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| Da Bollettino della Biblioteca n. 3 - Santuario di San Matteo San Marco in Lamis Foggia, pagg. 210-214 - Anno 2003 |
In ricordo di P. Doroteo Forte
Il viso ornato di perpetua smorfia tradiva i suoi sentimenti verso un mondo che non lo convinceva completamente, ma che, nonostante gli anni, lo divertiva ancora. Si diceva un uomo del passato, e credeva veramente di esserlo. Ma guardava il futuro e faceva progetti come se dovesse vivere in eterno. Poi se n'è andato in pochi mesi di malattia.
Qualche settimana prima avevo trascorso con lui qualche ora. La gioia di rivedermi gli saliva da tutti i pori. Fece sforzi immani per alzarsi dal letto, indossare l'abito religioso, completo di cingolo e cappuccio, e sedersi su una sedia di fronte a me. Anche dinanzi alla morte non rinunciò a gustare la vita, né all'orgoglio di essere francescano, ben cosciente che l'esistenza terrena, i ruoli ricoperti, il bene fatto, tutto, non era altro che grazia.
E i difetti? Certo, anche i difetti. Ma li viveva con l'ingenua cortesia del giullare che non sempre trova le parole acconce; oppure li esorcizzava con innocue sottolineature della bocca che s'accentuavano quando i discorsi diventavano solenni e definitivi, o invitanti, o paradossali, o grotteschi.
Di lui è stato detto che era un tradizionalista. Ma certo non di quelli che affidano alla solida ripetizione di atti le proprie insicurezze, le pigrizie, e l'incapacità di guardarsi intorno, di percepire i movimenti e le variazioni della vita, di leggere i segni dei tempi. La sua tradizione si chiamava abito francescano, inteso come cultura, capacità di leggere e interpretare il mondo, metodo originale di esaminarsi e di progettare. Era ben cosciente che otto secoli di storia francescana hanno lasciato segni di cui a nessuno è consentito di non tener conto.
Quando parlava di fatti e personaggi ormai lontani nel tempo, si commuoveva, ed era evidente il rammarico di aver perso qualche sillaba degli insegnamenti dei maestri.
Cominciò la sua 'carriera' come predicatore. Anche se il suo atteggiamento deciso, la chiarezza di vedute e la pulizia del suo eloquio presto gli aprirono le possibilità di una funzione direttiva nell'ambito della vita della provincia Monastica dei Frati Minori, la sua vocazione restò a lungo quella del predicatore. Né al ricordo degli incarichi ricevuti dedicò mai molto spazio. Si sentiva soprattutto predicatore, che ogni tanto veniva prestato, complice la necessità, a questa o a quella incombenza.
Fin verso gli anni '60 questa fu la sua attività principale. Toccò tutti i pulpiti pugliesi e molisani, con frequenti puntate in altre regioni. A quel tempo la predicazione era una cosa seria; obbediva a regole precise e non si confondeva affatto con la lezione di teologia, o con la catechesi o con la conversazione. Al predicatore non era consentita l'espressione discorsiva e un po’ sciatta del parroco di campagna, né l’asettica pulizia concettuale dell'accademico. Al predicatore si chiedeva robustezza d’impianto, espressione articolata e chiara, dottrina sicura, capacità di porgere attingendo alla vasta gamma degli strumenti retorici, occhio aperto alle necessità dell’ora, vasta cultura letteraria, storica e filosofica. Era normale che le prediche fossero per intero scritte e imparate a memoria. Ci si formava analizzando le prediche di oratori famosi. Insomma essere predicatori era un lavoro specializzato da prendere molto sul serio. Diversi Frati si erano incamminati su questa via costituendo una sorta di collegio a cui si ricorreva per quaresimali, panegirici, settenari, novenari, mesi di maggio ecc. Alcune di queste figure sono rimaste a lungo sulla scena, insieme a P. Doroteo: P. Gabriele Moscarella, P. Leopoldo Nardone, P. Pacifico Stragapede, P. Edoardo Novielli, P. Pancrazio Modugno ecc., per parlare solo dei frati già defunti.
Nel primo decennio della seconda metà del sec. XX si consolidò la sua seconda vocazione, quella dello storico. L'occasione che ve lo spinse definitivamente fu la morte del suo compaesano, era di Rignano Garganico, e amico carissimo P. Leonardo Jannacci. Letterato finissimo e insegnante entusiasta, P. Leonardo si era laureato con una Tesi su un illustre frate Minore dell'Ottocento, anche lui di Rignano Garganico, P. Antonio Fania. Il P. Fania era uno straordinario oggetto di ricerca: poco conosciuto dai manuali di letteratura, aveva avuto contatti stretti con i migliori rappresentanti della cultura cattolica della metà del sec. XIX; era stato un teologo apprezzato dagli ambienti vaticani dove aveva collaborato alla stesura della Bolla di Pio IX con cui il papa aveva proclamato, l’8 dicembre 1854, il dogma dell'Immacolata Concezione di Maria; era stato anche caricato di notevoli responsabilità al vertice dell'Ordine Serafico dove aveva dato un decisivo contributo al rinnovamento degli studi; aveva lasciato una nutrita serie di opere teologiche, di predicazione, di approfondimenti di problemi linguistici, biografie ecc. Il P. Leonardo spesso aveva promesso di riprendere la sua Tesi di Laurea e di darla alle stampe, ma la morte lo colse senza che avesse potuto dar corso ai suoi propositi.
P. Doroteo colse le sollecitazioni dell'amico e riprese le ricerche riuscendo a delineare la complessa personalità del Fania come frate e come superiore provinciale dei Frati Pugliesi, nonché a dipanare i suoi intricati rapporti con gli intellettuali del tempo, con la Curia Romana, a chiarire il ruolo non secondario da lui svolto nella ricostruzione degli studi nell'Ordine e nella fase finale degli studi preparatori della dichiarazione del dogma dell'Immacolata. L'opera, completa e non priva di un certo intento apologetico, vide la luce nel 1961 col titolo P. Antonio Maria Fania di Rignano Garganico, un animatore e un precursore. Fu la prima di una lunga serie di ricerche storiche interrotta solo dalla morte. Seguirono a ritmo incalzante nel 1967 la prima edizione di Testimonianze Francescane nella Puglia Dauna; nel 1973 Itinerari Francescani in Terra di Bari; nel 1975 Movimento Francescano nel Molise. Nel 1978, in occasione del IV Centenario della presenza dei Frati Minori in questo Convento di San Matteo a San Marco in Lamis, diede alle stampe Il Santuario di S. Matteo in Capitanata. Fino alla morte si dedicò alle ricerche archivistiche frequentando con grande assiduità gli Archivi di Stato di Campobasso e di Foggia dov’era di casa. Insieme a queste opere maggiori uscirono alla chetichella una nutrita serie di pubblicazioni riguardanti altri conventi della Provincia, figure di frati, gustosi bozzetti di vita fratresca e il suo borgo d'origine, Rignano Garganico. Nel frattempo collaborava con diverse riviste storiche, partecipava a convegni, teneva conferenze. Alcune sue opere, come il Necrologio della Provincia, attendono di essere pubblicate.
Le pubblicazioni di P. Doroteo Forte hanno il non piccolo merito di aver rotto un silenzio di storia scritta che sembrava far parte degli stessi caratteri genetici dei Frati Minori della Capitanata e del Molise.
Le pubblicazioni storiche di P. Doroteo costituiscono ora un imponente complesso a disposizione degli studiosi che certamente crescerà nella sua potenzialità quando saranno aperte alla consultazione anche le innumerevoli cartelle di documenti, appunti, progetti che P. Doroteo ha raccolto in quarant'anni di ricerche.
Speriamo che qualcuno raccolga l'eredità di P. Doroteo. Spesso diceva con rammarico di non aver potuto scavare in tutti gli archivi che avrebbe voluto visitare. Era quindi ben conscio che la sua opera non voleva essere altro che una pista appena tracciata che altri avrebbe percorso in tutta la sua interezza.
P. Mario Villani
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Gli ex voto si propongono con una vasta gamma tipologica di modelli derivante da situazioni, stati spirituali, ambiti sociali e culturali disparati.
Ex voto di ringraziamento
Ex voto propriamente detti sono i doni fatti a Dio o ai suoi santi sulla base di una promessa (votum). La sua ragion d’essere è il ringraziamento per un favore ricevuto, che può essere sia materiale che spirituale.
A volte il dono consiste in un oggetto dal rilevante valore materiale, a volte il suo valore è del tutto simbolico, altre volte il dono consiste in un’azione continuata nel tempo come la preghiera, o un pellegrinaggio, altre volte in una scelta radicale che riguarda tutta la vita. Celebre il voto fatto da Lutero a Sant’ Anna di farsi monaco se fosse scampato dal pericolo di morte durante una tempesta.
Alcuni pensano che alla base dell’ex voto ci sia una sorta di patto, o di contratto con Dio: l’ex voto in cambio di un favore, do ut des, come dicevano i latini secondo uno schema commerciale fortemente radicato. A questo pensiero di fondo dovrebbe ricondursi la formula, già pagana ma ampiamente accettata anche dalla tradizione cristiana V.F.G.A., Votum Feci Gratiam Accepi, ho fatto una promessa e ho ricevuto il favore, oppure l’altra formula altrettanto frequente P.G.R., Per Grazia Ricevuta.
Probabilmente le formule funzionavano benissimo nella pratica delle religioni pagane antiche, i cui atti di culto non implicavano certo l’interiorità dell’uomo, né lo richiamavano a mantenersi fedeli a una visione superiore e totalizzante della vita. 
Ex voto di devozione e di dedicazione
Il dono degli anelli di fidanzamento, o della veste di sposa, o di qualcosa appartenuta al bimbo appena nato, o del frutto del proprio lavoro, sono segni inequivocabili di un dono che investe ciò che l’oggetto rappresenta: la vita di relazione, il tranquillo scorrere della vita familiare di cui Dio è chiamato ad essere partecipe e garante, la dignità del lavoro o il proprio sereno inserirsi nella vita sociale ed ecclesiale. Spesso questi doni sono preziosi proprio perché è preziosa la vita rappresentata, dono quotidiano del Signore, a Lui ogni giorno ridonata con devozione e gratitudine. Ricordiamo, ad esempio, le vesti della Madonna Nera, nel Santuario di Czestochowa in Polonia, preziose di ori, di perle e di diamanti, e le chiese dello stesso Santuario letteralmente tappezzate da collane di ambra. Ricordiamo anche alcune chiese del Brasile il cui interno è tutto ricoperto da lamine d’oro offerte dai minatori. La preziosità del dono non intende riferirsi al suo valore venale; il devoto non intende arricchire la chiesa, ma semplicemente sottolineare, attraverso la preziosità del dono offerto, la preziosità unica e arricchente del suo rapporto con Dio e i suoi Santi.
Ex voto di presenza
p. Mario Villani
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San Matteo e gli animali della campagna, un antico amore
Tutti i contatti che nel tempo sono emersi hanno come base la devozione verso San Matteo.
Nato come abbazia benedettina col nome di San Giovanni in Lamis probabilmente tra il VII e l’VIII secolo del primo millennio cristiano, il convento di San Matteo sul Gargano nella seconda metà del sec. XVI è protagonista di una svolta che ha inciso in modo determinante sulla sua vita interna e sul suo ruolo pubblico. Finita l’esperienza benedettina nel 1311, e nel corso del sec. XV anche quella cistercense, nel 1578 fu affidato ai Francescani Osservanti della Provincia di Sant’Angelo in Puglia. Quasi contemporaneamente si arricchiva di un ruolo pastorale sconosciuto alla vecchia famiglia benedettina e cistercense stabilendo su nuove basi il rapporto già antico con le numerose comitive di pellegrini che percorrevano i tortuosi sentieri del Gargano Meridionale diretti alla Grotta dell’Arcangelo Michele a Monte Sant’Angelo. L’arrivo del Dente del Santo Apostolo ed Evangelista Matteo verso la metà del sec. XVI dilatò il ruolo religioso dell’antica abbazia aprendola a un rapporto più ampio e stretto soprattutto col mondo dei contadini e dei pastori.
Il culto di San Matteo sin dall’inizio ha assunto una precisa configurazione di stampo popolare sviluppandosi non in relazione alla storia del Santo, o al suo Vangelo, ma nell’ambito di un processo spontaneo di attribuzioni e di rimandi tessuti da un immaginario popolare che vedeva nel Dente offerto alla pubblica devozione qualcosa di funzionale soprattutto in merito a precise necessità del mondo dei contadini e degli allevatori. Quello con San Matteo fu quindi, fin dagli inizi, un rapporto specializzato, aperto particolarmente ai contadini e agli allevatori.
Il Dente di San Matteo rievocava altri denti. L'olio della lampada che ardeva nel sacello del santo fu usato per benedire le persone morse dai cani arrabbiati. Francesco Gonzaga, ex Ministro Generale dei Francescani Osservanti. [Nota 1] scrivendo, nel 1587 dell'affidamento dell'antica Abbazia benedettina ai Frati Minori avvenuta il 14 aprile del 1578, così dice della devozione a San Matteo:
Si quispiam ex circumvicinis rabie laborans sumpto ex lampade, quae in sacello B. Evangelistae Mathaei continuo lucet, oleo laesam partem linierit, ex tempore ab huiusmodi passione liberatur. Se qualcuno affetto da rabbia avrà unto la parte malata con l’olio della lampada che arde perennemente nel sacello del Beato Evangelista Matteo, verrà liberato da tale affezione.
Anche il domenicano toscano Serafino Razzi, in pellegrinaggio al Monte Gargano nell’autunno del 1576, così scriveva:
E più in alto un altro miglio trovammo San Matteo: Badia del signor Giovan Vincenzo Caraffa, cavaliere di Malta, e priore di Ungheria, ove sono liberati gli Indemoniati, e coloro che sono morsi da i cani arrabbiati sono sanati. (Nota 2)

Questo convento che signoreggia interamente il comune di San Marco, è dai religiosi del mio Ordine abitato. La chiesa è un Santuario celebre, perché vi si conserva il Sagrato Dente del Gloriosissimo Apostolo. Tutte le persone da animali rabbiosi morsicate vengon qua a prostrarsi dinanzi alla Statua del Santo, e dinanzi al Dente, ed a sciorre i voti, ond’esser dalla terribile rabbia liberati. Quindi la gran confluenza di tutti i popoli del Gargano, della Pianura Dauna ed anche degli Irpini, e de’ Frentani. [Nota 3]

Naturalmente nelle campagne del Gargano e del Tavoliere, insieme a quelli dei cani, altri denti infliggevano pericolose offese. Cavalli, asini, maiali, orsi minacciano, mordono, scarnificano uomini, donne e bambini in una serie infinita di ex voto, conservati nel Santuario, in cui allo smarrimento impotente per l'improvvisa minaccia fa rassicurante contrappunto l'immagine serena del santo.
Riccardo Bacchelli ricorda con gusto una di tali tavolette visitate intorno agli anni venti. La scena lo impressionò e le dedicò una novella: Agnus Dei.
Al fonte gli era stato imposto il nome di Matteo, che gli giovò quando all'età di dodici anni fu addentato da un ciuco intiero di grande statura, magro come la rabbia e la lussuria e la vecchiezza che l'avevano scarnito sotto il basto e fra le stanghe, sotto il sole e fra la polvere del Tavoliere. I denti lunghi e gialli erano arrivati all'osso del braccio, a metà fra gomito e spalla; e le legnate a ruota pareva che servissero soltanto a levar la polvere dalla schiena affilata dell'animale, e a fargli stringere vie più le mascelle.
Allora intervenne San Matteo, protettore della rabbia degli animali, a disserrare quei denti, quando anche l'osso del bambino cominciava a sgretolarcisi.
La scena si vede dipinta in un ex-voto, dove il sangue umano spiccia al naturale e la ferocia ciuchesca è parlante. Pende con altri molti nel convento di San Matteo sopra San Marco in LamiSan Vi si vedono i bastoni levati e i bastonatori sulla strada dove il fatto avvenne; il padrone del ciuco molto più sollecito che non abbiano a sconciargli l'animale, che non delle urla del bambino; e San Matteo da una parte in una cornice di nuvole. Dall'altro canto del cielo, in una rosa di visi d'angioli, appare colei che non manca mai nelle opere misericordiose. Il ciuco schiavarda la spada di Sansone, e le legnate si fermano in aria. Molti bastoni rotti al suolo mostrano quante gliene avevan già date inutilmente.
Ma nel quadro non poté entrare il seguito. Il padrone dei ciuco, un contadino duro come il suo animale, pretendeva d'essere rifatto dei danni, e voleva due pecore dal padre di Matteo, pastore. Diceva essergli stato sconciato l'asino, il più bello d'un'annata che al mercato d'animali in Cerignola non se ne vide l'uguale mai più; e che la colpa era del ragazzo, passato troppo vicino alla bocca del somaro.
Il padrone dell'asino della novella esagera un po', naturalmente, ma non ha tutti i torti. L'asino resta pur sempre un capitale da difendere e uno strumento di lavoro prezioso. Per questo motivo i contadini garganici e del Tavoliere amano immaginare che la protezione del Santo vada ben oltre le persone e abbracci anche gli animali. Molti ex voto attualmente conservati nel Santuario hanno come protagonisti gli animali, vittime di incidenti e di malattie. Cavalli in preda a violente emottisi, mucche alla mangiatoia tramortite dal fulmine guizzante, pecore gonfie intossicate dai germogli di anemoni sono rappresentanti essi stessi di una povertà che vive di doni restituiti a Dio con immensa gratitudine.
Fra Agostino Mattielli, francescano osservante umbro di Stroncone, inviato nel 1683 a visitare canonicamente i conventi della Provincia di Sant’Angelo in Puglia così scrive:
Hoggi il convento si chiama di San Matteo perché vi fu portato un dente di questo Santo da Salerno, lo diede un cardinale commendatario, che si conserva in sacristia in un ostensorio d'argento et è in gran devozione appresso tutta la Puglia per li continui miracoli che fa e le grazie che se ne ricevono, massime per l'infermità dell'animali dei quali abbonda la Puglia: cavalle, pecore, vaccine, porci e tutti che toccati con l'oglio della lampada che arde all'altare di esso Santo guariscono subito e ciò si vede ogni giorno, poiché vi conducono spesso le massarie intiere a toccargli, e vanno sani. Li più lontani, cioè dell’Abbruzzo, Puglia Alta, di Bari, di Terra di Lavoro che non possono condurgli, mandano a pigliare un frate con cavalli e lo portano ove bisogna e questo (sia sacerdote, chierico, laico o terziario) mette un poco d’oglio in una conca d’acqua con la quale asperge le mandrie intere e guariscono subito e m’è stato certificato da persone degne di fede che lo vedono giornalmente non solo frati, ma preti, baroni e cavalieri. [Nota 4]

I rapporti stretti e frequenti con i transumanti il Santuario di San Matteo li ha sempre avuti attraverso una devozione motivata della preoccupazione per i loro animali, compagni di viaggio, oggetti di cure e garanzia di sopravvivenza, ma non per questo insincera o, peggio, strumentale. [Nota 5]
Questi rapporti passano anche attraverso la specifica configurazione della società abruzzese e pugliese: pastorale e religiosa insieme. Emile Bertaux, attentissimo visitatore, alla fine del sec XIX ci dà un sintetico a splendido quadro del pellegrinaggio al Gargano.
"Il contadino d’Abruzzo o di Puglia, scrive, divide l’anno in due parti disuguali: una per i lavori che procurano il pane quotidiano, l’altra per i pellegrinaggi che devono procurare il Cielo. Ora, se accompagniamo i lavoratori dell’Italia meridionale ai pascoli, ai campi, ai santuari tradizionali, saremo sorpresi di trovarli continuamente per strade e stradine, come girovaghi. Anche coloro che hanno una casa sembrano condurre vita da nomadi”. [Nota 6]
Ogni contadino, ogni pastore abruzzese e pugliese, sembra dire il Bertaux, è anche un pellegrino. Ha notato, anzi, che il pellegrinaggio continua nella intensità di sempre anche quando, nel sec. XIX, l’abolizione del Tavoliere delle Puglie e le profonde trasformazioni politiche, sociali ed economiche in atto, hanno notevolmente ridotto l’afflusso delle greggi transumanti nelle pianure daune. Il pellegrinaggio fa parte della normalità della vita, inserito nel tessuto sociale con un radicamento che va oltre i secoli, gli interessi e le vedute del momento.
Per il contadino, prosegue, il pellegrinaggio non è uno straordinario dovere di pietà, ma un atto periodico della vita, diventato necessario quanto il lavoro di ogni giorno. Esiste per il pio viaggio un tempo stabilito, come per particolari lavori di campagna. Tra i luoghi di culto, cui le folle di contadini si dirigono, non ce n’è uno solo di recente fama. Tutti sono oggetto di culto da centinaia di anni. .. L’itinerario del grande pellegrinaggio di maggio è così fissato per i gruppi più numerosi, che scendono dal Molise e dall’Abruzzo: prima i santuari del Gargano, cioè, oltre la celebre basilica di Monte Sant’Angelo, l’antico eremitaggio di Pulsano, sulla cresta del promontorio, di fronte alle lagune di Salpi, e il convento di San Matteo, vicino San Marco in Lamis; nella pianura di Capitanata, l’Incoronata, presso il fiume Cervaro, una cappella tra ciuffi d’alberi, dove si venera un’icona cento volte ridipinta, scoperta da un cacciatore su una quercia dell’immensa foresta che si stendeva un tempo intorno a Foggia; poi i pellegrini tornano sulla costa e la seguono fino a Bari. (Nota 7)
Il racconto di Emile Bertaux ha un suo corrispondente in un prezioso Rituale di Pellegrinaggio, quello di Ripabottoni, paesino del Molise, in cui il pellegrinaggio viene guardato non da occhi disincantati, che pretendono di essere criterio di oggettività forti di laica lontananza spirituale. Sono, invece, i pellegrini stessi a descriversi, ma attraverso la successione dei passi, delle preghiere, delle soste, dei silenzi, degli impegni, dei mutui scambi. L’tinerario è quello descritto dal Bertaux, e i sentimenti pure. (Nota 8)
Un interessante settore di ricerca che contribuisce ad evidenziare la stabilità di rapporti tra i contadini e pastori abruzzesi, molisani e pugliesi col santo apostolo ed evangelista anche nei tempi lontani dall’annuale pellegrinaggio è quello della iconografia del santo diffusa in moltissime località sparse in quasi tutta la Puglia Piana e sul Gargano, ma soprattutto in tutto l’arco del Subappennino dauno, nel Molise e nell’Abruzzo meridionale. Dappertutto le tradizioni locali fanno riferimento agli allevamenti e alla transumanza. Quasi tutti i paesi del Subappennino hanno la statua di San Matteo. Fra questi si ricorda Castelnuovo della Daunia, Lucera, Biccari, Casalvecchio di Puglia, Volturino ecc. In diversi di questi paesi fino a qualche decennio fa si celebrava il 21 settembre, insieme alla festa, anche la fiera degli animali.
Da uno di questi paesini arroccati sul Subappennino, San Bartolomeo in Galdo, ci arriva una preziosa testimonianza sul rapporto intimo tra San Matteo e gli animali della transumanza.
Il ritornello del responsorio fotografa, per così dire, la situazione devozionale al santo evangelista come si è sviluppata nei secoli secondo l’interpretazione garganica per cui San Matteo è soprattutto il santo degli animali della campagna, come già notava il citato Agostino Mattielli negli ultimi decenni del sec. XVII. Conferisce, in pari tempo, dignità liturgica e istituzionale alla spontanea devozione dei fedeli, diventata, per dirla con Ludovico Antonio Muratori, regolata devozione dei fedeli che chiedono a San Matteo, insieme alla propria, anche la salute per gli animali, loro compagni di viaggio: Come elevi le anime dei fedeli alle altezze celesti, così libera i corpi degli animali da ogni pericolo di morsi e di veleni (Sicut fideles animas/Ad astra coeli sublevas//Sic animantium corpora/a morsu, veneno libera) [Nota 9]. I due emistichi, in perfetto equilibrio sul piano teologico, ma anche su quello degli interessi e dei sentimenti, chiedono per i fedeli la salvezza dell’anima come per gli animali quella del corpo.
Quella delle formule liturgiche è una questione importante perché inserisce la salute fisica degli animali come bene economico in un più vasto orizzonte che trascende, pur comprendendole, le inevitabili preoccupazioni per la propria sussistenza in questa vita. Sottolineano anche la dignità, direi la personalità, degli animali i quali, pur essendo elementi assolutamente indispensabili per la sopravvivenza dell’uomo, tuttavia non esauriscono in questo la loro ragion d’essere. Essi sono degni di vivere, e la loro stessa vita è motivo di una dignità che solo Dio conosce completamente.
In queste orazioni è certamente presente e pressante il timore di perdere un indispensabile sostegno Deus, qui laboribus hominum etiam de mutis animalibus solatia subrogasti; supplices te rogamus; ut, sine quibus non alitur humana conditio, nostris facies usibus non perire [Nota 13]. L’orante esprime tuttavia questa sua preoccupazione attraverso un linguaggio delicato e pudico. Sparisce con la sua boria il re dell’universo a cui tutto si deve e niente si può negare; l’uomo ridiventa ciò che è, un mendicante la cui esistenza dipende dall’incoscia generosità della natura e in particolare degli animali.
La parte iniziale della benedizione manoscritta in onore di San Matteo è da considerarsi una novità. Infatti non è presente in nessuna delle quattro formule di benedizione degli animali riportate dal Rituale Romanum [Nota 14]. Il Canticum Trium Puerorum chiama a raccolta tutte le creature a lodare e benedire il Signore. Indipendentemente dalle sottili distinzioni che la pigrizia umana ha inventato per distinguere tra esseri animati e inanimati, animali buoni e nocivi, da salotto o da lavoro, ogni creatura ha il suo ruolo in un’azione corale di proporzione cosmica in cui tutti sono accomunati, insieme all’uomo, nella benedizione e nel ringraziamento. Benedicite fontes Domino; benedicite maria et flumina Domino: Benedicite cete et omnia quae moventur in aquis Domino; benedicite volucres coeli Domino. Benedicite omnes bestiae et pecora Domino; benedicite filii hominum Domino.
Il frate compilatore sa che, indipendentemente dal suo ruolo in rapporto all’uomo, ogni essere creato ha il suo posto e la sua individualità. Ogni cosa uscita dalle mani di Dio conserva per sempre la sua dignità e a Dio ritorna nel canto e nella lode Hunc astra, tellus aequora, Hunc omne quod coelo subest, Salutis auctorem novae, Novo salutat cantico, proclama uno stupendo inno di Natale del IV secolo. Se l’uomo è chiamato a lodare Dio anche con la voce, gli altri esseri lodano Dio col fatto stesso di vivere. L’humus del Cantico delle Creature è trasparente in questa compilazione, espressione preziosa di una mentalità che, attingendo alla Bibbia, è già proposta di vita, intesa come normale dimensione della vita dai pastori e dai contadini abruzzesi e pugliesi.
p. Mario Villani
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Il testo che segue è opera di p. Mario Villani ed è stato usato per un documentario di 30 minuti sugli ex voto presenti a s. Matteo. Il documentario è opera del sottoscritto che si è avvalso, oltre che di p. Mario Villani per la sceneggiatura, di Ciro Iannacone per la voce narrante (gratis) e di Angelo Gualano per la musica originale che accompagna il filmato ed echeggia il canzoniere popolare sammarchese. Lo scrivente non ha preso un centesimo per il suo lavoro, costato tantissimo impegno. Ah, dimenticavo: il documentario non è stato pubblicato, anche se è stato visto ed apprezzato da molte migliaia di persone. Mancano i soldi, mi diceva il Guardiano dell'epoca, quando gli facevo notare la possibilità di guadagno per la Fraternità. In verità non aveva capito nulla e non gliene importava un fico secco.
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L’ex voto, quindi è, insieme, ringraziamento e proclamazione che solo Dio è grande, padrone degli eventi, padre dei poveri e dei miseri.
I Santi sono nostri avvocati e protettori; la loro intercessione ci avvicina a Dio; anche per i loro meriti Dio ci soccorre nelle necessità. L’ex voto perciò è la documentazione della sollecitudine di Dio verso i bisognosi e della potenza dei Santi che con la loro vita umile hanno servito il Signore e i fratelli.
Le vicende storiche, spesso drammatiche, del convento, soprattutto del sec. XIX, hanno provocato la perdita di molte centinaia di tavolette votive che si erano accumulate nei secoli. Le rimanenti sono contenute entro un arco temporale che va dalla metà del sec XIX ai nostri giorni.
Le materie usate sono povere: sottili fogli di legno, compensati, masonite, carte e cartoni, tele, e soprattutto lamine di ferro. Anche le tecniche della riproduzione delle scene sono diverse, dall’olio alla tempera, alla fotografia al disegno.
La povertà dei materiali usati mette in pericolo anche oggi la loro sopravvivenza. Diverse sono andate distrutte negli ultimi anni soprattutto a causa della ruggine che attacca facilmente le lamine di ferro, dei tarli che svuotano del tutto le tavolette in legno o compensato e dell’umidità che distrugge carte e cartoni. Negli anni scorsi alcuni interventi di restauro hanno consentito la sopravvivenza di decine di tavolette, altre, invece, soprattutto alcune fotografiche sono andate completamente distrutte a causa dell’umidità.
Il mondo contadino e pastorale
Il Dente di San Matteo e altri denti
I cani arrabbiati
Il santuario di San Matteo nasce con un rapporto privilegiato col mondo contadino e pastorale. Il Dente di San Matteo che i buoni contadini della Capitanata vengono a venerare, richiama alla loro mente altri denti, primi fra tutti quelli dei cani arrabbiati. Fin dall’inizio del culto sulle pendici del Monte Celano, San Matteo fu venerato come colui che protegge dai cani arrabbiati. A questo scopo, nei tempi passati, le persone morse venivano portate nel santuario dove ricevevano la benedizione con l’olio della lampada che ardeva nel sacello del Santo.
Cavalli e asini
Fin quando le campagne non furono completamente motorizzate, i denti con i quali i contadini più facilmente venivano in contatto, dopo quelli dei cani, appartenevano alla classe degli animali più preziosi, collaboratori necessari e amici più fidati. Ogni tanto cavalli e asini dimenticavano la propria natura di erbivori e invadevano volentieri il pericoloso campo dei leoni e delle tigri.
Gli asini, si sa, sono animali pazienti e laboriosi, ma quando gli salta la mosca al naso, sanno essere anche pericolosi.
San Matteo protettore degli animali della campagna

I contadini dauni e garganici amano immaginare che la protezione del Santo vada ben oltre le persone e abbracci anche gli animali. Cavalli in preda a violente emottisi, mucche alla mangiatoia tramortite dal fulmine guizzante, pecore e mucche gonfie intossicate da germogli di anemoni, sono rappresentanti essi stessi di una povertà che vive di doni restituiti a Dio con immensa gratitudine.
Ancora oggi molte stalle del Tavoliere e del Gargano hanno ben in vista l'immagine del Santo. Sembra che nella fantasia popolare gli animali preferiti dal santo siano i cavalli molti dei quali nei tempi passati all'anagrafe zootecnica erano insigniti col nome di Matteo. Di qui il facile motteggio comune fra i salaci contadini ti chiami Matteo come un cavallo.
Il rapporto con i cavalli è quasi canonizzato sul fastigio del tempietto in cui è esposta la statua del Santo. Un tondo marmoreo scolpito nel 1927 da ignoto lapicida cerignolano ritrae l'immagine veneranda di San Matteo accompagnata non dalla regolamentare sagoma umana ma dall'inconfondibile profilo di un volto cavallino.
I cavalli e le nuove tecnologie
Ma era sulla strada che il rapporto tra il vecchio e il nuovo si mostrava davvero problematico. I cavalli, come gli uomini, non erano abituati alle nuove regole, il rombo dei motori li faceva imbizzarrire, spesso non rispondevano alla guida dei carrettieri. Accecati dalla polvere, impauriti dai mostri semoventi, i cavalli si scontravano con automobili, autocarri, motociclette, biciclette e perfino con i treni.
La casa e la famiglia
Le malattie danno modo di spingere lo sguardo verso un mondo fatto di cose umili e usuali e tuttavia esibite come preziose. La camera da letto fino ad alcuni decenni fa era non tanto il luogo del riposo e dell'intimità, quanto il quadro da esibire, l'intimo agghindato da aprire solo in occasioni speciali: di regola per la nascita di un bimbo; spesso anche per la malattia e la morte, per l’arrivo del medico o del sacerdote, ma sempre con la medesima solennità e il medesimo orgoglio. Anche nelle situazioni più drammatiche, mai nelle camere vi era qualcosa fuori posto, che non fosse tutto ordinato e pulito.
Naturalmente sono presenti anche le malattie, insieme ai ricoveri negli ospedali, operazioni chirurgiche ecc. Non mancano episodi di violenza domestica, o che hanno per protagonisti briganti e grassatori. Vi sono anche alcune drammatiche scene di guerra.
Nelle tavolette moderne sono più frequenti gli incidenti stradali. Negli ultimi decenni sono cresciute le tavolette che riguardano incidenti sul lavoro, soprattutto nell’ambito dell’edilizia.
Un posto particolare occupano gli incidenti accaduti in terra straniera. Le ataviche condizioni di povertà che ha spinto generazioni fuori dell’Italia non hanno spento negli uomini e nelle donne il rapporto con San Matteo che emerge continuamente con struggente nostalgia nella vita quotidiana, e con maggiore intensità nel momento della solitudine e del pericolo.
Negli ultimi tempi sono cresciute le tavolette che riproducono incidenti di navigazione riguardanti soprattutto la flotta peschereccia di Manfredonia. 

L’arrivo delle tavolette votive nel nostro Santuario di San Matteo, benché non con la frequenza del passato, non è mai cessato. Oggi l’ex voto non è più l’oggetto straordinario e a volte prezioso. Si preferisce la fotografia, molto spesso anonima. Non mancano, tuttavia, espressioni più pensate e personali, come l’ex voto che un anonimo studente di medicina ha disegnato su cartoncino e spedito per posta per ringraziare San Matteo del buon esito degli esami.
p. Mario Villani
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Fortemente ancorate al territorio e alle evoluzioni della sua storia sociale, economica e religiosa, politica e culturale, le tavolette offrono la possibilità di una lettura a vastissimo raggio che, partendo dal dato religioso, investe il campo dell’arte, dell’antropologia e della storia in generale.
Altra caratteristica delle tavolette dipinte è il loro linguaggio enfatico e ridondante che tende a sottolineare la gravità del pericolo corso dal protagonista.
In questa sede mi preme sottolineare di esse solo alcuni aspetti il cui approfondimento può consentire una lettura più completa ed equilibrata.
La tavoletta votiva: un atto pubblico
La caratteristica fondamentale delle tavolette votive dipinte è che sono destinate ad essere pubblicamente lette e proclamate sulla scorta di quanto dice il libro di Tobia:
Allora Raffaele li chiamò tutti e due in disparte e disse loro: 'Benedite Dio e proclamate davanti a tutti i viventi il bene che vi ha fatto, perché sia benedetto e celebrato il suo nome. Fate conoscere a tutti gli uomini le opere de Dio, com’è giusto, e non trascurate di ringraziarlo. E bene tenere nascosto il segreto del re, ma è cosa gloriosa rivelare e manifestare le opere di Dio (Tb 12, 6-7).

In questo la piccola tavoletta che racconta ingenuamente fatti e segreti, è stretta parente delle grandi chiese erette per ricordare nei secoli i benefici ricevuti in momenti particolarmente drammatici della vita di una città o di una comunità. Tra le più famose le monumentali basiliche della Salute a Venezia costruita da Baldassarre Longhena in scioglimento del voto del Doge Nicoletto Contarini in occasione della grande pestilenza del 1630, o quella di Superga a Torino voluta dal Principe Amedeo II di Savoia ed edificata da Filippo Juvarra in ringraziamento per la vittoria sui francesi del 7 settembre 1706. Ricordo anche il bel San Michele che domina la città di Roma dall’alto della mole adriana che ricorda al mondo come la città, decimata dalla peste, sia stata liberata dall’Arcangelo.
La vita in un attimo, il tempo ristretto delle tavolette votive.
L’ex voto documenta il momento stesso in cui il dramma si consuma; l’attimo in cui il mondo esplode e la persona diventa pura fisicità soggetta ad altre leggi.
L’assenza di consapevolezza è totale. L’evento assorbe lo spazio, il tempo, l’essere della persona in un turbinio vorticoso, compresso in pochi istanti, che cambia radicalmente la vita, dopo il quale niente più è possibile di quanto fosse un attimo prima. E’ l’imprevisto e l’imprevedibile che azzera tutto, ciò che si è e ciò che si ha, abilità e ricchezze, insieme al complesso delle relazioni, di affetti e di interessi. La persona che, tranquilla, percorre la sua strada, o attende al suo lavoro, o é immersa nel quieto scorrere della vita quotidiana, circondata da affetti e relazioni stabili e conosciute, d’improvviso non ha più contatti con se stessa, perde la percezione del fluire della vita. Non è in grado di compiere azioni nè reazioni. Il tempo che sta vivendo è talmente ristretto e compresso che non gli è consentito di chiedere o desiderare un aiuto.
Credo che l’essenza della tavoletta votiva sia proprio qui. Il santo è presente all’evento, come sono presenti i parenti, gli amici, i colleghi della vittima: ritratti con le braccia alzate, del tutto impreparati, protestano la loro impotenza, meravigliati e sgomenti incapaci di capire. L’intervento del Santo è contemporaneo, intrinseco all’evento stesso. Il Santo scende nelle vicende umane, è partecipe e protagonista anche lui, interviene dall’interno dell’avvenimento cambiandone il naturale esito.
Dorotino Matteo nato il 4 aprile 1939 a Manfredonia nell’offrire al San Matteo vuole ricordare con devozione al Santo il giorno 16 ottobre 1970 giorno in cui si accasciò su di lui la tremenda sciagura: mentre rincasava con l’auto finisce contro la murata di pietre capovolgendosi più volte sulla strada ne esce illeso. (N. 190)

L’ex voto n. 157 raffigura una scena di violenza brigantesca. Un’automobile percorre una strada solitaria. All’improvviso è incrociata da una banda di briganti armati di fucili e bastoni. I passeggeri guardano spaventati. Poi un lampo abbaglia i malviventi. La Madonna Addolorata, col petto trafitto dalle sette spade, s’interpone; gli assalitori alzano le braccia in gesto di meravigliato terrore.
De profundis clamavi ad te, Domine: l’ex voto e l’inizio di una nuova vita.
Il momento della consegna della tavoletta votiva agli addetti del Santuario segna, il più delle volte, anche una nuova fase della vita del miracolato: quella della riscoperta di Dio nella propria vita.
Appena accaduto l’evento, la persona si ritrova sola, nuda e impotente in una povertà assoluta e senza speranza. Questo ‘ritrovarsi’, benché doloroso e sconvolgente, è tuttavia il primo momento positivo: è il primo attimo di coscienza dopo che l’evento l’ha scaraventata in un mondo sconosciuto. Ora, riacquistato un nuovo scomodo equilibrio, la persona è in grado di percepire i dolori, di far l’inventario dei danni, di guardare se l’abisso in cui è caduta offre qualche via di uscita, se esiste da qualche parte un aiuto su cui fare affidamento.

Tornano alla mente le terzine del primo canto dell’Inferno in cui Dante narra di quel primo momento di consapevolezza (mi ritrovai) dopo che il mentis somnum (San Ambrogio, Aeterne rerum conditor, inno delle Lodi di domenica) lo ha portato a un lungo insensato vagare nella selva oscura (io non so ben ridir com’io v’entrai: tant’era pieno di sonno a quel punto che la verace via abbandonai). Quel primo momento di coscienza gli chiarisce subito la gravità della situazione, la pesantezza del rapporto ricattatorio che subisce da esta selva selvaggia e aspra e forte dalla quale è imprigionato e soffocato, dove è vissuto a lungo, ma da cui ora, se non fisicamente, è spiritualmente tanto lontano che il suo stesso ricordo gli è fonte di terrore, nel pensier rinnova la paura. Tant’è amara che poco è più morte. (Nota)
p. Mario Villani
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