garganovede, il web dal Gargano, powered in S. Marco in Lamis
Materna Terra di Pasquale Soccio
Sono parole dolcissime, nelle quali vi traspare disperazione e delusione. Pasquale Soccio aveva 85 anni nel 1992, essendo nato nel 1907. Egli morì nel 2001, agli inizi del nuovo millennio, dopo avere vissuto in luoghi bellissimi, dei quali tanto scrisse spinto, a mio parere, sopratutto da una curiosità fanciullesca. Mi ha colpito l'analogia con temi già presenti nello scritto 'Vent'anni dopo', della metà degli anni '70

 

Già declina il mio giorno
e colgo ombre e memorie.
Si fa sera in me solo, sempre più sera,
materna mia terra,
con umiltà di cuore a te mi rendo.
Lucidamente spendo ora i miei giorni
e con pazienza pari alla rovina
come acqua che più canta se dichina
mi sciolgo in riso e così mi frastorno.

Ferace terra di gente fedele,
pronta al richiamo da ogni lontananza,
pure se nata in umido ‘Fosso'
spinta dall'ansia di cieli più alti
per altri voli, in biblica fuga
dove la patria è solo lavoro.

Già più non sono qual fui, mia terra,
né tu respiri con l'alito di un tempo.
Ho tanto inverno in me
che temo abbrividire chi mi tocca.
Ho tanta notte in me
che temo darla
da sgomentare sempre chi mi ama.

Terra, dolce terra,
uno scrigno d'affetti s'apre e si rinserra.
Se la memoria sale e fa marea,
la folla dei ricordi ci richiama
a quelli che tra noi più non sono
e fecero più lieti i nostri giorni;
e ora, messi insieme, più non fanno
che un funebre monte a gara col Celano.

Di rivederti più non mi è concesso
come quando nella prima età
da solo errando per le due convalli
esploravo con gioia ogni recesso,
zolla vivente fra tante zolle immote.

Né più mi è dato rimirare in te,
memore specchio in filmica sequenza
d'ogni immagine del tempo che fu mio,
e trarne il senso della mia esistenza.
E forse tante pietre
portano incise tutte le parole
dei nostri intimi, cosmici colloqui.

Pur nel silenzio degli occhi
l'immagine di te dà tanta luce.
Nel bel tempo d'amore,
di quel tempo che vissi
a te caro e a me care le cose,
solo mi rimane
questa dolcezza di saper morire
tacitamente alle cose che amavo.
Verrà dunque il mio giorno fra tutti il più solenne,
prima del varco verso l'infinito
nella mia patria antica, nel gran Tutto.

Nel brano che segue potrai leggere un breve ma interessante excursus sulla storia di San Marco in Lamis, filiazione del sovrastante convento di San Matteo. Molti concetti erano già stati espressi decenni prima dall'Autore, che denunzia con parole chiare, a volte accorate (lo scritto è stato pubblicato nel 1992) gli elementi di una crisi della Città, già espressi nel 1972 nella introduzione ad Unità e brigantaggio.

Ex lamis surgit terra et splendet.
Filippo De Pisis

Nota introduttiva

Panorama di San Marco in Lamis
Panorama di San Marco in Lamis
Questa mia terra è una città adagiata e disposta con razionalità cartesiana.
Come le idee chiare e distinte per evidenza del filosofo francese, così le vie dell'antico borgo storico tendono alla chiarità, alle ragioni di una armonia geometrica. Rapide scendono esse al fondovalle in limpido ordine parallelo e sboccano sui due corsi principali, pure essi intenzionalmente paralleli: due assi intorno ai quali si svolgeva la pulsante vita di una volta; due documenti che ci richiamano ancora a ragioni di romana razionalità quali due linee est-ovest tracciate dagli àuguri nella delimitazione del templum celeste e qui pertiene astronomicamente ai templi di San Matteo e di Stignano.
Non a caso questa esemplare topografia di saggezza montana ottenne ammirazione e premio nell'esposizione a Torino in occasione del primo cinquantennio dell'unità italiana.
E a volere insistere, il nucleo originario del borgo è di palmare evidenza longobarda.
Sangue, dunque, anche dauno e nordico? Per carità, né vanagloria né biologia razzistica; non riduciamo la storia a una bassa questione di zoologia (come ebbe a dire B. Croce nel 1938 per tragici anni di furori antirazzistici). Si vuole rilevare soltanto: la costante di una volontà costrut­tiva di questa gente, pur contro angustie di luogo e avversità di tempi.
Né infine si può negare - come avvertono con subita sensibilità spiriti fini e vigili intelletti non del luogo, e potrei fare molti nomi illustri - il particolare colore o timbro di una sua peculiare originalità.
E rivolgiamo pure un rapido sguardo, ma con at­tento affetto, alle storielle vicende, ora dolenti ora avvincenti di questa materna terra.
Terra, sinonimo di paese o città, usava dire toscanamente l'uomo antico dei nostri campi; e giovani e fanciulli, durante la laboriosa ansia settimanale vissuta tra zolle e pietre, a quel tempo sospiravano il sabato: Domani si va alla terra. E la terra, prima di essere scorta nel profondo grembo degli alti colli intorno, si annunciava col suo festivo scampanellare.
Tipicamente medioevale era la necessità della scelta di un sito nascosto per la vita di un borgo. Nacque così questa terra negli anni più bui in un fondovalle col vizio originario di una duplice ombra: geografica e storica.
S. Marco in Lamis. Il Monte di Mezzo.
S. Marco in Lamis. Il Monte di Mezzo.
Sorta alle radici del Monte di Mezzo, sicuro baluardo contro ogni rapinosa scorreria per piana e per mare, un tempo questo monte la proteggeva, ora l'opprime; negandole così il respiro di un più vasto orizzonte dall'Adriatico all'Appennino che subito si possono ammirare dalle vette dei colli circostanti.
Visse all'ombra aduggiante del monastero, feudo benedettino e poi parte del cospicuo patrimonio de­gli abati commendatari. A partire dal Mille, ebbe inizio il suo plurisecolare servaggio: una vita squallida­mente anonima.
Nella prima metà del Cinquecento uno scatto clamoroso contro gli abati commendatari ci fu: la rivol­ta per un riconoscimento ufficiale e legale di una identità civile e sociale del popolo sammarchese guidata da un certo, si direbbe, sindacalista anzitempo (NOTA 14). Gli homines:

non possano essere comandati da ... uffigiale né da qualsivoglia governatore né affittatori di detta abbazia in esercitio alcuno reale o personale senza competente e giusto salario.

Agli abitanti dell'università furono riconosciuti questi diritti e benefìci,

siccome anticamente è stato solito osservato et al presente si osserva': libertà di pascolare, spigolare, abbeverare, legnare nell'intero feudo; salari retribuiti; uso di propri 'forni e centimoli' (mulino di casa spinto con una stanga); un ceppo natalizio per ogni focolare domestico; riconoscimento da parte dei funzionari nei rapporti di "immunità, comunità e unione" con i paesi finitimi; la 'grazia di un giorno di franco' per un embrionale mercatino settimanale in 'beneficio et utile di detti poveri vassalli.

Tanto recita il documento lapideo tuttora esistente nel palazzo badiale. Ma va anche rilevato che nel Cinquecento la temperie storica era di molto mutata. Né va dimenticato che in questo secolo i poverelli di San Francesco si erano già insediati nei conventi delle due valli.
Miseranda la vita ed esiguo il numero degli infelici abitanti. Un primo nucleo si attestò nei pressi della cattedrale e di alcuni pozzi d'acqua sorgiva, ai quali si accedeva per un breve ponte di travi di legno sul torrente Jana, allora alimentato dall'affluenza di sorgenti a partire dal fondo del Celano. Ma accadeva così che per lo straripare delle acque fluenti e per il coinvolgente concorso dei rivoli alluvionali, precipiti al fondo (tanto da convertire tuttora gli impluvi della valle in un unico bacino), il centro abitato stagnasse in sordide lame e pigre a prosciugarsi.
E però la vitalità del borgo non demorde: a rinsanguarlo attende l'attiva presenza longobarda. 'Lu Vùccolo', un angusto fornice d'accesso al primogenito abitato, nel nome e nel fatto è tuttora una persistente testimonianza documentaria. Inoltre non sono poche le voci longobarde persistenti nella parlata arcaica dei nostri nonni. Una parola desueta, dice Vico, è una 'tomba delle Muse', cioè un reperto linguistico di storica validità.
E dura ancora fino al citato secolo XVI, la validità legale di matrimoni e testamenti celebrati con i riti e il codice longobardi. Nella stesura dei capitoli matrimoniali riguardanti la dote e gli assegni maritali, i protocolli notarili conservano formule che si richiamano a tenaci consuetudini del luogo.

Foto di G. Bonfitto. S. Marco in Lamis. Ragazzi con della legna.
Foto di G. Bonfitto. S. Marco in Lamis. Ragazzi con della legna.
L'esiguità del numero degli abitanti in pieno Cinquecento non deve destare soverchia meraviglia per quanto si è detto e tantomeno dubbi eccessivi. Nell'incertezza di dati specifici in merito, ci si attiene alle ricerche e ai criteri autorevoli di J. Beloch, M. Sorre e degli italiani G. Galasso e R. Bussi a proposito degli oscillanti incrementi e decrementi demografici nell'Italia meridionale tra Medioevo ed Età Moderna (Nota 15). C'è stato un fondo etnico ad elaborare fra il secolo VII e il XIII - nell'epoca della grande stagnazione demografica e del successivo grande balzo - la base del posteriore patrimonio culturale delle popolazioni meridionali.
Comunque sia, il numero degli abitanti del borgo in quel tempo non poteva oscillare di più o di meno che intorno al migliaio. Sorprendente invece l'incremento dalla fine del Seicento a tutto il Settecento. Il balzo demografico in avanti non è esagerato definirlo esplosivo. Il casale, col ritmo prorompente, si avviava perentoriamente a divenire città. Ne è conferma questo veloce ritmo cronologico di crescita: lo stato della popolazione nel 1722 (quando fu eretta la chiesa parrocchiale di S. Antonio Abate), era di 4.400 anime; nel 1782, data in cui la badia fu dichiarata di regio patronato, raggiungeva il numero di 8.000 anime; nel 1793, nel quale anno con regio diploma fu dichiarata città, si contavano 9.000 abitanti; nel 1808, "epoca murattiana" e dell'effettiva autonomia comunale, 10.200; e nel 1845 furono censiti 14.277 abitanti. Subì poi questa evoluzione nel numero degli abitanti: 15.350 nel 1861, 18.200 nel 1921, 22.050 nel 1951 e 15.817 nel 1981.
Questa enumerazione serve a denotare la dupli­ce rapidità in ascesa e discesa di una traiettoria parabolica di per sé eloquente; e il fenomeno del decremento è tuttora in corso. L'emorragia migratoria lo attesta e conferma nella causa e negli effetti.
A parte i numerosi cittadini sparsi tra il Tavoliere e il Gargano: numerosi a Foggia, a San Severo, ad Apricena, a Sannicandro, e in altre parti della regione e dell'Italia, imponente l'esodo verso i quattro continenti. Da una stima non propriamente recente (1971) si contavano 4.000 emigrati nel Canada, 8.000 negli U.S.A.; 3.000 in Argentina e circa 12.000 in Australia; senza tener conto degli emigrati temporanei in Africa e in Europa, specialmente in Germania a partire dal 1950.
S. Marco in Lamis. Veduta aerea del 1972.
S. Marco in Lamis. Veduta aerea del 1972.
Da queste indicazioni emerge una considerazione di fondo apparentemente paradossale: diminuisce il numero degli abitanti, ma si è già più che raddoppiata la superficie edilizia urbana occupante in gran parte la valle verso San Matteo. Essa di notte lungo le parallele vie da San Matteo a Casarinelli, dalle alture del borgo Celano a San Marco, offre la magica visione unitaria di un giardino luminescente.
Ovvia è l'evidenza di questo paradosso apparen­te: basta riferirsi a rapinosi sconvolgimenti politici, economici, sociali e tecnologici di questo ultimo trentennio di storia.
L'operosità di questa gente e l'attenuata fame di lavoro soddisfatta in parte in Italia e fuori, hanno contribuito al generale elevamento del livello economico e sociale; tanto è vero che è un patetico ricordo l'andirivieni di mendichi scalzi tra San Marco e San Matteo per la carità di un pane.
Breve è il corso che vede questa terra quale soggetto di storia; poco più di due secoli nel decennio che va dall'affrancamento feudale al riconoscimento ufficiale di città. Tuttavia, sia pure in forma anonima, cioè senza figure carismatiche emergenti, questo popolo afferma la sua personalità di protagonista. Da un solo indice di raffronti si può rilevare almeno il suo peso demografico: alla fine del Settecento, Foggia contava ventimila abitanti, Bari diciottomila e San Marco in Lamis raggiungeva i diecimila circa, ivi compresi indigeni e ascrittizi (qualcosa come gli extracomunitari odierni in quanto al vagabondaggio), ma tutti servi della gleba.
Infine, col passaggio della badia all'amministrazione statale (regio patronato) e l'autonomia civica, spirava anche in questa valle il soffio dei nuovi tempi; e con esso lo spirito di tre garganici: regalistico e politico con Pietro Giannone, culturale con Celestino Galiani e strettamente giuridico e politico con N. M. Cimaglia. La nitida allegazione di quest'ultimo Per la Reintegrazione alla Real Corona del Patronato sulla Real Badia di S. Giovanni in Lamis, del 1767, deve avere avuto pure il suo peso.
Ha qualcosa di prodigioso la congenita vitalità costruttiva di questa gente, congiunta a una strenua volontà di lavoro. I rivolgimenti sociali ed economici ebbero inizio dalla campagna. Le terre boschive, estesamente a ridosso e dintorno all'abitato e al Santuario, subirono un radical mutamento. I boschi furono abbattuti e trasformati in proficui campi salivi: le gesine (da cesina di un bosco ceduo passato a coltura). Queste, sistematicamente quotizzate e favorite dall'alto, rappresentarono un primo nucleo di proprietà da parte dei contadini: i gesinaroli. Ed è mirabile rilevare la volontà di lavoro di questa gente per la diffusa esclusiva presenza di sammarchesi dalle falde di Castelpagano fin sulle alture estreme di Sannicandro, di Cagnano e oltre; e scendendo i più intraprendenti alla piana ('in Puglia'), ai 'cozzi' e gesinaroli della montagna si aggiunsero, più ricchi, i massari del Tavoliere.
San Marco in Lamis. Vecchia foto di possidenti locali.
San Marco in Lamis. Vecchia foto di possidenti locali.
Non tenendo conto della grossa e media borghesia, i proprietari (o signori nella parlata locale), con i loro grossi e medi fondi occupavano la maggior parte dell'agro; per questo iniziale elevamento sociale dal basso, merita anche una particolare attenzione il numeroso clero. Varia la provenienza ma soprattutto del piccolo e medio ceto; e ha avuto esso una funzione determinante nella preparazione educativa, culturale e politica dei giovani.
Ed è pertanto notevole rilevare come molti di questi del clero secolare, sacerdoti e maestri, raggiunta anche loro una posizione economica più o meno ragionevole, mirassero a possedere una modesta casetta e annesso podere in una delle due valli, una residenza estiva per giorni di serena solarità. La ridente collina del Sambuchello - che do­mina la valle di Stignano fino ai ruderi di eremi lungo l'antica via sacra - era il sito privilegiato dai preti. Ora ridotta a una quasi desolata landa e campeggiata dai caprai. Mestamente restano dolci ricordi di amena pace e patetici rimpianti.
A conferma della vitalità operosa e industre degli abitanti, un capitolo a parte nella storia di questa città meriterebbe il ceto artigianale; e l'attenzione non deluderebbe l'interesse per i suoi plurimi aspetti di costruttiva laboriosità.
Il deschetto di un orefice a S. Marco in Lamis.
Il deschetto di un orefice a S. Marco in Lamis.
Tra Otto e Novecento il vero volto distintivo della città è stato davvero quello offerto dall'emblematica operosità dei lavoratori dell'oro, del ferro e del legno. Tanta attività costituì la formazione di una clas­se simbolo che ha avuto il suo apporto efficace e determinante nell'elevamento economico e sociale, non disgiunto da una sua propria e ammirevole civiltà culturale.
Per molti, non di artigiani si dovrebbe parlare ma di autentici artisti con la loro spiccata personalità. In merito, sugli orafi di San Marco in Lamis recente è uno studio apprezzabile e diligente, di un noto ar­cheologo e speziale garganico.
Nel richiamarsi a usi, costumi, tradizioni e canti popolari molte le iniziative e le manifestazioni promosse dal circolo artigianale, il quale ha già una sua notevole storia per quantità di scritti e qualità di interesse culturale: un'avidità di voler sapere e di essere davvero commovente, spesso non riscontrata in altre associazioni locali.
Sono ora purtroppo mutati tempi, clima e tempe­rie sociali e culturali: classe artigianale e circolo ugualmente in decadenza.
Per l'oro, il ferro, il legno e altri ninnoli, al caldo affetto della valida mano dell'uomo è subentrato il rigido e anonimo stampo della macchina: la tecno­logia sforna le frigide e inanimate serie dei prodotti mentre la mano dell'uomo accarezzava l'opera sin­gola e questa diveniva una creatura viva, sia come ornamento, sia come uso quotidiano di un qualsiasi oggetto.
A partire dall'Ottocento, in rapporto agli svolgi­menti storici e sociali in Italia e fuori, emergono fi­nalmente figure rappresentative e protagonisti di ri­lievo nel campo culturale, politico e sociale.
Provengono essi dalla media e grossa borghesia e dal clero per quanto attiene alla guida del Comune e al risveglio culturale della città; mentre quelli pro­venienti dal popolo, che vanno man mano acquistando una propria aurorale coscienza di identità e di relativa forza, si avviano a una plurisecolare violenza di protesta sociale che inizialmente non esclu­de i radicati affetti per il trono e per l'altare.
Si colgono i primi fermenti di malumori e rumori politici e sociali già all'indomani della caduta del regno napoleonico. Molti gli iscritti alla Carboneria: San Marco mena il vanto di avere avuto una delle più nutrite 'vendite' Carbonare, la 'Giove tonante', per la quale ebbe a compiacersi Guglielmo Pepe nel suo giro garganico, alla vigilia dei moti di Nola. Contemporaneamente però, il popolo minuto e la pic­cola borghesia non mancarono di esprimere il loro malcontento contro le usurpazioni delle terre com­piute dalla grossa borghesia, favorita dagli ambienti amministrativi nelle quotizzazioni demaniali, già perpetrate fin dal tempo murattiano.
Alla vigilia e dopo il '48 europeo, nel biennio '47-'49, il clamore di moti insurrezionali preoccupò seriamente l'intendenza di Foggia e la polizia centrale del governo napoletano: fame, disoccupazione e occupazioni di terre raggiunsero uno stato di estrema drammaticità. Con una ordinanza del '47 l'intendente di Foggia proponeva di tenere d'occhio disoccupati, braccianti d'ogni sorta, mendichi e accattoni di varia provenienza, di censirli in qualche modo, di offrire loro una minestra ed esigere, in compenso di tale magra offerta, quella più grossa di lavoro per pubblica utilità.
S. Marco in Lamis. Corso Matteotti in una vecchia foto.
S. Marco in Lamis. Corso Matteotti in una vecchia foto.
Ma intanto molti erano i lavoratori disoccupati, sfruttati e non pagati, che prendevano la via di San Matteo per una minestra donata con pio disinteres­se. È da aggiungere che, qualche anno dopo, nel 1849, per essere stati condotti in prigione alcuni contadini maltrattati, un ardimentoso prete, con frasi volgarmente di fuoco e con termini sorprendentemente classisti, incitava la popolazione sammarchese non solo ad occupare le terre, ma soprattutto ad assalire le case dei galantuomini, di cui non si peritava fare i nomi.
"Questo sacerdote concitò sulla pubblica piazza di San Marco 'i comunisti' incitandoli ad armarsi e dicendo: 'i nemici nostri sono i proprietari ed i galantuomini, perché in questo paese se ne pigliano troppo e voi siete una maniata di c.: unitevi e scannateli... Vi garantisco io con i miei mezzi: unitevi che mi metto io alla testa" (Nota 16).
Più compatto si desta questo popolo alla vigilia e all'indomani dell'unità d'Italia mentre al vertice, per coraggio, fermezza e talento, eccelle un'eletta minoranza di valentuomini: professionisti e intellettuali, mentre nel suo insieme la grossa borghesia è divisa politicamente partendo dal calcolo del proprio utile privato. Ma è proprio nel tormentoso triennio '60-'63 che questa gente nella sua totalità, dal basso e dall'alto, mostra drammaticamente i suoi caratteri preminenti: gentilezza e ferocia, volontà proterva e fierezza di scelta; di una gente insomma che sa afferrare il filo rosso della storia e dipanarlo dialetticamente.
In altra sede ho tentato e suggerito di non demonizzare questi nostri briganti secondo una tradizionale e superficiale volgata. Il brigantaggio sammarchese fu schiettamente politico e non criminale. Molti i suoi stimoli o ideali subcoscienti: sociali, affettivi in quanto legati al trono e all'altare, sentimentali e soprattutto economici quando il rancore ha assunto la ferocia della vendetta e della rappresaglia. Durò infatti appena tre anni e terminò praticamente nell'agosto del 1863; prima che la legge Pica entrasse in vigore e che le pastoie burocratiche e parlamentari si muovessero, San Marco aveva già risolto da sé il suo dramma.
Quanto al fatto politico sono da rilevare due epi­sodi. Prima del plebiscito, nell'ottobre del 1860, il popolo pretese e ottenne dalle autorità locali e dai garibaldini il loro ingresso in città senza armi.
Una piantina di S. Marco in Lamis.
Una piantina di S. Marco in Lamis.
Nel giugno del 1861, avendo i briganti occupata la città, il popolo accorse in più di mille. Contestò ai bersaglieri piemontesi il loro ingresso nell'abitato, combattendo contro di loro a viso aperto tra San Marco e Rignano. Lasciò sul campo più di una decina di morti tra cui uno dei capi briganti; e si trattò di una vera battaglia in campo aperto.
Quanto alla sparuta schiera, compresa d'amore di patria e di libertà, sì, esiguo era il suo numero, ma incisiva l'influenza e grande la pavida ammirazione dei molti. Provenivano essi da ogni ceto sociale, professionisti piccoli e medi borghesi infarinati di cultura umanistica, artigiani compresi. Ne è conferma, come si è accennato, il nutrito numero di iscritti alla carboneria. Nota è l'intraprendenza di un mugnaio tra San Marco e Rignano alla vigilia dei moti nolani. Ancor più nota e ammirata la morte di un intrepido sarto, reo di aver gridato 'viva l'Italia' contro l'insorta folla borbonica che gli intimava di inneggiare a re Francesco.
Provvido fu un nutrito gruppo di figure rappresentative per nobiltà, non di censo, ma d'animo e di intelletto: professionisti compresi del proprio ruolo sociale e politico; saggi e sagaci amministratori della cosa pubblica, quali sindaci del Comune e consiglieri della provincia. Lungo e doveroso sarebbe il racconto delle loro benemerenze storiche notoriamente apprezzate in provincia e fuori. Qui basterà solo ricordare, con memore, civico orgoglio, due sammarchesi provenienti entrambi da famiglie di patrioti. Il primo ebbe la ventura, nell'agosto del 1860 quale magistrato a Mélito di Porto Salvo in Ca­labria, di ricevere per primo Garibaldi al momento del suo sbarco sul continente. Il secondo per unanime scelta della città, dopo lo storico incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele, fu inviato a Napoli; ebbe così l'onore di porgere il saluto di San Marco in Lamis al primo re dell'Italia unita.
Si potrebbe dire che l'eredità maggiore, feconda, consegnata da questi valentuomini dell'Ottocento a quelli del Novecento, sia precipuamente quella della cultura. Ebbero in effetti nel secolo scorso una particolare influenza personalità laiche e clericali, a cui bisogna aggiungere i francescani dei due conventi; tra i laici, notevole fu l'influsso alla fine del­l'Ottocento esercitato da un appassionato studioso di Giannone e da un poeta traduttore di poeti, operante a Napoli, noto in Italia, apprezzato da Giosuè Carducci e ricordato da un torinese dizionario enciclopedico.
Un gruppo di pastori - da Beltramelli
Un gruppo di pastori - da Beltramelli
La testimonianza documentaria più valida è tuttora riscontrabile rileggendo o leggendo fogli periodici, riviste e opere d'autore, a partire dallo scorcio del secolo scorso a tutt'oggi, un altro secolo che ormai volge alla fine.
Lungo il percorso di tutto il Novecento, rigogliosa è stata la stampa periodica e interessante per i suoi vivaci e molteplici aspetti; mentre permane di gran­de importanza la produzione di opere narrative, poetiche e saggistiche nei tre settori letterario, storiografico e filosofico.
È ormai pacifica opinione che San Marco, per quantità e qualità di cultura, sia al primo posto fra i centri minori della Puglia. Molte le personalità ormai inserite nella storia della cultura italiana, con validi e autorevoli riconoscimenti.
Qui ovviamente non si fanno nomi: si è badato a impegni e opere nei loro aspetti ampiamente positivi.
Per quelli dell'Ottocento occorrerebbe un doveroso cenno biografico, il che esorbiterebbe dagli scopi e dall'economia di questo lavoro. Per quelli del secolo in corso lo vietano il timore delle omissio­ni involontarie o volute, la soggettività di ogni pare­re o giudizio critico e l'odiosità delle classifiche di puerile marca sportiva.
Si tratta comunque di solisti di tutto rispetto che però non fanno ancora concerto, come la comunità auspica e chi scrive desidera e più volte consiglia. Insomma, occorrerebbe promuovere e coordinare una rete d'impegni per mezzi e modi al fine di creare un'aura, meglio, una temperie propizia alla maturità di una stagione memorabile per frutti, nella storia di questa terra materna alle soglie del Duemila.

Una veduta della chiesa del convento di S. Matteo.
Una veduta della chiesa del convento di S. Matteo.
Con i veloci accenni a vicende storiche lunghe e complesse si è cercato di porre in luce i felici esiti di una fervida operosità semisecolare.
Ma per meglio valutare tanta provvida attività, occorre andare più indietro nel tempo; e rilevare così precedenti che esigevano urgenti rimedi per incombenti condizioni fatiscenti: termine esatto.
A voler dare una sensazione viva e immediata, torniamo ai già usati mezzi sensibili sul filo di un olfatto canino. Questa volta pero non si tratta di odori metaforici e simbolici, atti comunque a dischiudere un mondo di bellezza, bensì di testi storici, brutalmente reali, anzi realistici: odori molesti emessi da stalle, da ovili e da latrine.
Appunto in questi giorni scrive uno storico francese:

Raccolgo materiali da anni. Storie e tradizioni popolari giunte praticamente fino a noi evidenziano questo carattere 'sensibile' della credenza religiosa'. Ma, quel che a noi importa: 'Tra naso e fede sembra mancare ogni affinità. Eppure Cristo vuol dire unto, cioè profumato, anzi l'intera teologia traspira fragranze (il Maligno, invece, puzza) (Nota 13).

Non sappiamo invero se il diavolo puzzi; è certo però che ogni genio distruttore lascia rovine sempre graveolenti che fanno male al cuore più che al naso.
Già si è detto di uno di quei tre artefici, di un Angelo che nel 1965 si trovò a risolvere il grosso problema dei locali per l'ingente patrimonio librario che si accentrava in San Matteo. Ebbene, egli coraggiosamente trasformò stalle e magazzini in risplendenti locali per la biblioteca. Sarà certo rimasto tra le pagine di tanti libri abbandonati o giacenti da gran tempo un po' di quel tanfo secolare, ma non più il greve odore di stallatico e di ircino.
E già di Stignano si è detto di un padre francescano che con fustigante coraggio bandì dai locali bestias et universa pecora, ridonando al convento il pristino decoro. Ma di ben altro ancora si sottace.

Santuario di S. Matteo. Il coro ligneo del '600
Santuario di S. Matteo. Il coro ligneo del '600
Era la chiesa dotata di un coro di artistica fattura, opera artigianale di singolare bellezza per via della fantasia inventiva espressa in ogni stallo. Purtroppo i tarli, la profanazione e l'incuria hanno definitivamente estinto così pregevole opera.
Eguale sorte è toccata a un altro coro, di non minore interesse architettonico, destinato non ai bisogni dello spirito, ma a quelli del corpo.
Eretto dalla parte del convento all'altezza della tettoia, era stato comunque toccato dalla gentile carezza di una mano sensibile all'arte, cosa usuale a quel tempo rinascimentale.
Le nicchie erano disposte a semicerchio; alte, snelle e ben costrutte, atte ad accogliere i 'gestanti', senza paravento davanti e sedile comodo col giusto buco al centro.
Il numero vistoso delle nicchie significava ovviamente una compresenza corale. O santa pudicizia di questi padri antiqui: facile immaginare il concerto al rombo di tante sottobocche.
E ancora, nei primi decenni del Novecento, per noi fanciulli e anche per quelli di più tenera età, San Matteo si associava a una ripulsa per via dei tetri odori che ti venivano incontro entrando dalla parte del convento. In quel tempo i frati, quali fittuari, erano legati al Comune padrone dal dovere di tenere a disposizione per i pellegrini e guardie municipali i locali inerenti ai due primi corridoi che limitano il chiostro.
In quale stato pietoso si erano degradati gli ambienti per l'incuria è facile immaginarlo; ma quanto ai 'resti' che, stando e andando, lasciavano pellegrini e guardie è meglio un bel tacere.
Per salire al posto delle guardie, si passava per un corridoio che ha a sinistra le scale, a destra il chio­stro e in fondo, allora, la clausura. Scendeva da quelle scale un persistente, fetido odore che era una pessima presentazione del Convento.
Nella primavera del 1919, in attesa dei pellegrini, si era pensato a una radicale pulizia e il padre maestro ordinò che la facessero gli allievi del collegio: cinque giovanissimi adolescenti e un fanciullo, sei in tutto. Si entrò inizialmente in un oscuro vano.
Ai primi tentativi di pulizia, tutti si rifiutarono di proseguire: si guazzava in una melma nefanda il cui afrore mozzava il fiato. Il fanciullo svenne: ci fu clamore per un po' di panico.
Con senso di responsabilità il padre guardiano del tempo dispose la sospensione di quel servizio. Andò al Comune per un'energica protesta e affidò poi una provvisoria ripulitura ad alcune pie donne del Villaggio.
A pochi passi da San Matteo, là dove si imbocca il placido sentiero che sospinge alla Pinciara, c'era una volta una lapide con l'epigrafe che ricordava un morto per disgrazia. Baluginò lì a un certo fanciullo un primo barlume di coscienza storica, considerando non senza stupore le dolorose vicende dell'esistenza umana.
Sorge ora colà, scavata nella dura roccia, una notevole costruzione adibita a servizi igienici. È la più recente ed evidente dimostrazione di un probante testo emblematico di efficienza nel quadro programmatico di una piena funzionalità rispondente ai nuovi compiti che questi frati si sono assunti.
Si è inteso dire tutto questo, non per scherzare con alcune note di colore tipiche del costume di quel tempo, ma con lo scopo di offrire un sensibile (giusto termine) parametro per un raffronto adeguato tra le miserande condizioni di settanta anni fa e la splendida realtà odierna, nella quale ora San Matteo liberamente respira e intensamente vive.

Nell'estate del 2013 un vecchio frate francescano, angosciato, si chiese: "Ma che cosa sta succedendo?".
Io piansi con lui.
Il legame profondo dei sammarchesi con il Convento di San Matteo è antichissimo. I ricordi del fanciullo Pasquale Soccio sono anche miei e di tantissimi altri. Ma il tempo passa per tutti, anche per i frati coraggiosi ed intraprendenti citati da Pasquale Soccio (2 sono ancora in vita) che tanto hanno fatto per la rinascita ed il consolidamento di questa abbazia, nata benedettina sul tratto garganico della Via Francesca. Il Papa Paolo VI amava accostare la parola comunicazione a quella di comunione e sono molti gli esponenti della Chiesa che hanno rinnovato con forza questo messaggio. La Biblioteca di San Matteo fece da apripista (correva l'anno 2005) a questo concetto: la comunicazione come forma di apostolato. Ma questa idea e prassi fu sempre boicottata o ignorata. Nel 2012, con la nomina del nuovo (ed attuale) padre Provinciale si passa ad una fase più 'operosa': la distruzione del poco (molto?) che era stato fatto. San Matteo diventa di fatto una parrocchia, dove si celebra la Santa Messa, il Matrimonio e quant'altro. La cultura come forma di evangelizzazione viene totalmente bandita. Un altro frate, di un'altra provincia monastica, mi confessava (2013) che anche nella sua provincia monastica stavano succedendo cose analoghe.
Pasquale Soccio, il quale si era speso tantissimo (insieme a Tommaso Nardella ed altri) per il Convento di San Matteo, moriva nel 2001 e tanti avvenimenti successivi non li conobbe. Eppure dalle sue pagine traspare una delusione fortissima per l'andazzo delle cose. Non aveva torto: si assiste al trionfo di tronfi cialtroni, ma non solo a San Matteo, ovviamente.
Comunque il convento di San Matteo, nella sua vita ultramillenaria, ha visto di peggio. Mia nonna mi ripeteva sempre: 'così capiscono', per poi aggiungere: 'si stancheranno'.

Una vecchia foto del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Una vecchia foto del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Molti gli artefici della nuova realtà storica, ma determinante l'apporto di tre che per la loro inesausta attività nel promuovere e dirigere ogni opera, sono andati incontro alle auspicate comuni aspirazioni.
Coincide l'opera del primo con l'anzidetta data d'avvio del 1940. Con fervida alacrità e buoni auspici, il giovane e 'forte' padre guardiano operò fecondamente nei due campi del culto e della cultura. Con tatto consapevole stimolò e disciplinò l'afflusso dei pellegrini, sempre vivo in grossi centri fra il Tavoliere e il golfo sipontino, e alimentò quello oltre i confini dauni. Sempre partendo dallo stesso anno 1940, di intesa col Ministro provinciale del tempo e il suo vicario, figure eminenti nel campo degli studi, coordinò un convegno pedagogico per i dirigenti dei collegi serafici della Provincia. Con la sua nativa sensibilità di studioso ricuperò quanto rimaneva degli sparsi volumi delle biblioteche dei due conventi, li collocò in locali idonei e nel 1942 vi fu una 'solenne cerimonia' inaugurale. E diverrà egli, pertanto, la prima coscienza storica della Provincia monastica col recupero prezioso di testimonianze francescane da ogni convento appartenuto all'Ordine, utili strumenti di lavoro per ogni studioso.
Con gli anni Sessanta si aggiungono altre pagine al nuovo capitolo di questa mirabile storia. L'ormai prorompente crescita, connaturale e vocata dal luogo, dal Santo, dal convento e compresa dai preposti a una provvida guida, pone nuovi problemi e impo­ne soluzioni radicali. Questa volta l'attenzione maggiore è rivolta agli studi e alla cultura: è appunto una vera, 'evangelica', per dir così, moltiplicazione di libri, di pani della scienza, che raminghi da ogni dove invocano sicuro rifugio e degna collocazione nei vasti ambienti del maniero.
Occorse pertanto un Angelo del vicino Subappennino dauno per compiere un'audace scelta di rivolgimenti. Non metaforicamente; i locali dell'antica fortezza subirono scotimenti dal profondo e mutazioni funzionali.
Confluivano intanto libri verso il nuovo centro di cultura e di raccolta, istituito dalla Provincia monastica, quali rivoli di diversa provenienza per donazioni, accessioni, acquisti e, soprattutto, ricupero da biblioteche di conventi diversi o abbandonati.
Il suggello definitivo per questo nuovo vertice raggiunto lo si ebbe nel 1967 con manifestazioni di risonanza nazionale promosse dallo stesso padre; e fu un giusto premio alle sue fatiche. Per l'occasione ci fu un memorabile incontro di uomini della cultura e dello spettacolo di chiara fama e un imponente concorso di popolo riconoscente; il quale molto apprese con interesse da una mostra bibliografica del Gargano contemporaneamente inaugurata.
Un terzo artefice, a guisa di Atlante, ha voluto caricare sulle sue spalle da oltre un quarto di secolo la gran mole di San Matteo; di qui le sue insonni fati­che, con sogni e progetti notturni e opere diurne, di se stesso dimentico e degli amici e parenti, da lui posti in quarantena: totus in illo.
Occorre rilevare che non tutto è sbocciato d'incanto; è stato, invece, un travaglioso frutto di veglie e di fatiche. Ma l'ambizioso sogno di un prodigio oggi è una realtà: San Matteo è ritornato ai fasti dell'antico prestigio. Non è stato certo un disegno organicamente preordinato a tavolino, ma un lungo travaglio di difficoltà da superare giorno dopo giorno.
Già di per sé il complesso murario denunciava esigenze e invocava una manutenzione diurna dalle fondamenta alle tettoie. Una febbrile attività di rinnovamento e di restauri pervase ogni ambiente. Non mancarono intanto mani benefiche e provvidi soccorsi. Si fece allora chiaro nella mente dell'artefice-guida una coscienza costruttiva: l'ardito disegno di un organico rinnovamento del volto interno ed esterno dell'antica fortezza da adeguare al richiamo dei nuovi tempi e quello di creare intorno al santua­rio il giusto respiro di un alone di sacralità.
Primamente per dovere di decoro, con evangelica fermezza, fu giocoforza spazzare, davanti al tempio, i nemici dell'incenso: i profananti clamorosi odori di arrosto e di fritto dei giubilanti banchettari. Si pensò inoltre di accogliere più agevolmente, come per un simbolico abbraccio del santuario, i sempre più numerosi visitatori con uno slargo alle curve per un migliore innesto alle due strade pubbliche.
Si tratta soltanto di alcuni accenni ad opere già portate a termine o in via di compimento. Ma eloquente di per sé sarebbe anche un succinto elenco di attività svolte e richieste dall'esercizio quotidiano per una efficiente vitalità, che però la natura di que­sto lavoro non consente.
L'attuale 'telonio' fu adattato a chiesa durante i restauri del 1987.
L'attuale 'telonio' fu adattato a chiesa durante i restauri del 1987.
Ci si limita a segnalare alcune attività fondamentali, riguardanti i due uffici spirituali e culturali, condotti col valido apporto di due altri solerti frati. Convinti che l'asse portante di tutte le attività è quella del santuario, che implica molteplici funzioni e mansioni, è stata loro precipua cura tenere elevato il tono del santuario per soddisfare le sempre cre­scenti aspirazioni dei fedeli di ogni luogo. Accanto a questa visuale religiosa, che i nuovi tempi impongono e che non esclude quella sociale, anche stando al 'Telonio' si attende a finalità coordinate una volta neglette. Non è lo spicciolo scambio di offerte e di vendite che esaurisce lo scopo di stare al 'Telonio', ma quello di sporgersi da una finestra sul mondo e aprire le porte a un vero popolo che ti viene incontro per un umano colloquio di fede, di speranza e di carità. Ora, i numerosi pellegrinaggi richiedono un'assistenza a tempo pieno. Di quelli organizzati si registrano non meno di cinquecento all'anno provenienti da tutte le parti d'Italia e anche dall'estero.
Il registrare non è né metaforico né genericamente sbrigativo: si tratta invece di una diligente e organica raccolta di dati, di notizie e d'altro ancora, dove anche i soli indici statistici hanno già la loro storica importanza documentaria.
Vecchia foto di alcuni locali della Biblioteca di S. Matteo.
Vecchia foto di alcuni locali della Biblioteca di S. Matteo.
Vari i servizi che la biblioteca, divenuta ormai un centro regionale di cultura, rende con mostre, convegni e rapporti con gli istituti universitari e altri centri culturali.
Non si dice dell'attività cantieristica. Con le dovute proporzioni, a grande distanza tutti diciamo che la fabbrica di San Matteo non ha nulla da invidiare a quella di San Pietro: dagli anni Cinquanta è un cantiere permanente; non perché si abbia la velleità di fare per fare, ma perché costretti.
Anche la religiosità richiede una sua determinata voce musicale. A creare un'adeguata atmosfera non sarà mai la plebaglia di certi strumenti a corde per musica da taverna. È certamente l'organo lo strumento musicale univocamente conforme alla musica sacra, alla solennità della liturgia di ogni cerimonia cristiana che più ci avvicina a Dio.
Una vecchia immagine del piazzale del convento di S. Matteo.
Una vecchia immagine del piazzale del convento di S. Matteo.
Anche nel silenzio delle volte del tempio deserto, bastano a stupire tre note in un istante effuse, a creare l'aura di un incanto sospeso e aprire il varco a una mistica soglia.
Più motivi premevano. San Matteo è all'avanguardia per la rinascita del canto gregoriano. La benemerita istituzione di una messa domenicale celebrata con tale canto, il cui successo ha risonanza oltre valle per l'afflusso degli ascoltatori, fa solo temere qualche risvolto spettacolare. La rinvigorita vitalità, col nuovo volto offerto dal santuario e dal convento, invocava un organo e provocava una prorompente iniziativa. Poiché gli amici del canto gregoriano avevano aperto il solco di una certa tradizione, era legittima ambizione porre una fulgida gemma alla sommità di un serto per coronare tante opere compiute e premiare così tante fatiche.
In meno di un decennio si sono bruciate le tappe e superate tutte le difficoltà. Oggi un monumentale organo a canne è una felice realtà.
Così questa Arca, carica di eventi e di memorie, è anche una arnia armoniosa. Nei giorni gregoriani tutta vestita a festa la gente da ogni luogo sale al monte e la valle, già di per sé melodiosa, è una conca colma di gioia canora. E dalle ferme melopee sbocciano fiori d'aria nell'aria della più alta civil­tà medioevale.
Ma fermi giacciono ancora a ridosso delle antiche mura i meriggi solatii dei nostri antichi padri quando, dagli spalti e dagli anfratti, con un pane e un po' di vino inneggiavano alla loro casta letizia.
Quest'Arca che, salda su periglioso ciglio porta impressi i segni di una vita ultra millenaria, ormai naviga felice oltre il duemila.
E l'operosa povertà francescana spande nelle due valli la serenità della sua pace.

Il convento di Stignano a San Marco in Lamis in una illustrazione di Filippo Pirro
Il convento di Stignano a San Marco in Lamis in una illustrazione di Filippo Pirro
Ora, il tono del registro doverosamente cam­bia di fronte alla nuda realtà della storia fatta dagli uomini.
L'economia dello spazio di questo lavoro, per una rincorsa storica, non ci consente che accenni a volo, in rapida sintesi.
Preliminarmente occorre rimuovere ancora una volta due gravi errori, uno storico e l'altro storiografico, in cui tuttora persiste la pigrizia di cronisti odierni nel richiamarsi a inesattezze, soprattutto anacronistiche, di cronisti del secolo scorso.
Nel 567 i Longobardi risiedono ancora nella Pannonia: non possono ancora essere presenti in Italia, e tantomeno sul Gargano. Dopo una serie di contestazioni, gli storici convengono che essi si sono mossi verso l'Italia il giorno delle Palme del 568.
La presenza longobarda nel Gargano è da spostare di oltre un secolo e mezzo: i due estremi cronologici vanno dal longobardo Grimoaldo, duca di Benevento, al franco Ludovico II, re d'Italia e poi imperatore, e cioè dal 650 all'874-5, data della morte di Ludovico II a Brescia, e non a Milano come scrivono i suddetti cronisti. Fatto prigioniero dai Longobardi lo stesso Ludovico II, tennero ancora il campo i Longobardi fino a quando non si affermarono i Normanni e si estinse l'ormai fragile presenza bizantina.
Si deve però all'autorità bizantina il primo documento che ci è pervenuto, del 1007: si richiama ad esso, nel sancire e riconoscere possessi e diritti del monastero di San Giovanni in Lamis, nel 1095 Enri­co conte di Monte Sant'Angelo e Lucera.
Ora, e questo l'altro errore, ritenere che la storia vera del feudo o suffeudo benedettino abbia inizio da questa data è una banalità dovuta a carenza di capacità nell'interpretare e collocare nel contesto storico un atto documentario. Alle soglie del nuovo millennio quel documento attesta che già la badia benedettina è nel pieno possesso di un feudo o suffeudo con tutte le inerenti prerogative feudali, oltre quelle religiose. Vi è stato quindi, ovviamente, un'incubazione, con sviluppi e progressi che risalgono indubbiamente al periodo franco-longobardo, e cioè alla presenza di Ludovico II sul Gargano, ormai rimossi slavi e saraceni, e, scomparso il re imperatore, a una più estesa e predominante influenza dei Longobardi. Questi si affrancarono della presenza del re Ludovico facendolo prigioniero (871) e beneficiando di una maggiore libertà dopo la sua morte.
Inoltre non si devono accantonare leggende e tradizioni che potrebbero avere un preciso riferimento storico (Nota 9).

Per tradizione nel grand'Archivio della Trinità della Cava (dei Tirreni), e del detto San Marco, leggevasi che presso un fu tempio di Giano là eressero i Benedettini a S. Giovanni un Ospizio, comodo a' pellegrini di S. Michele sotto i Longobardi lor divoti (Nota 10).

Una antica veduta del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Una antica veduta del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Con le ovvie alterne vicende e relative vicissitudi­ni, com'è della storia, si può senz'altro affermare che la vitalità della badia di San Giovanni in Lamis durò per circa mezzo millennio, precisamente dal sec. IX al 1327. Sempre in progresso nel periodo longobardo, franco e bizantino, ebbe il suo definitivo assetto con l'avvento normanno.
Federico II di Svevia opererà una prima e autoritaria decurtazione avocando a sé San Giovanni Rotondo. Più insistente l'erosione angioina, a cominciare dagli stessi membri della famiglia reale e poi dei mercanti e imprenditori e banchieri piovuti dalla Provenza, fino a quando l'avidità della Curia avignonese la incorporò definitivamente tra i suoi possessi per diritto di vassallaggio.
Con l'avidità angioina (antica lupa dalla fame senza fine cupa, Dante) ha inizio il periodo più tri­ste della storia della badia che si protrae per circa tre secoli (1327-1578). È il tempo nefasto del parassita istituto degli abati commendatari, ma, sotto l'aspetto venale, la preda della badia è pur sempre una fonte cospicua di proventi variamente ambiti e contesi. Con 'grande briga' la commenda era appetita inizialmente da papi e antipapi (Urbano VI e Clemente VII) e dai più illustri casati italiani: i Fortiguerra, i Carafa, i Colonna, i Farnese, i Sanseverino, i Sacchetti e i Pignatelli; e tra questi, due futuri papi: Paolo III e Innocenze XII, un Farnese e un Pignatelli. La leggenda vuole che il poverello d'Assisi sia passato per San Matteo, allora badia di San Giovanni in Lamis, ma dei suddetti si può esser certi che nessuno vi abbia impresso orma di sorta.
Quindi avvenne che nel sec. XVI la badia di San Giovanni in Lamis cambiò nome in quello di badia di San Marco in Lamis, ponendo sede nell'attuale palazzo badiale. Il monastero invece, espressione feudale, prese il modesto nome di convento di San Matteo.
E alfine apparve Francesco nelle due valli.
Per dirla ancora con Dante, il nuovo Sole, sorto dall'Oriente umbro (Ascesi), rifulse nelle due valli nel pieno meriggio del Cinquecento.
La cosiddetta "lapide sugli usi civici", che si trova in un corridoio del palazzo municipale di S. Marco in Lamis.
La cosiddetta "lapide sugli usi civici", che si trova in un corridoio del palazzo municipale di S. Marco in Lamis.
Le due date dell'ufficiale riconoscimento pontificio e nobiliare, 1560 per Stignano e 1578 per San Matteo, non sono che il riconoscimento di una fervida operosità pregressa già in atto dei figli di Francesco.
Già agli inizi del secolo mutano i soggetti storici, e una nuova e diversa vita germoglia nelle due valli di San Marco in Lamis.
I nuovi soggetti provengono dalla base e sono i popolani del borgo e i poverelli di Assisi in limpida e profìcua umiltà.
Sarà uno di San Marco in Lamis, nuovo borgo che si avvia a divenire città, Donatello Compagnone, di cui si dirà oltre, a esigere, come recita un lapideo testo, che anche chi comanda ha il dovere, evangelico e morale, di dare la mercede agli operai, con l'obbligo di remunerare il lavoro; oltre ai diritti civici acquisiti e concessi.
A Stignano agli inizi del Cinquecento già la valle è risonante di ardore costruttivo. Agli oboli del popolo devoto, all'apporto determinante del signore di Castelpagano si aggiunse la provvida mano francescana nel condurre a termine, con lunga tenacia e stimolo per oltre un secolo l'opera architettonica che costituisce tuttora il più splendido gioiello del Rinascimento dell'intero Gargano.
Vecchia immagine del convento francescano di Stignano a S. Marco in Lamis.
Vecchia immagine del convento francescano di Stignano a S. Marco in Lamis.
Pertanto per circa tre secoli Stignano è stato senza dubbio un centro vitalissimo, fervido in opere di culto e di cultura. A rendere efficiente questo centro di vita vennero, vissero e lungamente operarono personalità di prim'ordine nel campo dell'Ordine, della dottrina e della scienza (Nota 11).
Eguale e parallelo il fervore di attività costruttiva dei francescani al vertice dello Starale. Inverso il percorso ricostruttivo: si partiva dal nulla col patetico lascito di un convento in rovina e abbandonato allo scempio per la cinica incuria degli abati commendatari. Fu giocoforza stringere il cordone e rimboccare le maniche, dote non secondaria di ogni autentico francescano intraprendente, nato col 'mal della pietra' e di cui tuttora, come si dirà, fu provvida ventura. E così non c'era più il potente monastero benedettino, ma un possente convento, frutto dell'assidua e prodigiosa operosità dei figli di Francesco, il cui lustro trisecolare fu contemporaneo a quello di Stignano. La diversa opera costruttiva poneva in evidenza i molteplici aspetti dell'attività francescana. Ricche di iniziative le due comunità, entrambe numerose per frati e addetti: là prevalse il centro culturale con l'avvio professionale per la milizia delle giovani leve ('per tre secoli fu casa di noviziato per i frati della provincia di S. Angelo'); qui ai molteplici doveri di ufficio per il santuario si univa un'industre attività manuale: la 'pannifca officina' che forniva l'abito talare ai frati della provincia monastica e rotoli di pannilani a privati.
Ricco, dunque, per numero, il nutrito popolo di frati prodigiosamente attivo nelle due comunità. Si rileva tanto non con la nostalgia per l'odierna carenza delle vocazioni, ma con l'accorata caritas per chi va incontro alle penose conseguenze dei tempi mutati.
Vecchia foto della facciata rinascimentale del santuario francescano di Stignano a S. Marco in Lamis.
Vecchia foto della facciata rinascimentale del santuario francescano di Stignano a S. Marco in Lamis.
E avvenne così, all'indomani dell'Unità d'Italia, - per la rigidità delle leggi eversive, tanto più radicali quanto più severe nei riguardi di una umanità vivamente operante per il bene religioso, civile, culturale e sociale dell'intera comunità delle due valli, - la quasi secolare passione di Stignano e di San Matteo.
Duro e letale il vento della storia per Stignano: alla imposta chiusura del convento nel 1862; alla conseguente diaspora dei frati; allo scempio dell'occupazione militare e operaia per la costruenda strada per San Severo; all'avidità di possidenti locali, favoriti dalle leggi nell'annettersi beni terrieri, orti e giardini; al patetico tentativo nel primo decennio del Novecento di una ripresa, sia pur limitata, per iniziativa promossa da spiccate personalità della provincia monastica; al totale e definitivo abbandono da parte dei frati durante e dopo la prima guerra mondiale, si aggiunse, durante la seconda e dopo, la totale devastazione, essendo divenuto l'intero complesso sede strategica per abigeatari e briganti.
E doleva il cuore vedere quelle gentili architetture offese dal tanfo delle stalle e dalle lordure degli ovili.
E come non esprimere un doveroso senso civico, morale e di riconoscenza verso chi, bandendo con coraggio ladri, armenti e greggi, dal 1953 ha compiuto il prodigio di un'autentica resurrezione del convento e del santuario, restituendo a entrambi l'antico volto con rinnovato splendore e permanente efficienza?
Non meno triste la sorte dei frati di San Matteo, costretti tutti a lasciare ogni cosa diletta più caramente: di colpo infranta una molteplice attività in opere di fede, di culto, di studi e di manuale industria, la quale col ritmo altalenante delle spole scandiva la pace dei giorni nell'alto della valle.
La municipalità locale si trovò di sorpresa divisa nell'animo e impari a un diverso compito amministrativo. Il Comune divenne l'unico padrone, e non lieve il disagio per un sindaco che apparteneva a quella famiglia che a Stignano, con escogitazioni giuridiche, appellandosi finanche alle regole della povertà francescana, e con legali inganni, attese alla totale spoliazione dei frati.
E per San Matteo accadde l'incredibile e il paradossale.
Già nel primo triennio postunitario drammatica era la situazione per briganti e frati in combutta borbonica; per la sospettosità allarmata dei nuovi padroni; per l'arruffìo di leggi diversamente interpretate, con zelo dalle autorità locali e con una certa tolleranza dal centro del potere; di qui la sconcordanza degli uffici addetti nel triangolo burocratico Foggia-Napoli-Torino (come nel caso dell'applicazione della legge penale nei confronti dei religiosi di San Matteo, rei di aver fatto i voti solenni e di essersi ordinati in sacris, senza la richiesta autorizzazione del Governo); e si giunse così a una trentennale agonia col rischio di una morte definitiva.
Nel luglio del 1866 il luogotenente generale Eugenio di Savoia decretava la soppressione generale di tutti gli Ordini religiosi. Furono così mandati via i circa cinquanta frati della comunità e gli agenti demaniali entrarono in possesso del convento. A detta degli stessi frati, il convento si ridusse a taverna-trattoria-locanda, ovvero, come dirà un altro frate:

il Municipio à respinta la domanda da me fatta per lo fìtto del convento a nome del Ministro Generale, perché si parlava di cose inammissibili (per il Comune), cioè: di mettere colà la disciplina regolare, ristaurare il culto religioso eco. Insomma si vuole sopra S. Matteo la cuccagna e la taverna (Nota 12).

Veduta invernale del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Veduta invernale del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Non basta: a questo chiacchierato costume, si aggiunsero le rivalità di interessi personali, il comportamento trasversale delle parti tra loro divise sia al Comune che al convento e, su tutto, le bizze di un ex frate allontanatosi dalla comunità, clamoroso regista di ogni inquietante contesa. Nel luglio del 1901 il Ministro provinciale del tempo emanava un decreto d'interdizione per ragioni a lui note a tre sacerdoti, già frati nostri. Ma il Vescovo di Foggia va oltre. Si vede costretto a estendere l'interdizione alla chiesa per evitare profanazioni maggiori da parte dei tre sacrileghi intrusi.
Ad alimentare la pallida fiamma di una speranza in tempi migliori, i francescani tenevano l'esile filo di una vitalità sempre lì a spezzarsi irreparabilmente per tenaci mire e briglie. Tra mille difficoltà, si dibattevano in una situazione paradossale: erano inquilini paganti per locali di cui essi erano stati legittimi possessori trisecolari.
Si badi inoltre a due dati significativi, varianti in ordine proporzionale inverso: quanto più lunga la durata del tempo di locazione, tanto più basso il prezzo del fitto.
Vecchia immagine del piazzale del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Vecchia immagine del piazzale del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Nel 1904 si rinnova il contratto di locazione per la durata di cinque anni con l'annuo fitto ridotto a lire 500. Originariamente l'annuo fitto era di lire 1000 ridotto nel 1901 a lire 700; ma nel giugno 1906, prima ancora che scadesse il quinquennio, la durata della locazione venne estesa a ventinove anni, con scadenza prevista per il 1937. L'annuo fitto è ridotto a sole lire 300: evidente la simbolicità dell'obolo.
Effetti di un mea culpa storico? Molte le motivazioni nel lento mutarsi degli eventi e la conseguente maturazione di una ben diversa temperie storica e politica. Preliminarmente un movente di fondo: agli inizi del nuovo secolo la presenza del popolo come protagonista. Lo intuì un padre francescano con vero senso storico. Sia pure riferendosi alle anzidette interdizioni disposte con fermezza dal Provinciale e dal Vescovo contro i tre frati ribelli e alla conseguente reazione popolare, egli rilevava: La coscienza del popolo si era svegliata. Si era svegliata e premeva contro gli atteggiamenti ostili della parte anticlericale e gli interessi particulari di alcuni preposti alla cosa pubblica.
A tanto è da aggiungere un'altra ineliminabile forza popolare, sulla quale hanno sempre contato, ieri quanto oggi, i custodi del santuario: il concorso immenso dei devoti e dei pellegrini, come già faceva rilevare un Ministro provinciale al Generale in Roma in una sua relazione del 1872.
Benemerito interprete della mutata temperie storica e politica e del quasi unanime atteggiamento del popolo fu il sindaco e poi podestà del Comune di San Marco in Lamis. Questi, come già si è detto, nel 1906 estese la durata della locazione a ventinove anni; come dire: sine die. E finalmente nel 1933, ancora questo primo cittadino, indotto dal

sentimento popolare unanimemente proteso nel culto dell'Evangelista e nella simpatia verso i frati che officiano la chiesa ed amministrano il convento' dichiara 'che, indipendentemente da ogni altra considerazione, è doveroso riconoscere che ove i Minori Osservanti non avessero, con grande sacrificio del loro Ordine, profuso tangibili ricchezze per la manutenione degli stabili di che trattasi, la Chiesa stessa di S. Matteo nonché il convento e pertinenze sarebbero, ora, per l'abbandono in cui erano ridotti, un cumulo di rovine.

L'ingresso principale del convento di S. Matteo.
L'ingresso principale del convento di S. Matteo.
Nel 1933 si avverte l'effetto dei patti lateranensi del 1929 per la definitiva conciliazione fra Chiesa e Stato italiano. Questioni di diritti storicamente acquisiti e burocrazia tardigrada si sono prese la loro quota di tempo durata sette anni. Si giocava sul termine giuridicamente proprio: Cessione, retrocessione, donazione o, storicamente ab ovo, semplicemente restituzione? Comunque sia, la consegna totale e definitiva, accettata dal Ministro provinciale, avvenne il 19 giugno 1940.
Si dirà: ecco ciò che avviene quando il popolo si desta. In verità: non solo, ma anche.
Agli inizi del Novecento non mancarono bagliori di ripresa dovuti a padri consapevoli e responsabili.
Nell'agosto del 1902 il convento di San Matteo fu designato a studio di teologia e, a darne efficienza, si aggiunse nel 1905 il buon governo del nuovo Ministro provinciale e l'attività di spiccate personalità nel campo degli studi e del culto; e, inoltre, all'ombra del convento sorse il villaggio di San Matteo, favorito dagli stessi frati benemeriti. Ma con la prima guerra mondiale la desolazione invase ancora una volta l'intero complesso. E si aggiunse un breve respiro di ripresa nell'immediato dopoguerra; di frequente convento e santuario furono affidati alla ristretta cura del solo padre guardiano.
Il 1940, dunque, segna una svolta determinante nella storia del santuario e del convento: chiude un tormentoso ottantennio di ansie per le vacillanti sorti di San Matteo e dà l'avvio a una prorompente rinascita i cui mirabili sviluppi, dovuti a una insonne operosità semisecolare, sono ora sotto i nostri occhi.
Dopo un temuto naufragio, una provvidenziale scolta di giovani francescani di serafiche virtù, dotati per talento, volontà, capacità e audace spirito di iniziativa, ha indubbiamente già scritto un luminoso capitolo, il primo dall'Unità d'Italia.
Con verace sensibilità hanno essi avvertito la vocazione fondamentale del luogo: sito destinato a una prima sosta votiva nel percorso della via sacra dei Longobardi che porta dalla via francesca al Monte dell'Angelo e ora anche alla nuova pienza.
Hanno così riafferrato e rinsaldato il filo di una vitalità che perdura da più di un millennio. E, pertanto, si sale oggi al Monte con lo stesso spirito con cui nel secolo ottavo guadagnarono la montagna sacra le nutrite schiere dei longobardi.
E poiché, ora è qualche decennio, alacri studiosi hanno scoperto segni documentari, unici in Italia, dell'antico linguaggio germanico, chi scrive non ha ancora dimesso la speranza che, esplorando residui nelle infime e intime viscere delle ciclopiche mura, non affiori il remoto messaggio di qualche graffito runico.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?