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Gaetano Salvemini
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Non Mollare (1925), a cura di Mimmo Franzinelli, Bollati Boringhieri 2005
Il Non Mollare
Gaetano Salvemini

Una sera del gennaio 1925, eravamo Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi, Nello Traquandi, non ricordo più chi altri ed io, e commentavamo il discorso fatto da Mussolini il 3 gennaio. Eravamo tutti d’accordo che i deputati dell’opposizione antifascista, il così detto Aventino, non avevano capito che la seconda ondata, tante volte minacciata da Mussolini, aveva ormai avuto luogo e li aveva travolti; bisognava far punto e da capo, e prepararsi a una resistenza lunga e ben dura. Nel corso della conversazione, ad uno di noi capitò di dire: “Ora che la libertà di stampa è abolita, vedremo comparire la stampa clandestina”.
Alcuni giorni dopo, mi recai a Roma, non ricordo più per quale faccenda. Al mio ritorno Ernesto mi presentò un foglietto intitolato Non Mollare (1). L’impresa era stata deliberata in casa Rosselli da Carlo e Nello Rosselli, Nello Traquandi e Dino Vannucci.
Ernesto ha raccontato come fu trovato il titolo del foglietto:

avevamo passato in rassegna i nomi dei periodici italiani e stranieri che conoscevamo, risalendo fino a quelli del Risorgimento. Nessuno ci sembrava adatto per la testata del giornaletto che volevamo fare. In mancanza di meglio ci eravamo fermati sul nome Il Crepuscolo. Ma non ne eravamo soddisfatti. Poteva dar luogo ad equivoci: il crepuscolo non è solo la prima luce dell’alba; è anche l’ultima luce del giorno. E poi dal sostantivo si sarebbe potuto trarne l’aggettivo “crepuscolari”, col quale non ci sarebbe certo piaciuto di essere qualificati ... Fu Nello Rosselli finalmente a suggerire: “Chiamiamolo Non Mollare”. E tutti fummo subito d’accordo.
Era proprio quello che volevamo dire: un rimprovero, un incitamento, un comando a tutti i cacastecchi, che con mille ragioni dimostravano che ormai non c’era piil nulla da fare; a tutte le anime pavide che già accettavano il fascismo come un fatto compiuto, adattandosi alla servitù per timore di peggio.

Nello, nel marzo 1925, andò a perfezionare i suoi studi in Germania, e non ritornò in Italia che nel settembre I925. Perciò la sua macchina, la “Bianchina”, e lui non parteciparono alle vicende di quell’anno.
Naturalmente, quando usci il Non Mollare, i benpensanti ci rivolsero le solite critiche: “il gioco non valeva la candela; i foglietti andavano nelle mani delle persone che già erano convinte della bontà della causa; noi mettevamo in circolazione notizie d’interesse troppo scarso per giustificare il rischio”. Ernesto rispondeva che avrebbe distribuito anche un foglietto sul quale fosse stato scritto soltanto Bollettino antifascista; l’importante non era di rubare il mestiere ai quotidiani, ma di fare e di ottenere che altri facesse quel che il governo fascista proibiva: cioè dare esempio di disobbedienza ed eccitare alla disobbedienza, esercitando contro la volontà dei fascisti un diritto che ci apparteneva come a tutti i cittadini nei paesi civili.
A Ernesto Rossi e Traquandi era affidato l’ufficio di cercare i tipografi che stampassero il foglio.

In nessuna tipografia - ha scritto Rossi - potemmo stampare più di due numeri, perché nelle tipografie sospette venivano fatte continuamente sorprese, e dovevamo considerare bruciata ogni tipografia che fosse stata perquisita.

09 Non Mollare
09 Non Mollare
Un numero venne affidato in Firenze a una tipografia in via Santa Elisabetta, tenuta dai due fratelli Nannelli. Doveva essere stampato nella nottata, e la mattina dopo si aspettava una telefonata per andare a ritirarlo. Mentre si era in attesa, un distributore del Non Mollare, Ugo Bertieri, che era impiegato nella tipografia Spinelli, a poca distanza dalla questura, si incontrò, nell’andare al lavoro, con un agente della squadra politica, suo conoscente. Vedendolo preoccupato, gli domandò cosa avesse. L’altro era seccato perché invece di andare a casa, doveva tenersi pronto: avevano finalmente scoperto la tipografia, che stampava il Non Mollare. Bertieri corse da sua moglie, e la mandò ad avvisare Traquandi. Questi e il compagno, che aveva procurato la stampa di quel numero, si precipitarono alla tipografia con una grossa valigia, vi seppellirono la composizione, che era ancora in piedi, e le copie già stampate, e via! La polizia arrivò pochi minuti dopo. La valigia fu portata all’ospedale di Santa Maria Nuova, dove Igino Sgatti la nascose nel frigorifero dei cadaveri, che servivano al reparto di medicina legale. I fratelli Nannelli, per quanto non si fosse trovato nulla, furono arrestati e picchiati; ma non parlarono, e dopo una settimana furono rimessi in libertà.
Alcuni numeri bisognò farli stampare a Milano. Nel Veneto furono messe a contribuzione una tipografia di Padova e una di Treviso.
Di regola si stampavano due o tre mila copie. Le spese erano coperte dai contributi volontari dei lettori. Non mancarono aiuti sostanziosi di amici agiati. Io procurai una decina di migliaia di lire fra amici di Milano, Roma e Firenze. Quanto occorreva a pareggiare il bilancio, era dato da Carlo Rosselli, che cominciò cosi a dar fondo al suo ingente patrimonio.
Il pacco degli stampati, appena pronto, era portato in luoghi sempre diversi.
L’ufficio distribuzione venne affidato a Traquandi. Conosceva un’infinità di persone nel ceto medio e nei ceti popolari, e subito trovava l’uomo adatto ad ogni compito. Sapeva tutto quello che succedeva ovunque, e con le sue informazioni orientava la redazione sugli argomenti da trattare e sui modi di trattarli. Per la distribuzione non doveva fare altro che mettere a profitto la rete di Italia Libera: si può dire che Non Mollare fu emanazione di questo gruppo.
Agli organizzati nella Italia Libera si aggregarono ben presto molti estranei alla società segreta. Basterà ricordare Gaetano Pieraccini, Alessandro Levi, Marion Cave, Guido Ferrando, Gaetano Pilati. E fra i primi organizzati ed i nuovi venuti si andò formando una rete assai ragguardevole per numero e qualità di aderenti.
L’uomo certamente più notevole, per intelligenza e carattere, era Gaetano Pilati. Aveva cominciato la vita dalla cazzuola. Grazie al tenace lavoro, era arrivato a fare il capomastro e l’intraprenditore edile. Nella guerra del 1915-18 era stato mutilato della mano sinistra, ed aveva avuto una medaglia d’argento al valore. Eletto deputato nel 1919, quando andava a Roma per le sedute parlamentari, neppure desinava in trattoria: comprava in una rosticceria un po’ di frittura, che mangiava in piedi, come quand’era muratore. Non rieletto nelle elezioni del 1921, era ritornato quietamente al suo lavoro, La probità e competenza gli avevano assicurato la fiducia delle banche, e costruiva interi blocchi di case.
I contatti con lui li teneva Ernesto Rossi, che così lo ricordò sul Ponte dell’agosto 1945:

Dopo avere passato tutta la giornata sul cantiere, stava in piedi fino a notte tarda per mettere in ordine i suoi registri ed i suoi disegni. Verso la mezzanotte andavo spesso da lui per discutere e per portargli della stampa clandestina. Interrompeva subito quel che stava facendo ed era tutto felice se trovava il modo di esserci utile.
Non faceva mai questione di parrocchia. Se riteneva che una iniziativa fosse buona, non guardava da che parte venisse. Alla mia proposta di pubblicare un giornale clandestino, aderì subito con entusiasmo: “Non convien domandar niente ai capoccia di Roma. Altrimenti fra un anno saremo ancora a discutere. Facciamo da noi” disse. E tirò fuori dal portafoglio un biglietto da cento. “Portatemi più copie che potete. Alla distribuzione fra gli operai, anche in provincia, penserò io. Non dubitate”.
Tutte le volte che gli portavano un pacco di Non Mollare, Pilati si lamentava: era troppo piccolo. Ne avrebbe voluti molti di più. E lui stesso, la notte, usciva col pentolino della colla per andare ad appiccicare qualche copia sui muri del suo rione.

Arrivò a distribuire fino a mille e cinquecento copie.
Non appena gli stampati erano pronti, i capi-zona dell’Italia Libera si presentavano uno dopo l’altro alla loro ora, mai tutti insieme; ciascuno riceveva il pacchetto, e via per la distribuzione ai capigruppo; questi consegnavano i fogli ai lettori; i lettori pagavano, se potevano, la copia che ricevevano, e subito passavano ad altri il corpo del reato.
Il Non Mollare circolava con rapidità fulminea. Si capisce il perché. Nessuno sopprimeva il foglio, prima perché voleva leggerlo e poi perché avrebbe fatto una cattiva azione, non passandolo ad altri; ma non voleva farselo trovare addosso, in caso di sorpresa. Perciò non appena poteva, lo passava al suo vicino.

Chi non lo trovava nella cassetta delle lettere - ha scritto Bruno Pincherle, su Italia Libera del 30 gennaio 1945 - o non se lo vedeva mettere tra le mani di soppiatto da un ignoto, lo leggeva al mattino affisso alle cantonate.
Una volta - ha raccontato Ernesto Rossi sul Ponte - mentre sorridevo ironicamente leggendo una notizia bluffistica sul manifesto de La Nazione, davanti a un giornalaio, un omino mi tirò per la manica e mi dette una copia del Non Mollare sussurrandomi: “Lo legga dopo”. Un’altra volta, mentre aspettavo un amico in un caffè, un cameriere, che non mi conosceva, ma aveva notato che leggevo i giornali dell’opposizione, mi portò il Non Mollare dentro un altro giornale. E fu molto stupito quando, senza leggerlo, glielo restituii subito, ringraziandolo, dopo aver fatto con la stilografica un segno di trasposizione in una riga che era stata impaginata fuori posto.

I pacchetti erano portati a mano ai destinatari fuori Firenze da ferrovieri viaggianti o ambulantisti postali. Varie centinaia di copie andavano per posta, ma erano imbucate in città diverse. Per l’impostazione molte volte servivano ferrovieri e ambulantisti postali. Questi ultimi, per non far capire da qual treno era stato effettuato il trasporto, annullavano i francobolli in modo che non si potesse leggere il timbro.
Qualche volta un pacco era buttato lungo la scarpata della ferrovia in un posto prestabilito; veniva raccolto da chi aspettava e messo in circolazione.
Fuori di Firenze aiutavano Camillo Berneri, che insegnava in una scuola normale dell’Umbria; Riccardo Bauer, Ferruccio Parri e Vittorio Albasini Scrosati a Milano; Egidio Meneghetti a Padova; Max Ascoli, Tullio Ascarelli, Umberto Morra di Lavriano, Lucangelo Bracci e Umberto Zanotti-Bianco a Roma. ...
(Il testo completo lo puoi scaricare su  (vedi sotto)

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Non Mollare (1925), a cura di Mimmo Franzinelli, Bollati Boringhieri 2005

10 Non Mollare
10 Non Mollare
Profili biografici dei promotori e diffusori del Non Mollare
Giovanni Becciolini (Firenze 1899-1925), studente liceale di sentimenti repubblicani, nel 1917 si arruola come volontario; promosso ufficiale, e decorato al valore militare; nel 1919-21 è in Libia col contingente d’occupazione italiano. Dopo il congedo trova lavoro a Firenze presso le Ferrovie dello Stato. Coniuga l’impegno antifascista con l’impegno nella massoneria; a causa delle sue posizioni antimonarchiche è costretto a rinunziare al grado di ufficiale dell’esercito. Nel giugno 1924, subito dopo il sequestro dell’onorevole Giacomo Matteotti, é tra i promotori del movimento Italia Libera e assume l’incarico di capozona. La sera del 3 ottobre 1924 viene catturato dagli squadristi nel corso dell’azione contro il massone Napoleone Bandinelli, culminata in una colluttazione nel corso della quale muore per un revolverata il fascista Gambacciani; Becciolini, percosso in modo selvaggio, è finito a colpi di pugnale.
Piero Calamandrei (Firenze 1889-1956), laureato in legge nel 1912 a Pisa, nel 1915 vince una cattedra all’Università di Messina. Di sentimenti repubblicani, interventista e volontario di guerra. Nel 1918 è trasferito all’ateneo di Modena, quindi a Siena e nel 1924 alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Firenze. Nel 1919 collabora con Salvemini all’Unità. Nel 1923 è tra i promotori del Circolo di Cultura, partecipa al movimento Italia Libera e nel I924 aderisce all’Unione nazionale patrocinata da Giovanni Amendola. Nello stesso anno è trasferito nell’ateneo di Firenze. Nel 1925 collabora al Non Mollare e aderisce al manifesto degli intellettuali antifascisti elaborato da Benedetto Croce. Consolidatasi la dittatura, si dedica agli studi giuridici e all’insegnamento universitario; è tra gli ispiratori del Codice di procedura civile emanato nel 1940. Nel 1943 è tra i promotori del Partito d’Azione; dopo la liberazione di Firenze assume la carica di rettore dell’Università. Fondatore del periodico Il Ponte, deputato per il Partito d’Azione alla Costituente e per i socialdemocratici nelle prime due legislature repubblicane.
Gustavo Console (Firenze 1890-1925), laureato in giurisprudenza, e titolare con gli avvocati Dino Lattes e Giuseppe Viggiani di un affermato studio legale fiorentino. Arrestato il 29 aprile 1925 insieme ai due colleghi dopo il sequestro di pacchi del Non Mollare in un locale dello studio, il 9 giugno è processato e prosciolto per insufficienza di prove. La notte tra il 3 e il 4 ottobre 1925 una squadra di camicie nere accerchia la sua abitazione, dove egli si trova con moglie e figli; Console telefona alla polizia ma il suo appello resta senza effetto e i fascisti irrompono nell’appartamento: individuato il nascondiglio del loro avversario lo uccidono a revolverate. Il suo funerale, come quello del deputato socialista Gaetano Pilati, deve svolgersi in segreto, alla sola presenza dei familiari, su disposizione delle squadre d’azio ne fasciste.
Gaetano Pilati (San Lazzaro di Savena 1881 - Firenze 1925), nato in una famiglia di contadini bolognesi, portati a termine gli studi tecnici trova lavoro a Firenze in un’impresa di edilizia popolare. Iscrittosi al Partito socialista nel 1906, e mobilitato nella grande guerra nel corso della quale subisce la mutilazione dell’avambraccio sinistro; decorato con medaglia d’argento al valor militare. Promotore dell’Associazione proletaria dei reduci di guerra, alle elezioni politiche generali dell’Ottobre 1919 è eletto alla Camera nelle liste socialiste. Consigliere comunale di Firenze, dopo la presa del potere da parte dei fascisti entra nel mirino degli squadristi, che la notte dal 3 al 4 ottobre 192 5 assaltano la sua abitazione, entrano da una finestra nella camera da letto e lo feriscono mortalmente. Il deputato si spegne pochi giorni più tardi all’Ospedale cittadino.
11 Non Mollare
11 Non Mollare
Giovanni Poggi
(Firenze 1895), imbianchino, nel primo dopoguerra svolge intensa attività politica nell’ambiente fiorentino, propugnando tesi di sinistra; schedato dalla questura come “scaltro e influente propagandista sovversivo”, il 10 agosto 1925 è arrestato con l’imputazione di essere un diffusore del Non Mollare; negata ogni imputazione, dopo due mesi di reclusione viene processato e prosciolto per insufficienza di prove. Nel novembre 1926 è arrestato e assegnato al confino a Favignana per attività sovversiva. Durante il regime rimane sottoposto a vigilanza di polizia.
Tommaso Ramorino (Firenze 1896), socialista, legato ai fratelli Rosselli e a Salvemini da una forte amicizia, nel 1924, mentre studia all’Università di Firenze, assume la mansione di capozona del movimento Italia Libera. Il 3 novembre 1924 è tra gli organizzatori di un omaggio alla memoria di Giacomo Matteotti, la cui effigie viene collocata in una cappella funeraria del cimitero fiorentino delle Porte Sante, contornata da garofani rossi; l’episodio desta sensazione e le camicie nere della Milizia fascista arrestano Ramorino insieme ad altri cinque giovani dell’Unione goliardica per la libertà. Nel novembre 1926 è ammonito per attività socialista e nel marzo 1927 viene prosciolto dall’imputazione di attività sovversiva. Trasferitosi a Roma, sino al 1940 compare nell’elenco degli oppositori da sottoporre a vigilanza di polizia.
Ottone Rosai (Firenze 1895 - Ivrea 1957), amico d’infanzia di Ernesto Rossi, col quale sogna un’esistenza randagia legata al teatrino delle marionette. Iscrittosi all’Accademia di Belle Arti nel 1910, abbandona gli studi per divergenze di vedute con i docenti e prosegue l’attività artistica come autodidatta. Esponente del futurismo, è volontario e pluridecorato di guerra. Nel 1919 è tra i fondatori del fascio di combattimento di Firenze. Staccatosi dal fascismo dopo il sequestro dell’onorevole Matteotti, collabora con Rossi al movimento Italia Libera e poi nella distribuzione clandestina del Non Mollare. Dal 1926 suoi scritti e disegni compaiono sul foglio Il Selvaggio di Mino Maccari.
Carlo Rosselli (Roma 1899 - Bagnoles-de-l’Orne 1937), laureato in scienze sociali e in giurisprudenza; partecipa alla guerra con gli alpini; insegna alla Bocconi e all’Istituto superiore di scienze economiche di Genova. Aderisce al movimento Italia Libera e collabora con Ernesto Rossi al Circolo di Cultura e al Non Mollare.
Arrestato più volte e confinato a Lipari, evade il 27 luglio 1929 e a Parigi è tra i fondatori di Giustizia e Libertà. Costituisce una formazione di volontari in difesa della Repubblica spagnola. Assassinato in Francia da estremisti di destra su mandato di Ciano e del Servizio informazioni militari.
Nello Rosselli (Roma 1900 - Bagnoles-de-l’Orne 1937), allievo di Salvemini, studioso del Risorgimento e autore di monografie su Mazzini e Pisacane, è lui a scegliere il titolo Non Mollare per il foglio clandestino. Esonerato dall’insegnamento per antifascismo, viene arrestato a Firenze nel giugno 1927 e confinato a Ustica; liberato il 27 gennaio 1928, e nuovamente assegnato al confino il 31 luglio 1929 per ritorsione contro1’evasione di Carlo da Lipari. Liberato nel novembre 1929, sarà assassinato col fratello da sicari francesi armati dai fascisti.
12 Non Mollare
12 Non Mollare
Ernesto Rossi
(Caserta 1897 - Roma 1967), volontario di guerra a diciott’anni, rimane ferito gravemente ed è decorato al valore militare. Smobilitato alla fine del conflitto, si lega a Salvemini e ai fratelli Rosselli in un vincolo di amicizia e di azione politico-culturale sfociata nella fondazione del Circolo di Cultura di Firenze, nel1’attività del movimento Italia Libera e nella stampa del Non Mollare. Nel maggio 1925 si sottrae rocambolescamente all’arresto e si rifugia in Francia. Rimpatriato dopo cinque mesi, riprende1’azione clandestina finché il 30 ottobre 1930 è arrestato. Rimane imprigionato sino al 1939, quando viene assegnato al confino politico. Riacquistata la libertà a fine luglio 1943, torna all’impegno politico nelle file del Partito d’Azione. Nel settembre, ricercato dalla polizia, ripara in Svizzera, dove sviluppa un intenso impegno federalista. Il 20 aprile 1945 rimpatria e si stabilisce clandestinamente a Milano. Dopo la liberazione riprende una fervida attività pubblicistica ed è nominato da Parri sottosegretario alla Ricostruzione.
Nel 1949 è tra i promotori del settimanale Il Mondo e nel 1964 del periodico L’Astrolabio; nel 1955 è tra i fondatori del Partito radicale.
Gaetano Salvemini (Molfetta 1873 - Sorrento 1957), storico e docente universitario.
Conosciuto Ernesto Rossi nel 1919, ne diviene maestro e amico, cementando il rapporto di stima nella comune azione antifascista. Nel giugno 1925 viene arrestato in quanto promotore del Non Mollare; rilasciato in libertà provvisoria e ricercato dagli squadristi, ripara a Parigi dove fonda il movimento Giustizia e Libertà. Impegnato in un’intensissima attività antifascista, nei primi anni trenta si stabilisce negli Stati Uniti e insegna storia della civiltà italiana alla Harvard University. Nel 1949 rientrerà in Italia.
Nello Traquandi (Firenze 1898-1966), impiegato ferroviario; iscritto al Partito repubblicano dal 1913 al 1925; partecipa alla prima guerra mondiale e rimane ferito in combattimento; membro di Italia Libera e impegnato nel Non Mollare, alla fine degli anni Venti diviene responsabile della rete clandestina toscana di Giustizia e Libertà. Arrestato il 30 ottobre 1930, e condannato a sette anni. Detenuto a Spoleto e quindi a Regina Coeli sino all’ottobre 1934, quando viene amnistiato e inviato al confino a Ponza e poi a Ventotene. Liberato nell’agosto 1943, partecipa alla Resistenza ed è tra i promotori del Partito d’Azione.
Dino Vannucci (Firenze 1895 - San Paolo 1937), volontario di guerra con gli alpini, ferito alla gamba e mutilato alla mano destra; primario di anatomia patologica all’ospedale fiorentino Santa Maria Nuova; animatore di Italia Libera e del Non Mollare, costretto alla clandestinità nel 1925 e attivamente ricercato dagli squadristi, si trasferisce a Padova. Emigrato in Brasile con la moglie e le due figlie, diviene direttore dell’ospedale italiano di San Paolo. Muore di setticemia, contratta durante un’operazione chirurgica.

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L’Unità del 14 novembre 1999
Chi vuole rivalutare il fascismo?
La campagna del Foglio e l’intervista a Bobbio
Piero Sansonetti

13 Non Mollare
13 Non Mollare
Ho l’impressione che si sia aperta una specie di campagna politico-giornalistica, ben organizzata, che punta a mettere sulla difensiva e a smantellare la cultura italiana di sinistra. Contestandole tutto e spingendola a sentirsi in colpa.
Qual è l’obiettivo?Non so, credo che l’obiettivo, di per sé, sia anche abbastanza nobile: quello di costruire in Italia una cultura di destra,visto che da diversi decenni la cultura di destra, qui da noi, è davvero gracile, minoritaria, poco fantasiosa. Una parte della destra italiana si è resa conto che è difficile realizzare un disegno serio di “presa del potere” se si è completamente disarmati sul piano culturale.
Non si può scommettere tutto sul qualunquismo.
Per un periodo breve va benissimo, poi ci vuole qualcosa di più solido. Evidentemente si è pensato che una cultura di destra può nascere, pur tra tante difficoltà, solo se il campo è vuoto. Se ci si è del tutto affrancati dalla cultura precedente.
Punta di lancia dell’offensiva contro la cultura di sinistra è il Foglio di Giuliano Ferrara. Fatto curioso, ma forse molto razionale.
Giuliano Ferrara è un intellettuale di sinistra prestato alla destra. O forse sarebbe meglio dire, un intellettuale di sinistra che ha fatto la scelta tattica di schierarsi a destra. Forse non è un caso che la campagna parta da lì: il deserto culturale della destra non dà spunti per iniziare una battaglia. L’unica soluzione è affidarsi a un esponente dell’altro campo, a un uomo di formazione marxista e addirittura togliattiana. Il Foglio ha costruito in questi ultimi giorni la campagna di autunno su due pilastri. Il primo è la polemica contro il manuale di storia Camera- Fabietti, uno dei più diffusi nei nostri licei, accusato, in sostanza, di filo-comunismo.
Il secondo pilastro è stata l’intervista a Norberto Bobbio nella quale il vecchio studioso liberale ammetteva di avere avuto - negli anni 20 e nei primi 30 - un comportamento di doppiezza di fronte alla dittatura.
L’obiettivo della campagna contro il Camera-Fabietti, suppongo, è ottenere il ritiro di questo libro dalla scuole e la sostituzione con un testo più conservatore, possibilmente anticomunista.
L’obiettivo dell’intervista a Bobbio - pubblicata l’altro ieri e ripresa ieri con grande evidenza - è quello di iniziare a far lavorare il tarlo anti-antifascista (due volte anti). Cioè, in parole povere, far filtrare questa tesi storica: tra fascismo e antifascismo passò un confine sottile.
Esagerato solo successivamente dai comunisti.
Tra Pitigrilli, intellettuale torinese che faceva di nascosto la spia dell’Ovra, e Leone Ginzburg, che fu arrestato e praticamente ucciso su spiata di Pitigrilli, non c’era poi una distanza abissale. Non c’era distanza tra Ciano e Pajetta, tra Gentile e Gramsci.
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
E’ normale che la destra sviluppi questa campagna e ci metta impegno. Perché?
Per il semplice motivo che l’antifascismo è ancora la più potente carta di credito della sinistra italiana.
Ritirargliela sarebbe un gran colpo, la si lascerebbe al verde.
Nei giorni scorsi si è molto parlato della Libertà e del suo rapporto coi vari sistemi politici e con i diversi pensieri politici di questo secolo. Lo si è fatto a proposito del rapporto tra comunismo e libertà. Allarghiamo il discorso: la borghesia italiana sa perfettamente di avere riottenuto la libertà e la dignità nazionale, dopo il tragico errore di aver appoggiato il fascismo, solo grazie alla straordinaria azione, politica e militare, dell’antifascismo, guidato soprattutto dal partito comunista e dalla componente liberaleazionista di Gl.
Non è così? Si può discutere sul peso militare che l’antifascismo e la Resistenza hanno avuto nella liberazione del paese; non si può discutere il peso morale che hanno avuto, permettendo il riscatto di una dignità nazionale che era stata annientata dal fascismo, dalla monarchia, dalla viltà delle vecchie classi dirigenti borghesi e liberali.
Ecco perché annullare il valore dell’antifascismo è un gioco che vale una posta politica enorme. E’ la condizione per la conquista dell’egemonia politica e culturale da parte della destra.
Non si capisce però perché la sinistra sembri un po’ intimidita di fronte a questa offensiva. Non ha le carte, le idee per rispondere?
Il Giornale l’altro ieri ha pubblicato, lungo ben tre pagine, un nuovo testo che ricostruisce l’intera storia del socialismo europeo, sia dal punto di vista teorico che da quello politico. Era firmato da Berlusconi. Che dobbiamo fare? Dire che sì, forse Berlusconi è uno storico più attendibile di Villari e Spriano?
L’Unità del 16 novembre 1999
Cara Unità: attenta all’azionismo
Giuliano Ferrara
Caro direttore, mi accusate di essere un togliattiano di formazione che ha scelto tatticamente la destra e che manovra, da destra, per svuotare la cultura di sinistra del suo primum movens, l’antifascismo (parlo dell’articolo di Piero Sansonetti, pubblicato domenica). È un po’ quello che dice Fausto Bertinotti di Massimo D’Alema: un togliattiano di formazione che ha scelto tatticamente (opportunisticamente) l’alleanza con una certa destra, e che lavora per svuotare la sinistra del suo primum movens, la sociologia classista dell’antagonismo e del conflitto. Per D’Alema non so.
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Per quanto mi riguarda, quel che pensate non è vero per due motivi: il primo di dettaglio e il secondo un poco più complicato.
Il motivo di dettaglio è che faccio, come te, il giornalista, dirigo un Foglio, cerco di alimentare il giornale, con l’aiuto dei miei collaboratori, di cose che abbiano interesse.
Se uno studente mi scrive e riporta brani faziosi di un manuale di storia, faccio una verifica e cerco di costruire su questo un’iniziativa giornalistica e culturale. Tagliata, con un’opinione, ma senza faziosità di rimando. Come spiegato nella prima pagina del supplemento del Foglio sulla “storia stupefacente”, non esistono “libri da buttare”, come esistevano per i Quaderni piacentini degli anni Sessanta, perché nel secolo dei roghi nessun libro si può disprezzare ed eliminare fisicamente, nemmeno il faziosissimo e influentissimo Camera-Fabietti. Se Norberto Bobbio vuole parlare del suo fascismo giovanile con Pietrangelo Buttafuoco, che amo e pubblico più che posso perché lo considero un eccellente scrittore civile, ovviamente non mi sottraggo alla primizia, allo scandalo e alla bellezza di una vecchiaia che si dà con tanta generosità. Niente manovra, dunque.
Il motivo più complicato per cui Piero Sansonetti sbaglia è questo.
Non è dall’arsenale di destra che prendo le mie idee, ma dalle cose che mi hanno insegnato tra l’altro anche i miei padri comunisti togliattiani, i maggiori della mia giovinezza comunista, che erano molto diversi (nel male e nel bene) da quella variante discutibile del liberalismo e dello stesso azionismo che è “l’azionismo torinese” dei non-molto-miti-giacobini (da me conosciuto bene e combattuto a tempo nell’epoca della violenza politica e del terrorismo, anche per ragioni biografiche che qui non interessano). Che erano molto diversi (parlo sempre dei togliattiani) dal grande partigianato secchiano-longhiano del ribollente e combattente Nord.
Il punto chiave è quello dell’antifascismo cosiddetto militante.
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Per me ancora oggi l’antifascismo è un presupposto, un’ovvietà costituzionale. È un principio di legittimazione della Repubblica, che però non mi vieta di credere nel superamento di quella Repubblica ciellenista come forma istituzionale e non mi obbliga al bigottismo dell’antifascismo come “religione civile”. Se Sergio Romano, autore che stimo molto, scrive cose intelligenti e eterodosse sulla guerra di Spagna, e sulla funzione in essa della tattica cominternista e staliniana, lo leggo avidamente. Se conclude con spirito paradossale che il franchismo è stato un esito preferibile a quello, virtuale, di una vittoria dei repubblicani, perché la Spagna in quel caso sarebbe divenuta una democrazia popolare, esprimo il mio amichevole dissenso di metodo e di sostanza sul mio giornale, senza problemi. Ma che il franchismo non fosse un “fascismo” come gli altri, un regime totalitario assimilabile ai demoni degli anni Trenta, l’ho imparato a suo tempo da mio padre, che me ne parlava apertamente (i comunisti togliattiani avevano una doppia verità e una doppia cultura, ma sapevano all’ingrosso come stavano le cose). E sono laicamente felice di reimpararlo dalle ricerche di Romano. E mi indispettisce che qualcuno, su giornali che si ergono a tutori e custodi di un’ortodossia ideologica che non è la mia, ma nemmeno la tua o la vostra, lo sottopongano a una specie di linciaggio morale.
Così, quando leggo nei testi della migliore scuola de feliciana che il peso degli alleati è stato documentalmente sottostimato nell’ambito di una storiografia resistenziale che puntava sulla massima legittimazione nazionale della Resistenza (la maiuscola è generazionale), non penso a una “manovra revisionista” nel senso turpe che gli ortodossi attribuiscono a questa corrente storiografica; penso ai comunisti romani, ai Ferrara, ai Trombadori, ai Bufalini e agli Alicata, e forse anche Giorgio Amendola, che custodiva l’ortodossia da vero eretico, permettendosi verità che negava il diritto di dire agli altri. Penso che ho imparato da loro come il principio del realismo politico fosse stato decisivo nel dare all’Italia la chance di non affondare nel pantano della guerra civile, ma di risollevarsi invece, per un tratto con il Re e con Badoglio, dalle sabbie mobili di un partigianato nobile ma senza una politica.
Se sento parlare delle sconcezze e delle mascalzonate perpetrate in nome dell’antifascismo dopo la Liberazione (la maiuscola è generazionale), nella sindrome assassina di Piazzale Loreto, penso ad antiche lezioni familiari, ad Antonello Trombadori che difendeva Moranino ma, in privato, mi diceva con tremito della voce sua forte e chiara: Moranino ha fatto cose che non doveva fare. E non posso scordare la testimonianza resa all’autore, nel Togliatti dell’azionista torinese Giorgio Bocca, da Luigi Longo: Penso che Togliatti abbia capito l’importanza della Resistenza quando fucilammo Mussolini a Dongo.
Il che significa, e significava anche allora nonostante omissioni e reticenze e manipolazioni della nostra giovinezza, che c’erano stati due partiti della Resistenza, uno nazionale creato dalla svolta di Salerno e uno di ortodossia garibaldina, legato al vento del Nord e all’esperienza partigiana con le sue glorie e le sue tragedie, i suoi massimalismi e i suoi residui malmostosi che si porteranno fino al dramma del terrorismo degli anni Settanta, fino ai Giambattista Lazagna e ai disperati miti feltrinelliani e alle campagne borghesi-azioniste per la messa fuorilegge del Msi.
Negli anni in cui una sinistra estremista diceva che uccidere un fascista non è reato, e passava all’azione, noi stavamo dall’altra parte. Manifestavamo per impedire ad Almirante di parlare in Piazza San Carlo, a Torino (e sbagliavamo già allora, gravemente, in folta e ambigua compagnia), ma sudavamo sette camicie per cercare di espellere dalla piazza occupata dagli antifascisti l’ideologia del professor Guido Quazza, degli Istituti storici della Resistenza, e di altri guru del militantismo antifascista che parlavano della Resistenza come di un’occasione mancata, come di una stagione in cui all’intransigentismo morale (degli azionisti) si era sostituito il realismo machiavellico di Togliatti, con tutte quelle che i guru consideravano le degenerazioni successive (in sostanza: la politica del Pci contestata da sinistra).
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Vedi dunque, caro direttore, che una certa sensibilità politica e storica non ufficiale, come sempre nella storia delle idee e della politica, può avere radici disseminate in campi diversi, che oggi possono sembrare sorprendenti.
La stessa idea del fascismo come regime reazionario di massa, predicata alla radio da Ercoli (Togliatti), conteneva in nuce il ragionamento di Bobbio sullo sdoppiamento, la possibilità di essere fascista normalmente e ordinariamente, in famiglia e nella vita accademica giovanile, pur sdoppiando il proprio destino in un antifascismo che nessuno vorrà contestare meschinamente allo stesso Bobbio. E una volta che dovevo fare lezione a Pistoia, nella casa del popolo, ai ragazzi del partito, studiai i discorsi di Togliatti sul grande malinteso tra le generazioni: molti anni prima di Violante il capo dei comunisti disse chiaro e tondo che l’ansia nazional-patriottica, e perfino (ricordo bene) i riti della romanità imperiale che oggi ci sembrano una comica in costume, ebbero un senso e una funzione malintesa nell’avvicinare i giovani italiani, nell’età del fascismo del consenso, alla politica e alla civitas.
Come poi sia successo che le nuove generazioni berlingueriane e lo stesso Pds, dopo il crollo dei partiti di democrazia laica e cattolica, abbiano stipulato un patto tattico con la cultura azionista, imbalsamando i riti militanti del repubblicanesimo e dell’antifascismo in qualcosa che non ha niente a che fare con la realtà culturale e morale della vita del Pci, questo è materia di curiosità e di discussione. Ma non è necessariamente o solo da destra che arrivano campagne e manovre per ridiscutere i dogmi fondativi della Prima Repubblica. Queste idee fantasma parlano del nostro passato e dovrebbero eccitare il gusto della libertà di dire e di sentire senza costrizioni la nostra storia.
Ti ringrazio per l’ospitalità a questa testimonianza resa all’impronta, con i più cordiali e anche fraterni saluti.
GIULIANO FERRARA
CARO FERRARA
L’ANTIFASCISMO NON È DA REDUCI
Piero Sansonetti
Conosco Giuliano Ferrara da trent’anni, credo. Lui stava alla Fgci, l’organizzazione dei giovani comunisti, io invece stavo al Movimento studentesco, corrente capanniana.
Noi lo consideravamo un po’ di destra. Come adesso.
Ma gli riconoscevamo che tra tutti i “figiciotti” (noi dicevamo, con un po’ di disprezzo, “i revisionisti”) lui era quello più aperto. Ci si poteva discutere. Come adesso.
Non volevo insultarlo quando gli ho dato del marxista e del togliattiano - nell’articolo che ho scritto su l’Unità di domenica e al quale si riferisce questa polemica - volevo fargli un complimento.
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
E non volevo insultarlo neppure quando ho scritto che mi pareva si fosse posto alla testa di una campagna contro la cultura di sinistra. Le campagne non sono vigliaccate, sono il sugo della politica vera, la parte migliore. Non è così?
Questa sua lettera -pubblicata qui a fianco -mi pare una lettera seria e pacata, anche molto interessante, ma che conferma in pieno, direi, la tesi che avevo sostenuto domenica: cioè che è in corso un’offensiva culturale, robusta, che punta a rivalutare il fascismo italiano (diciamo a liberarlo dal ghetto di ignominia nel quale lo aveva posto la storiografia repubblicana, di sinistra) e a ridimensionare, appiattire un po’, il valore politico dell’antifascismo. Credo che l’obiettivo della campagna sia molto semplice: quello di togliere alla cultura di sinistra le sue fondamenta, la sua specialità, e quindi di abbatterla, o comunque indebolirla seriamente, perché solo così facendo si può tentare di costruire in Italia una cultura di destra - che latita da decenni - indispensabile ad un assetto politico conservatore.
Non c’è nulla di illegittimo in tutto ciò. La cosa di cui mi lamentavo - e mi lamento - è un’altra, e Ferrara non c’entra: non mi pare che la sinistra risponda nel modo adeguato a questa offensiva culturale. Mentre ne avrebbe i mezzi (non sono affatto d’accordo con l’articolo scritto ieri sulla Stampa da Pierluigi Battista a proposito dell’arretratezza degli intellettuali di sinistra: su questo tornerò più avanti).
La lettera di Ferrara tocca molti argomenti.
Provo - con la discrezionalità e la faziosità propria di tutti i riassunti – a sintetizzarne il senso in poche battute: il partito comunista era un doppio partito, aveva un’anima “democratico-togliattiana” e un’anima “resistenzial-partigiana”. L’anima resistenziale era la sua parte peggiore, ha generato il terrorismo, ha prodotto l’anti-politica, e soprattutto ha sofferto della nefasta influenza dell’azionismo e del giellismo (per intenderci: Rosselli, Valiani, Parri, Rossi, Foa eccetera, cioè la componente liberal-socialista della sinistra italiana). Nel vecchio Pci togliattiano dice Ferrara - l’azionismo era stato emarginato. Soprattutto grazie ad Amendola, cioè alla destra comunista, sempre realista.
L’azionismo è tornato a firmare un patto tattico col Pds in quest’ultimo decennio, e oggi ne costituisce l’anima nera.
Per questo un certo antifascismo “reducista” (appunto, azionista), estremista e apolitico, è da considerare - secondo Ferrara - la malattia dalla quale la sinistra deve guarire.
Dissento da queste tesi per varie ragioni.
La prima, la principale, è che trovo fuori posto le polemiche sul reducismo anti-fascista.
Non ci sono tanti tipi di anti-fascismo, non mi sembra. Naturalmente la discussione storica sul fascismo è assolutamente aperta e lo sarà per molti anni, e in questa discussione hanno spazio le tesi di tutti, comprese quelle un po’ paradossali di Sergio Romano. Ma un punto fermo c’è.
Espresso in “formule” è questo: il fascismo (e il fascismo inizia in Italia e non in Germania) non fu semplicemente un regime autoritario, fu un fenomeno politico internazionale che portò l’occidente alla barbarie e lo portò sull’orlo della perdita della civiltà.
Per sconfiggerlo fu necessaria una straordinaria alleanza politica e militare tra Stati e popoli diversissimi tra loro, e che nutrivano ideali, progetti, speranze politiche molto lontani gli uni dagli altri. Si ebbero milioni e milioni di morti, città rase al suolo, e si rischiò addirittura l’estinzione completa di un popolo, il popolo di Israele.
Per queste ragioni il fascismo non è paragonabile a nessun altro fenomeno politico – per quanto autoritario, sanguinoso e abietto - e per queste ragioni gran parte della storia e della teoria politica occidentale successiva al 1945 si fonda sui valori antifascisti.
Queste idee accomunano - o hanno accomunato - i liberali di sinistra del partito d’azione e i comunisti? Si, certo, ma non fu un male. La vicinanza con l’azionismo, sin dai tempi della clandestinità, è stato forse l’impulso più forte, dal punto di vista del pensiero, che ha spinto il Pci verso la sua maturazione democratica.
Siamo d’accordo?
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Non mi pare. Per questo, senza criminalizzare nessuno, penso che la sinistra dovrebbe ingaggiare una battaglia politica su questi temi. Sul campo della storia, della politica, della filosofia. E non c’è niente di male se noi e l’amico Giuliano Ferrara ci troveremo su trincee opposte.
Non condivido neppure la rilettura della storia del Pci che fa Ferrara. Mi pare che racconti di una destra comunista, amendoliana, saggia e democratica e di una sinistra quasi amica dei terroristi e – probabilmente - staliniana. Non è vero. Quando io mi iscrissi al Pci, circa un quarto di secolo fa - e Giuliano ne era già un dirigente – la ”mappa politica” era diversa: mi ricordo una destra molto stalinista, guidata da Amendola- che pure fu un grande e saggio personaggio politico - un centro berlingueriano e longhiano (Longo e Secchia, per carità, non erano affatto la stessa cosa...) relativamente anti-sovietico, e infine una sinistra che, sebbene avesse ancora molte confusioni ideologiche (per esempio il maoismo), faceva però della polemica contro la Russia e il comunismo-reale uno dei suoi punti di forza. A un certomomento, forse, le parti si invertirono, destra e sinistra comunista si cambiarono di posto.
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Dall'Astrolabio n. 25 del 1967
Si invertirono probabilmente nel 1989. Ma per un lungo periodo gli ingraiani, cioè la sinistra, erano gli innovatori, mentre Amendola - ancora nel 1980 - fu tra i pochi a non condannare l’invasione dell’Afghanistan.
E a questo proposito vorrei dissentire anche da Pierluigi Battista (mi riferisco all’articolo già citato, sulla Stampa di ieri).
È ingiusta la sua analisi sugli intellettuali di sinistra che sarebbero più conservatori dei dirigenti di partito. Non è mai stato così.
Sin dal 1956 il dissenso degli intellettuali – condannato ma non cancellato da Togliatti - spinse il Pci a rinnovare le sue posizioni e a riflettere su certi dogmatismi.
Gli intellettuali erano “avanti” rispetto al partito. È avvenuta la stessa cosa anche molti anni dopo, con la svolta. Gli intellettuali, e i giornali di sinistra, prima della Bolognina precedevano di un bel tratto di strada Botteghe Oscure. Mi ricordo che subimmo feroci reprimende quando nel 1988, con Renzo Foa, pubblicammo sull’Unità un articolo di Biagio De Giovanni che prendeva le distanze da Togliatti (era intitolato “c’era una volta Togliatti...”). Ci sgridarono anche molti attuali dirigenti del Pds, ci difese solo D’Alema. Due anni prima avevo rischiato il licenziamento per aver pubblicato un articolo di Umberto Cardia che metteva in dubbio i buoni rapporti tra Gramsci e Togliatti (quella volta mi salvò Chiaromonte).
Oggi una parte degli intellettuali non è d’accordo con Veltroni che dice “comunismo incompatibile con la libertà...”, o con D’Alema che “riabilita Dc e Psi”? Non è mica un delitto, o una prova di conservatorismo: è una prova di indipendenza.
Una sinistra forte ha bisogno di intellettuali indipendenti, che pensino da soli, che dissentano, che discutano. Non ha bisogno di intellettuali che corrano sempre appresso, per principio, a qualunque cosa dicano i capi.
Non è così?
Anche la destra ha bisogno di questo.
Mi pareva di aver capito che è esattamente l’obiettivo di Giuliano Ferrara.
Piero Sansonetti

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Gaetano Salvemini nella sua biblioteca
Gaetano Salvemini nella sua biblioteca
Ho iniziato il lavoro su Gaetano Salvemini, leggendo e pubblicando il lungo brano di Ettore Rota, Una pagina di storia contemporanea: Gaetano Salvemini, in Nuova Rivista Storica Anno III, Fasc. IV, Società Editrice Dante Alighieri, 1919 (https://www.garganoverde.it/storia/gaetano-salvemini.html?view=simplefilemanager&id=90): il nostro aveva 47 anni ed era già noto
Di seguito offro alcuni brani presi da questo pezzo, bellissimo, scritto bene e veritiero.
... Gaetano Salvemini è un volontario-ardito della lotta politica in Italia. Egli ha trovato nel mondo politico una seconda esistenza; e ad ogni levar di sole vi getta sopra una folata di idee incandescenti, che sono sempre provocatrici dei contrasti più forti e delle dispute più appassionate.
Perciò, neppure lui, ancorché non sia politico di carriera, è sfuggito al processo volgare di pubblico travestimento. ...
... Gaetano Salvemini è ancor oggi il Cerbero selvatico, senza collare e senza medaglia, che addenta, come vent'anni addietro, i pacifici villeggianti di Montecitorio; che va a scovare, nelle loro tane profumate, i roditori del patrimonio nazionale; che non dà respiro ai malfattori piccoli e grandi della Terza Italia. Egli è l'intruso che non sente la delicatezza dei riguardi personali; è il polemista audace fino all'impertinenza, che vuol essere ultimo a parlare; è, il clinico spietato che affonda le sue punte roventi nei tumori dell'arrivismo elettorale; è il lavoratore scalzo che vanga per la bonifica della maremma democratica di Italia; il positivista terribilmente freddo, analitico, loico; l'agitatore delle acque quiete, dormitantium excubitor. ...
... La sistemazione diplomatica e militare imposta dalla conflagrazione europea, è una delle sue più limpide intuizioni, ancora negli anni della luna di miele fra la Consulta e Berlino. ...
I guerra mondiale
I guerra mondiale
... Gaetano Salvremini (1873-1957) si è prestato talvolta, cavallerescamente, a funzionare come materia sperimentale nelle lotte elettorali. Sacrificandosi, a suo rischio e pericolo, ha fatto esperienza del grado di corruzione e di coltura democratica di certi collegi elettorali del Mezzogiorno. ...
... Tuttavia, sulla sua penna non iscoppiano le rabbiosità plebee di chi si trova a corto di buoni argomenti. Essa punge con sottigliezza; disinfetta e risana, senza macchiare. Perciò l'autore, nonostante le sue imprudenze audaci, si salva, in tutti i casi, il rispetto e la considerazione degli avversari.
Ha detto bene Filippo Turati, a proposito delle briose sfuriate del suo indiavolato Tre stelle: "Il giorno che verrà indetto un concorso per decidere chi sappia, con più feroce eleganza, saettare impertinenze alle cose e alle persone più amate, egli vincerà di sicuro". ...
... In qualunque altro paese, questa ostinazione per la verità l'avrebbe reso un uomo celebre. Qui si cercò di farlo passare dai ben pensanti per un ... ipercritico impulsivo, per un sognatore dalla mentalità professorale! ...
... Egli ha combattuto il partito della Chiesa nei suoi tentativi di predominio nelle scuole, nelle amministrazioni, nel governo; ma ha difeso la libertà di coscienza contro i giacobini di ogni colore, sia nero che rosso o verde; ha persino sostenuto il diritto dei preti a prendere parte ai concorsi per l'insegnamento governativo. ...
... Gaetano Salvemini è l'Anti-Machiavelli (non federiciano!) della società contemporanea. La quale, se badate agli annuari e alle statistiche, ogni anno cresce per numero di avvocati. In soli venti anni, dal 1886, il loro collegio è aumentato, in Italia, di 3.584 inscritti con un complessivo, nel 1906, di 8.385 pupilli di Temi. Ed è stato questo un periodo di magra! Una società che ha bisogno di tanti patrocinatori, è un meccanismo che si guasta facilmente ...
... Il sistema della vita pubblica rimane fondato sopra un ricambio di favori come nell'età feudale.
L'elettore dà il suo voto al candidato procacciante. Le lentezze della macchina burocratica, procurano, al nuovo eletto, il merito di levare qualche bastone dalle ruote; l'unto dal popolo,
prende impegno a conservare i mastodontici congegni, pensando che, se non ci fosse il peccato, non ci sarebbero peccatori a pregare santi; e l'elettore, soddisfatto, tira via per la sua strada, benedicendo al suo provvidenziale benefattore. ...
... Gaetano Salvemini è stato un intelletto presago. Ma i suoi presentimenti vanno attribuiti ad opera di studio. Egli si è sempre giovato della storia per rintracciare le direttive della società contemporanea, e dalla direzione delle forze ha dedotto le loro più probabili risultanze nell'avvenire. ...
... il Salvemini avvertì per tempo che il problema della libertà interna, per l'Italia, era intimamente connesso con quello dei nostri legami internazionali; e che le sorti della democrazia italiana, non meno della democrazia europea, dipendevano dalle sorti del militarismo germanico. ...
... La Triplice era quindi il sistema più lontano dall'avvenire democratico dei popoli, il più contraddicente agli interessi della libertà della giustizia della pace universale; era la grande complice della politica provocatrice della Germania e della politica conservatrice dell'Italia: "poiché la politica interna è per nove decimi una conseguenza della politica estera". ...
... Pretendere di mettere a fuoco tutto il mondo per cuocere il piccolo ovo irredentista, è una follia.
L'avvenire porta l'Europa verso il conflitto anglo-germanico; se in Italia prevale la corrente conservatrice, noi ci troveremo ancora legati alla Germania quando gli interessi dell'umanità chiederanno che l'Italia sia a fianco dell'Inghilterra; poiché, se vincessero gli imperi centrali, dovunque gli elementi popolari sarebbero schiacciati, il commercio diventerebbe un monopolio tedesco, e la prepotenza dei ministri germanici (dominerebbe) in tutti gli affari del continente".
... A tutti quelli che volevano essere per lui, chiese solo, con impegno categorico, che lo assecondassero nella "più scrupolosa correttezza" badando a non lasciarsi prendere, nei metodi di lotta, dal fanatismo del trionfo.
Gaetano Salvemini
Gaetano Salvemini
E ai suoi primi elettori si presentò così: “Io non prometto favori personali, perchè non ne farò. Io non ho denari. Io non ho altro patrimonio fuori di quello delle mie idee”.
... I giornali degli altri, non bastavano più ad un uomo che aveva sempre qualcosa di nuovo da dire, e in termini aspri. Neppure La Voce, il battagliero settimanale di Giuseppe Prezzolini (https://www.garganoverde.it/storia/gaetano-salvemini.html?view=simplefilemanager&id=897), che aveva fatto da padrino agli assalti del Salvemini contro l'Italia parassitaria, protezionista, giolittiana ... era adatto alla penna del Salvemini, troppo feconda e inquieta. ...
... Questo uomo è stato un futurista della politica: ma nel futuro ha veduto molto bene. Si è annunciato primamente per un idealista estremo, in preda alle più audaci utopie della storia; ma di ogni utopia ha saputo prudentemente tenere, e ha coltivato, la parte vitale, più prossima alla possibilità delle circostanze e degli uomini; sceverando la parte spuria mediante saggi sperimentali, tentati nell'infallibile laboratorio della storia combinata colla psicologia.
Orbene, questo uomo che aveva del futurista, appare l'uomo dell'ora.
L'infelice dottrinario, il pessimista solitario, il polemista quasi sempre soccombente, ha veduto strisciare ai suoi piedi il senno di poi; che ha dimostrato praticamente la forza e la verità della sua azione ideale.
Negli stessi anni il Croce gli scriveva (Benedetto Croce, Pagine sparse, raccolte da G. Catellano, Napoli 1919): … Leggo nel n. 5 dell'Unità le vostre sennatissime osservazioni su ciò che bisognerebbe fare per la Tripolitania e nella Tripolitania …
Le idee di Gaetano Salvemini erano "sennatissime", oserei dire normali nel loro "futurismo" ...
Le illustrazioni che accompagnano i contenuti di questo web
Storia fotografica della Repubblica Sociale Italiana, 1961 (?) di Giovanni De Luna,  Nino D'Aroma, Hitler Rapporto a Mussolini, 1974, BBC History Speciale, Hitler e Mussolini, n. 14, 2019,  Erika Bornay, La hijas de Lilith, 2004 (sul tema della femme fatale), Serie di foto di inizio '900 trovate su https://gallica.bnf.fr, Heinrich Lossow, Götterdekameron, 1881

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Rep. 02.12.98
Fine della politica?
L'aumento dell'astensionismo, l'Italia e gli altri paesi
di Paul Ginsborg

Adolf Hitler
Adolf Hitler
I dati parlano chiaro. A ogni elezione, il numero di italiani che non si recano a votare aumenta: per la Camera dei deputati la percentuale del non voto è stata del 15,6 per cento nel 1987 e del 23 per cento nel 1996. Nelle elezioni locali, come abbiamo appena visto, la flessione è ancora più drammatica. Mentre il 40 per cento degli iscritti ai Democratici di sinistra ha più di cinquant'anni, le indagini condotte fra i giovani ci dicono che la politica, assieme alla religione, risulta sempre agli ultimi posti nella loro gerarchia di valori. Se ne deve dedurre che dopo il 1989 stiamo assistendo alla fine non della storia, come vorrebbe Fukuyama, ma della politica? E se è così, possiamo fare qualcosa?
La risposta a questi interrogativi è necessariamente complessa. In primo luogo gli italiani si trovano soltanto adesso a dover fare i conti con quella che già da molti anni è la realtà delle "normali" democrazie dell'Europa settentrionale.
Se si escludono momenti eccezionali, la politica è materia di secondaria importanza come rivela la non elevata affluenza al voto nelle elezioni politiche e quella ancora più bassa nelle consultazioni locali. In Gran Bretagna la partecipazione al voto in occasione delle elezioni amministrative è in media intorno al 30 per cento. Nel complesso, le cosiddette democrazie "mature" non sono caratterizzate dalla partecipazione, dalla presenza di una gioventù politicizzata, da dibattiti appassionati.
Piuttosto, esse sono accomunate da un generale consenso sui valori e sulle regole del sistema democratico, ma anche da un'apatia e da un disinteresse diffusi. Si tratta di tristi realtà, forse non inevitabili, ma certamente da non nascondere.
L'eccezionalità del caso italiano non sta quindi nella direzione che il paese ha imboccato, quanto nell'esperienza da cui proviene. Quando due contrastanti visioni del mondo trovano espressione politica nei due maggiori partiti di una nazione, la politica diventa necessariamente oggetto non solo dell'impegno individuale, ma anche della conversazione quotidiana. E nonostante che negli ultimi venti anni l'importanza della politica sia diminuita in modo netto anche in Italia, sono ancora evidenti molte tracce della sua precedente e ben radicata naturalezza. Mentre non ricordo di aver mai parlato di politica con il mio barbiere in Inghilterra, posso affermare che in Italia mi è sempre capitato il contrario.
Non è del tutto vero inoltre che i giovani italiani non vengono più coinvolti dalla politica; non lo è, per esempio, per significative minoranze che privilegiano semmai la politica che si colloca su posizioni estreme.
Adolf Hitler
Adolf Hitler
Un mio amico, che insegna in un Istituto tecnico-industriale nel padovano, mi ha descritto il suo stato d'animo, assieme impaurito e affascinato, quando nella primavera del 1997 si è trovato ad assistere, giorno dopo giorno, al crescere della febbre secessionista fra i 600 studenti della sua scuola. A loro Bossi offriva avventura, identità, prospettiva di conflitto. Nelle elezioni del 1994 le più forti correlazioni fra il voto giovanile e i partiti sono state riscontrate in An, la Lega Nord e Rifondazione comunista.
Nel più ampio contesto europeo, che registra un po' dappertutto un diffuso sentimento di scetticismo nei confronti dell'attuale classe politica e delle sue motivazioni, il caso italiano si distingue per due caratteristiche. La prima è che la grande crisi del 1992-93, con la concomitante scomparsa dei vecchi partiti politici di governo, ha forse offerto la possibilità di una vera svolta nella cultura politica del paese. L'opportunità non è stata colta, e oggi nella politica italiana si respira un forte odore di stantio. La seconda, molto legata alla prima, è l'incapacità, almeno per il momento, del principale partito della sinistra di distinguersi per una sua visione innovativa.
Molti, nella sinistra italiana, operano uno sfavorevole confronto fra passato e presente: fra quello che una volta era un grande partito di massa e l'attuale rapida riduzione della sua diffusione sul territorio, il suo declino in termini numerici e l'inesorabile invecchiamento dei suoi iscritti.
Non esiste una bacchetta magica per trasformare queste tendenze. Oggi, i Democratici di sinistra sono un partito moderato di governo, e il moderatismo non si sposa bene con la militanza. Tuttavia, si potrebbe forse fare di più per saldare l'entusiasmo dei giovani a un progetto di riformismo di sinistra di ampio respiro. La prassi di partito sembra spesso più attenta alla gestione che alla trasformazione, più dominata dall'ordinaria amministrazione e dal carrierismo che da un progetto politico. Tali manchevolezze lasciano insoddisfatta la domanda di identificazione politica, spalancando la strada al populismo, che si basa su un'acritica relazione fra una massa di sostenitori e un leader carismatico. La televisione, con la sua richiesta di personaggi, di tempi rapidi e di pareri non articolati, favorisce queste tendenze.
Ciò che a sinistra è andato certamente perduto è un'arte politica che il vecchio Pci, nonostante i suoi molti errori, aveva profondamente compreso: quella di far sì che anche il militante o la militante più modesti sentissero che il proprio contributo rappresentava una minuscola parte di un progetto più ampio, mirante a cambiare in meglio le sorti dell'Italia. Dovrebbe ancora essere possibile, perfino in una democrazia "matura" e televisiva, riuscire a stabilire questo tipo di connessione, che sia libera dai dogmi e dai settarismi del passato e rispettosa di una società civile indipendente e in costante crescita.
(traduzione di David Scaffei)

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?