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Museo virtuale
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di Beatrice Cuccovillo

Bovini al lavoro
Bovini al lavoro
Agli inizi dell'Ottocento il Tavoliere delle Puglie, un territorio di circa 300 mila ettari, per due terzi esteso in Capitanata, è integrato nel sistema economico interregionale che collega Puglia, Molise e Abruzzo ai fini della pastorizia transumante. Il perno istituzionale del sistema è rappresentato dalla "Dogana della Mena delle Pecore in Puglia", istituita da Alfonso I d'Aragona nel 1447. Per secoli le greggi abruzzesi hanno svernato e pascolato sui vasti appezzamenti del Tavoliere, dopo essere state debitamente controllate, smistate e sottoposte a imposta tramite la Dogana.
Foggia: vecchia foto Dal web
Foggia: vecchia foto Dal web
Nel corso dell'Ottocento, tuttavia, si verifica un cambiamento radicale, per cui il regime di pascolo viene progressivamente smantellato e il territorio messo a coltura. Un processo innescatosi a partire già dai primi anni dell'Ottocento e sviluppatosi tra momenti di forte avanzata del seminativo (gli anni '40 del secolo) e periodi di ripresa del pascolo, in relazione anche alle vicende dell'economia internazionale, alle condizioni di scambio più o meno favorevoli per il grano o per la lana.
All'interno di questo processo una data rilevante è il 1865, infatti il 26 febbraio viene approvata la legge per l’affrancamento del Tavoliere, che sancisce la vittoria dei sostenitori degli interessi della società agricola, impegnati in un lungo braccio di ferro con i sostenitori degli interessi della società pastorale.
Secondo autorevoli opinioni,  però, il neonato Regno d'Italia ha voluto la legge del 1865 non tanto per promuovere una organica e moderna politica economico-agraria in Capitanata, quanto - molto più semplicemente - per rimpinguare l'erario con le entrate del capitale d'affranco per tale demanio dello Stato.
La legge, inoltre, è considerata dai suoi accaniti oppositori causa di una frattura insanabile in un sistema pastorale che ha retto per secoli, adattandosi al territorio, e che si andava progressivamente e "naturalmente" avviando verso un efficiente sistema binario integrato cerealicoltura/pastorizia.
Antonio Lo Re, alla fine dell'Ottocento, traccia in Capitanata triste uno sconsolato consuntivo della situazione della Capitanata e sostiene che tale lenta e progressiva integrazione è del tutto vanificata, dopo l'affrancamento del Tavoliere, dalla comparsa di nuove colture, soprattutto vigneti, che gli agrari giudicano, invece, più produttive e capaci di fornire facili guadagni, ma in realtà - per Lo Re - estremamente dannose a lungo termine.

Il meccanismo innescato dalla legge del 1865, sostiene ancora Lo Re, ha dimezzato il numero del bestiame "grosso" e ridotto notevolmente il numero degli ovini che in Capitanata da 1.500.000 passano, nel 1881, a 232.196, con evidenti ripercussioni negative sulla situazione del settore caseario e, soprattutto, tessile.
L'industria tessile è considerata da Lo Re ormai morente: "la produzione nostrana non basta a soddisfare il consumo interno”, e tutto ciò mentre, a fronte di una crescente domanda rivolta all'estero, in Capitanata, un tempo "il più grande mercato di lana nazionale", i pascoli vengono di giorno in giorno dissodati.

Le affermazioni del Lo Re sono evidentemente di parte e contrastano con le opinioni di quanti, invece, ritengono che lo sviluppo economico del Tavoliere sia stato frenato e abbia continuato ad esserlo, anche successivamente alla legge del 1865, dai latifondisti assenteisti dediti all’agricoltura pastorale.
Tuttavia è innegabile che il sistema economico pastorale si stava modificando a tutto vantaggio della cerealicoltura. Dagli inizi dell'Ottocento fino al 1864 vengono dissodati oltre 28 mila ettari, le terre a pascolo e il numero degli animali calano progressivamente e si affermano, nella gestione del territorio, aziende miste cerealicolo-pastorali, dove la pastorizia certo non appare definitivamente superata, ma tende ad integrarsi nel sistema agricolo e a divenire maggiormente produttiva.
Nel corso di questa ridefinizione dell'assetto economico di Capitanata anche il baricentro del sistema si sposta. Foggia, un tempo asse portante in quanto centro della Dogana della Mena delle Pecore, viene lentamente ma inesorabilmente soppiantata da Cerignola, divenuta importante centro di raccolta granaria, e da Barletta.

Per quanto concerne Cerignola, questa già nel 1855 - dieci anni prima della legge d'affrancamento - è definita da Luigi Conte un paese agricolo, ma, per la massiccia presenza di vincoli sul Tavoliere, anche ricca di "prati ubertosi, ne' quali, all'approssimar dell'inverno recano a pascolare numerosi greggi di pecore i pastori Abruzzesi, oltre ai non pochi bovi, vacche, buffali e giumente che vi trovano il loro nutrimento".Queste bestie, dice ancora il Conte, fornirebbero una certa quantità di prodotti caseari e lane molto pregiate.

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Vecchia cartolina da Foggia Dal web
Vecchia cartolina da Foggia Dal web
'analisi dei mutamenti colturali nel corso del XIX secolo permette di affermare che a Cerignola "mentre nel 1814 il 35% della superficie agraria era a seminativo e ben il 64% a pascolo, agli inizi degli anni ottanta il rapporto tra le due destinazioni colturali si è ribaltato".
Anche nel caso di Cerignola la dinamica del cambiamento mostra un ritmo non omogeneo, "modifiche più lente negli anni quaranta e, poi via via più intense a partire dalla metà degli anni cinquanta".
Ad esempio, dopo il 1865 "la superficie seminata a grano passa da 10.400 a 18 mila ettari".
Foggia: vecchia foto Dal web
Foggia: vecchia foto Dal web
Agli albori del nuovo secolo, la situazione delle due grandi aziende agricole cerignolane dei Pavoncelli e di La Rochefoucauld conferma l'ipotesi generale, avanzata in precedenza, di una Capitanata orientata essenzialmente verso un 'economia agraria - cerealicola o viticola - entro cui si ritaglia un certo spazio l'allevamento, non transumante, di bestiame. Nell'azienda La Rochefoucauld, a fine Ottocento, su 4.745 ettari solo 245 sono destinati a prati e pascoli. L'allevamento e la cura del bestiame si giustificano esplicitamente in funzione della gestione dell'azienda stessa.
Difatti fanno parte del bestiame da lavoro per i campi 250 buoi, 8 bufali; altri 100 capi, tra cavalli, muli e mule, vengono utilizzati per il traino dei carretti e altri lavori ausiliari. Oltre all'allevamento di circa 100 vacche fattrici, con relativi tori, giovenche, vitelli, nell'azienda del duca di Doudeauville sono attestati l'allevamento di una piccola mandria di cavalli e un gregge di circa 1.000 ovini, di cui si cerca di migliorare la razza con l'immissione di capi Merinos, ai fini di un allevamento qualitativamente più produttivo.
La condizione delle proprietà Pavoncelli è pressoché simile: su circa 12 mila ettari, 1.500 sono destinati al pascolo per "tradizione del passato e necessità di ogni bene ordinata industria agricola".
Di queste terre a pascolo, alcune fanno parte della masseria e sono chiamate "mezzane", altre costituiscono vaste estensioni territoriali chiamate "poste". In entrambi i casi si tratta di prati permanenti. Nelle "mezzane" pascola il bestiame da lavoro (buoi e vacche di razza pugliese, il cui numero dovrebbe rispettare il rapporto di un capo da lavoro per ogni 4 ettari di terra), nelle "poste", invece, pascolano, d'inverno, 3.500 pecore merinos, in grado di fornire buona lana e formaggi, e piccole greggi di capre. Queste greggi, d'estate, continuano nella tradizione transumante, dirigendosi verso i monti aquilani.
Anche i Pavoncelli aspirano a un salto qualitativo nell'allevamento così come in agricoltura. Per questo motivo, cercano riproduttori di razze qualificate (Rambouillet), affidano la cura delle bestie a personale specificamente preposto a ciò (massari e butteri delle pecore), insomma mirano ad un allevamento “modernizzato”.

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di Giustina Specchio

Cerignola agli inizi del '900
Cerignola agli inizi del '900
Innumerevoli possono essere le ragioni che spingono a costituire un museo e, soprattutto, un museo etnografico: esse, tuttavia, sono. riconducibili al tentativo di sottrarre testimonianze storiche al logorio e all’insulto del tempo, all'istinto distruttivo dell'uomo nello sforzo e con la volontà di far conoscere e di nobilitare quelle testimonianze, proprio in memoria del passato. Questi gli scopre le finalità del Museo Etnografico Cerignolano, ideato, tenacemente voluto e puntualmente realizzato dal prof. Matteo Stuppjello. L’idea nasce negli anni '60 in concomitanza spontanea con quanto andava accadendo in tutta Europa, quando il movimento per la conservazione dei beni culturali, superato il momento dell'impegno per la salvaguardia del monumento di eccezionale valore d’arte, al criterio della "protezione singolare" faceva subentrare quello della "protezione diffusa". Sin dalle sue prime manifestazioni il Museo segnò un notevole impulso alle attività culturali della città, acquisendo progressivamente piena consapevolezza delle sue funzioni, superando il concetto di inerte trasmissione ed imponendosi il rigore scientifico nell'indagine storico-sociale, primo fondamentale momento per la conoscenza, la tutela e la valorizzazione dei, “beni” della città.
Sono stati, anche questi motivi, ad accrescere la sensibilità di tanti cittadini che al Museo hanno donato e continuano a donare vari oggetti, perché se ne esalti il valore di documentazione storica. Gli oggetti vengono raccolti e, poi, intenzionalmente, disposti con un filo di coerenza a formulare un messaggio secondo una precisa ipotesi culturale formativa, a testimoniare un passato che viene interpretato con criteri del presente; gli oggetti sono antichi, non morti, ancora pervasi di quello spirito di essenzialità e di semplicità, proprie dell’uomo che con fatica mantiene il contatto fisico con la terra che lo ha generato. Così si promuovono la conoscenza ed il rispetto, prima di tutto nei giovani, dei beni del territorio, e ciò assume una valenza educativa notevole in quanto aiuta ad apprezzare la storia e a rendersi conto di essere parte integrante di una tradizione che si ha il dovere di approfondire, per vivere coscientemente il presente.
Percorrendo le sale del museo si riscoprono i cicli di lavoro e le condizioni umane, sociali, e verificando le vicende di un quotidiano ormai lontano, del quale gli oggetti, per la loro caratteristica di permanenza, costituiscono lo sfondo ideale. Essi sono testimonianze concrete, osservabili, e studiabili quando e come si vuole, di una vita radicalmente diversa e spingono a confrontarsi con un problema conoscitivo, con le diverse soluzioni realizzate nel tempo in risposta ai bisogni materiali, sociali ed economici: a confrontarsi con una situazione, senza dubbio, emotivamente coinvolgente perché, interrogandosi sulla vita dei predecessori, si è indotti ad interrogarsi, direttamente o indirettamente, sulla propria. Un museo etnografico è, anche, fonte privilegiata per le scuole, per le ricerche negli ambiti disciplinari più diversificati: è il patrimonio di una comunità, la risorsa e l'opportunità di memorie, conoscenze, esperienze, occasione di potenziamento cognitivo e formativo.
Pianta del Museo Etnografico Cerignolano
Pianta del Museo Etnografico Cerignolano
Questi i momenti salienti della costituzione del Museo Etnografico Cerignolano:
- 1972, settembre: in occasione delle feste patronali in onore di Maria SS. di Ripalta l'universitario Matteo Stuppiello e il suo gruppo di ricerca (che dal 1976 assumerà la denominazione di Centro Studi e Ricerche "Torre Alemanna") organizzano, per la prima volta nella città, una mostra foto-documentaria "Cerignola antichissima", che va considerata come il nucleo base del futuro museo. Vengono esposti attrezzi agricoli, suppellettili ed utensileria domestica, attrezzi di vari settori artigianali, cartoline e fotografie d'epoca, a coprire un periodo di quasi cinquant'anni (fine sec. XIX - inizi sec. XX).
Il notevole afflusso di visitatori dimostrò palesemente il grande interesse per quella prima documentazione visiva del passato della città, che molti degli stessi visitatori vollero arricchire con propri ricordi personali.
- 1977, dicembre: allestimento del museo, in due locali seminterrati in via san Martino, con circa 350 oggetti, solo una parte, per ragioni di spazio, del cospicuo materiale già raccolto.
- 1979, 10 maggio: il sindaco Gaetano Dalessandro, alla presenza di un folto pubblico e con ampia eco di stampa, inaugura ufficialmente il museo, apprezzando "la lodevole iniziativa di alto valore culturale" e ponendo l'accento sulla profonda carica emotiva derivante dall'aver voluto scegliere proprio tale giornata in omaggio alle forze lavorative della città.
- 1980, trasferimento del museo in corso Roma (oggi corso Aldo Moro), in una sede più idonea che consente l'esposizione di oltre 600 oggetti.
- 1980, novembre: trasferimento nell'attuale sede in viale Di Vittorio, presso il palazzo Simone (prima metà sec. XIX), in locali di proprietà della famiglia Stuppiello. Migliore l'ubicazione - in zona centrale -, migliore la distribuzione e la collocazione del materiale: 2066 oggetti esposti in sei sale. Nello stesso anno viene promossa la costituzione della sede locale dell'Archeoclub d'Italia, che affiancherà il Museo nelle attività culturali.
A tutt'oggi il numero degli oggetti va ancora aumentando, per la continua e tenace ricerca del prof. Stuppiello, ed il museo è insufficiente per ospitare tutto il materiale raccolto, tanto da rendere necessario, ormai da molti anni, l'allestimento di altri due depositi.
Le donazioni di privati cittadini hanno portato a ricostruire completamente tutti i settori dell'artigianato scomparso e dell'agricoltura, e ad arricchire la documentazione sugli aspetti sociali, economici, culturali e religiosi della nostra città fino alla metà del sec. XX; ed oggi, con le più recenti acquisizioni, si può parlare anche della presenza di un ampio settore di arte sacra minore.
La Soprintendenza per i Beni AA. AA. AA. SS. di Bari riconosce l'attività del Museo Etnografico Cerignolano, apprezzando l'adeguata tutela dei materiali esposti, senza dubbio importante ed interessante testimonianza storica.
Il Museo si avvale, infine, di un considerevole archivio fotografico (foto, diapositive, cartoline) e di un ricco archivio documentale (testi, documenti, manifesti, corrispondenza), fonti di informazioni e supporto per le varie attività svolte: proiezioni e lezioni nelle scuole, collaborazione con le medesime, pubblicazioni, partecipazione a convegni, allestimento di mostre.

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7 - Il riflesso delle leghe contadine nella relazione Presutti
Non molto diverso è il quadro che emerge a ridosso delle rivolte esplose nel 1904 a Cerignola e Candela, nella relazione sulla Puglia redatta da Errico Presutti, per l’inchiesta parlamentare svolta dal 1906 al 1909 Sulle condizioni dei contadini nelle provincie meridionali e della Sicilia, progettata da Sonnino, approvata da Giolitti e diretta da Eugenio Faina.
Anch’esso può fare da sfondo alla rappresentazione diacronica delle situazioni e condizioni di vita e lavoro dei contadini nelle loro fasi di evoluzione, stasi o involuzione.
Per il museo cerignolano la parte che più ci interessa è quella riguardante l'area del Tavoliere, dove l'antica forma di economia rurale, incentrata sull'attività del singolo massaro, affittuario o proprietario, si andava trasformando nella grande azienda granifera, condotta dal proprietario e aperta all’impiego delle macchine. Dal confronto fra spese ed entrate calcolate per una stessa estensione di terreno a coltura cerealicola risultava che era molto maggiore l'utile ricavabile nelle grandi aziende, giacché il sistema di rotazione veniva osservato più razionalmente a cicli triennalì e quadriennali lasciando il terreno a nocchiarica, ossia a riposo per due o tre anni. Ma ciò che contraddistingue la produzione di una grande azienda granifera, rispetto alla piccola e media, è soprattutto l’uso delle macchine, che migliora e accellera il lavoro. In particolare Presutti sottolineava la sostituzione dell’aratro a chiodo con il Flȍther e Oliver, o il Sanseverese e il Cerignolano; nonché l’impiego dello erpice a catena, delle mietitrici-legatrici e delle trebbiatrici a vapore.
Sono da segnalare alcune tavole figurate come la XI fig. 41, che illustrano l’aratro a chiodo e altri comuni strumenti di lavoro, quali il giogo (sciugu), il vomere (vommero), il palo per guidare (vergola), la nasina per fermare i buoi (Maschetta), l’erpice di legno (rattavieddu), la falce, la zappa e la zappetta (zappodda). Ma sono da tener presenti per confronto, anche le illustrazioni localizzate, come la fig 40 della medesima tavola che fotografa gli attrezzi agricoli e vinicoli usati ad Acquaviva delle Fonti: forca d’aratro, zappa, zappetta; piccone (zappone); pala di ferro, pala di legno, rastrello di legno (grastieddu), tridente di legno (fumato), tridente di ferro, bidente di legno (furcieddu); potatore (roncedda); falce, scure (accetta), roncola, forbice da pota, soffìetto, pompa irroratrice, pompetta Sibbel, palo di ferro per piantare viti, secchio, brocca (arzola).
Il Presutti indicava in tale direzione ulteriori possibilità di accrescere il reddito della produzione cerealicola, che già superava di molto quello delle imprese armentizie, sì che nel Tavoliere il passaggio dalla pastorizia alla granicoltura, iniziatosi dopo il 1860 e intensificatosi dopo il 1894 per il rialzo dei prezzi del grano e il minor costo di produzione dovuto. all'introduzione delle macchine, si profilava come un processo redditizio, irreversibile. Notizie particolareggiate su tale sorpasso si traggono dalla compiuta monografia di Antonio Lo Re (riportata integralmente da Presutti), che concerneva la tenuta Coppa d'Oro, sita a pochi chilometri da Foggia.
8. Aforismi museologici
Chiudo questo rapido excursus sull'apporto museografico ricavabile dalle grandi inchieste agrarie con una concentrata serie di concetti e suggerimenti che compendiano quanto si è detto. e vanno oltre.
Nel museo le cose vivono decontestualizzate una seconda vita, la vita della memoria postuma e collettiva.
La ricostruzione del contesto non mira alla imitazione fittizia dell'esistente e alla riproposta artificiale del reale, ma alla sua rilettura e revisione critica.
Nel Museo Etnografico Cerignolano Cerignola rappresenta il centro emblematico di un territorio, la Capitanata: in altri casi può essere il circondario, la provincia, la sub-regione, e non andrei al di là. L'ambito geografico regionale o nazionale riesce rappresentativamente dispersivo, dà un quadro asettico e astorico, ne limita il linguaggio comunicativo alla mera descrizione e giustapposizione di una incomparabile varietà di cose, di tipi e di forme della stessa cosa. Il museo etnografico localizzato e storicizzato, invece, non descrive, ma narra; il suo è un racconto. storico a tutto tondo. La rappresentazione museografica di una società e cultura contadina deve seguire una linea storica, risalendo dal presente al passato prossimo, senza soluzione di continuità: il legame con il passato remoto (preistorico, protostorico e storico-antico) non può essere che simbolico o mitico e vale come tradizione etnica non più collegabile col presente.
Il binomio di cose e parole va integrato col trinomio: cose, parole e fatti. Questi ultimi comprendono eventi generali ed esperienze quotidiane. Tecnologia ed economia da una parte, simbologia e ritualità dall'altra costituiscono fattori da esternare di processi economici, sociali e culturali che si svolgono in una determinata area differenziandosi per fasi e ottiche di osservazione.
Le fonti scritte coagulano una dinamica di eventi e idee (da richiamare e proiettare con grafici, figure e pannelli, nonché con diapositive e filmati commentati): eventi e idee che le fonti orali conservano, tramandano od obliano.
Da qui l'opportunità di utilizzare entrambe le fonti a sistema incrociato: per la storia, la durata, la tecnica e la funzione.

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6 - L’inchiesta Jacini e la monografia di Angeloni
La prima inchiesta ufficiale dell’Italia unita fu quella promossa nel 1877 dal Parlamento italiano lungamente discussa prima dell’avvio e durante il suo travagliato svolgimento (1877-1884); che è designata Inchiesta Jacini col nome di chi u nominato a coordinarla e dirigerla, il senatore Sefano Jacini.
Questi ne stesa [la] “Relazione finale”, da cui emerge la tesi innovativa, da lui propugnata, dell’integrazione di industria e agricoltura secondo il modello lombardo; già illustrato nel suo ampio e i fortunato saggio su La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lombardia (1854).
Il proemio all’Inchiesta, redatto dal presidente Jacini, non solo dà al problema agrario un'importanza di carattere nazionale, ma pone lo sviluppo dell’agricoltura come segno di civiltà “progredita”. Esso potrebbe servire come premessa specifica ai musei del grano.
Tale reciproca complementarietà tra agricoltura ed etnografia veniva già rilevata da Jacini nel seguente passo del proemio:

E invero se l'Italia, prima di diventare un'unità politica, era già un'unità etnografica, meglio che qualunque altro fra i grandi Stati d'Europa, niuno quasi di questi Stati può dirsi raccolga nel proprio seno altrettante diversità geografiche e storiche; cosicché sotto l'influenza di climi opposti, di legislazioni disparate, di catasti diversi, della mancanza di comunicazioni fra un territorio e l'altro, della deficienza di sbocchi, della esistenza di barriere doganali ripugnanti alle necessità degli scambi, è avvenuto che la proprietà, il modo di usufruire la terra, le relazioni delle classi rurali, tutto insomma dovesse atteggiarsi in molte guise diverse, per formare altrettanti organismi agrari affatto distinti, conosciuti solo dagli abitanti dei territori in cui si erano costituiti, ma ignorati dal resto degli Italiani. La patria nostra pertanto, al momento in cui fu ordinata ad unità di Stato, era, nei riguardi agrari, una terra incognita e, presso a poco, lo è ancora. Ed è sopra una terra incognita che dovette svolgersi l'iniziativa del Ministero di agricoltura, il quale, a differenza di ciò che avviene negli altri Stati, fu costretto a indagare ed a scoprire ciò che aveva per missione di fecondare, di promuovere, di avvantaggiare. Ed è sopra una terra affatto incognita, ben inteso nei riguardi agrari, che ai legislatori italiani toccò il compito d'improvvisare tutto l'assetto amministrativo, finanziario, politico, di un nuovo grande Stato. Or bene, a quella enorme massa di forze economiche, di relazioni giuridiche, morali e sociali, che costituiscono i molteplici organismi della vita agraria in Italia, è impossibile provvedere convenientemente, qualora non siano bene conosciuti; e certo, come s'è detto, non lo erano, né punto né poco.

Non c'è dubbio che l'idea centrale, portata avanti da Jacini contro mille ostacoli finanziari e contrasti di opinioni, impresse all'opera un valore complessivo superiore a quello singolo delle varie monografie, di differente taglio e peso: una smagliatura inevitabile, data la diversità delle situazioni regionali fra nord e sud e l'opposizione delle correnti politiche di Destra e Sinistra che si ballottarono criteri e obiettivi durante la lunga e travagliata gestazione dell'inchiesta.
La relazione del barone Giuseppe A. Angeloni sulla IV circoscrizione, comprendente le province di Lecce, Bari, Foggia, Aquila, Chieti, Teramo, Campobasso, occupa il vol. XII, diviso in tre parti: la prima dà conto dello svolgimento dell'inchiesta e dei suoi risultati; la seconda riguarda "terreno e clima", "popolazione e sua distribuzione"; la terza tratta di "agricoltura e industria agraria"; la quarta di "proprietà fondiaria"; la quinta delle "relazioni tra il proprietario ed il coltivatore del suolo"; la sesta "delle condizioni fisiche, morali, intellettuali ed economiche dei lavoratori della terra". Un interesse specifico per il museo cerignolano riveste il cap. V della parte terza, che è tutto dedicato alla Capitanata. Importante è il Cenno storico del Tavoliere, in cui viene delineato nei suoi aspetti economici e nelle sue principali fasi l'istituto della "Mena delle pecore", che ha costituito dall'età aragonese all'Unità d'Italia la valvola di movimento della pastorizia trasmigrante fra la Capitanata e la Terra di Lavoro, il Molise, l'Abruzzo.
Vengono indicati prezzi degli erbaggi, numero e tipo dei greggi, salario e condizioni di vita dei pastori mandriani, tecniche e usanze pastorali, prodotti caseari. Un quadro sinottico per province indica tratturi e riposi, con una carta topografica che andrebbe riprodotta in gigantografia nel museo.
Tra i fitti dati di ordine statistico ed economico emerge nei suoi tratti antropologici il volto del pastore trasmigrante.
Il capitolo dell'agricoltura estensiva riguarda la superficie dei campi e dei pascoli annessi, le industrie che sono insieme agrarie e armentizie, il numero e le specie di animali impiegati per l'aratura (cavalle e buoi aratori), modi e usi di lavoro (trebbiatura con le relative macchine), valori dei prodotti, tabelle dei salari per lavoratori fissi e avventizi, redditi complessivi.
Utili per tracciare la linea evolutiva delle condizioni dei terreni di Capitanata sono le notizie date nel paragrafo finale di questo capitolo sul Tavoliere sotto il titolo Riforme e miglioramenti. Proprio nei territori di Cerignola, San Severo, Trinitapoli e Lucera sorgevano fin d'allora "già trionfanti larghe piantate di vigne, di oliveti ed altri alberi", che serviranno a rendere più fecondi i terreni. E a dare l'avvio a tale opera di miglioramento tecnico, che rese possibile il superamento della grave crisi cerealicola di fine secolo, unendo la coltura della vigna a quella del grano, furono proprio le due maggiori aziende cerignolane, la Casa Pavoncelli e la Casa La Rochefoucauld.
Da qui la riforma, che Angeloni proponeva per la Capitanata, di uno sviluppo parallelo, con reciproco vantaggio, delle due colture, in corrispondenza con quanto auspicava per "una consociazione più armonica, che al presente non è, tra i due rami di una medesima industria, quali sono la pastorizia e l'agricoltura, mediante un sistema misto; il quale, pur comprendendo ove è possibile, le piccole colture intensive, abbia per obiettivo principale non tanto la coltura granifera . quanto la foraggiera; quel metodo cioè che gli agrologi chiamano pastorale misto, e che concordemente consigliano pei terreni poco fertili, o che presentano condizioni tali per cui sia necessario un periodo preparatorio per passare poi a coltivazioni più ricche".
La trattazione delle altre parti, che è pur sempre interessante tener presente ai fini della comparazione con le altre subregioni pugliesi, non è fatta per singole province. Il che non consente di distinguere la precisa localizzazione di riferimenti, dati ed esempi, salvo che in alcuni casi. La seguente descrizione della casa rurale, che è d'immediato interesse museografico, si riferisce certamente alla Capitanata:

Quello che maggiormente deve deplorarsi è lo stato delle case dei contadini terrazzani, ed altri lavoratori che abitano nell’interno dei paesi e delle città. Le abitazioni sono ristrettissime, e composte appena di qualche stanza per risparmio di pigione: spesso non vi penetra né luce né aria, se non per la porta, unica uscita anche del fumo, allorché è sprovvista di camino, il che non è cosa rara. In diversi paesi abbiamo visitato delle abitazioni, in cui le pareti scabrose ed annerite gocciolavano per l'umidità su pavimenti rotti ed infossati. Pochi brandelli cuciti a spago facevano da coperta ai letti, composti di qualche sacco di paglia steso per terra, o di stoffa ammassata ed ammuffita.

Uno di questi "abituri" fu così annotato da Angeloni al momento della visita (lo schema può servire a riprodurne il tipo nel museo):

Vano largo circa 2 metri per 4 di lunghezza, alto non più di 3 metri. Nel fondo dal lato più stretto, sopra un ammasso di legna si distende uno strato incomposto di canne e vimini che forma un giaciglio su cui pertanto non è possibile di stendervi la intera persona. Al di sotto letame ed erba fradicia; il pavimento pregno di urina; e in altri punti utensili vecchi; poi ad un angolo dei pezzi di tufo, su cui ardono pochi steli e foglie secche; con una pentola contenente scarsi erbaggi per il pasto della giornata. Il fumo annebbia quell’ambiente, a cui mancano e luce ed aria: non vi sono finestre, non camino ma la sola porta di ingresso.
Due asinelli malaticci mangiano a stento presso l’uscio poca erba messa loro dinanzi.
Una povera vecchia, magrissima e con la faccia del giallo palustre, abita questo tugurio, in compagnia di quelle due bestie, con cui si aiuta a guadagnare pochi soldi al giorno, trasportando vimini, giunchi, fusti secchi ed erbaggi commestibili raccolti per le campagne durante la notte e nelle prime ore del giorno.
Questo canile costa 5 lire al mese ed è una pigione ben discreta, giacché per abitazioni, non diverse se non per ampiezza, si pagano fino a 140 lire all’anno.

Il discorso sulla malferma salute dei contadini e il tema dell’emigrazione quale unica possibilità (o speranza) di migliore esistenza commentano il quadro delle precarie condizioni di lavoro alle quali erano sottoposti i lavoratori e le loro famiglie in Capitanata, come nelle altre province: un quadro che va riprodotto nel linguaggio espressivo e didascalico del museo, segnandone la data nel tempo della costituzione dei fasci siciliani e delle prime leghe contadine.

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5. Economia agraria e società agricola nel decennio preunitario
Più organico, anche perché composto da una sola mano e frutto di una personale e diretta
investigazione, è il lavoro di  Carlo De Cesare, Delle condizioni economiche e morali delle classi agricole nelle tre provincie di Puglia (1859).
L’opera, premiata dall’Accademia Pontaniana, si articola in tre parti: nella prima tratta "Dello stato economico agrario presente nella regione pugliese"; nella seconda "Del modo di migliorare e sollevare a stato prospero l'economia e l'agricoltura pugliese, e dei mezzi per giovare alle classi agricole"; nella terza "Della cooperazione dei privati nelle vie economica ed agraria e dei mezzi come poter giovare a sé stessi, ed infine alle infime classi agricole".
Come i suddetti titoli estesamente enunciano, De Cesare riprende e sviluppa problemi già affrontati da Galanti e si pone sulla stessa linea dello studioso molisano nel rilevare difetti e proporre miglioramenti possibili. Il più evidente segno di arretratezza nella produzione agricola è dato dalla spopolazione della regione, che si avverte soprattutto in Capitanata, dove il censimento del 1852 dava 321.175 abitanti con una densità di 136 abitanti per miglio quadrato, contro i 497.460 ab. con densità di 285 ab. in Terra di Bari e i 407.654 ab. con densità di 162 ab. in Terra d'Otranto. Il minor numero degli addetti ai lavori campestri (116.923 in Capitanata, rispetto ai 145.933 in Terra di Bari e i 144.671 in Terra d'Otranto) confermava la scarsa dedizione alla terra, da attribuire alla mancanza di conoscenze tecniche e di mezzi innovativi che avrebbero consentito una resa superiore dei terreni e stimolato un maggior attaccamento dei lavoratori.
Questi invece ne uscivano sfiduciati ed emigravano o si dedicavano ad altri mestieri, avviando per questa via i loro figli. Da qui la necessità, propugnata da De Cesare, di rinnovare le cause che ostacolano lo sviluppo dell'agricoltura, ch'egli considerava come "la vera e più grande sorgente della ricchezza relativamente a noi abitanti del Napoletano", la principale fra tutte le industrie, "la quale dà vita e movimento a molteplici e svariati interessi ... ".
Si richiama quindi a T. Monticelli, Sulla economia delle acque da ristabilirsi nel regno di Napoli, nel constatare la penuria di acque, dovuta, come già aveva notato Galanti, alla incuria dei proprietari. E rileva che il problema era grave soprattutto in Capitanata. Qui:

più che altrove l'irrigazione gioverebbe all'agricoltore ed alla salute pubblica pel regolare scolo delle acque stagnanti, ma è in questa provincia appunto che non si comprende il dono inestimabile delle acque. [ ... ] Per un bene inteso sistema d'irrigazione e di prosciugamento in taluni luoghi vi sarebbe necessità di qualche buon capitale; ma i risultamenti però sarebbero così prosperi e grandi da superare le stesse previsioni e calcoli economici. Ed ove non vi fosse altro vantaggio che quello di purgar l'aria dalle pestifere esalazioni delle acque stagnanti, il prosciugamento dei laghi, delle maremme e degli stagni, e un buon sistema d'irrigazione influirebbero direttamente e indirettamente al benessere di tutti gli abitanti della regione Pugliese.

Mi pare superfluo sottolineare come la penuria d'acqua, dovuta (allora come oggi) a cause naturali o a scarso impegno dei proprietari di terra, costituisca un costante leit-motiv di giustificata doglianza in tutte le inchieste agrarie, da Galanti (e anche prima di lui) in poi: un problema non risolto, che in un museo di cultura contadina (come sarebbe più esatto intitolare il museo di Cerignola, estendendone il raggio di riflessione, specificandone e diacronizzandone il contenuto), se si vuole allestire un museo storico e moderno insieme, può essere rappresentato e debitamente illustrato nel percorso delle proposte avanzate e innovazioni realizzate per ovviare almeno in parte alle ricorrenti crisi di siccità che il problema ha determinato nei secoli XVIII-XX. Di particolare interesse per il museo, anche se si riferisce a tutte e tre le province pugliesi, è la minuziosa descrizione degli strumenti impiegati dai contadini, che sono "la vanga, la zappa, la zappetta, la marra, il marrone, l'accetta, la conca, la falce, il falcione ed altri piccoli ordigni dell'epoca di Trittolemo". E qui De Cesare dimostra di avere mentalità moderna e tendenza innovativa nel valutare la scomodità dei singoli strumenti e gl'inconvenienti ch'essi determinano:

La vanga non avendo conficcato orizzontalmente al manico quel pezzo di ferro volgarmente detto squadra o coda, e che serve a far poggiare il piede del vangatore, obbliga costui a profondarla nel terreno col fianco, impiegando così maggior tempo e fatica, e ottenendo poco resultamento. La zappa, essendo del peso di quattro rotoli di ferro, ed avendo il manico corto, molto affatica la persona, senza smuovere profondamente la terra. In taluni luoghi però l'eccesso è nella lunghezza del manico e produce l'inconveniente di non potersi profondar molto nel terreno.

Errato è anche l'uso generalizzato dell'aratro, che "è un solo e per tutti i lavori diversi, così per la semplice coltivazione dei terreni, come per la semina dei cereali e delle civaie". "L'agricoltura pugliese adunque" - nota De Cesare - "manca di macchine e strumenti agrari utili e proporzionati alle sue dimensioni, e da ciò il primo e più gran male della sua economia. Si possono citare qua e là taluni diligenti proprietari che hanno introdotto un nuovo aratro, un erpice, un seminatore: ma il loro esempio è passato inosservato".
Fra i proprietari innovatori si intravedono, per quanto riguarda il territorio di Cerignola, La Rochefoucauld per l'impiego, alla fine del secolo, di aratri americani di tipi diversi e i Pavoncelli, all'inizio del '900, per la sperimentazione di aratri più funzionali, come il trivomere Flȍther.
Per seguire fasi e modalità d'impiego degli attrezzi di lavoro in combinazione con i rapporti di produzione è indispensabile far conoscere i vari tipi di contratti con le loro clausole e condizioni. De Cesare illustra ed esamina quelli di affitto.
Altro interessante capitolo che introduce l'elemento sociale e fa microstoria umana nel museo è la organizzazione della masseria, termine con cui s'intende "una vasta estensione territoriale per uso di semina", divisa "in due, tre e fino a dieci porzioni, che si dicono pezze, ed ogni pezza si compone di un dato numero di versure.
All'ingresso sorge un ampio fabbricato, con il piano riservato al proprietario e al massaro, locali a pian terreno per i braccianti e stalle per gli animali. Nelle masserie fortificate, di tipo feudale, c era anche la chiesa.
La masseria mista, ossia agricola e pastorale, comprende anche terreni incolti adibiti a pascolo, e quindi a distanza dal fabbricato centrale un caseggiato basso: per il pastore e il gregge detto iazzo (lat. Iaceo).
L’articolazione dei ruoli per il lavoro è regolata da una rigida gerarchia del personale dipendente, al cui vertice è il massaro.
De Cesare non manca di rilevare (e anche in ciò e nel modo di considerare il fenomeno ha la stessa ottica del Galanti) dei furti compiuti dalla povera gente per estrema indigenza; se ne fanno spesso complici i massari, conseguendo ingenti guadagni a danno dei padroni, di cui finiscono per diventare creditori: tali mutamenti repentini di stato economico dei massari accadevano “alla giornata” in Puglia.
Ben gli sta! Parrebbe voler dire De Cesare ai padroni, anticipando il confronto che più avanti stabilirà fra il proprietario e il massaro in fatto di competenza e pseudocompetenza agraria e senso pratico:

Il proprietario pugliese galantuomo (fatte le debite eccezioni che sono tanto più lodevoli in quanto sono rare) è un ignorante, assai più ignorante dell’uomo volgare detto massaro o curatolo, diversamente ei non soggiacerebbe ai consigli di costui, al falso indirizzo d’una mente piena di pregiudizi e di massime opposte al senso comune.
Non conoscenze agrarie, non semplici nozioni di economia, non principi di chimica applicata alle arti, non cognizioni di tecnologia e di meccanica, non notizie di progressi agrari nelle più civili nazioni del mondo, nulla di tutto ciò, il proprietario pugliese galantuomo non sa proprio nulla.

E così lo coglie in flagrante nella sua inettitudine:

Lo vedi alle fiere con un lungo uncino in mano presso al banco delle pecore, delle cavalle, dei poledri, dei bovi, delle vacche, dei porci; ma se ti accosti per comprarne uno, il padrone si fa indietro, e il massaro t’esce davanti a dimandare il prezzo della bestia, a lodare la qualità della razza, a cantare i pregi del proprietario di essa, come se anche costui dovesse vendersi!
E ciò perché il padrone non sa nulla, non s’intende di nulla, non sa far nulla.

E’ prova di inettitudine la stessa fiducia che il proprietario mal ripone nel massaro, il quale non è meno ignorante di lui.
L’effettiva ignoranza sia del proprietario sia del massaro, quale che proporzionatamente fosse, riferita alla scienza agraria, era per De Cesare il male primario d’incompetenza da cui scaturivano tutti i mali dell’agricoltura, comprese la scarsa produzione e la diradata popolazione contadina: mali già costatati circa cento anni prima dal Galanti e attribuiti ad una corretta conduzione delle colture.
All’ignoranza tecnica (e forse non solo tecnica) di chi era preposto al comando corrispondeva l’ignoranza culturale che ottundeva la mente del contadino: ignoranza quest’ultima che un illuminista come Galanti e un suo epigono come De Cesare non potevano non condannare. Essa consisteva in un ingombrante fardello di credenze magiche, che comprendevano stregonerie, fatture, sogni e pronostici del Barbanera.
Anche per questo aspetto le cose sono viste con mentalità illuministica. L'analfabetismo o il bassissimo grado di scolarità dei contadini pugliesi (uguagliabile solo a quello rilevato allora in Russia) dipendeva dalla scarsezza o dal cattivo funzionamento delle scuole pubbliche, sì che la povertà psicologica aggravava la povertà materiale, di cui approfittavano in larga misura gli usurai; spingendo al massimo il proprio interesse fino a pretendere “il 10 per canto al mese con pegni di oro e di argento e biancheria nuova”. L'usura colpiva anche grandi proprietari, "ricchi di terre e poveri di denaro”, portando a precipizio anche talune industrie.
Questi mali economici sono denunziati da De Cesare nella terza parte della sua opera; dove egli ribadisce la necessità di un miglioramento generale dell’agricoltura sostenendo anche una più razionale regolamentazione della giornata al fine di evitare ai contadini pugliesi, specialmente in Capitanata, l'azione micidiale del Levante Scirocco, chiamato Altina; che "Spirando dal mare e passando per luoghi umidi e paludosi giunge umido-freddo, in modo da infiacchire le membra del bifolco e assiderarle; soprattutto quando le sue membra grondano sudore. Onde conviene "modificare l'orario del lavoro, e l’esempio ce l’offre la Terra Barese", dove da questo sistema è scaturito l'aumento della popolazione agricola. "E però vorrei – conclude De Cesare - “che lo adottassero le altre due provincie di Puglia, segnatamente la Capitanata”.

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