- Dettagli
- Categoria: Padre Mario Villani
Appunti sull'evoluzione dell'edifìcio conventuale di S. Matteo a S. Marco in Lamis
Fondato in epoca imprecisata dai benedettini col nome di S. Giovanni in Lamis, all'inizio dello scorso millennio era una realtà religiosa importante, con un notevole numero di monaci, un vasto territorio da amministrare e un apprezzabile credito presso papi e re. La crisi della seconda metà del sec. XIII si risolse nel 1311 col passaggio del monastero dai benedettini ai cistercensi. Nel 1327 fu dato in commenda. Nel sec. XV si perdono le tracce dei cistercensi e nel 1578 il papa Gregorio XIII lo diede in custodia ai Frati Minori Osservanti della Provincia di S. Angelo in Puglia.

La mancanza di documentazione non consente per il momento di dare corpo a tutta questa storia che si intuisce lunga e complessa. Per ora abbiamo a disposizione, insieme a una quasi insignificante documentazione scritta, solo qualche indicazione cronologica sui muri del convento e i molti segni che da un trentennio a questa parte ci vengono doviziosamente restituiti dai lavori di restauro che stiamo conducendo. Molti di questi segni sono coerenti con la storia conosciuta, ma non abbastanza, del periodo francescano. Per ciò che riguarda il periodo cistercense e quello benedettino, i segni scoperti non sono ancora suscettibili di una lettura che abbia una qualsiasi sistematicità e restano, quindi, scollegati fra loro.
Questi appunti, pertanto, scritti con l'approssimazione di chi è privo di specifiche competenze, sono necessariamente interlocutori, da consegnare a chi, speriamo presto, possa compiere una lettura globale di quanto è stato ritrovato negli ultimi tempi.

Il nuovo ingresso aperto nel 1838 ha avuto anche la funzione di conferire maggiore ordine e sistematicità agli spazi conventuali separando nettamente i reparti destinati alla vita individuale, posti all'ultimo piano dell'edificio, e gli ambienti adibiti alla vita della comunità, come la chiesa, la sacrestia, il refettorio ecc. siti tutti al secondo piano, dai locali adibiti alle attività produttive, come il lanificio, i magazzini, gli ovili, le stalle dei cavalli, tutti posti nei piani al di sotto della linea marcapiani.

Siamo certi che fin dai primi decenni del sec. XVII i Frati hanno posto mano a un programma edilizio di vaste proporzioni da realizzare in tempi lunghi. Quando i Frati minori arrivarono, nel 1578, il vecchio monastero era in pessime condizioni. I Cistercensi ab immemorabili erano spariti; anche l'Abate Commendatario non frequentava più l'abbazia essendosi costruito un palazzotto, chiamato ancora Palazzo Badiale, sul versante settentrionale del vasto catino in fondo al quale si stende l'abitato di S. Marco in Lamis. Nella seconda metà del sec. XVI il vecchio edificio badiale, rimasto abbandonato a se stesso, rischiava di crollare e ridursi a rudere. Francesco Gonzaga nella sua opera De Origine Seraphicae Religionis, stampata nel 1587, dice che il motivo che ha indotto l'Abate commendatario Vincenzo Carata a stipulare una convenzione con i Frati Minori e chiamarli come custodi del monastero fu ne hoc sacrum monasterium ... in Gargoni montis solitudine aedificatum, ... derelictum, aliquando tandem collaberetur. D'altra parte, anche il Breve esecutivo della convenzione Exigit iniunctum di Papa Gregorio XIII del 1578 motivava il provvedimento col fatto che domum dicti monasterii et illius ecclesiam ac alia aedifìda ruinam minori. Gregorio XIII nel suo Breve dice anche che i Frati Minori hanno il compito ripristinare il culto divino come si conviene, ut par est; difatti gli hanno riferito che ibi cultum divinum diu neglectum fuisse. L'urgenza di fermare il degrado delle strutture murarie è, quindi, resa impellente dal rischio di vedere il monastero completamente privato della possibilità di espletare la sua attuale funzione pastorale.
Le cose, tuttavia, rimasero sostanzialmente immutate sino alla fine del sec. XVI. Nel 1595, infatti, l'arcivescovo di Manfredonia, card. Domenico Ginnasio, scriveva nella sua Relatio ad Limina Apostolorum che nel monastero di S. Giovanni in Lamis dodici Frati conducevano una vita pauperrima, il monastero era quasi distrutto; anche l'abitato di S. Marco in Lamis, di circa cento fuochi, era in condizioni disastrose; la chiesa parrocchiale per la povertà e l'abbandono non era in grado di assicurare neppure una messa settimanale. Vero è che l'appunto del card. Domenico Ginnasio non era privo di seconde intenzioni nei confronti dell'Abate commendatario, ma è vero anche che a questo punto è diffìcile smentire la notizia delle condizioni in cui versava il convento di S. Matteo.


Durante il sec. XVIII fu sostituito l'altar maggiore di cui parlava il Mattielli in legno intagliato con quello in marmi policromi in uso tuttora. Nello stesso tempo fu completato l'ultimo piano e da quel momento il convento assunse la forma quadrangolare che lo caratterizza oggi. Tanto sembra potersi dedurre dalla data posta sul fìnestrone che dall'ultimo piano si apre sul piazzale allo spigolo sud-orientale del convento: 1760.
I lavori di ristrutturazione del convento proseguirono anche nell'intervallo fra le due soppressioni ottocentesche. Da una relazione del ministro Generale dell'Ordine, venuto in visita canonica alla metà del sec. XIX, si deduce che buona parte degli ambienti dell'ultimo piano erano ancora costituiti da cameroni probabilmente adibiti a dormitori. La famiglia conventuale, infatti, già numerosa agli inizi del sec. XIX, con la soppressione murattiana era ulteriormente cresciuta essendo S. Matteo identificato come convento di concentramento dei molti frati rimasti cacciati dai loro conventi. Gli oltre trenta frati presenti nel 1806, erano cresciuti a oltre sessanta. Finito il periodo della soppressione, S. Matteo era stato adibito a casa di studio; inoltre era attivo ancora il lanificio con circa quaranta frati addetti, fra tecnici, operai, frati questuanti e amministratori. Tutta questa gente, costretta a vivere in spazi ristretti e privi della necessaria intimità, creava qualche problema. Per questo motivo il p. Generale ordinava che gli ambienti fossero riorganizzati con la costruzione di camere individuali.
Tutte queste evoluzioni interessano esclusivamente il periodo francescano del convento di S. Matteo.
I restauri che, a cominciare dal 1975, si sono succeduti a ritmo incalzante, se da una parte hanno colmato con ritrovamenti oggettivi una esigua parte dei molti vuoti di informazione documentaria, dall'altra aprono molti interrogativi che non sono ancora delle piste di ricerca. La quasi totalità dei segni e dei punti interrogativi riguardano l'epoca benedettina e cistercense.

Altri punti interrogativi vengono proposti da strutture, apparentemente incoerenti, scoperte nei piani inferiori, particolarmente nei locali della biblioteca.
Una considerazione a parte meriterebbe l'eremo di S. Nicola i cui ruderi occupano la sommità dell'omonima collinetta sita a nord del nostro convento. Sono ancora visibili alcuni muri, delle scale, l'assetto della chiesetta, alcune cisterne di cui qualcuna ancora attiva.
P. Mario Villani
Monte S. Angelo 28. 04. 2007
- Dettagli
- Categoria: Padre Mario Villani
Un frate diverso - p. Dionisio Piccirilli di San Giovanni in Galdo
Una figura non sufficientemente conosciuta - Le ricerche di P. Doroteo Forte
Nel 1840 il P. Fania era Segretario dell’Ordine e viveva a Roma in stretto contatto col Ministro Generale dell’Ordine. Uno degli argomenti più dibattuti all’interno dell’Ordine era lo stato degli studi che urgeva adeguare alle nuove metodologie scientifiche e alle mutate condizione dei tempi. P. Antonio Fania nella sua Orazione accademica per la consacrazione della Basilica di S. Maria degli Angeli (Orvieto, 1843) constatava non potere i francescani adempiere la loro missione nel mondo, se col mondo non si mettono a pari nel sapere; e dal sapere molta parte dipendere della informazione dei puri costumi. Compose, quindi una serie di Riflessioni per comporre con felice riuscita un metodo di Studi nell’Ordine Serafico che furono interamente recepite nella Lettera circolare del P. Generale dell’Ordine P. Giuseppe d’Alessandria, Ordinamento di riformazione degli Studi (Forte, P. Antonio M. Fania da Rignano Garganico. Un animatore e un precursore).

Dobbiamo essere grati a P. Doroteo Forte benemerito di una ricerca a tutto campo finalizzata alla conoscenza sistematica del movimento francescano nell’area dell’antica Provincia Francescana di Sant’Angelo comprendente anche la Regione Molisana. Nell’ambito di questa ricerca il Padre Forte ha dato ampio spazio a questa bella figura di uomo, di frate, di sacerdote e di studioso.
Il primo rapido accenno lo fa nella sua prima opera importante, P. Antonio Maria Fania di Rignano Garganico, un animatore e un precursore, stampata nel 1961. In quest’opera P. Doroteo fa un breve e stimolante accenno alla collaborazione scientifica per la redazione di un manuale di filosofia in 3 volumi che il P. Antonio Fania chiese al P. Piccirilli nell’ambito del progetto di riorganizzazione degli studi nell’Ordine Francescano. Di questa collaborazione e dell’opera filosofica che ne è seguita parleremo nel corso di questa conversazione.
Nel 1967, nella sua seconda importante opera di storia francescana, Testimonanze Francescane nella Puglia Dauna, P. Doroteo parlava in modo esauriente dell’azione di governo come Ministro Provinciale svolta dal P. Piccirilli nella sua Provincia Monastica di San Ferdinando in Molise.
Infine, nel 1993, il P. Doroteo diede alle stampe la sua ultima fatica su P. Dionisio Piccirilli, Un Francescano studioso P. Dionisio Piccirilli da S. Giovanni in Galdo. L’operetta fu redatta per un debito di riconoscenza dell’intera Provincia Monastica di San Michele Arcangelo di Puglia e Molise per il fraticello di San Giovanni in Galdo il quale rimane nella memoria di tutti noi un frate umile ma orgoglioso della sua dignità di uomo, di cristiano e di francescano, semplice e nel contempo nemico dell’ignoranza, dalla comunicazione immediata ma dal pensiero complesso, amante della quiete del chiostro ma pronto ad affrontare le sfide della storia, capace di trattare con uguale umanità i contadini che affollavano la chiesa di San Giovanni dei Gelsi e i migliori intellettuali dell’epoca. Il libretto, che voleva celebrare la intitolazione al suo nome della Biblioteca Francescana di San Giovanni dei Gelsi, sottolineava soprattutto il ruolo di studioso ricoperto dal P. Dionisio. Proponeva anche una gustosa rievocazione, sulla scorta di rigorosa documentazione storiografica, di certe disavventure giovanili che tanta parte ebbero nella completezza della sua formazione umana e religiosa.
Gli anni della formazione - Disavventure di un giovane di belle speranze.
La vita di P. Dionisio Piccirilli, dal 1801 al 1881, si situa in un periodo particolarmente agitato della storia d’Italia e della Chiesa italiana. Il Regno di Napoli era uscito da poco dalla tragica esperienza della Repubblica Partenopea e del ripristino del potere borbonico. Le vicende politiche europee, l’irruzione delle nuove idee e le ineluttabili esigenze della modernità spingevano il Mezzogiorno d’Italia verso nuovi orizzonti. I Francesi, cacciati nel 1799, tornarono nel 1806 con Giuseppe Bonaparte; dal 1808 Gioacchino Murat fu Re di Napoli.
Nel 1815, dopo la caduta definitiva di Napoleone, i Borboni risalirono sul Trono di Napoli e tutta l’Europa soggiacque a un doloroso e contraddittorio processo di ripristino dell’ordine pre-napoleonico. Nonostante ciò, molte idee figlie della Rivoluzione francese erano penetrate in profondità. Il periodo della Restaurazione fu per il nostro Mezzogiorno d’Italia anche il tempo in cui vennero allo scoperto endemici difetti e ataviche arretratezze; e, insieme, emersero esigenze nascoste e una nuova progettualità. Pullularono sette e società più o meno segrete, ognuna con le proprie idee e col suo progetto di vita.
Questo è l’humus in cui è cresciuto e ha maturato la sua vocazione sacerdotale e religiosa il giovane Michele Piccirilli. I genitori, Nicola e Susanna Vasilotta, erano, come ci ricorda P. Doroteo Forte, agiati agricoltori. Non è escluso che avessero desiderato per il loro figlio un futuro di sacerdote, o di medico o di notaio. A quei tempi darsi una istruzione solida non era facile, neppure per chi abitava in città, figurarsi per un figlio di agricoltori che abitava a San Giovanni in Galdo.
Il giovanissimo Michele, però, poteva dirsi un uomo fortunato. A poca distanza dal suo paese, a Toro, dimoravano due personaggi che lasciarono una impronta indelebile nella sua vita. Uno era l’arciprete, don Luigi De Luca, latinista riconosciuto ed esperto nelle discipline umane. Alla sua scuola il giovanissimo Michele apprese la storia e la letteratura, e soprattutto la lingua e la civiltà latina. Il limpido latino dei tre grossi volumi di filosofia composti da P. Dionisio qualche decennio più tardi sta lì a dimostrare la bontà dell’insegnamento dell’Arciprete di Toro.
L’altro era una bellissima figura di gentiluomo, dotto e pieno di umanità, misurato nel tratto e aperto al bene, don Domenico Trotta. Anche lui nei primi anni del sec. XIX frequentò la scuola di don Luigi De Luca. A Napoli, dove si era laureato in scienze filosofiche, era ritenuto un giovane promettente. Nel 1813 don Domenico tornò al paesello per curare l’azienda paterna. Non rinnegò mai, però, la sua primitiva vocazione di studioso. Le lunghe giornate toresi favorivano la concentrazione e la sua naturale propensione per la riflessione su problemi filosofici e giuridici, ma anche sulla situazione della società molisana.
Le idee liberali si fondevano in lui con una formazione di base profondamente cristiana, per giunta fortemente proiettata verso l’azione e l’esercizio della responsabilità. Frutto di questa impostazione di vita fu la sua azione politica, la forzata accettazione di incarichi amministrativi, la sua breve esperienza parlamentare, e soprattutto la sua scuola di storia, di filosofia e diritto positivo da lui aperta e mantenuta nel suo palazzo di Toro.
Giambattista Masciotta nella sua preziosa opera Il Molise dalle origini ai nostri giorni ricorda come detta scuola fosse frequentata da “folta schiera di giovani” provenienti non solo dal Molise, ma anche dalla Puglia. Parecchi discepoli si distinsero in seguito per scienza e impegno civile.
Don Domenico Trotta, tra impegni professionali, cure di famiglia, doveri politici e amministrativi e conduzione della sua amata scuola di filosofia e diritto ebbe anche il tempo di pubblicare un corposo Saggio sul razionalismo e sull’empirismo (Napoli, Stabilimento tipografico dei classici italiani, 1859) di oltre 350 pagine, presente nella nostra Biblioteca di San Matteo e altri saggi di interesse giuridico per i quali rimando alla preziosa opera di Renato Lalli Vita e cultura del Molise dal Medioevo ai giorni nostri (Campobasso, Editrice Samnium, 1987).
Alla scuola di don Domenico Trotta, il giovane Michele si abituò alla riflessione critica e al confronto, aiutato in ciò dall’ampia Biblioteca Trotta che gli assicurava la necessaria dose di erudizione, e dalla frequentazione di altri giovani intellettuali.
Nel 1820 il clima politico nel Regno di Napoli si fece di nuovo rovente. Scoppiarono dei moti e il 13 luglio il Re Ferdinando IV fu costretto a concedere la Costituzione. Alla base di tutto ciò erano i Carbonari che con le loro organizzazioni erano entrati profondamente anche nel Molise.
Michele Piccirilli, non si sa con quale grado di consapevolezza, ne fu coinvolto. Nell’agosto del medesimo anno si arruolò - son parole sue scritte in una memoria difensiva del 23 novembre 1823 - nella setta dei cosiddetti carbonari. Ma questa speranzosa epoca costituzionale durò poco. Nel gennaio del 1821 il Re Ferdinando IV chiese l’aiuto dell’Austria contro i ribelli. L’intervento armato, iniziato nel marzo dello stesso anno, durò poco e la breve esperienza costituzionale finì in un bagno di sangue.
A San Giovanni in Galdo l’onda lunga della normalizzazione si frangeva in tanti rivoli in cui si avvertiva solo da lontano la borbonica volontà di ristabilire un ordine infranto; emergevano, invece, interessi personali, ripicche e piccole vendette.
Nel 1821 cominciò a maturare la sua vocazione sacerdotale. Dopo una fugace esperienza sentimentale con Michelina di Pietrangelo Magri, cugina dell’arciprete di San Giovanni in Galdo Don Belisario Magri, chiese ed ottenne di accedere agli Ordini minori che gli vennero conferiti nello stesso anno 1821.
Se volessimo ricercare il momento di sintesi della vita di P. Dionisio Piccirilli da San Giovanni in Galdo, il punto focale dove trovano unità i suoi molteplici interessi e da cui dipartono la sua spiritualità e la sua azione di vita, saremmo obbligati a identificarlo nel suo sacerdozio. L’essere sacerdote è la dimensione totalizzante della sua vita. Fin dal 1821 capì che quella era la sua strada.
Ma era una strada tutta in salita. I genitori, benché agiati agricoltori, non disponevano di somma o di titoli adeguati da impegnare come dote o patrimonio sacro per il figlio sacerdote. Il Concordato tra il Regno delle Due Sicilie e la Santa Sede del 1818 aveva quasi raddoppiato la tassa sui Patrimoni sacri a favore del clero povero e ciò aveva reso impossibile il sacerdozio a giovani di media borghesia o titolari di redditi medio-bassi.
Per questo motivo il giovane Michele pensò di entrare in qualche ordine religioso, dove non era richiesto alcun patrimonio. Nel marzo 1822 provò con i Gesuiti, poi con i Padri Dottrinari presenti a San Giovanni in Galdo nel convento di S. Maria del Carmine. Tutti gli fecero dapprincipio grandi feste e promesse, ma la risposta fu sempre la stessa: particolari affari di questa casa non permettono che i vostri voti siano esauditi (Forte, Un francescano studioso, p. 18).
Il Piccirilli volle vederci chiaro e scoprì che ambedue i Provinciali dei suddetti Ordini religiosi si erano rivolti, come di prassi, al Vescovo Diocesano per avere informazioni sull’aspirante; il Vescovo, a sua volta, aveva passato la richiesta all’Arciprete di San Giovanni in Galdo e costui aveva risposto che il Piccirilli era stato carbonaro e quindi era da ritenersi persona poco affidabile e non adatta agli Ordini Sacri. Anche l’Arciprete, però, don Belisario Magri, era stato carbonaro nella vendita di S. Giovanni in Galdo col titolo di Oratore supplente; carbonaro era anche il sindaco. Qualcuno spettegolò che l’atteggiamento dell’Arciprete fosse motivato dalla breve esperienza sentimentale del Piccirilli con la giovane cugina dell’arciprete stesso.
Comunque fosse, le cose si complicarono quando il giovane chierico entrò in una brigata di notabili, ognuno dei quali aveva qualche motivo d’inimicizia contro l’Arciprete e contro il sindaco, don Pietro Vasilotta zio del Piccirilli. Il povero Michele entrò in un groviglio di inimicizie incrociate in cui l’unico a pagare rischiava di essere lui. Gli altri membri della combriccola erano il farmacista, don Nicola Mancino, il notaio don Francesco Maselli, e un sacerdote, don Francesco Joffreda. Il quartetto spesso si riuniva per scrivere ricorsi e lagnanze, che spedivano ai vari uffici del Regno, intercalati da satire gustose e pungenti che si affiggevano sui muri del paese. La tensione saliva.
Il Piccirilli ogni tanto tentava di ammorbidire l’Arciprete e indurlo a scrivere il parere favorevole alla sua ordinazione, ma ogni volta riceveva un rifiuto. La storia finì il 16 ottobre 1823 con l’arresto di don Michele. Fin dalle prime settimane di carcere il poveretto sperimentò l’amarezza dell’abbandono da parte di persone di cui si era fidato e che lo avevano usato per i loro fini.
La quiete del carcere ridimensionò i suoi 'bollenti spiriti', rifece nella mente tutto il percorso e vide in che cosa aveva sbagliato.
I motivi che mi spinsero a iscrivermi alla Carboneria - dice - furono il vedere i condiscepoli separarsi da me; l’esser capace di tanti vantaggi che si promettevano; il non essere appellato lupo; infine una certa vanagloria.
Come si vede, le forti idealità, supportate a loro volta da non disprezzabile cultura filosofica e giuridica, in mancanza di adeguata maturità esperienziale, si manifestarono in atteggiamenti impetuosi e adolescenziali. Tutto ciò lo portò a decisioni di tipo operativo e rivoluzionario verso le quali non aveva alcuna vocazione.
Dalla lettura delle opere, infatti, si ha la sensazione che la propensione naturale del Piccirilli fosse più quella di approfondire e comunicare le idee, che di perseguirne l’attuazione. Quando lo arrestarono, il 16 ottobre del 1823, tra le cose sequestrate ci furono anche degli scritti destinati a rimanere inediti. Il primo è lo Scorcio di uno scritto contro il governo assoluto. L’autore dice di averlo desunto da scritti di diversi autori come il Fenelon e il Filangieri. Segue un Borro di un indirizzo al Parlamento nazionale in cui si loda la prudenza dei componenti, si raccomanda la libertà donata dalla natura e rapita da cavilli che i malvagi Ministri dettavano al vecchio e pio sovrano. Fu sequestrata anche una Dissertazione sui mali dell’ozio e una Sulla legge di natura, sulle obbligazioni perfette in natura e sull’utilità delle scienze.
In carcere il giovane chierico scrisse un’ampia confessione e i suoi complici, che sembravano averla fatta franca, furono arrestati. Seguì il processo e la condanna. Finalmente il 26 aprile 1825 dopo un anno e quattro mesi di carcere, il Piccirilli fu rimesso in libertà.
Appena fuori, il giovane Michele riprese il suo vecchio progetto, quello di essere sacerdote. Questa volta andò a colpo sicuro. Nell’estate del 1825 chiese di entrare nell’Ordine dei Frati Minori Osservanti. Gli indispensabili pareri dell’Arciprete, del Sindaco e dei Decurioni di San Giovanni in Galdo stavolta furono favorevoli ed entusiastici.
La quiete del chiostro
Al momento della vestizione dell’abito, secondo la bellissima usanza in atto fino a non molto tempo fa, il giovane Michele Piccirilli cambiò nome e da qual momento si chiamò Frate Dionisio da S. Giovanni in Galdo.
Intanto i Frati lo conoscevano sempre più e cominciavano ad apprezzarlo. Finito l’anno della prova, il P. Provinciale P. Francesco da Sepino lo mandò a Bologna nello Studio Generale della SS. Annunziata per compiere gli studi di teologia. Nel convento bolognese, negli anni 1827-1828 ebbe compagno e amico il P. Antonio Fania da Rignano Garganico. Fu, questa, un’amicizia destinata a durare a lungo e a concretizzarsi in una fattiva collaborazione.
Quando tornò a Campobasso, nel 1830, P. Dionisio era un frate ormai da tutti conosciuto e stimato. Se ne apprezzava la cultura filosofica, teologica e giuridica vasta e armonica; se ne apprezzava parimenti la spiritualità profonda, la vita austera, l’immediatezza del tratto non scevra di limpida cortesia.
Era tornato nella sua Provincia portandosi dietro il risonante titolo accademico di Lettore, vale a dire Professore, nel linguaggio fratresco dell’epoca, ormai desueto. A tale titolo era stato legato per diversi secoli un sistema di privilegi che faceva dei Lettori una categoria di Frati a parte: a loro toccavano i primi posti nelle adunanze e a pranzo, partecipavano di regola ai Capitoli Provinciali, a loro spettavano donativi di ogni genere. Il nostro convento di San Matteo era obbligato a regalare a ognuno dei Lettori della Provincia di Sant’Angelo, in occasione del Natale, un paio di caciocavalli e mezzo porcello. Si vide subito che a P. Dionisio non interessavano né la precedenza, né i privilegi, né i donativi. Per tutta la sua vita monastica ha combattuto contro le ineguaglianze dei frati. Il titolo di Lettore, che non poteva rifiutare, rimandava solo a un ruolo da espletare con rigore e fraterna disponibilità. Fu subito messo al lavoro. Lo mandarono nel convento di S. Maria Maddalena a Casteldisangro, poi di nuovo a Campobasso. Nel frattempo insegnava anche nei seminari diocesani dell’Aquila, di Cava dei Tirreni, da Larino, di Boiano. Tra una lezione e l’altra predicava, confessava, curava la formazione dei giovani frati.
La responsabilità di governo - Il peso del vecchio e l’esigenza di rinnovare
Nel 1835 P. Dionisio iniziò il servizio dell’autorità nella sua Provincia di San Ferdinando dei Frati Minori Osservanti nel Molise come Definitore, cioè membro del consiglio Provinciale. Nel 1838 nel Capitolo Provinciale celebrato a Isernia fu eletto Ministro Provinciale, carica che resse per due triennii, fino al 1844; e poi di nuovo per un altro triennio dal 1850 al 1853. In tutto: nove anni.
P. Dionisio non era attratto dagli incarichi direttivi; propendeva nettamente per la ricerca scientifica e la didattica. Accettò l’incarico di Provinciale per puro senso di responsabilità. Era un frate severo con se stesso, obbediente verso i superiori, tollerante con i confratelli. Era tuttavia troppo bene informato per pensare che nella sua Provincia Monastica tutto filasse liscio.
I duri anni di apprendistato alla scuola di don Domenico Trotta, le interminabili discussioni politiche e soprattutto il contatto con i migliori intelletti del Molise gli avevano conferito un robusto metodo di ricerca, una solida capacità di analizzare criticamente le situazioni, di identificare i problemi veri e di individuarne le soluzioni fattibili. Nell’esercizio del Provincialato si rese evidente quanto fosse stata importante, per la conoscenza di uomini e problemi, anche la sua tragicomica esperienza di carbonaro.
Tutto questo bagaglio intellettuale, divenuto esperienza di vita, gli impedì di essere coinvolto emotivamente da certe problematiche che affliggevano i Frati Minori del Molise le quali, lungi dal trarre la loro consistenza dall’esperienza religiosa, affondavano, invece, le loro radici nella storia non sempre benevola che i Frati Minori e gli altri Religiosi erano stati costretti a subire nel secolo passato. Gli impedì, altresì, di rimanere prigioniero di una visione e di una prassi di vita fatta di cose piccole ma reputate fondamentali, di piccole aspirazioni rigorosamente circoscritte dai muri del convento e di scarso rapporto con i fenomeni epocali che si stavano svolgendo. La formazione ricevuta alla scuola di don Domenico Trotta, laica ma anche religiosamente motivata, gli conferirono non trascurabili chiavi interpretative anche dei fenomeni occorrenti all’interno del mondo ecclesiastico, e francescano in particolare. Soprattutto, gli diedero una non comune capacità di cogliere gli oggettivi rapporti intercorrenti tra la vita interna dell’Ordine, apparentemente statica, e quella della società molisana, chiaramente in evoluzione. La non estraneità dell’Ordine francescano dalle evoluzioni culturali, religiose e politiche del suo tempo fu sempre presente nella sua azione di governo, come negli indirizzi culturali scelti.
Conservò sempre, in tutte le circostanze, una imperturbabile serenità interiore e la sua onestà intellettuale, e, soprattutto, la sua aderenza alla verità, tenacemente ricercata. Esempio di vita operosa e modesta, pacata e sobria. Il sapere fu norma e luce degli atti. Non lo toccò la vanità, diceva il suo amico L. A. Trotta.
Questa dirittura morale nei rapporti con gli altri a volte gli procurò, come ovvio, qualche dispiacere; il medesimo amico lo ricordava come uomo di modi semplici e franco di parole, ma un po’ acre, per cui nelle maniere più che non occorreva era aperto, e volto a dire senza le accorte perifrasi di convenienza e senza ritardo, e si procacciò malevoli ed avversari tra i riottosi e discordevoli. La Provincia, scriveva in una Relazione, è divisa in tre classi di frati: osservanti sinceri, osservanti apparenti, osservanti rilassati. I primi vanno incoraggiati, i secondi vanno illuminati, i terzi vanno scossi e richiamati.
P. Dionisio, quindi, svolse il suo ministero di Provinciale in tempi difficili. I Frati Minori erano scampati alla soppressione del 1809 semplicemente perché, come ricorda Giambattista Masciotta (Il Molise alle origini … Vol. I, p. 284), la loro sussistenza avrebbe soverchiamente gravato sul bilancio dello Stato, che nulla aveva a confiscare loro.
Tuttavia i Frati non la passarono liscia. Quando, dopo il 1816, si tornò alla vita normale, la Provincia Osservante di San Ferdinando del Molise appariva misera e quasi desolata (Lettera del Provinciale P. Reginaldo, in P. Forte, Un francescano studioso…). I conventi erano diventati delle spelonche; i Frati per vivere dovevano cercarsi lavori anche fuori del convento. La tempesta rivoluzionaria che si era abbattuta all’inizio del sec. XIX sul Regno delle Due Sicilie aveva lasciato il segno sotto forma di nuovo modo di pensare della gente. Le idee volterriane sulla inutilità degli Ordini religiosi, veicolate dalla rivoluzione Francese e dagli eserciti napoleonici, erano penetrate in profondità. La politica giurisdizionalista del tempo, poi, tendeva a staccare gli organismi francescani periferici, Province e conventi, dal centro dell’Ordine e dal suo Ministro Generale, inteso come personalità straniera perché dimorante in uno stato estero, cioè lo Stato Pontificio. Inoltre nelle materie specificamente religiose li sottoponeva alla giurisdizione dei vescovi abolendo di fatto l’autorità del Ministro Provinciale e la stessa unità giuridica delle Province francescane che, di fatto, venivano frazionate in tante piccole circoscrizioni diocesane senza alcuna coesione fra loro.
A ciò si aggiungeva la diretta, pesante e fastidiosa ingerenza dello Stato borbonico in tutte le faccende, piccole e grandi, riguardanti l’amministrazione delle Province religiose. Per attuare i trasferimenti dei frati, per ammettere i giovani a noviziato, per la professione, per il sacerdozio e Dio sa per quante altre cose, era necessario il permesso, il Regio Placet, dell’autorità competente. Inoltre, lo stato si intrometteva anche nel contenzioso. I Frati potevano adire sia il tribunale ecclesiastico che quello civile anche nelle materie riguardanti la vita interna delle Province e dei conventi. Ne seguì che gli scontenti e i riottosi erano liberi di scegliersi il tribunale più conveniente, contribuendo alla crescita dell’anarchia e del disordine.
Dal punto di vista religioso ne seguì un pericoloso tendere verso il nuovo, ma senza staccarsi dal vecchio, un contraddittorio mescolarsi di tradizione e modernità che sarà risolto solo quando, dopo l’Unità d’Italia, gli Ordini religiosi vennero definitivamente soppressi nel 1866, per cui dovettero riorganizzarsi con un progetto di vita più aderente al carisma originario ma anche più adeguato alle mutate condizioni storiche.
Nella sua azione di governo della Provincia Osservante del Molise, P. Dionisio si presenta come uomo decisamente diverso cominciando a chiamare le cose col loro nome senza falsi pudori, o rispetti umani, o compromessi. In una delle sue prime Lettere, datata 10 luglio 1838, riprendendo il tema caro ad Antonio Rosmini, Le Cinque piaghe della Santa Chiesa, P. Dionisio si proponeva di parlare apertamente delle piaghe che affliggevano la sua amata Provincia Monastica. E chi può numerarle? Piaghe proprie dei Superiori locali. Piaghe dei Sacerdoti. Piaghe dei laici e terziari. Piaghe comuni. Piaghe individuali. Particolarmente lo preoccupavano le disuguaglianze tra i frati, ereditate da un sistema di privilegi parallelo a quello del defunto mondo feudale. Secondo questa mentalità ad ogni incarico, sia di tipo direttivo che operativo, era connesso un complesso di facilitazioni o di diritti, o di esenzioni le quali perduravano anche quando l’incarico era scaduto. Si veniva, quindi, a costituire una classe di Frati Diversi a cui vita natural durante si doveva questo o quell’omaggio, che avevano moltissimi diritti e pochi doveri, spesso esentati dalla vita comune. Inoltre, come si può facilmente dedurre, questa classe di frati tendeva a crescere smisuratamente via via che si aggiungevano altri ex provinciali, altri ex definitori ed altri ex.
Per ciò che riguarda i superiori locali, il P. Dionisio rilevava che alcuni andavano circolando qua e là per le fiere e per le feste, e vendevano e compravano, davano e ricevevano denaro, che facevano contratti... Anche le lettere che il Provinciale inviava, qualche volta erano tenute in non cale. Lungi dall’essere ascoltati ed ubbiditi fummo presi a giuoco da qualche protervo guardiano scriveva con una punta di amarezza.
Ma si rendeva conto che una situazione così profondamente degradata non si poteva rabberciare con una lettera o con un comando. Né si poteva ipotizzare un lavoro di ricostruzione partendo dalle cause del degrado. Infatti pochissime di queste cause erano ascrivibili alla responsabilità dei Frati o dei loro superiori. La maggior parte di esse derivava dai nuovi assetti dello Stato, fortemente ideologizzato, e da alcune contraddizioni, mai risolte, dello stesso ordinamento della Chiesa. Fra queste i mai del tutto risolti, ancora oggi, interrogativi sulla esenzione degli Ordini Religiosi dall’autorità vescovile e l’aderenza degli stessi Ordini Religiosi al loro carisma originario.
La prudenza lo guidò sempre, insieme a uno sconfinato amore per la Provincia e per i Frati a lui affidati. Il più delle volte, infatti, le inadempienze e le irregolarità non erano frutto di cattiveria, bensì figlie di consolidata sciatteria derivante dai lunghi anni in cui i poveri frati avevano dovuto in modo professionale esercitare l’antica arte italica dell’arrangiarsi, del barcamenarsi tra esigenze religiose, mai disattese, la difficoltà di avere dei punti di riferimento sicuri, il marasma legislativo e burocratico, la difficoltà dei collegamenti con il centro dell’Ordine, il sistema schizofrenico delle autorità diverse.
P. Dionisio sapeva che anche chi storceva il muso e brontolava aveva le sue buone ragioni. Continuò nella sua politica dei passi piccoli ma non casuali né sconnessi, esprimenti una progettualità rigorosa, sempre accorto a cercare la collaborazione, magari limitata, più che un consenso estorto con l’imposizione. Cercò soprattutto di riabituare la Provincia all’arte del pensare e al rigore religioso.
La prova del fuoco fu la questione dell’abito religioso. Con le poche risorse economiche a disposizione, non era un compito facile procurare il saio a 180 religiosi. Fino a diversi decenni addietro ci pensava il lanificio del convento campobassano di San Giovanni dei Gelsi a mettere insieme con le questue la lana sufficiente, a filarla e a tesserla. Il Lanificio di San Giovanni dei Gelsi era uno dei più antichi della secolare Provincia di Sant’Angelo a cui fino alla metà del sec XVIII appartenevano anche i conventi della Provincia del Molise. Fu fondato nel sec. XV dal Beato Tommaso da Firenze e aveva servito ininterrottamente i Frati fino al 1811.
Ma ormai il lanificio di San Giovanni era finito. I Frati s’arrangiavano come potevano. Non tutte le comunità monastiche erano in grado di provvedere. Qualche P. Guardiano faceva il furbo e dirottava le risorse. I Frati ricorrevano al Provinciale ma questi non sapeva che pesci prendere. La sconnessione tra i vari conventi e tra i Frati era tale che era difficilissimo perfino porre il problema; tutti, peraltro, lo avvertivano come urgente e indilazionabile.
P. Dionisio aveva quindi ricevuto in eredità un problema che già trent’anni prima era grave.'Nel giugno 1838 venni io, per mio infortunio, eletto Ministro Provinciale. Trovai la Provincia sossopra per gli abiti. Così esordisce nel suo opuscolo manoscritto Cenno della storia e dell’utilità del lanificio nel convento di S. Giovanni dei Gelsi presso Campobasso e dei mezzi per rianimarlo, scritto nel 1840 per porre all’attenzione dei frati della Provincia il suo progetto per risolvere l’annoso problema del saio. Finalmente, dopo molte discussioni, finalmente il Lanificio di S. Giovanni dei Gelsi riprese la sua attività verso il 1850 essendo Provinciale P. Filippo da Matrice.
La responsabilità dell’uomo di cultura - Il dovere del sapere e della comunicazione; la breve parentesi universitaria
Nel 1853 fu finalmente liberato dal Provincialato che subiva come insopportabile fastidio. “Noi siamo annoiati di noi stessi: noi sentiamo un peso insopportabile sulle spalle: noi desideriamo di deporre la carica, appena che si potrà legalmente”, così scriveva in una Lettera circolare del 9 luglio 1852.
Nel frattempo, tra un Provincialato e l’altro, tra una lezione e l’altra aveva coltivato intensamente la sua antica vocazione di studioso.
Vent’anni dopo i suoi primi tentativi giovanili pubblicò nel 1843 con l’editore campobassano Nuzzi le Riflessioni sopra il Cristo al cospetto del secolo’ di Rosellj de Lorgues. Qualche anno prima, quando era ancora Ministro della Provincia Osservante del Molise era stato coinvolto in un progetto culturale di vasto respiro che riguardava l’intero Ordine dei Frati Minori. Anima di questo progetto era il suo carissimo amico e compagno di studi a Bologna il P. Antonio Fania da Rignano Garganico figlio della sorella Provincia di Sant’Angelo della quale fino alla metà del sec. XVIII facevano parte anche i conventi della Provincia di Molise. A questo Frate benemerito è intitolata la nostra Biblioteca del Convento di San Matteo sul Gargano. Il P. Fania aveva grande cultura teologica e umanistica. Stimatissimo negli ambienti culturali laici, e in quelli ecclesiastici, dopo il 1850 fu inserito nella speciale Commissione Pontificia incaricata di redigere la solenne dichiarazione dommatica dell’Immacolata Concezione proclamata il 15 agosto del 1854. Per l’occasione l’artista marchigiano Francesco Podesti dipinse un grande affresco celebrativo in cui il P. Fania è raffigurato insieme agli altri teologi.
Nel 1840 il P. Fania era Segretario dell’Ordine e viveva a Roma in stretto contatto col Ministro Generale dell’Ordine. Uno degli argomenti più dibattuti all’interno dell’Ordine era lo stato degli studi che urgeva adeguare alle nuove metodologie scientifiche e alle mutate condizione dei tempi. P. Antonio Fania nella sua Orazione accademica per la consacrazione della Basilica di S. Maria degli Angeli (Orvieto, 1843) constatava non potere i francescani adempiere lor missione nel mondo, se col mondo non si mettono a pari nel sapere; e dal sapere molta parte dipendere della informazione dei puri costumi. Compose, quindi una serie di Riflessioni per comporre con felice riuscita un metodo di Studi nell’Ordine Serafico che furono interamente recepite nella Lettera circolare del P. Generale dell’Ordine P. Giuseppe d’Alessandria, Ordinamento di riformazione degli Studi (Forte, P. Antonio M. Fania….).
Dopo la fase dello studio, si passò a quella operativa. Bisognava redigere un nuovo piano di studi, preparare i docenti, comporre i nuovi testi scolastici. Furono invitati i migliori Professori, Lettori, dell’Ordine tra cui furono scelti P. Frediano Pardini di Lucca per la Teologia dommatica, P. Dionisio Piccirilli da San Giovanni in Galdo per la filosofia e P. Luigi Filippi d’Avigliano per le scienze. Il 20 febbraio 1841 il P. Generale volle incontrare il P. Dionisio con urgenza a Napoli causa scribendi componendique scientificas institutiones pro toto Ordine Minoritico, per affidargli l’incarico di comporre delle lezioni di filosofia per le scuole dell’Ordine.
In seguito P. Dionisio dimorò per qualche tempo a Roma; nel convento di Aracoeli sul Campidoglio raccolse i suoi appunti e diede forma definitiva alle Philosophiae Universae Institutiones. Era un’opera davvero imponente: tre corposi volumi scritti in latino per complessive 800 pagine fitte di citazioni, rimandi, note. Il volume primo, contenente la Storia della filosofia, ed elementi di logica e di ontologia, e il volume secondo, contenente la psicologia, la cosmologia e la teologia naturale, uscirono ambedue nel 1844 a Roma per i tipi di Crispino Puccinelli. Il terzo, contenente la Morale universale, il diritto di natura e il diritto sociale, uscì l’anno seguente, 1945 con la stessa casa editrice. I primi due volumi vennero esauriti in fretta, tanto che a P. Dionisio fu richiesta una seconda edizione, che uscì notevolmente arricchita nel 1847.
Seguirono due operette di indole religiosa. La prima intitolata E’ assurdo non che empio il negare il Cristo storico ed il sostituirvi il Cristo mitico. Ragionamento letto all’Accademia di Religion Cattolica nell’adunanza del 12 agosto 1847, Roma, Puccinelli 1847, era stata occasionata dalla pubblicazione della Vita di Gesù o esame critico della sua storia del celebre studioso razionalista tedesco delle Sacre Scritture Federico Strauss. Certamente il P. Dionisio ha conosciuto la suddetta opera dello Strauss o nella edizione tedesca, o tramite la sintesi pubblicata in qualche rivista. La prima edizione italiana di detta opera, infatti, è apparsa solo nel 1863.
Il secondo opuscolo trattava un argomento che già da oltre un secolo furiosamente dibattuta La Religione utile alla società, pubblicata nel 1848 dalla rivista napoletana Raccolta religiosa le scienze e la fede, vol. XV. Intorno a questo tema si scontravano ancora, alla metà del sec. XIX, generazioni di intellettuali stanchi epigoni del secolo dei lumi e sanguigni apologisti cattolici.
Nel 1853 uscì a Napoli, presso De Cristofaro, a San Biagio dei Librai, il Diritto canonico speciale per Regolari sviluppato in dialoghi. Il corposo volume, di oltre 400 pagine, era stato preceduto, nel 1850 dai Dialoghetti sopra materie relative a Regolari (Campobasso, tip. Del Sannio). Il libro prende le mosse da due esigenze. La prima è quella di offrire ai componenti dei vari Ordini Religiosi un manuale semplice e discorsivo, facile da leggere anche da parte di persone non particolarmente dotate di cultura giuridica, sulla vita religiosa, sui suoi rapporti con la chiesa, le relazioni interne, la formazione e gli studi, il governo ecc. La seconda è più ambiziosa: dare ai laicisti, a vecchi e nuovi giacobini e vari personaggi alla moda uno strumento completo per conoscere per conoscere meglio l’oggetto del loro odio e delle loro scomposte conversazioni.
Nel 1855 vide la luce a Napoli, presso la Tipografia Maiorana, la Filiapedia ossia epistolario per serbare gli amici e conciliare i nimici. Le lettere sono indirizzate a un non meglio precisato nipote a cui invia la lettera introduttiva. P. Dionisio non si propone di ripulire la terra dalle inimicizie, ma solo di renderla più vivibile. Nella lettera introduttiva espone un concetto che la dice lunga sulla sua visione dei rapporti umani. Ho creduto pubblicare questi miei pensieri, stimando di non far cosa ingrata a coloro, che nelle loro lunghe discordie studiarono, e forse esaurirono tutti i mezzi di nuocersi comunque. Non c’è un filo di pessimismo in tutto il suo trattato: anche quando le inimicizie sono irriducibili e totali, è molto più facile esaurire i mezzi possibili per fare il male, che distruggere effettivamente la persona su cui tali mezzi si vogliono sperimentare. Ciò significa che anche il male peggiore ha i suoi limiti; è destinato ad esaurirsi per consunzione interna, per svuotamento di energie; in definitiva, per mancanza di motivazioni plausibili. Bisogna considerare poi che su questa terra non esiste il male assoluto che sia in grado di difendersi perfettamente dagli assalti del bene. Sembrerebbe un quadro paradossale, ma è perfettamente vero.
Nel 1857 vide la luce, per i tipi di Filippo Serafini in Napoli, la Patologia morale, o sia trattato su le passioni umane. E’ un corposo volume di oltre 500 pagine dedicato a Mons. Lorenzo Moffa, Vescovo di Boiano, Frate minore Osservante anche lui, della medesima Provincia di S. Ferdinando nel Molise, di cui era stato anche Ministro Provinciale. Nella dedica P. Dionisio rievoca tutto il bene che Mons. Moffa ha fatto alla sua amata Provincia Monastica, nonché tutta la confidenza, l’affetto e la stima di cui lo ha onorato. Le moderne teorie, ricorda P. Dionisio, dicono che senza lo studio della Fisiologia e della Patologia non possa aversi la cognizione delle umane passioni (pag. XIX) come se le passioni e il loro altalenarsi nello spirito umano e le indubbie influenze che hanno sul comportamento dell’uomo siano solo effetti deterministici di certe reazioni chimiche. Le cose, dice P. Dionisio, sono molto più complesse, e non possono facilmente essere studiate senza l’aiuto dell’esperienza dei secoli passati.
L’ultima importante pubblicazione del P. Piccirilli fu Del Diritto di natura e delle Genti, Libri due, Vol. I, che vide la luce nella tipografia di Luigi Diodati nel 1860. L’opera è il frutto del suo unico anno di insegnamento all’Università di Napoli dove, superato il concorso nel 1859 fu Ordinario di Diritto Naturale fino all’autunno del 1861. Con l’unità d’Italia si iniziò un nuovo corso. I nuovi governanti avevano altri programmi e p. Dionisio dové tornare al suo amato convento di San Giovanni dei Gelsi.
Anche per i Frati e per tutti gli Ordini Religiosi il 1861, come per tutta la Nazione Italiana, era l’inizio di un nuovo corso. L’avventura risorgimentale era arrivata al suo culmine. L’Unità d’Italia non si poteva fare senza che qualcuno pagasse. Le ineluttabili esigenze della storia avevano il loro costo.
Già col Regime Luogotenenziale, dal gennaio 1861, ci furono provvedimenti contro gli Ordini religiosi. Ce ne furono altri nei mesi e negli anni seguenti, fino al 7 luglio 1866 quando un Regio Decreto ordinò la soppressione di tutti gli Ordini Religiosi esistenti in Italia.
Privato nel 1861 della cattedra universitaria, P. Dionisio nel 1866, insieme agli altri Frati, fu cacciato anche dal suo convento. Si rifugiò in famiglia, a San Giovanni in Galdo che fino a 41 anni prima lo aveva nutrito e tenuto in serbo per la grande e bella avventura della vita. Nel 1876 cadde e dové usare le grucce per camminare. Poi divenne cieco. Morì nel 1881 il 18 giugno.
Se esiste una vita esemplare, dove è preminente la forte coesione tra pensiero e azione, dove l’ottimismo della ragione è frutto di autentica conoscenza, dove l’affidarsi a Dio è totale, e il rapporto fra religione e vita è fluido, scorrevole e naturale, tale vita è quella di P. Dionisio Piccirilli da San Giovanni in Galdo.
Possa S. Giovanni in Galdo dare ancora alla Chiesa e alla società ancora uomini come P. Dionisio.
Ringrazio gli amici di San Giovanni in Galdo e P. Lino Iacobucci che mi ha forzato con la sua squisita cortesia ad accettare l’invito.
P. Mario Villani
Santuario di San Matteo, San Marco in Lamis, 15 agosto 2004
- Dettagli
- Categoria: Padre Mario Villani
Presenza francescana a San Giovanni Rotondo
Quando nel 1538 fu fondato il convento cappuccino di Santa Maria delle Grazie, essendo Arcivescovo sipontino il card. Giovanni Maria de Monte, poi papa Giulio III, i francescani a San Giovanni erano di casa da almeno tre secoli.
D'altra parte è un dato storico incontrovertibile che tutti i movimenti sorti nell'ambito francescano hanno fatto, dalla prima ora, della regione garganica uno dei loro terreni preferiti.
La fase iniziale del francescanesimo, nella prima metà del '200, ha vissuto qui un suo momento privilegiato. La prima provincia Sancti Angeli, fondata nel 1239, è una delle Province Madri dell'Ordine.
Similmente [sia] i francescani Osservanti agli inizi del sec. XV che i frati minori Cappuccini nella prima metà del '500 e i Frati riformati nella seconda metà del ‘500, hanno dato origine, a tre Province monastiche ritenute Province Madri, nell'ambito delle rispettive Riforme.
La grande figura di P. Pio da Pietrelcina è il vertice di una storia nobile piena di suore e frati francescani che si sono santificati nella quotidianità della preghiera e a servizio della Chiesa. Abbiamo scavato nelle raccolte di documenti evidenziando qualcuna di queste figure pensando che, nel quadro gioioso della Canonizzazione di P. Pio, la conoscenza di questi francescani possa contribuire a dare maggiore consapevolezza a San Giovanni Rotondo e alla Capitanata del suo passato francescano.
I personaggi di cui parlerò sono tutti poco noti, ma hanno, tuttavia, il merito non piccolo di inserirsi in quadri emblematici per situazioni storiche e ambientali inserite in percorsi storiografici di vasto respiro.
Il primo quadro riguarda il periodo delle origini francescane.
In effetti, però, la presenza dei Frati Minori a San Giovanni Rotondo era già vecchia di alcuni decenni. Difficile dire quando precisamente i frati minori vi si insediarono. E' indubbio che il Gargano nel sec. XIII era uno dei poli dell'area pugliese che riscuotevano maggiore interesse tra i frati. Una delle ragioni certamente doveva essere la grande devozione di San Francesco verso l'Arcangelo San Michele, ereditata dai suoi figli. Non doveva essere estraneo in questa scelta neppure il fascino che questa montagna, solitaria fra il mare e la pianura, ha sempre esercitato sugli spiriti sensibili alle cose dello spirito e tesi alla ricerca dell'Assoluto.
Verso il 1240 dei cinque conventi francescani attestati nell'area di quella che allora era la Provincia Sancti Michaelis de Monte Gargano e di cui esiste sicura documentazione, ben due si trovavano sul Promontorio, e cioè i conventi di Peschici e di Cagnano.
Va notato che molto prima di questa data il Gargano era già ben conosciuto negli ambienti francescani.
La prima citazione della Provincia Sancti Angeli in un documento ufficiale dell'Ordine è del Capitolo Generale del 1239 in cui la Provincia Sancti Angeli appare giuridicamente distinta e separata dalla Provincia Apuliae costituita nel 1207.
Il nome di San Giovanni Rotondo fa la sua comparsa per la prima volta nella storia francescana nel Polichronicon di fra Paolino da Venezia scritto intorno al 1344. In questo documento il convento di San Giovanni Rotondo viene presentato come inserito in una delle quattro Custodie, o circoscrizioni nelle quali si divideva la Provincia Sancti Angeli: e precisamente nella Custodia Montis Sancti Angeli con i conventi di Monte Sant'Angelo, Manfredonia, San Giovanni Rotondo, Vieste, Peschici, Rodi, Cagnano e Ischitella.
Bisogna notare tuttavia che della Provincia Sancti Angeli e delle sue quattro custodie si parlava già nel 1272 nel cosiddetto catalogo bonaventuriano. Il catalogo riporta solo i nomi delle quattro custodie della Provincia Sancti Angeli e non quelli dei singoli conventi che le formano; ma si ha ragione di credere che al tempo della compilazione del suddetto catalogo fossero presenti nella Custodia Montis Sancti Angeli tutti o quasi tutti i conventi elencati dal Polichronicon. I suddetti conventi, infatti, ivi compreso quello di San Giovanni Rotondo, sono beneficiari dall'antica tradizione secondo cui sarebbero stati fondati personalmente da San Francesco. La leggenda ha il valore che ha, ma nel linguaggio della storia francescana dei primi decenni la si interpreta come l'affermazione generica dell'appartenenza del convento di San Giovanni Rotondo alla prima ora francescana. Non si può non tenere in considerazione il fatto, conosciutissimo tra gli studiosi, che il 70-80% dei conventi di cui si ha sicura notizia a partire dai primi decenni del 1300 furono effettivamente fondati prima della fine del terzo decennio del sec. XIII. Il convento di San Giovanni Rotondo, quindi, con tutta probabilità, è stato fondato non dopo il 1240.
Ma perché un insediamento francescano proprio a San Giovanni Rotondo?
I criteri insediativi dei primi francescani sono stati soggetti a rigorose indagini in questi ultimi trenta anni. In particolare li si studia in rapporto alle strutture ecclesiastiche e politico-amministrative esistenti nel territorio, all'incremento demografico e alle trasformazioni urbanistiche e in rapporto alla specificità dell'intervento che i francescani operavano nel territorio stesso.
San Giovanni Rotondo si trovava ad essere quindi anche il momento centrale di una rete insediativa che si poneva in rapporto organico col territorio in vista di una efficace incidenza pastorale.
La vitalità religiosa delle popolazioni poste nei dintorni di San Giovanni è ben riconoscibile dalla organizzazione ecclesiastica con alcuni centri monastici molto bene attestati da diversi secoli e da ben quattro popolose Arcipreture: quelle di San Giovanni Rotondo, di San Marco in Lamis, di Rignano Garganico e della Valle di Stignano.
Accanto alla funzione di irradiazione pastorale fra le popolazioni locali, è ugualmente necessario considerare la funzione di attrazione e incanalamento verso il santuario di San Michele degli innumerevoli pellegrini che allora, come oggi, affollavano le strade di questo angolo del Gargano. E' indicativo, a questo proposito, il caso del convento di San Matteo passato ai francescani nel 1578 sotto la spinta dell'urgenza di riproporre il vecchio monastero, già benedettino, come punto di riferimento dei pellegrini nella valle dello Starale e quindi di ridare al monastero la sua storica funzione di stazione religiosa.
Non credo si vada molto lontano dalla realtà affermando che il convento di San Giovanni Rotondo sia stato voluto dai monaci benedettini di San Giovanni in Lamis, nella prima metà del Duecento, per rispondere a una precisa esigenza di assistenza dei pellegrini in un punto obbligato quasi a metà strada tra San Severo, o Torremaggiore, e Monte Sant'Angelo.
Il secondo quadro si riferisce alla prima metà del sec. XV, tempo particolarmente denso di avvenimenti e ricco di fermenti.
Finito, o quasi, il grande scisma della Chiesa Occidentale, si celebrava il concilio di Costanza-Basilea. La Chiesa era sempre alle prese con una profonda crisi frutto di secoli di decadenza dovuta all'esercizio di ruoli non propri, all'involuzione della impostazione clericale e all'invecchiamento di istituti tradizionali che poco o nulla rappresentavano di fronte all'incombente nuovo che avanzava.
I Turchi avevano invaso quasi tutta la penisola balcanica e premevano a nord verso l'Ungheria mentre a sud ormai si apprestavano ad assediare Costantinopoli. L'occidente cristiano si difendeva come poteva, frenato, al suo interno, da interessi contrastanti che rendevano non sempre limpida l'azione comune contro l'incombente pericolo.
La Chiesa si trovava stretta in una morsa angosciante di molte urgenze diverse e spesso fra loro in conflitto. Da una parte la necessità di una vigorosa riforma in capite et in membris che ormai era sotto gli occhi di tutti, soprattutto come esigenza di ritorno all'autenticità evangelica e all'attività massionaria; si avvertiva anche l'urgenza di una più profonda e convinta spiritualità che partisse dall'inizio, come una rievangelizzazione e ritorno agli entusiasmi della Chiesa primitiva.
Insomma tutta una serie di attività improprie che rendevano problematica la più urgente azione di riforma interna la quale, invece, esigeva ritiratezza, raccoglimento, povertà, dedizione disinteressata, nuovo vigore culturale, capacità di intervento anche nel mondo della politica senza sporcarsi le mani.
L'ordine francescano, nella sua componente degli Osservanti, si trovò, suo malgrado, a rappresentare quasi il punto di incontro e di armonia di queste due esigenze. Da una parte si riconosceva in loro fedeltà alla Chiesa e l'innata capacità di coglierne i più profondi significati universalistici e cattolici, dall'altra si apprezzava il disprezzo per il denaro e degli onori, la lontananza dal potere, un rinnovato spirito delle origini che rendeva pieno di entusiasmo e addirittura piacevole la fatica e lo sforzo a servizio della Chiesa.
Cecco e Jacobella di San Giovanni Rotondo, coevi, vissuti verso la metà del sec. XV, rappresentano perfettamente queste due esigenze, riassunte e unificate nell'unico carisma francescano.
Non conosciamo nulla della loro biografia eccetto quanto è riportato nel Bullarium franciscanum, nuova serie, vol. I, nelle pagg. 400-406 e pag. 536-537 che si riferiscono rispettivamente agli anni 1445 e 1447.
Fra Cecco era un Frate Minore Osservante della Provincia di Sant'Angelo. Lui e fra Roberto da Milano, a cui vengono indirizzate le lettere firmate dal papa Eugenio IV, vengono indicati come vicari della medesima Provincia Osservante. Frate Cecco, se non il primo, è certamente uno dei primi vicari della Provincia.
I Frati Minori Osservanti, dopo un lungo periodo di incomprensioni e di lotte con i confratelli Conventuali dai quali dipendevano, proprio nella Provincia di Sant'Angelo avevano colto una significativa vittoria, quando agli inizi del sec. XV si erano staccati giuridicamente dai Conventuali costituendo, prima in Italia, la vicarìa osservante di Sant'Angelo.
I Frati della vicarìa di Sant'Angelo si erano distinti fra tutti gli Osservanti italiani per la rigidità dei costumi che derivava anche da una interpretazione radicale e spiritualista della Regola di San Francesco.
Per placare gli animi era intervenuto insieme a fra Nicolò da Osimo, allora vicario della Provincia di Sant'Angelo, lo stesso San Bernardino da Siena, Vicario Generale dell'Osservanza, scrivendo alcune regole proprio per i frati di questa Provincia tendenti a mitigare la rigidezza delle loro impostazioni di vita, a volte sconsiderate.
La tendenza a radicalizzare la povertà si esprimeva anche nell'attribuire ai fratelli laici, che costituivano la quasi totalità dei frati della vicarìa, la facoltà di predicare. A questo proposito è indicativa una lettera che San Giovanni da Capistrano aveva scritto nel 1428 al vicario della Provincia di Sant'Angelo per metterlo in guardia dal vezzo di conferire imprudentemente l'ufficio di predicatore a fratelli laici inadatti all'ufficio per mancanza di formazione di base.
Giovanni da Capistrano aveva avuto già molti rapporti con i frati della Provincia, così, quando fu incaricato da Eugenio IV di coordinare gli sforzi dei principi cristiani nella guerra contro i Turchi e di organizzare la raccolta dei fondi per sostenere la guerra stessa, non trovò alcuna difficoltà ad indicare al papa alcuni nomi che potessero svolgere nei singoli territori la funzione di sensibilizzare il popolo cristiano al problema dei Turchi e di raccogliere i fondi necessari.
Fece i nomi di P. Antonio da Troia e dei padri Roberto da Milano e Cecco da San Giovanni Rotondo che con lettere del papa Eugenio IV scritte il 9, il 12 e il 23 gennaio 1444, furono costituiti nunzi apostolici. P. Antonio da Troia fu mandato nelle terre di Danimarca, Sassonia e nel resto della Germania; Fra Roberto da Milano e fra Cecco di San Giovanni Rotondo, poiché erano i vicari della Provincia di Sant'Angelo, e quindi non potevano allontanarsi dal loro ufficio, ebbero lo stesso incarico limitatamente alle regioni interessanti la stessa Provincia Monastica, vale a dire le regioni della Capitanata, del Sannio, del Molise e dell'Abruzzo meridionale.
I fondi erano raccolti secondo il collaudato sistema delle indulgenze e dei benefici spirituali. Le facoltà date ai nunzi erano amplissime e andavano dalle concessioni di indulgenze, alla facoltà di dispensare dai voti, di commutare pene canoniche e penitenze, di assolvere da casi riservati. Era necessaria, quindi, oltre a grande conoscenza del diritto e della morale, anche equilibrio umano e prudenza religiosa.
Possiamo credere, visto lo spirito di rigorosa osservanza vigente fra quegli antichi padri, che l'incarico di papa Eugenio IV sia stato portato a compimento nel migliore dei modi. Non sappiamo altro di frate Cecco di San Giovanni Rotondo. Speriamo solo che le ricerche possano essere riprese con il ritrovamento di altri documenti.
L'altra figura che, in qualche maniera, fa pendent, con quella di frate Cecco è Iacobella di San Giovanni Rotondo. La troviamo citata in una lettera, pure di Eugenio IV, datata 6 giugno 1447, indirizzata all'Arciprete di San Vittorino, nei pressi dell'Aquila. In questa lettera si prega l'Arciprete di assegnare a un gruppo di terziarie francescane, desiderose di fare vita più ritirata sotto la regola di Santa Chiara, il monastero del Corpus Domini sito nel territorio di sua giurisdizione.
Le religiose sono Antonia da Firenze, Eufrosina, Gabriella e Girolama di Todi, Francesca di Assisi, Iacobella di San Giovanni Rotondo, Chiara, Giacoma, Elisabetta, Ludovica, Angela, Cecilia, Agata e Lucia tutte dell'Aquila. Dietro la fredda prosa burocratica della Cancelleria romana, palpita lo spirito e l'entusiasmo delle origini.
Di Iacobella non sappiamo altro, ma il mondo in cui questo personaggio si muove appartiene alla più pura nobiltà dello spirito.
E' il tempo in cui la famiglia francescana dell'Osservanza non è ancora molto sviluppata. Intorno al 1430 solo circa 100 frati avevano accolto in Italia la dura ma esaltante esperienza del ritorno alla pura osservanza della Regola di San Francesco. Era, però, un gruppo ben compatto e agguerrito. Alcuni di loro erano frati celebri come Bernardino da Siena e l'umanista Alberto da Sarteano. Giovanni da Capestrano era stato giudice e stimato giurista a Perugia. Era ai vertici della sua carriera diplomatica come Legato pontificio in Ungheria e Austria, impegnato a mettere insieme le forze cristiane contro i Turchi. Ma era anche un francescano osservante convinto e senza tentennamenti. Sotto la loro guida i frati osservanti crescevano a vista. Anche le nostre zone pugliesi contavano molti loci devoti. Nel 1428 Giovanni da Capestrano era sul Gargano per predicarvi la Quaresima, e certamente gli ideali dell'Osservanza viaggiavano con lui.
Iacobella, non sappiamo in quali circostanze, aveva aderito al Terz'Ordine Francescano, in una fraternità che praticava la vita comune vivendo in monastero.
Era una forma di vita assolutamente nuova che destava non poche critiche e perplessità. Giovanni da Capistrano più volte si era occupato come giurista della faccenda difendendo presso tribunali papali e diocesani la nuova famiglia.
Iacobella viveva, insieme alla Beata Antonia da Firenze, sua superiora, nel monastero di Santa Elisabetta all'Aquila soggetto a quello di Sant'Anna a Foligno diretto, a sua volta, dalla fondatrice della famiglia, la beata Angelina da Masciano.
Nel piccolo monastero aquilano la famiglia delle terziarie approfondì la sua spiritualità francescana sotto la guida di San Bernardino da Siena e di San Giovanni da Capistrano, a tal punto che maturò l'esigenza di una vita più rigorosa, più vicina allo spirito delle fonti.
Si chiese allora di poter assumere la regola di Santa Chiara facendo regolare professione nel Secondo Ordine di San Francesco. Un piccolo gruppo, capitanato dalla Beata Antonia e composto dalla nostra Iacobella e da altre undici consorelle, decise di uscire dal Terz'Ordine per fondare un nuovo monastero sotto l'insegna di Santa Chiara.
Dopo lunghe trattative condotte da Giovanni da Capistrano, fu finalmente trovato il monastero del Corpus Domini in località San Vittorino presso l'Aquila, costruito da poco per un'altra famiglia religiosa, dove le neo clarisse entrarono qualche tempo dopo con solenne processione e allegrezza come ricorda il Leggendario Francescano.
Il Seicento nella Capitanata, dal punto di vista religioso, è caratterizzato dalla lenta ma sicura ripresa religiosa e culturale da parte di tutte le chiese locali.
Il dramma della Riforma Luterana che aveva sconvolto la Chiesa nel sec. XVI qui era stato vissuto in modo marginale. Se si eccettua un episodio limitato alla diocesi di Troia, in cui per la verità i protagonisti erano i valdesi, la presenza dei luterani nelle diocesi di Capitanata non era stata intesa come un pericolo reale.
Anche i decreti di riforma del Concilio Tridentino non avevano scavato in profondità, né per il restante sec. XVI né per buona parte del sec. XVII.
Gli ordini religiosi si erano rivelati più attivi.
Nel 1618 la Provincia Osservante dei Frati Minori istituì a Foggia, nel Convento di Gesù e Maria il suo primo Studio Generale di Teologia. E' vero che vi erano stati altri tentativi, ma erano tutti falliti, soprattutto perché i frati non riuscivano a superare l'antico e viscerale antintelletualismo unito a forte e radicale senso della povertà, che li aveva portati a preferire la vita eremitica al modello cittadino più comune nel resto d'Italia, con un rapporto con la società e le chiese locali ridotto al minimo, e a preferire il lavoro manuale a quello intellettuale e apostolico. La maggior parte dei frati, poi, era costituito da fratelli laici.
Lo studio Teologico di Foggia sbloccò la situazione. Anche i conventi vicini a San Giovanni Rotondo, quelli di San Marco e di Stignano, fin dal secondo decennio del Seicento avevano abbandonato la loro naturale vocazione all'isolamento. Si erano convertiti a un'azione di vasto respiro con le questue, la predicazione e le relazioni intrattenute con tutte le fasce sociali e in quasi tutti i paesi della Capitanata. I due conventi erano diventati un punto obbligato di riferimento religioso non solo per il Gargano, ma per tutta la Capitanata.
Nella seconda metà del Seicento anche le diocesi di Capitanata diedero segno di nuova vitalità. Si visse, così, un periodo di particolare dinamismo vivificato da una serie di vescovi esemplari per vita di orazione, ma dotati anche di ottima formazione culturale, di zelo apostolico e di capacità organizzative non comuni. Mons. Emilio Cavalieri è vescovo di Troia; mons Angelo Ceraso è a Bovino mentre il card. Vincenzo Maria Orsini, poi papa Benedetto XIII, è arcivescovo di Siponto.
La seconda metà del Seicento è il tempo in cui cominciano a dare frutti i tentativi, spesso abortiti, di realizzare le linee riformatrici del Concilio Tridentino: esigenza di promuovere una vigorosa riqualificazione culturale e spirituale tramite il trapianto di nuove congregazioni religiose, la ripresa delle conferenze del clero, l'apertura dei seminari.
A Manfredonia si assisté, con il card. Orsini, al tentativo, in parte riuscito, di ridare nuova consapevolezza all'archidiocesi della sua storica funzione di guida fra le chiese di Capitanata.
Il card. Orsini usò i mezzi del Sinodo e delle visite pastorali, della revisione dei titoli beneficali e di una intensa sua presenza in tutti i paesi della diocesi. Lavorò per ridimensionare la prepotenza dei feudatari e per elevare la statura culturale e spirituale del clero costituendo una vera e propria forza di intervento a cui affidò tutti i punti nodali della vita della diocesi.
Da Benevento chiamò Pompeo Sarnelli, suo segretario e autore della Cronologia dei Vescovi Sipontini, dalla sua città natale, Gravina di Puglia, chiamò il can. Orazio Cristiano, finissimo liturgista e scrittore spirituale, dal suo amato Ordine dei Predicatori chiamò fra Marcello Cavaglieri, autore del Pellegrino al Gargano, che fece suo Vicario Generale; dall'Ordine dei Frati Minori Osservanti chiamò fra Antonio Palumbo da Campobasso, in seguito eletto Vicario Generale dell'Ordine, che volle suo consigliere per la teologia, la patristica, la Sacra Scrittura, la liturgia.
In questo clima fortemente motivato e dinamicamente proteso verso il futuro si pongono P. Antonio Tortorelli e P. Gabriele Musti, quasi coevi, ambedue di San Giovanni Rotondo. Di ambedue tracciano un rapido profilo sia l'arciprete Pasquale Cirpoli che il can. Francesco Nardella.
P. Antonio Tortorelli, come ricorda don Giosuè Fini, nacque il 30 dicembre 1638. Nel 1655 entrò nell'Ordine dei Frati Minori nel vicino convento di San Matteo, allora, insieme a quello di Stignano, noviziato della Provincia Monastica. Compì gli studi di teologia a Foggia nel convento di Gesù e Maria.
Una inusuale quanto insperata fonte di informazioni sugli studi di P. Antonio è costituita dai frontespizi dei libri da lui usati e conservati nella Biblioteca del convento campobassano di San Giovanni dei Gelsi.
Da essi apprendiamo che alcuni libri della Biblioteca di Gesù e Maria in Foggia furono, verso la metà del sec. XVII, trasferiti al convento di Araceli in Roma ad uso del P. Antonio; veniamo anche a sapere che molti di questi testi rimasero in uso di P. Antonio anche dopo la sua elezione a vescovo di Trivento; dopo la sua morte, finirono nello Studio di Teologia di Seconda Classe del convento di Santa Maria delle Grazie a Campobasso e poi nella Biblioteca del convento di San Giovanni dei Gelsi nella medesima città.
Nel 1667 troviamo P. Antonio lettore, cioè professore, di teologia nello studio di Gesù e Maria a Foggia. In quell'anno la sua carriera di insegnante doveva essere giunta al suo culmine giacché lo studio di Gesù e Maria, nella organizzazione scolastica dei frati, era al vertice della gerarchia degli istituti di formazione ed era classificato come Studio Generale di Teologia in ordine ad jubilationem. Vi potevano, quindi, insegnare solo frati che avessero già accumulato un lungo curriculum didattico e che fossero titolari di pubblicazioni.
Ottenuta la giubilazione, P. Antonio fu chiamato ad insegnare teologia scotistica nello Studio Superiore di Teologia, la nostra Università, sito nel convento di Arac[o]eli in Roma. Dovè lasciare l'incarico nel 1676 perché eletto ministro provinciale della sua amata Provincia di Sant'Angelo in Puglia.
Ma in Puglia ci rimase poco. Nel 1678 era stato inviato come Visitatore Generale nella Provincia Romana dal Ministro Generale, lo spagnolo Fr. Ioseph Ximenes Samaniego. Nel 1679 nella Congregazione generale intermedia celebrata nel convento di Araceli, fu eletto, quasi all'unanimità, Commissario Generale per la Famiglia Cismontana. P. Antonio era arrivato ai vertici dell'Ordine.
Dobbiamo spendere una parola sullo stato dell'Ordine dei Frati Minori per conoscere appieno il significato di questa elezione, ma anche, indirettamente, sullo stato di salute della nostra Provincia di Sant'Angelo in Capitanata.
Le condizioni dell'Ordine non erano buone. I frati erano troppi e non sempre religiosamente motivati. L'ordine era frazionato in diverse famiglie, Osservanti, Alcantarini, Riformati, Recolletti, spesso avversarie fra loro, con costituzioni, usanze, tradizioni diverse, tenacemente abbarbicate alle loro tradizioni. A ciò si aggiungeva l'ingerenza delle varie autorità nazionali negli affari dell'Ordine; i francesi erano continuamente sull'orlo della scissione.
Non ultimo motivo di preoccupazione era la tendenza da parte di molti frati di procacciarsi protezioni e privilegi, di cariche e dispensa da leggi anche importanti, tutti espendienti rivolti alla ricerca di propri spazii personali in cui rintanarsi al riparo dalle leggi generali e dalle esigenze della vita comune.
Questa è la situazione ereditata dal Ministro Generale Ximenes all'atto della sua elezione. E questa era la situazione dell'Ordine di cui il nuovo Pontefice Innocenzo XI, eletto nel 1676, dovette prendere atto.
L'opera di riforma cominciò dallo stesso Ministro Generale il quale non solo rinunciò pubblicamente ad accettare qualsiasi carica gli venisse conferita durante il generalato, ma sollecitò lo stesso papa Innocenzo XI ad emanare la bolla Sollicitudo onde richiamare l'Ordine alla primitiva osservanza.
Il secondo passo nell'opera di riforma fu costituito dalla elezione di P. Antonio Tortorelli a Commissario Generale per le province Cismontane. P. Antonio, infatti, ancorché umile lettore di teologia, era tuttavia conosciutissimo negli ambienti romani. Il papa Innocenzo XI lo stimava; era, poi, amico personale del card. Cybo protettore dell'Ordine. Fu proprio il card. Cybo a volere o, almeno, a favorire la sua elezione.
La Congregazione Generale Intermedia del 1679 fu molto contrastata. Non tutti i frati la volevano. Nel Capitolo Generale del 1676 era stata votata una delibera con cui si era deciso di non tenere la Congregazione generale del '79 con la scusa delle spese eccessive. Tutti sapevano che la Congregazione era osteggiata in molti ambienti, da quelli dei frati francesi a quelli dei Frati Riformati i quali rivendicavano per la loro famiglia la carica di Commissario Generale. Insomma: gli animi erano divisi.
Il papa Innocenzo XI impose al ministro generale di convocare la Congregazione Generale, la quale venne presieduta, con un vero e proprio atto di forza, dal card. Cybo.
P. Antonio Tortorelli venne eletto come l'unico su cui l'ordine potesse sperare di ridare pace e ordine alla tormentata famiglia.
Del governo di P. Antonio Tortorelli ci rimane una lunga lettera rivolta alla Famiglia Cismontana e pubblicata nella raccolta ufficiale dell'Ordine nel 1680. Nel 1686, espletati gli incarichi al vertice dell'Ordine, P. Antonio fu eletto vescovo di Trivento e in quella città chiuse la sua vita terrena nel 1715 lasciando di sé un buon ricordo.
Mentre il P. Tortorelli era impegnato nell'opera di riforma dell'Ordine francescano con una vigorosa azione di governo, fioriva un altro purissimo figlio della nostra terra, francescano integrale e appassionato missionario del Vangelo: P. Giovanni Antonio Musti, pure di San Giovanni Rotondo.
Solo l'endemica e atavica mancanza di memoria permette a noi francescani pugliesi del ventesimo secolo di reputare ancora contrapposti l'osservanza rigorosa della Regola e l'ardore missionario, e, più ancora, una formazione intellettuale ampia e analitica e l'esigenza di spiritualità professata e vissuta.
P. Antonio Musti, ci informa il can. Francesco Nardella, nacque a San Giovanni Rotondo il 13 ottobre 1661. Il 21 marzo del 1683 vestì l'abito francescano nella Famiglia degli Osservanti nel convento di San Matteo. Subito dopo aver terminato gli studi, presumibilmente nello Studio Generale di Araceli in Roma, fu chiamato nello stesso studio di Arac[o]eli a insegnare filosofia. Il convento di Arac[o]eli non era solo l'Università dell'Ordine, era anche il primo convento dell'Ordine, poiché era la sede del ministro Generale.
La carriera del giovanissimio professore s'interruppe dopo qualche anno quando P. Gabriele Antonio chiese di essere ricevuto nel convento di Ritiro di Bellegra nella Provincia Romana.
I conventi di Ritiro erano diventati lo strumento più importante per la riqualificazione spirituale dell'ordine. Si menava vita di strettissima osservanza regolare, di povertà assoluta e di austera ascesi. I Ritiri erano anche fucina di idee e centri di irradiazione spirituale e missionaria.
Nel Ritiro di Bellegra P. Antonio visse con l'entusiasmo delle origini con frati di grande rilevanza non solo sul piano spirituale, bensì anche su quello culturale: i beati Tommaso da Corte e Teofilo da Cori e il Padre Ilario Guaitella originario, come il beato Tommaso, della Corsica.
Fu in questo clima di forte impegno religioso che maturò la vocazione missionaria di P. Gabriele Antonio. Il 22 aprile del 1689 insieme a P. Giovanni Battista da Illiceto e fra Vincenzo di Roiate, suoi compagni nel Ritiro di Bellegra e a P. Carlo da Castorano presero la via dell'Oriente, dopo aver avuto dalla Congregazione di Propaganda Fide l'incarico di recarsi in Cina.
Il papa Innocenzo XII avrebbe voluto munirli di denaro sufficiente a coprire le spese di viaggio. P. Gabriele Antonio, a nome proprio e dei suoi compagni, rifiutò cortesemente aggiungendo che il Signore, che li aveva chiamati alla missione, avrebbe fornito tutti i mezzi per il viaggio.
Così, armati del solo breviario, attraversarono a piedi l'Italia, la Germania, la Polonia e la Russia Occidentale. Lo zar di Russia, rimangiandosi la promessa fatta poco prima al Nunzio Apostolico di Polonia, negò ai missionari il salvacondotto per il passaggio per la Siberia. I missionari furono costretti a deviare a sud oltre il Volga verso il Mar Caspio. Attraversata la Persia s'imbarcarono a Bandarabas sul Golfo Persico e, finalmente, il 25 agosto del 1700 arrivarono in Cina nella provincia di Fokien. Dopo una sosta di un anno per apprendere la lingua, si recarono a Tungciangfu. In questa località i missionari, insieme a grandi frutti di conversione, raccolsero abbondante messe di sofferenze e perfino il carcere.
Il nostro P. Gabriele Antonio, debilitato dalle penitenze e dalle fatiche missionarie dopo una decina di anni di lontananza, fu costretto a tornare a Roma dove arrivò, passando per il Capo di Buona Speranza e per Lisbona, il 3 settembre 1716. Tornò nel suo amato Ritiro di Bellegra.
In sua assenza, l'esigenza di dar inizio a una forma di vita più austera e di maggiore osservanza regolare, aveva contagiato anche la Provincia di Sant'Angelo. Il suo antico compagno di Ritiro P. Ilario di Guaitella era stato inviato dai superiori dell'Ordine a fondare, nel 1714, il Ritiro di Ielsi, nel Molise.
Nel 1717 il P. Gabriele Antonio si recò in pellegrinaggio a Loreto e alla Grotta di San Michele a Monte Sant'Angelo. I suoi conterranei non avevano dimenticato il giovane lettore di Filosofia pieno di belle speranze che si era incamminato verso Roma trentacinque anni addietro. Durante la sua visita sul Gargano, fu invitato a tenere la quaresima a Carpino. Nella cittadina garganica le sue condizioni si aggravarono e qui morì nel 1717 con la fama di uomo santo.
P. Mario Villani
S. Giovanni Rotondo, giugno 2002
- Dettagli
- Categoria: Padre Mario Villani
| Presentazione di La Via Sacra Langobardorum a cura di Pasquale Corsi, Foggia, Edizioni del Rosone, 2012. S. Marco in Lamis, Liceo Giannone' 23 gennaio 2013 |

Non si sa quando i Longobardi siano stati inseriti a forza nella toponomastica garganica. La letteratura locale fino ai primi decenni del sec. XX non fa alcun cenno alla locuzione Via Sacra dei Longobardi, in seguito assunta a nome proprio del tratto di strada da Stignano a Monte Sant’Angelo. Forse non è il caso, essendo i nomi a detta del Manzoni solo puri purissimi accidenti, di discutere oltre un certo limite se questo nome sia dotato o meno di dovuta legittimità, o se, invece, sarebbe più opportuno ripristinare l’originario nome di Via Francesca, che dispone peraltro di solida documentazione.
La Via è la protagonista del libro perché è la protagonista del pellegrinaggio. Il santuario è la meta, il sito dove il pellegrino realizza il suo scopo che è l’incontro con Dio. Il luogo dove il fedele inizia e completa il suo processo di maturazione spirituale è la Via. Su di essa, quindi, il pellegrinaggio si sviluppa nella forma e nella misura che l’ambiente umano, spirituale, culturale e fisico gli propone.
A questo proposito è utile rievocare la radice linguistica della parola pellegrino dal latino externus peregre adveniens, l’estraneo che arriva camminando per i campi. Il pellegrino, come il vagabondo che dal contado aspirava all’asilo delle munite città romane, spesso non ha modo di scegliersi l’itinerario, ma cammina per tentativi o seguendo le esperienze di chi lo ha preceduto. I campi gli offrono qualche frutto da mangiare, qualche grotta dove rifugiarsi, ma anche insicurezza e pericoli in quantità, come ancora oggi succede lungo la SS. 272, erede della Via Francesca. Aggiungo che questa non è storia definitivamente vecchia, ma è un aspetto del pellegrinaggio molto attuale e in netta crescita. E con questo intendo riferirmi esclusivamente ai veri pellegrini, non ai camminatori o scopritori di paesaggi e di prodotti tipici che sono un’altra cosa.
La Via, allora, non è solo struttura logistica che consente di transitare da un luogo all’altro. È percepita, invece, come criterio interpretativo di una realtà polimorfa che abbraccia la vasta gamma del vivere: dai bisogni materiali della sopravvivenza, a quelli spirituali, dagli insediamenti urbani agli eremi, dall’architettura rurale ai linguaggi. Il tutto prodotto e interconnesso da un universo umano liquido, perpetuamente in movimento, fluttuante tra la roccia del promontorio e le molte regioni italiane e straniere di cui il Mons Sancti Angeli era ed è ancora centro spirituale. La Via Sacra dei Longobardi è il luogo del movimento e dello scambio.
È utile rammentare che la nostra Via Sacra Langobardorum è il grande collettore di pellegrini e di varia umanità provenienti dai luoghi più disparati dell’Italia e dell’Europa condotti nel Tavoliere da una miriade di strade provenienti da nord, da ovest e dal meridione. I popoli che nei secoli l’hanno percorsa hanno forgiato il paesaggio rurale e cittadino, umano, culturale e religioso che si snoda lungo la profonda fenditura che da Stignano a Mattinata separa il Gargano meridionale dalla zona settentrionale.
In qualche maniera qui tutto è figlio della strada e questa storia è raccontata dalla strada stessa. A Stignano si narra dei pastori abruzzesi, del loro faticoso andare e fidente affidarsi alla Vergine dell’albero. I molti eremi sparsi nella vallata di Stignano, di Pulsano e di S. Matteo narrano di uomini e donne di stampo superiore provenienti dalle regioni italiane ed europee dediti alla preghiera e alla contemplazione. Molti dei loro nomi sono conosciuti, come il beato Giovanni da Matera, S. Guglielmo da Vercelli, il beato Giovanni da Tufara. A S. Matteo si vive un momento esaltante fatto di finestre aperte su uno scenario vasto. Qui il Gargano, fecondato dalle presenze benedettine e francescane, apre la sua aridità, apparentemente fredda e chiusa, alla grande storia del mondo. E poi c’è la Grotta dell’Arcangelo Michele dove oriente e occidente s’incontrano, cielo e terra si toccano, popoli e lingue diverse provenienti dai quattro venti s’incontrano e si pacificano. Qualcuno può anche pensare che queste cose appartengano a un mondo definitivamente trascorso e che qui noi stiamo celebrando fasti di archeologico sapore.
La nostra è una strada che raccoglie e rilancia, benché si articoli su un percorso difficile, stretto, pietroso e pieno di pericoli.
Nel corso degli Atti appena pubblicati viene spesso evocata la singolarità di questa via che focalizza la mente dei viandanti sull’incontro con Dio nell’antro misterioso dell’Arcangelo Michele. Questo incontro, però, non è concepito come il punto finale della storia; bensì come la conclusione di un lungo itinerario e l’inizio di un’altra storia. Al reditus, il rientro nella casa del Padre, segue l’exitus, l’uscita per le vie del mondo per portare dappertutto il nuovo annuncio. Questo è, in fondo, il cuore del pellegrinaggio. Che sia religioso o non religioso, ogni pellegrinaggio si svolge fra ritorni e partenze fin quando i fili della vita non saranno riuniti in unica tessitura.
La strada è il testimone non inerte di questo andare e venire. Il suo percorso è infatti costellato di luoghi che ricordano peccati e conversioni, incontri e progetti. I santuari posti in fila lungo il percorso costituiscono un itinerario di maturazione umana e spirituale. Nel contatto con i personaggi da cui i santuari prendono nome, i pellegrini, ma anche il non credente, toccano con mano la realtà della vita. La Vergine Madre di Dio, S. Matteo, Padre Pio, S. Giovanni Battista, il beato Giovanni da Matera, S. Leonardo abate sono personaggi veri. Questa è la strada di Ottone III e di Enrico il Santo, di S. Camillo de Lellis e di S. Francesco. Il pellegrino si specchia nella loro vita e riprogetta la sua. E, d’altra parte, questi personaggi gli propongono l’ottimismo del vedere e del vivere nonostante le difficoltà e le crudezze dell’esistenza. I pellegrini, poi, con una serie nutrita di croci, edicole, luoghi appositamente segnati, scandiscono l’intero percorso con i segni della preghiera, del perdono dato e ricevuto, della gioia dell’arrivo e dell’addio sereno e fidente.
Il prof. Corsi sottolinea, quindi, l’esistenza di un complesso “di elementi storici e geografici che fanno del percorso esaminato un unicum di eccezionale rilevanza culturale”. Perciò la Via Sacra dei Longobardi va assunta e vissuta nella sua interezza come un unicum che rappresenta, insieme, l’identità del nostro Gargano e il suo compito.
Credo che questo libro sia il primo tentativo serio di analisi di una realtà che, nonostante i suoi molti estimatori, resta sostanzialmente sconosciuta. L’ignoranza e il dilagare dei luoghi comuni di stampo consumistico stanno spingendo la Via Sacra dei Longobardi in un limbo interpretativo in cui pare che gli unici elementi che risplendono in tutta la loro oscura chiarezza siano quelli che lo scrittore di Rodi, Giuseppe Cassieri, chiama i giubilanti.
È necessario operare con una dose supplementare di chiarezza e decisione a cominciare da una conoscenza più puntuale e corretta.
Credo, quindi, che le molte linee di ricerca proposte in questo libro debbano essere coltivate ulteriormente. Penso, a titolo di esempio, al saggio di Adriana Pepe su Architettura e arte figurativa rinascimentale in area garganica, S. Maria di Stignano. Leggendolo non si può non desiderare di allargare la ricerca alle aree del subappennino settentrionale e a tutte le zone interessate dal fenomeno della transumanza la cui parentela col mondo garganico della Via Sacra dei Longobardi in molte emergenze appare evidente.

Si coglie a questo punto il significato primigenio della parola sanctuarium utilizzata in primis per designare l’angolo più riposto e sicuro della casa imperiale dove si conservava l’archivio privato dell’imperatore, le sue carte più riservate e preziose. Plinio il Vecchio riferisce che Pompeo entrò nel sanctuarium di Mitridate VI Eupatore re del Ponto dopo averlo sconfitto nel 63 a.C. In quella stanza segreta Pompeo trovò un libro su cui il re di propria mano aveva scritto la composizione dell’antidoto che gli aveva permesso di vivere nonostante i molti tentativi di avvelenarlo perpetrati dai suoi molti nemici. La parola designava, parimenti, le mura e le porte della città, gli edifici civili e religiosi la cui inviolabilità e sicurezza erano garantite e sancite (da cui sancta) da apposite leggi. Probabilmente i santuari della Via Sacra dei Longobardi nella loro fase iniziale erano intesi come asili sicuri dei pellegrini. In seguito, soprattutto per la presenza dei grandi ordini religiosi, divennero importanti luoghi di culto e, quindi, santuari nel senso moderno.
P. Mario Villani
S. Matteo 23 gennaio 2013
- Dettagli
- Categoria: Padre Mario Villani
Conferenza tenuta a S. Giovanni Rotondo nella Biblioteca M. Lecce il 2 novembre 2012

La frequentazione religiosa del Gargano è molto più antica della sua cristianizzazione. Alcuni scrittori antichi parlano dei templi di Calcante e Podalirio, che gli storici e gli archeologi invano fino ad oggi si sono affaticati a cercare. A Vieste, nello scoglio di S. Eugenia, una grotta densa di ringraziamenti in greco a Venere Sosandra, salvatrice degli uomini, attesta l’esistenza di un importante santuario frequentato dai maricai. Le più antiche iscrizioni risalgono al III secolo a.C. Nella stessa grotta il Doge veneziano Pietro II Orseolo, agli inizi dello scorso millennio, lasciò una bella epigrafe col ricordo del passaggio della flotta veneziana, di cui era a capo, reduce dall’impresa di liberazione di Bari dai saraceni.
In questi appunti parlerò prima di tutto del ruolo del Gargano nella nostra storia religiosa, poi delle vie dei pellegrini, e infine darò qualche appunto sulla storia e l’evoluzione dei pellegrinaggi.
Il Monte di Dio
Da allora il culto di S. Michele, pur conservando il suo stretto rapporto con le forme devozionali dell’oriente greco, si configura con una specificità policomprensiva di tipo universale. S. Michele è l’Arcangelo forte che zela i diritti di Dio: quis ut Deus? Ma anche i diritti dei Figli di Dio e combatte il male qualunque nome esso assuma, sia male fisico che male spirituale. È lo spirito guida che accompagna gli uomini nei meandri dell’esistenza, e li introduce, come psicopompo e avvocato, al cospetto di Dio nel giorno del giudizio.
Con le apparizioni di S. Michele, il Gargano, assume, assieme agli altri grandi santuari della cristianità, vale a dire Roma e la Terra Santa, il ruolo di grande punto di riferimento spirituale.
In questo processo gioca un ruolo importante la particolare configurazione geografica e orografica del promontorio che offre un’abbondante serie di elementi simbolici da cui prendono forma i complessi linguaggi di molte religioni e in particolare della religione cristiana.
La montagna, alta e solitaria, ben visibile da tutti i punti cardinali, saldamente ancorata alla terraferma e profondamente protesa nel mare Adriatico è un naturale e ineludibile punto di arrivo e di partenza per qualsiasi viaggiatore di mare e di terra.
Tutto ciò fa della montagna garganica un elemento importante per la storia dell’uomo e del suo bagaglio culturale, ma anche della complessa comunicazione teologica di tutte le religioni.
La montagna è insieme luogo dove Dio si manifesta, punto alto della terra dove l'uomo tocca il cielo. Qui s’innesta l'asse della terra; è il luogo del silenzio; è la roccia a cui ci si ancora; il luogo della contemplazione dove trovano sintesi e pace il ciclo la terra; è meta del pellegrinaggio da cui si scende rigenerati.
Il nostro P. Michelangelo Manicone da Vico Garganico così dice, agli inizi del sec. XIX nella sua opera La fisica appula (Lib. II, art. XII, pag. 183):
Questo fecondo Promontorio apulo fu chiamato Monte Gargano sino all'anno del Signore 492. Da quell'anno in poi appellossi Montagna dell'Angelo per la miracolosa apparizione del Glorioso S. Michele Arcangelo in una spelonca sita nell'erto di esso Gargano.
Per un rilevante periodo, fino a tutto il sec. XVIII, molte carte geografiche riportarono il profilo del Gargano col nome di Monte dell'Angelo o Monte S. Angelo sanzionando anche a livello linguistico un felice connubio tra elementi fisici e religiosi.
Non credo si vada molto lontano dalla realtà affermando che il Gargano ha una naturale vocazione ad essere un santuario.
Marcello Cavaglieri, domenicano legatissimo al suo confratello Vincenzo Maria Orsini arcivescovo di Manfredonia e poi papa col nome di Benedetto XIII, nel suo Pellegrino al Gargano, pensando a tutta la storia religiosa del Gargano, con seicentesco ardimento, afferma che la montagna stessa, nella sua lunga storia, si è adattata a "ricovero della religione".
Approfondisce poi lo specifico carattere sacro del Monte Gargano. Egli, lasciandosi guidare dalla Sacra Scrittura e specialmente dai Salmi, pensa che il Promontorio fin dalla sua creazione sia stato consacrato da una speciale presenza di Dio per il bene degli uomini. Il Gargano, infatti, è la rappresentazione della casa di Dio, posta in alto, visibile e solitaria perché tutti, da qualsiasi luogo della terra, la potessero scoprire con facilità come promessa e segno di salvezza, come dice il Salmo 90: Altissimum posuisti refugium tuum, hai posto la tua casa nelle altezze.
Quando l'uomo, abbrutito dalla colpa e dagli eventi, scopre la casa di Dio posta sulla cima del monte, nel suo profondo sente germogliare un sentimento vago e indistinto, ma già operante. È l’apertura verso una nuova vita, è il pio desiderio di credere in qualcosa di diverso, di stabile, di appagante.
Così l’uomo diventa un pellegrino, e cammina tenendo ben fissi gli occhi su quel punto fermo che da lontano ha individuato. Egli può realizzare la sua nuova speranza solo in un itinerario di conversione che è simboleggiato dal cammino faticoso verso quel luogo benedetto posto sul Monte: Levavi oculos meos in Montes, unde veniet auxilium mihi, ho alzato gli occhi al monte da dove mi verrà l'aiuto (Ps. 120).
Il percorso verso la casa di Dio, tuttavia, non è facile. L’abitudine al male, gli interessi, le cattive compagnie, il rispetto umano, la pigrizia, e l’oscuro ottundimento della mente e del cuore lo ricattano, lo spingono con prepotenza e inaudita violenza verso altre strade e altre prospettive.
Facendo evidentemente riferimento alla difficoltà che gli antichi viandanti incontravano sulle aspre balze del Gargano, dove spesso perdevano di vista il sentiero e dove i precipizi e le grotte nascondevano pericoli, con ladri e grassatori di strada, serpenti e altre fiere sempre in agguato, il Cavaglieri sottolinea la difficoltà del cammino spirituale. Qui si inserisce la figura di San Michele, di San Pio e degli altri Santi. Per non perdere la dirittura del cammino, e con essa la vita, il pellegrino ha bisogno di una guida. Ecce ego mittam Angelum meum, qui praecedat te, et introducat in locum, quem preparavi (Exod. 23) Ecco io mando l'Angelo che cammini dinanzi a te e ti introduca nel luogo che ti ho preparato. Il pellegrino con tanta guida cammina sicuro in mezzo a difficoltà e pericoli, poggiando indenne il suo piede anche su aspidi e basilischi, come dice il salmo 90: super aspidem et basiliscum ambulabis.
Questa visione del Gargano è sostanzialmente presente nei vari Rituali di pellegrinaggio tutti risalenti ad epoche anteriori al sec. XX.
L'intero percorso, che può impiegare tre giorni come nel caso dei pellegrini di San Marco in Lamis, oppure otto giorni come per i pellegrini molisani, chiude in ampio cerchio una serie di santuari che scandiscono, dandone fisicità geografica, un cammino spirituale rigoroso e consequenziale la cui intenzione esplicita è di attuare, oltre che rappresentare, l'itinerario spirituale della conversione.
Il percorso è percepito come un unico grande santuario di cui la grotta di San Michele è il momento culminante. Il cammino si articola in poco più di cento chilometri. Dal santuario di Stignano, posto alle falde occidentali della montagna, si prosegue per le valli del Gargano meridionale con le visite al santuario di San Matteo a San Marco in Lamis fino alla Grotta dell'Arcangelo a Monte Sant'Angelo. Si scende, passando per Pulsano, a Manfredonia fino a San Leonardo di Siponto e si arriva al santuario dell'Incoronata presso Foggia. La specificità storica e spirituale dei singoli santuari viene vissuta in rapporto all'interezza del percorso come la realizzazione in fasi successive di un unico progetto. Più che a quello di San Michele, il pellegrinaggio è diretto verso il santuario del Gargano identificato dalla tradizione come la montagna dell'Angelo.
A questo punto è necessario fare qualche precisazione sull’itinerario sacro percorso dai pellegrini.
La Via Francigena o Via Francesca
Il nome di Via Francigena, insieme al più raro, ma anche più antico Via Francesca, è familiare nelle regioni settentrionali e centrali dell’Italia.
In uno dei suoi studi pubblicati negli anni anteriori al Giubileo del 2000 lo Stopani si chiedeva come mai nell’Italia meridionale questo nome fosse assente. Concluse che il ruolo della Via Francigena nelle regioni settentrionali, per tutto il medioevo era stato svolto nell’Italia Meridionale dalle Vie Consolari, la prima delle quali, la Via Appia, Regina viarum, non solo convogliava verso Roma le comitive dei pellegrini provenienti dalle regioni tirreniche, ma, superati gli Appennini nella Campania orientale, s’incamminava verso le regioni meridionali adriatiche dove raggiungeva i porti d’imbarco per la Terra Santa, continuando così a svolgere il ruolo che le era stato affidato dai Romani, collegare Roma con i porti pugliesi e raggiungere rapidamente le province orientali. Nei pressi di Benevento all’Appia s’innestava la Via Traiana che, superati i pericolosi Valli appenninici, sfociava verso le dolci colline del subapennino dauno fermandosi a Troia e Lucera da dove proseguiva, lungo i tratturi della transumanza, verso il Gargano.
In seguito gli studi furono approfonditi anche nel nostro meridione. E così le reliquie di questa antica via e il suo stesso nome impigliate, per così dire, nei grovigli della storia, sono giunte fino a noi custodite in alcuni documenti attinenti il territorio di Troia, l'abbazia benedettina di San Giovanni in Piano presso Apricena, il Monastero di S. Leonardo in Lama Volara presso Siponto e, soprattutto, il Monastero di San Giovanni in Lamis, attualmente Convento di San Matteo a San Marco in Lamis.
Per quanto attiene il territorio di Troia, il Privilegium Baiulorum Imperialium del gennaio 1024, cita il nome di Via Francigena, riferito a un breve tratto della Via Appia-Traiana. Allo stato attuale degli studi questa citazione è in assoluto la prima testimonianza dell’esistenza di questo nome in Italia.
L’altra locuzione, Via Francisca, appare per la prima volta in Italia in un documento relativo a Chiusi in Toscana datato 876.
Nell’Italia meridionale fa la sua prima apparizione in alcuni documenti dell’abbazia benedettina di S. Giovanni in Lamis, attuale convento di S. Matteo a San Marco in Lamis. I documenti accennano alla Strada Francesca come elemento identificativo dei confini dei possedimenti dell’abbazia. Le continue incursioni di signorotti prossimi all'abbazia, infatti, desiderosi di impossessarsi di alcuni suoi ricchi possedimenti, indussero più volte gli abati a chiedere alle autorità bizantine e normanne la verifica dei confini nonché la conferma dei possessi medesimi. Il primo documento, del 1030, a firma del Catapano bizantino Bicciano, cita la Via Francesca relativamente al tratto posto ad est del monastero di San Giovanni in Lamis, fra San Giovanni Rotondo e Monte Sant'Angelo. La conferma del normanno Enrico, conte di Monte Sant'Angelo, del 1095, si riferisce al tratto che corre lungo le pendici occidentali del Gargano fra l'imboccatura della Valle di Stignano e l'abitato di Apricena. Gli ultimi due documenti, di Ruggero II, 1134, e di Guglielmo II, 1176, fanno riferimento al tratto della Via Francesca posto ad est dell'abbazia immediatamente dopo l'abitato di San Giovanni Rotondo.
Benché il suo percorso sia lungo meno di 60 Km, la Via Francesca ha svolto, e svolge tuttora, uno straordinario ruolo per la storia dei pellegrinaggi al Gargano. Ad essa infatti dalle apparizioni di S. Michele fino verso il 1950 confluivano gran parte delle comitive devote a piedi giunte in prossimità del Gargano seguendo la cosiddetta Via Francigena del Sud e i tratturi della transumanza. Imboccata la Via Francesca nella Valle di Stignano, i pellegrini entravano nel cuore del Gargano sacro e visitavano i santuari maggiori di Stignano, S. Matteo e Monte Sant’Angelo tutti posti sulla stessa via a breve distanza l’uno dall’altro.
Tuttavia, nonostante la ininterrotta frequentazione di oltre 1500, la Via Francesca garganica non è mai stata oggetto di particolari cure. Il fatto che nessuno ne rievocasse il nome ha favorito una certa pigrizia che ha impedito uno studio approfondito e organico del percorso, delle soste, degli ospizi.
D’altra parte qui i pellegrini non sono un fatto straordinario per cui bisogna ricordare percorsi e nomi di strade; fanno parte di un paesaggio quotidiano e domestico come i bimbi che vanno a scuola o le donne che vanno al mercato percorrendo strade e piazze che la lunga abitudine priva di ogni segno di nobiltà.
Per i pastori abruzzesi e i contadini molisani, campani e per gli altri, come per le nostre popolazioni, il pellegrinaggio è una delle più normali occupazioni, parte ordinaria di un progetto di vita. Il grande storico dell’arte Emile Bertaux visitando questi luoghi rimase impressionato dal fenomeno del pellegrinaggio.
Per il contadino, dice, il pellegrinaggio non è uno straordinario dovere di pietà, ma un atto periodico della vita, diventato necessario quanto il lavoro di ogni giorno. Esiste per il pio viaggio un tempo stabilito, come per particolari lavori di campagna. Tra i luoghi di culto, cui le folle di contadini si dirigono, non ce n’è uno solo di recente fama. Tutti sono oggetto di culto da centinaia di anni. .. L’itinerario del grande pellegrinaggio di maggio è così fissato per i gruppi più numerosi, che scendono dal Molise e dall’Abruzzo: prima i santuari del Gargano, cioè, oltre la celebre basilica di Monte Sant’Angelo, l’antico eremitaggio di Pulsano, sulla cresta del promontorio, di fronte alle lagune di Salpi, e il convento di San Matteo, vicino San Marco in Lamis; nella pianura di Capitanata, l’Incoronata, presso il fiume Cervaro, una cappella tra ciuffi d’alberi, dove si venera un’icona cento volte ridipinta, scoperta da un cacciatore su una quercia dell’immensa foresta che si stendeva un tempo intorno a Foggia; poi i pellegrini tornano sulla costa e la seguono fino a Bari.

Tipologia dei pellegrini
Il modo di vivere il pellegrinaggio al Gargano è rimasto sostanzialmente uguale per oltre un millennio. Fino al 1950 la maggioranza dei pellegrini arrivava a piedi. Erano gli eredi delle grandi migrazioni devote che si mantenevano inalterate da secoli, con tutto il loro complesso organizzativo e rituale. Venivano dall’Abruzzo, dal Molise, dalla Campania, da tutta la Puglia, dalla Basilicata. Molte comitive abruzzesi visitati i santuari garganici proseguivano per Bari. I molisani, i campani e altri pellegrini compivano tutto il giro della Via Francesca, da Stignano all’Incoronata di Foggia impiegando otto giorni.
Poi si motorizzarono e il pellegrinaggio mutò fisionomia. I tempi furono ristretti a qualche giorno. Le ritualità furono adeguate alle nuove esigenze delle comunità profondamente rivoluzionate dall’emigrazione, dall’abbandono progressivo della terra, e da quant’altro contribuiva a mutare i tradizionali assetti sociali e religiosi. Fra questi bisogna anche considerare l’obsolescenza del linguaggio religioso e la impossibilità, tipica delle comunità chiuse, di adeguarlo alla modernità. Verso il 1980 questo tipo di pellegrinaggio è entrato in grave crisi. Anche lo storico pellegrinaggio a piedi di tre giorni che parte da S. Marco in Lamis a metà di maggio si ridusse a poche decine di persone. Resistevano ancora gli abruzzesi i quali, tuttavia, accorciarono il loro itinerario a piedi iniziandolo da Stignano.
Il nostro convento di S. Matteo, continuando una tradizione secolare, ospitava gratuitamente gli abruzzesi nella data in cui, secondo la loro tradizione arrivano, il 1° maggio e le altre comitive che venivano dalla Campania e dal Molise.
Poi qualcosa maturò. I nuovi pellegrini diretti a P. Pio cominciarono a percepire la complessità del sistema santuariale del Gargano e il reciproco completarsi dei richiami spirituali. Esaurito l’empito emotivo e la curiosità che lo circondava, P. Pio venne percepito non più come un fenomeno straordinario e isolato, ma ben inserito in un ambiente denso di spiritualità e dalla lunga storia nel campo della santità. Anche questi pellegrini cominciarono a visitare gli altri santuari, aiutati in questo dai frati cappuccini, dai capigruppo e dagli operatori turistici. Oggi il processo non è ancora concluso ma è in fase molto avanzata.
In questi nuovi tempi si assiste al rinnovarsi dei pellegrinaggi a piedi. Alcune compagnie che sembravano esalassero l’ultimo respiro, oggi sono vitali più che mai. Il nostro pellegrinaggio sammarchese a maggio scorso contava circa 350 persone di cui i due terzi giovani e giovanissimi, compresi bimbi in carrozzina accuditi dalle mamme. Anche i pellegrinaggi abruzzesi hanno ripreso vitalità con l’inserimento di molti giovani. Ne sono stati istituiti altri come quello di Vieste, di Sannicandro Garganico ecc.
Dal nostro piccolo osservatorio di S. Matteo abbiamo notato un altro interessante fenomeno: quello dei pellegrini isolati e delle piccole comitive. Sono i pellegrini più autentici che, lasciata ogni cosa, vanno per le vie del mondo attirati da una prospettiva vitale in cui Dio è tutto.
In questo scorso anno ne sono passati tanti. Oltre agli italiani sono arrivati anche francesi, tedeschi, spagnoli, olandesi, lettoni. Quasi tutti non portano alcun mezzo di sussistenza. Mangiano quel che viene loro donato, dormono dove possono e si lavano quando possono. Ad onor del vero, raccontano che mai hanno sofferto la fame e solo qualche volta hanno dormito all’adiaccio avendo trovato sempre conforto nei conventi, nelle parrocchie e nelle famiglie.
È un pellegrinaggio duro e radicale a cui non siamo abituati, vera espressione di fede. A volte è un ringraziamento per il dono di un figlio, come ci ha rivelato un signore spagnolo, diretto in Terra Santa, senza un euro in tasca, benché fosse un uomo facoltoso. La maggior parte di essi sono giovani. Tutti si mettono a disposizione per pagarsi in qualche maniera l’ospitalità ricevuta.
Chiudo con un rammarico e un auspicio. In questi ultimi tempi molte cose stanno cambiando, o, meglio, si tenta di cambiarle. Sotto la spinta di richiami turistici e di altro tipo si è sviluppata una pericolosa commistione linguistica tra pellegrinaggio, turismo lento e attività camminatoria, intesi come termini assolutamente univoci e intercambiabili.
L’evasione estetizzante; il diverso dal quotidiano; il contemplare un mondo sconosciuto agli attuali orizzonti culturali; vivere emozioni forti, rese inconsuete dalla schiavitù delle regole e dai rigidi schemi produttivi; vacanza del corpo e dello spirito dove si aprono panorami di regola preclusi alla vita ordinaria sono certamente dei bisogni a cui è necessario e opportuno rispondere. Anche all’interno dei percorsi religiosi si possono sviluppare interessi scientifici, di conoscenza generica, sportivi o turistici, ma, credo sia necessario mettere ordine nei concetti. Il pellegrinaggio, infatti, è un’altra cosa, che convive fraternamente con tutte le legittime esigenze dell’uomo, ma è un’altra cosa.
Infatti, qualche volta, l’elaborazione superficiale e imprudente di questi elementi ha dato origine a strani prodotti il cui involucro conserva la ritualità e persino il nome di pellegrinaggio, ma dai contenuti diversi, quando non diametralmente opposti.
Sarebbe necessario che da parte dei Pastori del Popolo di Dio dedicassero maggiore attenzione al pellegrinaggio per salvaguardarne il suo fondamento religioso e l’alto valore formativo.
P. Mario Villani
S. Matteo, 2 novembre 2012
