Il testo che segue è stato letto a Foggia, nella Facoltà di Economia della locale Università, il 2 aprile 2009. Il testo era accompagnato da foto a tema, fornite e proiettate dallo scrivente. Il webmaster
Le fracchie a S. Marco in Lamis, problemi e prospettive Una fracchia a San Marco in LamisCon la parola fracchia, termine sammarchese dall’etimo controverso, s’intende una struttura di legno grezzo di forma conica che rievoca grosso modo i lineamenti di una fiaccola. Le fracchie sono protagoniste dell’unica manifestazione pubblica della popolazione sammarchese, quasi un carattere identificativo della cittadina garganica. Le fracchie, accese, vengono portate per le vie del paese a corteggio della Madonna Addolorata in una delle numerose processioni del Triduo Sacro della Settimana Santa e precisamente la sera del Venerdì Santo. Il significato delle fracchie non è del tutto chiaro; è tuttavia opinione comune che esse vogliano rappresentare in qualche maniera l’agitarsi angoscioso dei parenti e degli amici che accompagnavano la Vergine Maria nella notte tra il giovedì e il venerdì santo alla ricerca di Gesù da poco arrestato dalle guardie del sommo sacerdote, guidate dall’apostolo traditore Giuda, e finito chissà dove. Il triste corteo percorre i quartieri di Gerusalemme illuminando il cammino con fiaccole improvvisate che gettano sinistri bagliori su vicoli e angoli bui, ma i muri e le porte delle vecchie case restano irrimediabilmente chiuse. La processione delle fracchie si può intendere, quindi, come la rievocazione dell’intenso dolore della Madonna e degli amici di Gesù. Una sacra rappresentazione stilizzata e ridotta a pochi segni in cui il dolore e il silenzio che attanagliano l’anima, accresciuti dall’ignoranza del presente e dai molti punti interrogativi sul futuro, sono gli attori protagonisti, mentre il fuoco delle fiaccole, con la sua chioma viva splendente nella notte, con la corona di scintille scoppiettanti, sottolinea la continuità della vita in perpetuo rigenerarsi. La fortuna religiosa della processione delle fracchie deriva dalla dimensione perpetua e comune del dolore umano e, insieme dalla vitalità dello spirito di cui solo l’intensità del sentimento artistico riesce talvolta a trasmettere una pallida immagine. Si pensi, per es., alle laudi di Jacopone da Todi o alle splendide arie dell’Orfeo ed Euridice di Gluk. Le fracchie di San Marco in LamisLa identificazione delle fracchie come fiaccole, seppur con caratteristiche particolari, che avevano la funzione di far luce nella notte è suffragata dalla documentazione archivistica venuta alla luce grazie alla tenacia e sagacia di un ricercatore sammarchese, Gabriele Tardio, che ha anche il merito di aver tracciato, con le sue ricerche, la storia della evoluzione delle fracchie fino ai nostri giorni. La prima menzione delle fracchie si ha negli Statuti cittadini del 1490 (G. Tardio, Fracchie, p. 7) dove viene regolamentata la circolazione dei cittadini durante le ore notturne. Era prescritto che i passanti fossero muniti di appositi lumi se il loro gruppo non superava le sei persone; fino a dodici unità era prescritto un lume più grande, vale a dire la fracchia. Dal suono della campana vespertina, che secondo l’uso liturgico suonava un’ora dopo il tramonto del sole, fino all’alba era vietato circolare senza un lume o una fracchia. Evidentemente il provvedimento non riguardava solo la comodità delle persone che avevano bisogno di avere una visione chiara dell’ambiente in cui si muovevano, ma era dettato anche da esigenze di ordine pubblico perché i passanti fossero immediatamente riconoscibili dalla forza pubblica e gli abitanti non li scambiassero per ladri. Le fracchie e i lumi furono in uso fino agli albori del sec. XX quando furono sostituite dalla più efficiente illuminazione pubblica con i lampioni. Le testimonianze più antiche dell’uso delle fracchie nelle processioni risalgono al sec. XVIII. Diversi documenti conservati nell’Archivio della Collegiata di San Marco in Lamis parlano delle fracchie come di elementi importanti per sottolineare la solennità delle circostanze religiose. Ma la loro presenza è particolarmente avvertita nelle processioni della Settimana Santa, soprattutto in quelle organizzate dalle varie confraternite che la sera del Giovedì Santo si recavano di chiesa in chiesa per la cosiddetta visita dei sepolcri. I confratelli, vestiti di sacco, uscivano dalla loro chiesa e sfilavano per le vie del paese cantando salmi e inni sacri. Molti di essi portavano le insegne della passione del Signore, la croce, la scala, il martello coi chiodi, la corona di spine e la canna con la spugna imbevuta di aceto. Altri portavano sagome di cartone raffiguranti i personaggi e le scene della passione. Ancora oggi la processione delle fracchie è scandita dal passaggio di gruppi di adulti e bambini che recano le insegne della passione o che rievocano, indossando abiti adeguati, gli episodi della Via Crucis. Diversi cortei erano dominati dalla statua della Madonna Addolorata. Molti confratelli, infine, portavano grandi fiaccole fiammeggianti, chiamate fracchie, montate su alte pertiche. Le fracchie non somigliavano affatto a quelle moderne, di enormi proporzioni, montate su ruote e tirate da ragazzi mascherati con improvvisati costumi antichi. Erano grandi quanto bastava a portarle a mano, montate su pertiche; i portatori avevano un atteggiamento composto e pregavano. Per ogni fracchia bisognava versare nelle casse del Capitolo Collegiale un carlino. Spesso le processioni s’incontravano, s’intersecavano, si ostacolavano a vicenda; a volte i capi discutevano su chi dovesse aver la precedenza. Le viuzze del paese erano causa e testimoni di un rapporto aggrovigliato in cui non sempre l’interesse religioso era prevalente, spesso sopraffatto da gelosie e ripicche o dal puro e semplice disordine. Le fracchie, in questo clima, potevano essere considerate a ragione elementi pericolosi per la pubblica incolumità. Un rapporto di polizia del 1835 fotografa la situazione
… ci sono tante processioni, sbucano da tutte le strade in tutti i momenti con statue, cartoni, cuscini e pure fiaccole accese che riempiono l’aria di fumo e di carboni per terra…. (Tardio, ibid. p. 8).
Era necessaria una regolamentazione che arrivò nel 1873 con Mons. Geremia Cosenza secondo vescovo della neonata diocesi di Foggia di cui San Marco in Lamis faceva parte. Durante la Visita Canonica del 1872, Mons. Cosenza aveva costatato per alcune pratiche di pietà atteggiamenti non troppo consoni alla fede. Aveva quindi emanato delle disposizioni che riformavano radicalmente tutto il sistema delle visite ai sepolcri delle confraternite. Si stabiliva che la visita ai sepolcri non deve essere fatta dalle confraternite colle fiaccole accese ma solamente con delle candele e la statua dell’Addolorata non deve uscire in processione … La disposizione fu accettata a malincuore. Tuttavia il Capitolo Collegiale fece presente a Monsignor che una decisione così radicale sembrava eccessiva. Si proponeva quindi che, senza cambiare le decisioni già prese, il Vescovo riservasse, a mo’ di privilegio, alla sola Confraternita dei Sette Dolori la facoltà di portare la statua della Madonna, accompagnata dalle fracchie, nella visita ai sepolcri della sera del Giovedì Santo. Parve questa al Vescovo una proposta ragionevole e ben fatta per cui con un apposito decreto concesse
alla Confraternita dei Sette Dolori, presso la chiesa di San Felice, di compiere la pia pratica della processione con la Madonna Addolorata, le fracchie, i cartoni come ab antiquo, e a tale Confraternita soltanto si permette di farla la sera della feria quinta (termine latino liturgico per giovedì) da dopo mezz’ora l’Ave Maria fino alla Chiesa Collegiata dove la processione si interrompe e si rimane in adorazione fino all’alba del giorno seguente e la processione seguirà il suo decorso senza le fracchie.
La fracchie di San Marco in LamisIl decreto del Vescovo, partendo dall’esigenza di purificare gli usi religiosi da pratiche inopportune e pericolose, cambiava nello stesso tempo il significato stesso della processione dell’Addolorata la sera del Giovedì Santo: non più la visita ai sepolcri, ma un ritorno a quel vagare della Madonna, per un percorso senza meta, rischiarato dal bagliore delle fracchie, alla ricerca del suo Gesù. La processione rimaneva, quindi, un fatto a sé, svincolato dal complicato meccanismo della visita ai sepolcri. Non più espressione di una delle tante confraternite, ben presto divenne il momento di massima aggregazione religiosa della città: tutti, uomini, donne e bambini si raccoglievano in profondo silenzio intorno alla Vergine Addolorata accomunati a lei in una delle dimensioni esistenziali più universali e costanti nella vita dell’uomo, quella del dolore. Le fracchie, a loro volta, perdevano il carattere generico per diventare segno di una devozione indissolubile ed esclusiva verso la Vergine Addolorata. Dobbiamo notare, a questo punto, che la processione delle fracchie nasce e si sviluppa in ambiente confraternale in cui l’elemento laico è prevalente. Non è quindi una espressione che trova nella liturgia la sua ragion d’essere né la sua regolamentazione. E’, invece, come la quasi totalità delle espressioni di pietà popolare, un momento religioso creativo che, non allontanandosi dallo spirito della liturgia, attinge dai Vangeli, dalla tradizione devota, dalla letteratura apocrifa e dai bisogni dell’uomo i suoi contenuti, mentre dal complesso semantico del quotidiano mutua il suo efficace linguaggio. Le fracchie di San Marco in LamisQuesta considerazione è importante soprattutto per la valutazione dei processi involutivi a cui questa ed altre pratiche religiose di origine popolare sono state soggette in questi ultimi decenni. Il carattere laicale delle Confraternite, sancito già dalla metà del sec. XVIII con Carlo III di Borbone, limitava fortemente la giurisdizione dell’autorità religiosa in questa materia, riconoscendole, tuttavia, il diritto a un’alta direzione di tipo esclusivamente religioso, vale a dire in materia di ortodossia e di retto costume, che veniva esercitata da un sacerdote con le funzioni di assistente ecclesiastico. Oggi la processione delle fracchie in qualche maniera si porta ancora questa eredità per cui la funzione del clero è del tutto marginale e, spesso, invisibile. Ma questo, soprattutto nella nuova mentalità che il concilio Vaticano II si è sforzato di mettere in luce, non è necessariamente un lato negativo, se ognuno, chierici e laici, svolgono con rigore e fedeltà il proprio ruolo. Fatta questa brevissima digressione, torniamo al nostro racconto. Le disposizioni del Vescovo Mons. Cosenza furono accolte e rimasero a lungo in uso insieme al complesso delle tradizioni legate alle fracchie. Nel 1907 Antonio Beltramelli, nel suo libro Il Gargano, descrive con accuratezza la processione. Dopo aver narrato con gusto condito di nordica spocchia lo strano costume vigente in San Marco e in altri paesi garganici di costringere una ragazza non consensiente al matrimonio forzato strappandole di dosso il fazzoletto, il Beltramelli passa alla descrizione delle fracchie.
Altra usanza caratteristica di San Marco in Lamis, dice, è la cosiddetta Processione delle fracchie, in un più chiaro eloquio: Processione delle fascine. Si compie la sera del Giovedì Santo. I sacerdoti, recanti i simboli della religione, sono seguiti da una lunga teoria di popolani disposti in due file. Detti popolani indossano una lunga veste e recano, alla cima di una stanga, una fascina imbevuta di sostanze resinose: Ad un certo punto, ognuno accende la sua fracchia ed è allora un immenso rogo, una fiumana di fuoco che si muove lentamente per le vie della città. La scena è di un bello orrido insuperabile. In questa esaltazione del fuoco rivive l’antica anima pagana, il culto alla forza dell’elemento, che è per noi come il fulcro tra i due termini: la vita e la morte (Tardio, ibid, p. 11).
Il brano del Beltramelli è prezioso per scandire le fasi della evoluzione delle fracchie. Dal secondo decennio del sec. XX, infatti, le fracchie subiscono evoluzioni sempre più rapide che le porteranno in breve tempo alla situazione attuale. Nel 1923 lo scrittore garganico Michele Vocino descrivendole, dice che le fracchie sono costituite
da grossi tronchi d’albero per lo più resinosi, tagliati a cono, infarciti in appositi tagli alla base da altri pezzi di legno e cerchiati di ferro, preparati da più mesi e bene essiccati al caldo dei forni per renderli meglio infiammabili. La sera del Giovedì Santo esse vengono portate accese, una da ognuno da oltre trecento contadini precedenti in due fila la statua dell’Addolorata.
Il loro peso non superava i 40 Kg e venivano portate a braccia o poggiate sulla spalla. In alcuni casi venivano poggiate su una stanga orizzontale tenuta da due uomini, mentre un terzo da dietro reggeva la parte terminale del cono ligneo. Nel 1925 la fracchia subisce una ulteriore modifica che la cambierà definitivamente insieme a tutta la processione. Per la prima volta si costruisce una fracchia di grandi dimensioni e per portarla si fa uso di un carrello. Protagonista del cambiamento fu una nobildonna sammarchese, Michelina Gravina, imparentata con famiglie di antica nobiltà napoletana e, alla lontana, anche col servo di Dio Mons. Fortunato Maria Farina Vescovo di Troia e di Foggia. L’iniziativa di donna Michelina Gravina suscitò perplessità e proteste. Lei si scusò e chiese al Capitolo l’autorizzazione a portare una fracchia di formato gigante da mettere su ruote in modo che la sua devozione fosse più grande. Il Capitolo Collegiale annuì di buon grado riconoscendo all’iniziativa della signora nessuna offesa per la devozione, ma solo una grande fede. La fracchia della signora Gravina non si limitò a costituire una novità per la sua grandezza e per il mezzo di trasporto; ma colse in profondità lo stesso spirito che viveva il popolo sammarchese in quella circostanza. Segnò, infatti, la fine della processione delle fracchie come atto comunitario, in cui l’insieme del popolo devoto, rappresentato dalla Confraternita dei Sette Dolori, univa al dolore angosciato della Vergine Madre tutte le esperienze drammatiche della sua vita. L’individuo si sovrappose alla comunità, l’esperienza religiosa ed esistenziale personale e distinta al vivere nella medesima strada, nei medesimi bisogni, come parte del medesimo popolo in camino. La processione, da quel momento, non fu più l’emblema del pellegrinaggio della vita che da un immenso coacervo di individui fra loro distinti e separati costruisce un grande popolo. La processione divenne, da quel momento il luogo della esibizione e del prestigio personale. Dopo il 1925, dimenticate senza rimpianti le proteste provocate dall’iniziativa della signora Gravina, le fracchie diventano sempre più grandi, confezionate per lo più dai commercianti di legname da ardere. Le piccole tradizionali continuano ancora il loro corso, ma vengono emarginate. Ormai le esigenze del prestigio personale e della spettacolarità stanno prevalendo su quelle della devozione. La forma e la tecnica costruttiva sono apprezzate più dei contenuti religiosi che esse dovrebbero rappresentare. Via via, negli anni seguenti, le fracchie divennero sempre più grandi, più complesse e perfette; s’inventarono nuove tecniche; insieme al diametro e al peso crebbe anche il loro costo. Non era più la fracchia costruita in casa negli ultimi giorni con la legna faticosamente sottratta agli usi domestici e sacrificata nel fuoco come segno del dono totale della vita a Chi a noi si è perfettamente donato. La nuova fracchia divenne un segno di bravura e di disponibilità economica. Iniziò tra i fracchisti una certa emulazione. Non era ancora, in quei tempi felici, una emulazione tale da spegnere la forte e radicata devozione. Purtuttavia, era espressione di un individualismo di fondo che all’insieme ecclesiale, e comunque comunitario, preferiva l’esaltazione dell’individuo o della famiglia o del gruppo con la capacità di realizzare un’architettura perfetta, di mettere a disposizione un quantitativo adeguato di legna, e, insieme, di spendere un discreto gruzzolo per comprare le ferramenta necessarie, le ruote e quant’altro servisse alla bisogna. San Marco in Lamis: Processione delle fracchieBisogna notare a questo punto che l’evoluzione del costume religioso era favorita anche dai profondi cambiamenti sociali ed economici in atto come lo spopolamento delle campagne e l’abbandono pressoché totale da parte delle famiglie di diversi settori di attività lavorativa legati ai boschi. D’altra parte la gestione e la commercializzazione della legna da ardere e dei carboni si era condensata nello stretto ambito di alcune famiglie. Cominciò, dal 1925, a delinearsi un altro tipo di costume che nella memoria corta dei più fu assunto come la vera tradizione: le fracchie come affare di pochi individui, o famiglie, o gruppi; a tutto il resto della popolazione toccava far da spettatori e, al massimo, pregare la Madonna, ma in silenzio, perché in quella processione la protagonista non era più Lei, ma le fracchie. Ma le fracchie, così concepite, costavano. Ci voleva un bel tronco di castagno, alto, diritto e senza nodi, una quantità di legna adeguata al peso che si voleva dare, poi ci volevano cerchi di ferro, un carrello di ferro adatto, catene, funi, petrolio per regolare la combustione ecc. Poi ci voleva una buona squadra di fracchisti esperti e, infine, una squadra di portatori. Perduto il carattere popolare, le fracchie entrarono in crisi e per salvarle ci si affidò al patrocinio di questo o quell’Ente. Nel periodo fascista se ne occupò l’Opera Nazionale Dopolavoro che elargì anche dei premi ai manufatti più belli. Alla fine della guerra si tornò al vecchio spontaneismo popolare. Verso il 1950 fino a 1957 se ne occupò il Circolo Artigiani il quale, ricucendo con sagacia e umiltà molte ferite lasciate dalla guerra, riprese il rapporto con gli emigrati in America e in Australia riunendoli intorno alla figura della Madonna Addolorata. Nel 1957 l’organizzazione fu affidata alla Pro Loco; l’Amministrazione Comunale s’impegnava a fornire la legna necessaria. La Pro Loco non perse tempo: istituì dei premi, mise in moto una rudimentale macchina pubblicitaria con programmi e manifesti, furono pubblicati alcuni articoli sui giornali, arrivarono i primi forestieri. L’istituzionalizzazione, come è stato sottolineato anche da studiosi di chiara fama come il prof. Bronzini dell’Università di Bari (Le Fracchie a San Marco in Lamis, Grenzi editore, 1987), accelerò il processo di scissione delle fracchie dal loro originario humus popolare. La macchina della spettacolarizzazione si raffinò durante il decennio seguente. Molte fracchie assunsero dimensioni mastodontiche in seguito ad 'orgogliose gare di bravura' (Tardio, p. 13).
San Marco in Lamis : una fracchia
San Marco in Lamis: la processione delle fracchie
San Marco in Lamis: la processione delle fracchiePoi giunsero gli studiosi. Fecero inchieste, convegni di studio, pubblicazioni. I giornali ne parlarono. Nel giro degli studiosi di tradizioni le fracchie divennero un argomento obbligato. Dagli anni ottanta, con l’avvento della Televisione si accelerò il processo narcisistico della fracchia più grande e più bella, e il fenomeno divenne incontenibile. La fracchie crebbero a diverse decine, dal peso fino a 60 quintali e oltre. La processione, iniziava alle 20,00, dopo 3 ore era ancora in pieno svolgimento. Fiamme altissime si levavano dallo stretto impiantito di Corso Matteotti. Spesso danneggiavano insegne di negozi. Per questo motivo, una decina di anni più tardi, l’Amministrazione Comunale fu costretta a variare il percorso dirottandolo su strade più larghe e meno pericolose.
Le fracchie
La fracchie
Le fracchie
Le fracchie
La processione delle fracchieIn mezzo a questo inferno la Madonna faceva la figura della pezzente, alla fine del corteo, costretta a dribblare tizzoni ardenti, preceduta da un prete e dai confratelli dei Sette Dolori e seguita da quattro devoti ostinati. Dopo diversi anni si ritenne che la cosa non andasse per cui si decise di invertire le parti. Alla Madonna fu riservato uno spazio tutto suo, in cima alla processione, lontano dal clamore della folla e dai pericoli del fuoco. La processione delle fracchieAttualmente, passata la Madonna, seguono cinquanta metri di vuoto, segno ultimo di rispetto formale, poi arrivano le fracchie e la festa comincia. Le urla dei capifracchia si mescolano con le bestemmie, autentiche bestemmie, dei portatori; scorrono fiumi di birra e di vino; molti si ubriacano. I rari tentativi di mettere ordine naufragano nella prepotenza. Oggi la manifestazione è quella che è, il frutto di una storia che avrebbe potuto essere altra. Non è più una funzione religiosa, imbarbarita dalla volgarità. Non è ancora un apparato spettacolare ad uso dei turisti, mancandoci il coraggio di scinderla dal contesto e dalle motivazioni religiose originarie e mancandoci, nel contempo, una qualsiasi capacità di farne una espressione ludica autonoma e di inserirla in un percorso turistico plausibile. Intanto si emanano proclami, si fanno raccomandazioni, si pubblicano regolamenti, si inventano espedienti. Le timide e isolate proteste non vengono ascoltate.
Le fracchie a S. Marco in Lamis
Le fracchie a S. Marco in Lamis
Le fracchie a S. Marco in Lamis
Le fracchie a S. Marco in Lamis
San Marco in Lamis. La processione delle fracchieSan Marco in Lamis. La processione delle fracchieMi sono sforzato di far emergere i problemi della processione delle fracchie dal complesso di elementi che fra loro hanno interagito per lungo tratto di storia, e che tuttora interagiscono. Oggi ci sarebbe bisogno di un momento di riflessione nel tentativo di sottrarre questa manifestazione, unica nel suo genere, dalle potenzialità fortemente positive sia dal punto di vista religioso che da quello civile ed economico, alla cattura della banalità, della volgarità, e non di rado, del malaffare. Sono sicuro che la processione delle fracchie, insieme alle tante espressioni che la creatività popolare è riuscita in tanti secoli ad inventare per esternare la devozione e la gioia dello stare insieme, potrebbe essere un punto di forza nella rinascita morale e civile della Capitanata. Nell’ultima edizione di Aura, l’annuale fiera del turismo religioso, svoltasi a Foggia, ho visto il perfetto coordinamento delle Associazioni, dei Santuari e delle Chiese, delle Amministrazioni Comunali del Salento e della Terra di Bari nel proporre i riti della Settimana Santa al pubblico italiano e a quello internazionale. Ho sentito una punta di invidia costatando, nel contempo, l’assoluta assenza delle analoghe realtà della Capitanata. P. Mario Villani ofm Santuario di San Matteo, 2.4.2009
Criteri culturali e religiosi sulla conduzione della biblioteca di san Matteo Una fase dei restauri della Biblioteca di S. Matteo. Foto del 1988.La normativa dell'Ordine sulle Biblioteche (cfr. Statuti Generali art. 26, 2) non va oltre il concetto di Biblioteca di Conservazione: la Biblioteca conserva i libri che si sono accumulati nel tempo e che mantengono la loro validità culturale in rapporto allo studio del passato. La Biblioteca è considerata anche come il frutto della storia e della vita dei frati che si sono succeduti. La prassi che già in data anteriore al 1965 è stata instaurata nella nostra Provincia va invece nel senso della Biblioteca viva, la quale, pur non rinnegando la sua natura di luogo di conservazione di memorie, vuol essere in pari tempo un luogo di approfondimento e di confronto. Questo ci consente, anche tramite l'auspicabile Statuto delle Biblioteche Pubbliche della Provincia, di esplicitare un ruolo pubblico che le nostre Biblioteche già hanno. Con l'aggregazione dei residui fondi bibliografici dei nostri conventi nelle tre Biblioteche provinciali di San Matteo, di Campobasso e di Castellana, in pratica la concezione di Biblioteca di conservazione è stata superata. I libri antichi ereditati dai padri non sono più considerati del mero materiale da approfondire e studiare altrove con strumenti il più delle volte inadeguati. Ma è considerato materiale da studiare con strumenti pronti e già calibrati per condurre con correttezza una ricerca dalle forti connotazioni religiose verso la quale tutti gli studiosi, anche gli accademici e i professionisti, sono condizionati da conoscenze fortemente carenti. La carta vincente della Biblioteca di San Matteo consiste nel fatto che si è trasformata in laboratorio dove si compiono le ricerche su materiale antico, si utilizzano in pari tempo gli strumenti bibliografici necessari per approfondire le ricerche, si portano a termine i lavori arrivando al prodotto finito. Anche molti studiosi che lavorano per conto proprio sono entrati in questa mentalità e vengono volentieri ad approfondire, confrontare, rifinire. L'ingresso della Biblioteca di s. MatteoLe nostre Biblioteche, allora, se non si trasformano in laboratori dove il lavoro si possa impostare, condurre ordinatamente, e portare a termine, saranno sempre e soltanto una sorta di cava dove chiunque verrà a scavare del materiale pregiato per farne degli elaborati assolutamente inadeguati e spesso fantasiosi. Vi sono innumerevoli esempi a proposito usciti da ambienti dove il concetto di professionalità e di scientificità è pura cialtroneria. D'altra parte il taglio storico che inevitabilmente ha una biblioteca con forte presenza di fondi antichi, viene superato da una mentalità moderna che accresce la biblioteca indirizzandola verso altri aspetti del sapere: quello religioso-teologico, quello filosofico, quello filologico ecc. Ora le nostre Biblioteche, per tutte queste ragioni devono essere orientate nel senso del servizio pubblico, anche se, come è ovvio, avendo un occhio di riguardo per quelle zone del sapere che ci sono più congeniali. L'importante è essere consapevoli che per queste zone del sapere noi e le nostre Biblioteche siamo insostituibili. Le idee portanti, abbondantemente sperimentate nella Biblioteca di San Matteo, che hanno presieduto alla redazione di queste bozze sono le seguenti. La Biblioteca francescana e la integrazione dei servizi nel territorio Sappiamo come nelle nostre Biblioteche non vi siano solo libri di teologia, di Bibbia e simili. A volte le sezioni relative alle scienze umane sono molto fomite e importanti. A questo punto si inserisce l'esigenza di una disponibilità di tali libri per integrare in modo qualificato i servizi già esistenti nel territorio per un miglioramento globale del servizio di pubblica lettura, delle ricerche scolastiche e universitario, per le esigenze di un pubblico medio e specialistico. Biblioteche francescane e lettura del territorio L'esperienza fatta negli ultimi decenni, soprattutto dopo l'istituzione delle Regioni a statuto ordinario, favorisce una concezione più dinamica della Biblioteca come luogo dove guardando, fra l'altro, anche al passato si approfondisce e progetta il presente. Con l'istituzione delle Regioni a Statuto Ordinario si è svegliato un grande interesse per le cose francescane: dapprima per le realtà francescane legate al territorio (insediamenti, chiese, successione di famiglie, rapporti con l'evoluzione urbanistica, con le strutture pubbliche territoriali, con l'economia, con il diritto e le consuetudini locali, con i costumi, ecc.); poi l'interesse si è approfondito orientandosi verso temi di base, anche se meno trattati, come il pensiero filosofico, la spiritualità, la figura di San Francesco. Naturalmente alla base di tutto ciò non vi è solo un generico interesse per le cose francescane, ma una specifica esigenza di approfondire le molteplici innovazioni di linguaggio apportate dal movimento francescano nel campo dell'arte e della comunicazione in generale (predicazione, letteratura laudistica ecc.). A ciò si aggiunga la crescente rivalutazione dell'azione di una miriade di personaggi 'minori' della storia sociale, economica o politica di diverse epoche, si pensi alla figura di sant'Antonio di Padova, S. Giovanni da Capestrano ecc. Vi è, tra l'altro, l'interesse di esplicitare il passato e le molteplici connessioni fra tutte le sue realtà per capire il presente e progettare il futuro. Basti pensare all'interesse che urbanisti, architetti restauratori e studiosi del paesaggio agrario hanno per la nostra storia. Bisogna, quindi, mettere a disposizione dei ricercatori, ma anche degli operatori nei campi più svariati, la nostra ricchezza bibliografica e documentaria proprio per le finalità richieste dalla società moderna. Data, infatti, la capillarità della nostra presenza in tutto il territorio nazionale e per tutta la storia degli ultimi otto secoli, una lettura del territorio che non tenga conto della complessità della presenza francescana, rischia di essere gravemente carente e perciò di nessun valore scientifico. Il logo della BibliotecaBiblioteca di San Matteo e realtà religiosa garganica Una specificazione del punto precedente è costituita dall'attenzione che a San Matteo si dedica alla realtà più antica, attuale e importante del Gargano: il Gargano è attualmente, come per il passato, uno dei più importanti centri religiosi. Il movimento culturale che si è sviluppato intorno a questo concetto è enorme. Il Gargano religioso, infatti, non è solo la tomba di Padre Pio. E' anche San Michele, con i santuari di passaggio. San Matteo, Stignano, Pulsano, Santa Maria a Manfredonia, San Leonardo e altri minori. La storia, poi, conserva il ricordo dei santuari pagani, non meno importanti di quelli cristiani: quelli di Calcante e Podalirio, e quello recentemente scoperto di Venere Sosandra a Vieste. Tutti questi santuari coesistono in qualche maniera ancora oggi, alcuni con un'attività religiosa più o meno vigorosa, altri nel ricordo, e tramite una intricata massa di suggestioni, di usanze (quelle che spesso - sbrigativamente - si chiamano superstizioni), di intrecci, storia ecc. Un qualsiasi studio sulla religiosità garganica che voglia essere serio non può limitarsi agli aspetti teologici e liturgici, ma deve tener conto in modo considerevole anche degli aspetti storici e antropologici. Ora, se l'errore fondamentale degli studi laici sugli aspetti religiosi della vita, nel momento che hanno codificato come insuperabile il limite fra religione e religiosità, è stato quello di essersi limitati all'aspetto antropologico, non meno grave è l'errore di tanti teologi e, peggio, liturgisti e operatori della pastorale, che non tengono in alcuna considerazione l'aspetto storico-antropologico. Se certi elementi attualmente incomprensibili sono rimasti indenni attraverso le vicende della storia, questi elementi vanno studiati, perché possano di nuovo mostrare tutta la forza evocativa e simbolica, spesso dotata di notevole efficienza catechetica, che è alla base della loro persistenza. La Biblioteca francescana come luogo di incontro. L'ingresso della Biblioteca di S. Matteo a S. Marco in Lamis.Si rifletta come nell'attuale configurazione sociale e culturale i luoghi di incontro, nonostante le apparenze, siano davvero pochi. Ciò avviene soprattutto per mancanza di terreno comune. La Biblioteca francescana deve funzionare proprio come luogo comune di incontro fra culture diverse e variamente motivate per il superamento, attraverso la conoscenza e il confronto, di steccati e pregiudizi e per l'instaurazione di un dialogo costruttivo con tutti. La Biblioteca francescana è il luogo ideale per la creazione di Associazioni, Cenacoli, Gruppi di Studio, Centri di Documentazione. Tutte queste realtà vanno aiutate a rimanere autonome e sciolte da ipoteche ideologiche e padronali. Né bisogna aver paura se il lavoro che fanno inizialmente va in direziono diversa da quella da noi immaginata. Se la Biblioteca francescana offre loro possibilità di approfondire, terreno di confronto schietto, assistenza efficiente e discreta ecc. tutti, soprattutto i giovani diventeranno nostri amici e non ce ne libereremo neanche di notte o usando la mazza. La Biblioteca francescana come luogo di evangelizzazione Restauri all'ingresso della Biblioteca di San MatteoA nessuno sfugge, spero, come il mondo della cultura esprima oggi un paganesimo di fondo frutto di impostazioni ideologiche e metodologiche sia del passato che del presente le quali esercitano influenze determinanti. Il discorso sulle cause porterebbe ad esaminare tutto il lungo cammino della secolarizzazione. Chiunque abbia avuto a che fare con la scuola sa che anche i professori cattolici praticanti, esprimono, di questo cattolicesimo, regolarmente ben poco sia a livello di programmazione che nelle impostazioni didattiche e scientifiche. Le Università a loro volta, con la logica spartitoria che le caratterizza, non favoriscono certo molta libertà alle impostazioni cattoliche. Si aggiunga a tutto ciò una certa sufficienza con cui il mondo laico si esprime nei confronti della cultura teologica, biblica e religiosa in generale. D'altra parte anche gli ambienti culturali cattolici hanno le loro pecche. Si continua ancora ad intendere la cultura teologica come un ortus conclusus fruibile solo da pochi iniziati, laici o preti, che si preparano i ferri del mestiere per lavorare nei diversi campi della pastorale: insegnamento, predicazione, parrocchie: insomma una cultura professionale che non ha molti rapporti con le altre fasce del sapere. Ne deriva una pericolosa separazione (direi: di tipo controriformista) dal campo dell'arte, del diritto, della produzione letteraria, della scienza e della ricerca storica Il prete, che dovrebbe essere esperto in umanità (Paolo VI), è diventato un operaio specializzato competente professionalmente ma senza una vera e propria cultura di base che gli consenta di operare collegamenti e sintesi e, in definitiva, di conoscere con precisione sia il campo dove va diretto il suo insegnamento che l'oggetto stesso del suo insegnamento. L'inaugurazione della Biblioteca di S. Matteo. Al centro della foto: Pasquale Soccio.La Biblioteca francescana aiuta lo studioso che gli si affida a recuperare questo carattere 'umanistico', totale, della cultura religiosa. I francescani, d'altra parte, per l'eclettismo che li caratterizza, si trovano ad essere spesso il momento agglutinante e sintetico fra interessi culturali differenti. Tutta la storia francescana è stata illuminata da frati come Angelo Clareno (traduttore della Scala del Paradiso di Giovanni Climaco dal greco), San Bernardino da Siena, Alberto da Sarteano, Giovanni da Capestrano, umanisti insigni [come] Luca Pacioli, padre della matematica moderna, e poi, in tempi più vicini dal nostro P. Michelangelo Manicone, uno dei più illustri scienziati che la Daunia abbia avuto. Per tutti questi la cultura era certo il luogo dell'animi cultus, il coltivar l'animo fino alla santità, ma era anche il luogo del servizio umile e competente reso all'uomo affamato di formazione più che di informazione. Il luogo privilegiato per recuperare questa dimensione totale, come dicevo, è la Biblioteca. Ma non certo la Biblioteca-deposito o la Biblioteca-libreria dove il frate addetto si limita a consegnare il libro richiesto, se c'è, e a gestire un ruolo di routine da bravo impiegato. La Biblioteca francescana è, come si diceva nel punto precedente, il luogo dell'incontro. La Biblioteca francescana sarà il luogo dove l'animi cultus troverà adeguato alimento. A patto, però, che i Frati riescano ad essere presentì nel lavoro dello studioso, a seguirlo, ad inserirlo in questo clima culturale di vasto respiro, se gli insegneranno nuove tecniche di ricerca che tengano nel giusto conto fasce bibliografiche mai prese in considerazione (alcuni studiosi hanno appreso, proprio a San Matteo, che esiste tutto un settore di studi intorno a un libro chiamato Bibbia). Il Frate Bibliotecario Una ricostruzione della Biblioteca di Alessandria d'Egitto.II Frate Bibliotecario, infatti, deve partire dal presupposto, che gli studiosi che frequentano la sua Biblioteca, pur nutrendo grande stima, e a volte, autentico amore per San Francesco e i Francescani, di questi non sanno quasi nulla. Tocca a lui spiegargli tante cose, inquadrare giustamente l'argomento della ricerca, indirizzarlo su piste bibliografiche o archivistiche giuste, fornirlo di annotazioni storiche rapide senza delle quali il ricercatore a volte si arena. Non può limitarsi a fare il Berengario (il monaco bibliotecario del Il Nome della Rosa di Umberto Eco), giacché il suo non è compito di mera conservazione, né gli è consentito di porsi in adorazione di reperti antichi. Il Frate Bibliotecario, quindi, non può essere improvvisato, e se fare sempre l'obbedienza gli varrà a salvarsi l'anima e a santificarsi, dovrà munirsi in pari tempo di buone conoscenze per compiere con efficacia il suo ministero. Il motivo della stanchezza, anche un po' stizzita, e del sostanziale disinteresse che circonda le Biblioteche della Provincia, deriva anche da nomine affrettate, dalla poca serietà con cui viene guardato il lavoro fatto seriamente (quante volte il sottoscritto ha dovuto sopportare di essere chiamato topo di biblioteca (il corsivo è del webmaster, ndr), locuzione sostanzialmente innocua e detta senza volontà di ferire, ma, indubbiamente, densa di ideologia antiintellettualistica e decisamente cretina), dal sostanziale mancato riconoscimento della dimensione comunitaria ed ecclesiale del lavoro fatto nelle Biblioteche, dai ritardi della Provincia nel darsi obiettivi culturali che non siano quelli, pur rispettabilissimi e necessari, di routine o di puro consumo. Non è certo colpa della Provincia tutto ciò, se è vero che la legislazione della Chiesa e i documenti prodotti ignorano quasi tale realtà e che solo negli ultimi mesi si è mosso qualcosa con l'istituzione del Pontificia Commissione dei Beni Culturali e l'inizio di una riflessione, a livelli ufficiali, sulle valenze pastorali delle biblioteche ecclesiastiche. Eppure, da oltre quarant'anni, la Chiesa Cattolica disponeva delle stupende riflessioni di Romano Guardini e di Karl Rahner. Altro punto da considerare sul Bibliotecario è la sua capacità di animazione. Le Biblioteche funzionano se si riesce a farle diventare centri [di] incontro di studiosi, di raccolta di materiale bibliografico, di beni culturali ecc, e se, nello stesso tempo si riesce a farle diventare luoghi dove tutto ciò viene amalgamato e fermentato perché produca altri frutti. Il rapporto con gli Istituti, universitari e non, è essenziale, come è essenziale il rapporto con gli studiosi, con le Associazioni, con le Fondazioni, con le Biblioteche pubbliche ecc. Tutto ciò non è da intendersi per modum actus e raramente, ma abitualmente in modo tale che intorno alla Biblioteca si tessa una rete di rapporti, di interessi, di intrecci, che la società percepisca chiaramente la funzione e l'importanza della Biblioteca francescana, e di essa non possa più fare a meno. Con legittimo e religioso orgoglio constatiamo che ciò a San Matteo è realtà, anche se siamo consapevoli che questa realtà ci impegnerà a un lavoro maggiore. In questo modo la Biblioteca esprime la quasi totalità dei fili che legano la Fraternità Francescana col mondo, la sua capacità di riflessione, i suoi progetti. Qualunque frate voglia lavorare nelle Biblioteche deve sapere bene che tratterà una materia difficile che esige riflessione, silenzio, spirito di servizio, professionalità, cultura. A questo proposito mi son permesso di elencare il bagaglio culturale minimo indispensabile per portare avanti con qualche efficacia il lavoro di Bibliotecario nelle Biblioteche Francescane. Si richiede: Conoscenza puntuale della storia e della bibliografìa relative a: - la Chiesa - l'Ordine - la Provincia monastica - le Chiese di Puglia e Molise Conoscenza sommaria della storia e della bibliografia relative a: - studi biblici - teologia - diritto della Chiesa, comune dei religiosi ed in particolare dell'Ordine Buona conoscenza - di alcune scritture paleografiche (almeno le scritture tardo-medioevali) e nozioni di diplomatica - bibliografia pugliese e molisana - metodologia della ricerca storica - lineamenti di metodologia delle pubblicazioni Buona conoscenza di - Legislazione canonica e civile sulle biblioteche e i beni culturali ecclesiastici. - Tecnica delle Biblioteche - sistemi di catalogazione - storia del libro - edifici - attrezzature E inoltre - lingua latina - almeno una lingua straniera moderna - rudimenti di lingua greca P. Mario Villani Convento di San Matteo 25 aprile 1994
Ho scansionato questo testo (scritto a macchina) con OCR e lo ho controllato scrupolosamente. Le note e le foto sono dello scrivente. Il webmaster
Il 22 febbraio 1300 il papa Bonifacio VIII promulgò la bolla Antiquorum habet fida relatio con la quale istituiva il Giubileo della piena remissione dei peccati, il primo Giubileo della storia cristiana. La bolla aveva valore retroattivo giacché il papa intendeva inserire nell’anno giubilare anche i due mesi precedenti a cominciare dal Natale del 1299. Si disponeva, poi, che l’anno santo si chiudesse nel giorno di Natale del 1300. Bolla "Antiquorum habet fida relatio" di Bonifacio VIII con la quale veniva indetto il primo GiubileoLa lettera apostolica munita di bolle appese a fili di seta, fu dichiarata in San Pietro dopo che il pontefice ebbe tenuto un discorso alla folla dall’alto dell’ambone ornato più sontuosamente del solito di drappi d’oro e di seta. Poi fu deposta, quale magnifico dono, sull’altare di San Pietro. Il papa volle che, contrariamente alla consuetudine di datare le sue solenni missive da San Giovanni in Laterano, questa volta la bolla avesse l’annotazione data in S. Pietro. La retroattività della bolla papale si era resa necessaria per il ritardo con cui la disposizione apostolica era arrivata rispetto a quanto il popolo cristiano di Roma, rinforzato dai pellegrini forestieri, aveva già deciso per proprio conto. Si può ben dire che questo primo Giubileo, più che dal papa, sia stato deciso dal comune sentire a cui solo il 22 febbraio 1300 il papa diede adeguata sanzione. Dobbiamo la conoscenza degli avvenimenti di questo primo Giubileo al card. Iacopo Gaetani Stefaneschi, di ben altra famiglia, nonostante le somiglianze onomastiche, da quella dei Caetani a cui apparteneva il papa. La narrazione puntuale degli avvenimenti è contenuta nella sua preziosa relazione Libro del centesimo anno giubilare ultimamente ripropostoci in occasione del Giubileo nel bel volume di Arsenio Frugoni Pellegrini a Roma nel 1300 - Cronache del primo Giubileo.
Ogni anno il 28 e il 29 agosto si rinnova a L'Aquila il rito di indulgenza concesso da Celestino V nel 1294. Tra le novità di quest'anno, l'anticipazione dell'inizio dell'evento al 16 agosto in concomitanza con la Fiaccolata del Perdono all'eremo di Sant'Onofrio a Sulmona.'S’era andata diffondendo, scrive il card. Stefaneschi, una voce che riguardava l’anno santo, di cui allora si attendeva l’inizio ormai imminente con il numero di 1300. Tale voce, incerta com’era e priva quasi di un’apparente attendibilità, era pervenuta al romano Pontefice; essa divulgava una promessa: chi si fosse recato a Roma nella basilica di S. Pietro, Principe degli apostoli, avrebbe ottenuto la pienissima remissione di tutti i peccati. Il buon padre, quindi, decretò che si ricercasero riscontri negli antichi libri. Ma da essi nulla venne in piena luce di quanto si cercava, forse per la negligenza dei padri, se fosse lecito intaccarne la fama; oppure perché quei libri erano andati perduti in seguito a scismi e guerre delle cui tempeste molto spesso Roma fu travagliata - ed è un motivo di pianto e non di meraviglia -, oppure perché era frutto più di fantasia che di verità. Intanto spunta l’anno secolare mentre nel Patriarchio lateranese sedeva il medesimo presule'. (Immagine del Patriarchio)
Possiamo riassumere così: l’anno santo del 1300 era inteso dal popolo cristiano come cosa certa e stabilita, avallata da antiche consuetudini, ma di tutto ciò nelle alte sfere della scienza, della politica e delle decisioni, nulla si sapeva.
“La meraviglia è questa, prosegue lo Stefaneschi: per tutta la durata del primo gennaio rimase nascosto il segreto della nuova remissione; ma al declinare del sole, verso sera, fìn quasi al silenzio profondo della mezzanotte, i Romani ne vennero a conoscenza: ed ecco il loro accorrere in folla alla sacra basilica di S. Pietro. Si ammassavano accalcati presso l’altare, ostacolandosi a vicenda così che a stento era possibile avvicinarsi, come se pensassero che in quella giornata, che tra poco sarebbe finita, dovesse terminare con essa la concessione della grazia, almeno di quella maggiore”.
Lo Stefaneschi nota che non era affatto chiaro chi o che cosa avesse dato impulso a tutto questo intenso e tenace scorrere di folla, se qualche sermone particolarmente infiammato tenuto in basilica in occasione del Capodanno, o qualche segno del cielo, o la volontà divina misteriosamente comunicata. Insomma, la folla s’impadronì di San Pietro, e dopo qualche mese da quel 1° gennaio 1300, non dava alcun segno di stanchezza. Anzi, prosegue lo Stefaneschi
“Con questi inizi incominciò di giorno in giorno ad accrescersi la fede e la frequenza di cittadini e forestieri: alcuni di loro asserivano che nel primo giorno dell’anno secolare si cancellasse la macchia d’ogni colpa, mentre negli altri pensavano si lucrasse l’indulgenza di cento anni. E così per la durata di circa due mesi conservavano l’una e l’altra speranza insieme col dubbio, e molti accorrevano numerosi, e in turbe più compatte del solito nel giorno in cui veniva esposta l’effigie venerabile al mondo intero, detta volgarmente il Sudario ovvero la Veronica”.
La sicurezza di fede s’aggrovigliava con il dubbio; non si sapeva di preciso di che indulgenza si trattasse, se plenaria o parziale; s’attendeva un qualche chiarimento, ma le mura leonine e il portone di bronzo rimanevano irrimediabilmente serrati. Così per due mesi. Il papa, tuttavia, non era inerte. Dall’alto del suo palazzo apostolico guardava la folla e la cosa gli piaceva. Deluso dalle indagini fatte negli archivi, volle interrogare la tradizione orale. Spuntarono dei testimoni. Uno disse che suo padre, cento anni prima, per guadagnare l’indulgenza aveva dimorato a Roma fino a consumare tutti i suoi magri risparmi. Aveva poi raccomandato al figlio che
se fosse arrivato al venturo anno secolare, il che egli non riteneva possibile, si recasse a Roma senza lasciarsi vincere in nessun modo dalla pigrizia.
Chiusura del Giubileo del 2000 a Roma.Altri testimoni vennero scovati addirittura in Gallia nella diocesi di Beauvais, alcuni di essi erano di origine italiana. Nonostante il papa, in apertura della bolla avesse dichiarato con sicurezza e solennità Antiquorum habet fida relatio…., di questa relatio antiquorum, nessuno sapeva, e tuttora nulla si sa: invano si cercherebbe negli archivi ecclesiastici e civili un riscontro oggettivo a tali affermazioni. Nella Chiesa fino all’anno 1300 una tradizione di indulgenza plenaria legata allo scadere dell’anno secolare non è mai esistita. Resta da notare, tuttavia, che il termine Giubileo non era sconosciuto. I Canones Hiberniae, con evidente riferimento alla prassi ebraica, chiamano ‘Giubileo’ un periodo di cinquant’anni dopo il quale un campo, anche senza i rituali contratti sottoscritti, apparteneva di diritto a colui che lo occupava. In altri casi, sempre con evidente riferimento al giubileo ebraico inteso come anno di remissione, il Giubileo indicava la remissione parziale della pena del purgatorio che la chiesa concedeva attingendo all’infinito tesoro dei meriti di Gesù Cristo, della Vergine Maria e dei Santi. In tal modo, l’indulgenza plenaria concessa da Urbano II nel Concilio di Clermont nel 1095 a chi combattesse i Saraceni per liberare la Terra Santa, era chiamata Giubileo. Similmente anche la crociata contro gli Albigesi, nella prima metà del ‘200, era chiamata ‘Giubileo’, per le indulgenze connesse. A tal proposito così un anonimo poeta si esprime
Anni favor iubilaei/ Poenarum taxat debitum/ Post peccatorum vomitum/ et cessandi propositum II favore dell’anno giubilare / Condona il debito delle pene / dopo il rigetto dei peccati / e il proposito di non più commetterli.
Il primo Giubileo della Storia nel Corteo storico di Monza.Comunque sia, il popolo cristiano all’idea di un Giubileo, benché ancora malamente identificata, era avvezzo, come del resto era avvezzo all’idea dell’indulgenza plenaria, anche se la Chiesa la riteneva un provvedimento del tutto eccezionale. Oltre alle Crociate, che per ragioni evidenti conferivano la grazia dell’indulgenza plenaria a un numero necessariamente ridotto di cristiani, c’erano due indulgenze plenarie di nuovo conio, ambedue istituite nella seconda metà del secolo XIII, il Perdono d’Assisi legata alla chiesetta della Porziuncola cara a San Francesco, e la Perdonanza aquilana istituita dall’immediato predecessore di Bonifacio VIII sul soglio pontifìcio, quel Pietro Celestino da Morrone, papa con nome di Celestino V. Tuttavia sia l’una che l’altra riscuotevano scarso successo. Alla Porziuncola, agli inizi del sec. XIV, un frate rifletteva sconsolatamente che, morto l’attuale gruppetto di tenaci devoti, dell’indulgenza della Porziuncola si sarebbe persa ogni memoria. Quanto alla Perdonanza, essa si manteneva nell’ambito strettamente locale. La bolla papale venne a dar consistenza giuridica e dogmatica a questa prassi fortemente richiesta dallo spirito del cristiano e già fortemente consolidata in un immaginario collettivo ancorato a fatti e ascendenti tanto più tenacemente supposti e affermati quanto più storicamente evanescenti. E’ appena il caso di sottolineare che la bolla papale, sottendendo la profonda verità della esigenza spirituale del popolo cristiano, intendeva percorrere tempi lunghi guardando più al futuro che al presente. Non esitava, quindi, a progettare per i prossimi cento anni, e poi per altri cento scandendo il tempo futuro di perdono in perdono fin quando la Porta Santa per eccellenza, quella le cui chiavi sono custodite da San Pietro, si aprirà definitivamente alla fine dei tempi su una umanità finalmente e totalmente redenta. È inutile cercare nella bolla papale contenuti e suggestioni che non possono appartenerle. Il linguaggio è quello della Curia e la sua visione dell’indulgenza non eccede i confini giuridici del dare e dell’avere in una cornice di pura giustizia commutativa: il pellegrino proveniente da città e regioni fuori Roma deve visitare per quindici giorni consecutivi le basiliche di San Pietro e quella di San Paolo; per i romani le visite devono essere trenta da effettuare in altrettanti giorni consecutivi. Senza visite, niente indulgenza. Alla fine del periodo giubilare, tuttavia, con apposito decreto Ad honorem Dei il papa concedeva il beneficio dell’indulgenza giubilare ai pellegrini arrivati all’ultimo momento impossibilitati per cause non volontarie ad esaurire tutte le visite prescritte. Uguale benefìcio era concesso ai pellegrini morti durante le visite e a quelli che, messisi in viaggio, senza loro colpa non erano mai giunti a Roma per causa di malattia o della “tristitia temporum”. La tomba di Bonifacio VIII nelle Grotte Vaticane.Tutta questa magnanimità non fece dimenticare al papa Bonifacio VIII di essere un uomo del suo tempo, tenacemente condizionato da legami e interessi, da politiche e progetti. Nello stesso giorno in cui indiceva il grande giubileo, il 22 febbraio 1300 Bonifacio VIII, dall’alto del suo soglio, emanò un’altra bolla ugualmente solenne, ma di ben altro tono. Con essa sbarrava le porte del Giubileo a tutti quelli che intrattenevano rapporti con i Turchi per motivo di alleanza politica e militare, o per ragioni di commercio. Dal Giubileo erano esclusi alcuni non identificati inimici Ecclesiae, e i membri della famiglia dei Colonna. Era il rovescio della medaglia. Non si sa fino a che punto il papa considerasse i Colonna inimici Ecclesiae, anche perché fino a quel momento nessuno di loro si era ancora legato al re di Francia, Filippo il Bello, la bestia nera di Bonifacio VIII. In effetti la lite non aveva niente a che fare con la grande politica internazionale e fino a quel momento si era mantenuta entro i limiti di un normale conflitto di interesse tra famiglie potenti. La lite, quindi, di per sé non attingeva né la persona del papa, né la sua sovranità, né gli interessi della Chiesa universale. Da cardinale papa Caetani, come spesso allora accadeva nelle alte sfere della Chiesa, aveva favorito la sua famiglia che aveva il suo punto di forza nel grande feudo centrato sulla cittadina di Anagni. Limitrofo era il feudo altrettanto importante dei Colonna che aveva il suo centro nella vicina Palestrina. Una volta papa, la sua tensione nepotistica non aveva conosciuto più freni. Il malumore sordo e sotterraneo esplose il 3 maggio 1297 quando un corriere papale, carico di monete d’oro, fu assalito e depredato in circostanze sospette. Fu facile per il papa appurare come si erano svolti i fatti. I Colonna furono costretti a restituire il mal tolto, ma si rifiutarono di consegnare gli autori materiali dell’assalto. Tanto bastò perché Bonifacio pensasse di risolvere con le spicce e definitivamente la questione. I Colonna furono condannati per ribellione e tradimento ed espropriati dei beni di famiglia. I due cardinali della famiglia Colonna, Pietro e Giacomo, benché avessero avuto buoni rapporti con Bonifacio e nel Conclave gli avessero dato voto favorevole, furono deposti dall’incarico cardinalizio. I due cardinali si diedero da fare per allargare il malcontento e destare ad una inimicizia attiva quanti erano oppressi da rancori e offese. Trovarono facile esca negli ambienti dell’ordine celestino e tra gli spirituali francescani secondo cui l’abdicazione di Celestino V da papa era stata estorta da Bonifacio e quindi non valida. Era opinione fra costoro che il papato di Bonifacio fosse del tutto illegittimo e usurpato. Anche il Giubileo, fra costoro, divenne ben presto oggetto di disquisizioni non proprio benevole e di battute pungenti. Dai libri di storia sappiamo come si è conclusa la vicenda. Qui basti sottolineare la facile considerazione che anche il Giubileo, un avvenimento importante, fortemente voluto dalla vox populi, in questo caso autentica vox Dei, che ha trovato nel papa un momento di particolare illuminazione lungimirante, ottimista, misericordiosa, si sia compiuto pur tuttavia nella fragile condizione umana mai sazia di sorprendere se stessa, nel bene e nel male, o, come nell’episodio surriferito, nel bene e nel male contemporaneamente. In tutti i casi il popolo di Dio era troppo occupato a salvarsi l’anima per perder tempo dietro le beghe di potere di cui era, peraltro, perfettamente ignaro e accorreva sempre più numeroso a Roma. L’accoglienza era buona, i locandieri ospitali. Dopo qualche mese le derrate alimentari cominciarono a scarseggiare e ci fu qualche malumore. Lo Stefaneschi ci fa sapere che la crisi fu breve e che il raccolto dai campi fu straordinariamente abbondante, tale che non si vedeva da molti anni. Verso maggio le cibarie tornarono sufficienti e il primo Giubileo della storia cristiana proseguì in santità e gioia come era cominciato. Il giubileo e l’indulgenza plenaria Passarono 43 anni da quel fatidico 22 febbraio 1300. Nel frattempo i papi con la curia si erano trasferiti ad Avignone, sotto la tutela del Re di Francia. Lo Stato Pontificio languiva abbandonato a se stesso. Roma immiserita e derelitta sopravviveva al ricordo della grandezza perduta. Sedeva in quel momento sul soglio pontificio Clemente VI, un papa che molti non stimano e non ricordano volentieri. Tuttavia la sua bolla Unigenitus Dei Filius del 27 gennaio 1343 mostrò al mondo cristiano che il Giubileo era un’autentica grazia di Dio da conoscere, da liberare da sovrastrutture terrene, da vivere con fede. La bolla, per la prima volta nella storia della Chiesa, delineava la dottrina delle indulgenze nella sua completezza. Risolveva, quindi, molte questioni che agitavano già da allora i teologi. Tracciava con grande chiarezza il rapporto fra indulgenza e il tesoro della Chiesa costituito dagli infiniti meriti di Cristo, della Madonna e dei Santi. Con altrettanta chiarezza esponeva il nesso tra l’indulgenza, ossia remissione della pena temporale dovuta ai peccati già confessati e perdonati da Dio per mezzo del ministero della Chiesa, e il pentimento per i peccati commessi unito alla richiesta di perdono nel sacramento della confessione. A conti fatti il Giubileo veniva visto ancora in una prospettiva di giustizia commutativa per cui ad ogni peccato si deve una pena, che però la clemenza del Signore, amministrata dal potere delle chiavi, poteva, a certe condizioni, diminuire o abolire del tutto. Tuttavia Clemente VI pose le basi perché il Giubileo si proponesse, nel prosieguo della sua storia, per quello che effettivamente era: una realtà che non si limita con l’indulgenza a sistemare il disordine provocando l’intervento clemente di Dio per il male già passato, ma una realtà dotata di fortissimo dinamismo interno capace di provocare un nuovo modo di pensare, di guardare lontano, di progettare il futuro, e, in pari tempo dotato di grande carica profetica atta a rappresentare quel ritorno alla casa del Padre, a cui tutti tendiamo e in cui, come il Figliol Prodigo, già d vediamo circondati di festa, rivestiti degli abiti più belli e ricondotti alla nostra propria dignità di uomini e di figli. A tale percorso mi pare che conducano alcune decisioni e motivazioni contenute nella bolla Unigenitus Dei Filius. Il papa stabiliva che il giubileo si dovesse celebrare, non più allo scadere dell’anno secolare, ma ogni 50 anni. Stabiliva quindi che il prossimo giubileo si dovesse celebrare nel 1350. I motivi più importanti erano due: il primo, del tutto ovvio, era che ben diffìcilmente un cristiano nato nei primi anni del secolo poteva sperare di percorrere indenne i quasi cento anni che lo separavano dal prossimo giubileo. L’altro era che la legge mosaica stabiliva il giubileo ogni 50 anni. Il riferimento alla legge mosaica era, raffrontate le caratteristiche del giubileo cristiano di Bonifacio VIII con quelle del giubileo ebraico, del tutto fuori posto. Tanto bastò, tuttavia, perché i teologi e il popolo cristiano cominciassero a pensare al giubileo in termini più complessi. Frequenza del giubileo Gli intervalli tra un giubileo e l’altro spesso furono variati con diverse motivazioni. In tutti i casi, la brevità della vita restò il criterio fondamentale. Il papa Urbano VI, tornato a Roma, con la bolla Salvator noster Unigenitus dell’ 8 aprile 1389, stabilì il giubileo ogni 33 anni in memoria della Redenzione operata con la sua morte da Cristo nel trentatreesimo anno della sua vita terrena. Niccolo V con la bolla Immensa et innumerabilia del 19 gennaio 1449 ripristinò l’intervallo di 50 anni. Finalmente Paolo II con la bolla Ineffabilis Providentia del 19 aprile 1470 decise l’accorciamento dell’intervallo a 25 anni con l’esplìcita motivazione della brevità della vita. Anche il papa Giulio III, preparando il giubileo del 1550, fu costretto a rilevare come l’età media non arrivasse ai cinquanta anni e che, quindi, l’intervallo di 25 anni fra un giubileo e l’altro era più che giustificato. Le basiliche giubilari La Basilica giubilare di santa Maria Maggiore a Roma.Le basiliche da visitare erano originariamente quella di San Pietro e quella di San Paolo. Clemente VI, nel 1343, con la citata bolla Unigenitus Dei Filius, decise di inserire nel percorso giubilare anche la basilica del SS. Salvatore, chiamata anche di San Giovanni in Laterano. In quella chiesa, infatti, il beato papa Silvestre, che aveva ricevuto al battesimo l’imperatore Costantino, dopo averla consacrata, vide apparire l’immagine del Salvatore. Questa immagine misteriosamente dipinta il papa vuole che sia onorata in modo particolare in ogni giubileo come le tombe degli apostoli. Trent’anni dopo il papa Gregorio XI da Avignone con la bolla Salvator noster Dominus del 29 aprile 1373 stabilì che anche la basilica di Santa Maria Maggiore dovesse far parte del percorso giubilare romano. Infatti, diceva, la storia di questa basilica esprime una singolare benevolenza della Vergine Madre di Dio per il popolo romano, il quale in questa chiesa viene arricchito di grandi favori e miracoli. Il giubileo voleva mettere a disposizione di tutti la misericordia di Dio. Con grande senso di realismo, tuttavia, fu stabilito che le opere giubilari comportassero notevole fatica, insieme a rilevanti sacrifici personali, soprattutto finanziari. Le visite da compiere alle quattro basiliche erano, per gli abitanti di Roma, ben trenta, distribuite in trenta giorni consecutivi o anche intervallati. Ai forestieri si chiedeva che visitassero tutte e quattro le basiliche almeno per quindici volte in quindici giorni diversi, consecutivi, o intervallati. Se si ha idea della distanza fra le quattro basiliche, si può capire quanta fatica ci volesse. Si aggiunga, poi, che, mentre i romani potevano distribuirsi con comodo le loro visite nel corso dell’intero anno, i forestieri, al contrario, dovevano affrettare i tempi al minimo indispensabile. Questo stato di cose durò, sostanzialmente immutato, attraverso il tardo medioevo e l’epoca moderna, fìno alle soglie dell’epoca contemporanea. Pio XI con la bolla Infinita Dei misericordia del 29 maggio 1924 stabilì che i cittadini romani e i forestieri risiedenti a Roma dovevano visitare le basiliche semel saltem in die, per viginti continuos aut interpolatos dies, almeno una volta al giorno per venti giorni continui o intervallati. Ai pellegrini provenienti da fuori Roma si richiedevano solo dieci visite in dieci giorni differenti. Il card. Stefaneschi ricorda che la permanenza a Roma per esaurire la lunga teoria delle visite alle basiliche era vissuta, fin dal primo giubileo, con grande disagio; ma tutte le richieste di riduzione non ebbero esito positivo. Il giubileo e gli albergatori romani Si può facilmente immaginare quanto fossero grandi i problemi dell’approvvigionamento degli alimenti e dell’acqua, dell’igiene pubblica e personale, del deflusso dei pellegrini, dell’alloggio per le cavalcature, delle locande e delle osterie.
Dentro e fuori le mura della città, racconta il card. Stefaneschi, si ammassava una fitta moltitudine, sempre più, quanto più passavano i giorni e molti restavano schiacciati nella calca. Fu allora adottato un rimedio salutare, anche se non radicalmente sufficiente, aprendo nelle mura una seconda porta per fornire ai pellegrini una via accorciata.
Giovanni Villani ricorda che la città di Roma
Al continuo in tutto l’anno durante aveva in Roma oltre al popolo romano duecentomila pellegrini, senza quelli che erano per li cammini andando e tornando.
Anche le venerande basiliche e le altre chiese romane, invase da una umanità entusiasta, ma anche vociante, stanca, sporca, spesso dall’atteggiamento disinvolto, si trasformavano con facilità in qualcosa di molto poco sacro. Qualcosa si capisce dalla lettura delle bolle di preparazione o di indizione. Il 19 febbraio 1749 il papa Benedetto XIV con la lettera enciclica Annus qui indirizzata ai vescovi dello Stato della Chiesa, dispose che il prossimo anno santo fosse preparato con gran cura. Oltre alle missioni popolari, si disponeva che i vescovi curassero la pulizia e il decoro delle chiese, insieme alle celebrazioni liturgiche, soprattutto la musica e il canto sacro. Disponeva parimentì che
le strade di tutto il nostro Stato fossero per comodità di coloro che arrivavano la lontano, preparate e spianate.
Le preoccupazioni dei papi precedenti, erano più terrestri. Quasi tutti fanno precedere la bolla di indizione del giubileo da disposizioni sugli affìtti e gli sfratti nella zona di Roma. Regolarmente accadeva che qualche anno prima del giubileo i proprietari sfrattavano gli inquillini o li costringevano ad andarsene alzando i prezzi in modo poco cristiano. Per molta gente il giubileo era tutt’altro che un anno di grazia. Matteo Villani ricorda che già nel 1350 i romani tutti eran fatti albergatori. I pellegrini forestieri, in tutti i casi, cercavano di organizzarsi. Molti usufruivano della ospitalità delle cosiddette Scolae peregrinorum, alloggi condotti da ordini religiosi preparati per i pellegrini delle varie nazionalità e lingue. Così c’era la Schola tedesca, quella francese ecc. Molti pellegrini, poi, si organizzavano per proprio conto. Arrivavano a Roma con muli e asini carichi di cibarie e di ogni ben di Dio, per sfuggire alle esosissime richieste degli osti romani. Finivano, tuttavia, per incappare nelle richieste altrettanto esose dei conduttori delle pubbliche taverne che si facevano pagare a peso d’oro il fieno per le cavalcature. E i romani, dice Giovanni Villani, per le loro derrate, furon tutti ricchi. Il giubileo e i soldi Fra il giubileo e i soldi, quindi, fin dall’inizio si stabilì un rapporto privilegiato. Il papa Bonifacio IX con lettera Dudum felicis recordationis dell’11 giugno 1390, indirizzata a Bartolomeo card. del titolo di San Martino ai Monti, dopo aver confermato il giubileo per il corrente anno, concede a 300 abitanti di Genova, scelti secondo il prudente giudizio del vescovo, il privilegio di poter commutare il pellegrinaggio a Roma con visite alle chiese della città, secondo le disposizioni dei confessori. La grazia veniva concessa in considerazione dei pericoli del viaggio e altri disagi. Il papa raccomandava, inoltre, che le persone beneficiarie della commutazione trasmettessero fedelmente e senza indugio le offerte che avrebbero portato alle predette basiliche romane se ci fossero andati di persona At oblationes, quas ad basilicas et ecclesias praedictas oblaturi fuissent si ad illas personaliter accessissent, ad easdem basilicas et ecclesias fideliter et sine dilatione transmittant. Alessandro VI in occasione del giubileo del 1500 esortava i pellegrini a contribuire alla ricostruzione di San Pietro depositando le offerte nelle apposite casse. Molto lodevolmente il papa Bonifacio VIII aveva stabilito che le offerte dei pellegrini del giubileo fossero utilizzate per potenziare il patrimonio fondiario delle basiliche giubilari in modo da renderle autosuffìcienti almeno per le spese di restauro e manutenzione. Questa però era una storia interna dell’amministrazione ecclesiastica. Fuori circolavano altre voci e fiorivano leggende metropolitane. Il mercante astigiano Guglielmo Ventura narra con gusto come durante tutto l’anno giubilare del 1300 Giorno e notte due chierici stavano presso l’altare di S. Paolo, tenendo nella mani rastrelli con cui rastrellavano il denaro infinito. I francescani spirituali ricordavano che anche San Francesco, nel 1205, ancora figlio di belle speranze di un mercante ricco, aveva svuotato tutta la sua borsa sul sepolcro dell’Apostolo Pietro. Lo scroscio argentino sull’antica lapide svegliò l’ammirazione dei pellegrini. Scopertosi al centro dell’attenzione, Francesco si vergognò come un ladro e, uscito di basilica, scambiò i suoi vestiti con un mendicante. Terminò il pellegrinaggio vivendo di elemosine. I soldi del giubileo impressionavano fìn da allora, ed era un argomento sempre fresco. Di quelli raccolti nel giubileo del 1300 si parlò a lungo. Un tardo cronista riferì di un incasso complessivo di diciassette milioni di fiorini. Della diceria s’impadronì il Re di Francia Filippo il Bello il quale nel 1310 imbastì un goffo e blasfemo processo alla memoria di Bonifacio VIII accusandolo, tra l’altro, di aver progettato il giubileo come un affare per raunar denari e tesoro. Calcoli fatti sulla scorta di cronisti più attendibili parlano di una somma complessiva di mezzo milione di fiorini, che fa comunque una bellissima somma. La diceria restò appiccicata addosso al giubileo come un peccato d’origine, soprattutto negli ambienti non cattolici, tanto che il 1 gennaio 1751 papa Lambertini, Benedetto XIV, nella sua bolla Celebrationem magni, facendo il bilancio morale dell’anno giubilare appena trascorso, dopo aver parlato dello spettacolo edificante della folla devota, dei grandi della Chiesa chini a servire i poveri, della grande disponibilità di tutti per rendere meno disagevole la permanenza dei pellegrini, così conclude
Le quali cose, essendosi realizzate davanti a quasi tutto il mondo cattolico, certamente obbligheranno al silenzio quegli uomini tanto sfacciati che, estranei come sono a ogni legame con la chiesa, hanno il coraggio di sostenere calunniosamente che la celebrazione del giubileo in Roma non dev’essere chiamata nient’altro che un mucchio di scandali e invenzione per raccogliere denaro.
Niente di strano, quindi, se anche ai nostri giorni, nell’epoca dell’economia globalizzata, Giuseppe Cassieri, uno scrittore dalla spiccata vena ironica col suo grottesco racconto dal titolo ammiccante I giubilanti proponga una fìnissima parabola del giubileo del 2000 divenuto, con tutto il suo armamentario di luoghi dello spirito, di organizzazione e perfino di preghiera, un frammento indistinto di un mondo oscuro, fatto di computer e di giravolte infinite e sotterranee dove solo gli occhi a mandorla e il giallo dei giapponesi sembrano esser un dato di fatto certo. Hanno acquisito tutta l’area giubilare sud-pontina - rivela il protagonista - In segreto. In blocco. Sacro e profano. I commissari si sono trovati alle prese con un’offerta irrinunciabile. Gestione, diffusione, merchandising, trasporti, restauri, francobolli commemorativi e finanche, conversioni scaglionate. Estensione del giubileo Come si è visto il giubileo crebbe di anno in anno nella sua dimensione rituale e di grande evento sociale, culturale ed economico. Maturò anche in profondità esplicitando quei contenuti spirituali e teologici presenti fìn dalla bolla di Bonifacio VIIIAntiquorum habet fìda relatio. La prima cosa che emerse con grande chiarezza fu che la misericordia di Dio aveva bisogno di campi aperti e di visioni lungimiranti e ottimiste per essere rappresentata. Il pellegrinaggio a Roma e le visite alle basiliche erano certo cose importanti ma non da trasformarsi in recinti aperti solo a pochi privilegiati. Il caso dei fedeli genovesi che non potevano recarsi a Roma, risolto dal papa Bonifacio IX nel 1390, è indicativo di una mentalità di misericordia che via via fu sempre più presente nella chiesa. Fin dai primi giubilei fu oggetto di discussione il caso delle monache di clausura, escluse dalla loro regola dal pellegrinaggio giubilare. Si aggiungevano gli ammalati, i militari, i naviganti, gli eremiti e tutti quelli che per i motivi più vari non potevano partecipare. Fino al 1390, come si è visto, l’indulgenza giubilare era strettamente legata alla città di Roma. Tuttavia già dal primo giubileo, quello del 1300, era stato detto con chiarezza che le condizioni per l’acquisto dell’indulgenza erano prima di tutto un fatto interiore e, anche se le visite alle basiliche romane erano necessarie in condizioni normali, in certe circostanze non erano da ritenersi assolutamente indispensabili. Bonifacio VIII, come si è già visto, concedeva volentieri l’indulgenza plenaria a chi, senza sua colpa non aveva esaurito le visite, a chi moriva durante il pellegrinaggio e persino a chi, iniziato il pellegrinaggio, senza sua colpa, non aveva mai raggiunto Roma. Nel prosieguo della storia la disciplina dell’indulgenza giubilare si è allargata fino a comprendere, come nel giubileo del 2000, le chiese cattedrali e tutti i santuari o semplici chiese che al Vescovo Diocesano sembrano necessarie per il bene dei fedeli. Attraverso la lettura delle bolle di indizione e dei documenti connessi si può seguire tutta la storia del progressivo allargamento. Mi fermerò solo a dare qualche notizia desunta dai documenti emanati dal papa Benedetto XIV per il giubileo del 1750. Con la bolla Benedictus Deus pater misericordiarum del 25 dicembre 1750, il papa mentre chiudeva il giubileo a Roma, lo riapriva in tutto l’universo cristiano stabilendo che la grazia dell’indulgenza propria di Roma fosse estesa a tutte le diocesi del mondo nell’anno 1751. Le chiese da visitare erano le cattedrali e le altre chiese indicate dai vescovi, le condizioni erano in tutto uguali a quelle prescritte per il pellegrinaggio romano: trenta visite in giorni diversi per gli abitanti del luogo, quindici per i forestieri. Nella lettera enciclica Celebrationem magni iubilaei del 1.1.1751 dopo aver tracciato un bilancio più che lusinghiero dell’anno santo appena trascorso, il papa ripercorreva gli episodi più importanti che punteggiavano nella storia l’estensione del giubileo. Oltre al già citato episodio dei fedeli di Genova, il papa ricordava che molti Re, Imperatori e altri personaggi famosi, non potendo, per il ruolo che ricoprivano, lasciare le loro terre, ebbero il privilegio di compiere il giubileo in luoghi vicini. Ricorda i Re Riccardo d’Inghilterra e Giovanni di Portogallo; ricorda poi che il papa Sisto IV concesse simile privilegio al re e alla regina di Castiglia e di Leon e Giulio III il quale permise all’imperatore Carlo V e a suo figlio Filippo di fare il pellegrinaggio nelle chiese di Spagna. Passava poi in rassegna i casi dei vescovi, come San Carlo Borromeo, i quali chiesero ed ottennero dai papi di poter celebrare il giubileo nelle loro chiese dopo che questo si era chiuso a Roma. Benedetto XIV sottolineava che questo privilegio fu dato sempre volentieri dalla sede apostolica ai vescovi che ne fecero richiesta. Il papa si rende conto, tuttavia che non tutti i vescovi sono tempestivi e accorti come San Carlo Borromeo. Perciò conclude
abbiamo ritenuto che fosse meglio estendere con un’unica generale costituzione l’indulgenza del giubileo universale, con gli altri privilegi e favori dalla stessa costituzione indicati, a tutta la chiesa in tutta la sua estensione; perché la possibilità di procurarsi un simile tesoro sia resa comune a tutti coloro che giustamente la desiderano, e per voi, venerabili fratelli, o per i vostri incaricati d’affari a Roma, non vi sia più alcuna preoccupazione per l’invio delle lettere particolari delle quali sopra abbiamo parlato.
Passa poi a parlare di quelli che
per ottenere il giubileo sarebbero volentieri venuti a Roma durante l’anno santo, se la condizione nella quale si trovano, o qualche altro insormontabile ostacolo non avessero loro impedito tale pellegrinaggio; così le monache, le consacrate e le altre vergini e donne che passano la vita nei monasteri e nelle case religiose; come pure gli anacoreti, gli eremiti, gli infermi, i vecchi e quelli che sono tenuti prigionieri o in carcere. A tutti questi, perché non fossero privati dell’esaudimento dei loro pii desideri, fu opportunamente da Noi provveduto con l’altra nostra costituzione sopra citata che comincia con le parole Paterna charitas….
Per tutte queste categorie, fu stabilito che dovessero essere i confessori approvati a decidere le opere sostitutive del pellegrinaggio e le loro modalità. In questa occasione il papa fu tirato, suo malgrado, in una questione tutta ecclesiastica, ma in tipica salsa italiana o, se vogliamo, relativa alla burocrazia sacramentaria: che cosa si dovesse intendere per confessori approvati. Qualche vescovo sosteneva che i confessori dovevano essere approvati dal vescovo nella cui diocesi si trovava il monastero. Altri più ecumenici affermavano che bastasse l’approvazione data dal vescovo nella cui diocesi il confessore era incardinato. Poi c’erano i religiosi che difendevano i loro privilegi: se si trattava di una casa di monache dipendenti da un ordine religioso, l’approvazione richiesta era quella del Superiore religioso, oltre a quella del vescovo diocesano. Poi c’erano i moralisti, i canonisti, i liturgisti di tendenze, diocesi e ordini religiosi diversi, ognuno col suo sistema, i suoi casi e le sue ricette. Insomma, una confusione in cui anche uno studioso solido e accorto come papa Lambertini faceva fatica a districarsi. Si nota da parte del papa un chiaro fastidio, seppur molto sfumato e signorile. Il papa decise che, in occasione del giubileo, bastava un qualsiasi vescovo ad abilitare qualsiasi prete o frate a confessare le monache di qualsivoglia monastero. Più larga di così neppure la misericordia di Dio poteva essere. Il giubileo: indulgenza e conversione Possiamo distinguere la storia dei giubilei in alcuni grandi periodi. Il primo, che arriva fino alla Riforma Protestante, è caratterizzato dal suo carattere indulgenziale in prospettiva fortemente individualistica. Il giubileo viene visto essenzialmente come un mezzo con cui la misericordia di Dio libera il cristiano dalla residua pena del Purgatorio che per giustizia gli è dovuta per i peccati commessi, quand’anche questi fossero stati perdonati in seguito a sincero pentimento e confessione sacramentale. Sappiamo che con questa verità nobilissima ha interferito, nello scorrere del tempo, una incredibile quantità di elementi estranei e di disturbo derivanti dalla commistione fra religione e politica, da interessi personali, da dabbenaggine e da ignoranza. Dell’indulgenza plenaria, per la verità, soprattutto nei sec. XIV e XV si faceva un uso piuttosto intensivo. La regina delle indulgenze restava sempre la crociata contro i Turchi per la liberazione della Terra Santa. Ma ormai, dopo le infelici vicende a tutti note, nessuno aveva seria volontà di imbarcarsi verso l’Oriente. Si preferiva far le Crociate per interposta persona assoldando eserciti, allestendo flotte, sostenendo gli Ordini Cavallereschi, approntando le difese di città e castelli posti in prima linea. Per far tutto questo erano necessari molti soldi. Un nutrito gruppo di predicatori batteva tutta l’Europa, dalla Svezia alla Sicilia, dall’Ungheria alla Spagna, per predicare l’indulgenza a chi col suo contributo finanziario avesse dato una mano alla difesa dell’Europa Cristiana. Anche alcuni eminenti frati minori della nostra Provincia di San Michele Arcangelo furono impegnati in queste missioni. Tra gli altri ricordo fra Antonio da Troia e fra Cecco di San Giovanni Rotondo nominati nel 1444 con apposita lettera apostolica da Eugenio IV nunzi apostolici con l’incarico di predicare l’indulgenza il primo in Danimarca, Sassonia e nelle altre regioni della Germania; l’altro nelle terre di Capitanata, Sannio, Molise e Abruzzo meridionale. Poi ci fu la famosa indulgenza predicata in Germania agli inizi del sec. XVI per finanziare la ricostruzione della chiesa di San Pietro in Roma. Il resto è storia nota. Dalla Riforma Luterana l’indulgenza uscì in grave crisi ma non distrutta. Nel secondo periodo, fin dagli inizi del sec. XVI, il giubileo si rimette in movimento con potente dinamismo proiettato verso il superamento dell’impostazione puramente indulgenziale di tipo individualistico. Il papa Borgia, Alessandro VI, con la bolla Inter curas multiplices, sviluppando il rapporto fra giubileo e indulgenze, sottolinea che è necessario che i fedeli vivano il giubileo come un punto di arrivo come momento rigenerativo dei singoli cristiani, perciò
preparino i fedeli cristiani, dice, i loro cuori al Signore e si sforzino di mutare in meglio i loro costumi, si astengano dalle azioni malvagie, diano soddisfazione al Signore mediante il dolore della penitenza, lo spirito di umiltà….
Quasi con le stesse parole si esprime il papa Clemente VII nel 1525. Viene messa in luce, parimenti, la dimensione ecclesiale del giubileo. Ispirandosi direttamente ai canoni del Concilio Tridentino, il papa Gregorio XIII, nella bolla di indizione del giubileo del 1575 Dominus ac redemptor noster, del 10 maggio 1574, ordina ai vescovi di organizzare la catechesi
per istruire i propri popoli in tutte quelle cose che saranno opportune per la preparazione dell’acquisto della remissione e indulgenza predetta, ravvivando in essi i doveri della pietà e le opere di misericordia.
All’apertura della porta santa, il 24 dicembre del 1574, era presente anche San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano. San Carlo Borromeo rimase a lungo nella memoria dei Sommi Pontefici come la figura del perfetto pastore, instancabile nel ministero della parola, tanto che il suo ricordo fu spesso richiamato nelle bolle pontificie relative ai giubilei. In effetti San Carlo si era reso perfettamente conto della enorme capacità trasformativa del giubileo e gli aveva dedicato ben tre anni di catechesi continua: il primo in preparazione del giubileo del 1575, il secondo costituito dallo stesso anno giubilare, e il 1576 in cui si celebrava il giubileo nelle chiese locali e, quindi, anche nella diocesi di Milano. San Carlo veniva ricordato anche per la sollecitudine con cui aveva accolto l’invito del papa Gregorio XIII rivolto ai vescovi di guidare essi stessi i fedeli a Roma. Il pellegrinaggio a Roma, infatti, era da intendere, dicevano le bolle pontificie, anche come un momento di forte unità ecclesiale. I vescovi e i fedeli erano invitati a dare una manifestazione esterna dell’unità della fede e della carità di tutto l’orbe cristiano nella stessa sede del romano pontefice, di colui che garantiva e rappresentava l’unità della Chiesa. Su queste linee essenziali sono stati vissuti i giubilei fino al 1950 quando il papa Pio XII con termini fortemente accorati, di fronte a un mondo devastato dalla guerra e frammentato da ideologie non cristiane, propose il giubileo come grande momento di pacificazione e di unificazione nel nome di Cristo. L’anno 2000, potrebbe essere considerato l’inizio di una ulteriore fase della lunga storia del giubileo: quella che, insieme a una migliore identificazione della funzione indulgenziale, sviluppi il concetto di giubileo come uno dei grandi motori della conversione dei singoli cristiani, dei popoli, e della Chiesa stessa. In questa fase la Chiesa può ritrovare il gusto del pellegrinaggio, dell’andare incontro al Signore che viene nella schiettezza e nella povertà, nell’immediatezza del linguaggio, nella nudità dell’anima, nel silenzio pieno di presenze e nell’adorazione. P. Mario Villani Convento San Matteo 5 febbraio 2000
Una carta dei tratturiLa transumanza degli armenti è un fenomeno antichissimo e molto diffuso. La forma più frequente è la piccola transumanza verticale, dalla durata di qualche giorno che riguarda gli armenti che dai pascoli montani all’inizio dell’autunno scendono a valle, per risalire alla fine di maggio. Io stesso sono figlio di transumanti che conducevano le greggi di pecore dall’altopiano garganico alle pianure del Tavoliere delle Puglie. Nelle regioni centro-meridionali del versante adriatico è praticata soprattutto la grande transumanza orizzontale. Fin verso la metà del secolo scorso dall’Abruzzo, dal Molise, dalla Campania sannitica, dalla Basilicata alla fine di settembre arrivavano in Puglia, e soprattutto in Capitanata, milioni di pecore guidate da migliaia di pastori. I tracciati principali erano chiamati tratturi e avevano una larghezza stabilita di 111 metri, su questi si innestavano le strade secondarie chiamate tratturelli e bracci dalla larghezza variabile dai 30 ai 40 metri. Tutto questo flusso di uomini e animali era stato regolato da speciale legislazione già al tempo dell’Impero romano. Dopo il lungo periodo di decadenza nell’epoca tardoantica e altomedievale fu di nuovo regolamentato agli inizi del millennio scorso dal normanno Guglielmo I il Malo. Nel sec. XV ebbe la sua legislazione definitiva con gli Aragonesi i quali la dotarono anche di una speciale Magistratura, la Dogana della Mena delle pecore e relativo Tribunale con sede in Foggia. L’intera rete, di circa 3000 Km, era accuratamente tenuta in efficienza. Questi numeri danno l’idea dell’enorme numero di animali e di uomini che fluttuavano, due volte l’anno, per diversi millenni, tra le regioni interessate e la Capitanata. Il millenario fluire di armenti e pastori ha innescato un continuo scambio di linguaggi, di forme e di stili, di interpretazioni e di prospettive vitali, conferendo a queste regioni un solido patrimonio comune. Non era, quindi, un fenomeno ristretto solo alla stretta fascia degli interessi economici e lavorativi. Un tema importante per comprendere la portata degli scambi culturali è quello della devozione soprattutto per la sua capacità di abbracciare tutti gli aspetti della vita. Nella pianura della Capitanata, i pastori entravano in contatto con i Santuari maggiori del Gargano: la Madonna di Stignano e San Matteo a San Marco in Lamis, la Grotta di S. Michele e la Madonna di Pulsano a Monte Sant’Angelo, S. Leonardo in Lama Volara a Manfredonia, la Madonna Incoronata a Foggia; tutti dislocati sull’antico percorso della Via Francesca che fra tutti i tratti italiani insigniti di questo nome è quello che non ha mai smesso di condurre pellegrini. L’Abruzzo e il Molise, da parte loro, hanno una storia religiosa antica di millenni che emerge di tanto in tanto con figure importanti come Pietro Celestino del Morrone, Giovanni da Tufara e tanti altri, tutte persone che con le regioni daune, e in particolare il Gargano, hanno avuto stretti rapporti. Con i loro eremi e le doro fondazioni hanno trasformato l’Abruzzo, per dirla con Francesco Petrarca, in una Domus Christi (Nota 1). D’altra parte per molti secoli, fino all’esplosione del fenomeno di P. Pio da Pietrelcina, alla metà del sec. XX, transumanti e pellegrini erano due termini quasi intercambiabili. Infatti la maggior parte dei pellegrini che ogni anno, soprattutto a settembre e a maggio, si recavano al Santuario di S. Michele sul Gargano provenivano dalle zone della transumanza, e cioè dall’Abruzzo, dal Molise, dalla Campania sannitica, dalla Basilicata, dal Lazio orientale, oltre che dalla Puglia. Anche i transumanti, come i pellegrini, abituati a un regime di pura sopravvivenza, in cui la povertà non era solo una evenienza economica, ma una forma di vita, avevano un approccio totale con l’insieme delle realtà materiali e spirituali. Intendevano, perciò, il pellegrinaggio non come momento religioso solitario ed estemporaneo o legato agli accadimenti della vita, ma come attività necessaria all’ordinarietà della vita familiare e lavorativa, inserito nel tessuto sociale con un radicamento che va oltre i secoli, gli interessi e le vedute del momento: un tempo per lavorare, un tempo per pregare. Emile Bertaux, attentissimo visitatore, alla fine del sec XIX ci dà un sintetico a splendido quadro del pellegrinaggio al Gargano (Nota 2). Il contadino d’Abruzzo o di Puglia, scrive, divide l’anno in due parti disuguali: una per i lavori che procurano il pane quotidiano, l’altra per i pellegrinaggi che devono procurare il Cielo Ogni contadino, ogni pastore abruzzese e pugliese, sembra dire il Bertaux, è anche un pellegrino. Ha notato, anzi, che il pellegrinaggio continua nella intensità di sempre anche quando, nel sec. XIX, l’abolizione del Tavoliere delle Puglie e le profonde trasformazioni politiche, sociali ed economiche in atto, hanno notevolmente ridotto l’afflusso delle greggi transumanti nelle pianure daune.
Per il contadino, prosegue, il pellegrinaggio non è uno straordinario dovere di pietà, ma un atto periodico della vita, diventato necessario quanto il lavoro di ogni giorno. Esiste per il pio viaggio un tempo stabilito, come per particolari lavori di campagna... L’itinerario del grande pellegrinaggio di maggio è così fissato per i gruppi più numerosi, che scendono dal Molise e dall’Abruzzo: prima i santuari del Gargano, cioè, oltre la celebre basilica di Monte Sant’Angelo, l’antico eremitaggio di Pulsano, sulla cresta del promontorio, di fronte alle lagune di Salpi, e il convento di San Matteo, vicino San Marco in Lamis; nella pianura di Capitanata, l’Incoronata, presso il fiume Cervaro, una cappella tra ciuffi d’alberi, dove si venera un’icona cento volte ridipinta, scoperta da un cacciatore su una quercia.
Mappa dei tratturiUn primo aspetto da considerare è il reciproco arricchimento devozionale fra transumanti e popolazioni della Capitanata. Notevole è, per es., l’allargamento della devozione dell’Incoronata di Foggia. Sorta in piena pianura agli inizi del sec. XI, in breve si estese in tutte le aree della transumanza. I pastori consideravano il santuario dell’Incoronata come il loro centro spirituale e la chiamavano il sole nome bellissimo che alludeva al groviglio di tratturi, tratturelli e bracci che, partendo dal santuario s’irraggiavano per tutta la Capitanata e la Terra di Bari. Il santuario, posto sul tratturo Foggia-Ofanto, faceva parte della Locatione del feudo d’Ascoli e Fabrica. (Nota 3). Già dalla fine del medioevo il santuario dell’Incoronata fu replicato più volte sempre lungo i tratturi. Il più celebre è il santuario dell’Incoronata a Pescasseroli, al termine del tratturo Pescasseroli-Candela. Altri santuari sorgono lungo il Tratturo Regio, ad Apricena; ad Ascoli Satriano, sul tratturello che mena dall’Ofanto a Candela; a Bovino, lungo la via che porta a Napoli, a Minervino Murge, al termine del tratturo del sud (Nota 4). Anche l’Iconavetere di Foggia, chiamata Madonna dei sette veli, il cui rinvenimento ha dato origine alla città, aveva molti devoti nelle regioni della transumanza. L’Incoronata di Foggia è presente anche in molte chiese con altre intitolazione, site sui percorsi tratturali, come la chiesa della Pietà a Lucera. Alla metà del sec. XVIII s Campobasso viveva e operava lo scultore Francesco Saverio Di Zinno autore di diverse bellissime statue dell’Incoronata di cui una è conservata nella Biblioteca del Santuario di S. Matteo sul Gargano. I transumanti, poi, portavano con sé anche il loro mondo religioso e spesso facevano riferimento ai santi venerati nei loro borghi: San Rocco, San Cristanziano e San Gaudenzio il quale ci libera dai rignuoli, cioè dai brufoli (Nota 5). Da questo pensiero deriva la bella pubblicazione di Maria Teresa Calzona Lalli, La Madonna nella religiosità del tratturo(Nota 6). Altri santi hanno viaggiato con i transumanti e sono stati adottati nei paesi della Daunia: da Venafro è arrivato S. Nazario martire, venerato in un piccolo e frequentatissimo santuario posto al confine di Lesina, Poggio Imperiale ed Apricena. Da Trivento è arrivato il culto dei Santi Celso e Nicandro, che è diventato patrono di Sannicandro Garganico. San Matteo e gli animali S. Matteo, da ex gabelliere, è patrono dei doganieri, della Guardia di finanza, dei commercialisti, dei ragionieri e dei cassieri di banca. A questa sua funzione si fa risalire la Cappella Doria a Genova, dedicata a S. Matteo. Sul Gargano è il santo protettore degli animali di campagna. Per la verità anche nell'Italia settentrionale, soprattutto in località dell'arco alpino, la figura di S. Matteo ha a che fare con gli animali ed entra nel complesso meccanismo della transumanza. La sua festa, 21 settembre, è prossima all'equinozio di autunno che segna il limite temporale dei pascoli montani e determina la discesa degli armenti verso i pascoli di pianura. A san Mattia, la mucca torna indrìo, recita un detto popolare. In diversi luoghi si celebra anche la fiera degli animali dedicata a S. Matteo. Le mucche scendono dai monti ornate di ghirlande e santini, sfilano per le vie principali delle città, e spesso sono oggetto di gare di bellezza. Celebre la festa di Asiago, di cui peraltro S. Matteo è compatrono. Il santuario di S. Matteo sul Gargano nacque come abbazia benedettina col nome di San Giovanni in Lamis probabilmente negli ultimi secoli del primo millennio cristiano. Finita l’esperienza benedettina nel 1311, e nel corso del sec. XV anche quella cistercense, nel 1578 fu affidato ai Francescani Osservanti della Provincia di Sant’Angelo in Puglia. Quasi contemporaneamente si arricchiva di un ruolo pastorale che poneva su nuove basi il rapporto già antico con le numerose comitive di pellegrini che percorrevano i tortuosi sentieri del Gargano Meridionale diretti alla Grotta dell’Arcangelo Michele a Monte Sant’Angelo. L’arrivo del Dente del Santo Apostolo ed Evangelista Matteo verso la metà del sec. XVI, o forse già alla fine del sec. XV, dilatò il ruolo religioso dell’antica abbazia aprendola a un rapporto più ampio soprattutto col mondo dei contadini e dei pastori. Non si sa con precisione da chi e da dove il Dente di San Matteo sia stato portato nel nostro santuario. P. Agostino Mattielli, che ha percorso le nostre valli nel 1686, dice che fu portato da Salerno da un non precisato Cardinale che era anche Abate Commendatario dell’Abbazia. Questa notizia sembra avere una qualche conferma dall'inventario delle reliquie della cattedrale di Salerno allegato agli atti del Sinodo diocesano del 1584 dove, parlando del corpo dell'Apostolo si dice che risulta mancante di un dente oltre che del braccio destro donato ai beneventani (Nota 7). Il culto di San Matteo sin dall’inizio ha assunto una precisa configurazione di stampo popolare sviluppandosi non in relazione alla storia del Santo, o al suo Vangelo, ma nell’ambito di un processo spontaneo di attribuzioni e di rimandi tessuti da un immaginario popolare che vedeva nel Dente offerto alla pubblica devozione qualcosa di funzionale in merito a precise necessità del mondo dei contadini e degli allevatori. Quello con San Matteo fu quindi, fin dagli inizi, un rapporto specializzato, aperto particolarmente al mondo agricolo e pastorale (Nota 8). Le testimonianze Il Dente di San Matteo rievocava altri denti. L'olio della lampada che ardeva nel sacello del santo fu usato per benedire le persone morse dai cani arrabbiati. Francesco Gonzaga nel 1587, così dice della devozione a San Matteo:
Si quispiam ex circumvicinis rabie laborans sumpto ex lampade, quae in sacello B. Evangelistae Mathaei continuo lucet, oleo laesam partem linierit, ex tempore ab huiusmodi passione liberatur(Nota 9).
Pellegrini nel chiostro del santuario di S. Matteo sul Gargano.Anche il domenicano toscano Serafino Razzi, in visita canonica ai conventi domenicani del Gargano nell’autunno del 1576, così scriveva:
E più in alto un altro miglio trovammo San Matteo: Badia del signor Giovan Vincenzo Caraffa, cavaliere di Malta, e priore di Ungheria, ove sono liberati gli Indemoniati, e coloro che sono morsi da i cani arrabbiati sono sanati (Nota 10).
Padre Michelangelo Manicone parlando del santuario di S. Matteo riassume nella sua veste di frate, ma anche di scienziato e teologo, l’intera problematica proposta da una devozione, quella per il Dente di San Matteo, che a qualche scienziato poteva apparire come un insulso affidarsi a forze la cui esistenza è tutta da provare; e che a qualche teologo poteva, invece, presentarsi come un altrettanto vuoto atteggiamento superstizioso.
La chiesa è un Santuario celebre, perché vi si conserva il Sagrato Dente del Gloriosissimo Apostolo. Tutte le persone da animali rabbiosi morsicate vengon qua a prostrarsi dinanzi alla Statua del Santo, e dinanzi al Dente, ed a sciorre i voti, ond’esser dalla terribile rabbia liberati. Quindi la gran confluenza di tutti i popoli del Gargano, della Pianura Dauna ed anche degli Irpini, e de’ Frentani (Nota 11).
Alcune tra le più importanti città della Capitanata e del Gargano, Manfredonia, Monte Sant'Angelo, San Marco in Lamis, Mattinata, Cerignola hanno ancora oggi nel Santuario di San Matteo il loro centro spirituale. Gli ex voto Naturalmente nelle campagne del Gargano e del Tavoliere, insieme a quelli dei cani, altri denti infliggevano pericolose offese. Cavalli, asini, maiali, orsi minacciano, mordono, scarnificano uomini, donne e bambini in una serie infinita di ex voto, conservati nel Santuario, in cui allo smarrimento impotente per l'improvvisa minaccia fa rassicurante contrappunto l'immagine serena del santo. Riccardo Bacchelli ricorda con gusto una di tali tavolette visitate intorno agli anni venti. La scena lo impressionò e le dedicò una novella: Agnus Dei.
Al fonte gli era stato imposto il nome di Matteo, che gli giovò quando all'età di dodici anni fu addentato da un ciuco intiero di grande statura, magro come la rabbia e la lussuria e la vecchiezza che l'avevano scarnito sotto il basto e fra le stanghe, sotto il sole e fra la polvere del Tavoliere. I denti lunghi e gialli erano arrivati all'osso del braccio, a metà fra gomito e spalla; e le legnate a ruota pareva che servissero soltanto a levar la polvere dalla schiena affilata dell'animale, e a fargli stringere vie più le mascelle. Allora intervenne San Matteo, protettore della rabbia degli animali, a disserrare quei denti, quando anche l'osso del bambino cominciava a sgretolarcisi. La scena si vede dipinta in un ex-voto, dove il sangue umano spiccia al naturale e la ferocia ciuchesca è parlante. Pende con altri molti nel convento di San Matteo sopra San Marco in Lamis (Nota 12).
Tanta neve sul piazzale del convento di S. Matteo sul Gargano.L'asino, anche se traditore nato, resta pur sempre un capitale da difendere e uno strumento di lavoro prezioso. Per questo motivo i contadini garganici e del Tavoliere amano immaginare che la protezione del Santo vada ben oltre le persone e abbracci anche gli animali. Qualche centinaio degli oltre 500 ex voto attualmente conservati nel Santuario hanno come protagonisti gli animali vittime di incidenti e malattie (Nota 13). Sembra che nella fantasia popolare gli animali preferiti dal santo siano i cavalli molti dei quali nei tempi passati all'anagrafe zootecnica erano insigniti col nome di Matteo. Di qui il facile motteggio comune fra i salaci contadini ti chiami Mattiuccio come un cavallo e, giocando sulle parole matto e Matteo e allargandosi fino ai muli, notoriamente bizzarri, un detto popolare afferma matt jè Mattè, matt jè chi lu tè, matt jè chi ce lu pigghia, e matta tutta la famigghia. Il rapporto con i cavalli è quasi canonizzato sul fastigio del tempietto in cui è esposta la statua del Santo. Un tondo marmoreo scolpito nel 1927 da ignoto lapicida cerignolano ritrae l'immagine veneranda di San Matteo accompagnata non dalla regolamentare sagoma umana ma dall'inconfondibile profilo di un volto cavallino. Ancora oggi molte stalle del Tavoliere e del Gargano hanno ben in vista l'immagine del Santo. La quasi totalità degli ex voto anteriori al 1960 proviene soprattutto dalle città di Manfredonia, Monte Sant'Angelo, San Marco in Lamis, Mattinata, Cerignola, un mondo, cioè, a forte prevalenza contadina e pastorale, con i suoi variegati aspetti derivanti dal rapporto con la terra e gli animali, con le esigenze di trasporto e di commercializzazione e, purtroppo, anche con la necessità di difendersi dai malviventi. Il rapporto col sacro viene documentato nella concretezza di un assetto sociale ed economico essenziale, di pochissime comodità, spesso di pura sopravvivenza, in cui nulla è superfluo, tutto è necessario, e tutto è dono di Dio. S. Matteo e i pastori d'Abruzzo Il rapporto del nostro Santuario di San Matteo con i pastori di Abruzzo non è immediatamente evidente. Posto nel bel mezzo del Gargano è fuori del territorio soggetto alla Regia Dogana delle pecore. Tutti i contatti con i transumanti hanno come base la devozione verso San Matteo. Fra Agostino Mattielli, francescano di Stroncone in Umbria, inviato nel 1683 a visitare canonicamente i conventi della Provincia di Sant’Angelo in Puglia così testimonia:
Hoggi il convento si chiama di S. Matteo perché vi fu portato un dente di questo Santo da Salerno, lo diede un cardinale commendatario, che si conserva in sacristia in un ostensorio d'argento et è in gran devozione appresso tutta la Puglia per li continui miracoli che fa e le grazie che se ne ricevono, massime per l'infermità dell'animali dei quali abbonda la Puglia: cavalle, pecore, vaccine, porci e tutti che toccati con l'oglio della lampada che arde all'altare di esso Santo guariscono subito e ciò si vede ogni giorno, poiché vi conducono spesso le massarie intiere a toccargli, e vanno sani. Li più lontani, cioè dell’Abbruzzo, Puglia Alta, di Bari, di Terra di Lavoro che non possono condurgli, mandano a pigliare un frate con cavalli e lo portano ove bisogna e questo (sia sacerdote, chierico, laico o terziario) mette un poco d’oglio in una conca d’acqua con la quale asperge le mandrie intere e guariscono subito e m’è stato certificato da persone degne di fede che lo vedono giornalmente non solo frati, ma preti, baroni e cavalieri (Nota 14).
Insieme con i frati che visitano le greggi, viaggiano anche le immagini di S. Matteo, tutte dislocate nei paesi abruzzesi e molisani da dove si originano i tratturi, e in molte località attraversate dai percorsi pastorali. È questo un interessante settore di ricerca che contribuisce ad evidenziare la stabilità e la qualità dei rapporti fra le regioni interessate alla transumanza. Quasi tutti i paesi del Subappennino settentrionale hanno la statua di S. Matteo. Fra questi si ricorda Castelnuovo della Daunia, Lucera, Biccari, Casalvecchio di Puglia, Volturino Castelnuovo della Daunia, Lucera, S. Severo, Torremaggiore, tutti posti sui percorsi tratturali. In diversi di questi paesi fino a qualche decennio fa si celebrava il 21 settembre, insieme alla festa, anche la fiera degli animali. Sepino. I transumanti, in epoca romana, dovevano pagare una imposta per passare per questa porta.Per quanto riguarda il Molise ricordiamo le belle statue scolpite verso la metà del sec. XVIII da Paolo Saverio Di Zinno, alcune delle quali esposte alla venerazione dei fedeli a Campobasso, a Trivento e in altre località. Altri paesi dove il culto di S. Matteo è esplicitamente posto in relazione con gli allevamenti di animali e la transumanza sono Sepino (Nota 15), Toro, Termoli, Montenero di Bisaccia, Campolieto (Nota 16). Da uno di questi paesini arroccati sul Subappennino, S. Bartolomeo in Galdo in provincia di Benevento, ci arriva una preziosa testimonianza sul rapporto tra S. Matteo e gli animali della transumanza. Si tratta di un responsorio in uso nella festa del Santo che si celebrava nella chiesa dei Frati Minori di San Bartolomeo in Galdo. Il ritornello del responsorio fotografa, per così dire, la situazione devozionale al santo evangelista come si è sviluppata nei secoli secondo l’interpretazione garganica per cui S. Matteo è soprattutto il santo degli animali della campagna, come già notava il citato Agostino Mattielli. Conferisce, in pari tempo, dignità liturgica e istituzionale alla spontanea devozione dei fedeli che chiedono a S. Matteo, insieme alla propria, anche la salute per gli animali, loro compagni di viaggio: Sicut fideles animas/Ad astra coeli sublevas// ic animantium corpora/a morsu, veneno libera. I due emistichi, in perfetto equilibrio sul piano teologico, ma anche su quello degli interessi e dei sentimenti, chiedono per i fedeli la salvezza dell’anima come per gli animali quella del corpo (Nota 17). Quella delle formule liturgiche è una questione importante perché inserisce la salute fisica degli animali come bene economico in un più vasto orizzonte in cui è compresa la dignità, direi la personalità, degli animali i quali, pur essendo assolutamente indispensabili per la sopravvivenza dell’uomo, tuttavia non esauriscono in questo la loro ragion d’essere. Essi sono per se stessi degni di vivere, e la loro stessa vita è motivo di una dignità che solo Dio conosce completamente. Il concetto sembra essere centrale nella benedizione degli animali in onore di S. Matteo Apostolo rinvenuta negli anni scorsi manoscritta in appendice a un benedizionale a stampa nel sec. XVIII compilato dal francescano Bernard Sanning (Nota 18). La formula è strutturata come una paraliturgia aperta dai versetti centrali del Canticum Trium Puerorum del libro di Daniele e dal Salmo 150 Laudate Dominum in Sanctis eius. Termina con tre Orationes il cui uso non appare frequentissimo nell’uso liturgico abituale. Pur presenti nel Rituale Romanum del 1614 (Nota 19) e nella successiva Editio typica del 1953 (Nota 20) come Benedictio animalium gravi infirmitate laborantium, nelle edizioni manuali ad uso giornaliero abitualmente sono assenti. Tavoletta votiva della raccolta di S. Matteo a S. Marco in Lamis.Eppure l’uso di questi testi è attestato dalla seconda metà del primo millennio cristiano. Già nel sec. VIII erano usati nella Missa pro mortalitate animalium riportato dal Paris Nat. Lat. 12048, dal cod. 350 di S. Gallo, del sec. IX, e da molti altri codici (Nota 21). Erano usati parimenti in caso di peste degli animali . Deus, qui laboribus hominum etiam de mutis animalibus solatia subrogasti; supplices te rogamus; ut, sine quibus non alitur humana conditio, nostris facies usibus non perire. In questa orazione è certamente presente e pressante il timore di perdere un indispensabile sostegno. L’orante esprime tuttavia questa sua preoccupazione attraverso un linguaggio delicato e pudico sorretto dalla suggestione nella lettera 124 di Seneca a Lucilio. Sparisce con la sua boria il re dell’universo a cui tutto si deve e niente si può negare; l’uomo ridiventa ciò che è, un mendicante la cui esistenza dipende dalla generosità della natura e in particolare degli animali. Si nota, ancora una volta, un forte rimando alla nativa fragilità dell'uomo, che per vivere ha bisogno anche del lavoro gratuito e discreto dei "muti animali". Lo stato di endemica e ineluttabile necessità è delicatamente espresso dalla citazione sine quibus non alitur humana conditio di S. Colombano (Nota 22) fatta propria dai maestri della Scolastica attraverso Pietro Lombardo (Nota 23). La parte iniziale della benedizione non è presente in nessuna delle quattro formule di benedizione degli animali riportate dal Rituale Romanum. Il Canticum Trium Puerorum chiama a raccolta tutte le creature a lodare e benedire il Signore. Indipendentemente dalle sottili distinzioni che la pigrizia e il malsano interesse umano ha inventato per sceverare tra esseri animati e inanimati, animali buoni e nocivi, da salotto o da lavoro, ogni creatura ha il suo ruolo in un’azione corale di proporzione cosmica in cui tutti sono accomunati, insieme all’uomo, nella benedizione e nel ringraziamento. Benedicite fontes Domino; … Benedicite omnes bestiae et pecora Domino; benedicite filii hominum Domino. Ogni essere creato ha il suo posto e la sua individualità. Ogni cosa uscita dalle mani di Dio conserva per sempre la sua dignità e a Dio ritorna nel canto e nella lode Hunc astra, tellus aequora, Hunc omne quod coelo subest, Salutis auctorem novae, Novo salutat cantico, proclama un inno di Natale probabilmente del IV secolo (Nota 24). Se l’uomo è chiamato a lodare Dio anche con la voce, gli altri esseri lodano Dio col fatto stesso di vivere. L’humus del Cantico delle Creature è trasparente in questa compilazione, espressione preziosa di una mentalità che è proposta di vita, intesa dai pastori e dai contadini abruzzesi e pugliesi come normale dimensione della vita. P. Mario Villani Padova, 18 dicembre 2012
Padre Benedetto da San Marco in Lamis, al secolo Gerardo Nardella (1872-1942), in una fotografia del 1924. Fu Padre spirituale di Padre Pio dal 1905 al 1922, quando il Sant'Uffizio dispose la fine della sua direzione.
Presentazione del volume di fra Riccardo FabianoPadre Benedetto Nardella da San Marco in Lamis (1872-1942), Pedagogo e Maestro Ministro Provinciale Cappuccini, direttore Spirituale di Padre Pio. San Marco in Lamis, Biblioteca civica, 29 maggio 2012, h. 18,30
p. Benedetto Nardella, frate cappuccino e confessore di Padre PioPadre Benedetto Nardella e il contesto religioso di San Marco in Lamis La vita di P. Benedetto Nardella si è svolta dal 1872 al 1942, in un periodo storico denso di avvenimenti drammatici e trasformazioni epocali sia per la chiesa che per la società. Nel 1873 l’Italia si era politicamente riunificata da 12 anni, ma l’unità culturale e umana ancora non emetteva i suoi primi vagiti. La nostra Capitanata, da poco uscita dal triste fenomeno del brigantaggio, era ancora caratterizzata da incertezza e confusione politica e amministrativa dovuta alle novità delle leggi e degli organismi statali, alla fragilità della organizzazione sociale, al persistere di blocchi mentali atavici a cui se n’erano aggiunti altri portati dai nuovi governanti. Foggia, privata della sua antica tradizione produttiva e commerciale dovuta alla transumanza delle greggi abruzzesi, era declassata nel nuovo ordinamento statale al rango di centro amministrativo di una provincia secondaria. Le cose non andavano meglio per la Chiesa. Dopo la perdita di gran parte dello Stato Pontificio annesso al Regno di Sardegna, il Papa era stato privato, nel 1870, anche della città di Roma. La breccia di Porta Pia, il 20 settembre di quell’anno, aveva innescato la fase più dura e confusa della Questione Romana. Il problema si era ingrandito e spostato dall’aspetto puramente politico a quello teologico. Non si trattava più di discettare sulla legittimità della occupazione dello Stato Pontificio da parte del Regno di Sardegna, ma di salvaguardare l’indipendenza del Sommo Pontefice nell’esercizio del suo ministero. Si trattava, soprattutto, di chiarire se l’autorità del Papa derivasse dalla benevola concessione dello Stato Italiano, o avesse le sue radici altrove. In effetti, il Papa rischiava di diventare un vescovo italiano, soggetto alle leggi italiane, al controllo delle autorità italiane. La storia della Chiesa ci dice che il timore viene da lontano. Lo troviamo già nel secolo VIII quando il Papa Stefano II, nel 754, stringe un patto con Pipino il Breve per evitare di diventare un vescovo longobardo. Lo ritroviamo nella prima metà del sec. XIII, quando i Papi Innocenzo III, Onorio III e Gregorio IX lottano contro l’autoreferenziale supremazia di Federico II di Svevia sullo stesso Papa. Lo troviamo parimenti nella millenaria distinzione tra chiesa cattolica e chiese ortodosse orientali acefale e con forte radicamento sui territori nazionali. La locandina della presentazione del volume su padre Benedetto NardellaSi aggiunga che spesso tale delicata materia era trattata da personaggi ignoranti e gonfi delle ideologie anticlericali alla moda, che parlavano con decisione e autorità di cose di cui erano perfettamente ignari. La nostra Provincia di Capitanata era in questo assolutamente privilegiata avendo avuto come dirigenti diversi di questi personaggi. Ne derivò una pericolosa incertezza nella legislazione del nuovo Stato, in dubbio se accettare in pieno il principio della separazione netta fra Stato e Chiesa, o affermare la pretesa di imporre alla Chiesa controlli che spesso ne paralizzavano la missione. Tutto ciò, se lasciava sostanzialmente estranei i buoni fedeli cattolici, perfettamente ignari di quanto stava succedendo, non risparmiava, invece, i vescovi e i religiosi. A farne le spese fu il primo vescovo di Foggia, mons. Bernardino Maria Frascolla, la cui odissea è da tutti conosciuta. Poi toccò al vescovo di Bovino, mons. Alessandro Cantoli, privato del seminario, dei mezzi di sussistenza e dello stesso episcopio. Naturalmente tutto ciò si rifletteva anche sul basso clero, quello che, a stretto contatto col popolo, viveva, insieme ad esso, una realtà fatta di piccole cose e di grandi difficoltà, aduso ad accomodarsi realisticamente all’evolversi degli avvenimenti. San Marco in Lamis, da parte sua, stava attraversando il difficile passaggio dall’autonomia abbaziale all’ordinario regime della giurisdizione vescovile. Il convento di san Matteo coperto di neve.L’ente feudale Abbazia di San Giovanni in Lamis, dichiarato di Regio Patronato nel 1782, restava in piedi come Abbazia Nullius, affidata a un vicario, integrata per la potestà di Ordine nella Diocesi di S. Severo. Nel 1818 il nuovo Concordato tra il Regno delle Due Sicilie e la Santa Sede abolì definitivamente questa particolare giurisdizione dell’Abbazia Nullius e inserì l’intero territorio della defunta Abbazia nella diocesi di Manfredonia. Seguirono altre discussioni ed episodi antipatici che si protrassero ancora. Questi complicati trasferimenti della responsabilità della conduzione religiosa avevano suscitato malumori, insieme alle inevitabili confusioni, nel clero e tra gli abitanti di San Marco. I quali, tuttavia, avendo saputo, tra il 1840 e il 1850, che si stava lavorando per costituire la nuova Diocesi di Foggia, cominciarono a fare progetti e a porre premesse per aiutare la fortuna. A Foggia la presenza di preti sammarchesi era già rilevante. Uno di questi, il Can. Ciavarella, era segretario del Vescovo di Troia Mons. Antonino Manforte e, mentre Sua Ecc. brigava con Roma perché s’istituisse la nuova Diocesi, il suo segretario si dava da fare perché i dirigenti e il popolo sammarchese si convincessero che era meglio per loro essere incorporati nella diocesi di Foggia che restare in quella di Manfredonia. Ci fu perfino un ordine del giorno dell’Amministrazione Comunale. Nel 1855 fu istituita la Diocesi di Foggia comprendente i due centri di Foggia e San Marco in Lamis. p. Agostino Daniele da S. Marco in Lamis, frate cappuccino e padre spirituale di Padre PioL’inserimento di San Marco nella nuova diocesi di Foggia avrebbe dovuto provocare nella mente dei suoi cittadini un diverso modo di pensare. Si ricorda che uno dei primi atti del primo vescovo di Foggia, Mons. Frascolla, nei confronti dei sammarchesi fu la condanna di una tradizione fortemente offensiva per la dignità delle donne. Se un giovane voleva costringere al matrimonio una ragazza che gli si rifiutava, poteva risolvere la faccenda con le spicce. La domenica mattina s’appostava, spalleggiato da amici, nei pressi della chiesa dove sapeva che la ragazza andava a Messa. Quando la giovane usciva, con rapida corsa le strappava dalle spalle il fazzoletto e i giochi erano fatti. La ragazza, compromessa, era costretta a sposarlo. Il vescovo stigmatizzò duramente l’usanza la quale, tuttavia, continuò ad essere praticata per lungo tempo. Lo scrittore milanese Antonio Beltramelli, che visitò i nostri luoghi nel 1907 (il viaggio del Beltramelli sul Gargano è del 1905. Il 1907 è l'anno di pubblicazione del suo libro. NdR), ne parla con gusto nel suo libro dedicato al Gargano. In tutti i casi, l’usanza si estendeva a tutto il Gargano, tanto che il vescovo di Lucera Mons. Di Girolamo, nella seconda metà del sec. XIX, ne parlò in una lettera pastorale. Per dirla in breve, la giovinezza di P. Benedetto Nardella si è articolata in un ambiente sociale e religioso fortemente caratterizzato da instabilità e mancanza di chiarezza progettuale, dove si accavallavano rapidamente fenomeni sociali, politici e religiosi contraddittori, tipici dei periodi di passaggio dal vecchio al nuovo. Nel 1866 il Governo della nuova Italia unita emanò il provvedimento di soppressione degli Ordini Religiosi. I Frati furono semplicemente cacciati dai conventi di S. Matteo, di Stignano e dal vicino convento cappuccino di Santa Maria delle Grazie in San Giovanni Rotondo. I Frati erano autorizzati a portare con sé qualche effetto personale, tutto il resto, libri, archivio, opere d’arte, mobili, provviste rimanevano in convento, diventato proprietà dello Stato. Non passò molto tempo che i conventi furono spogliati di tutto. L'area circostante il convento di san Matteo.Sorte peggiore toccò ai frati, rimasti senza casa e senza mezzi di sussistenza. Alcuni diventarono preti e furono incardinati nelle diocesi, altri trovarono rifugio in famiglia, altri per sopravvivere facevano i contadini e i mandriani, altri vagavano senza meta. Per tutta la seconda metà del sec. XIX il problema dei conventi rimasti senza frati fu oggetto di dibattiti e tentativi vari. Qualche anno dalla sua chiusura, il convento di S. Matteo si rivelò un cattivo affare per i nuovi padroni. Troppo lontano dai centri abitati, senza una comoda via d’accesso, mostrava tutti i suoi anni con rughe e crepe che s’ingrandivano sempre più. Si pensò di farne un ospedale, poi qualcuno pensò di trasferire l’Orfanotrofio Maria Cristina di Foggia. Il Demanio lo cedette al Comune di San Marco. Ma anche il Comune non sapeva che farsene; in un reparto alloggiò le Guardie Forestali, il resto fu abbandonato alle serpi e ai rovi. La chiesa andava in rovina, le splendide tele del Solimena erano sparite insieme a tutto l’antico arredo, la biblioteca, il ricchissimo archivio. Lo spigolo occidentale del convento scivolava a valle. Autoritratto di Francesco SolimenaNessuna delle soluzioni andava bene. Intanto sia i frati Minori di S. Matteo che i Frati Cappuccini di San Giovanni non stavano con le mani in mano. Aiutati sottobanco dalle autorità comunali e con l’aperto favore delle popolazioni, alcuni Frati erano rientrati nei conventi come cappellani. Un frate laico di San Marco comprò l’orto e il boschetto di S. Matteo. Tra il 1891 e il 1898 ci fu un episodio importante che, in qualche modo, aiutò le autorità a prendere le decisioni. Da poco S. Giovanni Bosco aveva fondato la sua Società Salesiana. Le istituzioni educative salesiane si moltiplicavano in tutta Italia. Il Comune di San Marco, su sollecitazione di un sacerdote del paese, avanzò presso i superiori salesiani la proposta di istituire anche a San Marco, nel convento di S. Matteo, un collegio per l’educazione della gioventù. Era una buona proposta, ma i superiori salesiani volevano vagliare la situazione in considerazione della posizione del convento, non propriamente comoda per gli usi che si prospettavano. C’era, in tutti i casi, un’altra difficoltà. Il convento di S. Matteo, benché privato dei suoi Frati con la forza della legge italiana, dal punto di vista del Diritto Canonico, restava pur sempre legato all’Ordine dei Frati Minori. Non poteva, quindi, essere ceduto ad altre congregazioni religiose senza il consenso della Santa Sede, la quale non l’avrebbe dato senza l’approvazione dei Superiori Generali dell’Ordine Francescano. Il ministro Generale dei Frati disse che il convento di S. Matteo era dei Frati e ai Frati sarebbe un giorno tornato. Finalmente, nel 1905 gli Amministratori di San Marco, in mancanza di altre soluzioni, pensarono bene di restituire il convento ai Frati. Questi istituirono nel convento la loro scuola di teologia, uno dei primi Lettori, o Professori, fu un frate di San Giovanni Rotondo, P. Diomede Scaramuzzi. Nel 1908 i Frati tennero a battesimo il Villaggio San Matteo, diventato poi Borgo Celano. In questo quadro storico s’incornicia la giovinezza di P. Benedetto Nardella. Sarebbe abbastanza agevole tessere l’elogio di un Frate Cappuccino esemplare, uomo di Dio, disponibile a tutto ciò che la Provvidenza gli pone dinanzi. Ma P. Benedetto non è un fiore solitario. Egli è veramente figlio della sua terra che legittimamente lo ha generato anche come uomo di Dio e seguace di S. Francesco. Il piazzale antistante il convento di san Matteo.In questo secolo magmatico, in continua evoluzione, dove i movimenti si succedevano rapidi e devastanti investendo senza apparente razionalità la società civile, la Chiesa, gli Ordini Religiosi e la popolazione, si nascondeva una profonda forza di rinnovamento cristiano. Sarebbe impresa alquanto lunga e difficile approfondire le cause, o anche semplicemente enumerarle, di questa spinta rinnovatrice che in tutta la Chiesa europea cresceva man mano che sembravano prevalere le difficoltà provocate dalle ideologie politiche. Basti dire in questa sede che protagonisti di questa ripresa erano i cristiani laici. Ridotti a nulla i religiosi, con i sacerdoti diocesani ancora tenacemente arroccati intorno a un sistema pastorale di stampo feudale che subordinava ogni azione pastorale al beneficio, non esisteva, in pratica, alcuna organizzazione capace di catechizzare o, comunque impostare una qualunque azione educativa per la gioventù e il popolo di Dio. I più attrezzati erano i laici delle confraternite, e, soprattutto gli aderenti al Terz’Ordine Francescano. Non mancavano, però, laici isolati che avevano a cuore il problema. Inoltre, anche se costretti a vivere duramente e senza guida, i cristiani laici avevano conservato un senso religioso convinto e forte, a volte anche duro, che emergeva quando era necessario. Uno di questi laici era Bernardino De Lillo, padre di famiglia e orafo. La vita per così dire pubblica di P. Benedetto si apre col suo incontro con don Bernardino De Lillo. Don Bernardino aveva fondato un Circolo od Oratorio per la gioventù. I giovani, ricorda P. Riccardo accorrevano numerosi per il gioco, il canto, la preghiera, la formazione cristiana. Tutto ciò non è davvero poco per la seconda metà del sec. XIX e per San Marco in particolare. Devo ricordare che a quell’epoca gli Oratori di S. Giovanni Bosco erano alle prime battute, e solo nella seconda decade del secolo XX il vescovo di Foggia, Mons. Salvatore Bella, pubblicò una lettera pastorale sugli Oratori. Frutto di questa Lettera fu, dopo molto tempo, l’istituzione dell’Oratorio di S. Michele a Foggia. Non so come funzionasse l’Oratorio di don Bernardino, né quando si estinse. Un fatto, però, è certo: il circolo era nato sull’onda dell’avvertita necessità di dare ai giovani la giusta educazione religiosa, civile e culturale. Anche l’Amministrazione comunale sentiva la responsabilità della formazione giovanile. Aveva a tale scopo istituito una sorta di Istituto di Istruzione secondaria. P. Benedetto la frequentò con ottimi risultati proseguendo poi gli studi a Foggia fino a diciotto anni nella Scuola professionale dove mostrò indubbie qualità in campo tecnico e artistico. Come si vede, San Marco non si limitava ad essere un paese di pecorai e abigeatari. Era un luogo dove si pensava, si progettava e si cresceva. Ricordo, inoltre, che S. Marco aveva dato nel 1841 i natali all’illustre teologo P. Giuseppe Piccirelli, della Compagnia di Gesù. Anche lui aveva frequentato la scuola del Comune uscendone con un bagaglio di sapienza classica espressa in bel latino. La mole del convento di san Matteo a S. Marco in Lamis, dichiarato monumento nazionale.Le avventure e l’importanza culturale di P. Piccirelli sono patrimonio della storia della ricerca teologica a cavallo tra la seconda metà del sec. XIX e i primi del XX. In questa sede mi preme sottolineare che anche P. Piccirelli ha sentito il richiamo misterioso e forte, proprio della lunga storia sammarchese, di uscire, come P. Benedetto, dagli stretti confini delle alte montagne e percorrere libero le vie del mondo. Se P. Benedetto Nardella ha scelto la via terrestre e accidentata dell’essere cappuccino, pronto ad ascoltare, a lenire ed amare, pronto a cogliere gli stimoli della fantasia e della creatività per dialogare con un mondo difficile e sempre cangiante, P. Giuseppe Piccirelli, ha scelto l’altrettanto difficile strada della ricerca teologica e del dialogo interiore, senza tuttavia abbandonare il rapporto con la realtà sammarchese. In questo senso dobbiamo interpretare il suo legame spirituale con la baronessa Isabella De Rosis e con l’Istituto delle Suore Riparatrici del Sacro Cuore da lei fondato. L’Istituto di S. Giuseppe fu una delle prime case delle Suore Riparatrici che a San Marco svolsero, e svolgono tuttora preziosa opera educatrice. P. Benedetto e P. Giuseppe Piccirelli sono accomunati nell’opera di rinascita dei rispettivi Ordini Religiosi. Persone aperte e creative, non solo non hanno subito il fascino malefico del timore dei tempi avversi in cui vivevano, ma hanno ravvisato nelle difficoltà di cui erano circondati, il terreno di coltura di un nuovo essere apostoli. Ambedue sono, anche nella storia contemporanea, due importanti punti di riferimento per i rispettivi Istituti. Questo è il mondo il cui Giuseppe-Gerardo Nardella, poi P. Benedetto, ha trascorso la sua prima giovinezza, dove è spuntata la sua vocazione religiosa e sacerdotale. Oggi per noi sammarchesi, e per la Provincia Cappuccina di Sant’ Angelo e P. Pio, P. Benedetto è una importante figura che ci incoraggia a proseguire nonostante la tristitia temporum; egli, infatti in tempi difficili ha saputo coltivare il campo dell’apostolato e della santità il cui più bel fiore è P. Pio da Pietrelcina. P. Mario Villani Convento S. Matteo 29 maggio 2012
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