



[…] Io ho imparato, diciamo all'inizio, quando ero piccolo, ho imparato da Raffaele Chiuvitte e aveva la bottega proprio qua. E' stata forse la prima bottega che si è formata. Qui erano le prime case in via Pozzo Grande (Fore lu Puzzeranne), e questa era la bottega conosciuta quasi da tutti. E come?! Perché è stata sempre esposta, diciamo all'esterno, in una zona antica. Il mastro che faceva questo lavoro, è passato quasi un secolo e più, è morto anziano; è morto che aveva più di novant'anni e il figlio di ottant'anni. Sono due generazioni; adesso ci sono io che ho 57 anni e sto ancora in questa bottega.
[...] È cambiato ciò: noi prima battevamo sempre il martello rosso nel fuoco, oggi invece è tutto diverso.
Si prende un filo lungo, di diverse lunghezze, e si fanno le balconate, si fanno le porte anticorodal e insomma è cambiato da ieri a oggi. Poi in un certo periodo, non tanto avevo il lavoro, il Ministero dei Beni Culturali ha emanato un concorso che richiedeva un fabbro specializzato di prima categoria, forgiatore. Così mi trovavo senza lavoro e ho fatto quel concorso e sono stato preso e sono buoni 16 anni che sto con lo Stato, sempre con la mia attività di fabbro specializzato di prima categoria forgiatore. E questa bottega ce l'ho ancora, con un pochino di lavoro.
[...] All'inizio, quando ero piccolo cosa avveniva? Cominciavamo a rompere il carbone coke speciale; allora prendevo il martello e li rompevo a piccoli pezzi per metterlo nella forgia. Quando ero piccolo, cosa facevo? Si tenevano tutti raggruppati i carboni e si riscaldava il ferro e dicevamo: - Ragazzo (uagliò) vai a rompere i carboni - e ci mettevano a fare i carboni per farci imparare.
Poi c'era il mantice, c'era la ventola della forgia. Il mantice si riscaldava con il ferro, ma era tutto a mano; prima che costruissero questa manovella a mano, tenevamo un altro mantice, che era come quelli che adesso ci sono nei camini, con cui si soffia il fuoco, invece prima in una casa a parte c'era un grande mantice che si tirava e con cui si accendeva il fuoco, questo però anticamente.
Però sempre con il martello sono state iniziate le prime cose. Noi fabbri, prima, con l'incudine e con il martello e con il ferro che usciva da lì dentro, facevamo il calibro per misurare gli spessori di ferro, facevamo gli scalpelli per misurare l'altro ferro; facevamo tutto a mano per creare dal nulla un lavoro.
Ecco cosa significa fare il fabbro, un vero fabbro a mano, nella forgia col fuoco, e faceva un po' di tutto e maggiormente ciò che serviva a due cose abbinate, le principali della vita, ossia l'agricoltura e il fabbro, poi l'aratro che faceva il solco e i fabbri facevano i bulloni, i ferri a mano. Oggi invece no, prima la creavamo noi tutta questa roba.
Si tagliavano le lamine per i muratori, sempre con lo scalpello.
[...] Io parlo sempre anticamente di queste cose qua. Noi sempre da un pezzo di ferro, un pezzo di acciaio ricavavamo scalpelli, tenaglie, pinze, facevamo tutto a mano, tutto ciò si creava a mano, non c'era altro. Non potevamo andare nel negozio come adesso, dove trovavi qualcosa che si vendeva, ma li facevamo tutti a mano. Finché è capitato un periodo di guerra. Durante la guerra del '40, i miei apprendisti, i giovani che ferravano i cavalli non ce n'erano più. Questa fabbrica era bombardata, era sparita dalla circolazione.
Cosa è avvenuto!? Noi mastri vecchi abbiamo fatto uno scambio, e col ferro, diciamo, ricavato da ciò che trovavamo, facevamo i chiodi per ferrare i cavalli, altrimenti i poveri cavalli non potevano lavorare, l'agricoltura non poteva andare avanti, perché il motore principale era il cavallo, l'asino, il mulo ecc... [Il ferro] fonde a 250 gradi. Quando arriva la pressione a 250 gradi che si comincia a vedere nel fuoco, nella forgia, come veniva chiamato il carbon coke. Prima saldavamo l'acciaio e il ferro e tenevamo una piccola medicina che veniva chiamata placca. Mettevamo un poco di placca, che era composta di terra e composti chimici, e si metteva nel fuoco, finché diventava incandescente. Quando arrivava a 250 gradi, tanto che l'acciaio e il ferro mediante la fusione nel fuoco, non completamente si toglieva dalla forgia, si metteva sopra l'incudine e si batteva piano piano, col martello, battendo col martello, si stendeva questo composto e si portava a termine l'oggetto voluto, creato da noi. Potevamo fare un ferro di cavallo, o una scure, uno scalpello, un piccone, tutto ciò che serviva all'uomo.
La tempra dell'acciaio è diversa a seconda della qualità dell'acciaio, c'è l'acciaio rapido, l'acciaio dolce. L'acciaio omogeneo e tanti altri tipi, che io ho conosciuto facendo questo mestiere.
Quando andava nell'acqua cosa avveniva? Avveniva che immediatamente si spezzava, trac-trac, si rompeva e allora si bestemmiava perché si era fatto un lavoro per niente. Allora si scaldava l'acqua e si immergeva nell'olio.
[...] Beh, rispetto a prima c'è quasi tutto di moderno. Posso dire che la forgia non è più quella di prima. Prima c'era il mantice ed ora c'è quella elettrica, che accendi con l'interruttore e ti dà il lavoro. Abbiamo la sega elettrica per tagliare il ferro, mentre prima si tagliava con lo scalpello. Abbiamo un trapano elettrico che ha cinque velocità, dalla piccola alla grande, tutto elettrico mentre prima si faceva tutto a forza di braccia. Si girava, si girava e si facevano i fori perché erano trapani antichi, e questi moderni non ce n'erano. E' rimasta come reliquia solo e resterà sempre il martello e l'incudine che forse non cambieranno mai, [si useranno] anche su un'astronave, anche se il martello non sarà pesante.
C'è questa piccola differenza: questa troncatrice cammina nel disco in trafila, invece quella elettrica cammina in dischi di acciaio, che camminano con una certa precisione alla velocità voluta.
[...] Adesso ti dico effettivamente l'orario di lavoro. L'orario di lavoro non esisteva per noi. Un mastro, come dire, non ha mai orario.
Se uno portava l'orologio aveva botte, e lo mandavano via e non lo facevano proprio più entrare. Anzi poi, per dire una cosa, era anche gelosia. I mastri, i nostri proprio, quando facevano un lavoro di precisione, ti mandavano a fare un servizio, per non farci vedere, ancora tu gli rubavi il mestiere. Dovevi essere tu a capire in quale momento dovevi guardare, e guardavi. Non ti pagavano e ti facevano lavorare dalla mattina alla sera. Questa è una cosa breve, faccio un piccolo discorso, un po' delicato. Avevo quasi l'età di 19 anni, ero giovane, effettivamente mi piaceva giocare con ragazze e ragazzi. Imparavo a fare il fabbro e la mattina mi alzavo sempre alle cinque, alle 5 e mezzo e andavo a lavorare.
Una mattina è capitato che era d'inverno, io dormivo ancora, alle 6 e un quarto il mastro viene a bussare al mio portone.
Mia madre si chiamava Lucia: - Lucia, fai scendere tuo figlio che è già giorno - ha detto lui - è dalle 5 che sto in piedi (tise), tuo figlio se vuole imparare a fare il fabbro, la mattina deve alzarsi presto. Mia madre allora, abitavamo al primo piano e un secondo piano (tra lu suse e lu contrasuse) grida da giù: - Ragazzo, alzati, il mastro è venuto -. E mia madre mi sgridava da una parte e il mastro dall'altra. Noi eravamo ragazzi, stavamo zitti e cercavamo di apprendere un pochino.
Perciò posso dirti che di orario non ne esisteva, facevi come volevi. Come volevano fare facevamo.
[...] La paga non esisteva. Qualche volta, quando facevi un bel lavoro, capitava una volta alla settimana o ogni 15 giorni, il mastro ci faceva un regalo. Prendeva 50 lire o magari 4 soldi, a seconda del guadagno della settimana, e ci faceva un piccolo regalo così una domenica sì, una domenica no, come voleva. La paga non esisteva assolutamente. Poi, anche loro, diciamo, non è che avevano tutti i soldi. Prima, l'agricoltore andava dal mastro, portava il cavallo a ferrare, portava la zappa, la scure, diceva: - Guarda, compare Raffaele, noi dobbiamo fare ad anno.
Tenevamo un certo pezzo di legno che si chiamava tégne. La tégne era un legno talmente tenero come la ferla; si appendeva di lato alla porta e si faceva così, si faceva un segno ed era la scure, due segni era [un altro oggetto].
Quando arrivava il momento critico che il contadino doveva pagare il mastro era furbo, era uno che ci sapeva fare (chjù rutte 'ncule), e il segno piccolo lo faceva diventare grande così che da ferro vecchio era ferro nuovo. E dicevano: - Ma possibile, io non ho fatto ferrare 3 volte, tu non.... - Tu compare Antonio hai dimenticato, guarda il segno - diceva il fabbro. [E lui]: - Sì, sì hai ragione, compare Raffaele - e ingenuamente [glieli dava]. Magari lui raccoglieva pochi soldi, e allo stesso tempo riceveva un po' di patate, un po' di galline, galletti, ciliege, scambiavano la merce perché i soldi circolavano tanto poco quanto niente e noi che imparavamo il mestiere non li vedevamo proprio i soldi.
[…] Beh, per la ferratura, ai miei tempi, si veniva a spendere 250 lire, 300 lire, perché dipendeva dalla muta. La muta significava che l'animale aveva cresciuta l'unghia nello zoccolo, allora i ferri la buttavano fuori per distaccarla. Così si faceva la muta. Cosa avveniva? Si prendeva lo stesso ferro vecchio, lo sferravi, gli tagliavi l'unghia, gli accorciavi per bene il piede un'altra volta, prendevi lo stesso ferro e lo attaccavi, sopra magari potevi metterlo all'altro piede, cioè dal destro lo mettevi al sinistro, e il sinistro al destro. Cosa avveniva? Questa veniva chiamata la muta, poi quando si consumava un'altra volta, si staccavano i ferri vecchi e si mettevano i ferri nuovi.
[...] Ecco, questa è proprio la bottega dove il mastro era veterinario e a S. Marco lo conoscevamo quasi tutti specialmente i più anziani. Raffaele 'Chiuvitte' e Nicola 'Chiuvitte', il padre, erano veterinari. Erano veterinari perché i fabbri curavano un cavallo che aveva lu capecérre che era una piaga (varlése) che cresceva tanto che il povero cavallo non poteva più lavorare; in dialetto si chiamava lu capecérre. E il fabbro diceva: - Compare Antonio, dobbiamo tagliare perché [altrimenti il cavallo muore]. [E il contadino diceva]: - Raffaele, dobbiamo farlo, altrimenti non può più lavorare.

A S. Giuseppe era tutto all'aperto, era tutta zona verde. Non è come adesso che ad ogni punto c'è una casa. C'era questa zona verde, si andava lì e andavamo il mastro ed io che ero ragazzo e portavo gli attrezzi per castrare questo animale. Questo animale era giovane e tirava calci da tutte le parti. Allora si prendeva la corda (zoca) salma, la corda grande e la si legava al collo del cavallo. Ma questa corda era legata a due parti con il cappio senza nodo scorsoio. Queste due corde si mettevano fra le zampe e si legavano come fanno i pastori, si mettevano al collo.
[...] La carne veniva tagliuzzata (daccijàta), toglievamo il morsetto per non farlo dissanguare, poi si seccavano e cadevano, così si toglievano completamente. Così il cavallo si scimuniva, diventava calmo calmo (pacione) come succede ai monaci. Per esempio, i monaci adesso non li castra più nessuno.
[...] Effettivamente è capitato. C'era un cavallo che chiamavano don Gennarino di compare Serrilli. Era un padrone ricco, antico questo don Costantino, è venuto da compare Raffaele dicendo: - Il cavallo così così. Teneva il tumore nella pancia, nell'intestino. Allora l'hanno portato qua nel palazzo vicino alla bottega. L'hanno buttato per terra. Effettivamente il cavallo così doveva morire, allora hanno deciso di fare una prova, che se riusciva bene, altrimenti non si poteva fare niente. Allora l'hanno fatto sdraiare su un lenzuolo e hanno tagliato la pancia e abbiamo tirato fuori sopra il lenzuolo tutte le interiora. Era cresciuto come una cisti nell'interno del loro animale che rischiava di morire.
Comunque abbiamo tolto quasi 3 chili di roba putrefatta, il cavallo si è ristabilito, è guarito. Questa è la situazione circa l'attività di prima, invece oggi tutto è cambiato.
[Questa operazione si faceva] ai cavalli, agli asini, ai muli, a qualsiasi specie. Qua c'era pure la castrazione. Il mio mastro castrava pure i gatti perché i signori avevano pure i gatti. Allora veniva il garzone: - Compare Raffaele, lo senti, ha detto donna Michelina che il gatto che ha deve essere castrato, è un guaio. Eh, portalo! Il gatto mentre stava mangiando lo acchiappavano e lo mettevano nel sacco. Poi messo nel sacco lo portavano qui. Il mastro mio, io allora ero ragazzo, mi ricordo, lo metteva fra le gambe e tirava fuori i due testicoli e il gatto, oh! mamma mia, come gridava [soprattutto] quando tirava i testicoli e li attorcigliava. Quando sono stati tolti questi due testicoli, i gridi! Allora lo reggevi, prendevi le forbici e li tagliavi, con il ferro arroventato (rusce) chiudevi la ferita (ce 'mbezzava).
[Di animali da castrare] non ce ne stanno più. Cosa ne devono fare degli animali!?
[...] Ultimamente Moscarella ferrava ancora, ma pure questo Lazzaro ciaccione, qualcuno è rimasto ancora. Sai dove ferrano ancora? Dalle parti dell'Abruzzo, ci sta ancora qualcuno, ma insomma sono pochi, perché oggi trovi soltanto motori per l'agricoltura. Gli animali da qualche parte si trovano ancora ma sono pochissimi, sono spariti completamente.
Adesso ci sono solo animali magari da corsa, magari qualche cavallo da carrozza, oppure fanno allevamento per venderne la carne. Ma di cavalli non ce ne stanno più.
[...] Ma certo! Nella bottega ci stavano sempre due o tre persone in più, e noi che lavoravamo. Questa bottega era la metà e ci stavamo sempre cinque persone dentro perché il lavoro si svolgeva sempre con il maglio, con lo scalpello, non è come oggi.
Io, per esempio, se voglio ora tagliare cento ferri, mi metto là e con facilità di niente li taglio, mentre prima [c'era] lo scalpello, banc banc, il maglio...
[...] Venivano gli agricoltori per la campagna, poi c'erano i cavalli, i muli, allora in via Pozzo Grande, trovavi carri (traine) e calessi specialmente il sabato.
[...] Uh, peggio ce n'erano. Poi noi che facevamo i fabbri, lavoravamo la domenica a mattina fino all'una, perché dopo dovevamo far festa. E il mastro che diceva: - Ragazzi, stasera (massèra) è sabato. Dopo che avete finito di mangiare venite subito, la mattina un po' subito -, perché dovevamo far festa la domenica. E che succedeva? Che la mattina andavamo a lavorare alle 4, dalle 4 rincasavi verso le due, due e mezzo di mezzogiorno. Nel frattempo (treménte) che mangiavi, andavi [a lavorare] un 'altra volta e veniva la sera, fin verso le dieci di sera. Allora il mastro diceva: - Ragazzi, sapete che cosa dovete fare, un bicchierino di vino, un po' di pane e lavoriamo un altro paio di ore - e lavoravamo fino alla mezzanotte, l'una di sabato. Poi [diceva]: - Allora, andate via, ma domani mattina venite presto. Verso l'una andavi a letto e verso le tre dovevi già andare a lavorare (ncapulà) un'altra volta. Poi il mezzogiorno che cosa avveniva? Siccome dovevamo far festa la domenica venivamo alle tre, e la domenica lavoravamo più degli altri giorni.
[...] Il fabbro era adatto per qualsiasi cosa. Il fabbro faceva il rasoio per fare la barba, il fabbro faceva un po' di tutto, era anche arrotino, insomma faceva tutto.
[I lavori] oggi dei fabbri!? Oggi i lavori dei fabbri sono cambiati, si fanno balconate, tutto ciò che serve per l'edilizia e via di seguito.
A casa per esempio troverai un portone tutto in ferro, poi andando sopra trovi tutte le porte anticorodal che le ho fatte prima io. Poi ho una cristalliera tutta in ferro. Poi ho un tavolo in ferro con i piedi a forma di zampe di leone e sul tavolo ho fatto un portafiori alla romana con dentro un bouquet di rose che a mia moglie piace tanto, ho fatto i lampadari tutti in ferro. Nell'entrata trovi due lanterne. Poi ci sono altri lavoretti, tipo uno spaventapasseri battuto in ferro, trovi anche un'ancoretta piccola, trovi un calessino proprio come si usava prima, che l'ho fatto io, era in legno, perché è capitato che quando sono stato assunto al Castello Svevo di Bari, l'officina a me ancora non l'avevano aperta e mi hanno abbinato con il falegname, e sono stato la bellezza di due anni sempre nella falegnameria. Allora il pomeriggio non sapendo cosa fare lavoravo e ho fatto questo calessino in legno. Però ho fatto anche molte cornici ed ho imparato così anche a fare il falegname e questo per due anni. Poi mi hanno assegnato l'ufficio per conto mio. Questo [mio figlio] era ancora piccolo quando andavo a Bari al Castello. Poi ho fatto la domanda di avvicinamento per Manfredonia, al castello dove adesso vado tutti i giorni. Ho lavorato 5 anni a Bari ed è da 11 anni che lavoro a Manfredonia, nel Castello, al Museo.
adesso si chiama 45°, invece se si tagliava a pinne si diceva che faceva il cardamone. In conclusione la procedura per ferrare i cavalli era sempre quella.
[Per fare un oggetto era necessaria pure la saldatura con più pezzi di ferro]. Se ad esempio dovevo fare un treppiede, dovevo fare il cerchio poi dovevo incollarlo, mi sono spiegato?
Per non aggiungere chiodi, bisognava fonderlo, si schiacciava, si incollava e si faceva il cerchio col diametro [voluto], poi si bucava, si mettevano i chiodi o qualcos'altro a seconda del lavoro che dovevi fare.

[Perché il ferro si raffreddasse] il tempo era abbondante quando era gelato, si fermava e si misurava: - Bisogna tirarlo ancora?
Si metteva nel fuoco un'altra volta e si stendeva (stennerecàva) un'altra volta finché quando si era raffreddato al punto giusto, il compasso doveva essere preciso e ne toglievi due centimetri e mezzo, due centimetri e tre millimetri. Prima si misuravano anche i millimetri.
Parla Angelo Ferro
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- Categoria: Sergio D'Amaro
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