- Dettagli
- Categoria: Questione meridionale
Gianni Marongiu, La politica fiscale dell’Italia liberale dall’Unità alla crisi di fine secolo, Prefazione di Guido Pescosolido, Olski Firenze 2010
Prefazione
Il Risorgimento italiano e il secolo e mezzo di storia nazionale unitaria che si compirà a breve sono stati sempre oggetto in Italia e all'estero di giudizi tra loro fortemente contrastanti. Dalle prime ricostruzioni di alcuni degli stessi protagonisti del processo di unificazione, a quelle di storici di epoche successive, visioni molto differenziate e spesso ideologizzate della storia del Risorgimento e dell'Italia unita si sono susseguite nel tempo a rappresentare una vicenda giudicata da alcuni come processo di energica affermazione nel continente europeo di un nuovo e forte soggetto nazionale, portatore di libertà politica e civile e di progresso economico e sociale, pur con innegabili limiti, incompiutezze e discontinuità; vista invece da altri come costruzione di una realtà nazionale e statuale debole, nata grazie al decisivo aiuto francese e autrice di un successivo percorso storico segnato assai più dalle sconfitte, che non dai successi conseguiti in molti campi della vita politica, sociale, economica e anche militare. Per i critici della soluzione sabaudo-cavouriana del Risorgimento e della successiva storia unitaria, Lissa e Custoza, Adua e Caporetto sono sempre state lì, a gettare ima lunga ombra sulla gloria di San Martino e Solferino, sulla stessa epopea garibaldina e su Vittorio Veneto, e a riproporre l'antico stereotipo degli italiani che non si battono e che, quando si battono, non sanno battersi - uno stereotipo che invece, per i difensori dell'unità nazionale, proprio il Risorgimento e il suo martirologio smentirono e Vittorio Veneto e i caduti della Grande Guerra, definitivamente liquidarono. Ugualmente, sul piano delle istituzioni politiche, la negativa visione di un processo di unificazione strettamente élitario, estraneo alle grandi masse popolari specie delle campagne, generatore di un ordinamento basato su una ristretta percentuale di accesso ai diritti politici fondamentali, è stata sistematicamente e quasi ossessivamente ribadita e contrapposta alle letture di chi vedeva invece nel Risorgimento uno dei capitoli più importanti della storia del liberalismo e delle nazionalità europee, scritto a durissimo prezzo di sangue italiano contro la compatta schiera dei regimi assolutistici degli stati preunitari, nei quali non c'era traccia delle fondamentali libertà civili e di qualunque forma di limitazione costituzionale dei poteri assoluti del sovrano: un capitolo che si era chiuso con l'introduzione per la prima volta in tutta la penisola di un regime che a metà Ottocento si era proposto come uno dei pochi esempi in Europa di liberalismo costituzionale e rappresentativo, non troppo inferiore, quanto a livelli di partecipazione alla vita politica, a quello della stessa Inghilterra e che seppe poi nel tempo mostrare possibilità e capacità di progressivo allargamento, sia pure in un quadro politico e sociale sensibilmente condizionato dalla presenza di forze antisistema, cattoliche e anarco-socialiste.
Nello sviluppo di queste energiche e non di rado vibranti contrapposizioni interpretative della storia militare e politica del nostro paese, accanto a una miriade di nomi di basso profilo, detrattori o agiografi di scarso peso, spiccano quelli di grandi storici italiani e stranieri. Si cominci dai democratici ottocenteschi come Ferrari, Cattaneo, Anelli, Pisacane, Gabussi opposti ai moderati cavouriani come Farini, Zini, La Farina, Bianchi. Si continui con le letture sottovalutative della storia dell'Italia liberale da parte dei nazionalisti alla Oriani e per certi versi alla Volpe, o dei liberali di sinistra come Piero Gobetti, o di comunisti come Antonio Gramsci, per giungere nel secondo dopoguerra alle versioni variamente demolitorie dei Mack Smith e della storiografia gramsciana. Si ricordino di contro le visioni largamente positive del Risorgimento e dell'Italia liberale dei Bolton King, Trevelyan, Seton Watson, le difese di Omodeo e Croce, Carlo Antoni e Chabod, Valsecchi e Romeo, per non dimenticare Salvatorelli e Spadolini. In ogni caso si potrà constatare che, sino alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, al di là della durezza dello scontro e delle ideologizzazioni in qualche caso sconfinanti nell'ideologismo, è stato condotto un dibattito di alto livello nel merito e nel metodo storiografico, a opera di storici di alto profilo sorretti da una chiara e forte motivazione etico-politica. La sintesi finale di quel dibattito, per quel che riguarda il Risorgimento, la si può individuare nelle conclusioni delle due opere più rappresentative dell'intero dopoguerra (il Cavour e il suo tempo di Rosario Romeo per la storiografia liberale e la Storia dell'Italia moderna di Giorgio Candeloro per quella marxista), in entrambe le quali si riconosceva impraticabile e persino controproducente l'interpretazione gramsciana del Risorgimento come rivoluzione agraria mancata. Da ciò derivava che anche da parte marxista i processi al Risorgimento potevano considerarsi chiusi e l'unità nazionale nella forma liberal-cavouriana accettata come grande fatto positivo nella storia della modernizzazione dell'Italia contemporanea.
Dagli anni Novanta in poi, però, molte cose sono cambiate nella storiografia politica sull'Italia unita, e non in meglio. Dopo la scomparsa, sul versante della storiografia liberal-democratica di Ruggero Moscati, Franco Valsecchi, Rosario Romeo e Giovanni Spadolini, e di quella marxista di Ernesto Ragionieri e Giorgio Candeloro, il tema dell'unità nazionale è rimasto come in balia di incursioni forse in buona fede, ma certo senza forza di pensiero e senza metodo, spesso prive delle più elementari conoscenze dell'enorme dibattito svolto su questi temi da grandi storici che non possono essere sottovalutati o peggio ignorati a cuor leggero senza un serrato confronto con il loro lavoro. In sede di larga divulgazione impazzano le "revisioni", a volte spacciate per nuove originali scoperte, di fenomeni come l'illegittimità della conquista garibaldina e piemontese del Sud, la repressione garibaldina dei moti di Bronte e piemontese del brigantaggio postunitario, o recuperi rocamboleschi dei meriti di una dinastia come quella borbonica che nel 1860 lasciò il Mezzogiorno continentale con l'86% e la Sicilia con l'89% di analfabeti. Operazioni sulle quali si costruiscono visioni totalmente negative non solo del Risorgimento, ma dell'intera storia nazionale e della vita civile dell'Italia moderna, ossia di un paese che pure è arrivato a inserirsi tra i 10-12 più sviluppati del mondo. Operazioni che intanto forniscono le basi pseudo-scientifiche e storiche a quelle forze secessioniste, in veste federalista, che per ragioni legate a problemi maturati negli ultimi trent'anni, mettono, nei fatti, in discussione la stessa unità nazionale.
In questa parabola della storiografia generale sul Risorgimento, la riflessione sulla dimensione strettamente economica e sociale della vita nazionale unitaria ha avuto un ruolo di importanza crescente nel passaggio dal XIX al XX secolo e poi soprattutto nel secondo dopoguerra. I primi studiosi del Risorgimento di ogni tendenza diedero quasi per scontato il concetto che il processo storico che portò alla nascita del Regno d'Italia fosse di inequivocabile e predominante natura politica e militare. Nondimeno tutti ritenevano che il progetto unitario, con l'avvento di un più moderno quadro istituzionale e di una politica economica fortemente propulsiva sul modello di quella sperimentata nel Piemonte cavouriano, recasse in sé come portato naturale anche il riscatto economico e sociale della penisola. D'altronde, i problemi finanziari ed economici del nuovo Stato si imposero già all'indomani dell'unità con drammatica gravità e urgenza, per cui, soprattutto dopo la presa di Roma del 1870, i problemi dell'unificazione degli apparati pubblici e dell'attuazione di una politica economica finalizzata alla modernizzazione e allo sviluppo occuparono una posizione di primo piano nello svolgimento della lotta politica e nel succedersi dei governi. Ciò favorì la nascita di un forte interesse anche storiografico per i problemi economici e le politiche di governo dell'economia. All'inizio del secolo XX esso si tradusse in una crescente attenzione per l'evoluzione delle strutture produttive avvenuta nella penisola tra la fine del Settecento e il 1860, e nella proposta di un'interpretazione del Risorgimento che vedeva come principale fattore propulsivo del processo unitario le trasformazioni economiche e la crescita della borghesia a esse legata, più che le motivazioni ideali e politiche degli intellettuali moderati e democratici del movimento nazionale e le spinte espansionistiche ed egemoniche di casa Savoia. Fu un'ottica sollecitata, come è noto, da George Bourgin per primo e nella quale si collocarono gli studi su scala regionale di Antonio Anzilotti e di Giuseppe Prato. La sua affermazione più sistematica e documentata per l'intera penisola avvenne nel 1916 a opera di Raffaele Ciasca e fu poi ripresentata dalla storiografia di matrice marxista con Emilio Sereni. Tuttavia essa incontrò contestazioni abbastanza precoci già ai tempi della sua prima formulazione e fu poi confutata in modo definitivo alla fine negli anni Trenta dagli studi di Greenfield sulla Lombardia e alcuni anni dopo da quelli di Luigi Luzzatto sull'intera penisola. Una linea alla quale aderirono più tardi Luciano Cafagna e in parte lo stesso Rosario Romeo. Essi ridimensionarono drasticamente l'entità dello sviluppo preunitario di una borghesia capitalistica interessata alla formazione di un mercato nazionale e tornarono a sottolineare il ruolo di avanguardia di un ceto intellettuale liberale che cercava di stimolare e irrobustire i pochi nuclei borghesi esistenti.
Il ritorno alla preminenza della dimensione ideale e politica del Risorgimento, per la maggior parte della storiografia italiana e straniera non significò comunque sottovalutazione del fattore economico nella storia unitaria e nella formazione del giudizio storico complessivo sullo stato liberale. In realtà nel secondo dopoguerra gran parte del dibattito e degli scontri nella formazione di quel giudizio si è sviluppato sulla base della valutazione degli effetti economici e sociali della creazione dello stato unitario e delle politiche da esso attuate. Le contrapposizioni storiografiche che presero il via dal fondamentale dibattito suscitato dalla confutazione a opera di Rosario Romeo delle tesi di Gramsci e Sereni sulla mancata rivoluzione agraria nel 1860-61 non riguardarono tanto il problema dell'opportunità o meno della creazione di un mercato nazionale; infatti le resistenze degli stati preunitari all'abbattimento delle barriere doganali interne e all'unificazione economica della penisola continuarono a esser viste a metà '900 dalla storiografia di quasi ogni tendenza come irrimediabilmente anacronistiche e condannate dalla storia. Riguardarono invece la valutazione della natura e degli effetti della politica economica dello stato unitario sul processo di modernizzazione economica e di trasformazione sociale del paese. La storiografia di area radicale e soprattutto comunista emise un giudizio fortemente negativo sulla natura conservatrice dell'unificazione politica rimarcando che essa era stata basata sul mantenimento degli assetti sociali esistenti nelle campagne ed era stata conseguentemente volta a tutelare i ristretti interessi di classe della élite affaristica che governò lo Stato unitario sia nell'età della Destra che in quella della Sinistra storica. Strumento principale per l'attuazione di queste scelte, che furono alla radice dello squilibrato sviluppo economico del paese, sarebbe stata la politica fiscale e l'ordinamento tributario costruito per attuarla, che fecero gravare soprattutto sulle masse lavoratrici il peso della costruzione e del mantenimento in vita del nuovo stato. La storiografia liberale guidata da Romeo obiettò che, come lo stesso Candeloro poi riconobbe, una rivoluzione agraria non sarebbe stata politicamente realizzabile e, se lo fosse stata, avrebbe rallentato anziché accelerato lo sviluppo economico del paese. Invece fu proprio il ruolo assunto dallo stato unitario come grande operatore finanziario, ruolo energicamente sottolineato anche da Franco Bonelli, a dare una scossa decisiva ai processi di cambiamento dell'economia del paese e lo strumento essenziale di quella sua azione fu proprio la politica fiscale che permise allo stato di reperire parte cospicua delle risorse impiegate per promuovere i grandi processi di accumulazione di capitale fisso sociale e di ammodernamento civile, realizzati nei primi trent'anni di vita del nuovo Regno.
Fu un grande dibattito, le cui conclusioni, sia pure raggiunte tra forti contrasti, rivendicavano l'enorme importanza della costruzione di un apparato produttivo mediante un sistema di politiche governative all'altezza dei più progrediti stati europei, e giustificavano per questa via i pesanti oneri imposti all'intera collettività nazionale. Tuttavia la dilagante tendenza dell'ultimo ventennio alla svalutazione d'insieme del Risorgimento e della nostra storia nazionale, che abbiamo qui sopra ricordato, ha fatto via via passare in secondo piano e poi nel dimenticatoio i successi che sul piano economico e in tutti gli aspetti della vita civile si son potuti conseguire solo in seguito alla creazione del mercato nazionale e alla politica economica dello stato unitario. Nei casi migliori si è incredibilmente scivolati in una microstoria economica su base locale il più delle volte fuorviarne, perché ha spesso rievocato dinamismi produttivi preunitari che, visti nella loro specificità e senza confronti con l'esterno, hanno creato l'illusione di uno sviluppo complessivo delle diverse aree regionali, che in realtà non aveva vera rilevanza a livello europeo. Si è finito così per passare sotto silenzio l'arretratezza, per di più in crescita, che al momento dell'unità l'economia dell'Italia settentrionale accusava rispetto alle aree più avanzate dell'industrializzazione europea, e quella dell'Italia meridionale rispetto a entrambe, quella settentrionale e quella europea. Nei casi peggiori si è giunti a mitizzare con grande leggerezza, e direi irresponsabilità storiografica, le politiche economiche e i sistemi fiscali di un regime come quello borbonico, che aveva portato il Regno delle Due Sicilie all'appuntamento del 1860 con i tassi di analfabetismo che abbiamo appena ricordato, con quattro, dicasi quattro, strade nazionali e con poco più di 100 km di binari ferroviari, su un totale di quasi 2000 dell'intera penisola, dimenticando che l'Abruzzo, la Calabria, la Lucania, le Puglie e la Sicilia erano del tutto prive di strade ferrate.
Studi come questo di Gianni Marongiu, già autore negli anni Novanta di una fondamentale Storia del fisco in Italia, assumono allora un significato ed un valore che vanno molto al di là della dimensione strettamente economica. Esso costituisce la più sistematica e scientificamente fondata valutazione storica dell'operato dello stato unitario in materia fiscale. Non è ovviamente il caso di ripercorrere in dettaglio i singoli passaggi di una trattazione puntuale, ricca e articolata come quella che Marongiu ci offre. Mi limito semplicemente a ricordare il grande significato scientifico e interpretativo della sua analisi della politica fiscale della Destra. Marongiu confuta lo stereotipo di una politica meccanicamente ripetitiva di quella piemontese preunitaria, classista, volta a scaricare indiscriminatamente sui ceti popolari e sul Mezzogiorno la parte più ingente dei costi dell'unificazione e della modernizzazione del paese. Con un'analisi puntuale e un respiro comparativo internazionale, pone in evidenza, quanto a crescita della spesa pubblica per abitante, l'analogia di quella italiana con quella dei paesi europei più protesi verso la modernizzazione economica e sociale (Gran Bretagna, Belgio, Francia, Prussia, Austria-Ungheria). I sacrifici non potevano che essere, se non maggiori, almeno pari in un paese arretrato e del tutto privo di risorse finanziarie esterne. Sottolinea inoltre come il sistema tributario del nuovo Stato, chiamato a un impegno straordinario richiesto dalla sua stessa nascita e dal bisogno di recupero del ritardo accumulato nei decenni precedenti, non fosse semplicemente la trasposizione del modello piemontese. Pur raccogliendo il senso complessivo del rapporto tra Stato e sviluppo economico che era stato di Cavour, il sistema fiscale della Destra storica fu in realtà fortemente innovativo non solo rispetto a quello di tutti gli Stati preunitari, Piemonte incluso.
Analizzando puntualmente ciascuna imposta introdotta e le rispettive modalità di esazione, l'autore giunge alla conclusione che si trattava di uno dei sistemi tributari più avanzati del mondo, che non risparmiava a nessun ceto l'onere di salvare il futuro dello stato nazionale, certo non alle classi lavoratrici, ma neppure ai ceti più prosperi, inclusi quelli a cui appartenevano gli stessi Sella e Minghetti, il che è visto come un esempio non solo di equa, corretta e trasparente amministrazione della cosa pubblica, ma come una prova di eticità di una classe politica e dirigente con pochi eguali nella nostra storia. A ciò Marongiu aggiunge una questione di principio fondamentale: con la ricerca "ossessiva" del pareggio la Destra - egli scrive - "intese ancorare la politica fiscale a un principio, sancire la vigenza, in un regime costituzionale flessibile, di una regola di costituzione materiale sovraordinata alle mutevoli e contingenti scelte anche se e proprio perché non esistevano né nello Statuto, né nella prassi costituzionale, limiti alla spesa" (cfr. infra, p. 162). Uno strumento importantissimo per la salvaguardia di questo principio fu la regola, difesa strenuamente dalla Destra, che solo al governo e non al Parlamento fosse affidata l'iniziativa di nuove spese. Il prosieguo dell'opera è largamente imperniato sulla misurazione dello scostamento da questa prassi basilare, avvenuto negli anni della Sinistra. Non è certo il caso di ripercorrere qui la puntuale e ragionata analisi dei cambiamenti, di fondo e specifici, introdotti dalla Sinistra in materia di politica tributaria, dai governi Depretis a quelli di Crispi. Il lettore avrà modo di formulare il suo giudizio leggendo direttamente il testo.
Quel che invece mi preme sottolineare nel modo più energico è che uno studio come questo sulla politica fiscale nei primi quarantanni di vita unitaria, realizzato con la competenza del giurista amministrativo di lungo corso e alla luce di una cultura storica generale che pochi specialisti possono vantare, risulta prezioso nel momento culturale, civile e politico presente. Esso riporta al centro dell'attenzione, con un discorso fondato su solida base scientifica, uno degli strumenti fondamentali che la classe politica e dirigente costruì per salvare lo Stato liberale dalla bancarotta e la stessa unità nazionale dal crollo che non pochi dei contemporanei preconizzavano; uno strumento che contemporaneamente essa utilizzò per avviare quel processo di trasformazione dell'Italia nel paese moderno nel quale, nonostante tutti i problemi che ancora lo affliggono, abbiamo la fortuna di vivere e che sicuramente non sarebbe stato migliore nel chiuso delle asfittiche economie regionali preunitarie e all'ombra degli anacronismi delle politiche economiche e dei sistemi fiscali di regimi politici condannati dalla storia.
Guido Pescosolido
- Dettagli
- Categoria: Questione meridionale
www.roars.it/online/chi-siamo/autori/piero-bevilacqua/
Piero Bevilacqua
- Dettagli
- Categoria: Questione meridionale
L'Unità del 21.07.2010
Intervista a Piero Bevilacqua
“Sud, green economy e un piano del lavoro per uscire dal guado”
Lo storico meridionalista: i miliardi calati dall’alto sarebbero facile preda della mafia. Sì a tante attività nel territorio, dall’agricoltura al turismo.
Bruno Gravagnuolo
“Ci vuole un piano del lavoro di nuovo tipo per il Sud, non l’ennesima erogazione di miliardi per le infrastrutture calati dall’alto, facile preda di mafia e clientele”. Commenta così Piero Bevilacqua - calabrese, 65 anni, storico contemporaneo a Roma - l’ultimo Rapporto Svimez per il Mezzogiorno.
Un report la cui drammaticità lo studioso non sottovaluta affatto, a partire dall’allarmante decrescita del Pil, dalla disoccupazione e dal rischio povertà. E però le idee di Bevilacqua - meridionalista di sinistra e teorico della green economy - sono altre: ambiente, agroalimentare green, risanamento dei centri interni, forestazione.
Con in più una rete di centri universitari di tipo francese mirati su “scienze umane” e territorio. E poi attorno, a venire, le infrastrutture.
Ma soprattutto, “niente riedizioni della Cassa per il Mezzogiorno e niente retorica tremontiana sulla Banca per il Sud”. Tutte proposte che vedranno la luce in gennaio in un libro per Laterza intitolato La grande distruzione e con un capitolo ad hoc: “Un piano del lavoro per la gioventù” . Sentiamo Bevilacqua.
Professore, per Svimez il Sud va sempre più indietro e da 8 anni cresce meno del Nord. Da dove viene la recessione a Mezzogiorno?
"Sono dati che non mi sorprendono, indici di un degrado che si vede già da alcuni anni. Il flusso emigratorio è cresciuto, anche se i giovani vogliono rimanere, magari da disoccupati di lunga durata, in attesa di lavoro.
Però vorrei segnalare che la questione è globale. Il Sud vive nell’economia-mondo, e sconta la crisi mondiale".
Colpa del capitalismo globale?
"Ovvio. La tendenza di fondo è il risparmio di lavoro per incrementare la produzione: è crescita senza lavoro.
Anche prima della crisi, negli Usa cuore del capitalismo il tema dell’occupazione era decisivo, mascherato dal fatto che lì chi lavora una settimana è considerato occupato! E anche lì la gente di colore non cerca lavoro.
Nel Sud italiano la deindustrializzazione ha fatto il suo corso: da Taranto, a Priolo, Siracusa e Bagnoli. E il tutto senza lasciare alcuna disseminazione di piccole imprese, come invece al Nord".
Sì, ma ormai la recessione al Sud genera una catastrofe civile, la caduta di ogni standard ...
"Verissimo, ma il punto decisivo è dare ai giovani un reddito, legato a molte cose. A un vero piano del lavoro, connesso al territorio, all’agricoltura, alla green economy, alla forestazione, al recupero dei centri urbani e delle aree interne abbandonate.
Si può cominciare con misure tampone, per affrancare i giovani dalle famiglie, far circolare un po’ di denaro, e alimentare così la domanda".
Non la convince l’idea Svimez di un piano infrastrutturale di 38 miliardi di euro?
"Assolutamente no, è il solito vizio illuministico dei piani calati dall’alto in chiave miracolistica. E con le infrastrutture a fare il miracolo".
D’accordo, ma allora quale deve essere il volano per la nuova economia meridionale?
"Il volano, i volani, devono essere diversi e graduali. L’economia non si inventa, viene da lontano, dalla storia, dalle radici e dal saper fare".
Che economia immagina al Sud?
"Tante economie del territorio: allevamento, prodotti agricoli di qualità, turismo di qualità, palazzi storici da recuperare, anche alla ricerca e allo studio. Il punto resta la qualità, ovunque. Si può creare un’agricoltura altra, e non solo industriale. E poi le piccole opere, le città, i borghi ..."
Ci vogliono soldi da distribuire. Come non sprecarli ancora?
"Si possono immaginare tante cose innovative. Ad esempio una consulta di studiosi, manager, scienziati dell’ambiente, storici e meridionalisti, che possa monitorare gli interventi, dentro un progetto coordinato.
Penso a un'alleanza tra cultura, politica e legalità sul territorio. Ma innanzitutto va combattuta tutta la cultura liberista di questi anni, che ha finito con il potenziare il cinismo della libera iniziativa illegale e mafiosa, vero modello distruttivo per i giovani".
Esperienze da seguire a riguardo?
"Sì il centro-nord, con la sua cultura del territorio, le sue tradizioni. La sua cultura civica, che è il vero involucro dell’economia. La quale non nasce mai dal nulla. Eccolo il modello da cui far ripartire una rinascita del Mezzogiorno. È alle regioni appenniniche che dobbiamo guardare.
E poi, me lo lasci dire, Gramsci ha fatto nascere gran parte della sua riflessione culturale dal Sud e dall’intreccio di Sud, nord ed economia-mondo di allora. Questi, e intendo la sinistra, sembra abbiano dimenticato davvero tutto ...".
Domanda tutta politica: che giudizio dà dell’anomalia Vendola, in Puglia e magari più in grande?
"Buon giudizio. Guardo a Vendola con speranza e simpatia. Gli ho anche mandato il mio libro. Ha bisogno di crescere, di calcio minerale per fortificarsi e forse di visione strategica un po’ più ampia ..."
Un meridionale su tre è a rischio povertà
Il Pil del Mezzogiorno torna a 10 anni fa. L’effetto della crisi è dirompente. La disoccupazione aumenta, molti si rassegnano.
Redditi delle famiglie sempre più in sofferenza. Fassina (Pd): la politica è assente.
Di Bianca Di Giovanni
È la fotografia di una terra desolata, quella fornita quest’anno dal rapporto Svimez sul Mezzogiorno.
La crisi globale si abbatte su un microcosmo già disperato: e la disperazione aumenta. I segnali sono quelli della povertà assoluta: c’è chi non può pagarsi il medico (una famiglia su cinque), chi non ha i soldi per il riscaldamento (la stessa quota), chi non ce la fa ad acquistare un abito nuovo (30%), chi paga in ritardo le bollette (16,7%). Si riducono gli acquisti su tutto, perfino sul cibo: 8 famiglie su 100 hanno rinunciato agli alimentari nel 2009. Quasi una famiglia su due non ha potuto sostenere una spesa imprevista di 750 euro. Sono quasi 7milioni le persone a rischio povertà, un meridionale su tre, contro uno su dieci a Nord. Tra questi non mancano i lavoratori stabili (889mila dipendenti) e pensionati (760mila).
Famiglie
Ma i bilanci familiari restano ai minimi, in nuclei molto spesso (47%) monoreddito. Le donne restano a casa e non cercano neanche più lavoro «anche per fattori culturali», osserva il rapporto. Nel 12% dei casi un lavoratore ha a carico tre o più familiari, un dato quattro volte superiore a quello del Centro-Nord.
Di fronte a queste rilevazioni fanno impallidire tutti gli slogan sulle gabbie salariali che spesso si diffondono nel ring della politica. Il Sud affondain una disoccupazione endemica.
Il 36%dei giovanissimi è senza lavoro.
Cresce anche il numero dei disoccupati di lunga durata. Molti giovani laureati, vera linfa vitale dei sistemi economici, hanno ripreso a partire prevalentemente verso il Nord Italia. In un ventennio sono emigrati verso regioni più ricche 2 milioni e 385mila persone. Oggi, se si somma il tasso di disoccupazione a quella zona grigia che non cerca più lavoro ma che si dichiara disponibile a lavorare, il tasso arriva al 24%: un meridionale su 4. Prospettive nerissime, che si aggiungono alle ultime stime del Cnel, che per l’anno in corso prevedono in tutta Italia 350mila posti di lavoro a rischio, con possibili peggioramenti fino a 420mila.
Recessione
La recessione è profonda. Da otto anni il Sud cresce meno del centronord: segno inequivocabile della frenata italiana. Il Pil nell’anno della crisi è tornato ai livelli di 10 anni fa, con un impatto su tutti i settori. Il calo del 2009 è stato del 4,5%, un valore molto più negativo del -1,5% del 2008, ma inferiore al -5,2 dell’Italia centrosettentrionale, esposta maggiormente alla crisi mondiale.
In ogni caso la ricchezza pro capite resta quasi la metà di quella del resto d’Italia. Anche l’agricoltura è stata colpita dalla crisi, con un arretramento del 5%, contro il -1,9% del resto del Paese. A fare le spesemaggiori della crisi, l’industria, con il crollo del valore aggiunto industriale del 15,8%, mentre la produzione manifatturiera ha segnato un calo del 16,6%. In questa situazione, denuncia Svimez, l’industria del sud è a rischio estinzione. Dal 2008 al 2009 l’industria manifatturiera del sud ha perso oltre 100mila posti di lavoro, di cui 61mila lo scorso anno.
In questo modo il gap dell’industria meridionale rispetto al resto d’Italia e rispetto all’Europa è ulteriormente aumentato.
Cosa manca
Cosa manca davvero per recuperare terreno? Il rapporto Svimez individua due cause principali dell’andamento recessivo. Investimenti che rallentano, famiglie che non consumano. Queste ultime infatti hanno ridotto la spesa del 2,6%, contro l’1,6% del Centro-Nord.
Mentre gli investimenti industriali sono crollati del 9,6% nel 2009, dopo la flessione (- 3,7%) del 2008.
Per questo Svimez propone l’avvio di un ampio piano di investimenti per invertire la rotta. Ma sta in questo dato tutto il segno del ritardo della politica vero il Meridione. Stefano Fassina, del Pd, denuncia «la completa assenza di una strategia riformista per aggredire i nodi che da decenni soffocano le potenzialità del Mezzogiorno». Questo fatto, aggiunge il responsabile economico, "ha portato il governo a saccheggiare, anche con la manovra ora alla Camera, le risorse dedicate agli investimenti nel Mezzogiorno e a spostarle a spesa corrente e ad irresponsabili sprechi elettorali. Il Sud non è un problema territoriale, è l'espressione acuta dei fondamentali problemi dell'Italia".
Fonte: www.svimez.it
Napolitano: “Non può esserci ripresa senza il Sud”
Può venire proprio dal Mezzogiorno, la parte più in sofferenza del Paese, il “complessivo rilancio dell’economia italiana” perché c’è un “legame inscindibile tra sviluppo e Sud”. Lo ha ribadito il presidente della Repubblica.
Di Marcella Ciarnelli
Le politiche del passato si sono rivelate “insufficienti”, tanto più in presenza di “significative inefficienze” che “rendono necessario un ripensamento e possono anche spingere ad una profonda modifica delle modalità e dello stesso impianto strategico degli interventi di sviluppo”.
Il presidente della Repubblica, nel messaggio inviato in occasione della presentazione del Rapporto Svimez 2010, una radiografia amara e drammatica di una parte rilevante del Paese, non ha mancato di segnalare ancora una volta le insufficienze e le inefficienze, ma ha ancora una volta ribadito il suo profondo convincimento, un “fatto” lui lo definisce, che proprio “il Mezzogiorno può contribuire, attraverso la piena messa a frutto delle sue risorse, alla ripresa di un più sostenuto e stabile processo di crescita dell’economia e della società italiana fondato anche su una strategia di leale e convinta collaborazione tra Regioni e Stato”.
Quel Mezzogiorno alla cui classe dirigente il presidente non ha mai mancato di far sentire il suo sostegno ma che ha anche invitato all’autocritica ma non a rallentare il cammino perché “lo sconforto” è un lusso che nessuno si può permettere.
Crisi e priorità
Sviluppo del Sud eguale complessivo rilancio dell’economia italiana.
Un’equazione di cui Napolitano è più che mai convinto. Puntare sul Mezzogiorno così come sui giovani.
È un imperativo del presidente. Ripetuto anche nell’occasione della presentazione di un Rapporto che ha messo in evidenza la drammaticità di una situazione perché «la crisi che ha colpito tutte le aree del paese non ha risparmiato le situazioni già di profonda difficoltà del Mezzogiorno che rischiano di risultarne aggravate anche in prospettiva». Ora «prioritario » è l’obbiettivo di «ridurre gli effetti della crisi finanziaria nel breve periodo ma in presenza di un ineludibile vincolo di contenimento del disavanzo pubblico si è operato uno spostamento di risorse di cui hanno sofferto le politiche di sviluppo». Lo dimostrano «le ricadute sul quadro strategico nazionale 2007-2013 al quale sono state sottratte ingenti dotazioni e che registra, a metà del periodo di programmazione, gravi ritardi».
Il rapporto Svimez , nota il presidente "offre un apporto importante sia all’analisi degli andamenti più recenti, sia all’approfondimento dei principali nodi da affrontare comel’attuazione del “federalismo fiscale”, le politiche di coesione dell’Unione europea, la qualità dei servizi pubblici, la formazione di accesso al lavoro dei giovani, il ruolo del sistema bancario".
"Tutte le istituzioni europee, nazionali e locali accolgano la preoccupata esortazione del Capo dello stato a un profondo ripensamento delle modalità e dell'impianto strategico degli interventi a sostegno dello sviluppo nel Mezzogiorno che rischia la deriva". Così il vicepresidente vicario del parlamento europeo, il Pd Gianni Pittella.
- Dettagli
- Categoria: Questione meridionale
Piero Bevilacqua, Breve storia dell’Italia meridionale, Donzelli editore Roma 1993
Guida bibliografica
7. Sistema politico, società civile, criminalità.
Fondamentale per l’analisi del sistema politico è ancora Farneti, Sistema politico e società civile cit.
Un buon esempio di analisi della formazione di un blocco di potere, relativamente ad un’area urbana, è P. Allum, Potere e società a Napoli nel dopoguerra, Einaudi, Torino 1975.
Sugli intrecci di potere creati dal nuovo ruolo erogatore da parte dello stato e il ruolo giocato dalla Democrazia cristiana, cfr. G. Gribaudi, Mediatori. Antropologia del potere democristiano, con note introduttive di A. Graziani e E. Grendi, Rosenberg 86 Sellier, Torino 1980. Altri contributi in questo senso sono M. Calise, Il sisterna DC. Mediazione e conflitto nelle campagne democristiane, De Donato, Bari 1978, e, con particolare attenzione a un’area urbana, M. Caciagli (in collaborazione con A. Anastasi e altri), Democrazia cristiana e potere nel Mezzogiorno. Il potere democristiano a Catania, Guaraldi, Rimini-Firenze 1977. Una sintesi storica del quadro politico di una regione in questo dopoguerra e ora in G. D’Agostino, Per una storia politica ed elettorale della Campania nel quarantennio repubblicano. Momenti e problemi, in La Campania cit. Più in generale cfr. R. Catanzaro, Struttura sociale, sistema politico e azione collettiva nel Mezzogiorno, in Stato e mercato, 1983, 8. Un precedente importante da ricordare, per l’analisi del fenomeno del clientelismo, e L. Graziano, Clientelismo e sviluppo politico. Il caso del Mezzogiorno, in Id., Clientelismo e mutamento politico, F. Angeli, Milano 1974.
Sulla Sicilia, regione a statuto speciale, cfr. per la ricostruzione del contesto storico, R. Mangiameli, La regione in guerra (1943-1950), in La Sicilia cit., e, più in generale, Aa.Vv., Regionalisrno siciliano e problema del Mezzogiorno, a cura di S. Butera, Giuffre, Milano 1981. Sulle regioni, le loro differenziate capacità di governo e di crescita, cfr. R.D. Putnam, R. Leonardi, R.Y. Nanetti, La pianta e le radici. Il radicamento dell’istituto regionale nel sistema politieo italiano, Il Mulino, Bologna 1985. Sulle politiche regionali in materia di cultura cfr. Beni culturali e servizi per la cultura nelle politiche delle regioni e degli enti locali, a cura di E. Tropeano, introduzione di A. Musacchio, Formez, Roma 1984.
Sulla politica di spesa in Sicilia, cfr. M. Centorrino-A. Hoffmann, La spesa pubblica: il caso della Sicilia, in Aa.Vv., Le ipotesi di sviluppo nel dibattito meridionalistico degli anni ottanta, a cura di L. Tamburrino e M. Villari, Editori Riuniti, Roma 1988. Per i dati relativi alle assunzioni presso la regione Sicilia cfr. V. Ottaviano, L’assunzione del personale da parte della Regione, in Problemi dell’economia siciliana cit., e Catanzaro, Il delitto come impresa cit., p. 182.
Per quanto attiene ai fenomeni della trasformazione degli incentivi in assistenza, negli ultimi decenni, cfr. Aa.Vv., L’imprenditore assistito, a cura di R. Catanzaro, Il Mulino, Bologna 1979; N. Boccella, Il Mezzogiorno sussidiato. Reddito prodotto e trasferimenti alle famiglie nei comuni meridionali, F. Angeli, Milano 1982; S. Bruni, Verso un modello di economia dipendente, in La Calabria cit.; F. Chiarello, Sussidi, dualismi e discontinuità, in La Puglia cit.
Sugli effetti sociali e sui meccanismi di economia illegale, e talora criminale prodotti dall’erogazione di spesa pubblica, cfr. F. Cazzola, Della corruzione. Fisiologia e patologia di un sistema politico, Il Mulino, Bologna 1988; D. Gambetta, Anatomia della tangente, in Meridiana, 1988, 4; M. Centorrino, L’economia “cattiva” nel Mezzogiorno, Liguori, Napoli 1990.
Un interessante punto di vista religioso su tali aspetti e quello di G. Di Gennaro, Questione morale e questione criminale nel Mezzogiorno, in Asprenas. Rivista di scienze teologiche, 1990, 3. Per i dati relativi al trend elettorale, oltre alle nostre elaborazioni riportate nel testo, cfr. i dati forniti ora Trigilia, Sviluppo senza autonomia, cit., p. 66.
Sugli effetti depressivi della disoccupazione sull’economia meridionale, P. Sylos Labini, Osservazioni sull’evoluzione economica del Mezzogiorno, in Scritti in memoria di Alessandro Molinari, cit., p. 656.
Si veda inoltre I giovani e il Mezzogiorno. Una ricerca Formez-Iard, a cura di A. Cavalli, Il Mulino, Bologna 1990. Alcune ricognizioni locali in A. Signorelli, Chi può e chi aspetta: giovani e clientelismo in un ’area interna del Mezzogiorno, Liguori, Napoli 1983. Aa.Vv., I giovani tra scuola e lavoro nel Mezzogiorno. Un’indagine su Napoli, a cura di E. Pugliese, F. Angeli, Milano 1982.
L’opera di Turiello, cui si allude nel testo, è Governo e governati in Italia, cit. L’altro libro in questione è quello di E. I. Banfield, Le basi morali di una società arretrata (1958), nuova edizione di Una comunita del Mezzogiorno seguita dagli interventi di vari autori, a cura di D. De Masi, ll Mulino, Bologna 1976. Su questo testo, e in generale sui problemi della famiglia in Italia meridionale, cfr. G. Gribaudi, La famiglia, in Il M ezzogiorno e la storia d ’I talia. Le lezioni cit.
Sugli stereotipi regionali poco indagati secondo criteri scientifici, si vedano due esempi suggestivi di analisi in G. Galasso, Lo stereotipo del napoletano e le sue variazioni regionali, in Id., L’altra Europa. Per un’antropologia storica del Mezzogiorno d’Italia, Mondadori, Milano 1982; e A. Placanica, Calabria in idea, in La Calabria cit. N. Moe, “Altro che Italia”. Governo e rappresentazione del Sud nella corrispondenza piemontese del 1860-61, in Meridiana 1992, 15.
Un approccio a culture e rapporti sociali sulla base della letteratura folklorica è in P. Bevilacqua, Quadri mentali, culture, rapporti simbolici nelle società rurali del Mezzogiorno, in Italia contemporanea, 1984, 154. Una discussione teorica sullo “spirito pubblico” meridionale - originata dal libro di Aa.Vv., Strategia della fiducia, a cura di D. Gambetta, Einaudi, Torino 1989 - e quella di G. Anania, G. Levi, M. Messori e A. Pizzorno, Fidarsi è bene?. Un libro sulle strategie della fiducia, in Meridiana, 1990, 7-8. Sui legami fra cultura locale e possibilità di sviluppo economico, C. Trigilia, Le condizioni “non economiche” dello sviluppo: problemi di ricerca sul Mezzogiorno d’oggi, in Meridiana, 1988, 2.
Per i problemi relativi alla criminalità si rinvia alle note bibliografiche del par. 3 del cap. II Si Veda altresì, per il carattere di impresa delle organizzazioni criminali, R. Catanzaro, Imprenditori della violenza e mediatori sociali. Un’ipotesi di interpretazione della mafia, in Polis, 1987, 2. Per una corretta interpretazione del fenomeno delle cosche, cfr. S. Lupo-R. Mangiameli, Mafia di ieri, mafia di oggi, in Meridiana, 1990, 7-8. Dati statistici relativi alla criminalità oggi e alle condizioni dell’amministrazione giudiziaria in Svimez, Rapporto
- Dettagli
- Categoria: Questione meridionale
Piero Bevilacqua, Breve storia dell’Italia meridionale, Donzelli editore Roma 1993
7. Sistema politico, società civile, criminalità.
Come si è potuto finora osservare, a partire dal 1950 lo stato italiano ha giocato un ruolo di prim’ordine, diretto e indiretto, nel promuovere e sostenere la crescita economica della società meridionale.
Diversamente da quanto accade nel resto d’Italia, dove l’economia industriale e le regole del mercato hanno un’influenza più vasta, il potere pubblico è diventato, per il Mezzogiorno, la leva più importante per lo sviluppo e le connesse trasformazioni sociali. Tutto questo, se ha avuto un effetto positivo per l’economia, non altrettanto benefico e stato per il sistema politico meridionale, per la vita e il comportamento dei partiti, per l’elevazione dello spirito pubblico, per il tono complessivo della vita civile di quelle regioni. Per quali motivi? Intanto, occorre fare una considerazione di carattere generale. Quando si parla di stato non ci si riferisce ad una entità astratta, ma ad una formazione storica, con le proprie caratteristiche, che variano da paese a paese.
Diversamente da quanto è avvenuto in tutte le società democratiche del mondo, lo stato italiano ha finito col diventare di fatto, per un buon trentennio, il monopolio di un solo partito: la Democrazia cristiana. Anche quando la composizione politica del potere governativo si è arricchita e ampliata, a metà degli anni sessanta, con la presenza di un nuovo importante partito, il Psi, che a lungo era stato all’opposizione, ciò è avvenuto per cooptazione, non per sostituzione. Vale a dire esso è stato chiamato dalla Dc a condividere una porzione limitata del potere statale, ma non è subentrato al suo posto. Non c’è stato dunque, in Italia, e non esiste tuttora, come nelle altre democrazie occidentali, un sistema di alternanza di partiti al potere. E’ venuto perciò a mancare quel meccanismo politico che contribuisce utilmente a impedire (o quanto meno a limitare la tendenza) che lo stato perda i suoi caratteri di garante impersonale della legalità generale, di potere relativamente autonomo, e che divenga perciò strumento di gruppi e poteri particolari e privati (quali sono ad esempio i partiti e le forze economiche che essi rappresentano). L’alternanza al governo da parte di forze politiche contrapposte in concorrenza tra loro ha infatti, fra gli altri, questo straordinario pregio: essa spinge gli uomini che hanno temporaneamente in mano la cosa pubblica ad un senso maggiore di responsabilità ed efficienza a vantaggio della generalità dei cittadini, perché essi sono ben consapevoli di essere sostituibili alla fine del proprio mandato. La certezza, invece, della propria inamovibilità crea il sentimento opposto, quello della impunità, che ovviamente (come accade a chi sa di essere “intoccabile” in un’azienda o in un ufficio) non produce né attenzione agli interessi generali, né efficienza. Essa crea, com’è universalmente noto, le condizioni certe della corruzione pubblica. A tali considerazioni occorre, d’altra parte, aggiungere ulteriori elementi di novità nel frattempo intervenuti all’interno del sistema politico italiano dopo la seconda metà degli anni settanta. La nuova capacità competitiva espressa dal Psi negli ultimi quindici anni, tanto nei confronti della Dc che del Pci, e il suo indubbio nuovo dinamismo politico hanno avuto riflessi particolari nella società meridionale. Soprattutto a livello di enti locali e di amministrazione periferica dello stato, la nuova iniziativa concorrenziale dei socialisti ha avuto - quale esito diretto o indiretto sullo spirito pubblico meridionale - due conseguenze distinte ma convergenti. Essa ha consentito ai gruppi sociali più intraprendenti (ma spesso più privi di scrupoli) di insediarsi nel partito e attraverso questo di usare, in concorrenza o in accordo con il partito dominante (di norma la Dc), le risorse e le opportunità delle istituzioni pubbliche per allargare le influenze politiche, per alimentare ed estendere le reti delle relazioni personali e di potere, per l’arricchimento individuale e familiare. Per questa via, le istituzioni pubbliche sono state piegate più ampiamente e profondamente che in passato ai fini e agli interessi privati di gruppi, correnti, notabili. La sovrapposizione della politica e delle sue logiche alla pratica amministrativa è diventata sempre più estesa e capillare.
Al tempo stesso, la nuova aggressività socialista sul terreno clientelare si traduceva in un indebolimento indiretto delle capacità di opposizione e di controllo che tale partito era stato in grado di esercitare all’interno dello schieramento della sinistra. Per rendere completo il quadro occorre inoltre aggiungere che soprattutto nell’ultimo quindicennio anche la più importante forza di opposizione, il Pci (ora Pds), è venuta riducendo (per varie e complesse cause che qui non è possibile esaminare) il proprio ruolo di controllo sugli atti di governo, ripiegando spesso su una politica di mediazioni e di condizionamento. Le stesse organizzazioni sindacali, un tempo strumenti di antagonismo e di organizzazione collettiva degli interessi, e a loro modo organi di controllo e verifica - oggi alle prese con gravi problemi di disoccupazione e di disorientamento ideale - stentano a svolgere il loro ruolo e tendono a trasformarsi in strumenti di mediazione, sempre più interni alle logiche dominanti del sistema politico.
Sicché nel Sud è venuto realizzandosi un fenomeno, che in linea tendenziale attraversa l’intero paese, ma che in quelle regioni conosce manifestazioni più vistose: i partiti, che fino a un certo punto della storia della Repubblica costituivano gli strumenti attivi della democrazia e che al loro interno e nel loro operare attuavano un controllo più o meno reciproco e dell’intero sistema, ora vanno perdendo, o hanno già perduto, i mezzi e i meccanismi stessi della vigilanza. L’intero ambito della politica - costituito dal personale tendenzialmente omogeneo dei funzionari di partito, amministratori regionali e delle Usl, quadri sindacali ecc. - tende a costituirsi come universo a sé e a darsi regole interne che non sono necessariamente quelle universalmente stabilite dalle leggi dello stato. Sicché i compiti di verifica della legalità pubblica sempre di più devono venire dall’esterno: un esterno che è dato dalle istituzioni e da una società civile se non del tutto sottomesse, certamente assai condizionate dal sistema politico e dalle logiche particolari dei partiti.
Orbene, tali caratteristiche speciali del sistema politico italiano e meridionale hanno fatto sì che lo stato - il più importante centro erogatore di danaro e risorse per l’Italia meridionale - assai meno che in altri paesi democratici potesse essere controllato nelle sue scelte e nei suoi modi di operare. Volendo approfondire più analiticamente tale affermazione occorre ricordare tuttavia alcune importanti trasformazioni istituzionali avvenute in questo dopoguerra e nell’ultimo ventennio. Nel 1947 la più grande delle regioni del Mezzogiorno, la Sicilia, è diventata regione autonoma a statuto speciale. Essa cioè è stata dotata di un proprio governo amministrativo, con capacità di spesa e di investimento nei settori più importanti dell’economia e dei servizi, dall’agricoltura al commercio, dalle strade alla scuola. Nel 1970, con la nascita delle regioni a statuto ordinario (cioè non dotate di particolari privilegi come quello della Sicilia e della Valle d’Aosta), ogni realtà regionale è venuta ad acquisire, per la prima volta nella vita dello stato italiano, una consistente porzione di potere autonomo decentrato. Dunque anche nel Mezzogiorno si è prodotta una importante novità che non va in nessun modo sottovalutata.
Negli ultimi vent’anni, indubbiamente, i governi regionali hanno svolto un ruolo importante, in linea di massima, nel processo di modernizzazione delle realtà economiche e sociali. Essi, infatti, rispetto al passato, hanno sicuramente realizzato un avvicinamento fra attività economiche locali e sostegno pubblico, fra cittadini e amministrazione. La distanza fra governanti e governati si è di sicuro accorciata, con vantaggio per la democrazia. E d’altra parte, non a caso, dove l’amministrazione regionale ha funzionato relativamente bene, come in Abruzzo, Molise e Basilicata, si è avuto più che altrove un evidente miglioramento dell’economia e della vita civile nel suo complesso.
L’ottimismo di queste affermazioni va tuttavia subito attenuato con alcune precisazioni che ci riportano alle riflessioni generali dell’inizio. Con il venir meno, infatti, di una politica concentrata e mirata di sostegno alle strutture dell’economia, la spesa pubblica nel Mezzogiorno si è sempre di più trasformata in uno strumento di assistenza, di integrazione dei redditi delle famiglie, di spese per il mantenimento e l’alimentazione di rapporti clientelari e di affari fra il ceto politico e i vari gruppi attivi nella società civile. L’assenza di seri e severi criteri di controllo sull’erogazione dei finanziamenti e la presenza di massicce risorse da parte delle Regioni - migliaia di miliardi solo in parte provenienti dal prelievo fiscale, ma in gran parte ricevuti dai trasferimenti dello stato e dagli aiuti della Cee – hanno trasformato alcune di queste articolazioni dello stato in strumenti discrezionali di potere di vari gruppi e correnti politiche locali. Una discrezionalità accresciuta dal fatto - come appare ormai chiaro a non pochi osservatori, e come si è appena ricordato - che la gran parte delle risorse a disposizione dei governi regionali non proviene dal prelievo fiscale diretto sui cittadini. Dunque, viene a mancare in questo modo una delle condizioni essenziali della democrazia: la vigilanza e il controllo da parte della collettività che è interessata a conoscere la destinazione sociale del proprio denaro.
Basti pensare, per avere un’idea di quanto l’impersonalità della legge, specie in alcune regioni, abbia operato nella gestione della cosa pubblica, che in Sicilia fino al 1963, su 8.887 dipendenti della Regione (tra amministrazione periferica e centrale) ben 8.236, pari al 92,7% del totale, erano stati assunti senza concorso: e per di più la grande maggioranza di essi proveniva da una provincia ad elevato grado di infiltrazione mafiosa, quella di Palermo. Tale appiattimento è subordinazione del governo della Cosa pubblica a richieste, pressioni, appetiti (spesso illeciti e talora violenti) dei diversi strati sociali e gruppi organizzati ha ormai portato in moltissime realtà ad un duplice paradosso. Infatti, quanto più lo stato è presente nella società (ma uno stato che rappresenta assai meno gli interessi generali dei cittadini che quelli particolari dei partiti e dei gruppi) tanto più esso perde legittimità e prestigio agli occhi della collettività. Quanto più, attraverso i partiti, lo stato impiega risorse al fine di rafforzare il consenso della società civile alle sue scelte e al suo potere, tanto più quest’ultima si frantuma e disgrega, diventando spesso preda di fazioni, gruppi, famiglie in lotta reciproca, che degenera - quando vi si infiltrano le cosche mafiose - in conflitti sanguinosi per la spartizione di risorse e di potere. Tale netta e paradossale divaricazione può essere rappresentata da due tendenze sociologicamente ormai ben evidenziabili. Mentre, infatti, nell’Italia meridionale i partiti di governo, soprattutto dal 1980 ad oggi, vengono rafforzando il loro peso elettorale e di potere, non si accresce affatto la loro capacità di governare la società, di organizzarne la vita civile, di sollevarne lo spirito pubblico.
Non è certo privo di significato il fatto che i partiti facenti parte dell’area della coalizione governativa (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli) passino in Italia nel complesso - fra le elezioni regionali del 1970 e quelle del 1990 - dal 62,8% al 57,1%, mentre ben diverso e il loro comportamento elettorale al Sud. Qui essi son passati dal 64,6% al 71,5%, pervenendo quindi a un potere assai elevato di controllo sulle amministrazioni periferiche.
Il sistema politico, dunque (e le logiche che dominano la vita dei partiti), ha un potere assai vasto nel condizionare la vita sociale del Mezzogiorno di oggi. Intanto, data la relativa debolezza della struttura economica di quell’area, esso possiede una enorme forza di riproduzione. Qual è, infatti, uno dei suoi più potenti canali di autoalimentazione? Oltre a quelli noti e intuibili, uno sicuramente assume un ruolo Centrale: la disoccupazione, in primo luogo la disoccupazione giovanile. Nel Mezzogiorno, a metà degli anni ottanta, i disoccupati compresi nella fascia di eta fra i diciannove e i ventinove anni rappresentavano il 74% del totale dei senza lavoro; e di questi ben il 47% erano forniti di diploma o di laurea, contro il 32% della media dei disoccupati nazionali. Nel 1989, secondo altre rilevazioni, su oltre 1.600.000 disoccupati meridionali, il 46% comprenderebbe giovani fra i quattordici e i ventinove anni, 900.000 dei quali in cerca di prima occupazione.
Ebbene, il momento dell’ingresso nel lavoro, per un giovane, costituisce un passaggio fondamentale della sua vita: e allora che egli si rende autonomo dalla famiglia, acquista per la prima volta la propria libertà e dignità di cittadino, grazie al percepimento di un reddito autonomo in cambio di una prestazione di lavoro. Ora, laddove esiste un maturo mercato del lavoro, regolato da criteri di merito e di efficienza, il passaggio dalla famiglia all’autonomia individuale rappresenta per un giovane una transizione relativamente normale. Nel Mezzogiorno non è così. Proprio al momento del trasferimento dalla famiglia alla società, il giovane che cerca lavoro è costretto nella gran parte dei casi a subire il “battesimo” della raccomandazione clientelare. Se vuole conseguire l’occupazione a cui ha diritto, o per la quale crede di possedere i requisiti, egli deve, assai spesso, mettere in moto la catena delle conoscenze e delle influenze della famiglia, della parentela, delle amicizie, per arrivare agli uomini politici che possono decidere del suo destino sociale. Così, al loro “atto di nascita” gran parte dei cittadini meridionali vengono bollati per sempre dal marchio dei favori ricevuti, che dovranno restituire in seguito, dando vita in tal modo a un intreccio di scambi destinato ad allargarsi e a perpetuarsi.
Ma un tale meccanismo porta a conseguenze che nessuna società industriale moderna può sopportare a lungo senza inceppi gravi nel suo operare. Accade, ad esempio, sempre più spesso che l’occupazione, la carriera, il destino sociale di ingegneri, biologi, medici, di tante nuove e importanti figure di professionisti, vengano a dipendere dalle logiche e dai calcoli di politici e sindacalisti di nessuna cultura e competenza, nuovi “padroni” senza scrupoli di pezzi importanti della macchina statale periferica. Il criterio di selezione dell’élite professionale - di quelle figure che devono garantire lo sviluppo economico e il funzionamento dello Stato - sempre meno è quello della competenza, sempre più quello dell’appartenenza a partiti, gruppi, correnti attorno a cui si sono venute ricostruendo, in questi anni, nuove gerarchie e geografie di potere.
Il lavoro dunque, condizione essenziale dell’affermazione e della libertà individuale, diventa in tanta parte del Mezzogiorno (ma per la verità non solo in esso) un bene ricevuto per intercessione e favore, e che perciò non rafforza il legame di consenso fra cittadini e stato, ma fra privati in condizioni di bisogno e privati potenti. Cosi il sistema ha trovato il modo per riprodursi tendenzialmente all’infinito.
Va peraltro aggiunto che un tale fenomeno viene a collocarsi e ad agire all’interno di trasformazioni profonde che negli ultimi decenni hanno investito lo spirito pubblico meridionale. E’ vero che quest’ultimo - il senso civico dei meridionali, il loro sentirsi membri responsabili di una collettività, dotati di diritti ma obbligati anche al rispetto di regole e di doveri - non ha mai goduto di buona fama neppure in passato. Alla fine dell’Ottocento, Pasquale Turiello (Link: https://www.garganoverde.it/storia/risorgimento/pasquale-turiello/governo-e-governati.html) definiva il cittadino tipico del Sud come un “individuo sciolto”, cioè privo di vincoli obbliganti con il resto della comunità, senza un particolare sentimento di appartenenza a un organismo sociale più ampio. E in questo dopoguerra un sociologo americano ha addirittura coniato il termine “familismo amorale” per definire il comportamento prevalente dei membri di una comunità contadina del Sud, dominata a suo dire dalle logiche individualistiche dell’interesse familiare più che da quello della comunità. Si trattava spesso - e ancor oggi si tratta – di stereotipi che cercano di afferrare fenomeni difficili da decifrare, quale può essere, appunto, il sostrato antropologico di una cultura per realtà regionali così ampie e socialmente stratificate. Ma, certo, anche gli stereotipi sono a loro modo rivelatori di tendenze profonde e di lungo periodo. Resta da aggiungere che nell’ultimo ventennio alle tradizionali debolezze dello spirito pubblico meridionale si sono aggiunti elementi nuovi, che hanno potentemente contribuito a disgregarlo. Non bisogna infatti dimenticare che i fenomeni di inurbamento - come del resto si è già visto - hanno riguardato anche l’Italia meridionale. Migliaia e migliaia di famiglie hanno abbandonato le campagne, i loro paesi (dunque i loro antichi legami sociali e le loro culture) riversandosi nelle città e ingrossandone le periferie: ma le città del Sud non erano né Milano né Bologna, con le loro capacità di integrazione, di assorbimento dei nuovi venuti in un più elevato ordine sociale e culturale. Sicché le vecchie amministrazioni cittadine sono state travolte da compiti inediti, senza essere riuscite a imporre ai nuovi ceti le superiori regole di una talora antica civiltà urbana.
Assai spesso, sono i nuovi venuti che hanno emarginato le vecchie e dignitose borghesie cittadine, hanno imposto i loro spregiudicati punti di vista nell’amministrazione della cosa pubblica, incoraggiati anche dalle prospettive di rapido arricchimento e di ascesa sociale che l’inserimento all’interno del potere locale può oggi garantire.
Nel frattempo, tuttavia, ai mutamenti sociali si intrecciavano trasformazioni d’ordine politico e ideale. Per almeno un paio di decenni, essere comunista o socialista aveva significato - per milioni di meridionali - essere membri di una comunità particolare, sentirsi parte di un organismo collettivo, di una più larga patria ideale in cui l’altro e gli altri, il loro vantaggio - condizione del vantaggio di tutti - costituivano il fine superiore dell’agire individuale. Per quanto ideologica potesse essere simile visione delle cose, essa penetrava le coscienze e forniva orientamenti, educava a pensare la realtà in termini di interesse generale, a guardare alla soluzione possibile dei problemi sotto il profilo dei fini collettivi. Quante migliaia di contadini hanno lasciato i loro campi, lungo i decenni di questo dopoguerra, sono andati ad affollare le città del Nord e dell’Europa, portandosi dentro questa superiore e solidale visione dei rapporti sociali? Ebbene, anche tale identità ideologica si è andata ormai sfaldando specie nell’ultimo decennio, facendo emergere un impasto nuovo e ibrido di realtà culturali, in cui domina l’individualismo orientato all’arricchimento personale e che tende a sfuggire ad ogni vincolo, a violare ogni regola. Così, tutto ciò che è pubblico, nell’Italia meridionale - ma in diverso grado ciò vale anche per il resto del paese - dal verde cittadino ai mezzi di trasporto, dagli spazi ai servizi, più che bene di tutti tende, in maniera crescente, a essere considerato possibile oggetto di uso o di appropriazione privata.
A questo punto, anche lo storico, che per professione è chiamato a ricostruire e interpretare il passato, è costretto a porsi una domanda con un occhio rivolto all’avvenire: è, questo modo di operare del sistema politico e questa condizione della società civile, senza costi e pericoli per il Mezzogiorno e per l’intero paese? La crescita della criminalità organizzata, fenomeno di drammatica evidenza sotto gli occhi di tutti, ci suggerisce che qualcosa di patologico si è inserito nella vita civile e pubblica meridionale.
Che cos’è la mafia oggi, cosa sono le “famiglie” della camorra e della ‘ndrangheta? Quali sono i loro campi di attività e che cosa ha consentito la loro impressionante espansione?
Intanto, una prima precisazione. La mafia e la camorra esistono, in Italia, da oltre un secolo e sono attive sul territorio, fra ali e bassi, con immutata persistenza. Non esiste in Europa, e probabilmente nel mondo, un altro paese che possa vantare un così triste e terribile primato. Cosa spiega la durata ormai secolare di tale fenomeno? Essenzialmente, il fatto - come già si è cercato di spiegare - che esso costituisce un aspetto interno alla costruzione dello stato nazionale italiano, non un semplice fenomeno di banditismo sociale o di pura criminalità. Ma cosa ha reso tali forme di organizzazioni illegali e violente, così forti e diffuse negli ultimi dieci anni? Prima di rispondere a tale domanda va aggiunta qualche ulteriore informazione sull’ampiezza conseguita dal fenomeno negli ultimi tempi.
Ad arricchire il quadro delle regioni segnate dalla malavita (Campania e Sicilia) si è aggiunta a partire dagli anni settanta la “‘ndrangheta” in Calabria, prima socialmente irrilevante (o presente a fasi alterne) come realtà organizzata e stabile. La camorra, sino a questo dopoguerra localizzata a Napoli e nei dintorni, si è estesa (o ulteriormente rafforzata) al territorio provinciale e nel Casertano. All’interno della Sicilia un’area fino a dieci anni fa apparentemente indenne, come quella di Catania, si presenta ora segnata dall’inquietante presenza di gruppi criminali agguerriti. In regioni prima immuni da simili fenomeni, come la Puglia, si affacciano ormai apertamente e si vanno diffondendo sul territorio forme criminali organizzate come quella della “sacra corona unita”. Negli ultimi dieci-quindici anni si sono verificati mutamenti assolutamente impensabili e imprevedibili.
Esistono città, come Reggio Calabria, che si sono trasformate, nel giro di pochi anni, in città “pericolose” perché le loro piazze e le loro strade sono diventate il luogo pubblico di regolamento di conti fra cosche rivali. Esistono paesi della Calabria, pezzi di territorio di questa Repubblica, dove la sicurezza e la stessa libertà personale dei cittadini, questo bene Supremo che i tempi moderni hanno strappato al sopruso feudale, sono gravemente compromesse.
Qualcosa di inaudita gravità è accaduto nella società dell’Italia contemporanea, nel cuore dell’Europa civile, fra l’impotenza, la rassegnazione, il cinismo del ceto politico, di vastissimi settori dell’opinione pubblica e dei gruppi intellettuali di tutto il paese.
Ma che cosa ha portato le organizzazioni criminali a tale potenza e diffusione? Crediamo di aver fornito già in parte alcune risposte a tale quesito. Restano da aggiungere alcune brevi ma non marginali considerazioni. Non v’è dubbio che negli ultimi quindici anni i gruppi criminali si son venuti alimentando e rafforzando grazie al controllo degli appalti: in ciò favoriti dalla forte presenza di attività economiche legate alle opere pubbliche (costruzioni di strade, dighe ecc.) e al fatto che lo stato fosse il principale erogatore delle risorse.
Penetrando nei partiti politici, dunque, i vari gruppi criminali hanno potuto piegare le deboli strutture statali meridionali alle proprie logiche, trasformando parte della ricchezza statale in introiti per i propri affiliati.
Questi gruppi si sono cosi progressivamente trasformati in vere e proprie “imprese”, attive in diversi ambiti: dal taglieggiamento dei commercianti ai sequestri di persona, dal controllo del mercato ortofrutticolo alle operazioni nelle costruzioni edilizie e nelle opere pubbliche. In tutte queste attività essi esercitano forme diverse di intimidazione e di violenza, battendo ogni possibile concorrenza, imponendo un invisibile controllo territoriale su vaste zone. Muovendosi inoltre sul piano legale e su quello illegale riescono a godere di particolari condizioni di vantaggio rispetto alle imprese “pulite”, ponendo spesso queste ultime in condizioni di difficoltà economica ed usufruendo in generale di tutti i vantaggi connessi con la possibilità di giocare su “due tavoli”.
Va aggiunto, peraltro, che un’ulteriore novità si è affacciata nella vita sociale di questo dopoguerra, nella quale i gruppi mafiosi si sono inseriti con cinica intraprendenza: il traffico internazionale della droga. Gli enormi profitti ricavati da tale commercio hanno finito col dotare le varie cosche di solidi poteri finanziari, che esse oggi cercano di collocare e convertire in attività lecite. Di fronte a questa realtà, di fronte a tale crescita di potenza finanziario-militare delle cosche, i governi dello stato, succedutisi in questo dopoguerra, portano la responsabilità gravissima di aver lasciato la macchina della giustizia in condizioni di estrema inadeguatezza e precarietà. Le scarse risorse che il bilancio dello stato ha destinato all’amministrazione giudiziaria hanno privato i tribunali, soprattutto quelli meridionali, di mezzi, uomini e strutture che ancor oggi risultano inadeguati. Al tempo stesso, specie nell’ultimo decennio, leggi, sentenze, regolamenti carcerari, disposizioni - per responsabilità di tutti i partiti rappresentati in parlamento, ma anche di settori della magistratura - hanno creato condizioni di particolare favore ai gruppi criminali. Con una miopia che oggi sconcerta, i legislatori italiani hanno offerto ulteriori vantaggi a formazioni paramilitari che storicamente si sono sempre organizzate e attrezzate per raggiungere due scopi essenziali: conseguire guadagni illeciti e potere, e difendere se stesse dalla macchina della giustizia. Terrorizzare o uccidere testimoni, distruggere prove, imporre la fedeltà e il silenzio all’interno della cosca e nella società circostante, consumare omicidi con tecniche da agguato lungamente preparate, è il modo stesso di essere della mafia; un modo di porsi in condizioni di superiorità rispetto alla possibile azione repressiva dello stato.
La singolare cecità del ceto politico e di governo, di gran parte della magistratura e degli altri organi dello stato nel non vedere la singolare pericolosità sociale di tali formazioni e di approntare strumenti adeguati e speciali di repressione ha costituito una delle condizioni ormai palesi della crescita senza precedenti della criminalità mafiosa. Ma lo storico ha anche l’obbligo di ricordare, a tale proposito, che una responsabilità speciale ricade senza dubbio sul maggiore partito di governo, che dal 1946 a oggi (1992) ha retto ininterrottamente in condizioni per cosi dire di “monopolio politico” l’organo centrale del controllo statale sui movimenti criminali: il ministero dell’Interno. E quanto decisivo e importante fosse il comportamento di questo pezzo dell’amministrazione pubblica è stato possibile apprezzarlo - per prova contraria - non appena gli ultimi due ministri (Scotti e Mancino, democristiani e pur continuatori di una vecchia condizione di monopolio) hanno impresso al dicastero, negli ultimi anni, una operatività prima sconosciuta, conseguendo apprezzabili risultati nella lotta ai poteri criminali.
Un cupo orizzonte, dunque, disteso sul confuso paesaggio dell’Italia meridionale? Intanto, corre l’obbligo di riconoscere e ricordare, proprio in considerazione del carattere espansivo del fenomeno criminale, che se esso non verrà combattuto e controllato energicamente, l’orizzonte, sotto questo profilo, diventerà uniformemente cupo per l’intero paese.
Ma non va mai perduto di vista un fatto fondamentale: le organizzazioni criminali sono pur sempre nulla più che dei gruppi, delle minoranze, formazioni che vivono certamente grazie alle caratteristiche della società meridionale e del sistema politico nazionale, ma restano, come centri operativi e di comando, delle realtà delimitate.
Benché l’area dell’illegalità, o comunque del non rispetto delle regole, sia socialmente assai diffusa - e talora il confine di separazione con la mafia sia assai esile - non bisogna confonderla con l’attività criminale. Non bisogna commettere l’errore di scambiare i vari aspetti della degradazione dello spirito pubblico, il “malcostume”, con l’attività malavitosa, che rimane per propria necessità obiettiva (cioè per ragioni di segretezza) ristretta e delimitata, anche se le cosche, come singole unità, tendono a moltiplicarsi su un territorio sempre più largo. Oggi, infatti, secondo calcoli approssimativi ma attendibili della polizia, gli affiliati nelle diverse organizzazioni criminali si aggirerebbero intorno alle quindicimila unità, distribuite fra il Napoletano, la Calabria e la Sicilia. Ma il Mezzogiorno, quale aggregato sociale considerato nel suo complesso, e composto in grandissima maggioranza da gente che lavora e produce, da operai, impiegati, tecnici, professionisti, intellettuali che aspirano caso mai a condizioni di vita migliori, civilmente più elevate. Di sicuro l’Italia meridionale può rinunciare a inseguire qualche frazione percentuale di reddito o di consumo rispetto al resto del paese: ciò a cui non può rinunciare è una più elevata qualità del vivere civile, un obiettivo la cui realizzazione dipende certo anche dai cittadini che nel Mezzogiorno vivono ed operano: dalle loro scelte, dal loro impegno, dal loro comportamento quotidiano, dalla capacita di esprimere tutte le energie e la creatività che sonnecchia spesso frustrata negli individui, nei gruppi, nelle associazioni. Ma esso, visibilmente, rinvia a problemi più generali, che investono la struttura del sistema politico nazionale, il modo di essere dello stato: sempre più luogo di conflitto di logiche particolari e sempre meno stato di diritto. Non è d’altronde, per l’Italia intera, la riforma della macchina politica la questione sicuramente più grave, quella che rende il nostro paese così diverso e lontano dalle altre democrazie dell’Europa? E dunque, come non vedere che, ancora una volta, i problemi del Mezzogiorno sono, aggravati, nulla più che i problemi dell’Italia nel suo insieme?
