolta che sarà per scoppiare. Ella, atteso i fatti precisi, spero che voglia credere a quanto Le manifesta un sindaco coscienzioso, senza stare alle ciarle di coloro che o poco conoscitori delle faccende del paese, o senza interesse né della vita né delle sostanze e dell'onore spiegano forse presso di Lei i fatti per innocui o non esistenti. I nomi degli incitatori alla rivolta segno al margine del presente acciò ne abbia a conoscenza'(Nota 2).
Un singolare tentativo di rivolta: una donna alla testa di cinquanta ragazzi. Questo esposto del Capitano della G. N. Matteo Tardio meglio spiega le intenzioni della rivolta tentata.
'S. Marco in L., 26 marzo 1861. Signor Sindaco, ieri sera verso le ore due della notte venne da questa G.N. arrestata Angela Maria Guerrieri che alla testa di circa cinquanta ragazzi di ambo i sessi pubblicamente nella piazza tentava una rivolta con delle grida sediziose di Viva Francesco 2, coll'idea del saccheggio come si era estrinsecata nei giorni antecedenti, soggiungendo a diversi popolani che vedeva aggruppati per propri affari di massacrare i galantuomini e spogliandoli come venne praticato a S. Giovanni Rotondo'.
Ciò basta, nella denuncia fatta lo stesso giorno all'esasperato animo del sindaco e dei pochi fedeli (“un punto impercettibile” di fronte alla massa ostile) al nuovo regno per minacciare l'esodo da S. Marco, sentendosi esposti a pericoli gravissimi e reali e non sufficientemente difesi dal governo piemontese.
S. Marco in Lamis. Bambini che escono da una scuola in Corso Giannone nel secondo dopoguerra.'26 marzo 1861. Sig. Intendente, mi si riferisce dal capitano di questa G.N. Don Matteo Tardio, ieri sera in servizio, di avere dalla forza di suo comando fatta arrestare e presentare a questo signor regio giudice la nominata Angela Maria Guerrieri che alla testa di circa cinquanta ragazzi tentava una insurrezione per devenire al saccheggio e massacro di questi galantuomini dai popolani suoi aderenti. Da più mesi pubblicamente la stessa insinuava il basso popolo alla rivoluzione e ieri sera si sarebbe dato effetto se una forte partita di G.N. non fusse accorsa e dissipato il popolaccio. Si è passata l’arrestata al potere giudiziario con i lumi necessari per istruirsi una regolare processura. Stante quanto di sopra o avuto il bene di rassegnarle e stante pure che i latitanti infestano questo tenimento e sotto il pretesto delle grida sediziose cercano associarsi al popolaccio per quindi entrare in paese e divenire a mano salva al saccheggio e massacro, io La prego per quanto so e posso disporre che questa forza cittadina sia subito armata ed un buon numero di carabinieri piemontesi si porti immediatamente in questo Comune, mentre hanno stabilito che nel sabato santo deve scoppiare la rivolta. Molti uffici ho diretto a Lei e al sig. Intendente per l'istesso oggetto cercando sempre armi e forza per frenare un popolo di diciottomila abitanti e mai ho avuto il bene di essere esaudito; perciò da questo momento francamente Le dichiaro che io, i Capitani della forza cittadina e tutti i buoni galantuomini emigreremo da San Marco che fra pochi giorni si vedrà teatro di strage e di distruzioni se non si daranno pronti ed efficaci mezzi per salvarlo. (Quale) sindaco coscienzioso mi pesa la responsabilità e l'amore per la patria e imploro sollecito rimedio a tanto male'.
S. Marco in Lamis. Anziane allieve di un corso seraleLa rivolta infatti scoppiò funestissima; fu solo rinviata da una festa religiosa a quella più opportunamente e polemicamente intenzionale; e cioè, non il sabato santo ma il giorno dello Statuto. Qui però l’occhio del lettore, come di ognuno sensibile ai problemi educativi e a quelli della scuola, non può non fissare il suo sguardo su quei cinquanta ragazzi istigati alla rivolta da una donna. Altri 'crocchi di ragazzi e giovinastri' in prima fila li abbiamo incontrati nella rivolta tentata e subito sedata nel giorno di Natale del 1860 (Nota 3). L'ombra del concittadino Pietro Giannone aleggia pensosa su questa gioventù garganica, su questa plebe tenuta volutamente nell'ignoranza, perché un giorno, come l'autore del Triregno presentiva, sarebbe stata ai monarchi napoletani fedele alleata contro la nobiltà e la borghesia desiderosa di rinnovamento (Nota 4). Non è fuori posto qui pensare all’analfabetismo di quei ragazzi rivoltosi; analfabetismo strumentale, letterale e civico. Il comune di S. Marco, al tempo dell'unità, sovvenzionava meschinamente solo quattro maestri elementari: due erano addetti all'istruzione dei maschi e due a quella 'delle fanciulle', come si legge in un elenco. Quattro maestri potevano badare a un massimo di 200 alunni: ben misera cosa a petto di 1.500-2.000 ragazzi da scuola esistenti in un comune di 18.000 abitanti. L'analfabetismo era tale che alcuni consiglieri comunali non potevano firmare gli atti del decurionato; notevoli 'i non scribenti' su un totale di 25 decurioni(Nota 5).
Annuncio della capitolazione di Gaeta.Siamo nel febbraio del 1861 e allo scontro sempre più scoperto, già quasi frontale, tra le due parti: tra la 'minuscola' frazione liberale con a capo le autorità civili e l'imponente massa del popolo costantemente incoraggiata, essendovi sempre chi soffia sul fuoco. Notizie ufficiali: 'A Torino si riunisce il Parlamento del nuovo regno. Cavour annunzia alla Camera la definitiva resa di Gaeta'. Da S. Severo e da Foggia il 13 febbraio: 'Domani Gaeta probabilmente si arrenderà'. 14 febbraio, voci liberali: 'Re Francesco si è imbarcato su di una corvetta francese ed è finito il regno borbonico di Napoli'. Voci di popolo: 'Sarà vero?'. Voci del clero: 'Sarà, ma non sappiamo'. Voci del popolo: 'Non è vero, non ci crediamo, noi non vogliamo crederci, non possiamo crederci'. Voci dei facinorosi: 'Non è vero: è una fola messa in giro dai liberali che vanno ammazzati'. Voci di ragazzi: 'Viva Francesco e abbasso Vittorio'. Una vecchia immagine della fortezza di Gaeta.E il popolo ancora una volta stentava a crederci, anzi non voleva crederci, così come il 7 ottobre, giornata della prima reazione, pur essendo Garibaldi a Napoli da un mese; ignoranza ed equivoco di comodo al popolo, a parte del clero e, soprattutto, ai numerosi borbonici. Queste le voci correnti che rispecchiavano il reale stato d'animo dei sammarchesi in quel febbraio. Antefatti Ancor prima della resa di Gaeta vi è stato qualche sporadico e isolato tentativo di invito all'insurrezione e vi era, come dirà lo stesso governatore, un diffuso “stato d'orgasmo”. Il sindaco, con la schietta generosità del suo temperamento, è in preda a un nervosismo che talora raggiunge l’inurbanità, per l'impazienza di aver subito mezzi a disposizione. Un'anonima al sindaco: è certamente di un capo brigante, sicuro di sé per gli episodi che stanno maturando. È un avviso e insieme una minaccia allo stesso sindaco e ai capi della guardia nazionale, M. Tardio e G. Picucci; i quali se si faranno i fatti propri, vuol dire l'anonimo, il giorno dell'ira saranno 'liberati', cioè salvi e rispettati.
Proclama di Francesco II sulla resa di Gaeta.'Ché dunque volento di sapere di questo barbero Matteo Tardio e Giovanni Picucci con altri nazionale di più quello di Rignano anno fatto venire le truppe per rovinare San Marco. E viva Francesco. Il rispettivo Sig. D. Gabriello si presta e prego questho tiranno barbaro e disse della mia vita fate quello che volete ma non mi toccate il popolo di San Marco e sempre, viva Francesco. Vi dico caro Matteo Tardio e Giovanni Picucci perché se vi prestate con altri galantuomini di garantire il popolo di San Marco sarete liberamente con le vostre famiglie. Se Francesco torna acchorreremo. Facciamo ricapito e sempre viva Francesco e la nostra Regina Maria Sofia Malia - Manuele Vittorio fesso, cafone, un cazzone. Il vostro amico Francesco' (Nota 1).
21 gennaio 1861: il governatore al sindaco:
'Non valeva la pena di spedire per espresso una carta del merito di quella che ho rinvenuto nel suo uffizio de’ 19, e che dovea essere guardata con disinvoltura. Ad ogni modo procuri Ella d'indagarne l’autore e lo scopo, a quale oggetto la respingo'.
A proposito della disinvoltura, si vede che il governatore pensa al cestino. Stato d'orgasmo e animi depressi a causa dei facinorosi. 6 febbraio 1861. Il governatore al sindaco:
Soldati garibaldini.'Signore, coi suoi uffizi de' 2 e 5 corrente, il secondo de’ quali sottoscritto anche dal Capitano della Guardia nazionale, mentre sollecita il richiamo dei Cacciatori dell’Ofanto fa vive istanze perché cotesto importante Comune per le passate vicissitudini e per lo stato di orgasmo nel quale ora trovasi ridotto, sia presidiato da una forza militare la quale possa unitamente alla guardia nazionale impedire nuovi disastri da cui è minacciata. Non pel linguaggio virulento ed inurbano che si è usato e che è sempre riprovevole, ma perché sono penetrato dalle esposte imperiose circostanze, ho messo in opera quegli scarsi mezzi che sono in mio potere per migliorare alquanto la grave situazione di cotesto Comune; mezzi che non sonosi avuti, né si hanno per rispondere alle premurose richieste che vengono da tutti i punti della provincia, volendo ogni comune una forza militare per se. Se poi si voglia rimontare alla vera origine dei mali che hanno travagliato e travagliano cotesto Comune, non si deve negare che siansi generati da insolenza, da gare [cioè, rivalità, faziosità] e da disunioni che tuttavia campeggiano a proprio danno, e che non si vogliono ancora bandire per essere forti contro i facinorosi e perturbatori. La guardia nazionale malcomposta dapprima è che ha mal corrisposto in conseguenza alla sua istituzione, dee riordinarsi in forza del Decreto del 14 dicembre; si esegua subito e con esattezza affinché si possa contare sulle proprie forze. Dall'attuale guardia nazionale si faccia la scelta di un competente numero di uomini coraggiosi, atti alle armi ed esperti delle località per dare la caccia ai facinorosi, assicurarli alla giustizia, tranquillizzare le campagne e rialzare gli animi depressi'.
Voci sediziose contro l'unità. 7 febbraio. Sempre il governatore al sindaco:
'Signore, con espresso ha Ella inviato unitamente al suo uffizio di ieri quello del comandante il 55° di linea che segnava la data del primo del mese e che accenna a voci sediziose sparse costà fuori l’abitato nel dì 31 gennaio. Non saprei perché non siasi spedito col corso postale un uffizio di tal fatta e così arretrato'.
Scuse e rettifica del sindaco l’8 febbraio:
'Nel rendere a Lei i dovuti atti di ringraziamento per le paterne e provvide disposizioni perché un distaccamento del 5° di fanteria italiana si fissasse in questo comune... mi terrà poi per iscusato se involontariamente sia uscita qualche espressione insolita alla mia penna mentre mai ho cercato di recare ombra di offesa ai superiori'.
In pari data:
'Sig. Intendente. Con questa istessa data dirigeva al sig. Governatore uffizio del tenore seguente. L'avvenimento delle grida sediziose che accenna il di Lei riverito foglio della data di ieri, ebbe luogo nel giorno 5. Stante in campagna, circa 300 passi distante da questo abitato, e si vuole autore un tale Antonio Tardio. Si è data conoscenza dell'avvenimento a questo sig. Regio Giudice che colla istruzione del processo potrà verificare la verità del fatto e gli autori. In quanto poi allo spirito pubblico, posso assicurare che queste voci sediziose tengono gli animi sempre desti ed in agitazione talché ho dovuto raccomandare alla forza la massima vigilanza e le continue pattuglie sì di notte che di giorno'.
Nel suo esposto del 28 settembre 1861 il sindaco dunque informa il governatore che per la reazione del 27 ottobre il clero di S. Marco ha pagato 'senza far osservazioni'; e così ancor una volta il capitolo collegiale dopo i moti del giugno ‘61. E sarà opportuno, per la delicatezza dell'argomento, che anche noi ci asteniamo da osservazioni e commenti, dando, col dovuto risalto, la parola ai documenti rinvenuti, essendo anche facile la ricostruzione del discusso comportamento dello stesso clero regolare e secolare. C’è da premettere e ricordare l'atteggiamento rigido di opposizione al nuovo regno del vescovo di Foggia Bernardino Frascolla. Nel luglio 1860
'lo stesso Vescovo Frascolla, si vide a mal partito, perché i preti cominciarono a buccinare qualcosa sul suo conto, ond’egli, rizelatosene, volle punirli col sospendere a divinis Antonio Carone, rettore della congregazione del Carmine, e il sacerdote Antonio Varracchio, nonché con l'esiliare l’altro sacerdote Michele Meola. Ma il rigido provvedimento spiacque a tutto il clero e a non pochi cittadini, sicché la sera del nove luglio, prima dell'Ave Maria, monsignor Frascolla credette prudente consiglio, anche a parere dell'intendente, di lasciar Foggia, recandosi a Lucera e di qui a San Marco in Lamis'(Nota 1).
Qui recatesi, (o rifugiatesi, perché in un secondo tempo si trasferì ad Andria per sottrarsi agli ordini delle nuove autorità provinciali), è facile intuire dai suoi sentimenti in qual modo istruisse il clero sammarchese e quali consigli o esortazioni impartisse allo stesso. Abbiamo però notizie, sia pur vaghe e di tradizione orale, che non mancavano in mezzo al clero sacerdoti ribelli al vescovo e che alcuni di essi erano sinceramente liberali. Dopo il moto del 7 ottobre che impaurì sindaco e clero e con cui il popolo manifestò e prese coscienza della propria forza, il 20 ottobre, il sindaco Giuliani, temendo una nuova sedizione, rivolge un caloroso appello al clero, invocandone la collaborazione per il prossimo plebiscito.
S. Marco in Lamis: una processione.'All'arciprete Francesco Paolo Spagnoli, a Don Michele Canonico De Theo, a Don Eugenio canonico Moscarella. La giunta di questo Municipio per raccogliere i voti del comizio che deve celebrarsi qui domani alle ore 13 in continuazione, a tutela della pubblica quiete, si rivolge ancora a Lei onde concorra ad istruire i filiali sulla importanza e formula della votazione la quale è semplicissima, come conosce; essendo a ciascun votante, in cui concorrono i requisiti richiesti dal Decreto Dittatoriale, libero il proferire il SÌ od il NO; come pure lo intervenire o non intervenire nella votazione. La preghiera che la Giunta calorosamente Le porge è che nel giro della parrocchia ed in giornata da vero Pastore qual’è, e per la importanza della cosa pubblica spieghi con tutto impegno il fine ed i mezzi della votazione, affinché all'impero della voce ognuno si attendi; e così solo potrà evitarsi un secondo e più fatale popolare tumulto di cui se ne buccina la fatalità. La Giunta di questa preghiera di già ne ha fatto inteso il Sottogovernatore del Distretto per la somma urgenza e per espresso a proprio discarico'.
Com'è noto, essendoci stata la diserzione generale dalle urne il 21 ottobre, era anche naturale l'astensione dei preti e dei frati dei due conventi, le cui fiorenti famiglie monastiche ammontavano a 6 sacerdoti e 10 laici a Stignano, e a 11 sacerdoti, 7 chierici e 9 laici a S. Matteo, come risulta da rispettive e premurose risposte dei due padri guardiani. All'appello del sindaco l'arciprete Spagnoli, a quel tempo autentica e ascoltatissima potenza locale, risponde col silenzio. Si parla di una sua malattia. Malattia diplomatica? Lo sappiamo comunque 'ristabilito' da una lettera del sindaco il 23 novembre, quando questi ragguaglia il governatore sull’andamento della riscossione della tassa di occupazione:
'Sig. Governatore, essendo la spesa pel mantenimento della truppa eventuale, non potea né posso tanto a Lei che al Decurionato dare una idea adeguata dello ammontare quale potrà avvenire a servizio compiuto. Mi giova solo significarLe che qualunque esito si porta sempre colla intelligenza del corpo municipale. Si è dato principio all'operazione della tassa, colla presenza del Sig. Arciprete, che si è ristabilito, e del decurionato che tiene per norma non solo la possidenza di ciascun cittadino ma benanche gli obblighi di famiglia ripartendo la quota colla massima equità ed esattezza'.
Ma per loro motivi le autorità centrali e provinciali non disarmano. Il nostro sindaco durante il periodo quaresimale riceve contemporaneamente da più parti copie di dispacci telegrafici, il cui tenore, salvo qualche variante, è suppergiù identico. Da Manfredonia, il 10 febbraio '61:
S. Marco in Lamis: una processione.'Signore, Le comunico per di Lei norma ed esecuzione il seguente telegramma del Sig. Governatore di Capitanata. ‘Il Governo prevenuto del pericolo che in questa quaresima parecchi predicatori intendono con abuso del loro ministero, censura, reclusione, suscitare scandali e disordini contro legittima nazionale Autorità, riguarderà gli ordinari responsabili, raccomandando loro diramare istruzioni e mandarne copia al Dicastero Ecclesiastico. Predicatori non proposti né accettati dai Decurionati, secondo le vigenti disposizioni, non avranno diritto alla retribuzione nelle chiese di spettanza municipale o di regio patronato. Potrà anche negarsi l'esercizio della predicazione a costoro se temasi turbato l'ordine. Intanto adempiano alla predicazione la Parrocchia ed i Curati perché non manchi alle popolazioni la parola evangelica. Accadendo abusi si proceda subito a linea penale pel Decreto 24 settembre 1860. Così il Consigliere per l'Ecclesiastico e così il Segretario Generale Nigra per telegrafo d’ordine di S.A.R. il Luogotenente’. Il Sindaco A. Scarnecchia'.
In pari data da S. Severo, con qualche variante su 'scandali' fomentati da quaresimalisti si fanno le stesse raccomandazioni; indi con tono più perentorio anche da Foggia. Ancora da S. Severo, il giorno seguente, si insiste in modo sbrigativo e minaccioso:
'Signore, mi arriva dal Sig. Consigliere di Polizia il seguente telegramma: ‘Badate ai discorsi dei Predicatori della prossima quaresima e se censurano le istituzioni e le leggi dello Stato, arrestateli immediatamente ed inviateli al potere giudiziario perché proceda contro di essi a norma della legge 24 settembre 1860’. Date subito questa istruzione a tutti i funzionari politici da Lei dipendenti'.
Le cose si complicano nel periodo quaresimale per la resa di Gaeta. Il 4 Marzo, sollecitato dal governatore di Foggia, l’Intendente di S. Severo insiste nella richiesta di ampi ragguagli sul comportamento del clero che, in generale, come si desume dalla risposta del sindaco (8 marzo) risulterebbe ostile, soffiando sempre sul fuoco da Andria monsignor Frascolla. Il De Theo così risponde:
S. Marco in Lamis: una processione.'Sig. Intendente, il quaresimalista Don Nicola La Selva(Nota 2 - 1. parte)(Nota 2 - 2. parte)(Nota 2 - 3. parte) nella cattedra si serve del vero spirito evangelico, nulla toccando dell'attuale regime liberale sotto lo scettro del Re Vittorio Emanuele, essendogli stato ciò vietato da Monsignor Frascolla vescovo della Diocesi, come si benignerà scorgere dall'annessa copia di uffizio fattomi esibire dallo stesso, datato da Andria ove trovasi rifugiato per essersi allontanato dalla Diocesi. Non debbo poi tacerle che, ad onta del divieto, purtuttavia insinua l'ubbidienza a chi comanda sempre nei modi generali. Né da Monsignor Frascolla né da altri si è scritto per festeggiare la resa di Gaeta, ma ho dovuto io scrivere di uffizio a questo arciprete D. Francesco Paolo Spagnoli che unitamente al Clero nella Chiesa Collegiale con l’intervento di tutte le Autorità, impiegati e Guardia nazionale ha solenizzato il canto dell’inno ambrosiano in rendimento di grazie all'Altissimo pel fausto avvenimento. Sebbene l’ordine pubblico non abbia, sofferto la menoma alterazione, pur tuttavolta la novella è stata accettata con freddezza da questa popolazione. In generale il clero sembra piuttosto ostile all’attuale Governo ed i confessionali mantengono gli animi agitati e vado a credere che ciò derivi da insinuazioni del Vescovo Frascolla. Il Decreto del 17 scorso Febbraio, relativamente alla soppressione dei diversi ordini religiosi, ha prodotto una sensibile alterazione tanto negli ecclesiastici che nei laici, non apprezzando le disposizioni legislative a quale scopo sono state emesse e che credono tendenti al crollamento della religione. Dico quanto coscienziosamente dovevo dirLe in riscontro al di Lei riverito foglio del 4 stante numero 2170'.
S. Marco in Lamis: una processioneNonostante l'ostilità 'in generale' del clero, da questa stessa lettera del sindaco si desume almeno: 1) che il quaresimalista La Selva dà in visione al sindaco una lettera riservata del suo vescovo, dell’implacabile monsignor Frascolla (lettera-divieto, di cui però non troviamo traccia nei fascicoli dell’archivio comunale, non avendo forse avuto cura lo stesso sindaco di serbarne copia); 2) che il buon sacerdote La Selva “ad onta del divieto pur tuttavia insinua l'ubbidienza a chi comanda”. Balza anche evidente il rapporto confidenziale tra il sindaco e il quaresimalista, il quale diversamente non avrebbe mai dato in visione una lettera del suo superiore, tradendo così il segreto d'ufficio. Ma l’Intendente di S. Severo non desiste: o perché non si sente abbastanza rassicurato dalla risposta del sindaco o perché non gli sarà pervenuta la risposta stessa. Il 25 marzo, riferendosi alla sua del 4, invita ancora una volta il sindaco sollecitamente. Questi, il giorno seguente, non fa che ripetere e ricopiare la sua dell'8, da noi ora riportata. Cade opportuno, prima di procedere, trascrivere anche una circolare ministeriale dell'8 marzo inviata in istruzione ai sindaci dal governo centrale. Essa, oltre a precisare direttive generali di valore, si potrebbe dire, didascalico e di sicura ispirazione cavouriana, in merito allo zelo burocratico, talora privo di tatto delle autorità locali, meglio si intona allo spirito che effettivamente regna in periferia:
'Foggia 8 marzo 1861. Ai Signori Intendenti, Sindaci e Delegati di Pubblica Sicurezza. Dal Consigliere Di Luogotenenza pel Dicastero di Polizia mi è pervenuta la seguente circolare. ‘Questo Dicastero è a notizia del poco lodevole andamento del clero verso il Governo Nazionale, ingenerato o secondato da ordini che vengono da Roma. A tal riguardo le manifesto che cosiffatti ordini, che s’inframmettono nelle faccende civili dello Stato son da tenere altamente illegali, come quelli che invadono un campo sottratto alla giurisdizione dell'autorità da cui emanano. Il clericato vive nella società e non può declinare l'azione sociale senza o compromettere come nel medio evo, l'indipendenza del potere civile o creare lo stato nello stato; assurdi esiziali entrambi e da scansare a tutt’uomo. Il sacerdote non è meno cittadino ed è quindi uguale agli altri dinanzi alla legge, né l'obbedienza passiva può scusare quando il comando trae da fonte illegittima. È alla base di tali considerazioni che il Governo sanciva le prescrizioni consacrate nella legge del 24 settembre 1860, alla cui stretta osservanza io la richiamo. In conclusione: ogni ordine di Roma che invada la sfera dell’azione sociale è da reputarsi illegale; son da ritenere colpevoli quei che gli eseguono senza la regia esecutoria, e deve l'autorità politica curare di colpirli in flagrante e tosto rimetterli al potere giudiziario’. Interesso le SS.LL. a concorrere nella parte rispettiva al rigoroso adempimento di siffatte superiori prescrizioni, affinché sia serbato l'ordine legale, la tranquillità non sia turbata, ed i colpevoli siano prontamente arrestati e puniti dall'Autorità competente. Pel Governatore: N. Giustini'.
Tornando all'insistenza sospettosa del sottintendente di S. Severo, l'impetuoso e coraggioso sindaco De Theo, pensando che 'qualche dispersione ha dovuto dar luogo all'equivoco', cioè per lo smarrimento della sua risposta dell'8 marzo, il 28 ribatte: 'per parte mia credo di aver adempiuto ai miei doveri'. Uguale atteggiamento franco e responsabile terrà, riferendo negli stessi giorni sulla condotta dei frati nei due conventi. Il 21 marzo (si noti l'attività burocratica per gli affari ecclesiastici in questo mese), sempre da S. Severo, gli si chiedeva:
'Per recarsi pienamente ad esecuzione i Decreti del 17 febbraio scorso, intorno agli ordini monastici, è mestieri conoscere la condotta politica e morale serbata dai conventi e monisteri sì di uomini che di donne e la parte che abbiano preso negli ultimi avvenimenti. Ella quindi vorrà, a rigor di posta, informarmi sul conto delle diverse corporazioni religiose di cotesto mandamento, facendo altre investigazioni se le crederà necessarie e riferirmi subito sulla opinione politica, sugli andamenti, sulla morale e sulla utilità delle corporazioni medesime'.
Ed ecco, il giorno successivo, la risposta del sindaco:
Convento di S. Matteo. Pellegrini provenienti da S. Salvo.'Signor Intendente, nell'ambito di questo mandamento vi sono due monisteri di frati mendicanti di S. Francesco. Il primo di S. Matteo Apostolo, dista circa un miglio da questo abitato ed il secondo di S. Maria di Stignano distante 3 miglia da qui. La popolazione non solo, ma i limitrofi comuni prestano maggior devozione a questi due santuari del Gargano ed i pellegrini che necessariamente debbono per qui transitare per visitare l’Arcangelo S. Michele in Montesantangelo ricevono dai frati di detti monisteri ospitalità e benevola accoglienza. I monaci sono addetti agli esercizi di religione ed alla sana istruzione dei giovani di qui e degli altri Comuni della Provincia. Negli ultimi avvenimenti politici han serbato una condotta non censurabile e si sono mostrati ubbidienti alle leggi ed agli ordini delle Autorità costituite. Essendo i due cennati monisteri prossimi all'abitato si prestano per le copiose elemosine agli accattoni e miserabili di questo mandamento. Meritano perciò non solo di essere conservati ma eziandio protetti dall'attuale Governo'.
Il Vescovo di Foggia Bernardino Frascolla.In questa risposta il nostro sindaco fa trasparire la sua preoccupazione di un eventuale danno all’opera benefica dei due conventi, a causa delle nuove leggi cui accenna, donde l'evidente tono apologetico. Si può, a questo punto (marzo 1861), trarre un breve bilancio riassuntivo: a onta dei vari divieti ufficiali dell'irriducibile vescovo Frascolla, con relative minacce di severe sanzioni ai preti trasgressori e, nonostante “l'ostilità in generale del clero” sammarchese, come sappiamo dal sindaco, tra le autorità locali e il clero non vi è stato finora un irrigidimento delle parti e, tanto meno, mai un urto diretto con episodi clamorosi di rilievo. I rapporti ufficiali sono tenuti sempre su una linea di correttezza. Arciprete e parroci, pur con la minaccia di sconsacrazione da parte del vescovo, aprono le chiese per il canto del Te Deum in tutte le occasioni richieste: così il primo ottobre per la discesa nell’Italia Meridionale del nuovo re, così dopo la resa di Gaeta. Il clero paga senza rimostranze apparenti dopo i moti dell'ottobre '60 e del giugno '61 (Nota 3 - 1. parte)(Nota 3 - 2. parte). Tutto questo si spiega anche con i rapporti di parentela: il sindaco Giuliani ha due figli preti, Pietro e Domenico; e il De Theo e il La Selva, suoi successori, hanno nel clero congiunti stretti. Ciò contribuisce notevolmente ad evitare asprezze e irrigidimenti. Tuttavia ciò non toglie che il sindaco De Theo informi "coscienziosamente" i suoi superiori sull'opera sottile e insidiosa compiuta dai preti attraverso il confessionale e in privato, e sulla freddezza con cui è stata accolta la notizia della resa di Gaeta, alimentando la "fola" dell'incredulità. Sull'ostilità "in generale" da lui denunciata si è già detto; ma egli interpone i suoi buoni uffici soprattutto nella tutela dei due santuari, spiegabili per un nobile senso civico, anche se verrà, come si vedrà fra poco, aspramente ripreso dal governatore. Ma quell'opera compiuta dai confessionali e alla chetichella pur produsse i suoi nefasti effetti. Quando nei mesi successivi, aprile-giugno, entreranno in campo aperto i briganti, si nota che qualcosa è mutata nei rapporti tra le due parti. V’è, da parte del clero, un atteggiamento di attesa prudenziale, una resistenza passiva a inviti di funzioni religiose in chiesa per avvenimenti civili, richiamandosi ai divieti del vescovo Frascolla, che prima si erano invece tacitamente trascurati. Quando, con decreto reale del 5 maggio ‘61, il governo torinese stabilì che la prima domenica di giugno era da considerare festa nazionale celebrativa dell'unità d'Italia e dello Statuto del Regno, il ministro degli Interni, Minghetti, con circolare esplicativa del 6 maggio, informa il sindaco, dando consigli di moderazione e opportuni suggerimenti sull'eventuale funzione religiosa con la partecipazione del clero.
'Il Governo di S.M. confida che tutti i vescovi e parroci aderiranno di buon grado a tale invito, e dimostreranno anche in questa occasione la loro carità cittadina. In tal caso avrà luogo la festa religiosa con una messa accompagnata dal canto dell'inno ambrosiano. Ma qualora l'autorità ecclesiastica non credesse di poter aderire a siffatto invito, il Governo di S.M., deplorando l’illusione nella quale taluno si troverebbe, vuole nulla meno che si rispettino scrupolosamente i sentimenti della sua coscienza, e quindi la S. V. non insisterà ulteriormente a tal fine. Bensì, ove fosse nel territorio del comune qualche chiesa di patronato municipale, e alcun sacerdote disposto a celebrarvi la presente solennità, Ella potrà supplire in tal guisa al difetto dell'autorità gerarchica ecclesiastica'.
Da Napoli il 28 maggio Silvio Spaventa, segretario generale del Dicastero dell'Interno e Polizia, raccomanda al sindaco, in egual tono ed eguali termini, riferendosi alle disposizioni del Minghetti, che
'dove è certo che il clero si rifiuti, si astenga anche d'invitarlo per evitare collisioni'.
Senonché, al cortese invito del sindaco De Theo, l’arciprete Spagnoli con tono confidenziale, che è insieme diplomatico e prudente, risponde:
'S. Marco in Lamis primo giugno 1861. Signor sindaco, Monsignor Vescovo per mezzo del suo Pro-Vicario generale, e per mezzo del suo Vicario foraneo con suo foglio in data 30 maggio numero 1828 ha proibito agli Ecclesiastici la festa civile nella domenica prima del corrente, fulminando scomunica, ed altre censure e pene ecclesiastiche contro quei sacerdoti che non ubbidiscano al suo ordine. Ciò serva di riscontro alla di Lei di ufficio in data 1 del corrente, e Le rispingo la circolare. L'arciprete Francesco Paolo Spagnoli'(Nota 4).
Ed ecco, a completare il quadro, altri elementi: qualche nota di colore tragicomico, qualche botta con risposta persuasiva; un po' di pàprica e una doccia fredda sulla testa del sindaco La Selva. Le prime note le espungiamo dai diaristi del tempo. 1) 3 Giugno 1861: Un terremoto.
'Circa le dieci antimeridiane sentiamo un rumore di passi e di voci minacciose per la Strada del Ponte come di una folla agitata da dolore e da spirito di vendetta. Era il cadavere di Agostino Nardella, colpito da una palla di bersagliere, che veniva portato in trionfo. Gli si fanno dell’esequie al suo grado e al suo nome convenienti, il convoglio funebre scortato dai briganti e preceduto dai preti procede a suon di tamburo scortato per la piazza. Come giungono dirimpetto la chiesa di S. Chiara, una scossa di terremoto si avverte e lo scappa scappa che ne segui diede luogo ad equivoci che fortunatamente non hanno seguito: i briganti credonsi traditi dal popolo ed i cittadini proscritti credono incominciata la temuta carneficina. Questi equivoci nacquero dacché non fu sentita la scossa dai primi perché presi dalla idea di sterminare, dai secondi perché preoccupati sulla loro sorte; quindi né gli uni né gli altri erano in grado di avvertire qualunque fenomeno' (Nota 5).
L'equivoco, questa volta prodotto da un fenomeno naturale, provoca gli stessi riflessi psicologici notati nelle giornate del 26 e 27 ottobre: ora, come allora, per notizie tendenziose e incontrollabili, tutti diffidano di tutto. È la paura la vera psicosi del tempo. 2) 5 agosto 1861: un appello caloroso e una risposta sbrigativa e poco persuasiva nella stessa giornata.
“Signor Vicario, con uffizio del signor Governatore della Provincia del 31 caduto luglio che io feci estensivo all’intero Clero di questo mandamento, nella Casa Comunale si ordinava che il Clero medesimo si fosse occupato pubblicando per tutte le contrade di questo paese, come gli sovrastava il grande pericolo della distruzione qualora non avessero ubbidito alle leggi ed avessero fatto una mossa qualunque e tutto ciò per impedire tante calamità. Il generale sig. Pinelli incaricato dal Real Governo alla distruzione del brigantaggio in questa Provincia è intimamente convinto che il R. R. Clero in nome di Dio può persuadere questo ignorante popolo ad ubbidire alle leggi ed a cooperarsi onde riuscire nel suo mandato. E comeché in una sol fiata il Clero medesimo ha adempiuto al suo dovere girando per le strade il giorno 1 corrente e non una sola voce persuade i popoli che anzi li fa rendere sospetti, così la interesso ad imporre al lodato Clero perché almeno tre volte la settimana si occupasse per il pubblico bene predicando per le strade quanto il sig. Governatore della Provincia ordinava. Il sindaco Antonio De Theo”.
“Signor Sindaco, do riscontro al suo pregevole uffizio dal momento a me pervenuto Le partecipo che senza metter tempo in mezzo darò comunicazione a questo Clero quanto saviamente ha ordinato il sig. Governatore della Provincia in ordine alla predicazione che hassi a fare a questo popolo da tutti i sacerdoti onde si conservasse la pace e il buon ordine che dovrà sempre in questa nostra patria perdurare. Il Vicario foraneo Giovan Battista Canonico De Cristofaro”.
3) Un battesimo-pretesto per una manifestazione politica.
“Fu perciò che essendo partorita la moglie del famoso brigante Orecchiomozzo, nel giorno 17 ottobre 1861, nella Chiesa di S. Chiara, si fa solenne il battesimo del neonato, il quale, carico di ricevuti doni, si porta quasi in pubblica esposizione, tra un accorsamento, insolito in simili casi per li larghi complimenti che li attendevano in casa” (Giuliani).
4) 5 giugno 1862: una doccia fredda, a mo’ di epilogo, dopo un precetto pasquale di sessanta briganti in festa a Stignano.
'Signore sindaco, sono dolente di non poter annuire alle sue premure. Il convento di Stignano è stato un nido di briganti, ed è; e codesti naturali, presso i quali la predoneria è fatto abito, potrebbero smettere alquanto di questa loro superstizione, ed essere più onesti. Se il brigantaggio non cesserà, sarò costretto a chiudere pure il convento di S. Matteo.Codesto paese è scandalo della provincia e del regno, né le persone agiate hanno alcun potere, o fingono di non avere per insinuare alla massa il rispetto alla proprietà e l’ubbidienza alle leggi. La stessa G. N. è fiacca, e gran parte di essa manutengola dei briganti. Né voglio far di meno dirle che per codesto paese, il quale è il seminario di tutte le comitive, io sono visto obbligato di invitare il Ministero a proporre alla Camera leggi di eccezione; cioè la deportazione in Sardegna delle famiglie dei briganti e di tutti coloro che sono creduti loro fautori. Così solo ho fede che questo flagello potrà cessare e potranno acquistare pace i pochi onesti di codesto comune tra i quali mi piace annoverare lei. Il Prefetto - firmato - Del Giudice'(Nota 6).
'Bisogno di mantenere la vita ad animi esasperati', così il sindaco di Rignano all’indomani della prima reazione popolare sammarchese del 7 ottobre del '60. Egli, pur nella sua ingenuità, con naturale buon senso sub[o]dora il movente sociale dei rivoltosi che, profittando del nuovo regime di libertà, esprimono il loro impellente bisogno. La lettera è interessante per le indicazioni, sia pure sommarie, che ci fornisce sulle condizioni di questo nostro borgo popoloso e rumoroso.
Un vecchio contadino - ora deceduto - prepara il pancotto.'Sento con rammarico ciò che mi esprime col rapporto di ieri. Né so comprendere come codesto popolo non contento di essersi reso colpevole di una insurrezione, dalla quale altro non ha ricevuto che danno e sventure, voglia ritornare sulle medesime orme per indurre il governo ad adottare altre eccezionali misure di rigore, quando che intende beneficare ogni classe di cittadini e specialmente coloro che, mancanti di mezzi, han bisogno di vitto. Ella certamente conosce le misure che sonosi stabilite e non andrà più oltre dei quindici giorni e vedranno aperti i travagli ai quali si occuperanno i faticatori non solo ma anche quelli che non avvezzi al travaglio invigileranno i primi. Ma quale sarebbe lo scopo dei rivoltosi? Essi non faranno male che a se medesimi e di assai lunga mano maggiori di quelli che per di loro colpa han prodotti. Della intera popolazione di S. Marco e che ella fa ammontare a 18.000 abitanti, credo che la metà siano donne; una buona parte ragazzi e non ancora adulti, un buon numero di proprietari, preti ed industriosi; una buonissima parte di padri di famiglia e gente quieta. Laonde non vi sarebbero a temere che di soli quelli mancanti di ogni mezzo di sussistenza, che non vedendo modo a riparare i di loro bisogni pensano a darsi alle turbolenze. E a questi appunto bisogna tener mente e frenare. Se ella potesse far dare ai medesimi dai fondi comunali una qualche somma in riparo dei bisogni di mantenere la vita, sarebbe il più sicuro mezzo per mitigare gli animi esasperati, e tali somme non andrebbero perdute poiché facendosene un notamento potranno scomputarle dalla mercede che avranno, col certo travaglio che fra breve andrà ad aprirsi. In tali difficili tempi egli è d’uopo agire energicamente ed associati a persone probe ed influenti del Paese e così ella può ovviare a quei mali che avverandosi riuscirebbero dannosi a tutti i di lei amministrati. Il Sindaco Piccirilli'.
Un funerale a S. Marco in Lamis, dove questi fino agli anni '60 del 900 si svolgevano pressoché quotidianamente.Il buon Piccirilli farà presto la sua triste esperienza di questi popolani affamati: quando gli saccheggeranno ed incendieranno una masseria, depredandolo degli averi e di numerosi capi di bestiame. Vi è, in merito, una sua lettera di doglianze al nostro giudice mandamentale in data 6 febbraio 1861. Non sappiamo che cosa allora gli rispose il collega sammarchese, che era poi lo scaltrissimo Giuliani; ma già conosciamo che cosa il successore del Giuliani, il risoluto De Theo, scrisse il 26 novembre ai suoi superiori di S. Severo e di Foggia (Nota 1). Si ricorderà che già il 10 novembre egli informava le autorità provinciali sulle “incertezze” che serpeggiavano nel suo Comune “non per politiche idee ma per la crescente disoccupazione dei bracciali”. Non contento d’aver informato il sottogovernatore, il sindaco De Theo, variamente pressato e preoccupato, pensa di spedire il giorno successivo direttamente un espresso di uguale tenore al governatore di Foggia, giustificandosi: “l'urgenza non permette di attendere il giro pel sottogoverno del distretto”. Ancora il 28 novembre il sindaco, tra l'altro, notificava:
'il motivo del malcontento generale dipende dal pagamento della tassa di guerra. Al contrario i proprietari che obtorto collo hanno dovuto sborsare la somma sono impossibilitati a proseguire i lavori agrari avendo impiegato quel piccolo peculio che avevano per versare la somma od evitare il terribile minacciato saccheggio a questo popolo. Sarei a tenerla pregata per l'organo del sig. Governatore o come meglio Ella creda, far presente tale impellente circostanza al glorioso Re italiano Vittorio Emanuele, perché dal tesoro o da altro fondo potesse questa somma essere rivalutata della tassa pagata e delle spese occorse ed occorrenti pel mantenimento della truppa che ascende a circa ducati ottomila. Per gli eletti è eminentissima l’opinione di essere attaccati al governo del Nostro Glorioso Re Vittorio Emanuele'.
I pochi 'eletti', attaccati al glorioso re Vittorio, si trovano anch'essi nella condizione di non poter seminare le terre, sia perché le campagne sono infestate di latitanti, sia perché non hanno più soldi per pagare gli operai, avendo anticipato la nota vistosa somma alle truppe di occupazione. Così il sindaco continua:
'queste campagne sono infeste di latitanti e la povera gente non puote uscire dal paese per non essere spogliata anche dei vestimenti, motivo per cui è indispensabile una forza che perlustri e purghi il lenimento di sì trista genìa. Non per la carica ma per principi di buon cittadino ho creduto adempiere al mio dovere particolareggiando le parziali nozioni che Ella mi chiedeva col rispettabile foglio della data di ieri e le sono oltre modo tenuto per gli alti sentimenti spiegati da vero italiano e uomo di cuore verso questa infelice popolazione'.
Si noti l'accoratezza del tono, pur risoluto, di questo vero italiano, di questo sindaco 'uomo di cuore'. Altro motivo di disagio non lieve era, nella necessità della permanenza di una truppa numerosa per il mantenimento dell’ordine, la scarsa disponibilità degli alloggi, donde la meraviglia del sottogovernatore quando si vede richiesto di forza militare. Dalla risposta del sindaco emergono altri elementi sulle reali condizioni sociali ed economiche dei suoi amministrati:
'S. Marco 4 marzo 1861. Signore, è vero che la colonna capitanata dal Sig. Salciti avanzò a me doglianze per gli alloggi ai militi, ma Ella deve essere certa che non venne per cattiva intenzione di questi popolani, piuttosto per la posizione del paese, in cui vi sono molti abitanti, e poche abitazioni, talché molte famiglie coabitano fino al numero di tre unità e i proprietari hanno le case così anguste che appena possono tenervi gli oggetti della loro industria. La detta colonna come mi ha riferito il lodato Sig. Salciti si sciolse da sé poiché diversi comuni non diedero i loro contingenti e, mentre qui stanziava, disertò il contingente di Lésina e rimasero con lui quello di Serra, S. Nicandro e questo di S. Marco in Lamis coi quali niun servizio si poteva conchiudere. La prego adunque a disingannarsi sul proposito'.
Riportiamo infine un altro documento, che oltre a sottolineare il carattere franco e risoluto del De Theo, ci sembra di estremo valore e molto realisticamente eloquente sulle condizioni del paese e la politica del nuovo governo.
S. Marco in Lamis dista da S. Giovanni Rotondo ca. 10 km. - All'epoca non esisteva alcun collegamento decente tra i due centri del Gargano.'S. Marco in Lamis, 23 aprile 1861. Sig. Intendente, offre lo spirito pubblico di questo mandamento una oscillazione tale da irrompere da un giorno all'altro in una letale insurrezione, e ciò per i seguenti motivi: 1) Si è promesso ai poveri bracciali il travaglio che non si vede né si vedrà effettuato, comunque il prestito figuri accordato in ducati 2.223, che invece di impiegarsi amministrativamente nella strada di Stignano, con ripieghi vorrebbero spendersi nella strada di San Giovanni Rotondo, mentre per questa esiste un regolare appalto ed è stabilito il fondo nello stato finanziere a solo fine di far piombare la somma nelle mani dell’appaltatore invece di dar pane alla povera gente, unico fine cui tendeva il Decurionato nel domandare il prestito affinché la gente ignorante, avvezza a vedere fatti e non promesse si ricredeva ed incominciava ad apprezzare i frutti del novello regime liberale sotto lo scettro del glorioso Re Vittorio Emanuele. 2) Le campagne sono infette da comitive [di briganti] di diverso numero che inibiscono a questi proprietari di accudire alle loro industrie e fare eseguire i travagli opportuni alle colture e si vedono come maniaci starsene accovacciati nelle proprie case sottoposti dalle comitive istesse a regolari tasse, mentre non bisogna chiamarli più ricatti toccando la generalità. I tristi si vanno raggranellando per formare un corpo e piombare all'improvviso nel paese per portare la distruzione nella vita, onore e sostanze dei pacifici contadini. Che questa non sia una fola parlano i fatti, che dovunque si hanno fatti d’armi e ladronecci sempre figurano sammarchesi. 3) La guardia cittadina abbisogna di una spurga e quindi di essere sollecitamente armata. Si è disposta la venuta del Delegato per la ratifica e le armi, ma le promesse sono state vane ed il soldato inerme non dà soggezione a chicchessia e non si presta il servizio con la mazza. 4) La oscillazione dello spirito pubblico dipende dal fatto che i tristi sotto il pretesto di reazione vorrebbero eseguire il saccheggio e la strage, ed i buoni osservano una debolezza del governo per non reprimere con la presenza della forza il brigantaggio ed i reazionari, sicché il malcontento regna per tutti i lati. 5) Finalmente la promulgazione di tanti decreti senza attuarsene alcuno tiene gli animi in sospeso e credono mancare al governo i poteri per attuarne l'esecuzione. Premesse tali cose, io la prego provocare che in questo comune siano spediti prontamente il delegato di polizia e la forza militare ancorché di dieci o dodici per dare la caccia, in unione alla Guardia Nazionale, ai grassatori di campagna. Sino al momento un amor patrio mi ha rattenuto di rassegnare la carica e stabilirmi altrove, ma se non vedrò attuati i rimedi per salvare il paese da una letale insurrezione, mio malgrado sarò costretto di allontanarmi per non essere con tutti i buoni preda della rivoluzione e mirare la rovina di questo popolo traviato che dovrebbe con occhio benigno essere guardato dalle Autorità preposte al regime del circondario e sopra il quale si specchiano tutti gli altri paesi della provincia'.
'L'insurrezione letale', macchinata dai tristi, paventata e quasi fiutata nell'aria dal sindaco, scoppierà funestissima quaranta giorni dopo. E ancora, a un anno di distanza, precisamente il 5 aprile 1862, il nuovo sindaco La Selva, pur felicitandosi per il ritorno a Foggia del già governatore Del Giudice in veste di prefetto, così mestamente lo informava descrivendo con eguale realismo la paradossale e squallida condizione a cui si erano ridotti i sammarchesi per opera dei briganti e degli stessi decreti restrittivi inerenti allo stato d'assedio:
S. Marco in Lamis: tipica abitazione di poveri.'Questo municipio per mio mezzo esterna le felicitazioni pel ritorno di Lei al regime di questa bella e disgraziata Provincia. Nell’ottobre 1860 questo comune venne dal di Lei senno liberato prima dall'anarchia procurata dall'opera dei tristi e poscia dall'attacco della forza giustamente meritato. Ora il brigantaggio affligge l’intiera provincia e particolarmente questo tenimento che prima formava la delizia dei passeggeri per la bellezza delle svariate colture e per la estesa industria degli animali, ora si vede deserto e distrutto, portando le tracce dell'incendio e devastazioni delle più belle casine di lusso dei primi proprietari sino al misero pagliaio dell’umile contadino. La messe è prossima e se il brigantaggio non viene ad essere annientato, i poveri agricoltori saranno soggetti a vendere il frutto dei loro sudori e consegnarlo ai briganti, o essere distrutti dal fuoco. Il provvido Governo che degnamente Lo ha collocato alla testa della macchina sociale della Provincia, certamente non ignora i mali che la affliggono e fra questi il brigantaggio offre il primato: quanto sangue innocente si è sparso, quante lacrime bagnano le gote delle vedove e dei pupilli che han perduto l'unico appoggio che li alimentava ed ora laceri e tapini pitoccano un tozzo di pane ammuffito all'uscio di qualche caritatevole cittadino e dormono sulla nuda ed umida terra essendosi dismessi anche dal letto ove trovavano il riposo nelle notti. Precipua cura sia la distruzione del brigantaggio e sarà per sempre benedetto il nome dell'Angelo liberatore che purgherà queste contrade dalle feroci e immani bande dei malfattori'.
Mancavano lavori pubblici, ma ostacolati erano anche quelli privati. E ancora il 10 settembre 1862:
Strada interna di S. Marco in Lamis.'Sig. Prefetto, attesa l'urgenza e il bisogno, ho creduto mio dovere pel bene di questi amministrati, convocare la giunta municipale per deliberare sulla necessità di far pernottare in campagna questi piccoli coloni con i bracciali di servizio per la semina dei cereali, mentre volendo eseguire gli ordini superiori che tutti indistintamente in ogni sera ritornassero in paese, si avrebbe il male che la semina di cui è parola non venendo effettuata in questo mese e principio del vegnente, sarebbe meglio sospenderla, poiché essendo i terreni leggieri e situati in luogo freddo e rigido, i geli e le nevi assidererebbero le piccole piante ed i coloni perderebbero tutte le loro fatiche. La disposizione sarebbe ottima qualora i terreni fossero lontani dal paese poche miglia, ma questi distano fino a dieci e più miglia, ed allora il proprietario non farà che visitare il suo podere ed ai bracciali di servizio pagare loro la mercede senza essere servito. Le compiego perciò copia dell'atto deliberativo di questa giunta acciò si compiaccia far emettere dal Governo quelle disposizioni di giustizia pel bene di questa popolazione. Il sindaco'.
'Foggia 12 settembre 1862. Sig. Sindaco, questo Comando generale da cui dipende oggi il derogare o no alle disposizioni di sicurezza pubblica, interpellato sul contenuto dell'emarginata missiva (lavoro di campagna) di codesta segreteria, si è espresso in termini recisi che non si allontanerà in nulla dal prescritto nei suoi manifesti abbastanza chiari. Il Prefetto De Ferrrari'.
Più comprensiva si dimostra l'Autorità militare:
'Comando Generale delle truppe attive e stato d'assedio in Capitanata - manifesto -. Vista l’insufficienza del tempo lasciato all'attuazione della semina... il sottoscritto onde evitare i danni che ne verrebbero qualora molti proprietari per la detta insufficienza di tempo si astenessero dal seminare /ORDINA/ che il termine per l'apertura delle masserie onde addivenire alla semina è prorogato perentoriamente sino a tutto novembre. Con ciò restano diffidati i proprietari di sollecitare le loro operazioni con tutti i loro mezzi, disponendo l’Autorità Militare per quanto possibile onde i coltivatori si abbiano la necessaria protezione. Foggia, 11 ottobre 1862. Il Brigadiere Comandante Conte Mazé De La Roche'.
Diamo infine qualche indicazione sulle condizioni delle campagne circostanti dove ancora nel novembre 1862 i briganti tengono il campo. A richiesta del Comandante il distaccamento del 4° battaglione di fanteria, con qualche punta polemica, il sindaco fornisce queste informazioni:
'S. Marco in Lamis, 13 novembre 1862. Signore, per poter congruamente dare adempimento alla circolare del signor Prefetto della Provincia del 6 dicembre scorso anno, n. 34, non ci doveva essere in questo disgraziato comune il potente ostacolo del brigantaggio. A loro voglia le masserie e le piccole tenute di campagna si vedono spopolate di lavorieri. Licenziano quelli che loro non aggrada ed impongono ai proprietari di mettere al servizio persone a loro piacere. In questo vasto lenimento tanto le grandi quanto le piccole tenute sono corredate di case rurali e volerle enumerare vi occorrerebbe l'opera di mesi di un esperto ingegnere: sono quei progetti che stanno bene a tavolino e che riesce difficile attuarsi. Segno al margine i nomi dei proprietari dei casini che i briganti sogliono frequentare. In quanto poi alle scelleratezze che si commettono dalla banda dei briganti, esse sono note per tutt’il paese; e prima si conoscono da Lei e dal Delegato di pubblica sicurezza e dai Reali Carabinieri e poi da me, perciò si rende bene inutile che io ne la tenessi informata'.
Su cinque contrade indicate dal sindaco risultano ventisette 'casini' di masserie, con relativi nomi di proprietari, frequentemente dominati dai briganti. Nell'autunno 1862 si può dire che, mentre la città è in mano alle autorità civili e militari, nella campagna i briganti dettano legge: s'intravede, oltre una lotta tra città e campagna, quella già scoperta tra proprietari e briganti, seguiti da piccoli contadini e coloni. Un giudizio icastico e sommario. E per concludere, il parere del Massari, relatore alla Camera per conto di un’apposita commissione d'inchiesta, e che, tra l'altro, venendo a S. Marco, ebbe modo di constatare anche la drammatica condizione economica, sociale, politica, morale e il basso livello d'istruzione di questa terra.
'Tanta vigoria e tanto squallore sono naturale apparecchio al brigantaggio. La vita del brigante abbonda di attrattive per il povero contadino, il quale, ponendola a confronto con la vita stentata e misera che egli è condannato a menare, non differisce di certo, dal paragone, conseguenze propizie all’ordine sociale. Il contrasto è terribile, e non è da meravigliare se, nel maggior numero dei casi, il fascino della tentazione a male operare sia irresistibile'.
A suo tempo il governatore, C. Bardesono di Rigras, acuto osservatore dei problemi di Capitanata, così scriveva da Foggia allo stesso Massari il 18-6-1861:
'i galantuomini della provincia da me amministrata si dividono in due categorie, i ladri e i rubati e i primi sono per D. Liborio, i secondi per il Conte di Cavour' (Nota 2).
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