- Dettagli
- Categoria: Gaetano Salvemini
La nuova Italia leggera di testa
di Eugenio Scalfari Rep. 061299
Lerner ha già citato alcune delle definizioni e dei giudizi di De Rita sugli italiani, colti nell'ultimo anno del nostro secolo; non sono giudizi incoraggianti: sconnessione psichica, passività, deresponsabilizzazione verso il futuro, egoismo individuale. Ma quello che a me sembra il più azzeccato descrive gli italiani in preda a un "pensiero di sorvolo" che sarebbe poi la sintesi generale delle mille pagine del documento.
Pensiero di sorvolo: come dire una sorta di trasognamento irresponsabile, di dormiveglia privo di motivazioni forti, di precariato intellettuale ed etico, di emotività senza convinzioni. M'è venuta in mente una delle belle cantate del "Don Giovanni" mozartiano dove il librettista Da Ponte fa dire a Masetto a proposito dei suoi amici: "giovanotti leggeri di testa"; così sarebbero gli italiani secondo De Rita: leggeri di testa, sorvolano i problemi senza alcuna volontà d'incidere su di essi pagando i prezzi necessari per compiere tale faticosa operazione. Badano all'utile proprio, alla propria immagine pigolando "io io io" in ogni occasione e per il resto sorvolando. Leggeri di testa, appunto.
Questi giudizi alquanto sconsolati non sono nuovi e non li ha inventati De Rita. Il pensiero corre a Salvemini, Gobetti, a Ugo La Malfa, a Enrico Berlinguer, a Ezio Vanoni. Ma il fatto che non siano più soltanto scaturiti dall'intuizione di alcuni moralisti e uomini politici, ma derivino dall'analisi di un centinaio di grafici e di tabelle è un fatto che deve farci riflettere, una dimensione nuova e di massa d'un fenomeno diventato ormai il tratto predominante d'una popolazione apatica, nevrotizzata, dedita a piaceri fuggevoli, fuggevoli entusiasmi, fuggevoli amori, fuggevoli commozioni. Abbondano i vecchi e i giovani, difettano le persone mature e purtroppo lo si vede.
* * *

Alcuni, anzi molti, citavano - del tutto a sproposito - perfino la Russia di Stalin, magati da un'ideologia che sosteneva un sistema d'illegalità e di criminale oppressione. Passata la catastrofe della guerra e gli orrori del nazismo anche la Germania fu additata come modello di società solidale, consapevole dei diritti e dei doveri della cittadinanza e degli individui che la compongono.
Ma oggi una buona parte di questi esempi ha perso vigore rivelando crepe vistose e deformità abbastanza simili alle nostre. La globalizzazione dei vizi è stata assai più rapida di quella delle virtù; molte rappresentazioni che ci sembravano poggiate su solidi fondamenti si sono rivelate fondali e quinte di cartone. Il "pensiero di sorvolo" e i "giovanotti leggeri di testa" sono diventati un fenomeno planetario: ogni paese coltiva i suoi scandali, le sue inefficienze, le sue corruzioni e i suoi egoismi. Si direbbe che il pianeta Terra si sia tolto la maschera e appaia ora in tutta la sua nudità inerte e tremebonda malgrado la potenza della tecnologia che l'avvolge e la condiziona.
Questo panorama desolato è emerso nitidamente nei giorni scorsi a Seattle durante la riunione per la libertà del commercio internazionale e le violente manifestazioni di strada che l' hanno punteggiata e contrastata. La moltitudine dei dimostranti ricordava le rivolte luddistiche degli artigiani e dei contadini del primo Ottocento contro l'introduzione delle macchine nei processi produttivi; ma il consesso delle nazioni riunite a convegno non offriva un aspetto migliore: gli interessi americani si sono scontrati con quelli delle corporazioni europee, i paesi più poveri sono stati sballottati fra gli uni e gli altri anteponendo la loro competitività di fresca data allo sfruttamento minorile e femminile sul quale si fondano le loro capacità di esportazione e di sopravvivenza.

Ma la libertà e la piena competizione comportano anche sacrifici molto elevati per i ceti e per i paesi più deboli. Vale per essi l'ironica massima di Keynes a chi gli magnificava le virtù terapeutiche del laisser-faire: a lungo termine saremo tutti morti e quei benefici non li vedremo.
In un mondo di crudeli disuguaglianze che si accrescono anziché diminuire quella massima è quantomai attuale; la 
Non parliamo della Thailandia o dell'Indonesia; parliamo dei ghetti di Chicago, di Washington, di Los Angeles. Le società opulente coltivano nel loro seno disuguaglianza e povertà. Quanto tempo ci vorrà per il riscatto? A lungo termine saremo morti tutti.
Questa consapevolezza è disperante anche perché l'altra verità è che non esistono scorciatoie nei percorsi della storia. È da qui, da questa caduta di speranze o, se volete, di illusioni, che nasce il "pensiero di sorvolo", l'egoismo, la morale fuggitiva e anche - ricordiamocelo - la piccola ma insopportabile criminalità quotidiana. È da qui che nasce la spinta dei poveri a emigrare verso le città del mondo e per reazione da qui nasce la "tolleranza zero", i sindaci-sceriffi, la xenofobia che porta a destra fette consistenti di sinistra fuggitiva. Di qui nasce anzi rinasce il razzismo.

***

C'è una sola via di sbocco per questa babele economica, politica, morale, ed è racchiusa nello slogan "governare la globalità, governare il mercato".
Ai tempi della guerra fredda la contrapposizione era netta: o il mercato o la centralità economica dello Stato. Questo secondo corno del dilemma è miseramente crollato, ma il primo non regge alla contestazione dei poveri e delle corporazioni. Torna dunque in ballo la parola governo e il verbo governare che sembravano esser stati cancellati dall'empito del liberismo galoppante.
Ma si può governare un mercato globale attraverso governi locali, spesso in conflitto d'interessi tra loro? Un mercato globale postula - se dev'esser governato con saggezza e fermezza - un governo globale. Ebbene, questo governo globale non esiste, nuove grandi potenze si stanno anzi affacciando sulla scena a cominciare dalla Cina e dall'India e renderanno ancor più complessa la situazione del mondo.
Il mondo soffre di una profonda crisi istituzionale: senza governo globale il mercato globale non può essere governato, ma se non sarà governato sarà contestato, combattuto, intralciato e comunque sarà il campo di battaglia tra poteri forti e non diffonderà benessere ma tutt'al più elemosine. Alternative? Al momento nessuna. Nel lungo termine la crisi delle istituzioni mondiali sarà probabilmente risolta ma anche in questo caso è terribilmente vero che nel lungo termine saremo tutti morti.
- Dettagli
- Categoria: Gaetano Salvemini
CdS 05.11.2018
D’Annunzio in guerra.
- Dettagli
- Categoria: Gaetano Salvemini
www.articolo21.org/2019/02/regionalismo-differenziato-ricordarsi-di-salvemini-e-di-70-anni-di-fallimenti/
Regionalismo differenziato? Ricordarsi di Salvemini e di 70 anni di fallimenti
Beppe Lopez - 18/2/2019
La Lega di Bossi (e del giovane Salvini) voleva la secessione del Nord e l’azzeramento dello Stato italiano, e ce l’aveva con i meridionali, brutti, sporchi e cattivi. La Lega di Salvini sinora ha mostrato la faccia feroce con l’Europa (sino a far sospettare di volerne l’azzeramento) e con i migranti morti di fame. Ma improvvisamente ecco riemergere, con la decisione di riconoscere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” alle Regioni a statuto ordinario – su iniziativa di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna (quest’ultima, a guida Pd, con qualche distinguo) - una concreta secessione. Qualcuno l’ha definita in “doppiopetto”, per i modi felpati, quasi riservati, con cui questa volta la Lega stava per riuscire nel proprio intento e ci riuscirà, se verranno a mancare vigilanza democratica e capacità di controproposte unitarie da parte della sinistra e dei progressisti. Tutto questo, grazie al 17% circa del 73% del corpo elettorale ottenuto da Salvini nelle elezioni politiche del 2018, alla oggettiva debolezza del suo alleato Di Maio e soprattutto a Berlusconi e Renzi, che hanno continuato ad annullare, pur per ragioni e con metodi diversi, qualsiasi capacità di reazione da parte rispettivamente del centrodestra e del centrosinistra.
- Dettagli
- Categoria: Gaetano Salvemini
Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Legislatura II, Discussioni, Seduta del 18 settembre 1957
Commemorazioni (di G. Salvemini).
De Martino Francesco. Chiedo di parlare.
Presidente. Ne ha facoltà.
Storico eminente, pubblicista, politico, maestro di vita morale, egli lascia orme profonde in molti campi della nostra vita culturale e politica. Nato nel 1873, da origini modestissime, in Molfetta, egli conobbe la desolante esperienza di una provincia meridionale e da quella attinse le sue prime ispirazioni di studioso e di politico, quelle che lo dovevano poi rapidamente condurre ad assumere tanto decise e importanti posizioni sia nella sua attività di storico, sia soprattutto nella sua partecipazione politica.
Si incontrò con il partito socialista italiano per tempo: vi si iscrisse nel 1890 e partecipò molto attivamente alle lotte che esistevano nell’interno del partito e a quelle del movimento operaio di quegli anni, collaborando alla rivista di Filippo Turati Critica sociale, portando in essa la freschezza di idee nuove che sorgevano dalla sua diretta e approfondita conoscenza della più grave questione economica del paese, cioè della questione meridionale.
La sua lotta all’interno del partito investiva problemi che sono problemi permanenti del movimento operaio e socialista, e in particolare investiva quella che gli appariva la degenerazione corporativa del movimento operaio nelle regioni più avanzate del paese, cioè nelle regioni settentrionali. In particolare Gaetano Salvemini sottolineava la necessità dell’avanzamento della democrazia nelle regioni meridionali, e riteneva che il partito socialista avesse un compito particolare: di sviluppare questo processo di democrazia politica nelle regioni meridionali. 
Quando gli parve che il partito socialista di quel tempo non rispondesse alle esigenze di questa lotta, uscì dal partito e - come disse egli stesso - ne uscì tranquillamente e senza rumore. Continuò la sua battaglia, svincolato ormai dalle posizioni della lotta di classe, con il periodico Unità, mediante il quale egli condusse vigorosamente la lotta contro il protezionismo e contro i monopoli. Ma ormai era interamente fuori del movimento operaio e socialista, sicché la sua fu una influenza che si esercitò soltanto indirettamente.
All’insorgere della dittatura fascista egli poté riprendere la sua posizione di battaglia, suscitando soprattutto nelle giovani avanguardie intellettuali quel movimento di resistenza che ebbe nei fratelli Rosselli la sua principale espressione.
All’inizio della dittatura fascista promosse la fondazione del settimanale Non mollare, che costò al Salvemini prima la persecuzione, poi il carcere; dopo un moto di opinione pubblica che lo liberò dal carcere fascista, vi fu per lui il lungo esilio.
Non è questo il momento per dare un giudizio approfondito sul valore della sua opera e su quanto vi è di caduco e di permanente nelle verità che egli ci ha lasciato; ma, senza alcun dubbio, l’aver posto l’accento su questioni così fondamentali per la vita politica e sociale del nostro paese, l’avere in primo piano messo in risalto la questione meridionale, l’avere avvertito all’interno del movimento operaio i pericoli ai quali questo è sempre esposto, allorché smarrisce la strada giusta che consiste nell’affrontare giorno per giorno le questioni importanti e concrete e decisive per l’avanzamento del proletariato, tutto questo è certamente una eredità che non può essere trascurata da noi. Anche se Salvemini venne a distaccarsi dal partito socialista italiano, egli può essere posto al fianco dei più grandi meridionalisti della nostra recente vita nazionale. Pensiamo che superare le vecchie questioni che erano state dibattute nel movimento socialista, certo sentì l’influenza di Gaetano Salvemini, come del resto è dimostrato dagli episodi particolari della lotta politica di quel tempo.
La Camera italiana, al di fuori e al di sopra delle divergenze politiche e ideali, deve onorare in lui i1 grande maestro di vita morale, il grande combattente della lotta repubblicana e antifascista, l’uomo che ha insegnato alle giovani generazioni che di fronte ai grandi valori ideali della nostra esistenza non bisogna in alcun modo mollare. È questo il titolo di quel settimanale che rappresentò una parte tanto nobile nella lotta antifascista di quegli anni. Il motto non mollare può essere bene la divisa con la quale la Camera repubblicana e democratica onora la memoria di Gaetano Salvemini.
Gullo. Chiedo di parlare.
Presidente. Ne ha facoltà.
Con ciò non si vuol dire che Gaetano Salvemini non sia stato sensibile ad altri interessi culturali. Danno la misura del suo poliedrico ingegno e della sua vasta preparazione in svariati campi di indagine storica opere insigni come i1 saggio Sui magnati e popolani, come il volume sulla rivoluzione francese, come gli studi su Giuseppe Mazzini.
Ma, all’indomani della sua morte, mentre la Camera lo commemora, non si può, ripeto, non ricordare l’accorata passione, l’acutezza dell’indagine, l’originalità di molte impostazioni dottrinarie e pratiche con cui egli affrontò la questione meridionale. Vista sotto questa luce, senz’altro si può valutare adeguatamente l’importanza delle molteplici campagne che egli combatté sulla sua rivista Unità, contro le industrie parassitarie e monopoliste, contro la protezione di esse da parte dello Stato, contro tutta la politica doganale del nuovo Stato unitario così pregiudizievole agli interessi del Mezzogiorno, insomma tutta la vasta e molteplice azione che egli svolse.
Se non vi fosse altro per ricordare questa azione, basterebbe la parte di essa dedicata ai braccianti ed ai contadini poveri del Mezzogiorno, a questa classe che non aveva conosciuto altro se non la dura oppressione di un ceto conservatore cieco ed assenteista, e insieme con questo tante volte anche la faciloneria nel valutare i problemi del Mezzogiorno da parte anche di movimenti e di partiti che pur si richiamavano ad alti principi democratici e progressisti. Quanto tutto ciò abbia nuociuto al progresso, nonché del Mezzogiorno, di tutto il paese, gli scritti appunto di Gaetano Salvemini, cui si accompagnarono quelli di Dorso e poi, con più ampio respiro, quelli di Antonio Gramsci, hanno dimostrato in maniera definitiva. La vasta opera di Gaetano Salvemini, pur con 1e sue lacune ed i suoi limiti, si presenta a noi come un grande quadro, il quale, visto nel suo complesso, ci mostra come le luci vincano di gran lunga le ombre. In questo grande quadro si compendia la vita di un uomo che ha saputo dedicare tutto se stesso ai più alti e più nobili ideali. Un tale uomo, che tanto ingegno e tanta volontà d’azione diede a così nobili ideali, non poteva non schierarsi con i più intrepidi combattenti dell’antifascisino. Per questo egli soffrì persecuzioni, carcere, un esilio ventennale. Ed è da ricordare oggi che Gaetano Salvemini, questo grande cittadino, subì ad opera della tirannide trionfante anche l’onta di vedersi tolto il diritto di cittadinanza italiana.
I1 popolo italiano, risorto a libertà, lo ricollocò con riconoscimento unanime e riparatore tra i suoi più insigni cittadini.
Oggi, la Camera italiana, interprete sicura del vasto sentimento collettivo, mentre ne rimpiange l’incolmabile perdita, ne onora e ne esalta la memoria.
De Caro. Chiedo di parlare.
Presidente. Ne ha facoltà.
I1 terzo profilo, sotto il quale lo ricordo io che venni alla Camera insieme con lui nel lontano 1919, riguarda l’atteggiamento da lui assunto all’avvento del fascismo, atteggiamento di ribellione aperta. Gaetano Salvemini, polemico per tutto e contro tutti, acuì la sua polemica nei rapporti col fascismo sino ad essere processato dal tribunale di Firenze, dopo essere stato arrestato. Ricordo la pagina dolorosa di quella udienza nella quale fu malmenato e percosso la medaglia d’oro Rossetti per essersi presentato come testimone a discarico del Salvemini.
Fortuna volle che gli avvocati difensori trovassero un motivo procedurale pel quale, per una inosservanza di termini, Salvemini poté ottenere la libertà provvisoria. Questo bastò perché Salvemini, al quale per altroera stata tolta la cattedra nella quale era succeduto a Pasquale Villari, potesse recarsi in esilio clandestinamente in America, dove ottenne per vivere una cattedra universitaria.
In America, come è noto, continuò a condurre la sua campagna contro il fascismo, che ebbe termine solo con la caduta del regime.
Ricordiamo tutti il suo ritorno in Italia, allorquando riel 1948 riebbe la cattedra, che aveva perduto nel 1926, con grande soddisfazione del suo animo e dei suoi amici. È noto il suo senso di disprezzo, indubbiamente per ragioni nobilissime, nei confronti dell’emolumento che gli si voleva dare per il lungo periodo in cui era stato assente dalla cattedra stessa.
Ricordato l’uomo sotto questo triplice aspetto, penso che effettivamente la statura culturale e politica di Gaetano Salvemini debba essere di esempio alla Camera italiana e che la sua figura debba essere impressa nell’animo di tutti. Ecco perché riconfermo l’adesione del gruppo liberale alla commemorazione del grande scomparso e rivolgo alla sua memoria un commosso e deferente saluto.
La Malfa. Chiedo di parlare.
Presidente. Ne ha facoltà.
Non è il caso di ricordare qui quello che Gaetano Salvemini ha rappresentato in sede di rinnovamento degli studi storici.
Conoscitore del marxismo, egli ne assimilò gli elementi vivi nella interpretazione dei fatti storici. Ma rifiutò quello che poteva apparire applicazione di una astratta ideologia.
Rimangono così, come grandi esempi del suo modo di intendere la storia, il volume Magnati e popolani ed il suo studio sulla rivoluzione francese, sicché da questo più vivo pensiero salveminiano hanno preso le mosse più generazioni di storici.
Ma per allontanarci dal terreno storico e scientifico ed entrare nel campo politico, noi in Salvemini, socialista, possiamo individuare alcuni grandi filoni ideali di pensiero. Da una parte una luminosa tradizione risorgimentale: Salvemini è stato colui che ha saputo scegliere le più belle pagine di Carlo Cattaneo, perché in sé viveva il modo di vedere i problemi della democrazia che fu propria del grande studioso lombardo; ed anche per quanto riguarda Giuseppe Mazzini, noi abbiamo un suo libro su Mazzini e una sua successiva revisione che ci danno la misura del travaglio intellettuale e spirituale di Gaetano Salvemini intorno ai grandi pensatori e politici del Risorgimento. D’altra parte la sua esperienza socialista - lo hanno detto i colleghi che mi hanno preceduto - è stata fatta sul vivo della lotta e dei contrasti sociali ed applicata soprattutto a quel problema del Mezzogiorno, delle plebi diseredate del Mezzogiorno, che è come i1 banco di prova di qualsiasi dottrina che si voglia intendere nel suo pieno valore democratico.
Ma mi lascino dire i coIleghi socialisti che Gaetano Salvemini ha saputo superare del socialismo le molte pure e fredde astrazioni marxiste. La sua campagna per il concretismo e il problemismo ha, a mio giudizio, un valore politico che permane tuttora nella sua grande attualità. Ed ecco che noi vediamo in Gaetano Salvemini fondersi, ripeto, tutti i filoni ideali della nostra formazione democratica: da una parte il pensiero dei grandi repubblicani del Risorgimento da Cattaneo a Mazzini, dall’altra il filone socialista come lotta concreta per la redenzione delle masse diseredate, e dall’altra ancora la capacità di legarsi ad un filone di autentico liberalismo.
Per cui noi abbiamo visto Gaetano Salvemini, che veniva dalla corrente socialista, unirsi a De Viti De Marco, che proveniva dal più puro pensiero liberale, per la battaglia di redenzione del Mezzogiorno, e per quella lotta contro i privilegi e i parassitismi doganali, che fu una delle pagine più nobili della storia politica dell’anteguerra.
E questo dà l’idea della vastità non solo culturale, ma politica e morale dell’uomo.
La sua lotta antifascista è stata coerente, alta e fervida come la sua lotta prefascista, ed è rimasta sempre legata alla considerazione concreta di quelli che sono gli elementi di una democrazia e di uno sviluppo morale e civile del nostro paese. De1 resto tutta la vita di Gaetano Salvemini, nella sua semplicità, nella sua dirittura, è testimonianza di questa fede estrema nei valori della democrazia.
Si parla del concretismo di Salvemini, della sua volontà di sceverare i problemi della vita concreta di un paese, di sottrarsi alle suggestioni ideologiche ed agli schieramenti in questo o quel partito. Si dice anche che egli appartenesse ad una specie di anarchia del pensiero, che si sottrae ad ogni disciplina e vuole rimanere libero e individuale.
Non è così, onorevoli colleghi. A me pare che Gaetano Salvemini sia uno di quegli uomini che, avendo partecipato alle condizioni della lotta di ogni giorno, hanno saputo guardare lontano e hanno visto l’assoluta necessità che certi fondamentali filoni del nostro pensiero democratico confluissero in una visione più moderna e concreta dei problemi della nostra vita nazionale. Mi pare che questo sia i1 testamento vero di Gaetano Salvemini.
Guardando lontano in questo ideale, egli ha dato un’indicazione. Possano la scuola repubblicana, la scuola socialista e la stessa scuola liberale nel suo più alto senso, guardare al pensiero di Salvemini come ad una mirabile fusione di elementi ideali e critici, che insieme debbono concorrere a far progredire una società democratica. Questo è il significato del suo testamento spirituale, e l’indicazione - ripeto - che egli ha dato per il futuro.
Preti. Chiedo di parlare.
Presidente. Ne ha facoltà.
Preti. Le nobili parole degh onorevoli De Martino, Gullo, De Caro e La Malfa ci hanno profondamente commossi. I1 gruppo socialista democratico si associa alla commemorazione di Gaetano Salvemini. Non aggiungendo altre parole che forse sarebbero troppo modeste, penso di essere più vicino allo spirito del grande maestro cui noi abbiamo sempre guardato e cui continueremo a guardare.
Bucciarelli Ducci. Chiedo di parlare.
Presidente. Ne ha facoltà.
Bucciarelli Ducci. Il gruppo della democrazia cristiana si associa alle espressioni di cordoglio pronunziate per la scomparsa di Gaetano Salvemini e intende così ricordare la sua attività di uomo politico e di studioso e il particolare impegno, pieno di generosità anche se poco fortunato, di riscattare il Mezzogiorno dalle sue particolari depresse condizioni sociali.
Egli fu uno studioso profondo, anche se il suo spirito polemico lo condusse sovente ad assumere atteggiamenti esasperati che talvolta gli impedirono di valutare i problemi nella loro obiettiva natura e di stabilire rapporti sereni con uomini di diverso orientamento.
- Dettagli
- Categoria: Gaetano Salvemini
Tre domande alla sinistra
Tra socialismo e liberismo
di Paul Ginsborg
A queste domande non vi sono risposte certe, ma io sono convinto che oggi vale la pena di compiere uno sforzo, anche sofferto, per ricostruire un partito di massa di sinistra in Italia. Ma con alcune avvertenze.
Prima di tutto, ognuno di noi deve essere quanto più possibile chiaro su cosa si intenda con le tre parole chiave contenute nella mia domanda iniziale.
Cosa è, oggi, "di sinistra", cosa è "politico", e cosa è un "partito"?
Essere di sinistra non può esaurirsi nel dichiarare la propria adesione a un vago, per quanto sacrosanto, socialismo liberale. Essere di sinistra significa avere la capacità di aggredire la realtà, di lasciarvi un segno. Un esempio, fra i tanti possibili. Oggi è molto in voga parlare di "uguaglianza delle opportunità", al posto di quella pericolosa e sovversiva "uguaglianza" che odora di Rivoluzione francese. Ma questo slogan risulta inutile e retorico, se non è accompagnato da un discorso molto chiaro su quanto la società italiana sia segnata da una grave e perdurante disuguaglianza strutturale delle opportunità. Storicamente, nel campo dell'istruzione sono sempre esistiti tre grandi elementi di discriminazione: il "gender", l'appartenenza geografica e la classe sociale. Se il primo è in via di superamento, gli altri due mantengono intatto il loro influsso negativo.

Essere di sinistra deve anche, per riprendere un' espressione di Pierre Bourdieu, implicare la "distinzione". Intesa non solo come eccellenza o diversità, quanto piuttosto come capacità di distinguere, di stabilire delle linee di divisione in base alle quali sia possibile elaborare un'identità politica. Nel mondo post-comunista della sinistra italiana, invece, quasi tutto è permesso: Cossiga può presiedere una Commissione parlamentare su Tangentopoli, quello che è storicamente inconciliabile può diventare oggetto di "riconciliazione", mentre l'etica pubblica e i valori dell'impresa rischiano di diventare indistinguibili. Ai vecchi dogmi si è sostituito un nuovo lassismo. Ma tutto ciò è assai pericoloso, in quanto disorienta la gente e la spinge al cinismo verso la politica. Abbiamo bisogno di un nucleo forte di valori e di posizioni, non rigide né settarie, ma chiare e storicamente motivate, con le quali sia possibile impegnarsi e identificarsi.

E il partito? Nel 1965, a Poggibonsi, nel cuore della Toscana rossa, il Pci aveva ancora 23 cellule di strada femminili, e ben 5.000 iscritti su 22.000 abitanti! Quei tempi sono finiti per sempre. Tuttavia, sono sicuro che vi sia ancora necessità e spazio per un partito di massa di sinistra. Necessità, se non altro perché vi è chi, sul lato opposto dello schieramento politico, non cessa di organizzarsi e dispone di mezzi assai consistenti. Spazio, perché negli ultimi venti anni il rapporto fra la società civile e quella politica si è profondamente trasformato. La tradizione comunista non aveva teorizzato l'autonomia della società civile, che troppo spesso considerava come una terra di conquista nella quale far prevalere la "giusta linea". Ma ora vi è il rischio opposto, che la società civile sia lasciata a se stessa e alle sue risorse (e spesso si tratta di risorse ben misere). Da un lato abbiamo quattro gatti, spesso in disaccordo fra loro, che cercano di migliorare una periferia, un quartiere, di combattere il degrado e l'inquinamento, di unire le persone in un'epoca di forte individualismo. Dall'altro, gli amministratori e i politici, impegnati in una delle loro interminabili riunioni, per decidere sulla prossima serie di nomine, mentre fuori l'astensionismo cresce a vista d'occhio. Il superamento di questo divario fra ceto politico e società civile è uno dei compiti principali di un partito moderno, di un partito che non sia chiuso e incerto allo stesso tempo, ma disponibile, democratico, profondamente diverso.
