- Dettagli
- Categoria: Questione meridionale
| Ho inserito in questa I parte soltanto un pezzo del brano completo, che ho anche salvato (da scaricare!) in Download/Nord-Sud |

Il Sud nei bilanci dello Stato italiano
Questi passi del Nitti documentano ampiamente il fenomeno, ben noto sia a livello scientifico che di “vulgata popolare”, della sperequata ripartizione tra le varie parti del paese delle entrate e delle spese dello Stato, che favorì costantemente il Nord a danno del Sud. Ed infatti, non solo il Mezzogiorno ebbe un carico tributario sempre superiore alla quota che realmente gli spettava, ma non ricevette che una parte modesta della spesa dello Stato, sia di quella in opere pubbliche, uffici ecc., sia di quella inerente alle commesse che andarono prevalentemente al Nord, anche quando era il Sud il più attrezzato per produrre ciò che si richiedeva. Così, ad esempio, negli anni ’70, un’inchiesta parlamentare accertò che erano le industrie napoletane quelle maggiormente adatte, nonostante la crisi seguita all’Unità, alla produzione di macchine e motori marini, purtuttavia le commesse andranno ugualmente al Nord, alimentando così lo sviluppo delle industrie settentrionali.
I dati del Nitti sono stati confutati solo dal Gini, che però ha potuto solo ridurre quantitativamente le dimensioni del prelievo di ricchezza operato dallo Stato nel Sud, non certo negarlo.
In questo senso, poi, anche il prof. Domenico Demarco, che sta curando la pubblicazione dell’intera opera del Nitti, ci riferiva di avervi trovato “1.200 piccoli errori”, che non inficiavano però in alcun modo la tesi di fondo dell’azione sperequata dello Stato unitario nei confronti del Sud.
Ebbene, se si considera ad esempio che l’industria meridionale prima dell’Unità forniva le divise per un esercito di 100.000 uomini, mentre dopo l’Unità tali commesse vanno al Nord, o ancora che su 457 milioni spesi in opere idrauliche in agricoltura dal 1862 al 1896-97 solo poco più di tre milioni vanno al Sud, non sarà difficile comprendere gli effetti della politica statuale denunziata dal Nitti: e quest’autore, d’altronde, proprio nel brano riportato, è molto chiaro su tale punto. Egli si illude pero che lo Stato, come ha creato il sottosviluppo del Mezzogiorno, così dovrà e potrà eliminarlo. Purtroppo, come ben sanno le masse popolari meridionali, non è stato così. (Per la critica del sottosviluppo meridionale Antologia di scritti, a cura di Edmondo M. Capecelatro e Antonio Carlo, La Nuova Italia 1973. Il libro di F. Saverio Nitti (*) è Il bilancio dello Stato dal 1862 al 1896-97, Napoli 1900)
I - Scopo e limiti della ricerca
Viceversa il Mezzogiorno in cui prima del 1860 era più grande ricchezza che in quasi tutte le regioni del Nord; dove il risparmio, sia pure nella forma primitiva dell’accumulazione e della conservazione della moneta era enorme; dove si viveva una vita molto gretta, ma dove il consumo era notevolmente alto, presenta tutti i sintomi della depressione e dell’arresto. Ancora tra il 1880 e il 1888 la ricchezza agraria del Veneto non era superiore a quella della Puglia e tra Genova e Bari, tra Milano e Napoli era assai minore differenza di sviluppo economico e industriale che ora non sia. Ma adesso, insieme a una diminuzione nella capacità di consumo, si notano i sintomi allarmanti dell’arresto del risparmio, dello sviluppo della emigrazione povera, della pigra formazione dell’industria di fronte al bisogno crescente. Tra il 1870 e il 1888 l’importanza del Mezzogiorno
nella vita sociale ed economica dell’Italia era molto maggiore che oggi non sia. Tutte queste cose, anche se non conosciute, avvertite dalla popolazione del Mezzogiorno, determinano uno stato di malessere.
Per spiegare questa differenza si sono invocate molte cause e molti fatti sono stati messi avanti: si è parlato di razze differenti, si è discusso di razze inferiori e di razze superiori; quasi che ciò che è prodotto delle razze, cioè di natura, mutasse da un decennio all’altro. (https://www.garganoverde.it/scrittori/napoleone-colajanni.html)
Per studiare l’azione dello Stato di fronte a ciascuna regione bisognerebbe esaminare:
(a) la politica finanziaria - cioè la distribuzione delle entrate e delle spese pubbliche in ciascuna regione;
(b) la politica doganale;
(c) la politica economica.
Ma gli spostamenti di ricchezza che opera la politica finanziaria sono enormi. Parecchi miliardi passano in una serie di anni, per effetto di essa, da una regione all’altra: il fenomeno è stato notato dovunque in Francia, in Russia, in Austria, in Germania. Però in Italia riveste una forma anche più acuta e va studiato con maggiore larghezza.
Ma gli spostamenti di ricchezza che opera la politica finanziaria sono poca cosa di fronte a quelli che operano la politica economica e la doganale. La distribuzione della ricchezza privata in Italia è singolarmente mutata dopo il 1887: e l’Italia meridionale, in un primo periodo, ha funzionato come una colonia di consumo e ha permesso lo svolgersi della grande industria nel Nord.
Opera di grande importanza sarebbe la storia dell’economia nazionale in rapporto ai mutamenti che la politica doganale ha operato nella ricchezza di ciascuna regione.
Questo studio però è limitato all’esame dell’azione della finanza pubblica sulla vita delle singole regioni: l’esame della politica economica e doganale nei suoi risultati su ogni regione, non può essere fatta se non da chi abbia elementi molto più larghi di quelli ora conosciuti.
* Francesco Saverio Nitti nacque a Melfi (Potenza) il 19 luglio 1868 e mori a Roma il 20 febbraio 1953. Ordinario di scienza delle finanze dal 1898 e deputato del collegio di Muro Lucano dal 1904, svolse, nella sua lunga vita, un’intensa attività sia come uomo politico, sia come studioso. Fu, infatti, più volte ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio, dal marzo 1911 al marzo 1914 e del Tesoro dall’ottobre 1917 al gennaio 1919 e presidente del Consiglio dei Ministri dal giugno 1919 al giugno 1920.
La sua produzione scientifica è estremamente ricca e consta di opere di grande impegno, svolte con una meticolosità e precisione di analisi davvero notevoli: si pensi a lavori come Il bilancio dello Stato dal 1862 al 1896-97 (Napoli 1900), Nord e Sud (Torino 1900), L’Italia all’alba del secolo XX (Torino 1901), La ricchezza d’Italia (Torino 1905). Ed infatti i suoi lavori, in ispecie i famosi Principi di scienza delle finanze pubblicati a Napoli nel 1903, hanno avuto un gran numero di traduzioni all’estero.
Costretto all’esilio dal fascismo, visse a Parigi - dove fu poi arrestato dai tedeschi e deportato in Germania - e poté ritornare in Italia solo alla fine del conflitto mondiale. Quasi necessariamente, quindi, gli scritti di questo periodo sono essenzialmente politici: essi non hanno, pero, la robustezza dei suoi scritti economici, essendo egli rimasto ancorato nella sua concezione della democrazia al vecchio liberalesimo prefascista. E proprio per tale motivo egli non riuscì, nella nuova Italia nata dalla Resistenza, ad essere un vero protagonista della lotta politica, tentando impossibili imprese con il blocco nazionale (liberali, qualunquisti di Giannini, ecc.) da lui creato per le elezioni del 18 aprile 1948. Nel 1948 fu nominato senatore a vita. (Per la critica del sottosviluppo meridionale Antologia di scritti, a cura di Edmondo M. Capecelatro e Antonio Carlo, La Nuova Italia 1973. Il libro di F. Saverio Nitti è Il bilancio dello Stato dal 1862 al 1896-97, Napoli 1900)
- Dettagli
- Categoria: Questione meridionale
https://www.liberalfondazione.it/archivio/Fl.htm
Contro il meridionalismo
di Mauro Maldonato *
Ad oltre un secolo dall'unificazione nazionale il destino del Mezzogiorno è ancora immutato. Il divario economico e sociale con il resto del Paese è ormai divenuto una secessione di fatto.
Se la fine del Novecento ha evidenziato l'inconsistenza delle classi dirigenti nazionali, ha messo a nudo il fallimento culturale e politico dei ceti dirigenti meridionali. Il loro intero patrimonio concettuale è stato sconfessato dagli eventi. Intere biblioteche di previsioni, linee di tendenza, programmi, attese, sono divenute carta straccia.
Il meridionalismo, l'autobiografia intellettuale e politica delle classi dirigenti meridionali, si è rivelato per quello che è stato: un'ideologia della dipendenza e della irresponsabilità, la storia di un sistema di protezione e di una periferia politica.
L'unificazione nazionale, la conquista militare senza libertà costituzionale - che ha fatto del Mezzogiorno una realtà di province subordinate a un potere centralizzato rigido e distante - pesa ancora come una cappa di piombo sull'avvenire dei meridionali.
Tuttavia, molte delle mitografie di ieri, a cominciare dalla stessa periodizzazione storica, vengono oggi messe in questione.
Da più parti, in sede storiografica, si ammette che l'annessione del Mezzogiorno venne portata a termine effettivamente solo nel 1870, alla fine della decennale guerra civile combattuta da bande legittimiste, briganti, contadini in rivolta contro un terzo delle forze armate piemontesi.
Al termine, cioè, dello stato d'assedio e della militarizzazione dell'intero territorio meridionale stabilito dalla legge Pica (1863).
Dopo il sangue e il piombo di un'unificazione nazionale manu militari, nasce la questione meridionale. E, con essa, il meridionalismo: l'ideologia fondata sulla tesi che il Meridione, dopo il lungo malgoverno borbonico che ha impoverito il Sud, sarebbe stato sollevato dai suoi endemici mali solo attraverso le cure di un governo energico e illuminato, come quello unitario nazionale.
L'unificazione, insomma, avrebbe risolto di per sé la questione meridionale. La strategia del governo dello Stato unitario è, infatti, di rigoroso accentramento. La motivazione era forte ed esplicita: il Mezzogiorno non può essere abbandonato a se stesso.
La società meridionale, corrotta in profondità dal potere politico, non è in grado di autogovernarsi.
Concedere al Mezzogiorno un sistema federale avrebbe significato non solo rinviare la soluzione del problema, ma soprattutto mettere a repentaglio la stessa unità dello Stato italiano, lasciando il Sud esposto a un malessere sociale potenzialmente pericoloso.
La retorica unificazionista ebbe gioco facile.
Il Mezzogiorno appariva predisposto a una struttura unitaria e centralizzata. La sua storia era priva di esperienze plurali - cittadine, comunali, regionali - legate a una borghesia produttiva.
Le vicende delle sue città di provincia, dei suoi borghi contadini, erano segnate da subordinazione, dipendenza, assenza di autonomia. Mancavano del tutto élites in senso moderno. I suoi ceti dirigenti erano costituiti da oligarchie locali con una forte propensione a mediare con il potere centrale e i funzionari del re.
Questa missione venne assunta e portata a compimento con l'apporto determinante del pensiero politico e filosofico storicistico.
La stragrande maggioranza degli intellettuali meridionali assunse come proprio vocabolario di identità l'unitarismo e il centralismo, lavorando alacremente, da un lato, alla nazionalizzazione italiana e, dall'altro, alla denazionalizzazione di quella napoletana.
La loro disponibilità venne remunerata con la promozione a funzionari della cultura del nuovo Stato nazionale. L'ideologia della questione meridionale ebbe questi valori fondativi.
Da questo baratto discenderanno la meridionalizzazione della burocrazia nazionale e la completa indifferenza della popolazione meridionale nei confronti della pedagogia di una minoranza di intellettuali nazionalizzati.
L'unico serio progetto di decentramento razionale - quello di Marco Minghetti - verrà liquidato dai governi della destra storica, con l'adozione definitiva di un sistema di totale accentramento.
Anche quando al Nord nascerà un riformismo moderato, al Sud la continuità del sistema di corruzione e di intimidazione sarà palese: per Gaetano Salvemini, Giolitti sarà “il ministro della malavita” e “il mandante dei mazzieri”.
Il fascismo, più tardi, decreterà, con la sua mistica della nazione, la fine della questione meridionale, ma realizzerà una forte meridionalizzazione della burocrazia nazionale e, insieme, il primo organismo di economia pubblica pianificata, l'Iri.
Nel secondo dopoguerra, il meridionalismo si salderà esplicitamente al collettivismo marxista. Collante dei partiti ciellenisti era una collettivizzazione programmatica.
Se ne trovano tracce evidenti nella Costituzione del 1947, organicamente dirigista in economia e quindi centralista.
Ancora una volta, come nel 1861, le istanze autonomiste e federaliste vengono espulse dalle scelte costituzionali.
Il vecchio centralismo unitario si rafforza, con la marginale concessione delle Regioni a statuto speciale e il rinvio ventennale delle regioni a statuto ordinario.
Con la guerra fredda, prende corpo una poderosa statalizzazione delle democrazie, come meccanica conseguenza della lotta contro il totalitarismo sovietico.
La sovraesposizione geopolitica, lo scarso radicamento interno della sua giovane democrazia, la rigida inclusione nello scacchiere di Yalta, fanno dell'Italia un Paese dove la guerra fredda rischia di trasformarsi in una guerra civile calda.
Al di la delle dinamiche internazionali, per scongiurare tutto questo e limitare lo scontro solo sul terreno ideologico, si mette mano a una potente strategia di interventismo statale (in nome della solidarietà) con la programmatica limitazione del mercato e delle libertà individuali.
L'Italia fornisce uno degli esempi più fulgidi di regime di welfare-warfare.
Il 18 aprile 1948 la Dc vince contro il pericolo del comunismo. Ma anche se vince in nome dei valori cristiani, della difesa della proprietà e dei diritti della persona, scenderà presto sullo stesso terreno socialista con un'organica politica interventista-welfarista.
Non a caso, le figure più importanti del partito democristiano, personalità liberali come De Gasperi e Sturzo, verranno emarginate.
Il termine democristiano assumerà progressivamente connotazioni negative divenendo sinonimo di assistenzialismo statale e il partito stesso si strutturerà come i partiti di massa di sinistra.
Asse di saldatura tra l'assistenzialismo-clientelismo democristiano e il collettivismo dei partiti di sinistra è la questione meridionale.
Su questo terreno, nasce e si espande una classe dirigente meridional-nazionale a Roma e dispensatrice di risorse pubbliche in periferia: una vera e propria nomenklatura, selezionata da un sistema di cooptazione, nemica di ogni forma di concorrenza e di ogni idea di libertà.
L'embrassez nous statalista produce continui accordi tra la maggioranza governativa e la forte minoranza di sinistra, che riguarderanno l'80% della legislazione.
L'assenza della normale competizione tra governo e opposizione renderà impossibile qualsiasi coerenza ed efficacia legislativa. I danni saranno enormi.
Al Sud, i vantaggi clientelari derivati da provvidenze, pensioni, interventi a pioggia, saranno massimi per i patronati, minimi per i beneficiati, disastrosi per una larga maggioranza della popolazione meridionale.
Gli interventi della mano pubblica presenteranno costi altissimi in termini di corruzione di sistema, emigrazione, arretratezza civile, gap culturale e formativo, potere delle organizzazione criminali.
Anche se tutto verrà fatto in nome della eterna questione meridionale, sarà proprio lo sviluppo del Mezzogiorno ad esserne la prima vittima.
Va detto che sotto la voce meridionalismo sono stati inclusi pensatori e personalità meridionali che hanno saputo esprimere scelte chiare, senso di responsabilità, autonomia: Salvemini, Sturzo, De Viti De Marco e, ancor prima, il fecondo illuminismo dei Genovesi, Galiani, Filangieri.
Questi stessi uomini sono stati definiti meridionalisti: e, talvolta, si sono definiti tali. Ma il loro meridionalismo - quello di Salvemini, Sturzo, De Viti De Marco - è stato meridionale e non unitario, responsabile, etico.
La loro critica della coercizione unitaria e dei vizi meridionali è stata radicale, a volte spietata, da meridionali integri che hanno opposto un rifiuto netto della logica unitaria statale e del servilismo.
Tutto questo, però, non muta il giudizio su ciò che è stato il meridionalismo nel lungo periodo: e cioè un formidabile strumento di rendita politica e clientelare, un mezzo attraverso il quale il sistema di potere dello Stato italiano ha subordinato le province meridionali e sottratto larghe quote di ricchezza produttiva all'economia privata del Nord.
Di fatto s'è rivelato una strategia antimeridionale realizzata attraverso un mix di secessione economica e sociale e di rigida dipendenza da una struttura centralizzata.
I suoi frutti avvelenati sono la pesantezza burocratica, l'inflazione legislativa, l'economia amministrata e regolamentata, il volume abnorme del debito pubblico, la pressione fiscale, il ruolo delle organizzazioni criminali.
Nonostante un bilancio così fallimentare, il colossale vuoto di legittimazione, la classe politica governante non sembra affatto intenzionata a mettere in discussione la propria sovranità.
Così, la pervicace difesa della Costituzione vigente (che ha visto e vede i meridionalisti in prima fila) impedisce anche quel funzionalismo minimo che consentirebbe il passaggio almeno da un centralismo accentrato a uno decentrato.
Queste ossificazioni fanno impallidire il modello costituzionale italiano anche al confronto con quello tedesco, che federalista non è (in quel modello tedesco i Länder restano subordinati al Bundestaat).
Nella storia della Germania, infatti, la centralizzazione operata di fatto dal Primo Reich degli Hohenzollern e di Bismarck non cancellò gli stati pre-unitari.
Al contrario, in quella italiana l'unificazione nazionale ha la sua eroica genealogia nelle province prefettizie, nei sindaci di nomina regia, nell'estensione meccanica dei codici e dello statuto sardo-piemontese a tutti i territori annessi.
Una soluzione, insomma, più prussiana del Re di Prussia.
Il fascismo erediterà, dunque, uno stato ipercentralizzato, rinforzandolo attraverso il passaggio a un regime compiutamente illiberale.
Ai danni determinati da tali scelte, sperimentati lungo tutto l'arco della storia italiana, si aggiungono oggi i problemi derivanti dalla sovrapposizione sulla struttura burocratica dello stato italiano delle normative e dei poteri di un altro centralismo: quello di Bruxelles, ancora più astratto e distante. Strutture così verticistiche diventano del tutto incompatibili con la libertà dell'economia, con le imprese a rete, gli stili di vita, la difesa della famiglia, i valori religiosi, il riconoscimento delle diversità, le libertà associative.
Queste istanze radicali rendono più acuta e diffusa la delegittimazione morale dell'intera classe politica nazionale e sollecitano le domande di indipendenza territoriale nelle regioni più produttive del Paese. Ma se, al Nord, la classe politica è apertamente contestata, al Sud continua ad esercitare il proprio dominio.
Al Nord, infatti, la cultura dell'individuo, l'autonomia della società civile, la produzione di ricchezza, fanno da argine all'invadenza dello Stato. Nel Sud a carico pressoché totale del bilancio pubblico, l'infezione statalista galoppa inarrestabile, anche contro la storia. Eppure, ovunque, le spinte di un'Italia plurale e disomogenea vanno progressivamente imponendosi negli eventi e nell'opinione pubblica.
Contro i dogmi di ieri, si fanno strada le interrogazioni, le critiche e le problematizzazioni di oggi. Si pensi, solo per citarne alcuni, ai temi di Gian Enrico Rusconi in Se cessiamo di essere una Nazione o alle tesi radicali di Sergio Salvi in L'Italia non esiste. Pensare l'Italia attraverso categorie unitarie, come nazione omogenea, è impossibile.
La civiltà italiana è stata sempre una molteplicità di storie plurali. Le storie dei Comuni e delle Signorie sono state luminosamente plurali: civiltà abissalmente distanti da ogni idea monocentrica, storie evolutive che verranno spezzate dal dominio degli Stati imperiali e, successivamente, dallo stato unitario nazionale. Origina da qui il potente contromovimento che sarà all'origine dell'arretratezza italiana.
Costruito dentro lo schema fantasmatico di una Italia omogenea, il meridionalismo è stato, dunque, per storia, natura e vocazione, interamente centralista e unitario: un errore lungo più di un secolo che ha dato origine a fenomeni sociali ed economici di corruzione sistemica e sistematica, di mediazione incessante, di parassitismo crescente.
Sarebbe miope, tuttavia, trattare questa materia con le categorie di un rozzo determinismo sociobiologico.
Sostenere, infatti, la tesi di una diversità antropologica meridionale equivale a ripetere il simmetrico errore della retorica giacobina sull'uguaglianza di tutti gli uomini e sulla cittadinanza generale, che ha negato, livellato e conculcato le differenze individuali e territoriali interne. Come è ovvio, gli uomini meridionali non sono eguali tra loro.
Nelle sue varianti di destra e di sinistra, il meridionalismo è stato un blocco politico-sociale-culturale indifferenziato, che ha moltiplicato i vizi dei meridionali, ne ha soffocato le virtù ed ha accreditato l'immagine di un Mezzogiorno eterna appendice di uno stato-nazione.
Era perfettamente conseguente che tutto questo dovesse dar vita a un poderoso meccanismo di diritti-spettanze, di consumo parassitario di tasse sottratte all'economia produttiva, che ha ostacolato la nascita di un sistema produttivo e di sviluppo capace di competere.
Paralizzati nel loro provincialismo servile e nella immorale dipendenza dalle casse dello Stato nazionale e del super-Stato europeo, gli esponenti meridionalisti continuano a negare l'unico luogo in cui i meridionali possano decidere strategie e relazioni con altre comunità: una sede istituzionale di rappresentanza, con una propria sfera di governo indipendente, per stare con un proprio profilo nella rivoluzione delle aspettative crescenti, nei fenomeni di interdipendenza tecnologica di un mondo a cambiamento veloce.
Delegittimato sul piano culturale e morale, fallimentare su quello politico ed economico, bersagliato dalle popolazioni produttive del Nord, il meridionalismo pervade ancora, nelle forme aggiornate di pianificazione centralizzata e decentrata (Sviluppo Italia, Agenda 2000, patti territoriali, contratti d'area, eccetera), l'attuale paesaggio meridionale.
La nuova stagione della spesa pubblica non riesce a imitare neppure gli strumenti più sofisticati dei Länder tedeschi e dell'Agenzia gallese.
Siamo al punto che ogni annuncio di decine o centinaia di miliardi di nuovi “investimenti pubblici” per il Sud, viene considerato dall'opinione pubblica più attenta come l'annuncio di una catastrofe.
Si continua fatalmente a pensare che esistano “investimenti pubblici”. Ma non solo la loro reale esistenza non è mai stata provata (ci sono infatti solo voci di spesa pubblica, dati di incremento del debito pubblico), ma questi stessi calcoli sono politici e di “giustizia sociale”, per nulla economici.
Presentano, cioè, la malattia di sempre del socialismo come hanno dimostrato, sin dagli anni '20, Mises e Hayek.
Particolare importanza assume, ai fini di tale discorso, la questione criminale nel Mezzogiorno.
Contrariamente alle viete rappresentazioni politiche di sempre che individuano nell'assenza dello Stato le cause del potere e dell'espansione criminale, i dati storici, strutturali e i comportamenti quotidiani dimostrano che il potere della camorra e della mafia è provocato e rafforzato dalla realtà pre-capitalista e dalla mentalità anticapitalista, così diffuse nel Mezzogiorno.
La criminalità organizzata controlla, infatti, con la violenza, parti del territorio e della popolazione proprio in regioni a struttura di economia amministrata e pianificazione pubblica: quei territori appunto dominati da quelle relazioni di comando-obbedienza e di protezione-fedeltà, che sono proprie sia delle clientele politiche che delle gerarchie criminali.
Se diagnosi e terapia sono sbagliate, anzi invertite, non deve dunque sorprendere l'espansione delle bande criminali, l'inefficacia di tanti interventi di polizia, l'inanità di tante campagne di “educazione alla legalità”.
Questa strada, che sollecita una sempre ulteriore produzione legislativa, ingessa ancor più l'iniziativa dei cittadini, determinando un controllo (senza sicurezza) della parte sana della popolazione meridionale.
Non si vede, al contrario, che solo il vento pulito della concorrenza e di un diritto di regole di condotta, può essere l'antidoto efficace al veleno criminale. Che tutto questo sia avvenuto lo si vede dai danni e dalle devastazioni. Che avvenga ancora chiarisce a qual punto sia compromesso l'esame di realtà delle classi dirigenti del Paese, quanto profonda sia la loro separatezza dalle storie di milioni di uomini meridionali.
Non ci si accorge nemmeno che, in nome della necessità della tutela governativa e di una pervasiva mano pubblica, l'avvenire del Mezzogiorno è interdetto da una drammatica sindrome da assenza di futuro.
Vanno via, così, gli anni decisivi della concorrenza internazionale, le nuove ondate di scoperte scientifiche e di innovazioni tecnologiche.
Al punto in cui siamo, senza un drastica inversione di rotta, una conversione di idee e condotte umane, senza una autonoma produzione di ricchezza, senza consapevolezza geopolitica, il Mezzogiorno resterà una mera espressione geografica.
La fine ingloriosa dello storicismo e di ogni idolatria della storia sembra aver spinto gli intellettuali meridionali ad abbandonarsi a una deriva impotente, a un conformismo acritico, al servo encomio dei potenti di turno, alla chiusura irrigidita verso ogni innovazione concettuale.
Nessuna visione, nessuna idea. Neanche l'intenzione di un'idea. Una grande cristallizzazione avvolge la cultura meridionale come un sudario. Ma c'è di che sperare.
La fine dello storicismo segna anche la fine del meridionalismo e questo, oggi, rende possibile il riconoscimento dei meridionali alla propria diversità, della singolarità dei loro nomi e dei loro volti, della scelta e della responsabilità delle loro decisioni, delle risorse del loro territorio, della libertà delle loro creazioni dai vincoli e dalle omologazioni nazionali ed europei, per un proprio modello di sviluppo.
Su questa strada, a partire dal Mezzogiorno, l'Italia potrà riconoscersi per quello che è: una nazione composita e pluralizzata, che può diventare una nazione per consenso, una nazione libera, secondo le volontà dei suoi cittadini e dei suoi popoli. Ma questo potrà accadere solo se sarà in grado di destatalizzarsi, riconoscendo la sua varietà, la sua pluralità interna e i diritti degli individui in nuove strutture istituzionali e costituzionali.
Mauro Maldonato insegna alla Seconda Università di Napoli
* www.mauromaldonato.net About me
Sono psichiatra e professore di Psicologia clinica presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Napoli Federico II. Dirigo il Programma Assistenziale Intradipartimentale di Psicologia clinica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II. Sono stato visiting professor alla Universidade de São Paulo (USP), Pontifícia Universidade Católica (PUC) di São Paulo e alla Duke University. Sono autore di articoli scientifici, volumi tradotti in diverse lingue e direttore scientifico della Settimana Internazionale della Ricerca.
Formazione
Dopo gli studi classici, ho mosso i miei primi passi nella ricerca all’Istituto di Neurofisiologia dell’Università La Sapienza di Roma. Mi sono laureato in Medicina e Chirurgia e specializzato in Psichiatria alla Seconda Università di Napoli, dove ho svolto attività di ricerca in particolare negli ambiti della psicopatologia clinica, delle alterazioni della coscienza, dei disturbi del pensiero e della percezione. Ho studiato Filosofia all’Università Federico II di Napoli e conseguito un master all’Università Lateranense di Roma. Sono stato borsista di ricerca in Epistemologia all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
Attività
Lavoro attualmente presso il Dipartimento di Neuroscienze e Scienze Riproduttive ed Odontostomatologiche della Università di Napoli Federico II. I miei interessi di ricerca si svolgono nell’ambito delle neuroscienze e della psicopatologia clinica. Sono membro di diversi gruppi di ricerca internazionali.
- Dettagli
- Categoria: Questione meridionale
Il Telero di Carlo Levi, a cura della Fondazione Giorgio Amendola e Associazione Lucana Carlo Levi, 2015
Biografia di Carlo Levi
Giovanni Caserta
La sua formazione, perciò, può dirsi filtrata attraverso l'ebraismo e il socialismo e, quindi, naturalmente portata a sentire il problema dell'uomo, della fratellanza e della solidarietà internazionale. Questa vicinanza all'uomo e ai suoi bisogni, unitamente ad una profonda pietas o “compassione”, nel senso etimologico del termine, sarà la sua “lucanità”. Lucania, infatti, sarà per lui sinonimo di umanità in assoluto, oltre il tempo e lo spazio. Non per nulla soleva dire che la Lucania, matrice originaria e anima mundi, è in ognuno di noi. Compito dell'intellettuale e dell'uomo giusto, calato nella storia, per l'appunto, rimane quello di liberare l'uomo autentico, cioè, secondo una metafora a lui cara, il “contadino” e la “Lucania” immanenti in ognuno di noi e troppo spesso vilipesi e calpestati.
Non poco, tuttavia, su di lui, almeno per quanto riguarda i suoi atteggiamenti concreti, dovette agire il clima politico, civile e culturale in cui era immersa Torino, che, in quegli anni, raccogliendo le istanze illuministiche che erano state di Alfieri e Baretti, rivivendo l’anima risorgimentale e ottocentesca di D'Azeglio e Cavour, aderiva ormai a tutta la problematica operaia e socialista dei primi del Novecento. E fu la città più antifascista d'Italia, in cui poterono affermarsi l'egemonia intellettuale di Antonio Gramsci, attraverso la rivista Ordine nuovo (1919-20), e l'egemonia intellettuale di Piero Gobetti, attraverso le riviste Energie nuove (1918-20), la Rivoluzione liberale (1922-25) e il Baretti (1924). Intorno a questi due “campioni” della cultura torinese, legati peraltro da sentimenti di stima e di amicizia reciproca, emergevano complesse e forti personalità quali Carlo e Nello Rosselli, Angelo Tasca e Palmiro Togliatti, Augusto Monti e Giulio Einaudi, Riccardo Bauer e Nicola Chiaromonte, Natalino Sapegno e Cesare Pavese, Riccardo Foà e Leone Ginzburg ...
Non è meraviglia, perciò, che, stante questo contesto politico e culturale, proprio su Torino si concentrò l'attenzione repressiva del fascismo. Già all'indomani della marcia su Roma, in data 18 dicembre, c'era stato l'eccidio di Brandimarte, con undici morti e la devastazione della Camera del Lavoro e del Circolo dei ferrovieri. Piero Gobetti, nel settembre del 1924, fu oggetto di aggressione da parte di squadracce fasciste. Sarebbe morto a soli 25 anni, a Parigi, nel febbraio del 1926, a seguito delle percosse subite. I fratelli Rosselli, costretti a rifugiarsi anch'essi a Parigi, furono lì ammazzati nel 1937.
Nel 1922, su Rivoluzione liberale, Carlo Levi aveva pubblicato l'articolo Antonio Salandra, in cui accusava lo statista, ricco agrario pugliese, di “illiberale liberalismo”. Nel 1923, per la prima volta, aveva esposto un suo quadro. Accadeva alla Quadriennale torinese. Sempre su Rivoluzione liberale, pubblicava gli articoli Pensiero fascista e Il Congresso dei Popolari, di cui condannava la tiepidezza nei confronti del fascismo. Nel 1924, all'età di soli ventidue anni, si laureava in medicina e, per quattro anni, fino al 1928, fu assistente del prof. Micheli, presso la Clinica medica dell'Università di Torino. Ma alla medicina e ad una sicura carriera universitaria preferì l'attività di pittore e di scrittore.
Nel 1924 partecipava alla XIV Biennale di Venezia. Pubblicava, nello stesso 1924, su Rivoluzione liberale, gli articoli Il cappone ripieno, I torinesi di Carlo Felice e L'impresario, l'asino e la scimmia. Intanto per interessi artistici, faceva frequenti viaggi a Parigi, dove, in Rue de la Convention, apriva uno studio. Gli spostamenti tra Torino e Parigi gli servivano per mantenere i contatti tra gli antifascisti torinesi e i profughi in Francia. Nel 1925-26, chiamato a svolgere il servizio militare, rivestì il grado di sottotenente medico. Nel 1926, sul Baretti, a testimoniare la sua costante attenzione per i problemi socio-culturali e artistici, pubblicava l'articolo Soffici a Venezia e partecipava alla XV Biennale di Venezia. Nel 1928, sulla Cultura, pubblicava l'articolo Ariosto; nel 1929, con Nello Rosselli e Riccardo Bauer dava vita a Lotta politica e, con il gruppo dei “Sei pittori di Torino”, partecipava alle mostre di Torino, Genova e Milano.
Ormai conosciuto come antifascista, il 13 marzo 1934 veniva arrestato ad Alassio, ove la famiglia Levi possedeva una casa; ma veniva rilasciato il 9 maggio dello stesso anno, anche a seguito di un appello di alcuni artisti residenti a Parigi. Imperterrito, però, il 16 novembre dello stesso anno, sempre su Giustizia e Libertà, pubblicava l'articolo Leone Ginzburg. L'anno successivo, il 15 maggio del 1935, veniva arrestato una seconda volta, chiuso nelle carceri di Torino e, poi, in Regina Coeli, a Roma, donde, il 3 agosto successivo, veniva trasferito, per il confino, a Grassano, in Lucania Basilicata. Il giorno 18 settembre 1935 passava ad Aliano, sempre in Lucania Basilicata, anche se, non molti giorni dopo, il 29 ottobre, gli veniva consentito di tornare per breve tempo a Grassano, affinché vi potesse terminare alcuni quadri rimasti incompleti al momento del trasferimento. Ad Aliano rimaneva fino al 26 maggio 1936, essendo stato amnistiato in data 20 maggio, a seguito della proclamazione dell’Impero.
Tra il 1936 e il 1939 si intensificava la sua attività di pittore, che lo vedeva presente in diverse mostre, tra Milano, Genova e Roma. Nel 1939, sentendosi attentamente sorvegliato dalla polizia fascista, decideva di emigrare in Francia e raggiungere Parigi. Qui, nel 1939, scriveva il saggio Paura della libertà, pubblicato successivamente, nel 1946, in cui raccoglieva la sua filosofia della vita, della storia, della politica e dell'arte. Alla paura della libertà attribuiva, insieme con la crisi della civiltà, il fenomeno del totalitarismo in Europa. “La paura della libertà - scriveva - è il sentimento che ha generato il fascismo. Per chi ha l'animo di un servo, la sola pace, la sola felicità è nell'avere un padrone; e nulla è più faticoso, e veramente spaventoso, che l'esercizio della libertà”.
Tra il dicembre del 1943 e il luglio del 1944, a Firenze, ricercato dai nazi-fascisti, “chiuso in una stanza”, scriveva, servendosi di appunti, il suo capolavoro, Cristo si è fermato a Eboli, una sorta di diario del suo confino ad Aliano, indicato con il nome di Gagliano. Pubblicato nel 1945, il libro ebbe straordinario successo, mai venuto meno. Esso fu la rivelazione di un mondo sostanzialmente sconosciuto e servì a riproporre, in termini drammatici, quella questione meridionale che il fascismo aveva voluto ignorare e occultare. Nello stesso 1945, Levi si trasferiva a Roma, per dirigere L'Italia libera. Dava notevole contributo al trionfo della Repubblica, in occasione del referendum.
Passata la guerra, nella nuova Italia repubblicana, più intensa divenne la sua attività di pittore e scrittore, sempre presente nelle problematiche politiche e civili della nazione. Dopo aver partecipato a numerose mostre tra Torino, Roma e Firenze, pubblicava, sulla spinta del successo di Cristo si è fermato a Eboli, l'Orologio (1950), una sorta di pessimistica rivisitazione della Resistenza e delle aspirazioni della nuova Italia, a suo parere soffocate e vanificate dal centralismo del nuovo Stato e, soprattutto, dal burocratismo e dalla partitocrazia trionfante. Ma gli esiti di pubblico e di critica furono molto diversi. Il libro passò quasi ignorato, anche se esaltato nella cerchia degli amici e dei più stretti estimatori.
Tra il 1950 e il 1955, partecipava a numerose altre mostre, distribuite tra Roma e Venezia (VVVII edizione della Biennale). Nel 1952, su invito dell’italo-americano Max Ascoli e per il settimanale The reporter, scrisse un preoccupato saggio sul rinascente neofascismo italiano. Lo scritto rimase inedito. Ritrovato presso l'archivio dell'Università di Boston da Sandro Gerbi, fu da questo pubblicato con il titolo: La serpe in seno. Il neofascismo (Belfagor, li, n. 1, 31 gennaio 1996, pp.23-4l). Faceva anche frequenti viaggi nel Mezzogiorno, tra Lucania, Calabria e Sicilia. Importantissimo, in quel periodo, fu il sodalizio con Rocco Scotellaro, il poeta di Tricarico, in provincia di Matera (1923-53), morto prematuramente, a soli trentanni, che, interprete della “libertà o rivoluzione contadina”, era spesso assimilato a Piero Gobetti e alla sua “rivoluzione liberale”.
Seguiva La doppia notte dei tigli (1959), dedicato ad un viaggio in Germania, emblema di un mondo ancora tragicamente “diviso” tra capitalismo e socialismo, in cui a rimetterci erano l'uomo nella sua identità e la sua felicità. Agli eccessi della Germania occidentale (capitalista) e a quelli della Germania orientale (socialista) Carlo Levi contrapponeva l'ideale di una Germania unita, che facesse proprie l'istanza di libertà della Germania occidentale e l'istanza di giustizia propria della Germania orientale: quasi una terza via. Ad un viaggio in Italia era dedicato il libro Un volto che ci somiglia. Ritratto dell'Italia (1960).
Nel 1964 usciva Tutto il miele è finito, dedicato a due viaggi in Sardegna, fatti a distanza di dieci anni l'uno dall'altro. Al ritorno, dieci anni dopo. Levi poteva verificare come non solo quegli anni trascorsi non avevano significato alcun progresso dell'isola rispetto al primo viaggio, ma, se era possibile, tutti i tentativi di modernizzazione avevano semplicemente violentato l'ordine costituito della civiltà contadina e pastorale della vecchia Sardegna, producendo, nello sconquasso determinatosi, la drammatica emorragia migratoria. Tutto il miele, insomma, era finito.
Pur tra tanta amarezza, tuttavia. Levi, in conformità col suo pensiero, non cessava di sperare in tempi nuovi, ben sapendo che la storia è fatta di corsi e di ricorsi o - come diceva - di passaggi dall'indeterminato al determinato, e viceversa. Nel 1963, perciò, accettava di far parte delle liste elettorali del Pci, in nome di “una politica nuova che cerchi di ... attuare la tendenza del popolo verso un mondo umano, di cui l'uomo sia la misura e il fine”. La cosa non sorprese nessuno, perché a tutti era nota la sua simpatia, più volte professata, per l'idea socialista, anche se era impossibile chiedere a Levi una tessera di partito. Il suo ingresso in lista, infatti, avvenne con la qualifica, allora ricorrente, di “indipendente di sinistra”.
Fu eletto senatore nel collegio di Civitavecchia. L'elezione venne rinnovata nel 1968, nel collegio di Velletri. Nel 1967, intanto, insieme con Paolo Cinanni, aveva fondato la Filef (Federazione Italiana Lavoratori Emigrati e Famiglie), con cui cominciava il suo impegno a favore degli emigrati, in gran parte meridionali. Era il suo modo di stare, ancora una volta, dalla parte dei “contadini”. Né per questo si interrompeva o subiva ritardi la sua attività di pittore, che, anzi, meglio e più organicamente si collegava con i suoi orientamenti sociali e civili. Sue mostre venivano organizzate a Torino, Roma, Firenze, Mantova, Matera e Lorica. Qualche rallentamento, invece, subiva la scrittura, forse perché richiedeva maggiore concentrazione e quiete.
Il 26 gennaio veniva sepolto ad Aliano, il paese del suo confino, nella cui realtà “fuori del tempo” si era specchiato, si era ritrovato e si era riconosciuto. Postumo, nel 1979, usciva il volume Quaderni a cancelli, che, scritto in poche settimane e in condizioni di quasi totale cecità, nulla aggiungeva al suo prestigio di scrittore e di intellettuale, che aveva accompagnato la storia d'Italia per oltre cinquantanni, mai venendo meno a quella “morale della libertà”, che aveva appreso, nella lontana gioventù, da Gramsci e Gobetti.
1 https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/12/13/1922-torino-la-prima-strage-nera.html del 13 dicembre 2012
1922 Torino La prima strage nera
Il 19 novembre del 1971, davanti alla clinica Fornaca di Torino, ventisette bersaglieri di un reggimento di fanteria della divisione Cremona rendevano omaggio con gli onori militari alla bara in cui giaceva la salma di Piero Brandimarte, già luogotenente generale della Milizia fascista, deceduto a 78 anni. I giovani militari, soldati dell'esercito della Repubblica nata dalla Resistenza, forse ignoravano che Brandimarte era stato il responsabile, tra il 18 e il 20 dicembre del 1922, di quella che sarebbe passata alla storia come la strage di Torino. In quei giorni, poco dopo la marcia su Roma, gli uomini della squadra d' azione La Disperata da lui comandata uccisero undici persone, secondo le stime ufficiali, tra anarchici, comunisti, socialisti, sindacalisti e anche cittadini estranei alla politica. Al sangue si mischiò l'orrore: uno dei caduti, il sindacalista Pietro Ferrero, con ogni probabilità fu evirato e gli strapparono gli occhi. Ma le vittime della violenza omicida dei fascisti, per ammissione dello stesso Brandimarte, furono verosimilmente molte di più. Caddero, tra gli altri, oltre al segretario della Fiom Ferrero, il segretario del sindacato ferrovieri Carlo Berruti, il fattorino simpatizzante comunista Matteo Chiolero, l'ex brigadiere dei carabinieri Angelo Quintagliè (colpevole di avere stigmatizzato l'assassinio del Berruti), l'oste Leone Mazzola (apolitico, era stato indicato da un delatore anonimo come comunista).
Massimo Novelli
- Dettagli
- Categoria: Questione meridionale
archivio.notizie.tiscali.it/articoli/interviste/11/03/villari-unita-italia-intervista2.html
Lucio Villari: "Il Risorgimento ha pregiudicato il Sud? E' solo una grossa bugia storica"
16 marzo 2011
Professor Villari lei ha scritto un libro dal titolo molto significativo: perché l'Italia pre-risorgimentale era "Bella e perduta"?
“L’Italia era così bella, ricca di storia, umanità e cultura ma così divisa politicamente, così separata in tante parti, così occupata dallo straniero, che praticamente quei versi del Nabucco sono diventati un simbolo della lotta per l’unità e la libertà per le quali in tanti hanno dato la vita. Quindi ‘bella e perduta’ è un verso politico”, anzi direi ultra politico. Il Risorgimento è stato animato da un sentimento comune, diffuso, che ha accomunato allora il paese. In quel periodo storico gli italiani non hanno avuto paura della libertà, l'hanno cercata e hanno dato la vita per realizzare un sogno”.
C'è però chi ha ritenuto l’unificazione ad opera dello stato sabaudo deleteria. Degli storici, anche di recente, hanno messo in rilievo come il Sud ne abbia fatto le spese. Hanno detto che il Nord si è preso le risorse del Meridione, seminato disoccupazione, povertà, brigantaggio e delinquenza organizzata. Lei cosa ne pensa?
“Penso che è una grossa bugia storica perché il Sud non è stato conquistato dai sardopiemontesi, casomai dai volontari di Garibaldi e dalle stesse popolazioni meridionali che non sopportavano più il regime borbonico. Questo giudizio, che si trascina da 150 anni, è un giudizio sbagliato e scorretto, anche disonesto sul piano storico, perché senza la spedizione di Garibaldi lo stesso Piemonte non avrebbe potuto mai dichiarare guerra al regno delle Due Sicilie e conquistare qualcosa”.
A proposito di questo, c’è stato chi - come il giornalista e scrittore napoletano Gigi Di Fiore - ha scritto che la rivoluzione risorgimentale ha tradito il Sud …
Diciamo allora che alcuni storici sostengono, per dirne una, che le Due Sicilie sono state invase senza dichiarazione di guerra.
“Guardi, queste sono le tesi borboniche su cui io non voglio rispondere perché le considero sciocchezze”.
Ma lei cosa pensa del Risorgimento?
“Penso quello che pensano tutti gli italiani seri: che è stato una cosa molto importante e lo è anche per l’Italia di oggi. Stiamo parlando della rivendicazione dell'unità culturale, storica, ideale di un popolo rimasto diviso per secoli, della realizzazione della sua indipendenza politica, della possibilità di darsi una costituzione e parlare di diritti dell'uomo e del cittadino, sulla scia del senso di giustizia e valore dell'eguaglianza ereditati dalla rivoluzione francese. Stiamo parlando di tanti giovani che hanno combattuto e sono morti per l'unità e l'indipendenza della nazione”.
“Assolutamente no, almeno secondo la mia opinione”.
Ma il Meridione voleva quella rivoluzione o l’ha solo subita?
“Se non l’avesse voluta non avrebbe accettato Garibaldi e i Millle”.
Il federalismo potrebbe essere il completamento del processo iniziato con l’unificazione d’Italia?
“Non so cos’è il federalismo dell’Italia, per me è una parola che usano i leghisti ma non saprei a cosa corrisponde storicamente”.
C’è chi – come qualcuno della Lega - considera perfino la figura di Garibaldi in termini negativi ...
“Non rispondo a quanti parlano così. Ripeto, certi giudizi non mi interessano nemmeno”.
E per lei chi è Giuseppe Garibaldi?
“L’eroe amato dagli italiani seri, quello è Garibaldi per me”.
Un suo giudizio su Mazzini e Cavour.
“Due grandi che, come Garibaldi, hanno fatto l’Unità d’Italia e le hanno donato la libertà”.
Che differenza c’era fra i tre?
Uno era repubblicano e due erano monarchici, ma questo ai fini di quanto hanno fatto non ha molta importanza.
Si parla (lo fa anche Umberto Eco nell’ultimo libro “Il cimitero di Praga”) di interventi di altre nazioni, con grandi interessi nel Sud Italia, tesi a sostenere per puro tornaconto il progetto risorgimentale. Per esempio, l’Inghilterra c’entra qualcosa con l’unità del nostro paese?
“C’entra tutta l’Europa liberale, e questo è un fatto positivo”.
- Dettagli
- Categoria: Questione meridionale
pandorarivista.it/articoli/intervista-peppe-provenzano-sud/2/
Intervista a Peppe Provenzano sul Sud
9 agosto 2018
Abbiamo deciso di intervistarlo, anche in occasione dell’uscita delle anticipazioni del Rapporto SVIMEZ 2018, per approfondire il complesso di temi legati alla frattura Nord/Sud e alla “questione meridionale” che ha accompagnato la storia del nostro Paese. L’intervista mira a mettere in evidenza i diversi aspetti di questa frattura, a partire dalla sua dimensione storica per giungere alla forma che ha assunto negli anni più recenti, soffermandosi tra le altre cose sulla stagione dell’intervento straordinario e sulla sua successiva crisi, sul ruolo delle classi dirigenti locali e nazionali, sulle politiche europee, sugli effetti della crisi, sullo stato attuale dell’economia meridionale e in generale sul carattere paradigmatico che l’analisi dell’economia e della società del Mezzogiorno può rivestire nell’evidenziare le principali contraddizioni del modello di sviluppo italiano ed europeo. L’intervista è a cura di Giacomo Bottos. Le opinioni espresse dall’intervistato non impegnano l’istituzione di appartenenza.
La “questione meridionale” tra classi dirigenti e società
La “questione meridionale” ha accompagnato la storia unitaria del nostro Paese, con approcci anche molto differenti sul piano teorico e politico. Quali sono a tuo avviso i momenti più alti della riflessione sul Meridione e i modelli di intervento che hanno sortito maggior successo nella riduzione di uno storico divario?
Negli ultimi anni, a partire almeno dagli anni Novanta, si sono diffusi approcci di vario genere che tendevano a ridimensionare, relativizzare o ribaltare l’idea della centralità della “questione meridionale” come era classicamente posta. Quali sono stati i principali approcci e momenti di questo dibattito e quali errori ravvisi in queste posizioni?
La questione delle classi dirigenti rientra spesso nella discussione sui problemi del Sud. Si tratta di problemi da attribuire prevalentemente alle classi dirigenti locali o nazionali o a entrambe? Quali strade si potrebbero immaginare per iniziare a sciogliere questo nodo, di un deficit di capacità da parte della classe dirigente di mettere in campo soluzioni strutturalmente efficaci?
Peppe Provenzano: È il tema più antico della riflessione meridionalistica, che attraversa il pensiero di Salvemini, Gramsci e Guido Dorso. Io ne ho discusso a lungo con Emanuele Felice che, nel suo libro Perché il Sud è rimasto indietro , faceva ricadere le responsabilità dell’arretratezza del Sud sulle classi dirigenti locali, applicando, forse un po’ schematicamente, il concetto di “estrattività” delle istituzioni di Acemoglu e Robinson.
Finendo in questo modo per prestarsi alla lettura più interessata, quella secondo cui “la questione meridionale è una questione di meridionali, e vedetevela voi”. Ma così il tema del Mezzogiorno, nella sua valenza più generale, muore. Va da sé che il “ritardo” del Sud non può ridursi a una sola causa, ma sarebbe arbitraria la rimozione delle responsabilità, e anche dei meriti, dal Dopoguerra in poi, delle classi dirigenti “nazionali” che si sono misurate col problema meridionale. Non è sulle classi dirigenti nazionali che ricade la responsabilità prima e ultima del superamento dei divari e degli squilibri di sviluppo?

Oltre alle classi dirigenti, vanno presi in esame anche i caratteri della società meridionale.
Quali sono le principali differenze rispetto al Nord? Esiste effettivamente una diversità in termini di articolazione del tessuto sociale e se sì quali ne sono le cause storiche?
Peppe Provenzano: Certo che bisogna guardare ai caratteri della società, ma se il riferimento è al tema del cosiddetto capitale sociale, devo essere sincero, non mi convince né sul piano scientifico né tanto meno su quello politico. È un filone sempre più calcato nella letteratura, che parte dalla discutibile (ma fortunatissima) categoria del “familismo amorale” di Banfield e passa per gli studi (sempre discutibili) di Putnam sulla civicness nel lungo periodo, e che individua nella mancanza o insufficienza del capitale sociale la “causa” del ritardo di sviluppo del Mezzogiorno. A parte l’eccessiva e indefettibile “vaghezza” del concetto, che ne rende incerta la “misurazione”, riservare un ruolo decisivo ai fattori “culturali” e “relazionali”, peraltro dichiarati come persistenti (se non addirittura immutabili) nel tempo, rischia di negare l’efficacia e la stessa utilità di politiche (inficiate a loro volta dal deficit di cultura civica) per modificare questa dotazione e innescare una dinamica di convergenza e riduzione dei divari. Come si forma il capitale sociale? Qual è il nesso di causalità tra capitale sociale e sviluppo? Abbiamo molte evidenze, specialmente nel quadro della crisi, di “causalità inversa” rispetto alla tesi dominante. Si assiste all’emergere di situazioni paradossali: per fare un esempio, il tasso di partecipazione elettorale (uno degli indicatori del capitale sociale) è stato alle regionali il doppio in Calabria rispetto all’Emilia-Romagna. Bisogna riscrivere il libro di Putnam? La verità è che la riflessione sul “capitale sociale” come causa determinante del ritardo, non è estranea alla temperie culturale, che ha dominato il pensiero economico negli ultimi decenni, e che mostra estrema insofferenza alle politiche pubbliche, e tanto più a un intervento pubblico in economia mirato alla riduzione delle disuguaglianze e alla attivazione del capitale “sottoutilizzato”.
