L'articolo 20 del decreto del 7 luglio 1866 suona così: “Vecchia foto del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.I fabbricati dei conventi soppressi, quando siano sgombri dai Religiosi, saranno conceduti ai Comuni e alle Province, purché ne sia fatta domanda entro il termine di un anno dalla pubblicazione di questa legge, e sia giustificato il bisogno e l'uso di scuole, di asili infantili, di ricoveri di mendicità, di ospedale, di altre opere di beneficenza e di pubblica utilità". Il Comune di S. Marco fu tra i primi a chiedere al Governo la cessione del convento S. Matteo. Se proprio volesse mettere un asilo infantile, o un ospedale in un convento distante dall'abitato e tuffato nei boschi di Monte Celano, c'è da dubitare. Ma la formuletta faceva comodo, ed il Sindaco Francesco Centola ne profittava. Il 25 giugno 1867, veniva stipulato l'atto di cessione tra il Ricevitore del Registro Maresca e il Sindaco Centola.
“L'Amministrazione del Fondo Culto cedeva e consegnava al Comune di S. Marco in Lamis il locale del fabbricato dell'ex convento dei Padri Minori Osservanti di S. Matteo”.
Secondo il Ricevitore, detto convento aveva 48 stanze, oltre i locali del pianterreno; vi era il campanile con tre campane di bronzo; la chiesa ad una sola navata 'con quattro altari laterali di fabbrica, e un altro maggiore di marmo nostrale'. Convento di S. Matteo a s. Marco in Lamis. Nel 2001 viene ammodernata la cucina.Si consegnavano pure al Comune 'le due corone d'argento e la statua di S. Maria di Stignano' (Nota 47). Restava riservata alla Amministrazione del Fondo Culto, ad uso dei suoi agenti 'la stanza del Provinciale che ha il balcone verso l'abitato, ed una delle stalle e sottano dirimpetto per ricovero delle guardie forestali, e per gli animali che loro appartengono'. Il Cessionario si obbligava a convertire il locale in uno degli usi specificati dall'articolo 20 della legge di soppressione. Se la destinazione designata non avesse avuto luogo, la cessione s'intendeva risolta di pieno diritto. Il Comune, a cui veniva ceduto un convento, doveva assumersi l'onere di far officiare la chiesa aperta al culto, doveva presentare una terna di nomi di sacerdoti al Prefetto, e ciò senza alcuna ingerenza dell'Autorità Ecclesiastica (Nota 48). In quei tempi nella Prefettura di Foggia si parlava di chiesa nazionale. Dal Comune di S. Marco furono fatti, al Prefetto, i nomi di tre sacerdoti: Pietro Longhi, Francesco Paolo Cera e Federico Nardella, per officiare la chiesa di S. Matteo" (Nota 49). In una relazione al Generale del Ministro Provinciale P. Ludovico Barbaro del 1872 viene confermato: 'il convento di S. Matteo si appartiene al Municipio, il quale non ha permesso, almeno sino ad ora, che vi abitasse qualche frate; e perciò il locale è in via di deperimento. Permette solo che vi accedano tre cappellani preti a celebrarvi qualche Messa quando attalenta loro, per raccogliere limosine nella festa di S. Matteo e nel mese di maggio per il concorso immenso dei devoti e pel passaggio dei pellegrini' (Nota 50).
Sventato un colpo, era pronto un altro contro i religiosi di S. Matteo. Qual'era la loro condotta politica? Vennero fatte minuziose inchieste. Dopo di che, il Prefetto De Ferrari inviava il suo rapporto al Direttore della Cassa Ecclesiastica Cuciniello:
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Sagrestia - Lavabo in pietra locale.“Dalle assunte informazioni e notizie ricevute dalle autorità delCircondario di Sansevero, ha potuto il sottoscritto pienamente convincersi che i frati minori Osservanti di S. Matteo in S. Marco in Lamis sono devoti all'antico regime e tornano pericolosi alle convinzioni politiche di quella ignorante plebe. “La superstiziosa venerazione che si pratica per quel santuario è valevole mezzo perché quei frati possano dominare le coscienze pusillanimi e credule. “Essi addottrinandosi alla stampa più retriva, come la Civiltà Cattolica, il Difensore Cattolico e simili che si procurano dagli appassionati lettori di quell'abitato, non possono spacciare che le dottrine rancide ed ostili attinte da sorgenti così velenose. “In quel convento fra tutti si distingueva solo per frate onesto ed ossequioso al Governo certo P. Raffaele da S. Nicandro, sospetto alla Polizia borbonica per aver dimostrato sentimenti liberali. Inviso alla Comunità ha vissuto fino ad ora inquieto, tanto che ha dovuto abbandonare la casa monastica, ritirandosi nell'abitato. Fatto interrogare perché se ne fosse allontanato dichiarò che egli si vedeva insidiato nella vita, avendo sentito a dire dai briganti che si recavano spesso al convento per richieste di vitto volentieri soddisfatte da quei frati, che volevano avere nelle mani P. Raffaele da S. Nicandro ad essi indicato come liberale. “Da tutto ciò è indotto lo scrivente a proporre alla Direzione della Cassa Ecclesiastica il concentramento di quei frati in altri chiostri fuori Provincia, primo perché i conventi che sono in questa, pochissimi ne potrebbero ricevere, secondo perché è molto indicato portarli più lungi che sia possibile da questa località, specialmente i nativi di quel Mandamento, i quali per avere molte ed antiche relazioni coi cittadini vi esercitano la maggiore influenza. Da una tale misura oltrecché cesserà quella popolazione di ricevere le prave insinuazioni di tanti frati dichiarati ostili al Governo, sarà tolto ancora un potenziale mezzo ai briganti (Nota 42) di trovare in quel convento notizie e vitto a loro bell'agio e si avrà un vasto locale da potersi adibire ad uso militare. “Avuto riflesso poi alla inveterata pratica religiosa di essa popolazione per quel Santuario, il sottoscritto crede bene che la Chiesa debba rimanere aperta al Culto. Al quale effetto propone che ne fosse affidata l'ufficiatura al suddetto P. Raffaele da S. Nicandro ed al Guardiano del suddetto convento P. Bernardo da Lucera, il quale quantunque inefficace a reprimere la malvagità dei frati ivi conviventi, non è riprovevole per la sua personale condotta. “Infine il sottoscritto affinché la Direzione della Cassa Ecclesiastica s'abbia un'idea del numero e qualità di detti frati si pregia compiegare un elenco dei medesimi nel suo originale per le notizie che contiene, ricevuto dal Delegato di Pubblica Sicurezza di S. Marco in Lamis, e si starà attendendo le sagge determinazioni che nel proposito sarà per prendere. Il Prefetto di Foggia. (Nota 43).
Del rapporto di De Ferrari giudichi il lettore. Osserviamo semplicemente: il Prefetto di Foggia ignorava che il popolo di S. Marco nella sua maggioranza, e il clero in generale erano contrari al nuovo Governo? Ignorava che Garibaldini e Piemontesi, per i più, non erano che conquistatori? Le 'sagge determinazioni' di Cuciniello non vennero. Qualche cosa di grosso bolliva nel pentolone. Il Ministro di Grazia e Giustizia G. Pisanelli, a Torino, 'aveva l'onore di rassegnare alla Camera dei Deputati, nella tornata del 17 gennaio 1864, un disegno di legge circa la soppressione delle case religiose' (Nota 44). Il 7 luglio 1866, il Luogotenente Eugenio di Savoia emanava il decreto di soppressione generale di tutti gli Ordini Religiosi:
L'ingresso della Biblioteca del convemto di San Matteo a S. Marco in Lamis in una vecchia foto.“Lo Stato Italiano non riconosceva nel suo ambito gli Ordini Religiosi; tutti i conventi erano soppressi e devoluti al Demanio dello Stato, eccetto le chiese che dovevano rimanere aperte al culto; i libri, i manoscritti, gli archivi e gli oggetti d'arte o preziosi devoluti a pubbliche biblioteche. “Lo sgombro” dei Religiosi dai conventi doveva avvenire entro e non oltre il 31 dicembre 1866; ai Religiosi Mendicanti si assegnava, vita natural durante, una pensione annua di Lire 250 se sacerdoti, di 144 se laici (Nota 45). Quel che fu detto 'il sacrilego latrocinio' era consumato. Quarantanove Francescani, entro il 31 dicembre 1866, furono sfrattati, sotto i vigili occhi delle Guardie Nazionali, dal convento di S. Matteo. Dove andarono? Non si conoscono documenti diretti in proposito. Ma analogamente a quanto si è verificato in altre località, si può dire che alcuni di essi presero dimora presso le loro rispettive famiglie, altri mendicarono ospitalità da chi aveva buon cuore di riceverli. Per la maggior parte fu una vita miserabile. Un caso per tutti: il Ministro Provinciale P. Ludovico Barbaro da Lucera, nel 1867, scriveva al Ministro Generale dei Frati Minori a Roma: 'non mi ricevo prestazione o sussidio da chicchesia, sono senza pensione e con la sola Messa, a quando si trova e quando no, come tirare avanti con un certo decoro o decenza la vita? Ho dovuto ricorrere alla carità di una pia famiglia di D. Emanuele Caso (di Lucera) la quale mi ha ospitato' (Nota 46). Gli agenti demaniali presero possesso del convento, le porte furono sbarrate, in attesa di nuove disposizioni del Ministro del Fondo Culto. Cominciava per il convento di S. Matteo il trentennio più squallido della sua storia.
La chiesa del convento di S. Matteo prima dei restauri del 1987.Nel 1860 crollava il Regno Borbonico, Garibaldi trionfante entrava in Napoli. Con l'annessione delle Province Meridionali al Piemonte, la legge Cavour-Rattazzi del 29 maggio 1855 venne estesa alle Province Napoletane con il decreto luogotenenziale del 17 febbraio 1861: 'Cessavano di esistere quali enti morali riconosciuti dalla legge civile tutte le case degli Ordini monastici esistenti nelle Province Napoletane... I Religiosi potevano continuare a vivere in comune' (Nota 34), in pochi conventi, Elastico ed impreciso nella formulazione, il decreto dette la stura a questioni più o meno eleganti tra giuristi e politici. Chi volesse avventurarsi a consultare negli archivi i fasci e le buste rispettivi alla materia in quegli anni, si troverebbe dinanzi ad una colluvie di dispacci ministeriali, di rapporti di Prefetti, di lettere di Prelati e di Sindaci, stranamente confusi: si voleva e non sì voleva, si diceva e non si diceva, sembrava di concludere e si tornava daccapo. Esempi tipici quelli per la chiusura delle case religiose di Foggia, Lucera, Stignano e S. Matteo del quale ultimo ci occupiamo. Vecchia veduta del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. In alto a destra si vede la chiesetta chiamata 'la cappelluccia' ora distrutta.Come ai tempi di Murat, prima cosa da fare: gl'inventari dei conventi! Il Sindaco di S. Marco in Lamis, Antonio De Theo, si affrettava a comunicare al “Signor Governatore della Capitanata, per dare adempimento al Real decreto del 17 febbraio scorso, ho istallata una commissione composta da me e due decurioni... Ci siamo conferiti nel monistero dei questuanti (sic) di S. Matteo Apostolo, e non possedendo il medesimo fondi, fuorché il monistero, si è passato ad inventariare la libreria, gli arredi sacri ed oggetti preziosi, come si rileva dal correlativo verbale” (Nota 35). Il convento di S. Matteo doveva restare aperto? Bisognava chiuderlo? Ecco il rompicapo di De Ferrari Prefetto di Capitanata, poiché il Ministro di Grazia e Giustizia G. Pisanelli, in simili casi, lasciava ai Prefetti prendere una decisione (Nota 36). Ad accrescere il disagio fu una lettera del Direttore della Cassa Ecclesiastica, Cuciniello che, da Napoli, chiedeva al Prefetto se nei conventi della Provincia si fossero fatte, dai Religiosi, vestizioni e professioni, senza permesso del Governo. De Ferrari chiese informazioni ai Commissari di Pubblica Sicurezza. Il Sottoprefetto Righetti di Sansevero rispondeva:
“dalle assunte informazioni si è venuto a conoscere che nel convento dei Minori Osservanti di S. Marco in Lamis, nel dicembre 1862, un chierico di Manfredonia, di cognome Guerra, professava i voti solenni, prendendo il nome di fr. Luigi da Manfredonia, e che nel marzo 1863 partiva per Larino per farsi ordinare in sacris da quel Vescovo. In dicembre 1861 fr. Antonio, di cognome Centola, fr. Pierregalato di cognome Cera, ambedue di S. Marco, e fr. Dionisio da Lucera di casato Santini quali tutti nel 1859 avevano fatti i voti solenni nella surricordata casa religiosa, si portarono nel convento di S. Matteo in Baiano per prendere gli ordini sacri da quel Vescovo” (Nota 37). De Ferrari riferiva a Cuciniello:
“In merito a tali fatti, il sottoscritto sarebbe del parere, perché le case religiose apprendessero una volta un poco meglio il rispetto dovuto alle leggi, senza far servire le loro istituzioni in un ributtante contegno, ed astiosa reazione al Governo, dovere procedersi alla dichiarazione di soppressione della predetta casa dei Minori Osservanti in S. Marco in Lamis, con fare aggregare i religiosi professi in altri conventi dell'istesso Ordine, di cui tanto si abbonda, senza pregiudizio di quegli altri provvedimenti che il Ministro crederà di dover prendere in merito agl'individui come sopra ricordati. Con il suddivisato temperamento oltre al vantaggio che si avrebbe dall'adibire il locale del convento ad uso militare, lo scrìvente ritiene che si avrebbe pure il vantaggio di far cessare nel detto Comune quello spirito di parte che tiene divisa la popolazione, e singolarmente la connivenza col brigantaggio, in che a preferenza degli altri, il medesimo si è distinto, essendo cosa certa che in questi mali hanno avuto non piccola parte i detti Padri stante i molti mezzi di cui possono disporre” (Nota 38).
Panorama invernale della valle dello Starale dove si trova S. Marco in Lamis. Sullo sfondo si vede il massiccio della Maiella coperto di neve.“Ho preso in maturo esame - rispondeva Cuciniello a De Ferrari - le cose dalla S.V.I. esposte con la marginata nota in ordine alla vestizione ed ordinazione abusive avvenute in persona di taluni religiosi appartenenti al convento dei Minori Osservanti di S. Marco in Lamis, sotto il titolo di S. Matteo Apostolo. A parte l'adozione di quelle misure di rigore dalla S.V.I. proposte contro tutta quella famiglia religiosa, il sottoscritto desidererebbe poter specialmente agire verso i colpevoli con misure particolari. A quest'effetto egli prega la S.V. a voler considerare e sentire anche l'autorità giudiziaria, se a quei religiosi che hanno fatto professioni solenni in onta al decreto 17 febbraio 1861, e che si sono ordinati in sacris senza il permesso dell'autorità politica, richiesto dal decreto 16 ottobre 1861, possano applicarsi le disposizioni dell'articolo 270 delle leggi penali, combinato con i due precedenti articoli 268 e 269. “Perché poi lo scrivente possa provocare dal Guardasigilli di S.M. il decreto di concentramento bisognerà che la S.V.I. si compiaccia indicargli in qual modo ed in quali proporzioni (Nota 39) potrebbe la famiglia religiosa distribuirsi in altri chiostri di codesta Provincia, e se la ufficiatura della chiesa annessa sia necessaria a mantenersi. Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Lavori di restauro del 1975.Nell'affermativa vorrà la S.V.I. indicare in qual modo crederebbe conveniente di provvedervi. “Quasi generalmente è stato ritenuto il sistema di confidare le Chiese dei conventi dei Mendicanti ad un piccolo numero dei medesimi. Si evita con ciò alla Cassa una spesa e si dà l'agio di poter continuare la questua per provvedere i bisognosi conventi. “Nel caso attuale ove fra i Padri ve ne fossero meritevoli per la stima di cui godono nel pubblico e per speciali civili benemerenze il sottoscritto crederebbe che possa serbarsi il detto sistema. Bisognerebbe però rimaner loro una piccola parte del chiostro per abitarvi. Ove ciò non fosse attuabile la S.V.I. dovrebbe, come per altri casi simili, proporre a questa Dirczione una terna di benemeriti sacerdoti sui quali possa cadere la scelta di un Rettore. Dopo la uscita dei religiosi nessuna difficoltà potrebbe sorgere, a parere del sottoscritto, di adibire il locale ad usi militari” (Nota 40).
Dunque applicazione della legge penale nei confronti di quei religiosi di S. Matteo, rei di aver fatto i voti solenni e di essersi ordinati in sacris, senza autorizzazione del Governo? Il Prefetto De Ferrari interrogò il Procuratore del Re del tribunale di Lucera L. Bozzi, il quale, in sintonia col Procuratore della Corte di Appello di Trani. era favorevole all'applicazione della pena, ma prima di procedere, volle prendere lumi dal Ministro Guardasigilli. Il quale così rispondeva al Procuratore di Lucera:
Lavori di restauro del convento del 1975.“Sul dubbio proposto da S.V.I, val dire se ai casi di professioni religiose, e di collazione del Suddiaconato, eseguite senza l'analoga approvazione dei Prefetti, sia applicabile contro i contravventori l'articolo 270 delle leggi penali, nel che Ella si pronunzierebbe per l'affermativa, il sottoscritto attenta la massima, che le sanzioni penali non possono applicarsi per via d'induzione agli atti, che non sono in quelle contemplate, e che anche nel dubbio sono da interpretarsi in favore del reo. Che d'altronde il citato articolo 270 riguarda propriamente le provvidenze, cioè a dire le disposizioni, ed i temperamenti che in materia religiosa si volessero in genere stabilire, e mandare ad effetto senza il Regio assenso, come è chiaro dalla giacitura del testo esecuzione di provvedimenti relativi alla Religione, ciocché non avrebbe a che fare con atti particolari ed isolati. Sulla base quindi di tali riflessi non parrebbe al sottoscritto di potersi applicare ai fatti come sopra il disposto dell'articolo su mentovato” (Nota 41).
Da una relazione del Ministro Provinciale P. Ludovico Barbaro si rileva:
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. I locali nei quali fu impiantata la pannifica officina. Attualmente l'ambiente ospita l'auditorium.Era legge antichissima di questa Provincia di S. Angelo che il convento S. Matteo passava ogni anno il vestiario a tutti i frati della Provincia medesima, dando a ciascuno 14 palmi di panno in un anno, e nel seguente 18 palmi, e spendendo la somma di 2000 ducati ogni due anni per l'acquisto del panno. Nel 1842, poiché i frati si moltipllcavano, la Provincia si avvisò di passare l'abito ogni due anni, ed invece dei palmi 18, e 14, ne dava palmi 22, qual costume si è serbato fino al presente (1868). Nel 1857, sotto l'amministrazione del M. R. P. Luigi da S. Marco la Catola, s'istallava, per disposizione del Rev.mo P. Bernardino da Montefranco, il lanificio a S. Matteo. Per la formazione di tal opera il convento S. Matteo versava l'occorrente (Nota 31).
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Accesso esterno ai locali che ospitavano la 'pannifica officina'.Sistemato in uno stanzone a piano terra, dal lato sud, il lanificio era fornito dì una rudimentale ma indispensabile attrezzatura: 'cardo 1, filanda in grosso 1, filanda in piccolo 1, telai 2. Il Personale addetto: Prefetto, Viceprefetto, sette fratelli laici, due secolari'. Il ciclo lavorativo per produrre 515 canne di panno durava un anno. In quello successivo si lavorava 'per prodotti liberi da vendere onde incrementare il lanificio. Il panno confezionato a S. Matteo' veniva inviato alla fabbrica Pastore di Salerno, per le ultime rifiniture. Riportato a S. Matteo, avveniva la distribuzione ai frati. Gli altri conventi della Provincia versavano, quale simbolico contributo, la somma complessiva di 105 ducati all'anno, mentre quello di S. Matteo sborsava 1000 ducati all'anno (Nota 32). Un manoscritto rozzo e sbiadito del 1857 contiene alcuni avvertimenti sul modo come procedere nel lavoro del lanificio. E' ignoto l'autore, ma pare che possa individuarsi in un fratello laico che doveva essere il capomastro della pannifica officina di S. Matteo. Grammatica e sintassi si trovano un po' a disagio e cedono il passo a quella qualità di comodo che è la praticità:
Regolamento del modo come devesi camminare nei lavori del lanificio. Regolamento da sapere comprare la lana:
1. che la lana sia morbita, e fina, perché la finezza ci da durata, e veduta. 2. La lana più ordinaria ci dà i panni più materiali, e meno cannaggio. 3. Bada che la lana sia polita di nuocciolo, e ben bagnata. 4. Che la lana prima che si mettesse a lavorare si deve scartare a questo modo, cioè la lana lunga serve per ordito, o sia la stesa, ed il più corto servirà per trama. 5. Che la lana si deve spurgare, o sia lavare, perché a questo modo i panni avranno più tenuta, e la macchina avrà più durata. 6. Che le lane tutte devono essere spittiate, o sia scelte, acciò il cardo no soffra. 7. Per ogni cantaia di lana, ci vuolo 25 rotola dì olio, e per la trama ci ne vuol 15 rotola, ma se si volesse il filo di flanella, allora al ordito ci vuoto il 30 per cento, e la trama il 20. 8. Ogni pezza di tela ordito combosto di 49 portate lunga quindici canne e palmi due, non deve passare il peso di rotola dieci e mezzo. 9. La trama poi, lo sa il filatore come deva venire. 10. Che la trama sia bagnata acciò il panno viene fino, e forte, e con risparmio.
Regolamento del cardo:
1. Il pettano deve stare sempre piene acciò lascia subito il maccarone. 2. Che il pettano sia lontano dal cardo la finezza di un grano, e l'amoratore disteso, acciò la lana viene bene spianata. 3. Se i maccaroni non uscissero buoni, allora può partire da questo difetto, cioè ho che il bastone sta lontano il suo ingranaggio dal pettano, ho pure la vita non sarà ben legata, e lo stesso può accadere anche alla rota granda che fa camminare il pettano. 4. Se la lana uscisse farrosa quando si carda, allora potete stingere un poco il volando. 5. La lana fina, si calano sempre li cilindri, e la lana ordinaria si alzano. 6. Volendo polizare il pettano, vi ricordo che il cardo deva essere pieno, e deva faticare a trama. 7. La lana quando più riposa dopo ammorata, tanto meglio va il cardo, e viene bene il lavoro. 8. Se il pettano non volesse lasciare i maccaroni, allora vuol essere amolato colla preta, come vi ho fatto sempre vedere" (Nota 33).
La 'pannifica officina' di S. Matteo fu travolta nel gorgo della soppressione.
Nel Settecento, sotto il “dispotismo illuminato” dei Borboni, anche in Capitanata, si affermò la politica giurisdizionalista che porterà, nel secolo successivo, alla generale soppressione degli Ordini Religiosi. Sotto il colore di difendere la Religione, i giurisdizionalisti rispettavano, a modo loro, il clero secolare, ma onoravano di particolare avversione i Religiosi. Senza sopprimerli rendevano loro la vita difficile e stentata, staccandoli dal governo centrale dei loro Istituti. Esempio tipico di regalismo borbonico è il decreto di Ferdinando IV del primo settembre 1788, ove vengono regolati i minimi particolari della vita monastica (Nota 20). Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Accesso agli antichi ovili recentemente restaurati.Nel decennio francese, Gioacchino Murat, divenuto Re delle due Sicilie (1808), fece propria la politica giurisdizionalista, e, rincarando la dose, tolse i frati anche dalla dipendenza dal loro Ministro Provinciale, mettendoli alla dipendenza dei Vescovi e costringendoli a concentrarsi in pochi conventi. Uno dei primi atti del governo murattiano fu l'ordinanza di procedere in tutte le Province del Regno ad un esatto inventario dei conventi. Il Consigliere di Stato Nolli, Intendente di Capitanata, formò varie Commissioni. I membri di quella di S. Marco in Lamis salirono al convento S. Matteo:
“Oggi che sono i quattordici del mese di agosto corrente anno 1808, si sono recati nel convento dei Reverendi Padri Osservanti sotto il titolo di S. Matteo, il Regio Governatore e Giudice del detto capoluogo il Sig, Giuseppe Bassi, col Mastodatti della Corte Sig. Domenico Maggi, il Sindaco di detta Comune Sig. Antonio Maria Villani con il cond. civico Notar Teodoro Vincitorio, ed il Parroco della Matrice Chiesa Canonico D. Francesco Centola, ed ivi alla presenza dell'infrascritti testimoni si è fatto noto al Rev. Vicario P. Giacinto da Foggia, per l'assenza del Guardiano di detto convento P. Michelantonio da Manfredonia, la disposizione di S. E. il Ministro del Culto colla corrispondente circolare circa l'esatto inventario da farsi dei semoventi, industriali, sacri arredi, col locale, e l'obblìgazione di esiggersi di darne conto sotto la più stretta responsabilità. Esso Rev. Vicario preggiandosi di ubbidire a tutte le disposizioni del Governo, e di S. E. il Ministro del Culto, ha sottomesso all'inventario e annotazione quanto è venuto ordinato” (Nota 21).
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Chiesa - Interno.Dal dettagliato inventario risulta che la chiesa era ben fornita di arredi sacri, preziose alcune pianete intessute “in lama d'oro e d'argento”. Tra i comuni oggetti d'argento vi era “l'ostensorio con il sacro dente di S. Matteo”. Nell'interno della chiesa i pilastri erano ricoperti di “strisce di arazzo”. Vi erano: l'altare maggiore di marmo con nicchia e statua di S. Matteo, e quattro altarini di pietra con statue di S. Giovanni Battista, S. Giuseppe, Concezione e S. Antonio. Il convento era sufficientemente arredato; nella libreria vi era 'una scanzia con 151 volumi di libri diversi spezzati, di croniche della Religione e predicatori'. Nella stalla vi erano 'quattordici cavalli con i corrispondenti imbasti, per uso dei frati questuanti”. Non mancava 'il molino e un cavallo cieco per uso del medesimo'. Gli oggetti inventariati rimasero in consegna al Vicario del convento P. Giacinto che “con giuramento tacto pectore more sacerdotali, si obbligava sotto la sua stretta responsabilità a non rimuovere qualunque minima parte che nell'inventario trovasi annotata”. Dopo 'l'operazione inventari', il 7 agosto 1809, Gioacchino Murat decretava:
'Le Costituzioni degli Ordini Religiosi detti degli Osservanti, dei Riformati, dei Cappuccini e degli Alcantarini sono abolite in tutto il Regno', ma 'agl'individui di tali Ordini è permesso di seguitare a vivere in comune nei conventi secondo la propria Regola... senza dipendere dal Ministro Provinciale, saranno soggetti al Vescovo Diocesano e saranno assegnati ai conventi dell'Ordine rispettivo, in modo che niun convento contenga un numero minore di 12 professi tra sacerdoti e laici' {tip Nota nel testo::Archivio Provinciale Frati Minori Foggia: Dispacci Ministeriali: copia del decreto.}(Nota 22).
Questo decreto non appare nel 'Bullettino delle leggi', ma fu ugualmente inviato agl'interessati. Decreto oscuro ed ambiguo che determinò uno stato di cose così intrigato, che gl'Intendenti non riuscivano a sbrogliare la matassa. L'esecuzione di esso venne rimandata, difatti lo stesso Re, il 10 gennaio 1811, stabiliva: 'il decreto del 7 agosto 1809 sull'abolizione delle Costituzioni degli Ordini Religiosi degli Osservanti, dei Riformati, dei Cappuccini e degli Alcantarini sarà eseguito al primo aprile del corrente anno 1811' (Nota 23). In sostanza alcuni conventi dovevano restare aperti, altri bisognava chiuderli. Quali? L'Intendente di Capitanata Giuseppe Charron non riusciva a distrigarsi in quel ginepraio di lettere che gli piovevano addosso dal Governo, da Prelati, da Sindaci, da frati, nel malcontento generale delle popolazioni. Per il convento S. Matteo, il canonico Carlo De Carolis, Vicario Capitolare di S. Marco, manifestava la sua opinione all'Intendente:
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Vecchia Galleria degli 'ex voto' - Particolare.“Ho ricevuto il plico del Real decreto del 7 agosto 1809 contenente l'abolizione delle Costituzioni di diversi Ordini Religiosi, con cui venendo soppressi vari conventi nella Provincia, dai quali questo badial convento viene esentato e conservato nella Comune medesima, volendo intanto far conoscere li tre articoli descritti all'E. V., rispondo: "Sul primo: in questo badial convento di S. Giovanni in Lamis, oggi detto S. Matteo, vi sono tre sacerdoti e dieci conversi professi. Li sacerdoti sono pochi, che però potrebbero aggiungersi altri cinque, e rimanere nel monistero dieci laici per servizio della chiesa, monistero e questua, ben inteso, che per il buon ordine tanto quelli che debbono aggiungersi, quanto quelli che debbono licenziarsi siano noti alla Curia per lo motivo, che prima del presente Real decreto ne aveva prevenuto il Provinciale di rimuoverne alcuni, altrimenti ne avrei fatta relazione al Ministro del Culto". "Sul secondo: col numero sopradetto non solo questo popolo ma anche i forestieri ne riceverebbero l'utile delle confessioni ed altri esercizi di pietà, perché essendo il monistero sudetto luogo di divozione che richiama il concorso non solo della montagna di S. Angelo, che della Puglia e fuori di Provincia, precise nella fiera del 21 settembre giorno di S. Matteo, nel qual tempo ed in altro si mandano come al solito per il bisogno e pel buon ordine dalla Curia altri sacerdoti per sodisfare la divozione dei popoli, che vi concorrono". "Sul terzo: il monistero sudetto non ho motivo ragionevole a credere potersi sopprimere, per essere lo stesso il sollievo non solo dei poveri di questa Comune, ma anche degli esteri per l'oggetto del gran concorso sopradetto"” (Nota 24).
Nella soppressione murattiana, il convento S. Matteo fu risparmiato, restò aperto anche ad altri frati venuti specialmente dal soppresso convento di Gesù e Maria in Foggia. Occorreva sistemare la numerosa famiglia religiosa, e tutti si credettero in diritto di prendere la parola. Un po' di campionario: l'arciprete Francesco Centola teneva a dire al Sottointendente Patroni di Sansevero:
“dovendosi situare la famiglia religiosa degli Osservanti in questo convento di Sammatteo per discarico di mia coscienza, e per il bene di questa popolazione mi fo un dovere parteciparvi, che nella Comunità attuale vi sono dei Religiosi disturbatori e scandalosi, li quali in vari incontri mi han dato motivo d'inquietudine, così nel situarsi la famiglia stimo necessario, che i primi siano i Religiosi paesani a tenore del Reale decreto su tale oggetto e quindi a situarsi quei Religiosi, che possono essere non solo di buono esempio e di edificazione ma ben'anche di utilità, a vantaggio per il bene della popolazione. E perché devono formare parte del clero non vorrei che essendo sotto la mia cura mi diano poi motivo di maggiori disturbi. Sarei perciò di parere, che nella tavola da farsi pel convento suddetto sii (sic) io inteso circa i soggetti da collocarsi” (Nota 25).
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Reliquiario d'argento con un dente di S. Matteo.Altro numero del campionario: il Vicario capitolare di Sansevero, Bonaventura, confermava ed autorizzava il superiore del convento, e aggiungeva: a prevenendola di far sentire a questa vostra Comunità che le leggi e le regole da osservarsi sono quelle istesse che prima erano, e non s'intende altra differenza che siccome prima per l'osservanza o moderazione si doveva dipendere dai Provinciali, oggi si deve dipendere dagli Ordinari rispettivi; e siccome prima li superiori locali venivano scelti dai Provinciali, oggi si scelgono dagl'individui componenti la famiglia istessa non ad altro fine che per chiudere la porta alle doglianze, e clamori d'aver ricevuto un superiore che non era a loro divozione e fosse abborrito” (Nota 26). Con i nuovi arrivati, il convento S. Matteo venne a trovarsi strapieno di Religiosi, il che creava nuovi problemi per il P. Guardiano che scriveva all'Intendente:
'La Real Sua Maestà del Sovrano essendosi benignata di conservare questo convento, molti frati da altri conventi tolti, sono qui capitati, ecco aumentata la necessità della sussistenza per l'aumento della famiglia, ed ecco da ciò il bisogno di più attivare la questua'.
E perché un gradito cercatore non partisse, il P. Guardiano aggiungeva:
“Vostra Eccellenza senza por mente ad altro, si benigni farlo qui rimanere, per una grazia particolare a questo convento, e per una divota crtesia al Santo Protettore. La Comunità non farà che pregare Iddio per la salute e maggior esaltamento di Vostra Eccellenza” (Nota 27).
Questa volta Charron rispose negativamente, non per venir meno alla 'divota cortesia', ma perché a S. Matteo vi erano diciotto fratelli laici, e perché Gian Tommaso Giordani, Sindaco di Manfredonia, aveva protestato in termini non proprio dolci ed amabili
Litografia acquerellata a mano - Monaco questuante.“Questo convento di Manfredonia (S. Maria delle Grazie) è miserabile, perché non vi esistono laici, mentre costoro si annidano tutti nel convento di S. Matteo, donde sboccano nell'intiera Provincia, e col tirare tutto a se stessi fanno si che gli altri conventi, che prestano maggior utile allo Stato e colle scuole e cogli esercizi di culto, languiscono nella miseria. Laddove quello di S. Matteo situato in una campagna ha pochi sacerdoti, ed abbonda di tanti laici per lo più giovani e professi e non professi, che il loro numero reca grande danno alla società, la quale invece di nutrire l'industrioso ed il fatigatore, è obbligata a dar pane ad accattoni pigri ed oziosi, che dalla volgare superstizione vengono anteposti a quei medesimi, cui l'umanità e la Religione accorda al soccorso il titolo di tutta preferenza" (Nota 28).
Una punta di affannosa retorica mista ad elementi di acre sapore, nei quali Gian Tommaso non sarebbe caduto se avesse tenuto conto la ragione per cui il convento S. Matteo disponeva di numerosi frati questuanti. La ragione era che detto convento sopportava le maggiori spese per la Provincia monastica. Quando nel 1776 la Provincia di S. Angelo fu divisa, i frati pugliesi affrontarono spese rilevanti, per i soli avvocati del foro napoletano Giambattista Collotti e Ippolito Caputo, che patrocinarono la causa della divisione presso la Santa Sede e la Reale Corte di S. Chiara, spesero 1800 ducati, somma che in gran parte fu versata dal convento S. Matteo (Nota 29). A tutte le spese particolari del Ministro Provinciale e della sua "Corte" pensava il convento S. Matteo. A provvedere il vestiario a tutti i frati della Provincia - ed erano sempre oltre 200 - pensava il convento S. Matteo. Perciò nessuna meraviglia potranno suscitare i seguenti dati statistici: Anno Sacerdoti Chierici Laici 1839 8 12 35 1840 7 12 39 1841 7 11 38 1842 8 11 38 1843 10 12 39 1844 10 10 38 1845 12 11 39 1846 8 12 38 1847 10 12 38 1848 10 6 27 (Nota 30)
Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?
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