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Unità e brigantaggio
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'Viva l'Italia', si, ma 'di voci non del luogo'
Il Tardio, l’abbiamo già letto, bene e malinconicamente annoterà nei suoi momenti di attenzione acuta e spasmodica:

'Ma quale non fu il nostro stupore allorché ascoltammo le grida di Viva l'Italia, Viva Vittorio Emanuele, con una cadenza regolare fatta e con tuono di voce che indicava non esser del luogo quei che così gridavano'.

S. Marco subiva la definitiva liberazione e terminava così questa singolare Vandea. Ma, in merito all’entrata dei bersaglieri e alla temuta e invocata liberazione, riprendiamo la lettura del vivace racconto del Giuliani:

Il tragitto percorso dai bersaglieri che liberarono S. Marco in Lamis dai briganti nel 1861.
Il tragitto percorso dai bersaglieri che liberarono S. Marco in Lamis dai briganti nel 1861.
'Così finiva il giorno 4; e la notte, come un denso velo, si era già distesa, per nascondere forse l’orrore delle infernali risoluzioni che si stavano progettando tra li baccani delle più sozze ed impudiche orgie, quando al battere delle ore due della notte, si ascolta di seguito una scarica di fucili. Ahi che questi colpi furono subito riprodotti dal cuore nel petto di ognuno! poiché già si credeva che i cannibali cominciavano a lavare nel sangue dei compatrioti quelle mani che poco fa avevano imbrattate nelle loro sostanze. Ma niente di tutto questo, la Dio mercé. Erano sì quei colpi l’eco della Divina voce che sgridava gli iniqui, erano pure quei colpi il segnale del celeste aiuto che incoraggiava gli oppressi. La truppa di qua partita, reduce da Montesantangelo, fu informata in San Giovanni Rotondo del triste caso a cui soggiaceva S. Marco fin da tre giorni.. Il maggiore Facino voleva prendere tempo per organizzare una competente forza, onde riuscire a salvare il paese. Ma il capitano Briggia, la cui memoria dovrà essere eterna negli annali sammarchesi, calcolando li pericoli in cui questi si trovavano, ed il prontissimo aiuto di che abbisognavano, non volle dar tempo al tempo. E perché poi si trattava ancora di poter salvare, col paese i loro fratelli di armi, così pure i soldati impazienti cercarono di partire. Comandava il picchetto di avanguardia il sullodato Briggia; il maggiore Facino seguiva col resto della forza. Sapevano bensì che una compagnia di bersaglieri era partita da Foggia, ma ignoravano tutto l’episodio della mattina. Arrivati nella strada nuova che domina il piano, e scorgendo tutto il paese illuminato (così ordinavano i briganti per tutte le notti) ed in perfetto silenzio, pensava il Briggia che il comandante dei bersaglieri aveva ripristinato l’ordine. Ma di poi sentendo gli allarmi ripetuti nei vari punti dalle fazioni si convinse in contrario; e, fatta fervorosa allocuzione ai soldati, con che li esortava a spiegare nello assalto, che erano per fare, tutto il loro coraggio, poiché niuna speranza avrebbero potuto avere in una ritirata, che li sarebbe stata chiusa da tutte le parti, e che perciò non gli restava che vincere o morire, si inoltrarono per la Noce del Passo. I colpi che si udirono furono appunto quei che, allo sboccare di detta strada, scaricarono sopra un gruppetto di gente che stavano dietro la chiesetta del cimitero. Non vi lasciarono morti ma un solo soldato sbandato ferito; e, libero il primo passo, i soldati, sempre più coraggiosi, si avanzano per la Strada del Ponte.
S. Marco in Lamis: l'attuale Corso Matteotti detto anche 'La chiazza'.
S. Marco in Lamis: l'attuale Corso Matteotti detto anche 'La chiazza'.
Onde poi entrare in Piazza con simile successo ed inosservati, poiché quello sparo non ridestò nessuno, sia perché non fusse stato inteso, sia perché fu interpretato per li soliti spari della sentinella, si tolsero via le scarpe per evitare un calpestio allarmante.
Immessi così nella Piazza e gridando a tutto fiato con la voce dell’ordine: ‘Viva Vittorio Emanuele! Viva l'Italia!’ si divisero parte per sopra e parte per sotto la Piazza, che era deserta, come deserto il quartiere, perché una donna precorse ad avvisare i briganti, che vi erano, dell’entrata dei soldati. Snidarono insomma tutti in un baleno, come belva dalle tane all’appressarsi dei veltri, perché sentendosi assaliti fin dentro le case, nonostante la vigilanza delle loro scolte, già credevano, come da tutti pure si credeva, che immensamente grande russe la forza, che li perseguitava: perciò, sopraffatti, confusi, avviliti, si diedero ad una precipitosa fuga. Due fratelli briganti, i Panzoni, con un terzo compagno, furono arrestati in tempo che bussavano le loro case per prendere rifugio, e furono immediatamente fucilati nel cortile del Palazzo Badiale.
S. Marco in Lamis: una strada interna del paese.
S. Marco in Lamis: una strada interna del paese.
La piccola truppa adunque prende per assalto, e senza la minima perdita o resistenza, il paese, dispone la ronda per l’interno e circonda l’esterno di sentinelle, facendo così veramente mostra di essere creduta un poderoso esercito.
Intanto le grida e il fracasso dei soldati entrati in piazza, arrivavano alle orecchie dei lontani come lo strepito del temuto pericolo, quindi ai battiti accelerati del cuore, succede un irresistibile tremore per la vita, ed un pallore di morte già li rende cadaveri prima del tempo. Una voce, poco o male intesa, par che li dica: i soldati! i soldati? e come poter venire questo aiuto così di soppiatto e senza resistenza? Inganno! rispondevano tra sé: voce dolosa esser quella intesa, che cerca deludere l’incanto prima di ucciderlo. In tale prevenzione perciò non si osò nemmeno fare capolino. Ma siccome con l’avvicinarsi, più distinte si facevano le voci, così non si dubitò più che il tanto sospirato aiuto era già arrivato opportuno. I ringraziamenti più sinceri volevano farsi agli angeli liberatori, ma questi, per timore di qualche tradimento, impedivano di aprirsi le porte chiuse nonché di affacciarsi alle finestre. Inni di ringraziamento si fecero allora all’Altissimo, che si degnò nella sua misericordia visitare e fare la redenzione del popolo suo. Allo spavento era subentrato il coraggio, al pericolo la sicurezza, ed una nuova vita da quel momento si incominciava a vivere, dopo di avere sì fatalmente sofferto”.

La liberazione: 'pelo e contropelo'.

S. Marco in Lamis: l'attuale V.le della Repubblica, anticamente denominato 'il piano'.
S. Marco in Lamis: l'attuale V.le della Repubblica, anticamente denominato 'il piano'.
'Sorge il giorno 5; e benché gli animi siansi assicurati, le forze del corpo rinfrancate, e tutto l’essere ripristinato, pure un certo che di triste e di malinconico si scorgeva inviluppare ancora tutto il paese. Le strade spopolate e deserte non davano al certo che la sembianza di un luogo romito e senza gente. Erano tutte rannicchiate nelle case, aspettando quali nuovi ordini si sentissero, ed anche perché gli ufficiali passeggiando lungo le piazze con le sciabole sguainate impedivano a chicchessia la sortita. Durò questo piccolo assedio per poche ore del mattino. Fatta libera l’uscita e incominciando a circolare gli informatori e le notizie, si seppe che durante la notte altri quattro soldati sbandati erano stati uccisi dai posti dei soldati per non aver risposto alle voci di fermata; che il comandante aveva ordinato di chiudersi di muro a secco tutti i capistrada fuori l’abitato; ma che poi si restrinse a far chiudere solamente la strada della chiesa; consegnarsi tutti gli oggetti appartenenti alla truppa e rubati nel quartiere, con la pena di fucilazione fra 24 ore; con la stessa pena e con lo medesimo perentorio consegnarsi tutte le armi da fuoco e da taglio e munizioni; e pagarsi fra tre giorni, per indennizzo ai danni sofferti dalla truppa e per sovvenzione alle famiglie dei soldati uccisi lire 16.150 dai proprietari e lire 2.550 dal Capitolo. Tutti questi ordini col rigore e con la furia militare furono eseguiti appuntino. Degli innocenti e dei rei, adunque se ne fece così una massa; che anzi questi ultimi, che erano tutti del popolaccio più miserabile, non ne sentirono il menomo danno, tranne che per timore del fucile, riconsegnarono nella vegnente notte in mezzo alle strade e ai canali gli oggetti saccheggiati nel quartiere. La vita salva fu ben ricomprata e, dopo la barba di una rozza mano, conveniva ricevere il contropelo di una mano più delicata. Nel giorno 6 venne un rinforzo di soldati da Manfredonia con un delegato di polizia, poliziotti e due cannoni; e vennero pure quelli istessi bersaglieri che furono dai rivoltosi respinti e dai quali si ebbero tutti i particolari di quell'attacco. Da questa notte incominciarono vari arresti di conniventi, e tra gli altri vi fu quello sbandato che restava gravemente ferito nella prima scarica all’entrata dei soldati, e che poi morì in carcere nel giorno undici.
Nel giorno 7 furono sparati 21 colpi di cannone in mezzo al Piano per la inaugurazione della bandiera posta sul campanile dell’orologio, e furono chiamati tutti i genitori e i parenti delli sbandati a ciò si fussero cooperati alla presentazione di quelli ai quali si condonava ogni pena, riprendendo il servizio militare. Questa mediazione riuscì veramente efficace, poiché sino alla seguente sera del giorno 8 si contarono 62 sbandati presentati. Arrivano ancora molti altri soldati, e parve che con tanta forza, la quale occupa tutta la nuova chiesa ancora in costruzione, l’altra di S. Antonio Abate, le case di Serrilli nel Piano ed il Palazzo Badiale, con tanta forza, diceva, e con tanti sbandati presentati, volesse ogni cosa rientrare nell’ordine, lasciando in campagna i soli briganti ed in poco numero. Il maggiore comandante avendo pensato a sovvenire le famiglie dei due soldati uccisi con la sopradetta imposta militarmente esatta, pensò ancora, ed in ciò cristianamente, a sovvenire pure per l'eterno riposo le anime di quei. Quindi nel giorno 10 fu dato l’ordine a tutto il clero il quale, con la sua solita prontezza, celebrò un solenne funerale per quei prodi, offrendo, oltre all’incomodo personale, anche la cera; e ciò per piccola sopraggiunta alla tassa innocentemente pagata. Nel medesimo giorno partono per Manfredonia i presentati sbandati da imbarcarsi per Genova e viene il giudice istruttore. Nel giorno 11 parte per Foggia il maggiore Facino, lasciando il comando al capitano Briggia, e seco porta tutte le armi depositate nel disarmo generale. Era sua intenzione lasciare armati i soli guardiani comunali e badiali, ma di poi, dopo replicate preghiere, condiscese a lasciare 45 fucili per armarsi persone fiduciose al capitano. Fino al giorno 16, a poco a poco, vennero richiamati gran parte dei soldati: partirono pure i cannoni, per li quali il Delegato Sig. Califani, che li portava da Manfredonia, esigé da questo municipio ducati 12 al giorno; e non vi rimase che una piccola forza per difesa del paese, lasciato perfettamente inerme'.

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Tra il vecchio e il nuovo, ultimo scontro in campo aperto.

'Il valore di noi basilicatesi e pugliesi non era secondo a quello dei piemontesi, per quanto mancasse in noi l'entusiasmo di un ideale e si combattesse colla tempesta degli odi nell'anima'.
Carmine Crocco

Torniamo ora al Giuliani che, essendo più osservatore che attore, meglio conserva il distacco e la puntualità del cronista. Non dispiaccia qualche ripetizione, dopo quanto già sappiamo dal processo di Trani e dal Tardio. Sono, del resto, angoli visuali diversi, che meglio integrano la narrazione dei fatti nel loro reale svolgimento.

San Marco in Lamis. Costruzione rurale in contrada 'Cardinale'.
San Marco in Lamis. Costruzione rurale in contrada 'Cardinale'.
'Durante il generale disarmo, la capitolazione coi soldati e la barbara carneficina descritta, altri non meno barbari commilitoni cercano di assalire il quartiere militare, accanitissimamente difeso da quel solo soldato ivi rifugiato, dopo che con tanta prodezza seppe, con un semplice compagno, sostenere la difesa del passaggio per la taverna. Vivissimo e continuo era il fuoco che si riceveva contro dalla porta del cortile, e che esso di rimando faceva dalla corrispondente finestra; e non l’avrebbero certamente vinto, perché di munizioni ne aveva abbastanza, se la nequizia non avesse consigliato uno degli assalitori di entrare nel soprano a destra del gran muro, e di là passare inosservato nel vecchio casamento del cortile, dal quale poté prendere in mira il novello Coclite e, feritelo nella mascella sinistra, lo finì di vita. Cessata la difesa, il quartiere divenne il richiamo di tutti i malevoli, uomini e donne, che in poco tempo saccheggiarono tutto e distrussero tutto.
Così adunque, fra i timori e i tremori continui, si contarono le ore di tutta la giornata, sino a che si cominciarono a sentire gli spari intercalati e i ripetuti allarmi delle sentinelle, come nella notte antecedente. Ma però, se in agitazione spaventosa passò questo giorno per gli abitanti, fu molto più terribile per gli infelici soldati i quali, dopo essere stato preso il quartiere, furono chiusi nelle carceri a quello sottoposto, e furono minacciati di fucilazione se arrivata fosse la forza in difesa del paese. A simile proposta certamente è a credersi che tutta la dimora di quei disgraziati in quelle carceri non fu che una prolungata agonia, e tale per l’appunto la facevano palese, quando domandavano alle donne, che salivano e scendevano portando via le cose dal quartiere: ‘Ci verranno ad uccidere i briganti?’ (Nota 1 - 1. parte) (Nota 1 - 2. parte). Prima che fusse arrivata l'alba del giorno 4, tutto il popolo si era desto: i buoni per informarsi delle novità che vi erano, e se qualche angelo liberatore veniva col nuovo giorno a liberarli dagli artigli di simili belve; ed i cattivi, che ansiosi anelavano il momento per mettere mano al saccheggio e alla spoglia.
S. Marco in Lamis. Costruzione in località 'Bosco di Brancia'.
S. Marco in Lamis. Costruzione in località 'Bosco di Brancia'.
All’uscire del sole, quando nel paese tutto era tumulto, e dapertutto si facevano concerti, si videro sopra ‘le coppe’, per la via di Foggia, in due compagnie divisi, uomini armati che, allo sventolare delle penne, si conobbero per bersaglieri. Un allarme generale risuonò un istante per tutti i campi; un brulicame di varie genti di varie età, di ambo i sessi, tutti quei insomma che erano già pronti per il saccheggio, per lo spoglio, ed anche per la carneficina, armati ed inermi, concorsero come ad una festa (Nota 2) contro dei beni arrivati.
Ma nello stesso tempo un’iride di speranza, un’aura di conforto ravvivò gli animi quasi abbattuti delle vittime designate. E molti, approfittando della circostanza in cui i punti di uscita non erano più guardati, se ne fuggirono, mettendo in salvo almeno la vita. I bersaglieri, che veniva in aiuto, erano arrivati in Foggia l’antecedente sera, e di là li faceva partire per questa volta a due ore di notte il Prefetto per notizia ricevuta da S. Giovanni Rotondo che in S. Marco in Lamis erano entrati i briganti. Stanchi, anelanti erano adunque ed oppressi i bersaglieri quando ci arrivarono a vista. Incominciarono non pertanto un vivissimo fuoco contro gli assalitori; ma di poi credendo tutto quello immenso popolo armato, e temendo di essere chiusi nel mezzo, si diedero a precipitosa fuga. Non tutti però avevano la stessa lena a battere ugualmente al corso la ritirata. Quattro di essi, custodendo un compagno che al disagio non resse, ed a poco a poco perdeva vigore, lasciarono indietro. Comandava la masnada il famoso brigante Agostino Nardella ‘Potecaro’ che, a cavallo ed accompagnato da suo cognato Vincenzo Mimmo, inseguiva i soldati, precedendo di qualche tratto il suo esercito. Quei prodi, giudicando inevitabile la loro ruina, e calcolando essere meglio morire che cadere vivi nelle mani di tali carnefici, inosservati da dietro le ‘macerie’, quando li ebbero in mira, gli scagliarono sopra magistralmente i loro fucili. L’Agostino Potecaro si ebbe una palla nel petto, perdendo così il merito di quel poco di bene che fece nella reazione, quando salvava la deputazione partita per Rignano al Generale Romano dalle minacce degli iniqui, ed il cognato ne rimase gravemente ferito. Gli accorsi, sia per compiangere il cadavere del loro condottiero, sia per domandare al ferito dell’accaduto, diedero tempo con questa fermata ai feritori, non solo di salvarsi, ma ancora di raggiungere i compagni e prendere con questi respiro sino al passaggio del fiume Candelaro. Solo l’infelice bersagliere, che, per la totale estenuazione delle forze, non avendo potuto seguire i compagni, fu raggiunto e senza misericordia a colpi di accetta fu sacrificato all'infernal furore (Nota 3).
S. Marco in Lamis. La 'croce del piano', dove venivano fucilati/esposti i briganti. Ora non esiste più.
S. Marco in Lamis. La 'croce del piano', dove venivano fucilati/esposti i briganti. Ora non esiste più.
Lo scoraggiamento più terribile che prima toccò negli animi di quei pochi lasciati in casa, che non poterono fuggire, o non vollero fuggire per non andare incontro a non meno peggiori disastri, quando videro che il desiderato aiuto veniva respinto e quando udirono che, al tornar del bravo popolo, di tutti quei che non erano accorsi alla comune difesa se ne sarebbe fatta carneficina. Ma per grazia di Dio non fu così. Lo sarebbe stato per certo se il dittatore Agostino Potecaro fosse tornato vivo e vincitore, perché questi erano i suoi piani e questo era il giorno designato di sacrificare tutti quei che indossavano una giacca, un dito più lunga della sua (Nota 4) e poiché il desiderio degli iniqui, allorché Dio non vuole, perisce, così, cerziorato dalla morte del suo condottiero, il popolaccio guerriero, alla spicciolata se ne tornò circa il mezzogiorno, piuttosto mesto che irato, e piuttosto vinto che vincitore. A questo inaspettato evento, ma le cento volte benedetto, come il vero soccorso della Onnipotente Divina Mano, novellamente si rinfrancarono gli animi, che quasi in una prolungata agonia si vedevano spirare la vita; non pertanto potevano ancora assicurarsela, perché il maligno genio, che di questo popolo sedotto ne regolava le mosse, viene bene espresso da un’idra a sette teste, la quale è sempre viva finché non se le recidano tutte. E infatti: eseguito il funebre accompagnamento alla sepoltura nei soliti modi di cristiana usanza, e, tribuiti all’estinto campione gli ultimi onori, i briganti e tutti gli sbandati ricominciarono a circuire per le case dei proprietari, e domandare denaro, vettovaglie, munizioni, vestiari ed altro, ed in proporzione della famiglia, sotto l'onesto ritrovato di pagare, rivestire e rifocillare i consorti che avevano esposta la vita per liberare la patria dai comuni nemici. O Patria mia, che sorta di difensori ti avesti!
In simil modo misero a loro disposizione le cantine, i macelli, le botteghe e quanto desiderar potea la loro sfrenata ingordigia. Insomma si fece in tutto il paese un tale saccheggio che per lo suo modo bonario pare non leggersi il simile in tutte le storie.
Terminate queste visite domiciliarie, col finire del giorno, chi non doveva pensare che la vegnente notte sarebbe stata delle due prime la peggiore, perché la crapula avrebbe potuto risvegliare la ferocia dei predatori e spingerli all'ultimo scempio? In queste ambascie, adunque, era ognuno quando, trascorsi due intieri giorni ed approssimata la terza notte, sempre in una alternativa di speranze e di timori, di conforto e di abbandono, di vita e di morte, si disperava comunemente di quella forza opportuna che li avesse salvati'.

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La voce di un protagonista

Immagine di Giuseppe Tardio.
Immagine di Giuseppe Tardio.
Interrompiamo il discorso del Giuliani per dare la parola a un protagonista dell’unica famiglia che ha saputo e voluto resistere agli invasori. È una voce viva, vibrante di emozioni, pur nel racconto semplice e dignitoso, la cui eco, a distanza di tempo, tocca ancora il lettore.
Appartenente a una famiglia di ben noti liberali e antiborbonici, figlio del fervido patriota e coraggioso capo della guardia nazionale, dottore Matteo Tardio, questo giovane medico, Giuseppe, nobile e generoso e di schietto e civile comportamento verso chiunque, di fede risorgimentale sincera e non libresca, avendo avuto modo, durante gli studi universitari di Napoli, di frequentare ambienti che si ispiravano ai nuovi ideali unitari e progressisti, è certamente la più limpida figura di liberale sammarchese. È un uomo che, con la sua famiglia, scrive una bella pagina nella storia del risorgimento locale, e riscatta molti concittadini della sua classe dalla loro tiepidezza e, talora, viltà, ponendosi come un seme fecondo per la rinascita cittadina.
Il frontestizio dei ricordi di Giuseppe Tardio.
Il frontestizio dei ricordi di Giuseppe Tardio.
Dato il suo carattere, si è detto, generoso ma non impulsivo, non serberà rancore verso nessuno e, vent'anni dopo, quando un suo giovane figlio licealista comprometterà l’esito della licenza liceale, per aver protestato con altri compagni contro il preside del suo istituto per la mancata commemorazione in morte di Garibaldi, si porrà senz’altro dalla parte del figliuolo, deplorando il divieto del preside-rettore, il prete Arcinetti, del Convitto nazionale di Lucera e la sanzione disciplinare dell’intervenuto commissario ministeriale, l'illustre filologo Kerbaker (Immagine)Michele-Kerbaker.jpg.
Quando Vittorio Emanuele entrò in Napoli Giuseppe Tardio fu deputato a rappresentare il suo comune ed ebbe colà un colloquio con il ministro Farini (Immagine)Luigi_Carlo_Farini.jpg, nel cui corso ebbe a chiedergli opportuni provvedimenti d’ordine sociale ed economico per la sua città, prevedendo lucidamente i luttuosi fatti del giugno. Nelle sue pregevoli memorie racconta:

Veduta aerea di San Marco in Lamis - 1972.
Veduta aerea di San Marco in Lamis - 1972.
“La cosa pubblica peggiorando sempre, la forza mancando, eravam pervenuti alla fine di maggio del 1861, quando i ladri, divenuti briganti e messi alla testa di un cinquanta de’ più tristi, scorrazzavano liberamente per la campagna e minacciavano di entrare in paese a portarvi lo sterminio e il saccheggio. Temendosi che la minaccia si fosse tradotta in atto, essendo il popolo minuto disposto a secondarli, alcuni di essi per prendere parte al sacco, altri in buona fede credendo di servir così la causa del loro legittimo sovrano, si fece rapporto al Governatore della Provincia per richiedergli soccorso. In seguito di che si mandarono qui il dì 30 maggio due compagnie di linea, comandate dal capitano Briggia. Furono accolti questi soldati come i salvatori della patria, dapoiché era voce generale che al giorno 30 sarebbe avvenuta la reazione senza di essi. Ma doveva esser breve la gioia: le dette due compagnie, non si sa per quali superiori disposizioni, abbandonarono addì primo giugno il paese, lasciando a guardare le munizioni tredici o quattordici soldati. Che errore! Il più funesto avvenimento imprendo ora a narrare. Nella sera del 2 giugno, festa dello Statuto Nazionale, la prima che si celebrava in tutto il Regno, verso le ore 23 (Nota 1) si sente un fuggì fuggi, un serrar di porte, un rumore indefinito come il tuono che precede l’uragano. Che è che non è, spingendo lo sguardo d’intorno, si veggono i punti circostanti al paese occupati dai briganti a cavallo che minacciano di invadere l’interno dell’abitato e dall'altra parte una massa d’uomini e donne pieni dello spirito diabolico e d’uccidere e di rubare che, applaudendo alla massa di quei cavalieri, l’incoraggiano a proseguire la meta cui accennano con segni e grida di: Viva Francesco II. L'entrare in paese e fondersi con essi è tutt’uno. Donde lo spavento nel cuore dei buoni e l’impotenza a resistere di vantaggio. Mio padre, come uno dei capitani della Guardia Nazionale, fa testa quando può con sette soldati (trovandosi gli altri alla custodia dei furgoni), tre guardie mobili e pochi militi cittadini, ma vistosi abbandonato da tutti e ridottosi alla insignificante forza di 10 armati, stima bene di trincerarsi nella propria casa, seguito dai soldati e dalle tre guardie mobili. La nostra casa viene immediatamente fatta segno de’ briganti ai colpi [i quali] dopo aver occupato il corpo di guardia nazionale, sito sotto il palazzo Villani e gli sbocchi delle strade adiacenti, senz’esser menomamente molestati dai proprietari dei luoghi occupati: anzi, vi son taluni che li ospitano subito come gente di buon affare e di civili costumi. Tutta la notte dirigono contro i nostri, quando loro vien fatto prenderne di mira, qualcuno dei colpi di fucile, mentre altri sono intenti a disarmare gli agiati cittadini e requisir danaro e munizioni. Di guisa che, al mattino seguente, tutti disarmati di buona o mala voglia, fraternizzano coi briganti. Solo la nostra casa l’era rimasta armata ed intatta, non avendosi il coraggio nemmeno di passarvi d’avanti durante la notte e la dimane. Ora con 12 o 13 fucili la potevam durare per due o tre di contro l’intiero popolo?
Mio padre, risoluto a non arrendersi, sperava che la forza regolare fosse venuta presto a liberarci dall’imminente pericolo. Difatti rifiutammo le condizioni di resa proposteci da Agostino Nardella, sembrandoci vergognoso il capitolar coi briganti. Tra i nostri eravi un tal Antonio Scarpa, comunemente chiamato “Mulo Tardio”, perché allevato da mio zio Francesco Paolo Tardio, cui davasi intiera fiducia come a persona di famiglia. Questi ci tradì aprendo di soppiatto la porta della stalla ed introducendo nell’interno del palazzo i briganti capitanati dal detto Nardella. Questo tradimento avveniva alle ore di mezzodì del giorno 3, allorché mio padre, stanco per la veglia della notte precedente, riposava un poco. Quale non fu la nostra sorpresa nel vederci improvvisamente assaliti da un’orda di assassini dal volto truce e minaccioso. Credemmo essere finita per noi la vita, ridotti come ci vedevamo all’impotenza di resistere. Agostino, in nome dei suoi tentò di rassicurarci, ma a condizione che avessimo indotti i soldati e le guardie, che si trovavano barricati al secondo piano, a farsi disarmare. Se la parola di un brigante sia da rassicurare noi allora certo nol pensammo. Ma non essendovi altra sfuggita, mio padre salì al secondo piano per proporre a quelli armati il cedere le armi, promettendosi loro invece salva la vita. I soldati, considerando che la resistenza, una volta che i nemici erano padroni del primo piano, sarebbe riuscita per se stessa inutile e, per noi, motivo di morte, non stettero un istante in forse e cedettero le armi. Oh cielo! Che orrore! I soldati disarmati sono tradotti prigioneri nel corpo di guardia e le tre guardie mobili, a nome Francesco Nardella, Giovanni Mimmo e Giuseppe Nardella, come dei briganti acerrimi nemici e persecutori, sono massacrati con quella ferocia che caratterizza la iena. Giunto a questo punto, non mi sento abbastanza forte di tirare innanzi il triste racconto. Invero, come dire tutti i particolari di quella scena, se il dolore, congiunto allo spavento, ci aveva resi ebeti? Potrei riuscire un fedele narratore se, al momento che scrivo, comunque lungi dal pericolo, sentomi commosso e confuso, come se stessi tuttavia sotto il pondo di uno spaventevole incubo? Quindi, accennerò sommariamente ai momenti di terribile angoscia patiti e alle scene viste da me e intese da altri tanto quanto, perché chi legge queste pagine si abbia a fare un’idea del luttuoso avvenimento.
Dopo consumato l'eccidio dei tre, alcuni briganti incominciano ad insultarmi e stanno per eseguire le loro minacce, quando, alle grida di mia madre e delle sorelle, accorre Angelo Maria Del Sambro e mi mette sotto la sua protezione, dicendo che egli, con tale atto, si disobbligava meco per un servizio che io gli resi nel dicembre del '59, allorché ferito, fu medicato da me nel carcere criminale senz’ombra di diffidenza e di timore, mentre altri chirurghi rifiutarono l’opera loro, temendo di lui come di una belva feroce. Sicché debbo la vita ad un uomo che aveva per costume l’abitudine di calpestare il giusto e l'onesto, ad un uomo che si deliziava nello spargere il sangue altrui. E tutto ciò per un sentimento di gratitudine! Noto quest’atto, non tanto per dire il pericolo corso ed il modo meraviglioso onde l’evitai, quanto per segnalare come, tal fiata, anche tra gli uomini perduti si risveglia l'idea di un'azione generosa.
In seguito di quanto mi accadde ed in vista della condotta provocante e altiera tenuta dai briganti e dal popolo, massime donne che con quelli fraternizzavano, potevamo vivere tranquilli sulle nostre sorti? Era un continuo palpitare. Il timore di vederci, da un istante all'altro, massacrati ci aveva sfigurati a segno che larve ambulanti senza meta e senza interesse sembravamo. Tanto più il brigante Gabriele Galardi, per mostrarsi ufficioso verso mio padre, cui era obbligato per certi ligami di lontana parentela per parte della moglie, ci faceva noto il disegno ordito dai suoi compagni contro la vita della famiglia e quindi consigliava premurosamente di abbandonare la casa e rifugiarci in luogo sicuro.
Altre notizie ci pervenivano del pari sconfortanti, come la lista di proscrizione già segnata contro molti cittadini distinti per ricchezza e per ingegno, come questi avrebbero dovuto, dietro sommari giudizi, essere macellati su dei ceppi stabiliti in tre diversi siti della piazza. Anzi, oltre l’attentato contro di me, mio padre corse per ben due volte il pericolo di essere assassinato, nella prima per mano del brigante conosciuto sotto il nome di Francischiello di Rignano, un vero tigre, nella seconda per mano del brigante detto Vicaiuolo. Come ancora Giovanni La Selva, in qualità di fidanzato della sorella Barbara era con noi, venne del pari minacciato. In una parola, eravam in continuo trepidanti sulla sorte che, da momento a momento ci poteva toccare. Ma come fare per uscire di casa, senza essere veduti e nasconderei altrove, essendo tenuti a vista? Ecco caduti nella massima desolazione! Non sapevamo a quale santo votarci. Agostino ed Angelo ci avevan dato parola che non saremmo stati toccati, e tal guarentigia ci veniva fatta dietro promessa di compensarli per bene con vistose somme. Ma potevam fidenti riposar sulla loro parola? Erano briganti, ed i briganti non sogliono essere due volte generosi: poi si era certi che la loro influenza, quali capi dell'onda vandalica, saria sempre voluta per opporsi ai disegni assassini della maggioranza, sitibonda del nostro sangue? Sicché, dovunque ci volgevamo, non vedevamo che inevitabile, certa, la triste fine. Durò questo stadio di vita, che dico? di agonia, tutto il giorno e la notte ancora, mentre dalla parte nemica si era intenti a compiere l’opera di distruzione col saccheggio, con l'incendio e col disarmo. Dire quanto patimmo in quelle ore sarebbe ardua impresa per chiunque, per me poi impossibile, non reggendo l’animo alla rimembranza del crudele supplizio. Dirò soltanto che il paese in 24 ore era tramutato in una bolgia infernale. All’ordine succeduta l’anarchia, non si sentivano che orribili favelle, non si vedevano che volti truci dagli occhi sanguigni, non si consumavano che azioni inique. In tanta baraonda, dai buoni cittadini si presentiva il totale esterminio, giusto il disegno stabilito nella lista di proscrizione. La Provvidenza volle che differissero l’esecuzione dell’iniquo progetto al domani, giorno 4. Ciò che salvò il paese, come si dirà più appresso. Al domani continuava il descritto stato di cose, crescendo nei ribaldi l’ardire, la baldanza di misfare nei buoni il timore della vita, dell’onore, delle sostanze, quando, verso le 7 antimeridiane, si sentì battere la generale, chiamandosi il popolo sotto le armi per respingere i bersaglieri che, al numero di 200, venivano spediti da Foggia. I bersaglieri si erano avvicinati alle mura circa un tiro di fucile, la massa, composta di uomini e donne, al numero di più di 4.000, capitanata da
S. Marco in Lamis: l'imbocco di Via Roma, percorsa a passo di carica dai bersaglieri che liberarono il paese dall'occupazione dei briganti.
S. Marco in Lamis: l'imbocco di Via Roma, percorsa a passo di carica dai bersaglieri che liberarono il paese dall'occupazione dei briganti.
Agostino Nardella, e preceduta a mo’ di avanguardia dai briganti, si slanciò con tanto entusiasmo contro quelli da metterli tosto in fuga. Si apre il combattimento con una viva fucileria, i bersaglieri rinculando sempre, i briganti inseguendo, si caricavano scambievolmente. Durante il combattimento, l’interno dell’abitato rimasto deserto, ci venne fatto l’agio di poter abbandonare la casa e rifugiarci in qualche luogo nascosto. Noi già non eravamo in grado di comprendere la situazione, tanta era l’atonia in cui eravamo caduti. Le figlie di don Teodoro Vincitorio e la famiglia di don Michelarcangelo Pomella fecero le più sollecite premure, questa per riceverci in casa propria, quella per darci un passaggio, onde giungere inosservati al luogo dell'offertoci asilo. Siate per sempre benedette, o anime generose! A voi deve la vita e l'onore un’intiera famiglia. Sino a quando scintilla di vita ci animi, la memoria di voi si serberà cara nei nostri petti. Come trasognati, sortimmo per la porta della stalla, fummo introdotti nella casa Vincitorio, senza essere veduti da chicchessia, di là per un finestrino sporgente sul tetto nel cortile di casa Pomella scendemmo, per ivi celarci. Oltre le dette due famiglie, sapevano il nostro nascondiglio i fratelli Domenico Lucadeo e Giuseppe Nardella, i quali raccoglievano delle notizie per riferirle. Per un momento aprimmo il cuore alla speranza, credendoci riparati in sicuro porto; ma ben tosto ricademmo in quella specie d’agonia, pensando alla disfatta dei bersaglieri e temendo che il nostro nascondiglio venisse, presto o tardi, scoverto. Tanto più che si andava vociferando che la venuta dei bersaglieri fosse stata da mio padre procurata, per corriere a posta, donde imprecazioni, bestemmie e grida di morte contro la famiglia. Si immagini: senza cibo e senza sonno, di fronte ad un abisso senza fondo, facevamo davvero compassione. Circa le 10 antimeridiane sentiamo un rumore di passi e di voci minacciose per la Strada del Ponte, come di una folla agitata da dolore e da spirito di vendetta. Era il cadavere di Agostino Nardella, colpito da una palla di bersagliere, che veniva portato in trionfo”.

Durante l’esequie del Nardella avviene quell’improvvisa scossa di terremoto (Nota 2) che provoca una confusione generale, tipica della psicosi di paura da cui in quei giorni tutti sono pervasi: i briganti hanno paura di essere traditi dal popolo e dai preti; questi, a loro volta, dai briganti; il popolo pensa a un improvviso arrivo dei piemontesi e i liberali credono giunta l'ora del loro sterminio.

“Conosciutasi la causa del parapiglia, i briganti ripresero la salma del loro capo e proseguirono, ma i cittadini non si tranquillarono perciò che la loro fine, se differita, era ugualmente inevitabile.
La morte di Agostino fu la vera fortuna del paese, perché era un capo astuto e sapeva mantenere una certa disciplina nelle sue masnade. E pertanto i briganti, fugati i bersaglieri e fatte le esequie, si diressero alla rinfusa verso Rignano ove, giunti, mettono tutto a sacco e gozzovigliano. Di ritorno da Rignano, circa le tre e mezza pomeridiane, mezzo ubriachi, urlano che voglion vendetta del loro capo Agostino, vanno difilati al nostro palazzo. Non trovando sopra chi sfogar la loro ira bestiale, bestemmiano, imprecano, rompono, saccheggiano: che se non si portò la totale rovina, fu opera di Nicandro Polignone, pregato dalla madre per imporre a quei vandali di desistere. Continuando a gavazzar tra il saccheggio e il vino e i succulenti cibi, si ubriacano del tutto. A queste provvidenziali circostanze dobbiamo tutti la vita ed il paese la sua salvezza. Imperciocché, senza un capo influente, trovandosi in preda esclusivamente dei loro animaleschi istinti, non osservano alcuna disciplina, ognuno agiva per conto proprio, chi briaco fradicio si sdraiava per terra, altri continuavano a bere e a bestemmiare, altri ancora non completamente brilli andavano ricattando per le case dei proprietari”.

Il popolo ormai non ascolta più i capi: è sordo ai richiami di Nicandro Polignone, come già lo fu nei riguardi di Agostino e di “Lu Zambro”.

S. Marco in Lamis: uno dei numerosi palazzi di 'galantuomini' presenti in C.so Matteotti. Questo si trova quasi di fronte al palazzo di Tardio assediato dai briganti.
S. Marco in Lamis: uno dei numerosi palazzi di 'galantuomini' presenti in C.so Matteotti. Questo si trova quasi di fronte al palazzo di Tardio assediato dai briganti.
'Insomma, tutti, credendosi in casa propria, non curavano di guarentirsi con le necessario misure contro un probabile attacco. Così, e non altrimenti, si spiega il prodigioso avvenimento della sera del 4. La babelica confusione era giunta al colmo, quando, ad una mezz’ora di notte circa, si sente una scarica simultanea di fucili. Noi andammo subito all’idea che l'era quello il segnale della progettata carneficina. Ma quale non fu il nostro stupore, allorché ascoltammo le grida di: ‘Viva l'Italia, Viva Vittorio Emanuele’, con una cadenza regolare fatta e con tuono di voce che indicava non essere del luogo quei che così gridavano. Ciò nonostante, per la tema che fosse quello uno stratagemma messo in uso dai briganti per snidare i cittadini che si erano celati, ci mettemmo in guardia e, pria che fossimo usciti dal nascondiglio, mandammo persona di nostra fiducia ad esplorar il terreno. Ritornò poco dopo con la consolante notizia che c’erano soldati i quali, avendo sorpreso il paese senza custodia, lo invasero di botto. Non dando tempo che i nemici si riscuotessero, fecero diversi arresti e fucilazioni, misero in istato di assedio la città, ad ogni sbocco di strada principale, situando un soldato in fazione. Ma lo stato d'assedio non fu sì rigoroso da impedire la fuga di malandrini, perché la forza era insufficiente per stabilire un cordone militare intorno all’abitato. Finalmente si può respirare, essendo gli amici dell’ordine i padroni della piazza. Uscimmo dal nascondiglio, prendemmo un po’ di cibo offertoci dalla generosità degli ospiti e ci addormentammo in quella stessa casa, non stimando conveniente rientrare la sera nel nostro palazzo, perché all’oscuro e senz’esser conosciuti potevam esser presi per nemici. Al mattino seguente, dopo aver rinfrancato con sonno e col cibo le forze, fummo ricercati dall’autorità militare la quale, come ci vide, compassionando il nostro stato, ci rincuora con confortanti parole e ci invita con segni manifesti di deferenza a rientrare in casa. Il vederci liberati da orribil morte fu causa d’immenso giubilo e, come ci incontravamo, amici e parenti, piangevam di gioia. Ne avevam ben d’onde, che il supplizio patito fu peggio che mille morti.
Il maggior Facino, che muovendo da Montesantangelo il mattino con una compagnia di soldati di linea, giunse sull’imbrunire a vista del paese, non curando la propria vita, invase l’abitato a passo di carica. Fortuna per lui e per noi che i nostri nemici erano tutti briachi e sbandati per diversi punti del paese, senza di che gli sarebbe stato impossibile con quella poca forza riuscire nell’impresa. Sicché dobbiamo a lui la nostra esistenza. Passi il nome del maggior Facino di generazione in generazione glorioso e benedetto come quello del più grande benefattore' (Nota 3).

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Le amarezze del vecchio sindaco
A questo punto sarà meglio tornare al Giuliani, testimone accorato dei misfatti, (sia pure per bocca, o meglio per mezzo della penna del canonico figlio Pietro) e, ancor più, amareggiato e deluso per la defezione di molti della sua classe e di moltissimi di quella parte del popolo che egli credeva a sé fedele e seguace. Si spiega anche la sua indignazione con una certa nobile ira impotente; e il tutto serve a meglio ravvivare il racconto.
Così riprende il Giuliani:

S. Marco in Lamis: il palazzo del capitano Tardio.
S. Marco in Lamis: il palazzo del capitano Tardio.
'Accertatisi [i briganti] in tal modo che il popolo forte era stato già invaso e conquiso da un timore panico, e che non avrebbe fatto ad essi la minima resistenza, e che al contrario il popolaccio vile, misero perché ignorante, disperato perché misero, e quindi il più indolente custode della libertà, essendo quello che ha sempre meno da perdere, sarebbe stato tutto ligio ad essi, e li avrebbe secondati nel loro intento, porzione di essi si diresse verso la taverna badiale, dove dové sostenere un vivissimo fuoco che si faceva da due soldati a guardia del furgone, essendo solo questi due prodi lasciati fuori quando il Sig. Tardio condusse seco il resto, per fortificarsi in casa. La resistenza dunque di questi due soldati fu tale che i briganti dovettero deporre il pensiero di più resistere. Verso l’annottare, ad uno dei due soldati riuscì fuggire e fortificarsi nel palazzo badiale, ove era il loro quartiere, e l'altro, lasciato solo e senza munizioni fu obbligato a cedere le armi. In questo combattimento non fu ferito alcuno: solamente il figlio di Angelo Gravina si ebbe un colpo che gli fracassò nel mezzo la canna del fucile mentre lo stava ricaricando.
Essendosi, come dicevo, il palazzo del capitano Tardio reso bastantemente forte con l’aggiunzione dei soldati agli altri che aveva innanzi armati, si aspettava da coloro che erano isolati nelle loro case con le armi alle finestre ed ai balconi, che da esso o dai palazzi dei signori Serrilli, Gabriele, Villani ed altri, forti anch’essi di garzoni, guardiani e dipendenti, si fusse fatto fuoco quando di là passavano i briganti (Nota 1). Essendo poi succeduto tutto al contrario, perché vedevansi i briganti passeggiare impunemente lungo la piazza, la prudenza consigliò non solo deporre le armi, ma ancora ogni pensiero di ostilità.
Dopo queste prime scene la turba festosa, con grida selvaggie imponeva una generale illuminazione e la esposizione delle bandiere bianche. Avanzatasi la notte, ognuno si lasciò tranquillo nella sua casa. Solo per le piazze si udivano le grida festose di un popolo baccante e, di tratto in tratto, in tutto il circuito dell'abitato ora lo scoppio di un fucile ed ora le voci delle scolte che vigilavano per chiudere l'uscita a chicchessia.
Si univa ai briganti il traditore confidente della casa del Sig. Tardio, Antonio Scarpa, Mulo Tardio, il quale fece manifesto ai compagni che in quella casa stavano nascosti dieci soldati italiani e tre guardie mobili. Trista per ognuno dei pacifici e dei buoni fu la notte, in pensando che la vita, l’onore, la proprietà, poste nel dispotismo dei conquistatori, potevano ad ogni momento cadere nell'irreparabile sterminio del più sfrenato ed esiziale libertinaggio; ma tristissimo fu altresì il nascente giorno del 3, quando, ai primi albori, e dopo i fantasmi della passata notte, vedevansi circuire la città, e replicare le busse alle ancor chiuse porte, uomini ferocemente armati: ‘tanto fatti più baldi quanto più vigliacchi scorgevano i loro nemici’, che domandavano in un affettato modo di bonarietà tutte le armi e le munizioni che ognuno si avesse potuto tenere. Forte contrasto dové succedere nel palazzo Tardio, perché i soldati ivi racchiusi non volevano, così vilmente ed a perpetua ignominia della divisa, deporre quelle armi che poco fa, nelle ultime battaglie della indipendenza, li avevano coperti di eterna gloria; ma le preghiere del sig. Tardio, il pianto delle figlie, e forse ancora la imparità di forza rispetto ad un popolo sfrenato, pronto certamente a minare e scalare per tutte le parti il difeso palazzo, li costrinse a cedere le armi. Fatto questo disarmo, che fu l'ultimo scoraggiamento di tutti, ed i soldati portati in quartiere, la ciurma ribelle domanda al sig. Tardio la consegna di tre individui, Francesco Nardella, alias Giarrino, Giuseppe Nardella e Giovanni Mimmo, già nemici dichiarati dei briganti, perché questi, in colonna mobile avevano perlustrate le campagne per inseguirli ed avevano villanamente minacciato le loro donne. Alle replicate istanze aggiunte ancora le minacce, questi non poté più simularne la presenza, e, ricevutane da loro promessa di non offenderli nella vita, sotto la di lui garanzia li fece uscire da una fossetta in cui si erano nascosti. Or figuratevi quale fiducia possa aversi sulle promesse di simile genia! Appena quei tre infelici furono alla loro presenza, inermi, senza difesa e senza aiuto, divennero lo scherno di quei barbari, che dopo pochi rimproveri di parole li sacrificarono a colpi di baionette ferrate sui fucili, e, così spiranti, li precipitarono giù nella strada, per la loggetta all'altezza di un venti palmi'.

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S. Marco in Lamis: vecchia foto di Via Allegato. Il muraglione a sx della foto ora non esiste più; a dx si vede il quartiere del 'casalotto'.
S. Marco in Lamis: vecchia foto di Via Allegato. Il muraglione a sx della foto ora non esiste più; a dx si vede il quartiere del 'casalotto'.
'Fatti audaci quei malfattori delle loro felici escursioni e grassazioni per sì lungo tempo esercitate, e giovandosi di un fatale dualismo che divideva in partiti gli abitanti di S. Marco in Lamis (Nota 3), meditarono di invadere il paese nel giorno della solennità del Corpus Domini [30 maggio 1861]. Non è a dissimularsi che il loro disegno, se non fu consigliato e provocato dai retrivi e clericali, doveva riuscire almeno loro gradito imperciocché dal primo momento del felice riordinamento politico di queste nostre provincie, essi non si restarono di spargere voci e notizie sovversive, soffiando anche nei confessionili parole di scomunica per imporsi alle coscienze deboli del volgo cieco ed ignorante. Essi venivano fortificati nelle loro colpevoli pratiche dalle Encicliche sediziose del famigerato Vescovo di Foggia Mons. Frascolla, per lo che aspiravano ad abbattere ed umiliare il ceto dei buoni per non perdere potere ed influenza. Però coloro ai quali non si era spenta ogni scintilla di patria carità avendone a tempo informate le autorità della provincia mandarono per quel giorno a vuoto il reo divisamente. Un forte distaccamento di valorosi soldati Italiani fu spedito in San Marco in Lamis e così si tenne lontana la tempesta.
Sventuratamente quei prodi furono richiamati e ripartirono la mattina della domenica 2 giugno restando colà 27 soldati in custodia di un furgone e degli oggetti di equipaggio. Questa intempestiva partenza accese il coraggio dei briganti e rianimò le speranze dei tristi. Lo stesso giorno già si facevano precorrere le notizie del loro ingresso in S. Marco in Lamis.
Cimitero di S. Marco in Lamis: monumento funebre del capitano della Guardia Nazionale Matteo Tardio, deceduto giovane nel 1863.
Cimitero di S. Marco in Lamis: monumento funebre del capitano della Guardia Nazionale Matteo Tardio, deceduto giovane nel 1863.
Invano i capitani della Guardia Nazionale eccitavano i militi alla resistenza, perché essi spaventati da una specie di fremito popolare, cui il volgo suol darsi in circostanze straordinarie, preferirono ritirarsi e chiudersi nelle proprie case. Vedendo il Capitano Matteo Tardio ed altri animosi uffiziali di non esservi nulla a sperare, sfiduciati si riducevano nelle rispettive case al momento che si annunziava l'ingresso dei briganti, i quali avendo già occupato tutti i punti che davano ingresso al paese, fu forza che dieci soldati si rifugiassero in casa dello stesso Tardio, ove si erano anche nascosti tre militi della Guardia Mobile, Francesco Nardella, Giuseppe Nardella e Giovanni Mimmo.
Per l’apatia o la debolezza dei buoni spesso si verifica che i malvagi si rendono padroni del campo.
Così avvenne in S. Marco in Lamis, dove senza veruna resistenza entrarono con pompa trionfale circa 50 briganti a cavallo comandati dai suddetti Del Sambro, Nardella e Polignone, gridando Viva Francesco 2°, Viva Pio Nono, Viva la Religione. Altri briganti stavano alla vedetta sulle montagne circostanti, queste turbe di cannibali ingrossate da un gran numero di soldati sbandati e da una folla di coloro che non desideravano di meglio che di darsi al saccheggio e alla rapina. Venne a preferenza occupato il posto di Guardia, dove quei vandali con mano sacrilega distrussero un altarino eretto per la solennità della festa nazionale, e calpestarono le immagini del nostro generoso Sovrano con le bandiere nazionali sostituendovi quelle del loro Re. Fecero lo stesso con lo stemma che ne ornava l'ingresso. Quindi la turba feroce andò a circondare e ad invadere il quartiere dove si erano chiusi quei pochi soldati, e tre di essi addetti alla custodia del furgone non avendo voluto cedere il posto ne riportarono delle fucilate che menarono a morte uno di quei bravi e prodi soldati. Gli altri sopraffatti dal numero ebbero a cedere, e, come prigioneri furono rinchiusi nel carcere... Dopo quelle prime scene di sangue, la turba festosa con grida selvagge imponeva una generale illuminazione, la esposizione di bandiere bianche; e, divisa in bande, disarmò quasi tutti coloro dai quali temeva una resistenza. Quindi circondava la casa del medico Leonardo Tancredi e l'altra del capitano Tardio, invisi ai tristi... Nel resto della notte si limitarono a vuotare qualche botte di vino tolta ad alcuni proprietari”.

La tesi del magistrato.
Dalla lunga e minuta requisitoria si espunge questa tesi:

“Lo scopo precipuo e unico del movimento insurrezionale fu la rapina, il furto e la vendetta privata, e la causa politica, cui accenna il processo, vi concorse come secondaria ed accidentale, o meglio servì di occasione e di pretesto per abbandonarsi a tanti eccessi”.

Vecchia foto del municio di S. Marco in Lamis.
Vecchia foto del municio di S. Marco in Lamis.
Questo per il giudice istruttore.
Ma il buon magistrato, spinto dall'indignazione morale, non vede altro o si rifiuta di vedere più a fondo. L’encomiabile zelo, però, che lo induce per dovere d’ufficio a registrare tutto, lo tradisce, lo fa cadere in contraddizione e offre spunti preziosi a un lettore un po’ smaliziato. A parte il movente sociale, sempre presente, già cronico durante il passato regime e che qui spunta, anzi esplode clamorosamente ed emerge come fortemente istigatore; a parte l'endemica ignoranza del tempo borbonico e l’istigazione clericale e i fatti personali e la brama di sangue e di rapina dei briganti, lo “scopo precipuo” e non “secondario” parrebbe essere proprio quello politico. I briganti invasori erano una cinquantina al momento dell’occupazione; e poi precisamente 78, come risulta dall'atto di accusa definitivo. Dall'altra parte non vi era che un altrettanto, e forse più esiguo numero di liberali, tra galantuomini e guardie nazionali. Va detto, tra parentesi, che questi pochi erano rappresentanti di tutti i ceti sociali, non esclusi quelli infimi, come è testimoniato dalla morte (i soli) dei due Nardella e di Mimmo. Fervidi e sinceri patrioti come il sarto Calvitto, assassinato nell'ottobre precedente.
A chi, è il caso di dire, il popolo? Naturalmente ai briganti, anche se questi se ne serviranno come strumento delle loro scelleratezze. Il giudice istruttore, infatti, ammette che i briganti entrarono in S. Marco “senza veruna resistenza”, accolti “con pompa trionfale” da quasi tutto il popolo. E si parla anche di centinaia e centinaia per non dire di migliaia, di contadini entusiasti, di San Marco e di Rignano, pronti “ad avvampare i soldati dello scomunicato” re Vittorio. Pertanto non si spiegherebbe diversamente l’ultimo fatto d'armi sulla via che mena a Rignano, tra i pochi soldati regolari e la “gran turba” capitanata dall'ardimentoso Agostino Nardella, che cade nello scontro, insieme con altri 14 del suo seguito. Questo fatto, a parte i briganti, padroni incontrastati della città per tre giorni, ha tutte le caratteristiche degli altri due moti politici del 7 e del 21 ottobre, quando non vi era ancora ombra di briganti e di scoperte necessità sociali, anzi allora troviamo lo stesso Agostino Nardella a capo di tutti i suoi concittadini, indistintamente, contro i facinorosi assassini di San Giovanni Rotondo.
Si tratta dunque, a parer nostro, di un ultimo scontro tra il vecchio e il nuovo, di un ultimo sussulto del popolo che si avvale, a sua volta, anch’esso dei briganti per manifestare e difendere tenacemente la sua radicata fede nel trono e nell’altare. In ultima istanza, si tratterebbe, semmai, di un vero e proprio moto vandeano, di una vandea spontanea, autonoma e caotica, senza legami diretti e decisivi col mondo esterno a San Marco, anche se motivi del genere si sono verificati altrove con la più diretta pressione borbonica da Roma e dagli Abruzzi.
È giunta la volta di segnalare qui un complesso fatto psicologico, tragicamente ambiguo ed equivoco, per meglio vedere che cosa spinge tutti a questa furiosa sardana. Come nel vortice di una giostra, tutti immobilmente si illudono di rincorrere e inseguire gli altri; e tutti insieme, alla fine, si accorgono di aver fatto un gesto sanguinoso e inutile; donde disperazione, esasperazione e volontà di fine. Va, dunque, detto conclusivamente che i briganti si servono del popolo per loro propositi di vendetta e di rapina; preti, galantuomini, sanfedisti e borbonici istigano il popolo contro liberali e nazionali; e il popolo, a sua volta, sia pure inconsapevolmente, si serve di tutti costoro sia per affermare proprie rivendicazioni, sia per dare sfogo, una buona volta, a un odio plurisecolare contro tutti e contro tutto. Con un po’ di ritardo, preti e briganti si accorgono di cavalcare una tigre. La prova del nove della comune, reciproca diffidenza la si è avuta, con una certa evidenza, durante un terremoto. Questa cavalcata, insomma, costerà la vita ai briganti e, come si è visto, la borsa ai preti.
È una vera e propria scomposta jacquerie, tanto che il popolo, a un certo punto, non fa distinzione tra possidenti, legittimisti, clericali e liberali: salire sui palazzi dei “signori” per una memoranda ora di orgia, di saccheggio e di distruzione. Menadi e baccanti, in questo delirio, le donne sono in prima fila: lo noterà, con doloroso stupore, il buon magistrato della corte di Trani. E donne anche nell’ora della battaglia, nello scontro con l’esercito piemontese, sulla solita via di Rignano.
Questo furore popolare, insomma, non tende a darsi un ordine, a proclamarsi indipendente allo stato nazionale (anche se qualche voce isolata, come è memoria orale, non sappiamo quanto fondata però, pensava addirittura, con una sorta di mazzinianesimo singolare, a una repubblica di San Marco).
Col grido “Viva Francesco”, gli interessi e gli scopi sono spesso diversi e contrastanti. Più che pensare a darsi un qualsiasi governo, il popolo avverte alla fine, “con animo perturbato e commosso”, che la partita è perduta: allora uomini, donne e fanciulli corrono tutti contro l’esercito piemontese; “alle palle”, come ancor si dice proverbialmente, con gaia e tracotante follia suicida. Queste donne, questi fanciulli, presenti nella battaglia, ci richiamano alla memoria ben lontani eserciti goti, visigoti e longobardi; a tale periodo, con un misto di sacro dominio badiale, rimase purtroppo ancorata San Marco per oltre un millennio, e cioè all’ombra della sua abbazia benedettina (favorita dai pellegrini longobardi diretti al santuario di S. Michele), da cui il paese ebbe origine e impulso.
Ed è il caso, ora, di spigolare tra quello che il magistrato scrive: il lettore noterà da sé contraddizioni e preziose omissioni.
1) p. 27:

Stampa celebrativa dello scontro del 4 giugno 1861
Stampa celebrativa dello scontro del 4 giugno 1861
'La mattina del martedì 4 giugno i briganti furono avvertiti dell’avvicinarsi della truppa. All’istante con grida assordanti invitavano all’armi, ed audacemente mossero ad incontrare la stessa truppa, rinforzati da migliaia di uomini e donne che si diressero verso Rignano con l’animo di saccheggiarlo. Incontrarono infatti un piccolo drappello di bersaglieri con pochi soldati di linea, i quali con la solita abnegazione sostennero un fuoco vivissimo con quei malfattori dei quali morirono quattordici, compreso Agostino Nardella. Però, oppressi dal numero, dovettero retro cedere con dolorosa perdita di due bersaglieri e di un soldato morto nel conflitto, oltre un altro ferito'.

2) p. 30:

'È certa cosa del pari che il loro movimento incontrò le simpatie di un numero presso che infinito di rozzi e malintenzionati popolani'.

3) p. 32:

'Ed a compiere la narrazione dei fatti non è (da) omettersi che anche le donne, le quali corrono a tutte le avventure, eccitavano la moltitudine al sangue e alla rapina'.

4) p. 34:

'I briganti diretti da Del Sambro, Nardella ed altri al numero di una cinquantina, non avrebbero certamente osato di invadere e di aggredire una città di circa 18.000 abitanti senza di un precedente concerto e trattato con altri popolani che ne dividevano le tendenze e le inclinazioni, per agire unanimemente in uno scopo ed interesse comune. Il fatto posteriore basta a dare una eloquente spiegazione di tali antecedenti, poiché i briganti furono ricevuti dai tristi col massimo entusiasmo, ed al torrente delle loro forze riunite non v’erano argini capaci ad arrestarne l'impetuoso corso'.

Senonché, per conto suo, il magistrato conclude, dando poca importanza al movente politico, definendo stranamente il moto insurrezionale come un reato sui generis. Dal che la sua perplessità e l'evidente disorientamento. Egli, essendo mancato un uffiziale rovesciamento di governo nella città, cosa da attribuire proprio all’ignoranza e incapacità all’uso dei metodi politici, civili e amministrativi di quel popolo, si afferra, in ultima analisi, alla tesi criminale. Ma la fede patriottica non gli impediva a quel tempo, di nascondere o minimizzare il movente politico-sociale (Nota 4).

Panorama di San Marco in Lamis
Panorama di San Marco in Lamis
'In effetti i briganti e gli altri facinorosi, con i quali erano in intelligenza, occuparono San Marco in Lamis nel 2 giugno, e se ne resero despoti e padroni, senza ostacoli o resistenze da parte degli abitanti. Or se vi fosse stato fine politico avrebbero rimosse e cambiate le autorità locali, avrebbero proceduto a qualche fatto esterno e materiale, che accennasse all’idea di rovesciare e distruggere il governo costituito. Non vi ha dubbio che l’attentato costituisca un reato sui generis, che si compie col semplice conato, a differenza degli estremi richiesti negli altri reati tentati o mancati, ma, è altresì irrecusabile che in esso non debbono andare disgiunti atti tali da far chiaramente intravedere il fine criminoso e la volontà di distruggere o di cangiare la forma del governo, estremi che non concorrono nella specie. Che altronde le rozze menti di brutale e sfrenata plebaglia non sono mai capaci di elevarsi all’altezza di un principio politico. Nei cuori corrotti e pervertiti, come quegli degli imputati, non poteva penetrare un nobile sentimento (ed è pur tale sebbene talvolta erroneo) di amore e di odio, di preferenza o di avversione ad un Sovrano piuttosto che ad un altro, ad una forma di governo piuttosto che ad un’altra. Si cadrebbe quindi in grossolano errore ritenendo i briganti come campioni di una impossibile restaurazione. Essi agiscono per conto proprio con l’unico scopo di rubare e di depredare le sostanze insozzate nel sangue degli innocenti. E se è vero che i nemici si giovano di quest’opera nefanda per avversare il processo unitario, è altresì incontrastabile che i briganti, sotto le misteriose apparenze di un fine politico, trovano il pretesto di velare le loro iniquità e i loro trascorsi. Considerando che, escluso il fine politico, rientra anche nel nulla la imputazione dell'eccitamento alla guerra civile, alla devastazione, al saccheggio che da quello non possono mai disgiungersi... Ed è appunto per questo motivo che, tanto nelle abolite leggi penali, con più precisione nel codice vigente, simili reati vanno compresi nella categoria di quelli che sono diretti contro la sicurezza interna dello Stato. Che conseguentemente gli imputati debbono soltanto rispondere dei reati in quanto all’abbattimento e distruzione delle immagini del Re, di monumenti, stemmi e bandiere nazionali'.

Tentativo sui generis, dunque, è costretto ad ammettere tuttavia il giudice, 'un conato', egli dice, che, per quanto abortito, è stato comunque alimentato da una non improvvisa e grossa fiammata politica e sociale.
È ancor vivo in San Marco un motto scanzonato e disinvolto, ripetuto poi dal popolino:

'Ci hanno detto: torna Francesco e non fu vero - e allora viva Vittorio Emanuele'.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?