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L’osso del Mezzogiorno
di Alessandro Leogrande pubblicato giovedì, 25 novembre 2010 · 2 Commenti
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Ognuno serba i propri ricordi personali di quell’evento. Io, ad esempio, ricordo perfettamente che in quel momento, intorno alle sette e mezza della sera, stavo vedendo un film western insieme a mio nonno. È uno dei miei primi ricordi di infanzia: il trauma ha sedimentato nella mia memoria una precisa consapevolezza della scansione dei fatti. Io e mia sorella eravamo in casa, a Taranto, con i nonni paterni. I miei genitori non c’erano. Ricordo ancora il palazzo che ondeggiava, le porte che si chiudevano da sole, le urla di alcune donne. E poi l’interminabile discesa per le scale condominiali, undici piani attraversati uno alla volta nella calca, in una lentezza estenuante. Quella notte la passammo in macchina, con la paura che i palazzi venissero giù.

Da allora molte cose sono cambiate. E se - come si dice in genere - i terremoti sono eventi naturali, i post-terremoti sono sicuramente eventi politici, profondamente umani, spesso inquinati dal dilagare della criminalità. In molti oggi ritengono che la nuova camorra non sarebbe prosperata così tanto (o sarebbe prosperata in maniera diversa) senza il terremoto dell’Irpinia. Senza il terremoto non si sarebbe saldato quell’amalgama purulento tra una parte della politica e una parte della criminalità per la gestione dei fondi della ricostruzione. In parte tutto questo era deducibile già allora, come dimostra un vecchio libro di Giovanni Russo e Corrado Stajano, Terremoto, edito da Garzanti. Tra l’altro, alcuni importanti saggi di Stajano sul terremoto sono stati raccolti di recente, insieme ad altri suoi scritti, in L’Italia ferita (Edizioni Cinemazero).
L’11 dicembre del 1980 a Pagani (paesone dell’agro nocerino-sarnese in preda all’anarchia) venne ucciso il sindaco democristiano Marcello Torre per il semplice fatto di essersi opposto con fermezza alla gestione “criminale” della ricostruzione. Solo molti anni dopo, Raffaele Cutolo è stato condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio.
L’omicidio Torre (per la prima volta, nel Mezzogiorno continentale, un sindaco venne ammazzato dalla mafia) costituì un balzo in avanti nell’aggressione camorristica alla convivenza civile. Ma questa era solo la punta dell’iceberg del nuovo sistema che si andava delineando, riducendo al silenzio o estromettendo chi non ci stava. La voragine degli investimenti a perdere, dei miliardi bruciati senza senso negli anni terminali della Prima repubblica meridionale, ha nel terremoto il suo epicentro.

Ma che cosa fanno oggi le donne e gli uomini rimasti a vivere nell’Appennino meridionale, gli abitanti di quello che Manlio Rossi-Doria definì un tempo “l’osso” del Mezzogiorno, la sua parte più povera? Il più attento narratore della vita dei paesi devastati dal sisma (oltre che dalla lenta e inesorabile emorragia dell’emigrazione) è Franco Arminio, autore di Viaggio nel cratere (Sironi) e di Vento forte tra Lacedonia e Candela (Laterza). I paesi che Arminio racconta, da una parte e dall’altra dell’Appennino, nel cuore o intorno alla sua Irpinia, sono ormai paesi abbandonati. Paesi malati di “desolazione”, sostiene, paesi che ormai si sono arresi. E Conza vecchia, epicentro del terremoto che fu, è la pietra di paragone di questo arrendersi sospeso nel tempo. Visto da qui, dal paese senza vita con le case chiuse o ancora squarciate, con una chiesa senza tetto e senza altare, il Sud fa uno strano effetto.
2 Commenti a “L’osso del Mezzogiorno”
- Larry Massino scrive:
25 novembre 2010 alle 14:10
Parafraso una bella immagine di questo bell’articolo per commentare questo bell’articolo: Italia Paese malato di desolazione, popolato da uomini che ormai si sono arresi.
- Eva scrive:
30 novembre 2010 alle 16:38

Di Franco Arminio ho letto solo Vento forte tra Lacedonia e Candela dove, a sorpresa, compaiono anche alcuni borghi piemontesi, così simili, nei loro silenzi e nella loro desolazione, ai paesi devastati dal terremoto dell’Irpinia. La desolazione di questi borghi, al pari di altri paesi del Sud Italia, è il frutto di una mala educazione che ancora oggi, come negli anni del boom economico, vede la città come l’unico luogo possibile alla realizzazione umana. Giro spesso per i borghi medievali del Piemonte e ogni volta ascolto stupita i racconti dei pochi sessantenni che, in estate, o alla domenica, tornano ai borghi natii dalla città, a fare la conta dei vecchi che ce l’hanno fatta a superare un altro inverno. I giovani, se ci sono, muoiono anche più dei vecchi: incidenti stradali mentre si cerca un qualche stordimento nella città, spesso troppo lontana, o rintanata dietro una curva di troppo.
Ma divago. Non so, non sono certa che la malavita avrebbe avuto esiti diversi o vita più difficile, senza il terremoto dell’80: in fin dei conti, la storia più recente ci insegna che i terremoti possono tornare (e con loro, la ricostruzione).
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Piero Ignazi, Vent'anni dopo La parabola del Berlusconismo, Pagg. 142-144 Il Mulino, Bologna 2014
La modernizzazione e il nuovo miracolo economico.

- fallita la costituzione di un grande partito liberal-conservatore ridotto a una formazione patrimoniale-populista con tratti carismatici, del tutto soggetta alle decisioni insindacabili del capo e aliena ai principi liberali;
- fallita la modernizzazione del paese, riportato indietro di anni se non di decenni, ben al di là dell'impatto esterno della crisi internazionale;
- fallita la rivoluzione liberale. E questo per molti motivi: per l'adagiarsi su interessi settoriali, corporativi e persino personali visto il “benefit politico” aggiuntivo di 2,1 miliardi di euro alle sue televisioni per tutti gli anni in cui è stato al governo; per la radicalizzazione esasperata del conflitto politico, funzionale a eliminare potenziali concorrenti dell'area moderata, a incominciare da Mario Segni; per la confusione-irrilevanza del rapporto tra azione individuale e responsabilità collettiva; per l'abbattimento di ogni confine tra sfera pubblica e sfera privata; per la diffusione di valori e prassi antitetici a quelli liberali.
Questi fallimenti sono inequivoci ma sarebbe liquidatorio fermarsi qui. Se il ventennio porta il segno del Cavaliere significa che qualcosa, e ben più di qualcosa, è rimasto. In estrema sintesi, una cultura politica che in parte si è connessa con quel basso continuo della nostra storia nazionale di diffidenza/ostilità per l'imperio della legge e la legittimità delle istituzioni; in parte ha espresso un individualismo debordante, vitalista ma senza argini; e infine ha infranto le barriere del reale e del razionale favorendo fughe in avanti e aspettative miracolistiche che solo un capo può soddisfare.
Quanto di tutto questo rimarrà vivo nella società dipende dalle scelte di quella classe, la borghesia, che avrebbe dovuto far argine al populismo forzaleghista, mentre invece è rimasta rincantucciata dietro le prebende del Cavaliere e ha preferito turarsi il naso pur di fare affari e di arginare i rossi. Se non acquisisce coscienza di sé, cioè del ruolo di guida che ovunque essa assume grazie a un ethos intriso di valori liberali e democratici e non populisti, allora il berlusconismo continuerà a circolare sottotraccia.
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http://www.storiaxxisecolo.it/antifascismo/antifascismo15.html
“Sono passati cinquantaquattro anni dalla caduta del governo Parri che segnò la fine della brevissima avventura politica del Partito d'Azione - ha scritto Giorgio Bocca nel 1999 sulle colonne di Repubblica -, ma l'azionismo resta un partito centrale della politica italiana: un partito virtuale, in gran parte immaginario, l'opposto di tutti i vizi e le debolezze secolari della nazione, di una virtuosità giacobina, estranea alla cultura clericale del paese, di fronte a cui anche i suoi vecchi militanti si sentono impari: ma davvero eravamo un partito di vipere come diceva Giannini il fondatore dell'Uomo qualunque del professor Codignola? Un partito di incorreggibili sovversivi come dicevano di Riccardo Lombardi e di Emilio Lussu i liberali? O più semplicemente gli eredi delle minoranze laiche, illuministe, repubblicane, riformiste fatte regolarmente a pezzi dalle restaurazioni borboniche o papaline, una minoranza scomoda in un paese diviso fra guelfi e ghibellini?”.
Giustizia e Libertà
Nel 1929, a Parigi, Carlo Rosselli, Emilio Lussu e i fuoriusciti riuniti intorno alla figura di Gaetano Salvemini fondarono un movimento, Giustizia e Libertà, che voleva essere “l'anima della rivoluzione liberatrice di domani”: un movimento rivoluzionario libertario e democratico che riuniva in Italia e all'Estero coloro che non erano comunisti, avversavano i gruppi dirigenti liberali e la sinistra aventiniana e volevano combattere il regime fascista per creare una società libera e civile. Fu Salvemini a stendere la bozza di statuto. I costituenti avevano storie politiche diverse: liberali Tarchiani, il giornalista Alberto Cianca e Vincenzo Nitti; repubblicani Cipriano Facchinetti, Raffaello Rossetti, Gioacchino Dolci e Fausto Nitti; socialista Rosselli, sardista Lussu. Il motto fu suggerito da Lussu: “Insorgere! Risorgere!”. Adottarono per simbolo la spada di fiamma tra quelle due parole. “Provenienti da diverse correnti politiche - si legge nel primo appello di GL, diffuso a novembre del 1929 - archiviamo per ora le tessere e creiamo una unità d'azione”. La guida del movimento fu affidata a un triumvirato espressivo delle tendenze su cui GL si fondava: Rosselli socialista, Lussu sardista-repubblicano, Tarchiani liberale. Il movimento si dotò presto di una rivista come strumento di elaborazione teorica: i Quaderni di Giustizia e Libertà, che videro la collaborazione di molti intellettuali, tra cui spiccava il nome del socialista libertario Andrea Caffi.
Firenze, che coi Rosselli, con Salvemini, con Rossi, con Calamandrei, di GL era stata la culla, fu centro di un episodio di grande interesse nella storia ideale e culturale del movimento: il rapporto che si instaura tra il socialismo liberale di Rosselli e il liberalsocialismo che ebbe in Guido Calogero e in Aldo Capitini i suoi teorici e trovò in Toscana le adesioni di Tristano Codignola, di Enzo Enriques Agnoletti, di Carlo Ludovico Ragghianti di Mario Bracci, di Mario Delle Piane. Lo stesso Codignola, che ne diventerà il rappresentante politico di maggiore originalità e di maggiore spicco, ha raccontato, ricostruendola dall'interno con lucida intelligenza storica, l'avventura intellettuale e politica del gruppo di giovani, maturati sotto il fascismo ma nel solco del crocianesimo, e che per quella via pervennero all'antifascismo militante.
Il cambiamento della politica di Rosselli a partire dal '34 e l'avvicinamento ai comunisti produsse il progressivo allontanamento da GL di elementi come Salvemini, Caffi, Tarchiani e, per ragioni diverse, dello stesso Lussu. Lo storico pugliese non apprezzava il progressivo radicalizzarsi in senso classista e socialista di GL.
Nel '36 GL si schierò da subito al fianco del fronte popolare in Spagna. La risposta dell'emigrazione e dell'antifascismo italiano non si fece attendere. Rosselli fu alla testa di una colonna di esuli antifascisti, sul fronte di Aragona, ed era sicuro che questa esperienza avrebbe condotto alla certezza di poter vincere anche in Italia. Celebre la sua frase, che divenne un vero e proprio motto “Oggi in Spagna, domani in Italia”.
L'ultimo episodio di rilievo internazionale di Gl fu quello che ha protagonista il primo compagno di Carlo Rosselli, Ernesto Rossi, veterano della galera, deportato a Ventotene, che si associò a un ex-comunista, Altiero Spinelli - finirà anche lui nel Partito d'Azione - per lanciare, in collaborazione col socialista Eugenio Colorni il Manifesto che dall'isola ha preso il nome Per una Europa libera e unita, per una federazione europea da costruire sulle rovine della guerra in corso. Sarà opera loro la fondazione a Milano del movimento federalista europeo, che sarà di fatto, con la eccezione di Colorni, una articolazione del Partito d'Azione nella Resistenza e un efficace strumento di collegamento tra i movimenti europeistici fioriti, a partire dal '41, in tutta l'Europa occupata e nella stessa Germania. In Francia sarà un giellista, un amico di Rosselli, Silvio Trentin a dar vita un gruppo di resistenza che ebbe per motto Libérér et fédérer.
1942, nasce il Partito d'Azione
Il programma: socialismo liberale
Il Partito d’Azione lottò per instaurare in Italia una democrazia che fosse aperta alle giuste rivendicazioni dei lavoratori, che modificasse le strutture economiche e sociali del paese e preparasse l’allargamento delle libertà; in ultima analisi era il tentativo di superare gli ostacoli esistenti tra il socialismo e il liberalismo. Le rivendicazioni iniziali del Partito d’Azione furono: l’abbattimento del fascismo, la formazione di uno stato laico e repubblicano, la riforma agraria, amministrativa e delle autonomie locali; sul piano internazionale, auspicava la nascita di una federazione europea di stati.
Il Partito d'Azione nella Resistenza, il Governo Parri e lo scioglimento del partito
Dopo l'armistizio del '43, il Partito d'Azione immette questo patrimonio di pensieri e di azioni, tanto ricco quanto composito, nel corpo vivo della Resistenza. L'operazione di innesto della tradizione giellista nel movimento resistenziale ha il suo maggiore artefice in Ferruccio Parri. Parri è l'interprete più fedele, più intransigente, più conseguente della direttiva principale e centrale di Rosselli: la liberazione dal fascismo deve essere opera del popolo italiano, deve coinvolgere le classi popolari, deve portare a compimento quel processo di rigenerazione nazionale rimasto incompiuto dal Risorgimento sabaudo-garibaldino. Gli azionisti sono presenti in maniera attiva nella Resistenza e nei Comitati di liberazione nazionale: le formazioni GL costituiscono il nucleo più numeroso, più combattivo e più compatto della Resistenza non comunista e c'è chi ipotizza il loro concorso al fine di fronteggiare i comunisti qualora essi scendessero su terreno rivoluzionario. Questo consente a GL di accogliere nelle proprie file uomini che appartengono ai ceti dirigenti inseriti in una rete di efficienti e efficaci solidarietà, quadri militari professionali e di godere dei lanci di armi e viveri da parte degli Alleati, generalmente negati alle formazioni comuniste.
Nei venti mesi della guerra partigiana morirono, di Giustizia e Libertà, in 4.500, e fra loro la più alta proporzione di dirigenti.
Il governo Parri e lo scioglimento del partito

Dopo la caduta del governo presieduto proprio dall’esponente azionista, Ferruccio Parri, il Partito d’Azione, diviso tra una corrente democratico-riformista, capeggiata da Ugo La Malfa, e una corrente socialista-rivoluzionaria, capeggiata da Emilio Lussu, mostrò scarsa omogeneità al suo interno. La grave sconfitta subita alle elezioni per la Costituente del 1946 (prese solo l'1,46 per cento dei voti) fu all'origine della crisi del partito, rappresentato da intellettuali di primo piano ma privo di una base di massa. Protagonista nella guerra di liberazione, esso va infatti in frantumi a un anno dalla insurrezione, dopo aver dato all'Italia liberata il primo presidente del consiglio. La sparuta pattuglia dei suoi eletti alla Costituente riuscirà ancora, tuttavia, a dare un contributo di straordinaria importanza alla elaborazione della carta costituzionale e valga per tutti il nome di Piero Calamandrei, che della costituzione fu tra i maggiori artefici nell'aula di Montecitorio, il più strenuo difensore dei suoi dettami nella battaglia politica e parlamentare, il più appassionato divulgatore dei suoi principi nel paese.
Il partito d'azione perse rapidamente la sua influenza nella vita politica italiana e i suoi esponenti confluirono in altri partiti: Lombardi e Lussu nel Partito socialista italiano (PSI), La Malfa nell Partito repubblicano (PRI). Nel 1955 alcuni esponenti azionisti (Valiani, Zevi, Rossi, Calogero e altri) cercarono di far rinascere il partito, con un nuovo nome: partito radicale. Ma il tentativo fallì.
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Esame di coscienza di un interventista
Di Gaetano Salvemini
Presentiamo ai nostri lettori un passo, inedito, del Diario 1922-1923 che sta per essere pubblicato integralmente nel volume delle Opere di Gaetano Salvemini edite da Feltrinelli (Scritti sul fascismo, II).
26 gennaio 1923

La realtà è che nella guerra l'autorità non può non essere concentrata, in maggiore o minore misura, ma sempre in larghissima misura, nelle mani dei generali e dei finanzieri: e questi, se riescono a vincere la guerra, non possono non avere mano libera nelle trattative di pace, e ne approfittano per fare la pace a modo loro, cioè per preparare nuove guerre, ed assicurarsi così la carriera e i profitti di tutte le operazioni necessarie alla preparazione delle nuove guerre. Quanto alla alternativa b) ricordo che il Presidente Masarick, nella primavera del 1921, mi diceva a Capri proprio questo: che l'Europa uscita dalla conferenza di Parigi, con tutti i suoi difetti, è migliorabile e perfettibile, mentre l'Europa riorganizzata alla tedesca sarebbe stata assai peggiore e assai più rigida.
Tutta la nostra azione nello spingere l'Italia all'intervento e, durante la guerra, nel volere che la guerra fosse condotta fino alla vittoria assoluta, si fondò sulla illusione che i vittoriosi sarebbero stati generosi e saggi, e che le nazioni vecchie e gli stati nazionali nuovi avrebbero compreso l'orribile lezione della guerra e si sarebbero organizzati in un nuovo ordinamento mondiale pacifico e laborioso, in cui i vinti sarebbero entrati senza mutuazioni, senza rancori, eguali fra eguali.
Dunque avrei dovuto prevedere che era illusione la “guerra contro la guerra”. I popoli non sono capaci di utilizzare la libertà per la pace: data la stupidità delle masse e la malvagità dei condottieri, la libertà delle singole nazioni non può non essere che la guerra, più o meno larvata, di tutti contro tutti, l'anarchia delle cupidità e delle scempiaggini. Il mondo non può essere unificato e pacificato che dalle imposizioni dei più forti sui più deboli, anzi dalla imposizione del più forte sui più deboli: così fece Roma; così ha fatto l'Inghilterra su un terzo della superficie terrestre e solo ... fino ad un certo punto.
Questa unificazione si sarebbe avuta certamente con la vittoria della Germania. Dal punto di vista economico sarebbe stata una grande organizzazione, che avrebbe ricavato il massimo vantaggio possibile da tutte le risorse mondiali: perché su questo campo i tedeschi sono indubbiamente maestri.
Il loro spirito organizzatore, non trovando più ostacoli politici, avrebbe avuto libera carriera; e sarebbe stato un aumento enorme di benessere materiale in tutto il mondo, o per lo meno in tutta Europa. Ma sarebbe stata la pace? Era possibile che la Germania sottomettesse non solo il continente europeo, ma anche riducesse all'impotenza l'Inghilterra e gli Stati Uniti e il Giappone? I militari tedeschi, dopo avere imposta alle potenze transmarine una pace di compromesso, che avrebbe lasciato loro il controllo dell'Europa e dell'Asia anteriore (più non potevano ottenere, nel massimo della vittoria) non avrebbero desiderato ancora di più? Non sarebbero stati costretti a battersi ancora con le potenze marittime non ancora assoggettate? Ammettiamo che dopo altri cinquant'anni di armistizi e di guerre la Germania fosse riescita ad unificare il mondo, sarebbe stato desiderabile ciò?


c'è evidentemente nel mio spirito un residuo che si rivolta contro questa conclusione. Ma è un residuo irragionevole.
Ma la mia prescienza mi avrebbe fatto sapere che questa rivoluzione non era possibile; e se fosse stato possibile estendere al resto dell'Europa il movimento bolscevico della Russia, questo fatto avrebbe rovinata l'Europa più assai che non abbiano fatto i malfattori della Conferenza di Parigi: meno che mai avremmo avuto pane e pace.
Dunque sarei stato neutralista; ma neutralista assoluto, nel vero senso della parola. Non neutralista provvisorio, in attesa di passare dalla parte dei tedeschi, come Croce e C.i; non neutralista irredentista e colonialista, cioè pronto a passare di qua o di là, secondo i vantaggi territoriali sperabili, come furono i nove decimi degli interventisti italiani; non neutralista rivoluzionario, cioè illuso nella possibilità di una benefica rivoluzione sociale attraverso le guerre, come i socialisti e gli anarchici; ma neutralista assoluto, come furono gli svizzeri, gli olandesi, i danesi, gli scandinavi, eco. Anzi neutralista più assoluto della massima parte di essi; perché i più fra essi, pur rimanendo politicamente neutrali, parteggiarono spiritualmente per gli uni o per gli altri. Io non mi sentirei di parteggiare; rimarrei, come l'asino di Buridano, incerto fra i due fasci di fieno. Il che vuol dire che, se avessi avuto la prescienza, sarei rimasto inerte, più isolato che mai, più detestato che mai, a fare più che mai la Cassandra inascoltata.
La prescienza o la troppa chiaroveggenza è nemica dell'azione. La grande massa degli uomini agisce sotto lo stimolo di sentimenti incoscienti, di bisogni immediati, di illusioni. E gli uomini politici debbono possedere una larga dose di spensieratezza, se vogliono essere capaci di agire. Tante volte, nella mia azione politica, mi è avvenuto di sentirmi paralizzato in piena lotta dal prevedere le conseguenze della vittoria, che sarebbero state diverse da quanto i miei seguaci speravano e credevano; e mi pareva di ingannarli, lasciandoli nella illusione; e perciò apparivo ad essi quasi assente dalla battaglia in cui essi erano convinti di battersi per me. Una certa dose di chiaroveggenza è necessaria all'uomo politico, perché egli possa scegliere senza errore il fine della propria azione; ma una chiaroveggenza troppo larga è causa di debolezza e di inerzia. Non c'è linea di condotta che non abbia i suoi vantaggi e i suoi svantaggi: l'uomo politico deve sceglierne una, quella che gli sembri meno svantaggiosa o più vantaggiosa, e procedere vigorosamente per quella; sviluppandone e sfruttandone gli utili, limitandone i danni via via che si presentano, senza anticiparne la preoccupazione, affrontandoli alla giornata. La scelta intelligente della via fondamentale esige una dose notevole di chiaroveggenza, e forse è dovuta in buona parte a spinte inconsapevoli, che vengono a galla dall'oceano ignoto del nostro subcosciente. E forse c'è nel gioco politico un fenomeno analogo a quello che è formulato nella legge delle probabilità: alcune scelte si trovano a corrispondere alle correnti predominanti, mentre altre non corrispondono, a caso, senza merito speciale nella intelligenza di chi ha fatto la scelta. Anche nel commercio spesso è la fortuna che fa la ricchezza. La politica è come il commercio. E l'uomo politico, che non sa rischiare, che non ha una fede cieca nella propria fortuna, che vuol vedere troppo chiaro, che vuol prevedere troppo minutamente l'avvenire, è destinato alla sterilità.
Gaetano Salvemini
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Annali della Fondazione Luigi Einaudi, Torino 1967, pp. 345-362
Lettere di Carlo e Nello Rosselli a Gaetano Salvemini (1925)
A cura di Nicola Tranfaglia
Le quattro lettere, indirizzate da Carlo Rosselli a Salvemini in un periodo che va dal gennaio al novembre 1925, appaiono di straordinaria importanza per ricostruire l'atteggiamento politico e i pensieri di Rosselli tra il “colpo di Stato” del 3 gennaio 1925 e la “fine ingloriosissima” dell'Aventino (come egli stesso la definisce nella lettera del 29 settembre 1925).
Il delitto Matteotti aveva segnato, per Rosselli come per molti altri della sua generazione, una svolta drammatica: il giovane comprese allora che, di fronte allo scontro frontale tra fascismo e antifascismo, non era più possibile restare al di fuori dei partiti, in una posizione essenzialmente critica. “Credo che tra poco entrerò nel Partito Unitario”, scrisse nel luglio '24 a Piero Gobettii, “probabilmente in gruppo con altri amici, tra i quali Salvemini e Jahier. Forse anche Torraca. È un tentativo che si deve fare, tanto più che è venuta l'ora per tutti di assumere il proprio posto di battaglia in seno ai partiti. Solo così, forse, eviteremo il calderone di domani. E solo così sarà possibile, con l'ingresso di nuove forze d'accordo su un minimo comun denominatore, esercitare nell'ambito dei rispettivi partiti quel lavoro positivo di chiarificazione che faciliterà grandemente la soluzione di domani”.
L'Aventino fin dall'inizio non appare a Rosselli la soluzione della crisi. E d'altra parte la divisione del movimento operaio in tre tronconi in continua polemica tra loro non gli fa intravvedere una concreta alternativa alla secessione aventiniana. Rosselli coglie con chiarezza nei suoi scritti del '23 e del '24 i limiti del socialismo turatiano, l'inconsistenza e l'ambiguità delle forze che si autodefiniscono liberali e democratiche, ma nello stesso tempo sottovaluta l'importanza del movimento comunista e ad esso oppone un atteggiamento di rifiuto totale e categorico. Giocano a determinare una simile posizione, da una parte la formazione politica e culturale di Rosselli negli anni decisivi del dopoguerra, dall'altra la linea perseguita, nei primi anni della sua esistenza, dal P. C. d'Italia nei confronti dei socialisti italiani.
Appaiono indicative della sua sfiducia sull'Aventino e sull'azione delle opposizioni “ufficiali” due lettere che egli invia alla madre nel settembre e nel novembre 1924. “Ho visto”, scrive nella prima, datata Londra 26 settembre 1924, “immagina con quale piacere, che M.[ussolini] ha ripreso i suoi giri spaventosamente monotoni. Il suo piano evidente è questo: far mostra per due o tre mesi ancora di starsene con l'olivo in mano per disarmare le opposizioni e superare lo scoglio del ritiro delle medesime dai lavori parlamentari, salvo poi riprendere il vecchio gioco a crisi superata. Io almeno non ci cado più, e spero che altrettanto facciano gli oppositori ufficiali”. E nella seconda, scritta da Firenze il 24 novembre successivo: “Le notizie politiche confermano il mio pessimismo, non certo relativo. Non credo, salvo miracoli, a una soluzione sul terreno legale. M.[ussolini] esce da questa discussione diminuito di fronte a tutti e un po' imbavagliato. Ma non c'è da farsi illusioni. Per me l'unico attivo di questa lotta è la fine dell'equivoco Delcroix-Benelli”.
Le lettere a Salvemini sono altrettanto chiare su questo punto. Rosselli non si fa illusioni né sull'Aventino né su Amendola (“fuori dal terreno parlamentare ... è zero”), sottolinea “le concorrenze bottegaie, le incertezze, le pusillanimità dei capi”, saluta quasi con soddisfazione lo scioglimento del Partito Socialista Unitario e la fine della “Giustizia” sperando che così sia possibile rinnovare “quadri, ambienti, idee”. Ma le proposte d'azione che scaturiscono dalle sue lettere - soprattutto dalle ultime tre scritte quando l'insuccesso dell'Aventino è ormai evidente e il regime fascista si va consolidando - non riguardano tanto il presente quanto l'avvenire.
Nell'impossibilità di analizzare in questa sede tutti i disparati motivi presenti nel discorso di Carlo Rosselli e le varie influenze ideologiche che si fanno sentire, qui meglio che altrove, mi limiterò a richiamare l'attenzione del lettore su alcuni aspetti fondamentali del pensiero rosselliano che si ritroveranno poi in Quarto Stato (1926), in Socialismo liberale (1930) e in Giustizia e Libertà.
Subito dopo, e legata a questo primo aspetto, la concezione dell'élite composta di intellettuali e di politici, “capace ... di costituire la classe dirigente di domani”, di lavorare in profondità per preparare un'alternativa valida al fascismo. Ma una simile élite ha bisogno di un uomo, dotato di grande “autorità morale”, “indipendente dai partiti”, che sia in grado di dirigerla: e, scartato Amendola, Rosselli ritiene che Salvemini sia il capo più adatto a guidare la minoranza antifascista. E qui emerge con estrema chiarezza la debolezza della posizione rosselliana che sottovalutava non soltanto l'azione dei partiti, dei nuovi - come il P. C. d'Italia - e di quelli tradizionali, ma anche il ruolo delle masse.
È notevole, tuttavia, in questo contesto il monito di Rosselli sulla sterilità dell'opposizione all'estero e sulla necessità di proseguire, finché sarà possibile, il lavoro in Italia. Viene in mente il celebre articolo pubblicato da Giustizia e Libertà su I pericoli dell'esilio: in realtà Rosselli, a differenza di altri oppositori del fascismo, avrà sempre chiara la consapevolezza della necessità di non perdere mai il contatto con l'opinione italiana, con chi sperimenta giorno per giorno la dittatura.
In ogni caso, almeno fino a tutto il 1925, è difficile - per Rosselli come per altri antifascisti - rassegnarsi a una sconfitta senza appello. Nell'ottobre, come è testimoniato dalla sua lettera a Salvemini, egli ritiene che sia compito dell'opposizione più decisa impedire la “normalizzazione” del regime, il ritorno di Mussolini al “trasformismo giolittiano” (e in quest'analisi appare evidente l'influenza salveminiana e gobettiana), con tutti i mezzi: non escluso il terrorismo. “Oggi”, scrive il 21 ottobre 1925 a chi considera il suo “più grande maestro di vita”, “un attentato fortunato porterebbe alla follia i fascisti. Avremmo sei mesi di terrore, ma probabilmente dopo si tornerebbe ad un regime possibile”. Si prefigura già in quest'accenno, che su Quarto Stato non sarà sviluppato soltanto a causa della censura prefettizia, la prima fase di Giustizia e Libertà: l'attentato “fortunato”, capace di scuotere l'opinione pubblica e di mettere in pericolo la stabilità del regime.
Infine, il giudizio sul fascismo. Non inganni il lettore l'accenno alla “malattia” italiana che l'opposizione dovrebbe curare: Rosselli, pur nell'incertezza di quel periodo, è orientato a vedere nel fascismo - vicino dunque a Piero Gobetti e a Giustino Fortunato - il risultato delle “organiche deficienze e debolezze del paese”, oltre che degli errori del movimento socialista, piuttosto che l'improvvisa “malattia” o “accidente” che ha colpito l'Italia.
Nicola Tranfaglia.
