Materna terra
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E’ San Matteo un magma solido di elementi fisici e antropici; è anche, qui non a caso mi richiamo a una metafora musicale, un impasto di concenti emessi da più strumenti di timbro e di tipo diverso, per affetti, sentimenti e comuni vicende; è pertanto uno scrigno polisemantico per la densità di significati allusivi.
E’ quindi San Matteo sinonimo di una statua, di un santo, di un apostolo, di un evangelista, di un santuario, di un convento - e già di un monastero, castello, fortezza - una volta centro potente di un piccolo Stato e ora centro vivo di culto e di cultura; una costruzione architettonica la cui dinamica esprime il diverso volto impresso dai protagonisti del tempo, che fu ed è ora tutto vestito a festa con rinnovata veste.
È anche crocevia di viandanti, di erranti e di fedeli; sicura arra di salvezza di miracolati che si rivolgono a lui, con la relativa votiva pinacoteca gratulatoria.
Ed è raduno etologico, con diverse voci oranti di equini, di ovini e di bovini, con ogni altra famiglia di animali invocante l'unzione propiziatrice della penna del santo. Perdurante usanza e testimonianza che ci richiama alle più oscure origini a cui questo singolare luogo era vocato.
E c'è il San Matteo feriale, festivo e festoso delle solennità e altri riti religiosi, uniti a quello dei lavoratori lunedianti col tripudio del vino e dei canti di ogni tempo, tanto più insistiti quanto più nostalgici e antichi.
E c'è un San Matteo segreto di chi intende colloquiare da solo con lui, spenti i clamori di ogni manifestazione collettiva.
Ed è la solitudine un talismano che disserra la più magica e mistica ebbrezza. Quanto più si è soli, tanto più la presenza divina si avvicina.
Lo spirito sospeso sa l'ora di questa divina presenza dell'Eterno.
E giammai un silenzio fu più eloquente.
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Accoglie paterno nel suo angusto seno la fortezza di San Matteo radicata sul ciglio di un suo sprone, arditamente proteso nel vuoto precipite di un orizzonte in fuga che raggiunge il niveo diadema della Maiella.
Qui, senza soluzioni di continuità, un tenace rete di fede con pervicacia cuce e ricuce gli strappi della storia.
Dopo circa otto secoli si mutò il nome dell'evangelista; tramontò la pingue, contrastata potenza dell'autonomo Stato feudale; si assiderò l'avidità parassita degli abati commendatari; e tacendo già da gran tempo Benedetto, finalmente riprende e perdura con Francesco il suo viaggio nel tempo con diverso percorso solo di pia e feconda operosità. Simplex munditiis, direbbe il poeta latino questa pia e spoglia eleganza francescana nel bene operare.
Ma di quel tempo medievale, rimane l'immagine imposta al sito dagli eventi: il sornione occhio di una occulta, campanilata vedetta che vigilava in tal modo sulle frequenti scorrerie e dominava i suoi beni feudali che andavano dal mare, al piano, al monte e, con le sue pertinenze, dalla terra barese all'Appennino.
Borgo e convento furono così congiunti per oltre un millennio dalla comune sorte della storia, ma anche autonomi, li regge e ancora verdeggia quel filo della fede che fa di gentilezza un cuore solo.
Il dramma post-unitario, pur con le sue conseguenti tristi vicende, non lo spezzò.
La desolata presenza di un solo vigile padre guardiano resse per decenni anche al furore delle due grandi guerre.
Ma ora, risorto il convento nell'efficiente splendore di un nuovo volto, la rinnovata liturgia delle stagioni è scandita da una domenicale canorità gregoriana. Avvince essa una più vasta fedeltà di devota gente amica, vicina e lontana, ed erra una nuova armonia per questa valle.
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Dal buio più fondo della notte medievale riemerge e permane, non più discontinua, la sua presenza nelle avventurose vicende della storia, con un'intrepida vitalità di opere terrene e divine.
La materna montagna le impresse, così, il crisma della sacralità in un geloso e occulto spazio geografico: due valli, due conchiglie colme di meraviglie.
Contro la rapacità delle scorrerie piratesche, nascose il nascente borgo nell'umido grembo di un Monte a mezzo delle valve aperte della convalle; e lo protesse con due opere d'arte e di fede: due grandiosi monumenti, onore del Gargano, che l'afflato dell'ambiente e la mano francescana tuttora preservano con devota, alacre dignità e decoro.
Mirabile visione di un paesaggio espresso dalla natura e dall'uomo la cui fervida operosità, sollecitata dalla temperie incalzante degli eventi, in sorprendente simbiosi mostra un solo volto, un solo intento:
quanto più viva la fede si accende,
tanto più potente l'arte risplende.
E per entrambi, uomo e natura, valga l'indice di una sanguigna vitalità, simbolo di quel rosso vigore che spicca da una sassosa terra carsica.
Così, al vertice della prima valle, dove questa si restringe e fa gola, si adagia, respira e serenamente gode la più fulgida gemma del Rinascimento garganico: Stignano o Strignano (come nella galleria delle carte geografìche vaticane. Ma al diavolo ogni etimologia).
Apre invece Santa Maria di Stignano le sue ampie braccia collinari verso la pianura e accoglie odorosa, come vuole un canto paesano, l'amato giovane che ritorna ansante e spossato dal lavoro in campi assolati; e, ora che è maggio, il fidente pellegrino salmodiante scopre la grazia del santuario nell'azzurro degli ulivi e il bianco dei mandorli fioriti.
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