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Materna Terra di Pasquale Soccio
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Il campanile del convento di San Matteo a S. Marco in Lamis
Il campanile del convento di San Matteo a S. Marco in Lamis
Ma chi è mai per noi questo San Matteo? O, meglio, che cosa è questo San Matteo che è in noi? Ci si riferisce in modo particolare a tutti quelli che ebbero e hanno avuto la felice o la fortunosa ventura di nascere e vivere in questa culla dello Starale; e convivere all'ombra francescana del santuario.

E’ San Matteo un magma solido di elementi fisici e antropici; è anche, qui non a caso mi richiamo a una metafora musicale, un impasto di concenti emessi da più strumenti di timbro e di tipo diverso, per affetti, sentimenti e comuni vicende; è pertanto uno scrigno polisemantico per la densità di significati allusivi.

E’ quindi San Matteo sinonimo di una statua, di un santo, di un apostolo, di un evangelista, di un santuario, di un convento - e già di un monastero, castello, fortezza - una volta centro potente di un piccolo Stato e ora centro vivo di culto e di cultura; una costruzione architettonica la cui dinamica esprime il diverso volto impresso dai protagonisti del tempo, che fu ed è ora tutto vestito a festa con rinnovata veste.

È anche crocevia di viandanti, di erranti e di fede­li; sicura arra di salvezza di miracolati che si rivolgono a lui, con la relativa votiva pinacoteca gratulatoria.

Ed è raduno etologico, con diverse voci oranti di equini, di ovini e di bovini, con ogni altra famiglia di animali invocante l'unzione propiziatrice della penna del santo. Perdurante usanza e testimonianza che ci richiama alle più oscure origini a cui questo singolare luogo era vocato.

E c'è il San Matteo feriale, festivo e festoso delle solennità e altri riti religiosi, uniti a quello dei lavoratori lunedianti col tripudio del vino e dei canti di ogni tempo, tanto più insistiti quanto più nostalgici e antichi.

E c'è un San Matteo segreto di chi intende colloquiare da solo con lui, spenti i clamori di ogni mani­festazione collettiva.
Ed è la solitudine un talismano che disserra la più magica e mistica ebbrezza. Quanto più si è soli, tanto più la presenza divina si avvicina.

Lo spirito sospeso sa l'ora di questa divina pre­senza dell'Eterno.

E giammai un silenzio fu più eloquente.

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Il convento dI san Matteo a San Marco in Lamis in una illustrazione di Filippo Pirro
Il convento dI san Matteo a San Marco in Lamis in una illustrazione di Filippo Pirro
Al sommo della valle più alta, svetta il Celano, ba­luardo antiboreale e saldo antemurale contro le av­versità della natura e la rapacità dell'uomo.

Accoglie paterno nel suo angusto seno la fortez­za di San Matteo radicata sul ciglio di un suo sprone, arditamente proteso nel vuoto precipite di un oriz­zonte in fuga che raggiunge il niveo diadema della Maiella.

Qui, senza soluzioni di continuità, un tenace rete di fede con pervicacia cuce e ricuce gli strappi della storia.

Dopo circa otto secoli si mutò il nome dell'evan­gelista; tramontò la pingue, contrastata potenza dell'autonomo Stato feudale; si assiderò l'avidità paras­sita degli abati commendatari; e tacendo già da gran tempo Benedetto, finalmente riprende e perdura con Francesco il suo viaggio nel tempo con diverso percorso solo di pia e feconda operosità. Simplex munditiis, direbbe il poeta latino questa pia e spo­glia eleganza francescana nel bene operare.

Ma di quel tempo medievale, rimane l'immagine imposta al sito dagli eventi: il sornione occhio di una occulta, campanilata vedetta che vigilava in tal modo sulle frequenti scorrerie e dominava i suoi be­ni feudali che andavano dal mare, al piano, al mon­te e, con le sue pertinenze, dalla terra barese all'Appennino.

Borgo e convento furono così congiunti per oltre un millennio dalla comune sorte della storia, ma an­che autonomi, li regge e ancora verdeggia quel filo della fede che fa di gentilezza un cuore solo.

Il dramma post-unitario, pur con le sue conse­guenti tristi vicende, non lo spezzò.

La desolata presenza di un solo vigile padre guar­diano resse per decenni anche al furore delle due grandi guerre.
Ma ora, risorto il convento nell'efficiente splen­dore di un nuovo volto, la rinnovata liturgia delle stagioni è scandita da una domenicale canorità gre­goriana. Avvince essa una più vasta fedeltà di devo­ta gente amica, vicina e lontana, ed erra una nuova armonia per questa valle.

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Il convento di San Matteo a San Marco in Lamis in una illustrazione di Filippo Pirro
Il convento di San Matteo a San Marco in Lamis in una illustrazione di Filippo Pirro
Mistica e mitica è questa singolare parte di terra garganica.
Dal buio più fondo della notte medievale riemer­ge e permane, non più discontinua, la sua presenza nelle avventurose vicende della storia, con un'intre­pida vitalità di opere terrene e divine.

La materna montagna le impresse, così, il crisma della sacralità in un geloso e occulto spazio geo­grafico: due valli, due conchiglie colme di meravi­glie.

Contro la rapacità delle scorrerie piratesche, na­scose il nascente borgo nell'umido grembo di un Monte a mezzo delle valve aperte della convalle; e lo protesse con due opere d'arte e di fede: due gran­diosi monumenti, onore del Gargano, che l'afflato dell'ambiente e la mano francescana tuttora preser­vano con devota, alacre dignità e decoro.

Mirabile visione di un paesaggio espresso dalla natura e dall'uomo la cui fervida operosità, sollecita­ta dalla temperie incalzante degli eventi, in sorpren­dente simbiosi mostra un solo volto, un solo inten­to:

quanto più viva la fede si accende,
tanto più potente l'arte risplende.

E per entrambi, uomo e natura, valga l'indice di una sanguigna vitalità, simbolo di quel rosso vigore che spicca da una sassosa terra carsica.

Così, al vertice della prima valle, dove questa si restringe e fa gola, si adagia, respira e serenamente gode la più fulgida gemma del Rinascimento garganico: Stignano o Strignano (come nella galleria delle carte geografìche vaticane. Ma al diavolo ogni eti­mologia).

Apre invece Santa Maria di Stignano le sue ampie braccia collinari verso la pianura e acco­glie odorosa, come vuole un canto paesano, l'amato giovane che ritorna ansante e spossato dal lavoro in campi assolati; e, ora che è maggio, il fidente pelle­grino salmodiante scopre la grazia del santuario nell'azzurro degli ulivi e il bianco dei mandorli fio­riti.

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Pasquale Soccio da un ritaglio di giornale. Disegno di Francesco Cancelliere.
Pasquale Soccio da un ritaglio di giornale. Disegno di Francesco Cancelliere.
In occasione della Giornata mondiale del libro (23 aprile 2016) ho deciso di rendere di pubblica lettura il libro di Pasquale Soccio, Materna terra, Adda editore, 1992. Ho digitalizzato l'opera, inserendovi per il tramite di tooltip le note originali dell'Autore. Qualche nota esplicativa e le foto sono dello scrivente. Le illustrazioni sono del grande artista sammarchese Filippo Pirro. L'opera, di fatto non più reperibile, è stata stampata con i soldi dei frati del convento di San Matteo a San Marco in Lamis - Gargano. Il libro è molto bello da leggere: a tratti si legge l'Autore di Gargano segreto. Materna terra sembra non avere un filo unitario: molti contenuti erano stati già trattati precedentemente, eppure il libro è di piacevolissima lettura.
Scrive Umberto Eco in
De Bibliotheca:

Ora, cos’è importante nel problema di accessibilità degli scaffali? È che uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi. Ora, è vero che questa scoperta può essere data sfogliando il catalogo, ma non c’è niente di più rivelativo e appassionante dell’esplorare degli scaffali che magari riuniscono tutti i libri di un certo argomento, cosa che intanto sul catalogo per autore non si sarebbe potuto scoprire, e trovare accanto al libro che si era andati a cercare un altro libro, che non si era andati a cercare, ma che si rivela come fondamentale.

La copertina di 'Materna terra' con una illustrazione di Filippo Pirro
La copertina di 'Materna terra' con una illustrazione di Filippo Pirro
Queste pagine sono nate per amore e per dovere.
Sollecitate da un dovere civico, sono da conside­rare testimoniali; e in qualche modo testamentali per il diffuso sentimento di commiato che le ha ispi­rate.
La struttura di questo lavoro è pertanto compo­sita.
La prima parte si affida alla memoria e alle immagini per una più sensibile evocazione rivelatrice.
Triplice lo scopo della seconda parte.
Col tentativo di uno sforzo sintetico per un ampio arco storico, si è inteso porre in rilievo la lunga vita­lità di luoghi naturalmente predestinati.
La provvidenziale operosità francescana, con te­nace ripresa di rinascita da tante dolorose vicissitudini, è emersa sempre vittoriosa in circa mezzo mil­lennio di storia.
Infine il prezioso patrimonio storico e artistico impone un responsabile dovere per la conservazione, la tutela ed esigente efficienza al passo coi tempi.
Noi tutti concittadini abbiamo quindi una eredi­tà da accogliere, continuare e trasmettere.
La coscienza di un dovere impone la responsabi­lità di un civico impegno. Consapevole di tanto, già da anni chi scrive ha agito di conseguenza, apren­do un solco che ha ancora un percorso assai lungo da compiere. Certo, non spetta a lui esprimere un giudizio di valore in merito a quanto ha scritto e promosso. Si augura solo che quel tanto che ha potuto produrre valga, se non di esempio, almeno di fer­vido stimolo a fare di più e meglio.
Dedico questa mia ultima fatica di studi locali ai figli di S. Francesco per il dovere di una personale gratitudine; e soprattutto a quei francescani che si sono avvicendati nei due conventi portando alla lo­ro rinascita un contributo ragguardevole con ope­rosa alacrità tipicamente minoritica. Essi hanno re­stituito a San Marco in Lamis, col giusto respiro della piena efficienza, due splendide opere d'arte e di fe­de: Stignano e San Matteo. Rappresentano questi monumenti l'unico vanto della città e, si può ag­giungere, dell'intero Gargano per la loro singolare imponenza e bellezza.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?