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Gaetano Salvemini
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www.edscuola.it/archivio/antologia/recensioni/lucchese.htm Del 7 ottobre 2113
Salvatore Lucchese, Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita, 2004, pp. 260
di Italo Nobile

Adolf Hitler
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Nel dibattito politico-istituzionale italiano i temi del federalismo, dell’autonomia e del regionalismo sembrano avere perso la loro corretta connotazione concettuale, l’intento di Salvatore Lucchese è quello di cogliere i significati precipui dei termini in questione attraverso il recupero e la disamina critica della riflessione politica di Gaetano Salvemini, la cui proposta federalista è fondata sui valori del socialismo e della democrazia partecipativa, in contrapposizione alle derive etno-regionaliste ed autoritarie che caratterizzarono la storia politica italiana a cavallo tra ‘800 e ‘900.
Nel primo capitolo sul dibattito meridionalistico di fine ‘800 S. Lucchese evidenzia come si passi da una concezione oleografica del Sud dell'Italia ad una più chiara consapevolezza della povertà delle popolazioni meridionali e da un’impostazione idealistica e moralistica ad una maggiore attenzione al contesto sociale ed economico. Tale cambiamento viene favorito dagli studi dei meridionalisti di ispirazione socialista,tra i quali si sviluppa anche una componente positivistica che, affermando la radice biologica ed antropologica della differenza tra settentrione e meridione, da un lato deresponsabilizza gli individui, ma dall’altro mortifica l’intera comunità meridionale condannandola ad una lunga subalternità storica.
Nel secondo capitolo sull’analisi marxista della società meridionale, S. Lucchese traccia un quadro dello sviluppo della riflessione meridionalistica di Gaetano Salvemini, evidenziandone la matrice culturale di stampo marxista ed al tempo stesso l’attenzione alla situazione storicamente concreta e determinata delle classi sociali della società meridionale: Salvemini nega la radice biologica dei comportamenti storici e considera le razze come al massimo un elemento passivo che assume rilevanza solo al mutare delle condizioni economiche.
Adolf Hitler
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Per Salvemini le cause dell’arretratezza del Mezzogiorno sono storico-politiche e si possono attribuire alle guerre successive alla venuta degli Angioini ed alle numerose conquiste straniere, eventi che portarono alla prevalenza della nobiltà feudale, allo spopolamento delle campagne ed alla necessità per le classi sociali più umili di sopportare il duplice parassitismo degli invasori e della nobiltà latifondista, con il risultato di una profonda e radicata pauperizzazione. Come evidenzia Lucchese, Salvemini critica poi il meridionalismo liberale che, mitizzando la funzione dello stato e del buon governo, non si avvede che le riforme necessarie per il risanamento del Mezzogiorno avevano bisogno di determinate forze sociali che se ne facessero carico. Presupposto essenziale per l’individuazione di tali forze era l’analisi materialistica della società, analisi che porta Salvemini ad individuare tre classi sociali portanti e cioè latifondisti, piccola borghesia e proletariato rurale. L’analisi di Salvemini collega il conflitto di classe all’interno del Meridione alla dinamica di classe relativa all’intero territorio italiano: infatti l’alleanza tra borghesia industriale del Nord e latifondisti agrari del Sud si riverbera nell’alleanza all’interno della società meridionale tra latifondisti (che si assicurano posti di potere nelle istituzioni nazionali) e piccola borghesia impiegatizia che combatte per occupare i posti nelle istituzioni locali al quasi esclusivo fine di arricchirsi. Lo Stato, in questo sistema di alleanze, non può svolgere una funzione riformatrice (come sognano i meridionalisti liberali accecati dall’interclassismo) ma garantisce alle classi dominanti una redistribuzione fiscale a loro esclusivo vantaggio ed ai latifondisti meridionali la repressione di ogni istanza di ribellione delle classi subalterne. Lucchese fa notare come Salvemini a tale proposito individui la possibilità di un’alleanza tra proletariato industriale del Settentrione e proletariato rurale meridionale, alleanza necessaria in quanto il destino dell’uno era comunque legato a quello dell’altro,giacché il parassitismo meridionale comprometteva la possibilità delle riforme in tutto il paese.
Nel terzo capitolo su federalismo, socialismo e questione meridionale S. Lucchese spiega come l’analisi materialistica di Salvemini trovi il suo complemento in una riforma istituzionale di tipo federalista e cerca di dimostrare come il federalismo sia conseguente alla sua analisi marxista e non quest’ultima un pretesto per il suo federalismo (solo in un secondo momento Salvemini infatti abbandona il marxismo). Il federalismo, infatti, rappresenta sia uno strumento contro la corruzione politica e il mancato sviluppo del Mezzogiorno, sia, in un ambito più complessivo, un processo che porta all’educazione in senso critico e democratico degli individui e che promuove dunque una più compiuta emancipazione politica delle classi subalterne.
Nel quarto capitolo sulla polemica di Salvemini con Nitti e Turati, S. Lucchese mostra come G. Salvemini, pur condividendo l’analisi di Nitti, ne rifiuti la parte propositiva in quanto in essa lo Stato accentratore gioca un ruolo dominante e in tale tipo di Stato Salvemini vede la fonte della forza del blocco reazionario: solo il suffragio universale e un modello federalista possono garantire invece la soluzione del problema meridionale. Salvemini polemizza anche con Turati per il quale il proletariato industriale del Nord avrebbe dovuto farsi carico del proletariato rurale del Sud. Salvemini a tal proposito obietta che attraverso il federalismo il proletariato rurale del meridione può essere protagonista delle sue vicende e contribuire al conflitto di classe di tutto il paese. La sconfitta politica di Salvemini contro la linea di Turati porterà il primo ad abbandonare gradatamente l’iniziale approccio marxista.
Nel quinto capitolo sul federalismo dell’Unità S. Lucchese analizza la riflessione di Salvemini svolta dalle pagine del settimanale L’Unità da lui fondato nel 1911 e mostra come Salvemini nel 1919 cerchi ancora di conciliare il suo federalismo con istanze marxiste, cercando di creare un ponte tra la sua concezione del consiliarismo di Ordine Nuovo (dove a suo dire il proletariato è giunto ad un tale grado di maturità da poter riorganizzare comuni e province) e un metodo (quello sovietistico) che egli identifica con quello federalistico.
Nel sesto capitolo l’autore esamina l’evoluzione del pensiero salveminiano nel quale,durante e dopo l’esilio causato dal fascismo, da un lato si critica il regionalismo dell’Assemblea Costituente in quanto costruzione artificiosa calata dall’alto, dall’altro la radicalità della proposta federalista viene attenuata: Salvemini non crede più alla possibilità di istituzioni poliziesche federali ed inoltre non pensa più che le masse rurali si possano emancipare da sole. Egli si avvicina a Turati nel pensare che esse debbano essere aiutate dalla borghesia industriale settentrionale e che la soluzione sia in un federalismo moderato che eviti sia il pericolo che il malcostume amministrativo locale sia aggravato dalla cessazione di ogni sorveglianza, sia che la sorveglianza del governo centrale sommi alla corruttela locale anche la corruttela centrale. L’ultimo capitolo del testo di S. Lucchese Un giudizio complessivo cerca di classificare il federalismo di Salvemini e conclude che si tratti di un federalismo centrifugo che procede da uno stato unitario verso forme più che altro istituzionali di autonomia ed autogoverno locale. Ciò contrariamente al federalismo americano, più attento alla divisione dei poteri che alla partecipazione democratica delle masse popolari.

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Foto 567
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Nell’intervento di Gaetano Salvemini al X Congresso del Partito Socialista Italiano, che qui riproponiamo, il Mezzogiorno diventava per la prima volta nella storia della “questione meridionale” non fondamento recriminatorio di domande di risarcimento per ingiustizie subite, ma il terreno decisivo su cui si giocavaun destino effettivamente nazionale del partito, la possibilità di garantire un fondamento effettivamente democratico e nazionale al paese, l’opportunità di costruire un progetto politico improntato a un effettivo riformismo.
Al X Congresso del Partito Socialista Italiano, celebrato a Firenze nel settembre del 1908, la componente riformista ottenne di nuovo la maggioranza dei consensi, emarginando la corrente sindacalista e soreliana. Vi intervenne per i riformisti anche Gaetano Salvemini, che parlò a nome “della maggioranza dei delegati delle sezioni meridionali”. Nel suo discorso, franco e spesso aspro e sarcastico, come era nel suo stile, il Mezzogiorno diventava per la prima volta nella storia della “questione meridionale” non fondamento recriminatorio di domande di risarcimento per ingiustizie subite, ma il terreno decisivo su cui si giocava un destino effettivamente nazionale del partito, la possibilità di garantire un fondamento effettivamente democratico e nazionale al paese, l’opportunità di costruire un progetto politico improntato a un effettivo riformismo.
Il programma politico del partito a direzione riformista, secondo Salvemini, si identificava ormai con la domanda di leggi sociali avanzata dalla Confederazione Generale del Lavoro; ma queste, nonostante la loro valenza generale, rispondevano nei fatti soprattutto alle istante della classe operaia settentrionale, molto più alfabetizzata e in grado di rivendicare salari mediamente più alti. L’indubbia migliore condizione economica e sociale degli operai del Nord consentiva loro di rientrare nei requisiti previsti dalla legge elettorale vigente, fortemente restrittiva nei riguardi degli analfabeti e dei percettori di redditi molto bassi, e per questo li induceva a considerare non rilevante né urgente l’introduzione del suffragio universale, nei fatti ormai effettivo in gran parte dell’Italia settentrionale, ancorché limitato alla componente maschile. Un interesse senz’altro maggiore era invece rivolto dagli operai settentrionali e dalle loro rappresentanze politiche e sindacali alla richiesta di abolire il dazio sul grano, indipendentemente dall’analoga abolizione dei dazi sullo zucchero o sull’industria pesante, nella prospettiva di un ribasso del prezzo del pane e di altri generi alimentari, senza tener conto degli effetti peggiorativi sulle condizioni di vita dei contadini meridionali.
Tuttavia la denunzia di quella che più tardi Salvemini avrebbe definito una “deviazione oligarchica” del partito socialista non derivava solo dalla contestazione delle permanenti condizioni di arretratezza e di miseria del mondo rurale meridionale. La novità dell’intervento di Salvemini, invece, risiede anche nel collegare una proposta di intervento riformatore con il richiamo ai cambiamenti intervenuti nel Mezzogiorno. Il predominio del latifondo assenteista, infatti, stava cominciando a conoscere una possibile, anche se ancora embrionale, alternativa in una crescita del reddito contadino. Tra gli effetti del doloroso fenomeno migratorio, avviato sin dagli ultimi due decenni dell’Ottocento, Salvemini individuava infatti la crescita del risparmio e delle rimesse degli emigranti, che tornati più tardi in patria, lo investivano nella quasi totalità in piccoli e medi appezzamenti di terre incolte, acquistati a prezzi elevati dai grandi proprietari. Questo risultato, probabilmente sopravalutato secondo la storiografia più recente, dimostrava tuttavia secondo Salvemini che erano possibili un ricambio sociale e la nascita conseguente di una nuova classe dirigente anche nel Mezzogiorno. L’aiuto di cui in questo caso ci sarebbe stato bisogno non sarebbe consistito in crescenti trasferimenti di risorse, ma in interventi legislativi che avrebbero potuto consentire a un nuovo ceto di contadini (gli “americani”) di non perdere quanto essi avevano realizzato, dopo che ignoranza tecnica, indebitamento, emarginazione, isolamento dai mercati per l’assenza di infrastrutture e di credito agrario e condizioni di illegalità impunita li avevano costretti a rivendere la terra ormai ben coltivata “per il decimo del prezzo d’acquisto”.
È evidente che, per mettere un freno a questa ingiustizia, occorre che lo Stato modifichi i sistemi tributari e doganali, organizzi la istruzione tecnica, curi intensamente la viabilità, il rimboschimento, il riordinamento delle linee fluviali, e così di seguito. E nei nuovi alvei così costituiti proromperà ben presto la forza operosa della nostra gente; e, rinnovando i paesi nostri, porterà un prezioso contributo alla grandezza di tutta l’Italia”.
Foto 57
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Un simile indirizzo politico presupponeva però un radicale ricambio delle basi sociali dello Stato liberale e questo sarebbe stato possibile solo attraverso una riforma elettorale e l’introduzione del suffragio universale. In questa prospettiva, allora, il riformismo salveminiano si differenziava in maniera radicale dall’interpretazione che ne dava la maggioranza socialista, appiattita su rivendicazioni sostanzialmente corporative e territorialmente delimitate. Il suffragio universale diventava invece per Salvemini l’unico strumento efficace per avviare una effettiva nazionalizzazione delle masse e completare in questo modo l’unificazione italiana e in prospettiva la saldatura politica tra Nord e Sud. La costruzione di uno Stato nazionale democratico non poteva che fondarsi, cioè, su un riformismo vero, ed esso non poteva essere quello “rassegnato” a progressive transazioni di transazioni; per questo non si potrà non partire da un progetto di preliminare cambiamento del quadro politico, al quale, solo successivamente, potranno seguire i concreti e più particolari interventi riformatori.
Discorso di Gaetano Salvemini al X Congresso nazionale del Partito Socialista Italiano (1908)
Le riforme immediate
Presidente
. La parola al compagno Salvemini.
Salvemini. Il Congresso è chiamato a decidere su tre questioni. La prima è duplice: rapporti fra Partito socialista ed organizzazioni, e dichiarazione dei princìpi; la seconda riguarda il programma di riforme immediate che deve chiedere il Partito; la terza riguarda la tattica.
La prima questione, secondo me, dal punto di vista riformista (a cui aderisco senza condizioni) è stata esaurita dal Rigola e dal Chiesa, e non dirò parola su questo argomento; anzi, auguro che tutti coloro che sono d’accordo con Rigola e Chiesa, invece di ripetere quello che essi hanno detto con tanta autorità e con quella forza di convinzione che nessuno potrà superare, abbiano il coraggio di starsene zitti e di non seccarci (Approvazioni).
Per quanto riguarda la cosiddetta dichiarazione dei princìpi … (i princìpi del nostro Partito debbono essere molto male in gamba, perché ad ogni Congresso sentiamo il bisogno di dichiararli) siccome una dichiarazione è necessaria, io dichiaro che dichiarerò i princìpi della Confederazione del lavoro, firmati da Rigola, Cabrini, Turati, ecc.; e spero che nella Valle di Giosafat si terrà conto di questo sacrificio che faccio, di votare in questo Congresso una dichiarazione dei princìpi, che poi mi toccherà al Congresso futuro di modificare.
Il programma di riforme immediate, invece, se siamo seriamente riformisti, merita una seria discussione. È ora di finirla di parlare sempre di riformismo astratto, e mai di riforme concrete.
Su questo punto ho avuto incarico di parlare da parecchi compagni dell’Italia meridionale. Non so se siamo l’unanimità, certamente siamo la grandissima maggioranza. E mentre su tutti gli altri argomenti, che si discutono in questo Congresso, noi meridionali siamo discordi, nella critica del programma di riforme immediate e nella controproposta siamo pienamente d’accordo; e voi vedrete sotto l’ordine del giorno, da noi proposto, accanto alla mia firma, che mi sono spellato le mani ad applaudire Chiesa, quella di altri che lo avrebbero magari fatto a pezzi.
Voci: No, no!
Salvemini. È una metafora. Il fatto è caratteristico, e per questo richiamo la vostra attenzione su di esso. I socialisti meridionali che non vanno mai di accordo fra loro, e spesso avviene che uno non sia neppure d’accordo con sé stesso … (Ilarità) si trovano completamente d’accordo su questo punto.
Il dazio sul grano e i dazi industriali
Foto 58
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Nel vostro programma di riforme immediate, voi parlate di leggi sociali, di abolizione del dazio sul grano, della riforma della scuola, della lotta contro l’aumento delle spese militari, ecc. ecc., ed infine del suffragio universale. Nella formulazione di queste singole domande vi sono però delle differenze di forma, di espressione, che hanno una grandissima importanza e che perciò meritano di essere segnalate, perché rivelano il vostro stato d’animo.
Voi chiedete l’abolizione del dazio sul grano. Va bene, assolutamente bene! Io solamente avrei desiderato che voi vi foste ricordati che, in Italia, non solo il grano costa caro, ma tutti i prodotti industriali costano il 25% in media più del prezzo normale, in grazia del protezionismo industriale. Comprendo i motivi per cui non avete toccato questo tasto. Voi ben sapete che l’abolizione, sia pur graduale, del protezionismo industriale, determinerebbe delle crisi di produzione, utili a lunga scadenza, ma dannose e certo dolorose provvisoriamente, in cui si troverebbero impegnati gli operai delle vostre organizzazioni, e perciò esitate a lanciare il proletariato, ancora immaturo, che deve fare le proprie ossa, all’assalto di un problema così grave. Non che vi dichiariate protezionisti! Ma … però … sebbene … quantunque … siamo libero-scambisti … se ne parlerà quando dio vorrà! Capisco, e vi giustifico.
Però vi faccio osservare che l’abolizione del dazio sul grano, che chiedete senza restrizione, determinerà in molti luoghi del Mezzogiorno, dove proprietari e proletari vivono esclusivamente del prodotto del grano, delle crisi di produzione, le quali alla fine riesciranno utili al paese, ma intanto saranno dolorose per noi quanto sarebbero dolorose per voi le crisi industriali, che lederebbero gl’interessi immediati dei vostri organizzatori settentrionali. Queste crisi agrarie non debbono far dimenticare a noi, socialisti meridionali, il dovere di chiedere l’abolizione del dazio sul grano, perché gl’interessi generali devono prevalere sempre sugl’interessi speciali; e il socialismo non è il socialismo del Sud o del Nord, ma deve essere il socialismo di tutti. E i singoli gruppi di lavoratori debbono avere la forza di subordinare gli interessi propria quelli di tutti.
Ma quest’abnegazione che noi meridionali dobbiamo avere per il dazio sul grano, dovreste averla anche voi settentrionali per i dazi industriali. Di questi, invece, vi siete del tutto dimenticati; e solo il dazio sul grano assalite senza riguardi. Però, quei riguardi che non avete avuto sulla questione del dazio sul grano, li avete messi fuori a proposito del suffragio universale.
Il suffragio universale
Foto 59
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Il suffragio universale - siamo franchi, credo che nessuno di voi negherà quello che affermo - voi lo avete messo nel programma perché c’è stato qualche rompiscatole che ve lo ha ricordato, ma non è una domanda alla quale proprio ci tenete. Non solo l’avete regalata all’ultimo posto, ma l’avete incartata in una quantità di restrizioni e di transazioni. Perché questa è un’altra delle abilità del nostro riformismo di rassegnati e di smidollati: che quando chiediamo qualche cosa, abbiamo sempre cura di dire che ci accontenteremmo anche della metà e anche del quarto, e anche dell’ottavo; e le rinunzie, che sono necessarie quando si scende dalla teoria alla pratica, dalla propaganda all’azione, noi le facciamo sin dal momento stesso in cui bisogna fare la pura teoria; e così, quando arriviamo alla pratica, noi facciamo non una transazione, ma la transazione di una transazione della transazione (Qualche applauso – Ilarità - Commenti).
Dunque, il dazio sul grano l’avete fornito di scarpe ferrate, che debbono andare avanti senza preoccuparsi di quello che schiacciano; il suffragio universale ce lo avete dato con le pantofole. E sareste stati più sinceri se non ne aveste parlato affatto. Perché, è inutile che continuiamo ad illuderci con buone parole, il centro del vostro pensiero, quindi della vostra attività, voi non l’avete nell’ultimo numero del programma; voi non direte mai una sola parola per il suffragio universale; per l’azione pratica, quello che vi interessa, quello a cui volete e dovete dare la vostra attività, non è l’ultimo numero del programma, ma sono i primi. E sono sicuro che nessuno di voi lealmente mi potrà smentire.
Una voce: Bisogna parlare al Congresso.
Salvemini. Il suffragio universale l’avete messo nell’ordine del giorno per parata; ma alla vostra firma, in questo caso, date il valore che danno i creditori dell’Avanti! alla firma di quelle cambialette di cui abbiamo inteso parlare ieri (Viva ilarità). Ed è naturale che sia così; né ve ne accuso; errerei se ve ne accusassi.
Rigola aveva perfettamente ragione quando diceva: per noi, molto più del suffragio universale, vale l’indennità ai deputati. Nei paesi dove egli lavora, nel Biellese, per esempio, il suffragio universale esiste. Nell’Italia del Nord il primo passo è fatto; e ora si deve fare il secondo con la indennità ai deputati.
Io, se fossi stato in lui, molto probabilmente non avrei detto: vale più l’indennità; ma avrei detto: vale solo l’indennità. Perché non si può far paragone tra quello che vale, e quello che non vale più perché è posseduto.
Nel Nord sanno leggere e scrivere, se non tutti, quasi tutti i lavoratori. E non appena un operaio è entrato nella lega e ha cominciato ad avere il senso dei proprio interessi, fa presto a farsi iscrivere nella liste elettorali.
Suffragio universale e Mezzogiorno
Inve
Foto 60
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ce nell’Italia, con rispetto parlando, meridionale (Si ride) le cose sono molto diverse. Siccome legalmente il diritto elettorale è subordinato al saper leggere e scrivere, nell’Italia meridionale, dove l’enorme maggioranza dei lavoratori, dei contadini, non sa leggere e scrivere, il diritto elettorale è ristrettissimo; e la massa dei lavoratori è esclusa dalla legge elettorale attuale da ogni influenza politica.
Vi parlo di una questione che apparentemente non interessa voi, perché, come ho detto poco fa, ognuno sente i soli mali propri. Ma cerco di elevarvi al di sopra dei vostri interessi immediati; e vi richiamo ad osservare un problema che, in fondo, come vi spiegherò in seguito, è di interesse, non solo nostro, ma anche vostro.
Non solo da noi il diritto elettorale è ristrettissimo; ma in questi ultimi tempi sono diminuiti gli elettori. Perché la legge sullo sgravio delle imposte nella province meridionali, la quale ha diminuito di un terzo la tassa fondiaria ad ha abolito alcune tasse locali, ha prodotto per effetto che molti che prima erano elettori, perché pagavano 5 lire di imposta locale e 19 di imposta di Stato, pagando da ora in poi una tassa minore, hanno perduto il diritto elettorale. Cioè, mentre prima per essere elettori dovevano firmare una domanda stesa davanti al notaio, ora devono fare l’esame del componimento e del problema; quelli che erano iscritti nelle liste sono stati cancellati d’ufficio.
E cosi abbiamo che mentre nel Nord, in una città di 20.000 abitanti avete 2.000 elettori, nel Sud ne avremo al massimo 800, e mentre nel Nord voi vedete deputati eletti con 4 o 5.000 voti, del Sud ne vedrete di quelli eletti con 800 voti.
Una voce: Insegnate loro a scrivere! (Interruzioni)
Salvemini. Voi capite quale sia la posizione di una città dove ci sono pochissimi elettori, o di un collegio elettorale con pochi elettori.
Qualunque sia il numero di elettori, avete sempre nel corpo elettorale un certo numero di persone strettamente legate ad un partito, per convinzione, per interesse, per tanti altri motivi che comprendete, senza bisogno di spiegazioni; ed un altro certo numero strettamente legato, per le stesse ragioni, al partito contrario. Tra queste due masse salde, che nulla potrà scuotere - perché non potete andare a dire ad uno: il vostro partito ha torto, quel partito che vi ha dato l’impiego che vi frutta sessanta lire al mese! - tra queste due masse stabili, compatte, che si fondano sulla convinzione sincera e sull’interesse personale, c’è la massa intermedia; ed è questo il terreno su cui lavorano i vari partiti per spostare la maggioranza. Quando la massa intermedia è scarsa, quando è di 150, di 200 elettori, la corruzione è facilissima. E facilissima diventa anche la prepotenza del Governo contro i partiti d’opposizione.
Nel momento delle elezioni, il Governo scatena la mala vita contro chi non vota per il deputato ministeriale; distribuisce favori ad impieghi; concede le grazie sovrane; largisce i porti d’arme; commette le più grandi infamie. E quella massa intermedia di 150 o 200 persone, nella quale basta spostarne una settantina per spostare la maggioranza, finisce sempre col passare dalla parte del Governo. Per questo vengono dal Mezzogiorno sempre deputati ministeriali! (Approvazioni).
Voi vantate, e noi vi invidiamo, le elezioni-protesta di Turati del 1898, del 1899 e del 1900. Ma in quel collegio c’erano 10.000 elettori, che non si potevano né tutti corrompere, né tutti intimidire, né tutti irreggimentare. Se nel collegio di Turati ci fossero stati soli 1.000 elettori, iscritti, il Governo avrebbe lasciato votare liberamente i soli conservatori, avrebbe comprato un paio di centinaia di voti, avrebbe intimidito qualche centinaio di elettori socialisti; e le elezioni-protesta non sarebbero avvenute (Bene!).
Noi vi ammiriamo, noi vi invidiamo per la resistenza meravigliosa che hanno fatto i cittadini di Alessandria contro le prepotenze del commissario regio. Ma ad Alessandria non so quanti elettori ci siano; sono molti; là c’è una massa enorme …
Una voce: Sono quindici mila.
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Salvemini
… e in questa massa enorme di elettori il commissario regio può avere corrotte o intimidito cento, duecento, magari mille persone… (Interruzione) ma una massa di dieci mila non si può corrompere né intimidire tutta. Quei dieci, quei dodici mila elettori, che saranno sempre fuori di ogni possibile pressione, quelli, nel giorno delle elezioni, scenderanno in massa alle urne e sconvolgeranno ogni manovra di corruzione giolittiana!
Una voce: Ma via! qualche cosa c’è stato anche nell’Italia meridionale!
Altra voce: E ad Ariano?
Salvemini. Sento da un compagno meridionale che ad Ariano hanno saputo resistere. Ma da noi per resistere al Governo è necessario sprecare una quantità di energia molto maggiore che non nei paesi settentrionali; e le nostre vittorie sono rare e di breve durata.
E questo vi spiega quell’odio, direi quasi personale, che hanno i meridionali, non solo i socialisti, ma anche tutte le persone oneste, contro il Giolitti. Dal ’60 ad oggi abbiamo avuto molti ministri che hanno calpestato, corrotto l’Italia meridionale; ma nessuno ha così sistematicamente e cinicamente calpestato il nostro onore e la nostra dignità! (Benissimo! - Applausi).
Voi comprendete come, in questa condizione di cose, cioè con un Governo il quale fa le elezioni come gli pare e piace in grazia del ristretto suffragio, si formi quella catena di camorre che soffoca l’Italia meridionale; perché il deputato governativo fa proteggere dal prefetto la propria clientela nel Comune; la clientela del Comune fa eleggere il deputato governativo nelle elezioni; e il deputato, cosi eletto, va alla Camera a fare l’eterno ascaro ministeriale (Benissimo! - Applausi).
Una voce: Lo sapevamo!
Salvemini. Lo sapevate, ma non lo sentivate come lo sentiamo noi. E questo avviene indipendentemente dai partiti politici, e dalla bandiera sotto cui avvengono le elezioni.
Oggi avete camorristi monarchici, conservatori, giolittiani. Non nego che fra i deputati meridionali ci sia un certo numero di galantuomini …
Una voce: Ma sono molto pochi!
Salvemini. Domani avreste camorristi radicali, socialisti, repubblicani. Quando vi lamentate che dall’Italia meridionale non vengono deputati socialisti, avete torto! È una fortuna che non vengano; perché se venissero, da un ambiente come il nostro, vuol dire che nove volte su dieci avrebbero avuto bisogno di ottenere l’aiuto o la tolleranza del Governo. Non sarebbero perciò liberi nella loro azione, e discrediterebbero il Partito. E per questo bastano i deputati socialisti del Nord! (Viva Ilarità -Approvazioni).
Voi comprendete da questa spiegazione molto rapida, come chiunque voglia nell’Italia meridionale fare opera di rinnovamento, debba avvedersi ben presto che gli manca il terreno sotto i piedi, gli manca l’aria per respirare. In un paese, dove la classe proletaria non può esercitare nessuna influenza politica, essa si trova inceppata in tutte le maniere anche nell’azione economica.
Voi non potete fondare una lega di resistenza senza che il delegato, invitato dai proprietari e dal deputato, vi dia una quantità infinita di piccole noie. Non potete fondare una cooperativa di consumo, senza che gli esercenti incomincino subito, protetti dal deputato, a crearvi difficoltà, contravvenzioni, spreco di carta bollata, ecc. ecc. Non potete metter su una cooperativa di lavoro, senza urtare contro gli appaltatori e i gabellotti, cioè contro il deputato ed il delegato.
Solo il suffragio universale ci permetterà di introdurre nella vita politica e amministrativa la grande massa dei contadini, che non può aspirare agl’impieghi come l’avvocato, il medico, il professore, che vive nel proprio lavoro, giorno per giorno, e che diventando una forza politica, darà a noi il punto d’appoggio per lavorare. Fino a che non avremo il suffragio universale, tutti i nostri sforzi per rinnovare i nostri passi saranno assolutamente vani.
Una voce: Ma il suffragio universale già c’è (Interruzioni).
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Salvemini
. C’è sulla carta. E fino a quando non sarà divenuta una realtà, lo stesso scrutinio di lista, che il nostro amico Giolitti ci vuol regalare, sarà per noi un male. Perché esso spingerebbe le singole camorre collegiali a federarsi in leghe provinciali o interprovinciali, che si appoggerebbero a vicenda nelle elezioni e si scambierebbero i voti con una lista comune. E non si potrebbe più colpire una camorra senza che accorressero in suo aiuto le altre.
Noi meridionali non godiamo fra voi di buona fama. Se mettiamo da parte la retorica unitaria, cretina e umiliante per noi, è un fatto che voi poco ci stimate. I nostri paesi, però, non mancano di ottimi elementi; e quando noi siamo buoni, siamo buoni per davvero e sappiamo essere anche migliori di voi! (Ilarità). Solamente questi ottimi elementi, messi in un ambiente mefitico, sotto la campana pneumatica del suffragio ristretto, intristiscono e muoiono asfissiati.
Mettete un uomo della migliore volontà di questo mondo in ambiente disgraziato, circondato da difficoltà di ogni genere; egli lotterà per due anni, per tre anni; ma la vittoria sempre gli sfugge; alla fine l’esperienza gli dimostra che la vittoria è impossibile. Come volete che quest’uomo alla fine non si perda di coraggio? Bisognerebbe essere santi per vivere tutta una vita di sacrifici disperati; e anche il santo, alla fine, abbandona la vita del suo tempo e se ne va nel deserto. Ma chi deve rimanere nella vita civile, ben presto si scoraggia, e dallo scoramento alla depressione, e dalla depressione al tradimento è breve il passo (Vive approvazioni).
Voci: Ma no, ma no!
Salvemini. Io sono molto contento che in questo Congresso ci sia una grande quantità di gente che è sicura di non scoraggiarsi mai! (Si ride). Della necessità della conquista del suffragio universale, finora, il proletariato meridionale non si era reso conto esatto. Siccome non sono venuto qui a vedervi del fumo, così devo dire questa verità (Interruzioni).
Queste interruzioni sono assai sintomatiche e dimostrano che anche nel Partito socialista vi sono due Italie (Approvazioni).
A parole, facciamo sempre un grande spreco di solidarietà; ma quando la parte dell’Italia più misera, più sfinita, quella più degna di simpatia e di aiuto, chiede un atto di vera solidarietà, allora non trova che scherno e ostilità (Bene!).
Di chiedere il diritto di voto, ripeto, il proletariato finora non si è mai occupato. Posso dirlo io che da dieci anni sto battendo sul chiodo del suffragio universale, e fino a pochi anni fa non ho conchiuso nulla. E gli stessi socialisti meridionali non capivano neanche essi la importanza del suffragio universale. Però da qualche anno a questa parte le condizioni si sono profondamente mutate, assolutamente rivoluzionate (Breve ilarità). Vi riuscirà nuovo questo che vi dico, perché non conoscete l’Italia meridionale; di qui gli equivoci e quegli scoppi di ilarità inopportuni, dei quali si vergognerebbero quelli che li fanno, dopo conosciuto il vero stato delle cose (Bene!).
Dicevo, dunque, che in questi ultimi anni le condizioni si sono assolutamente rivoluzionate. Dopo svariati tentativi e molti brancolamenti nel vuoto, dei quali è inutile parlare, in alcuni regioni han cominciato a venir su organizzazioni di resistenza e di cooperazione.
Ed allora si ha questo fenomeno: che a Scaccia, per esempio, su 1.500 contadini iscritti alla lega, se ne hanno soli 25 iscritti nelle liste elettorali. E questa lega - la quale economicamente è una potenza, la quale può esercitare una pressione immensa a cui nulla si può opporre, perché i contadini meridionali non sono come quelli del Nord sparpagliati per la campagna, ma vivono tutti agglomerati nei paesi e sono fuori della pressione e della influenza del prete che non li conosce neanche di nome, sono fuori della pressione diretta del padrone, che li assolda giorno per giorno, e hanno molti elementi psicologici comuni col proletariato industriale - questa massa di contadini, che può essere onnipotente, è esclusa dal voto politico e amministrativo; è sfruttata dalle camorre locali in quelle maniere, contro cui hanno protestato gli stessi conservatori settentrionali; è impedita nelle organizzazioni economiche; ha contro di sé tutti i poteri pubblici asserviti al deputato, il quale deputato è incrollabile (Interruzioni). Eh, sì! Il deputato è incrollabile e non ha paura di noi! Nel Nord il deputato conservatore è obbligato ad avere una certa prudenza; molte volte si mette anche la maschera del democratico; si dà l’aria di esservi amico; ha paura delle elezioni. Ma il deputato meridionale, nelle elezioni, non ha paura che del Governo: i contadini, che non hanno voto, egli li mette sotto i piedi, li schiaccia e passa avanti. Questa è la situazione delle cose! (Commenti animati).
I benefici dell’emigrazione
Foto 63
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Dove non è ancora nata l’organizzazione economica, c’è un altro fatto, che negli ultimi anni ha sconvolto il vecchio ambiente: ed è l’emigrazione. Noi continuiamo a parlare dell’Italia meridionale, quale era quindici anni fa; mentre l’Italia meridionale di oggi è tutt’altra. Il contadino meridionale che va in America, negli Stati Uniti, e non ci va sempre, ma solo per pochi mesi e poi ritorna, là, nell’ambiente democratico degli Stati Uniti, non solo guadagna fior di quattrini, ma acquista una coscienza di cittadino, che prima non aveva. La prima cosa che fa il contadino meridionale è di scrivere alla moglie di mandare i figli alla scuola, perché capisce che cosa vuol dire saper leggere e scrivere. E ritorna a casa pieno di energia e con un senso di dignità che prima non aveva. Diceva un capitano di transatlantico, ed il discordo è caratteristico: dei vostri cittadini, quando vanno in America per la prima volta, ne facciamo quello che vogliamo; al ritorno non li tiene nessuno!
E noi abbiamo avuto in questi ultimi mesi il fenomeno veramente inaudito, incredibile, e di cui non hanno parlato i giornali, che il ministro Lacava, nel viaggio che sperava fosse trionfale fatto nelle Calabrie, è stato fischiato per tutti paesi ed è stato fischiato dagli “americani”. È della gente che si è completamente trasformata. Ora questa gente vede il suo nemico; lo vede nel sindaco, nel Consiglio comunale, nel deputato; e lo vede tanto più facilmente in quanto nei nostri paesi il contadino nasce quasi con la coscienza di appartenere a una classe oppressa e sfruttata. Ebbene, questa gente non ha nessun modo per farsi sentire, perché è analfabeta e perciò priva del delitto elettorale.
Voi capite la situazione in cui si trova nel Mezzodì chi voglia iniziare un lavoro di rinnovamento legale; in cui si trovano in modo speciale i riformisti, cari al tuo cuore, o Turati! Noi dobbiamo parlare di riforme da conquistarsi con i mezzi legali, a della gente che non ha nessun mezzo legale per conquistarle! (Vivissime approvazioni).
E questo è il segreto del rivoluzionarismo dei socialisti meridionali. Non avendo altro da fare, fanno delle chiacchiere rivoluzionarie! (Bene! Bravo! - Interruzioni - Ilarietà).Intendiamoci bene. Io vi ho detto che parlavo a nome dei socialisti meridionali; ma vi ho detto anche che i socialisti di tutte le tendenze si sono riuniti per darmi quest’incarico. Io parlo a nome di tutti, solo nelle linee fondamentali del mio discorso. Gli sviluppi secondari sono miei. Quando dico delle verità, è loro il merito; se dico delle sciocchezze, sono mie (Vivissima ilarità - Approvazioni).
Per noi meridionali, dunque, la conquista del suffragio universale è questione di vita o di morte. Voi direte che io esagero; ma nelle Puglie siamo forse alla vigilia di fatti gravissimi. Perché i contadini che si sono organizzati, questi contadini che hanno cominciato a muoversi, devono ben fare qualche cosa; sul terreno economico essi urtano molte volte contro proprietari che sono più miserabili di loro; sul terreno politico sono paralizzati del tutto dalla mancanza del voto; e noi non possiamo dare ad essi un obbiettivo preciso verso cui volgere i loro sforzi. Alla fine, perdono la pazienza, non ascoltano più nessuno, e ci travolgono. Vorrei essere falso profeta; ma temo che si sia alla vigilia di fatti molto gravi. Con questa differenza: che nel ’94, quando ci furono i moti di Sicilia, eravamo un po’ tutti sindacalisti, e applaudivamo a quelli che facevano gli sbarazzini, e mandammo ad essi la parola di solidarietà, e li difendemmo e li aiutammo; oggi siamo diventati, e dico siamo perché lo sono anche io, pratici; cominciamo a mettere pancia; diciamo che non bisogna scendere per le strade; e se nel Mezzodì avverrà qualche cosa, i nostri contadini non avranno neanche la consolazione di essere compatiti. Ma a questa classe rurale proletaria, che segue anche da noi quell’impulso facondo che spinge in tutto il mondo il proletariato rurale a prender posto accanto al proletariato industriale, a questa gente che vuol muoversi, ma non ha nessuna via legale di azione politica, come potete impedire di fare la sola azione politica che è possibile, dove non è possibile nessuna azione legale, di fare cioè la rivolta pazza, brutale, cieca, sciocca, imbecille, chiamatela come volete, ma che non può essere altrimenti che così? (Bene! - Bravo!).
Questo vi spiega perché per noi la questione del suffragio universale è fondamentale.
Il suffragio universale poteva essere un sogno teorico dieci anni fa; oggi è una necessità; e se non risolviamo questo problema, siamo sicuri che tutto il lavoro fatto finora andrà in isfacelo.
Ma voi questa questione non la sentite. Non è colpa vostra e noi non abbiamo motivo di accusarvene. L’ha detto anche Marx, che non è il nostro modo di pensare che determina il modo di essere, ma il modo di essere che determina il modo di pensare. Sono le condizioni in cui viviamo che determinano la nostra mentalità; e le vostre condizioni sono troppo diverse delle nostre perché voi possiate facilmente comprendere la nostra mentalità.
Per ottenere le riforme
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Voi ci tenete ad essere uomini pratici. È avvenuto in voi un fenomeno curiosissimo: per reazione, contro il bagolonismo frasaiuolo dei rivoluzionari - qui parla il riformista, non il rappresentante dei meridionali - voi, che avete nel vostro cuore una fonte immensa di idealità e tutta la vostra vita testimonia per voi, voi siete passati ad un eccesso contrario. Le belle parole e i bei gesti vi trovano sospettosi e scettici. Quandovi si invita a un’opera buona, voi v’impennate: volete prima fare il conto, volete prima sapere quanto ci guadagnerà il proletariato! Così le vostre parole molte volte vi incatenano, e vi impediscono di guardare fuori di voi stessi. E credete così di essere pratici. Permettetemi un’insolenza amichevole: non siete pratici, amici miei, siete miopi (Ilarità vivissima).
Perché non credo che voi le riforme del vostro programma speriate di ottenerle per decreto reale, dopo fatta una visitina a Sua Maestà! Suppongo che voi le riforme le volete chiedere al Parlamento; e perché il Parlamento voti una riforma, è necessario che la maggioranza sia favorevole alle vostre idee. Ora, come sperate avere nel Parlamento una maggioranza su cui possiate influire, fino a quando contro la massa democratica settentrionale ci sarà la permanente coalizione dei conservatori del Nord e dei deputati meridionali?
Voi avete una palla di piombo al piede, che vi impedisce di camminare. Fino a quando l’Italia meridionale non manderà alla Camera che deputati conservatori e ministeriali, voi sarete come il gatto che cerca di acchiappare la propria coda, e gira attorno a sé stesso e non l’acchiappa mai! (Viva ilarità).
Chiesa. Qualche volta si!
Salvemini. Si, ma subito dopo la perde!
Voi volete l’abolizione del dazio sul grano. Ma quest’abolizione non sarà combattuta solo dai latifondisti meridionali e dai deputati agenti dei latifondisti meridionali, che formano quasi la metà della Camera. Essa sarà combattuta anche dagli industriali settentrionali. C’è un contratto tra latifondisti del Sud e industriali del Nord! Gli industriali del Nord danno ai meridionali il dazio sul grano; e questi permettono a quelli di mungere l’altra mammella del proletariato, col protezionismo industriale.
Come sperate di rompere questa catena? Anche ammesso che voi nel Nord abbiate la maggioranza, e resti contro voi nei vostri paesi una minoranza conservatrice, questa minoranza vostra, unità all’unanimità reazionaria dei nostri deputati, riescirà sempre a schiacciarvi. Come romperete questo blocco immane?Come le farete le riforme? Sperate forse che i deputati conservatori del Settentrione e del Mezzogiorno, intenerito dall’amico Giolitti, facciano una nuova notte del 4 agosto e rinuncino ai loro privilegi? In questo caso io vi pregherei, per essere conseguenti, a voler mettere sotto aceto la formula della lotta di classe. Oppure, non volendo abbandonare in nessun modo il metodo della lotta di classe, che è il nucleo del marxismo, il centro del socialismo, ma vedendo la sterilità della lotta legale, nelle condizioni attuali, intendete accettare gli scioperi generali, l’azione diretta, la ginnastica rivoluzionaria?
In questo senso, caro Turati, il riformismo, l’evoluzionismo, il perbenismo, me li saluta lei? (Ilarità vivissima e prolungata).
E lo stesso potrei dire per le riforme scolastiche, per le riforme sociali, per tutte le altre riforme da voi domandate. Nello stato attuale delle cose, non c’è nulla che voi possiate seriamente ottenere. E se è vero che le conquiste le deve fare il proletariato con le sue forze, come potete sperare di compiere queste conquiste in un paese dove una buona parte del proletariato è esclusa da ogni diritto elettorale? (Interruzioni).
Mi affretto alla conclusione. Desidero fare agli amici della Confederazione del lavoro una domanda molto precisa, a cui spero daranno precisa risposta. Io leggo nel vostro ordine del giorno che volete la riforma scolastica. Cabrini saprà bene che ci vogliono 60 milioni di aumento del bilancio.
Una voce: Meno.
Salvemini. Se dite di meno, vuol dire che non ve ne intendete! Voi volete anche abolire il dazio sul grano; sono, per lo meno, 30 milioni all’anno di diminuzione di entrate.
Una voce: Di più.
Salvemini. Molti di più! Non importa. E arriviamo a 90 milioni. Volete anche altre riforme, che richiederanno altri quattrini. Ora io spero che gli amici della Confederazione del lavoro e del Partito socialista, che hanno aderito al loro ordine del giorno, mi spieghino dove sperano di trovare tanti denari. La Camera attuale ha già votato delle spese militari e tante altre ne ha impegnate per l’avvenire, che non solo non c’è più nessun avanzo di bilancio, ma, come dichiarano ormai tutti gli economisti, anche i più ottimisti, noi andiamo incontro al disavanzo.
Voi parlate della necessità di combattere ogni aumento di spese militari. Ma avete chiuso la stalla dopo scappati i buoi! Parlare di non aumentare le spese militari, ora non serve a nulla, per il semplice fatto che già sono state aumentate, e già si è determinato il disavanzo. E, anche quando voi correggeste questa parte del vostro ordine del giorno, affermando la necessità di chiedere la diminuzione delle spese militari, il problema rimarrebbe sempre molto grave, andrebbe impostato diversamente che sul vecchio antimilitarismo equivoco e frasaiolo; e ci vorrebbe molto tempo per vincere questa battaglia, almeno tanto quanto ce ne vorrebbe per conquistare il suffragio universale.
Ora, con quali intenzioni voi parlate di riforme? Promettete agli operai riforme della cui possibilità pratica siete sicuri? Oppure parlare di riforme solo per fare proseliti, per tener caldo l’ambiente, per avere una piattaforma elettorale? Non vi pare che sia giunta l’ora di metterci finalmente sul serio a fare i riformisti, cioè a non promettere riforme che non si possono attuare?
Questa domanda io la faccio precisa e netta a te, Turati. Tu, che hai sempre dato esempio di sincerità, spero che risponderai chiaramente su questo punto, salvo il caso che, da quando sei stato ribattezzato e cresimato e riammesso nel Partito, insieme ai tuoi Gruppi autonomi, tu non sia diventato e uguale a tutti gli altri … (Si ride - Qualche applauso).
Voci: Basta, basta! Taglia, taglia!
Salvemini. Termino il mio discorso. Ma se dopo di me verrà qui della gente a portare argomenti contro il suffragio universale, sarà questo un vero e proprio atto di slealtà, dopo che si è impedito a me dimostrare che quegli argomenti non hanno base.
Voci: Parli, parli!
Salvemini. Mi preme solo fare due dichiarazioni. Anzitutto, voglio smentire quel giornale che ha stampato che nell’adunanza dei socialisti meridionali fu deliberato di fare dell’ostruzionismo contro qualunque proposta non fosse quella del suffragio universale. Forse il giornalista non ha capito le informazioni avute. Può anche essere che l’informatore abbia capito male quel che si disse nell’adunanza. Di gente che non capisce ce n’è sempre, anche tra i meridionali (Si ride - Interruzioni).
Una voce: Finisci il discorso. Non sciupare l’effetto.
Salvemini. Io non sono venuto qui a cercare l’effetto, ma a sostenere una tesi di verità! (Bravissimo! - Applausi). Avete perduto tanto tempo a dire corbellerie sull’Avanti!, mentre ci volevano quattrini: ora avete il dovere di ascoltare me (Interruzioni - Rumori vivissimi).
L’altra dichiarazione che sento il dovere di fare è che noi non vi promettiamo che, appena ottenuto il suffragio universale, l’Italia meridionale da un momento all’altro si rinnoverà. Il suffragio universale non sarà che il principio del cambiamento. Se lo conquistiamo oggi, il cambiamento sarà completo tra venti anni; se lo conquistiamo tra venti anni, il cambiamento sarà completo tra quaranta.
È questo il solo aiuto che noi vi chiediamo. Non ve ne chiediamo altri. Finora, nei nostri congressi, abbiamo assistito spesso a spettacoli che a me, meridionale, hanno fatto umiliazione e dolore. Sono stati continui e noiosi i lamenti dei meridionali perché i socialisti del Settentrione non si occupavano di loro. Io spero che i meridionali non ripeteranno più queste lamentele! Quando i socialisti del Settentrione cominciarono a costituire il Partito socialista, non andarono a chiedere l’aiuto dei tedeschi o dei giapponesi; fecero da sé. E anche noi dobbiamo fare da noi! (Rumori vivissimi).
Una voce: Le condizioni sono differenti.
Salvemini. Le condizioni sono sempre uguali, quando si ha voglia di lavorare e il senso geloso della propria dignità.
Noi speriamo di non chiedervi più quattrini, perché è umiliante questo dover chiedere, questo dover pitoccare. Ma vi chiediamo una solidarietà che avete il dovere di darci, che vi costerà qualche sacrificio, che vi obbligherà, lo riconosciamo, ad andar dai vostri operai a dir loro: abbiate pazienza, aspettate, non è questo il momento per chiedere la soddisfazione dei vostri bisogni immediati. Ma questo sacrificio avete il dovere di farlo; perché siete socialisti; perché per voi non deve esistere solo la parte del proletariato più evoluta e più potente; deve esistere anche la parte più arretrata, quella che ha bisogno del vostro aiuto! Questa solidarietà voi potete darcela, voi dovete darcela. Ed è il solo aiuto degno di uomini liberi: aiutateci a diventar liberi; il resto lo faremo noi! (Bene! Bravo! - Applausi vivissimi).
E così ho finito. E dichiaro che presenterò un ordine del giorno in questo senso, il quale è firmato da trentaquattro compagni meridionali. Erano trentatré, ma il numero non mi piaceva, ed ho chiesto un’altra firma … (Si ride).
La tattica elettorale
Ed ora vi prego di consentirmi un altro minuto solo perché possa dire una parola sulla tattica. Noi ci troviamo di fronte a tre proposte: quella dei blocchi, quella d’intransigenza assoluta, e quella dell’autonomia. Per me, tanto la proposta dei blocchi quanto quella dell’intransigenza non rispondono bene alla necessità del Partito, perché entrambe assolute. Come sarebbe una sciocchezza e forse una cattiva azione rompere il blocco a Firenze, è stata una cattiva azione farlo a Roma. Però io credo che la semplice affermazione dell’autonomia non basti. Al principio dell’autonomia è necessario aggiungere non un obbligo, non un impegno assoluto, ma un consiglio a molti che sono incerti. E il consiglio dev’essere,che, oggi come oggi, quando non vi sieno argomenti sicuri, veramente chiari, evidenti, per fare il blocco, è bene seguire la tattica intransigente. Oggi come oggi, l’intransigenza deve essere la regola; la transigenza, l’eccezione. Troppo a lungo ci siamo confusi con gli altri. Ci è necessario un periodo di raccoglimento per ritrovare un poco noi stessi, dopo tanti sbalzi, dopo tanti errori, dopo tante aberrazioni.
Avrei parlato anche più a lungo se mi aveste lasciato parlare. Non vi ringrazio perciò se mi avete ascoltato a lungo. Siamo pari (Ilarità - Benissimo! Bravo! - Applausi vivissimi e prolungati).
Seguito alla discussione generale sulla direttiva politica ed economica del Partito
S
alvemini. È una dichiarazione, che credo indispensabile e che avrei fatto ieri nel mio discorso sviluppandola largamente, ma che faccio invece oggi, non potendone fare a meno. Vedo qui, in uno degli ordini del giorno, che è fatto obbligo alla Direzione d’iniziare subito un’agitazione per il suffragio universale, coordinando tutte le altre agitazioni speciali che via via crederà necessarie. Questo punto fondamentale contiene una pregiudiziale. In altri termini, vuol dire questo: teniamo immensamente all’agitazione per il suffragio universale, ma non crediamo con questo che si debbano trascurare le altre agitazioni economiche e politiche che sono energicamente richieste dalle condizioni del Nord.
Bisogna tener desta questa agitazione e non bisogna dimenticare di far conoscere agli operai che tutte le riforme, come quella della scuola, l’abolizione del dazio sul grano, ecc., non potranno conseguirsi, o molto difficilmente, se non si ha il suffragio universale. Insomma ci divideremo il lavoro in questo modo:Voi parlate, per esempio, dell’abolizione del dazio sul grano e del suffragio universale; noi del Mezzogiorno parleremo del suffragio universale ... (Rumori - Interruzioni)
Presidente. Prima volete che parlino, poi non volete ascoltarli. Se si fa così fin da adesso, che cosa succederà più tardi?
Voci: Se lo ha detto già ieri!

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Da www.eticapa.it

Riflessioni sulla crisi in corso

di Antonio Zucaro

I guerra mondiale
I guerra mondiale
Questa crisi è gravissima ed è inedita, perché sconvolge le abitudini, i rapporti, la vita intera delle persone. Lascerà, perciò, oltre ad una serie di pesanti conseguenze materiali, cicatrici incise nel profondo della psiche collettiva. Nel mondo ed in Italia, che ancora una volta si trova sulla prima linea di una crisi globale. Nell’immediato il Governo italiano si è mosso bene, almeno secondo la valutazione dell’OMS e degli altri Governi. Al di là dei ritardi locali e di alcune scelte problematiche è emersa una sintonia di fondo tra la graduale accentuazione delle restrizioni e la crescita della consapevolezza pubblica sulla gravità della situazione, che sta garantendo una condivisione di massa del senso dei provvedimenti presi. Quando sarà finita si aprirà un altro scenario, diverso dal dramma attuale ma anche dalla situazione precedente. Le persone non chiedono che di tornare alla vita di prima. È comprensibile, ma non sarà possibile. Oggi il Governo impiega i poteri eccezionali previsti dall’ordinamento per far fronte all’emergenza sanitaria ed alle relative necessità col sostanziale consenso del Paese. Le misure economiche avviano la distribuzione di risorse consistenti ricavabili dal ricorso all’indebitamento, senza sacrificare nessuno. Ma non basterà, innanzitutto sul piano quantitativo. La pandemia sta mettendo dolorosamente allo scoperto contraddizioni già ben presenti, finora occultate o mistificate dalla cultura dominante e che adesso sarà impossibile ignorare. Di queste i tagli alla spesa sanitaria pubblica costituiscono oggi l’aspetto più evidente, ma certo non l’unico. Occorre aver chiaro che lo shock del coronavirus non è una disgrazia che si è aggiunta ad una crisi economica che tra alti e bassi va avanti da dodici anni. Questa pandemia è essa stessa un evento, una manifestazione violenta della crisi globale che ha investito il mondo all’avvio di questo millennio, come l’attacco alle torri gemelle del 2001, la crisi dei mutui subprime del 2007, le “primavere arabe” e le guerre conseguenti, la Brexit quest’anno. Eventi militari, politici, finanziari, finiti sempre e comunque in un peggioramento della situazione economica. Una crisi globale permanente, che procede per shock successivi. L’ecosistema globale In particolare di questa pandemia va messa a fuoco la collocazione nelle trasformazioni in atto nell’ecosistema globale. I processi “produttivi” che generano il cambiamento climatico non investono solo il clima, ma anche la terra e l’acqua, le specie animali e le specie vegetali. Con effetti più veloci sugli organismi più piccoli, come i virus. Le possibilità di sviluppo di 2 nuovi virus sono moltiplicate dagli allevamenti intensivi di animali da macello, che rappresentano anche immensi serbatoi di virus, e dalle estese deforestazioni che incrementano i contatti tra la natura selvatica e le comunità umane. Quella in atto è l’ultima epidemia di una serie cominciata con l’influenza aviaria, proseguita con la SARS del 2003, l’influenza suina del 2009. Era attesa, è la più grave, ve ne saranno altre. Numerosi sono i testi scientifici e divulgativi disponibili al riguardo. Dunque di virus ne arriveranno altri, come di conflitti doganali, di crisi finanziarie, di guerre locali, di eventi meteorologici straordinari. La singolarità dello shock in corso sta nella gravità del suo impatto a livello globale sulle condizioni di vita delle persone, oltre che sull’economia reale, impatto che rende evidente l’impreparazione dei Governi e l’inadeguatezza delle politiche pubbliche davanti alla crisi.
I guerra mondiale
I guerra mondiale
Tale questione si sta ponendo, al momento, in termini emergenziali, ovvero di come parare gli effetti della pandemia in corso, innanzitutto sul piano sanitario e poi su quello economico. Quando il mondo sarà uscito dall’emergenza attuale, c’è da attendersi una ripresa delle tendenze di fondo e delle politiche seguite finora, perché le dinamiche degli interessi dominanti resteranno le stesse. In sostanza, i grandi capitali investiti nelle attività finanziarie e produttive continueranno a seguire le proprie logiche di accrescimento, con l’appoggio degli Stati di riferimento e di alcune Istituzioni internazionali. Aggravando contraddizioni, deteriorando l’ambiente, determinando conflitti, fino alla generazione di altri shock. È evidente la necessità di una svolta, perché i rischi che corre l’umanità stanno diventando evidenti. Queste tendenze e dinamiche di fondo vanno contrastate a livello globale, mobilitando l’accresciuta consapevolezza dell’opinione pubblica mondiale per intervenire sulle cause di fondo della crisi. Ma si tratta di proseguire, modificare o avviare ex novo un insieme di partite di grande complessità, e non è ragionevole attendersi a breve termine risultati tali da migliorare significativamente la situazione in atto. Le risposte del sistema pubblico Perciò intanto occorre concentrarsi a livello nazionale. Per poter far fronte alle conseguenze di questa pandemia, al proseguire della crisi, all’arrivo di nuovi shock è necessario attrezzare una adeguata capacità di risposta del sistema pubblico, facendo tesoro delle lezioni provenienti dall’ esperienza in corso. Non si tratta solo di evitare il ritorno al passato. Occorre cominciare ad affermare con forza e chiarezza una questione centrale, in controtendenza rispetto al pensiero dominante negli ultimi decenni. La questione è il ruolo dello Stato, inteso come sistema delle istituzioni pubbliche. Sistema che dovrebbe partire dall’Unione Europea, avvolta nelle difficoltà di cui si tratterà in seguito, ma che intanto deve poggiare sullo Stato nazionale. Non solo in questa emergenza, ma ogni volta che è necessario. In una situazione di crisi endemica a livello globale, che procede da uno shock all’altro con effetti più o meno severi, sono le strutture dello Stato nazionale a rappresentare le linee di difesa che proteggono il Paese. Rispetto ai flussi globali di merci, persone, dati, denaro, virus, agenti inquinanti, e rispetto agli effetti ed alle reazioni che ne derivano nei processi vitali della società italiana. La lezione dell’emergenza attuale è già chiarissima nel settore della sanità. Va affermato come priorità nazionale un sistema sanitario pubblico, adeguatamente finanziato, programmato nelle sue dinamiche sulla base delle esigenze della collettività, definite dalla politica con l’apporto della ricerca e della scienza. La sanità privata può svolgere un ruolo 3 complementare, aggiuntivo, non prevalente come ora. Perché non è vero che è più efficiente, se si assume come prevalente il punto di vista delle esigenze della collettività, subordinando a questo quello della valorizzazione dei capitali privati impegnati nel settore. Questa lezione, sintetizzabile in termini di più Stato, meno mercato, va applicata in generale alle altre funzioni pubbliche di governo. Cominciando dal governo del territorio, ovvero degli insediamenti abitativi, delle attività produttive, dei servizi pubblici, dei trasporti. Le situazioni esistenti vanno razionalizzate secondo logiche di programmazione, integrate e flessibili. Secondo le esigenze ed i bisogni della collettività, prima di quelle dei capitali privati investiti nell’immobiliare o nelle grandi opere. E la prima esigenza – oggi è più evidente – è la salvaguardia dell’ambiente nelle sue componenti essenziali: aria, acqua, terra, energia. Specie vegetali, specie animali, specie umana. Un Green new deal delle proporzioni necessarie a far fronte agli effetti della crisi e dei singoli shock, intanto sul territorio nazionale. Poi, quando sarà possibile, in Europa e a livello globale. Per realizzare questa svolta occorrono risorse economiche assai consistenti. Più Stato, meno mercato significa soprattutto invertire la tendenza dominante ormai da decenni, per cui la quantità di risorse disponibili nel sistema dell’economia privata ha continuato a crescere mentre si sono progressivamente ridotte le risorse impiegate dal sistema pubblico. Se questo, oggi, deve far fronte in termini più incisivi agli effetti della crisi sulla vita delle persone, è necessario che impieghi una quota maggiore del reddito nazionale. Il che significa diverse cose, ma in primo luogo comporta un ribaltamento della politica fiscale rispetto all’indirizzo della flat tax, riproposta anche oggi, ma già in vigore sulle rendite da capitale e sulle rendite urbane (affitti). Va riapplicato il principio costituzionale della progressività fiscale, facendo pagare il giusto ai grandi patrimoni e ai redditi milionari. E riuscendo a far pagare le tasse alle multinazionali del web. È necessario superare ogni timidezza. Gli strumenti che si stanno prospettando per affrontare la crisi economica non potranno funzionare oltre certi limiti. Il ricorso all’indebitamento, praticato da tutti gli Stati, farà i conti con una disponibilità di capitali non infinita e con il venir meno della fiducia dei mercati di fronte all’aumento della massa dei debiti. La distribuzione di liquidità a pioggia porterà all’aumento dei prezzi, anche per la riduzione nella produzione di beni e servizi. Occorrono modifiche strutturali e stabili, con l’acquisizione alla disponibilità del settore pubblico di una parte consistente delle grandi risorse finora sottratte al dovere fiscale. In parte si può fare a livello nazionale, in parte richiederà accordi internazionali. Finita l’emergenza sanitaria è il primo fronte da aprire, perché senza denari non si cantano messe di nessun genere. L’altro fronte è quello istituzionale. L’altra contraddizione emersa in queste settimane è quella alla base del rapporto tra Stato centrale e Regioni, come regolato dal Titolo V. Sotto il velo dei poteri straordinari attribuiti allo Stato centrale dall’emergenza sono emerse le divaricazioni strutturali nel rapporto con la sanità privata e nella regolazione delle attività sul territorio, facendo danni ancora difficili da calcolare. È evidente, a questo punto, che le ipotesi di autonomia differenziata vanno messe da parte per ridiscutere l’intero impianto dl Titolo V della Costituzione, ovvero il sistema delle “competenze concorrenti”. A partire dalla necessità che nel nostro ordinamento costituzionale venga inserito il principio, presente nella Costituzione tedesca, per cui, quale che sia il riparto di competenze tra Stato e Regioni, in ogni 4 situazione dove emerga la prevalenza dell’interesse nazionale è lo Stato che decide e che opera. Sentendo le Regioni, delegando alcune funzioni, ma con una sola linea di comando. Sullo sfondo, a questo punto, emerge la questione, fondamentale per la democrazia, del rapporto tra Governo e Parlamento, ovvero nei diversi livelli istituzionali tra potere esecutivo ed assemblee elettive, per le scelte di competenza. Anche qui la problematica è complessa ma la linea d’uscita è chiara, essendo anche prevista dall’ordinamento, sia pure in termini imperfetti. Il Parlamento, anche su iniziativa del Governo, deve formulare gli orientamenti generali sui problemi aperti, auspicabilmente prima che si aprano, altrimenti in corso d’opera, decidendo anche – tempi permettendo - le modifiche di legge necessarie. Il Governo decide ed opera sulla base degli orientamenti assunti dal Parlamento, se ve ne sono, provvedendo anche con la decretazione d’urgenza. Il Parlamento infine, partendo dalle Commissioni competenti per materia, valuta l’operato del Governo e ne considera l’impatto sulla vita della comunità, riformula le linee di orientamento generale, modifica se necessario le normative. Soprattutto, con la legge di bilancio concede, nega o modifica gli stanziamenti necessari a finanziare le operazioni. Le norme già ci sono, vanno completate, anche come Regolamenti parlamentari, ed applicate cambiando il modo di lavorare, innanzitutto del Parlamento. In sintesi, meno leggine e più piani. E controllo su come vengono realizzati. In ogni caso, se occorre più Stato, inteso come sistema istituzionale, la questione più importante e complicata da affrontare è quella della statualità europea, ovvero della natura e del funzionamento dell’Unione europea. L’ Unione Europea Di fronte alla crisi globale, agli shock con cui si manifesta, alle reazioni degli altri Stati una politica economica, ambientale, sociale comune a tutta l’Unione sarebbe molto più efficace di quelle nazionali, ai fini della tutela di tutti i cittadini europei. Invece l’Unione continua a manifestare una inadeguatezza di fondo, emersa anche in quest’ultima occasione a proposito della applicazione o meno del patto di stabilità, per ora sospeso, ma che comunque tornerà in auge alla fine dell’emergenza. Intanto, nell’emergenza, i singoli Stati dell’Unione si muovono in ordine sparso, anche sulle prime misure per fronteggiare la crisi economica. Numerosi commentatori vanno ponendo la questione della sopravvivenza dell’Unione, concludendo che va salvata migliorando o rafforzando le politiche comuni. La questione, tuttavia, è strutturale. L’Unione resta comunque una unione pattizia di Stati sovrani fondata su alcuni Trattati da questi sottoscritti. Una Carta costituzionale europea, redatta a Roma nel 2004, è stata bocciata negli anni successivi in Francia ed in Olanda da referendum aventi esito negativo, seguiti nel 2007 dal Trattato di Lisbona, che ha rafforzato alcune strutture dell’Unione conservandone la natura pattizia. Successivamente, le resistenze di ordine nazionale-identitario si sono evolute nelle spinte sovraniste e populiste, e si sono consolidate le resistenze di ordine economico degli Stati del nord, con la difesa intransigente della politica di austerità alla base del Patto di stabilità, soprattutto da parte della Germania, avvantaggiata da tale politica nelle sue massicce esportazioni. La crisi attuale, tuttavia, svela ancora di più la fragilità delle frontiere nazionali. Taglia le esportazioni, già ridotte dall’accentuata concorrenza dei grandi sistemi Paese e dai conflitti doganali. Fa esplodere la contraddizione tra la politica di austerità e i relativi tagli alla spesa sociale, con le esigenze di tutela delle condizioni di vita delle persone. Riemerge con forza, oggi, la necessità di politiche diverse, più integrate, più efficaci per i cittadini, adeguate alle 5 esigenze di intervento poste dalla crisi globale nelle sue diverse manifestazioni. E dunque la necessità che l’Unione Europea si ponga come uno Stato federale dotato di una sovranità propria. Le proposte sono note. Occorre arrivare ad una Costituzione approvata per via referendaria da parte di tutti i cittadini europei. Con un Parlamento che voti la fiducia ad un Esecutivo per decidere insieme su tutte le materie di interesse comunitario, affidando il contemperamento delle esigenze dei singoli Stati e territori ad una sede istituzionale dove queste siano rappresentate, e che trovi l’equilibrio migliore possibile senza diritti di veto. Questa prospettiva, oggi, non è più un’utopia. La lacerazione delle abitudini quotidiane, il timore del contagio, la preoccupazione per le conseguenze economiche della crisi stanno provocando un mutamento dell’opinione pubblica, a livello cosciente e a livello profondo, nel senso di una consapevolezza molto maggiore della gravità dei rischi che si corrono e della radicalità delle misure necessarie a fronteggiarli. Il movimento già avviato tra i giovani dell’Occidente sull’obiettivo di fermare il cambiamento climatico, può ricevere dall’emergenza attuale un fortissimo impulso ed un ampliamento di prospettiva. Una iniziativa politica forte che faccia propria questa spinta e riesca a tradurla in progetti credibili in materia ambientale, economica, istituzionale può affrontare le ideologie, le convinzioni e le prassi consolidate che ci hanno portato a questo punto e riuscire a produrre i cambiamenti necessari. A livello globale nei diversi Paesi, intanto in Italia, ma anche in Europa, l’alternativa è possibile.
Roma, 26 marzo 2020
Il presidente dell’associazione Nuova Etica Pubblica
Antonio Zucaro

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Alessandro Cannavale, Sud: al tavolo di un bar a parlare di servilismo con Gramsci e Salvemini, in Il Fatto Quotidiano del 1. novembre 2015

Mentone
Mentone
[…] Gramsci usò il termine [ascari, ndr] per parlare dei deputati delle maggioranze privi di un preciso programma o indirizzo politico: “In Parlamento diventò uno dei tanti ascari taciturni, una macchina per votare”.
Riflettevo su quel concetto, quando irruppe un personaggio con una folta e bruna capigliatura, e mi chiese: “Cosa legge? Le interessa l’ascarismo in politica? Ne avrei da dire …”.
Lo invitai a sedersi. L’uomo di mezza età scostò la sedia vuota per accomodarsi con garbo. Poi riprese il discorso: “Nel Mezzogiorno predomina ancora il tipo del ‘paglietta’, che pone a contatto la massa contadina con quella dei proprietari e con l’apparato statale. […] Il Mezzogiorno era ridotto a un mercato di vendita semicoloniale, a una fonte di risparmio e di imposte ed era tenuto ‘disciplinato’ con due serie di misure: misure poliziesche di repressione spietata di ogni movimento di massa con gli eccidi periodici di contadini; misure poliziesche-politiche: favori personali al ceto degli ‘intellettuali’ o paglietta, sotto forma di impieghi nelle pubbliche amministrazioni, di permessi di saccheggio impunito delle amministrazioni locali …”.
Mi permisi di interrompere l’uomo, “direi che dai tempi di Giolitti il numero dei “paglietta”, come lei li chiama, è aumentato: siamo pieni di meridionali che per dimostrare emancipazione culturale ed accreditarsi nelle sfere del potere, cantano come juke-box litanie antimeridionali …”
Annuì, e riprese, con un sorriso amaro: “Lo strato sociale che avrebbe potuto organizzare l’endemico malcontento meridionale, diventava invece uno strumento della politica settentrionale, un suo accessorio di polizia privata. Il malcontento non riusciva, per mancanza di direzione, ad assumere una forma politica normale e le sue manifestazioni, esprimendosi solo in modo caotico e tumultuario, venivano presentate come sfera di polizia giudiziaria”.
Mentone
Mentone
Quelle parole mi dicevano qualcosa. Lo interruppi: “Ma lo sa che lei mi ricorda …”.
Riprese senza darmi tempo di proseguire: “Non bisogna dimenticare il fattore politico-morale della campagna di intimidazione che si faceva contro ogni anche obbiettivissima constatazione di motivi di contrasto tra Nord e Sud”.
Ero sul punto di forzare il suo discorso, pur interessantissimo, quando giunse un altro uomo dal viso inspiegabilmente noto. Salutò calorosamente l’uomo che mi stava parlando delle ragioni sociali dell’arretratezza meridionale: “Ciao Antò”. “uè Gaetà, come stai? Accomodati!”.
Cominciavo a decriptare la straordinaria esperienza che stavo vivendo, e mi misi incredulo a guardare quella scena gustosissima: “Di che parlavate?”. Tacqui, involontariamente scortese, guardando inebetito il signor Gaetano, soffermandomi mentalmente sul suo accento molfettese. Prima che l’altro rispondesse, cercai di riassumere: “…del servilismo prezzolato del ceto intellettuale meridionale, che frena lo sviluppo di questo territorio da decenni”.
Mentone
Mentone
Ah…” poi riprese: “Come mai i deputati meridionali - che non sono certo minchioni - han lasciato per quarant’anni rovinare il loro paese? Come mai fu proprio un meridionale, il Crispi, a introdurre, nel 1887, le tariffe protezionistiche, rovinando l’agricoltura del Sud a vantaggio delle industrie del Nord? Come mai il Sud, che in grazia specialmente delle spese militari vede emigrare la sua ricchezza al Nord, manda alla Camera deputati militaristi?”.
“Considerazioni attualissime, per analogia … poi abbiamo la criminalità, altro problema”, mi lasciai sfuggire.
I moderati del Nord hanno bisogno dei camorristi del Sud per opprimere i partiti democratici del Nord; i camorristi del Sud hanno bisogno dei moderati del Nord per opprimere le plebi del Sud"
“Ormai la criminalità organizzata è transnazionale e poi, insomma, la colpa è di noi elettori …”
Naturalmente, i deputati eletti da queste clientele fameliche non hanno bisogno di essere né uomini di ingegno, né uomini onesti, né figure politiche nettamente determinate. Tutt’altro. Per rispondere ai bisogni degli elettori bastano, anzi occorrono, degli sbriga-faccende qualunque, senza scrupoli, senza convinzioni personali e senza dignità. […] La sola domanda che il piccolo borghese intellettuale e affamato si propone nell’atto di votare è “Il mio candidato è in grado di procurarmi l’impiego?” Oppure: quale tra i due candidati può ottenere il trasferimento per il commesso catastale, fidanzato di mia sorella, in modo che io mi possa sbarazzare al più presto di quest’altra mangiapane? [...] La corruzione il Governo la fa, non solo permettendo la compera dei voti, ma distribuendo per mezzo del deputato ministeriale, impieghi, porti d’arme, grazie sovrane, condoni di imposte, sviamenti di processi etc.”
Ormai certo, venni allo scoperto: “Mi scusi, queste frasi le conosco bene. Le ho lette. Anzi, lei è Gaetano Sal…”. Avevo abbassato lo sguardo per prendere un blocco note dalla borsa e quando lo rialzai erano entrambi svaniti nel nulla. Erano loro: Antonio Gramsci e Gaetano Salvemini. Due amanti del Sud e della verità sul Sud. Anche quella dura e scomoda …
Nota bene:
Le frasi originali degli autori sono riportate in evidenza rispetto al resto del testo, frutto, invece, di invenzione.Quelle di Antonio Gramsci, in grassetto, sono tratte da: Il Risorgimento e l’Unità d’Italia - Donzelli Editore. Quelle di Gaetano Salvemini, riportate in corsivo, sono tratte da: Il Sud nella storia d’Italia - Vol. II, Universale Laterza e da La questione meridionale, Ed. Palomar.

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L’educazione in Italia dalla Legge Casati (1859) alla Legge Daneo Credaro
Introduzione

Heinrich Lossow: Cupido
Heinrich Lossow: Cupido
Verso la metà del secolo diciannovesimo estremamente vario si presenta lo stato degli istituti educativi in Europa e in Italia. Per quanto, riguarda l'Italia, andiamo dalla situazione enormemente retriva dello Stato Pontificio, del Regno di Napoli, del Ducato di Modena, all'atmosfera più respirabile del Granducato di Toscana e del Ducato di Parma. Una volta compiuto il processo di unificazione della penisola, si poneva l'urgente compito di formare le coscienze nazionali. "L'Italia è fatta - disse D'Azeglio - ora bisogna fare gli italiani". Grande importanza assumeva il problema dell'educazione, e in particolar modo quello dell'educazione primaria, dal momento che il nuovo stato unitario aveva assunto in pieno la pesante eredità degli stati della penisola: 91% di analfabeti in Calabria, Sicilia, Basilicata, Campania e Abruzzo, 59% in Lombardia, 57% in Piemonte, con una media generale del 75%.
Legge Casati
La prima legge che cercò di ovviare a tale stato di cose fu quella che porta il nome del ministro Gabrio Casati. Questo provvedimento legislativo sulla scuola italiana è costituito dall'estensione al Regno d'Italia del decreto promulgato per il solo Regno di Sardegna il 13 novembre 1859, su iniziativa del Ministro Gabrio Casati rimanendo in vigore, salvo lievi modifiche, fino al 1923, quando fu varata la riforma Gentile. La secolare incuria dei governi dello stato Pontificio e del Regno delle Due Sicilie aveva consolidato nel Mezzogiorno una condizione di ignoranza ancestrale. Si comprendono, cosi, le difficoltà dinanzi alle quali viene a trovarsi questo documento legislativo che pur è stato giudicato unanimemente come il testo normativo più organico. La scarsa sensibilità da parte delle popolazioni meridionali verso il problema culturale,la carenza di edifici scolastici, la difficoltà di comunicazione, la mancanza di personale insegnante sono alcune delle cause che impediscono di fatto alla Legge Casati un'applicazione generalizzata su tutto il territorio nazionale. La legge rispondeva al principio generale di governo del nuovo Regno, e cioè ad un principio centralistico ed unificatore, reso necessario proprio dalla enorme disparità della situazione economica, sociale, politica e culturale degli ex stati indipendenti della penisola, confluiti poi nel Regno d'Italia.
La legge consta di 380 articoli, tratta dell'amministrazione della Pubblica Istruzione centrale e locale, dell'Istruzione superiore (università), dell'Istruzione secondaria Classica, dell'Istruzione Tecnica e dell'Istruzione Elementare impartita per un corso di 4 anni, suddiviso in 2 gradi di 2 anni ciascuno. La frequenza del primo biennio è obbligatoria e gratuita, perciò fu detta la "Magna Charta" della scuola italiana, almeno fino alla Riforma del Gentile del 1923. Essa in effetti postula un sistema unico di organizzazione nelle Scuole delle varie regioni d'Italia, ed afferma alcuni principi generali molto importanti.
Heinrich Lossow: Amphitrite
Heinrich Lossow: Amphitrite
Questi sono:
- Il principio della gratuità e dell'obbligatorietà dell'istruzione elementare, prevedendo pene per i trasgressori (non specificando però quali siano queste pene);
- L'affermazione dell'uguaglianza dei due sessi di fronte alla necessità dell'educazione;
- La rivendicazione esclusiva alle scuole pubbliche della facoltà di concedere diplomi e licenze - norme precise per l'abilitazione all'insegnamento (il candidato deve essere munito di una patente di idoneità e di un attestato di moralità "art. 328", a cura delle amministrazioni comunali attribuiti in una scuola normale per abilitare all'insegnamento, che ha al termine un periodo di tirocinio "art. 332"). Negli anni successivi all'unità i governi si confrontano con i problemi connessi alla attuazione della legge, che ha notevoli difficoltà strutturali proprio nel campo della istruzione di base, dove le deleghe ai comuni, prive di sanzioni, la rendono spesso disattesa nello spirito o nella sostanza. La formazione dei maestri, assunti dai comuni stessi, lascia così spesso a desiderare. I loro stipendi, nella maggior parte dei casi, sono molto bassi, e li obbliga a cercare di integrare con attività extrascolastiche. I numeri di alunni previsti per attivare una scuola (almeno cinquanta bambini) e per costituire una classe (con un tetto massimo di settanta alunni!) fanno sì che molti comuni non vi provvedano o provvedano in maniera tale da rendere molto scarsa l'efficacia di quanto realizzato. Pur riconoscendo il dato significativo di avere essa contribuito a ridimensionare il gravissimo fenomeno dell'analfabetismo, la si considera l'espressione dell'interesse delle classi privilegiate le quali, nel mentre smuovono le popolazioni verso l'ideale etico-politico di una presa di coscienza nazionale, di fatto riservano a sé il privilegio dell'iniziativa politica. Di fatto l'istituzione scuola in Italia ebbe all'origine un marchio che l'indusse a rispecchiare le stratificazioni sociali con l'intento di conservarle: così al ginnasio-liceo, gestito dallo stato, andavano i figli delle classi abbienti; alle scuole tecniche, gestite dalle province, andavano i figli del ceto medio destinati a coprire ruoli subalterni nell'apparato produttivo della società; alla scuola elementare, gestite dai comuni andavano i figli del popolo proletario.
I programmi del 1860
I primi programmi approvati dal Ministro Mamiani nel 1860, includono la religione fra le materie fondamentali e si propongono di assicurare un'alfabetizzazione culturale di base per tutta la popolazione. I programmi hanno uno scopo formativo, assolto dall'educazione morale, religiosa e civile, ed uno scopo pratico, assolto essenzialmente dallo studio dell'aritmetica. Resta, comunque, il dato emblematico di una legge che rimane per oltre un secolo il documento legislativo basilare della scuola italiana, nonostante i molti tentativi di riforma.
La revisione del 1867
Nei programmi del 1867 si nota una profonda crisi fra Stato e chiesa ;Comincia infatti ad attenuarsi lo spazio dedicato alla religione a favore dell'educazione civica. Inoltre le scuole elementari sono affidate, per ogni provincia, alle cure dei provveditori agli studi.
Heinrich Lossow: Lorelei
Heinrich Lossow: Lorelei
La Sinistra storica al potere e la Legge Coppino

Una importante svolta si ha in seguito con la sinistra al potere. La Sinistra storica, fra i suoi obiettivi politici oltre, a promuovere la costruzione di una rete ferroviaria, l'allargamento del diritto di voto, la moderazione fiscale, la legislazione sociale, l'ammodernamento delle forze armate e l'avvio di una politica coloniale, tende anche a riformare la scuola dell'obbligo.
Nel 1877 abbiamo la legge Coppino che, ribadendo l'obbligo dell'istruzione elementare già sancito dalla legge CASATI ne colma una lacuna specificando anche le sanzioni che colpiscono gli inadempienti.
Questi nuovi programmi, non facendo menzione dell'insegnamento catechistico (già attenuati nei programmi del 1867), sostituiscono di fatto all'insegnamento della Religione quello dei "DIRITTI E DOVERI DELL'UOMO E DEL CITTADINO ". Si stabilisce l'obbligo scolastico dai 6 ai 9 anni d'età. La durata della scuola elementare viene fissata in 5 anni secondo il modulo 3 + 2.
I nuovi programmi per la scuola elementare vengono definiti un decennio dopo (1888) con l'affermazione culturale della corrente filosofica del Positivismo.
Il positivismo
Indirizzo filosofico fondato sulla posizione privilegiata della conoscenza scientifica e sperimentale, concepita come l'unica forma legittima di conoscenza della realtà. La parola "positivismo" fu utilizzata per la prima volta per indicare la caratteristica propria del sapere scientifico, inteso come un sapere "positivo" cioè rivolto alla realtà effettiva (in contrapposizione alle vuote astrazioni della metafisica), e pertanto valido perché verificabile sperimentalmente. Il positivismo avrebbe costituito, nel corso del XIX secolo, una prospettiva globale che guardava con ottimismo ai grandi mutamenti culturali in atto nella società europea e negli Stati Uniti, entrati nella fase dell'industrializzazione.
Il positivismo in Italia
Precursore del Positivismo italiano è Carlo Cattaneo (1801-1869), il quale applica alla soluzione del problema educativo italiano i princìpi del Positivismo. Egli propone alcuni interventi riguardanti la diffusione dell'istruzione tecnico professionale; l'uso di un metodo graduato; un'istruzione di base offerta a tutti, in quanto la scuola ha un alto valore civile e sociale. Cattaneo mette in luce i limiti della legge Casati come l'accentramento burocratico e la scarsa attenzione alla formazione civica. Al pari di Cattaneo, Francesco De Sanctis (1817-1883), è favorevole alla diffusione della scuola elementare, ad un'alfabetizzazione culturale estesa a tutti i cittadini, ad una modifica di molti aspetti della legge Casati. E' inoltre sostenitore di un insegnamento basato sulla concretezza e sui valori morali e civili, impartito per mezzo di una didattica che faccia leva sull'interesse. Il fondatore del Positivismo pedagogico italiano Andrea Angiulli (1837-1890) è convinto della necessità e dell'urgenza dell'educazione popolare che inserisce nel contesto più ampio della "questione sociale". Lo Stato deve assumersi il compito di educare i cittadini con criteri di scientificità e di laicità, per farli giungere al possesso di una condotta morale corretta che si identifica con la coscienza della solidarietà sociale. Roberto Ardigò (1828-1920), teorico più importante del Positivismo pedagogico nella Penisola italiana, afferma che la pedagogia deve essere "scienza dell'educazione". Egli ritiene che la formazione debba essere anzitutto studiata come "fatto naturale"che si realizza all'interno di "matrici" sociali come la famiglia o la scuola che influenzano variamente lo sviluppo della person.
L'educazione scientifica richiede il rapporto tra tre momenti (attività, esercizio, abitudine) e si basasull'intuizione della realtà da parte dell'alunno, sia essa diretta e naturale oppure artificiale (cioè indotta dal maestro). Questi deve rispettare nella propria azione educativa tre direzioni evolutive fondamentali:
dal noto all'ignoto;
dal semplice al complesso;
dal facile al difficile.
Aristide Gabelli (1830-1891), figura fondamentale per la creazione della scuola elementare in Italia, concretizza nell'azione scolastica i princìpi del Positivismo. Il compito della scuola è per lui anzitutto quello di insegnare a "pensare", a ragionare con la propria testa, per raggiungere la capacità di controllare i cambiamenti in atto, di essere buoni uomini e cittadini. Gli altri esponenti del Positivismo italiano come Pietro Siciliani, Saverio De Dominicis, Pasquale Villari(1826-1917) riflettono variamente le stesse tendenze ed idee sopra accennate.
I programmi del 1888
Heinrich Lossow: Leda
Heinrich Lossow: Leda
Promotore se ne fa' il ministro Boselli e la loro stesura risente dell'ispirazione del Positivismo italiano e della particolare caratteristica di questo. A differenza infatti di quanto avviene in Francia o in Inghilterra, o in Germania, il Positivismo in Italia non sorge come una riflessione sui vari risultati delle scienze o come un tentativo di unificazione dei vari campi del sapere nell'aspirazione a dare una visione unica e comprensiva della realtà; Si presenta bensì come un moto di vivace reazione al movimento spiritualistico dei decenni precedenti, pervaso anche dall'intento di svincolare il pensiero e la cultura italiana dalla soggezione al pensiero cattolico. Ecco perché, se si riuscì a creare un clima culturale più moderno in cui molti provvedimenti utili per la scuola furono presi, il fatto però di essere nato non da un'esigenza interna, da un bisogno interno di sviluppo e di progresso, ma da una semplice "reazione", ne determinò la scarsa originalità e fecondità dei risultati. Paolo Boselli fu eletto nel Parlamento italiano nel 1870 nelle file della Destra, dal 1888 ricoprì vari incarichi ministeriali, fu favorevole all'intervento dell'Italia nella prima guerra mondiale (1917) e appoggiò nel 1922 l'ascesa del fascismo, al quale lo accomunava l'avversione per il movimento socialista. Il Ministro Boselli firma i nuovi programmi per la scuola elementare redatti da Aristide Gabelli (pedagogista italiano). Per quanto concerne l'educazione morale, Gabelli parte dalla sostanziale convinzione che occorra soprattutto "formar teste", perché chi "pensa bene, fa bene"; a maggior ragione questo dovrà essere attuato nel quadro di un'educazione laica. I programmi dell'88 non sono completamente negativi, e contengono alcune affermazioni che possiamo ritenere valide ancora oggi. Il nucleo delle avvertenze è costituito dal metodo oggettivo, metodo e non semplice tecnica, come spesso è stato ribattuto dai critici. Così il metodo di insegnamento non deve essere campato in aria, ma deve porre il fanciullo a contatto col mondo reale. Scopo dell'educazione è il "dare vigore al corpo, penetrazione all'intelligenza, rettitudine all'anima". Grande importanza acquista dunque l'esperienza, attraverso la quale si acquistano buone abitudini, e l'educazione fisica, vista non solo quale fattore di buona salute del corpo, ma come formatrice della personalità e attraverso gli esercizi in gruppo, del sentimento sociale.
Lo scopo generale, infatti, che si propongono questi programmi, è uno scopo pratico-orale: preparare il fanciullo alla vita, rendendolo capace, una volta uomo, di soddisfare ai suoi doveri e di comprendere meglio i suoi diritti. Fine nazionale, dunque: gettare le basi per una effettiva unità degli animi. Una critica tuttavia si deve anche muovere a questi programmi ed è quella di non aver dato il giusto valore alla spontaneità dell'alunno. Successivamente con i Fasci siciliani, movimento politico di artigiani, operai, intellettuali e soprattutto contadini, sviluppatosi in Sicilia tra il 1891 e il 1894, sorse, sulla base delle antiche corporazioni di mestiere, la revisione dei patti agrari, e l'esigenza di migliorare le condizioni di lavoro nelle miniere. Il movimento si collegò al nascente Partito socialista siciliano, dotandosi di strutture politiche che allarmarono la classe dirigente e le autorità dello stato.
Francesco Crispi, presidente del Consiglio, nel 1893 ordinò l'intervento dell'esercito e proclamò lo stato d'assedio, soffocando nel sangue i tumulti agrari che erano scoppiati nell'isola.
Legge Baccelli (1895)
In
Heinrich Lossow: Jo
Heinrich Lossow: Jo
questo periodo abbiamo dei nuovi Programmi e precisamente nel 1895 sotto il ministro Guido Baccelli (ministro della pubblica istruzione tra il 1874 e il 1903) i quali in parte ovviano ad alcuni difetti dei precedenti. Infatti, oltre ad aggiungere dei suggerimenti molto dettagliati per ogni singola materia di studio, essi istituiscono dei fatti nuovi di notevole importanza e cioè far compiere al fanciullo il lavoro manuale che servirà "per dirigere il fanciullo a fare piuttosto che a dire come una cosa si faccia".
L'obiettivo di questi nuovi programmi, è che l'insegnamento della storia deve tendere all'educazione morale e patriottica degli alunni; I contenuti sono ridotti, poiché il popolo "bisogna istruirlo quanto basti, educarlo più che si può"; Si introducono nozioni di lavori manuali, agricoli e "donneschi", allargando anche lo spazio dell'educazione religiosa a scapito della formazione scientifica. Inoltre il grado inferiore della scuola elementare viene elevato a 3 anni, mentre quello superiore resta di 2.
Nel frattempo dal punto di vista storico, in politica estera l'Italia, pur non rinnegando la Triplice Alleanza, patto difensivo siglato nel 1882 con l'Austria e la Germania, si riavvicinò alla Francia, con cui venne firmato un accordo coloniale (1902).
Legge Nasi
Dal 1901 al 1913 abbiamo L'Età giolittiana, nome con cui viene definito il periodo della storia Italiana, in cui è centrale la figura di Giovanni Giolitti, prima come ministro dell'Interno del governo di Giuseppe Zanardelli e poi come primo ministro. E proprio sotto il governo del Ministro Zanardelli che fu eletto Ministro dell'istruzione Nunzio Nasi, il quale istituì una legge che porta il suo nome. Con la legge Nasi (1903) si consolida la posizione giuridica dei maestri e si impone ai comuni con oltre 10.000 abitanti di istituire una direzione didattica per gruppi di almeno 20 classi di scuola elementare.
Legge Orlando
Nel clima socio-politico creatosi durante il governo Giolitti matura l'esigenza di un riordino della legislazione relativa all'istruzione popolare. Si giunge così alla proposta di legge presentata dal Ministro Vittorio Emanuele Orlando nel 1904, che eleva l'obbligo scolastico fino all'età di dodici anni imponendo 4 anni di scuola elementare agli alunni che volessero proseguire gli studi e 5 anni di frequenza a coloro che concludono l'esperienza scolastica con le elementari. Inoltre istituisce la scuola popolare, comprendente le classi quinta e sesta, che funzionano soltanto per tre ore al giorno, finita la quale viene concessa la licenza di scuola primaria. Con questa legge furono migliorate le condizioni economiche e giuridiche degli insegnanti.
Legge Daneo-Credaro
Heinrich Lossow: Danae
Heinrich Lossow: Danae
Nell'estate del 1911, Giovanni Giolitti presidente del Consiglio, e il ministro degli Esteri, Antonino di San Giuliano, pur avendo deciso di entrare in guerra contro la Turchia, inviandole il 29 settembre una dichiarazione di guerra, (senza l'approvazione del Parlamento, come previsto dall'articolo 5 dello Statuto), attraverso un procedimento legislativo legato alla legge Daneo-Credaro (pedagogisti e politici) fatta nel 1911, lo Stato provvede ad assumersi direttamente l'organizzazione e la spesa della scuola elementare dei Comuni più piccoli. L'intervento statale si concretizza così, su tutto il settore scolastico, dall'elementare a quello medio e al superiore. Si attiva l'istruzione elementare obbligatoria per i militari in servizio nell'Esercito e in Marina. In ogni comune si istituisce come ente morale, dotato di personalità giuridica, il Patronato Scolastico. Nello stesso tempo però l'osservazione della realtà contemporanea in una società in cui il nascente processo di industrializzazione accentuava le disparità economiche e sociali tra i vari ceti, metteva a nudo la crudele importanza dei fattori materiali ed accentuava il senso del contrasto tra le esigenze della spiritualità e del sentimento e l'impossibilità di realizzarle concretamente. Nasceva una nuova forma di pessimismo, generato dall'osservazione di un'umanità condizionata dai bisogni economici, dalle circostanze materiali ed ambientali, dallo stesso inganno dei sentimenti spesso contraddetti e negati dalle crudeli esigenze della vita. I lodevoli intendimenti della legge si scontrano con numerose difficoltà pratiche e con l'ostilità di coloro che temono sia la laicizzazione che la burocratizzazione della scuola pubblica. Lo scoppio del conflitto mondiale diventa così un' ulteriore battuta d'arresto, che apre il periodo di instabilità politica e sociale dal quale emergerà il fascismo sostenitore di una nuova e diversa riforma dell'istruzione.
Conclusioni
I valori morali dell’educazione, dal periodo post-unitario alla Prima Guerra Mondiale, sono stati perpetuati a volte da un’educazione laica, a volte da un’educazione religiosa. L'educazione laica, mirata ad un’educazione civica per una presa di coscienza dello Stato unitario appena formato e l’educazione religiosa, a cui veniva affidata l’educazione morale del popolo, tesa a sedare gli animi con i propri dogmi. Tutto ciò avveniva a seconda dei vari governi che si sono succeduti in quest’arco di tempo.
Bibliografia
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F. Dubla, Appunti di Metodologia della Comunicazione Formativa, Taranto, 2002.

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