Convento di San Matteo-Foto del 2009Nell’ultimo decennio del sec. XVIII iniziò la decadenza del convento. Anche il ruolo che i religiosi avevano ricoperto nella chiesa e nella società era fortemente in crisi. Si parlava chiaramente dello spropositato numero di ecclesiastici nel Regno delle Due Sicilie; si metteva in evidenza la loro estraneità ai dibattiti culturali, politici ed economici del tempo. Pochi frati erano coscienti dei rapidi cambiamenti che si stavano maturando in campo politico e culturale; fra questi p. Michelangelo Manicone e i suoi colleghi dello Studio Generale di Gesù e Maria in Foggia, evidenziavano le debolezze con cui i religiosi affrontavano i nuovi tempi. C’era, poi, la vecchia questione della dipendenza feudale del Regno di Napoli dalla Santa Sede. Le idee tardo gianseniste facevano breccia tra i vescovi, da sempre fortemente critici della esenzione dei religiosi ritenuti spesso estranei dalle problematiche pastorali dei territori. Si aggiungeva la politica giurisdizionalista del governo napoletano tesa a sottrarre i religiosi dalla direzione dei loro superiori istituzionali, e sottoporli alla giurisdizione dei vescovi e, in definitiva, a controllarne la vita e l’azione. S’iniziò il 1 settembre 1788 col decreto con cui Ferdinando IV regolava nei minimi particolari la vita monastica. L’arrivo dei francesi, nel 1806, portò alle estreme conseguenze la nuova mentalità: i religiosi erano inutili alla chiesa e pericolosi per la società. Tanto Voltaire affermava nel suo Dictionnaire philosophique prima della rivoluzione francese: i monaci sono pericolosi perché col voto di castità, non fanno i figli che servono alla Francia per ingrandire gli eserciti da utilizzare per le nuove conquiste coloniali. Nel Meridione d’Italia le cose si affrettarono col regno di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat. Nel mese di dicembre del 1806 Giuseppe Poerio, primo intendente della Capitanata e del Molise, convinto che “i religiosi agiscano subdolamente perché hanno presentimento di una vicina riforma” ordinò una minuziosa indagine sullo stato personale ed economico di monasteri e conventi. Nello stesso mese di settembre il vicario generale di San Marco in Lamis, don Carlo De Carolis chiese per iscritto al guardiano del convento di S. Matteo notizie sul numero dei frati e sulle rendite catastali del convento. Convento di San Matteo-Foto del 2009La risposta del padre guardiano, fra Giancrisostomo da Manfredonia, detta in piena e trasparente verità, non s’inseriva per nulla in uno dei tanti quadri entro cui le ideologie correnti ponevano i religiosi francescani. Se dall’esterno si restava abbagliati dalla dovizia delle risorse, dalla forza propulsiva della fraternità, e dall’insieme della popolarità di cui erano circondati, l’analisi condotta sulla base delle richieste di Giuseppe Poerio portava a conclusioni sconcertanti. Il convento non aveva alcuna rendita. La sua ricchezza era esclusivamente frutto del lavoro dei frati e dell’antichissimo rapporto con contadini e transumanti. Tra l’altro, aggiungeva fra Giancrisostomo, non solo si assicurava decorosa vita alla numerosa famiglia di frati, ma anche, ogni giorno, si distribuiva vitto sufficiente a venti poveri. Il convento di S. Matteo, concludeva, forniva vestiario a tutti i frati della provincia monastica e copriva tutte le altre spese della Provincia. I francesi capirono l’antifona e, pur determinando la soppressione dell’Ordine dei Frati Minori, lasciarono aperto, insieme ad altre case religiose, il convento di S. Matteo. I frati furono sottratti alla giurisdizione dei loro superiori e messi alle dipendenze dei vescovi. Pur reputando inutili le corporazioni religiose, si preoccuparono della sorte degli individui rimasti senza casa e senza risorse. Designarono allora alcune case come conventi di “concentramento” per i frati rimasti senza dimora. S. Matteo non fu chiuso, e la sua fraternità crebbe
Convento di San Matteo-Foto del 2011Nella convenzione tra l’abate commendatario Vincenzo Carafa e il provinciale dell’epoca non si fa alcun cenno alle offerte che i frati potevano ricevere nell’esercizio delle loro competenze religiose, né alle questue, né alle offerte dei pellegrini. Visto quanto accadeva nell’abazia dell’Incoronata di Foggia, anch’essa affidata alla famiglia Carafa, dobbiamo pensare che il silenzio sulle offerte date al santuario sia frutto di un accordo verbale tra l’abate commendatario e il p. provinciale. Probabilmente questo silenzio fu originato anche da una qualche errata valutazione da parte dell’abate commendatario delle capacità creative dei frati. Il mutamento radicale dell’economia conventuale di S. Matteo, emerso nel terzo decennio del sec. XVII in occasione della ricordata istituzione del Noviziato della Provincia Francescana, e consolidato e ingrandito nei cinquant’anni seguenti, era dovuto, anche secondo la relazione del p. Agostino Mattielli, al privilegiato rapporto che i frati di S. Matteo avevano instaurato con i transumanti. L’esposto dei “Frati Montagnoli” alla Real Camera di S. Chiara del 24 aprile 1775, dice che l’abbondanza economica del convento di S. Matteo
ha il suo principio dallo scendere i medesimi (le greggi transumanti) dall’Abruzzo nella Puglia piana, destinandosi allora dai rispettivi locati tanto gli agnelli, quanto i polledri, ed animali vaccini, che per loro devozione danno in oblazione a quel convento, che porta il principale peso di quella mendicante Provincia.
Melius deficere quam abundare, le disavventure di un convento ricco Convento di San Matteo-Foto del 2009Il principale peso, di cui nell’esposto, era costituito dall’obbligo, per il convento di S. Matteo, di pagare le spese per gli studenti, di coprire le spese straordinarie della provincia, molto spesso anche le ordinarie, i viaggi del padre provinciale e dei magnati e contribuire alla sicurezza economica de conventi poveri. La lana data dai transumanti veniva venduta e il denaro guadagnato serviva come contributo alle rilevanti spese, circa 2.000 ducati ogni anno, per comprare la stoffa degli abiti di tutti i frati della provincia che il convento di S. Matteo era obbligato a provvedere. Quest’obbligo, evidentemente consolidato da diversi decenni, era stato sanzionato dal capitolo provinciale del 17 maggio 1733, in ottemperanza di una precedente disposizione di cui non si sa nulla oltre all’esistenza. Nella provincia francescana di Sant’Angelo non c’erano altri conventi con la medesima capacità di gestire tanti e così variegati interessi religiosi, sviluppati in aree geografiche anche lontane, che a loro volta si traducevano in rilevanti benefici economici per i frati. Convento di San Matteo-Foto del 2009La conseguenza fu che il convento, benché posto nel bel mezzo del Gargano, lontano dalle grandi città, privo di adeguate vie di comunicazione, immerso nei boschi, in mezzo a contadini, pastori e cani arrabbiati, diventò un punto di riferimento per l’economia di tutta la provincia monastica. Divenne il collettore di risorse da cui la provincia religiosa attingeva senza alcuna preoccupazione. In più il convento, per propria libera (sic!) decisione, offriva al “Provinciale e alla sua corte” delle prestazioni in occasione di feste e festicciole: a Natale al provinciale, agli ex provinciali, ai lettori giubilati e al custode toccavano 12 libbre di torrone per ciascuno oppure 24 carlini; ai definitori libbre 6 oppure 12 carlini; allo scrivano libbre 4 oppure 8 carlini. A carnevale i suddetti ricevevano “mezzo porco per ciascuno e un poco di salsiccia”. A Pasqua a tutti venivano “regalati“ un paio di galline, un paio di caciocavalli, una pezzotta di formaggio, ed uova a piacere”. L’abbondanza di beni, come ricorda anche il Vangelo, spesso è causa di disagi essendo cosa nota che ”dove ci sono i cadaveri si affollano gli avvoltoi”. Da ricordare che la cordiale allegria con cui il padre guardiano di S. Matteo regalava libbre di torrone, carlini, galline e caciocavalli a destra e a manca era già stata registrata nel 1310 quando il convento era ancora “Abbazia di San Giovanni in Lamis”. In quell’epoca, regnante papa Clemente V, l’economia della chiesa era al verde: bisognava ripianare le colossali somme spese per il trasferimento della curia papale da Roma ad Avignone, provvedere alla necessità sempre incombente di sostenere l’eterna guerra contro i Turchi ecc. il papa ebbe la bella idea di imporre una ulteriore decima sui beni delle diocesi, enti ecclesiastici di ogni tipo, titolari di benefici ecc. affidandone l’esecuzione a due personaggi che il monastero di S. Giovanni in Lamis conosceva benissimo: Bernardo Gui e Guglielmo di Balaeto. Uno di questi due si trova anche nel Il nome della Rosa di Umberto Eco. La coppia visitò tutte le diocesi del Regno di Napoli trovando dappertutto accoglienza cordiale e generosa. Tutti s’impegnarono di conferire clariter et devote non una, ma due decime dei loro proventi. Il monastero di S. Giovanni in Lamis nel 1310, poiché valeva 250 once (d’oro) ne sborsò 25. Nel 1325, poiché era stato dato in commenda al card. Matteo Orsini, arcivescovo di Manfredonia, don Matteo, vicario dell’arcivescovo, pagò per S. Giovanni in Lamis la somma di 12 once: tutto clariter et devote. Ma queste, nel sec. XVIII come nel XIV, non erano affatto amenità che facevano ridere. Il padre guardiano di S. Matteo a Natale, Pasqua e carnevale entrava in crisi. Ma p. Doroteo nel suo pamphlet rimasto dattiloscritto Il convento di S. Matteo tra due vicari: commedia a metà non dice tutto. Il suo amore per l’abito lo induce ad essere pudico, sobrio nel parlare e, anche quando narra fatti inenarrabili, li dice come se volesse fermarsi alla battuta, alla barzelletta. Non dice della crescita esponenziale degli scrocconi come si deduce dalla lettura degli atti ufficiali. Non dice che il convento di S. Matteo era in difficoltà per la manutenzione straordinaria, e spesso anche per la ordinaria. Non dice che i programmi finanziari della provincia, tutti pagati da S. Matteo, prevedevano una sostanziosa parte dei cespiti da distribuire a diversi conventi. Non dice che il motivo principale per cui i frati molisani, chiamati Montagnoli, si opponevano alla divisione della provincia, attuata il 12 settembre 1776, era il timore che i loro conventi fossero privati degli aiuti economici provenienti dal convento di S. Matteo. Ma le sue ricerche archivistiche non gli lasciarono scampo. Si costrinse a raccontare i fattacci con uno scritto fantasma, dattilografato, in poche copie e per pochi intimi: Il convento di S. Matteo tra due vicari. Commedia a metà. 1990. Era una Commedia, ma da ridere c’era poco. Convento di San Matteo-Foto del 2009Nel 1772 era vicario provinciale p. Piercrescenzio Trotta da Monte Sant’Angelo. Una serie di padri provinciali morti a breve distanza l’uno dall’altro aveva favorito la sua ascesa ai vertici della provincia monastica. Anche se sulla carta non lo era, di fatto si comportava da provinciale, anche perché, dopo la morte dell’ultimo ministro provinciale, non ne era stato eletto il successore. Il p. Piercrescenzio era di stanza a S. Matteo, il cui guardiano era p. Gregorio da Sansevero. La permanenza del p. Piercrescenzio a S. Matteo aveva uno scopo ben preciso: assicurare all’amministrazione della provincia monastica l’intero introito del convento. Convento di San Matteo-Foto del 2009A questo scopo si era accordato con alcuni frati del convento e diversi frati questuanti. Quando questi tornavano dai loro giri li dirottava altrove dove scaricavano dai muli il raccolto della questua. Poi vendeva il grano, le biade, le altre derrate e intascava il denaro senza consegnarlo, come da statuto, al sindaco apostolico, sempre un laico incaricato di conservare il denaro del convento, che in quell’anno era don Deodato La Piccirella di San Marco in Lamis. A un certo punto il padre guardiano, p. Gregorio da Sansevero, si ribellò, insieme al sindaco apostolico ed alcuni frati di S. Matteo. Tra l’altro minacciò anche di prendersi la reliquia di S. Matteo e portarsela a San Marco, così il santuario non sarebbe stato più visitato dai pellegrini e l’afflusso dei beni sarebbe cessato. L’abate commendatario, da parte sua, intavolò un colloquio con l’abate di Montevergine tentando di convincerlo a rilevare l’abbazia di S. Giovanni in Lamis. All’uopo gli inviò la Platea dei possedimenti dell’Abbazia, conservata ancora in quell’archivio monastico. Per dieci anni i contendenti si inseguirono con ricorsi, libelli, coinvolgimento di diverse e contrastanti istituzioni ed autorità: dal sindaco di San Marco in Lamis alla Dogana delle Pecore, al Re di Napoli alla Santa Sede ecc. ecc. Il p. Piercrescenzio esibiva relazioni fantasiose e bilanci truffaldini, ma era sempre in sella e più baldanzoso che mai. E, finalmente, nel 1782 fu definitivamente sconfitto. Morì, nonostante tutto, nel convento di S. Matteo, e gli fecero un funerale solenne. Per molti decenni il convento di S. Matteo continuò a fornire denaro per i bisogni della provincia religiosa. Una relazione del 1868 del padre provinciale p. Ludovico Barbaro affermava che il convento per antica decisione del governo della provincia forniva a tutti i frati, oltre 200, il panno per gli abiti spendendo ogni due anni la somma di 2.000 ducati. Si aggiungevano le spese straordinarie come i 1800 ducati pagati agli avvocati Gianbattista Collotti e Ippolito Caputo patrocinatori nel 1776 della causa della divisione della provincia presso la Santa Sede e la Reale Corte dei S. Chiara.
Convento di San Matteo-Foto del 2011Questa particolare devozione garganica al santo ha indotto i devoti e i frati a redigere speciali formule liturgiche adeguate ad esprimere dinanzi a Dio l’importanza degli animali nella vita degli uomini e, insieme, lo specifico ruolo da loro svolto nell’ambito della creazione. Nei rituali erano disponibili le Benedictiones in caso di infermità degli animali. Ma ai frati erano necessarie composizioni ripensate nell’ambito della specifica spiritualità francescana che, partendo dal concetto dell’insostituibile ruolo che ogni creatura svolge nel complesso dell’universo creato, attribuisce ad ogni animale un valore proprio e insostituibile, e agli animali domestici grande importanza per la vita stessa dell’uomo. Da S. Bartolomeo in Galdo in provincia di Benevento, agli inizi del sec. XX arrivò una preziosa testimonianza sul rapporto tra S. Matteo e gli animali della transumanza. Si tratta di un responsorio in uso nella festa del Santo che si celebrava nella chiesa dei frati minori di San Bartolomeo in Galdo. Il ritornello del responsorio fotografa, per così dire, la situazione devozionale al santo evangelista come si è sviluppata nei secoli secondo l’interpretazione garganica per cui S. Matteo è il santo degli animali della campagna, come già notava il citato Agostino Mattielli. Convento di San Matteo-Foto del 2011Conferisce, in pari tempo, dignità liturgica e istituzionale alla spontanea devozione dei fedeli che chiedono a S. Matteo, insieme alla propria, anche la salute per gli animali, loro compagni di viaggio: Sicut fideles animas / Ad astra coeli sublevas // Sic animantium corpora / a morsu, veneno libera. I due emistichi, in perfetto equilibrio sul piano teologico, ma anche su quello degli interessi e dei sentimenti, chiedono per i fedeli la salvezza dell’anima come per gli animali quella del corpo. Questa impostazione fu ripresa dalla Santa Lega Eucaristica di Milano in una preziosa immaginetta di S. Matteo stampata agli inizi del sec. XX. Le formule liturgiche in uso nel santuario garganico inseriscono la salute fisica degli animali come bene economico in un più vasto orizzonte in cui è compresa la dignità, direi la personalità degli animali i quali, pur essendo assolutamente indispensabili per la sopravvivenza dell’uomo, non esauriscono in questo la loro ragion d’essere. Essi sono per sé stessi degni di vivere, e la loro vita è luogo di una dignità che solo Dio conosce completamente. D’altra parte, molti secoli prima che prendesse forma nella benedizione di S. Matteo, il concetto era ben adombrato nella geniale invenzione del bue e dell’asino del presepio. Questo pensiero sembra essere centrale nella benedizione degli animali in onore di S. Matteo Apostolo rinvenuta negli anni scorsi manoscritta in appendice a un benedizionale a stampa nel sec. XVIII compilato dal francescano tedesco Bernard Sanning. La formula è strutturata come una paraliturgia aperta dai versetti centrali del Canticum Trium Puerorum del libro di Daniele e dal Salmo 150 Laudate Dominum in Sanctis eius. Termina con tre Orationes il cui uso non appare frequentissimo nell’uso liturgico abituale. Pur presenti nel Rituale Romanum del 1614 e nella successiva Editio typica del 1953 come Benedictio animalium gravi infirmitate laborantium, nelle edizioni manuali ad uso giornaliero abitualmente sono assenti. Eppure l’uso di questi testi è attestato dalla seconda metà del primo millennio cristiano. Già nel sec. VIII erano usati nella Missa pro mortalitate animalium. Erano usati parimenti in caso di peste degli animali. Il cuore della benedizione è nell’orazione
Deus, qui laboribus hominum etiam de mutis animalibus solatia subrogasti; supplices te rogamus; ut, sine quibus non alitur humana conditio, nostris facies usibus non perire. “O Dio, che hai dato agli uomini come compagni i muti animali perché siano loro sollievo nelle fatiche, noi ti preghiamo di non privarci del loro aiuto, senza del quale l’umana condizione è insostenibile”.
Convento di San Matteo-Foto del 2011In questa orazione è certamente presente e pressante il timore di perdere un indispensabile sostegno; l’orante tuttavia esprime questa sua preoccupazione attraverso un linguaggio delicato e pudico sorretto dalla suggestione, de mutis animalibus, della lettera 124 di Seneca a Lucilio. Sparisce con la sua boria il re dell’universo a cui tutto si deve e niente si può negare; l’uomo ridiventa ciò che è, un mendicante la cui esistenza dipende dalla generosità della natura e in particolare degli animali. Si nota, ancora una volta, un forte rimando alla nativa fragilità dell’uomo, che per vivere ha bisogno anche del lavoro gratuito e discreto dei “muti animali”. Lo stato di endemica e ineluttabile necessità è delicatamente espresso dalla citazione sine quibus non alitur humana conditio, “senza dei quali non si sostiene lacondizione umana” di S. Colombano fatta propria dai maestri della Scolastica attraverso Pietro Lombardo. La parte iniziale della benedizione non è presente in nessuna delle quattro formule di benedizione degli animali riportate dal Rituale Romanum. Il Canticum Trium Puerorum chiama a raccolta tutte le creature a lodare e benedire il Signore. Indipendentemente dalle sottili distinzioni che la pigrizia e il malsano interesse umano ha inventato per sceverare tra esseri animati e inanimati, animali buoni e nocivi, da salotto o da lavoro, ogni creatura ha il suo ruolo in un’azione corale di proporzione cosmica in cui tutti sono accomunati, insieme all’uomo, nella benedizione e nel ringraziamento.
Benedicite fontes Domino;… Benedicite omnes bestiae et pecora Domino; benedicite filii hominum Domino.
Ogni essere creato ha il suo posto e la sua individualità. Ogni cosa uscita dalle mani di Dio conserva per sempre la sua dignità e a Dio ritorna nel canto e nella lode
Hunc astra, tellus, aequora, Hunc omne quod coelo subest, Salutis autorem novae, Novo salutat cantico, proclama un inno di Natale probabilmente del IV secolo.
Se l’uomo è chiamato a lodare Dio anche con la voce, gli altri esseri lodano Dio col fatto stesso di vivere. L’humus del Cantico delle Creature è trasparente in questa compilazione, espressione preziosa di una mentalità che è proposta di vita, intesa dai pastori e dai contadini abruzzesi e pugliesi come normale dimensione della vita. Bisogna sottolineare che il valore cosmico di ogni animale era già conosciuto nei primi secoli della Chiesa. Celebri sono preghiere di S. Basilio Magno composte nel 370 in cui sorprendentemente emergono alcune tematiche moderne:
O Signore, accresci in noi la fratellanza con i nostri piccoli fratelli; concedi che essi possano vivere non per noi, ma per se stessi e per Te; facci capire che essi amano, come noi, la dolcezza della vita e ti servono nel loro posto meglio di quanto facciamo noi nel nostro». «Signore e salvatore del mondo, noi ti preghiamo anche per gli animali che umilmente portano con noi il peso e il calore del giorno e offrono le loro semplici vite, aiutandoci a vivere bene. Noi ti preghiamo anche per le creature selvagge, che tu hai creato sapienti, forti, belle. Ti preghiamo per tutte le creature, anche quelle che non sonointelligenti, perché esse hanno una loro missione, sebbene noi siamo incapaci di riconoscerla. E supplichiamo la tua grande tenerezza, perché tu hai promesso di salvare insieme l'uomo e gli animali e hai concesso a tutti il tuo amore infinito”.
S. Matteo protettore degli animali di campagna Convento di San Matteo-Foto del 2012L’asino, umile lavoratore silenzioso, è uno strumento prezioso e un capitale da difendere. Per questo motivo i contadini garganici e del Tavoliere amano immaginare che la protezione del santo vada ben oltre le persone e abbracci anche gli animali. Diverse decine degli oltre 500 ex voto attualmente conservati nel santuario di S. Matteo hanno come protagonisti gli animali vittime di incidenti e malattie. Una tavoletta dipinta, la n. 038 fotografa lo stato d’animo in cui si trova la famiglia quando muore un animale da lavoro: nella stalla, disteso sul pavimento, con la bocca semiaperta, un cavallo sta esalando l’ultimo respiro. La moglie del contadino, inginocchiata, innalza verso l’immagine del santo il figlioletto in fasce. Il già citato p. Agostino Mattielli, il 31 maggio del 1683, arrivato a S. Matteo in visita canonica, si trovò nel bel mezzo di un intensissimo traffico di uomini e animali: greggi e pastori locali in transito dalla pianura alla montagna per la piccola transumanza, o transumanza verticale, accucciate nel piccolo piazzale in attesa della benedizione; pellegrini arrivati a piedi dall’Abruzzo, dal Molise, dalla Puglia Piana e dalla Terra di Bari; greggi di transumanti abruzzesi in attesa di ricevere anch’esse la benedizione prima di partire per i loro monti. Fu per lui una vista divertente e molto coinvolgente che gli strappò, nella relazione scritta, diversi superlativi. Riferisce:
Convento di San Matteo-Foto del 2012un dente di questo Apostolo … che si conserva in sagristia in un ostensorio d’argento et è in gran devotione appresso a tutta la Puglia per li continui miracoliche fa e le gratie che se ne ricevono, massime per l’infermità dell’animali de’ quali abbonda la Puglia: cavalle, pecore, vaccine, porci e tutti che toccati con l’oglio della lampada che arde avanti all’altare di esso Santo guariscono subito e ciò si vede ogni giorno, poi che vi conducono spesso le massarie intiere a toccargli e vanno sani. Per ciò il convento è comodissimo, che da tutta la Puglia riceve grosse limosine in specie tutti li segnano un polledro indistintamente e quando ha tre anni lo consegnano ai frati; così li vitelli et ogni volta che s’infermano li bestiami; onde alla fiera di Foggia dove si vanno a pigliare et il Sindaco Apostolico li vende si riportano ogni anno molte centinaia di scudi. Il convento tiene 12 cavalli per servitio de’ frati e sono belli, ha mandre di porci, pecore. Si calcola che habbia più di tre mila scudi d’annue limosine, poi che nessuno ardisce negarli anzi tutti la danno copiosa per amore e timore di S. Matteo (Oglio della lampada il quale oltre all’animali sana indistintamente tutte le persone morse da cane rabioso).
Convento di San Matteo-Foto del 2009Un particolare esclusivo della devozione per S. Matteo del Gargano: la fantasia popolare ha deciso che gli animali preferiti dal santo siano i cavalli molti dei quali nei tempi passati all’anagrafe zootecnica erano insigniti col nome di Matteo. Di qui il facile motteggio comune fra i salaci contadini “ti chiami Matteo come un cavallo” e, trattandosi di un ragazzo lo motteggiavano “Matteciucc”. Allargandosi poi ai muli, notoriamente bizzarri e imprevedibili, e giocando sulle parole “matto” e “Matteo” un detto popolare affermava matt jè Mattè, matt jè chi lu tè, matt jè chi ce lu pigghia, e matta tutta la famigghia. Il rapporto con i cavalli è quasi canonizzato sul fastigio del tempietto in cui è esposta la statua del santo. Un tondo marmoreo scolpito nel 1927 da ignoto lapicida cerignolano ritrae l’immagine veneranda di San Matteo accompagnata non dalla regolamentare sagoma umana ma dall’inconfondibile profilo di un volto cavallino. Ancora oggi gli allevamenti equini, le scuderie degli ippodromi e molte stalle del Tavoliere e del Gargano hanno ben in vista sulle mangiatoie l’immagine del santo.
S. Matteo sul Gargano; caratteri particolari della devozione dei transumanti abruzzesi e molisani Convento di San Matteo-Foto del 2012Le transumanze praticate nelle località dell’arco alpino e nelle regioni appenniniche sono quelle definite “brevi” o “verticali” perché articolate in un numero limitato di chilometri e caratterizzate dalla discesa dalla montagna alla pianura. Sono praticate in territori limitati, chiusi nelle valli alpine che spesso hanno difficili comunicazioni fra loro; di conseguenza mostrano forte configurazione localistica per la conduzione delle greggi, il tipo di pascoli, tecniche di lavorazione dei prodotti caseari, e, quindi, dalla grande varietà di qualità e gusti dei formaggi. La transumanza delle regioni adriatiche dell’Italia centro-meridionale è del tipo “orizzontale” e “lungo”. È la grande transumanza che si articola in ben cinque regioni: l’Abruzzo, il Molise, la Puglia, la Campania e la Basilicata. Una massa enorme di animali, che in qualche anno ha superato il numero di 7.000.000, e di uomini si muove a settembre e a maggio su una rete viaria, i tratturi, di oltre 3.000 chilometri. Se per la transumanza verticale
... il “transumare” assomiglia, in maniera impressionante, al “migrare”, allo spostarsi insieme, in branco o in stormo, per cercare un luogo migliore, per scappare dall’inverno, per cercare cibo, per inseguire la sopravvivenza ...
Convento di San Matteo-Foto del 2012per il transumante orizzontale è vera migrazione per la grande distanza dai luoghi di origine, per la difficoltà di conservare rapporti necessari con la famiglia, per la necessità di convivere e condividere spazi e risorse con altre comunità di pastori provenienti da altre zone. Molte comunità fra loro diverse per origine, dialetti, usanze, residenti nei luoghi più lontani e disparati, vivono per sei mesi ogni anno la stessa esperienza umana e lavorativa stabilendo nuovi rapporti mercantili, di lavoro e di amicizia, di reciproca conoscenza e di scambi culturali e religiosi; si formano nuove famiglie, si stabiliscono luoghi comuni di soccorso e condivisione. Tra Puglia, Abruzzo, Molise, Campania e Basilicata nasce quella che diversi studiosi chiamano La civiltà della transumanza che si articola all’interno di un mondo culturale divenuto aperto a tutto e sincretico e che comprende anche l’aspetto religioso. Convento di San Matteo-Foto del 2012La devozione a S. Matteo, se con tutti i pastori italiani ha un rapporto basato sul calendario liturgico e lavorativo, con i pastori e i contadini della dorsale adriatica meridionale ha assunto una ulteriore precisa caratterizzazione di stampo localistico che inventa nuove attribuzioni e rimandi tessuti da un immaginario popolare che vede nel dente offerto alla pubblica devozione qualcosa di funzionale in merito a precise necessità del mondo dei contadini e degli allevatori. Quello con San Matteo sul Gargano fu vissuto, quindi, come un rapporto specializzato, aperto all’intera realtà del mondo agricolo e pastorale. La protezione del santo non ha come oggetto esclusivamente gli uomini, ma anche gli stessi animali. Convento di San Matteo-Foto del 2012Le pratiche devozionali verso il santo evangelista venerato sul Gargano sono un caso particolare: il santo non è solo il titolare di una festa liturgica che il calendario fa coincidere con la data canonica del ritorno delle greggi dai pascoli montani ma è il santo che entra nel vivo delle grandi, e spesso, dolorose vicende della vita quotidiana, personale, famigliare e lavorativa del transumante a cui sta a cuore la salute del corpo e la pace dell’anima, ma anche la salute degli animali e il buon andamento della stagione. È un rapporto ampio, profondo, totale. Il Dente di S. Matteo: il Santo protegge dalle offese ricevute dagli animali Probabilmente alla fine del sec. XV al santuario garganico arrivò la preziosa reliquia dell’apostolo Matteo tuttora veneratissima, un dente molare che la tradizione afferma essere proveniente da Salerno nella cui cattedrale si conservano le spoglie mortali del santo. Non si sa con precisione quando e in quali circostanze la reliquia giunse sul Gargano. Il già citato Agostino Mattielli afferma che la portò un imprecisato cardinale che a quell’epoca aveva l’incarico di abate commendatario del feudo ecclesiastico San Giovanni in Lamis. L’arrivo del dente dilatò l’interesse devozionale dei pastori abruzzesi verso il santo. La parola “dente” indica per se stessa un rapporto necessario con cani e serpenti. D’altra parte i morsi velenosi e la rabbia canina erano eventualità tutt’altro che remote nella vita dei contadini e dei pastori. L’olio della lampada che ardeva nel sacello del santo fu usato per benedire le persone morse dai cani arrabbiati. Francesco Gonzaga nel 1587, così riferisce della devozione a San Matteo:
Si quispiam ex circumvicinis rabie laborans sumpto ex lampade, quae in sacello B. Evangelistae Mathaei continuo lucet, oleo laesam partem linierit, ex tempore ab huiusmodi passione liberatur.
Anche il domenicano toscano Serafino Razzi, in visita canonica ai conventi domenicani del Gargano nell’autunno del 1576, così scriveva:
E più in alto un altro miglio trovammo San Matteo: Badia del signor Giovan Vincenzo Caraffa, cavaliere di Malta, e priore di Ungheria, ove sono liberati gli Indemoniati, e coloro che sono morsi da i cani arrabbiati sono sanati.
Convento di San Matteo-Foto del 2009Nel dente di S. Matteo i pastori abruzzesi riconoscevano qualcosa di già noto, a cui erano avvezzi come elemento che emergeva dall’ordinario della vita e dalle profondità della loro storia. Già prima che dal Gargano si sviluppasse la devozione per il dente di S. Matteo, in Abruzzo si invocava S. Domenico di Cocullo nei casi di morsi di serpenti e cani arrabbiati. Inoltre in tempi precristiani, la funzione protettiva risaliva alla dea Angizia, nome di cui non si sa con precisione se si riferisse a una dea o piuttosto a una località, probabilmente un bosco, il lucus Angitiae, intensamente infestato da serpenti velenosi resi innocui dall’arte incantatoria che i Marsi avevano appreso dalla loro antenata Circe figlia di Angizia. Naturalmente anche tra i pellegrini che salivano a S. Matteo i primi denti da cui si chiedeva protezione erano quelli dei cani e dei serpenti, ma il paesaggio rurale era pieno di altri denti altrettanto pericolosi: cavalli, asini, maiali, lupi e orsi minacciavano, mordevano, scarnificavano uomini, donne e bambini, come è documentato in una lunga sere di ex voto pittorici conservati nel santuario, in cui allo smarrimento impotente dei protagonisti e degli astanti fa rassicurante contrappunto l’immagine serena del santo. Riccardo Bacchelli ricorda con gusto una di tali tavolette visitate intorno agli anni trenta. La scena lo impressionò e le dedicò una novella: Agnus Dei.
Al fonte gli era stato imposto il nome di Matteo, che gli giovò quando all’età di dodici anni fu addentato da un ciuco intiero di grande statura, magro come la rabbia e la lussuria e la vecchiezza che l’avevano scarnito sotto il basto e fra le stanghe, sotto il sole e fra la polvere del Tavoliere. I denti lunghi e gialli erano arrivati all’osso del braccio, a metà fra gomito e spalla; e le legnate a ruota pareva che servissero soltanto a levar la polvere dalla schiena affilata dell’animale, e a fargli stringere vie più le mascelle. Allora intervenne San Matteo, protettore della rabbia degli animali, a disserrare quei denti, quando anche l’osso del bambino cominciava a sgretolarcisi. La scena si vede dipinta in un ex-voto, dove il sangue umano spiccia al naturale e la ferocia ciuchesca è parlante. Pende con altri molti nel convento di San Matteo sopra San Marco in Lamis.
Verso la fine del sec. XVIII, p. Michelangelo Manicone testimoniava che
La chiesa è un Santuario celebre, perché vi si conserva il Sagrato Dente del Gloriosissimo Apostolo. Tutte le persone da animali rabbiosi morsicate vengon qua a prostrarsi dinanzi alla Statua del Santo, e dinanzi al Dente, ed a sciorre i voti, ond’esser dalla terribile rabbia liberati. Quindi la gran confluenza di tutti i popoli del Gargano, della Pianura Dauna ed anche degli Irpini, e de’ Frentani.
Nella stessa opera riferiva che le pratiche devozionali spesso erano inficiate da elementi superstiziosi, per cui raccomandava ai pellegrini di esporre i loro malanni ai medici e ne seguissero le prescrizioni e poi, guariti, si recassero in pio pellegrinaggio per ringraziare il santo. Fino al 1965 nelle vicinanze del convento di S. Matteo esisteva un pozzo privo d’acqua in cui si buttavano le carcasse dei cani arrabbiati.
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