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Nel rituale di Ripabottoni la meditazione e la preghiera acquistano ampiezza e serenità. Il pellegrino vive non più con l'animo del penitente in cammino, ma con quello del figliol prodigo finalmente tornato a casa, rivestito della veste più bella e con l'anello al dito, sebbene col ricordo sempre vivo delle sue infedeltà passate.
La Vergine Incoronata conferisce concretezza quasi materiale alla sua certezza di fede. Lei rappresenta la Felix coeli porta attraverso cui gli uomini, finalmente pacificati, entrano nella casa del Signore. È la Gloriosa Domina, sublimis inter sidera che siede accanto al Figlio, segno tangibile dell'umanità definitivamente redenta, ma con un compito ancora importante, quello di mostrare a noi suo Figlio perché sia ancora nostra via e nostra pace.
Perciò la preghiera più importante che i pellegrini di Ripabottoni rivolgono alla Vergine Incoronata è la Salve Regina, che dicono infinite volte, e soprattutto ripetono in due stupende parafrasi che vale la pena leggere integralmente.
La prima di queste parafrasi è in versi
Dio ti salvi o regina e Madre universale per il cui favor si sale in Paradiso.
Voi siete gioia e riso
di tutti gli sconsolati;
di tutti i tribolati
unica speranza.
A voi sospira e geme
il nostro afflitto cuore
in un mare di dolore
e d'amarezza.
Maria, mar di dolcezza,
i vostri occhi pietosi,
materni ed amorosi,
a noi volgete.
Noi miseri accogliete
nel vostro santo velo,
e il vostro figlio in cielo
a noi mostrate.
Gradite ed ascoltate, pia,
gli affetti nostri (si ripete).
Voi de' nemici
a noi date vittoria,
e poi l'eterna gloria
in Paradiso. (si ripete).
La seconda parafrasi della Salve Regina è in prosa:
'Vi saluto Regina universale, Madre di misericordia; vi saluto vergine Santa, che siete dopo Dio tutto. Delle nostre miserie dolce consolazione in questa vita. Noi tutti imploriamo il vostro aiuto come poveri esiliati, miserabili Figli di Eva. Sospiriamo, cantiamo verso di voi gementi e piangenti in questa valle di lagrime. Giacché siete nostre avvocata, volgete uno sguardo favorevole a noi; e dopo che avremo terminato l'esilio di questa vita, otteneteci il vedere e possedere per sempre Gesù nostro salvatore, frutto della vostre viscere. O clemente, o misericordiosa, o dolce vergine Maria, cosi sia'.

Il titolo di Regina, tuttavia non stabilisce per i pellegrini un distanza irraggiungibile. La Madonna non è percepita come pietrificata in una regalità immobile e incomprensibile; fissata in un sistema di privilegi da cui i comuni mortali sono esclusi.
E' Regina perché Madre di Dio e degli uomini, e come tale per gli uomini è 'dolce consolazione delle nostre miserie in questa vita'. Il suo rapporto con Dio le conferisce, a favore dei fratelli del suo Figlio, una potenza straordinaria; per loro Maria 'dopo Dio è tutto'. Lei è, cito il Rituale di Ripabottoni, la 'porta del cielo, salute degli infermi, consolazione degli afflitti, l'aiuto dei cristiani, madre di misericordia, madre di Gesù Cristo, vergine fedele, vaso spirituale, rosa mistica, regina dei patriarchi, degli angeli, dei profeti, degli apostoli, dei martiri, dei confessori, delle vergini e di tutti i santi'.
La storia della statua ribadisce questo concetto. Gli studi recenti, ampiamente sostenuti dai rilievi scientifici, come è ricordato nella preziosa opera di p. Giovanni D'Onorio De Meo, hanno dimostrato che la statua ha subito modifiche sostanziali lungo i secoli. Le braccia posticce e la loro attuale posizione non rispecchiano l'atteggiamento che l'artista originariamente aveva conferito all'opera d'arte. Inoltre è stato scoperto che la statua in origine aveva in braccio il Bambino, di cui in un certo punto della storia è stata privata.
Probabilmente, come ipotizza il p. Giovanni D'Onorio De Meo, il Bambino fu oggetto delle attenzioni sacrileghe di qualche ladro; è altrettanto probabile che il Bambino sia andato semplicemente distrutto in una delle tante disattente manovre a cui sono sottoposte le nostre statue, soprattutto quelle che attirano maggiore devozione popolare.
Il risultato di queste modifiche fu un'immagine immobile, tesa più a sottolineare l'irraggiungibile regalità della Vergine, che la sua provvida maternità.
Aveva perso la dolcezza della Madre che gioisce e piange per il Figlio, che riconcilia in sé il cielo con la terra rendendo nostro fratello il Signore della vita.
L'atto dolcissimo dell'offerta del Bambino agli uomini suoi fratelli aveva ceduto il passo a un atteggiamento astratto non privo di durezza.
In origine la statua doveva somigliare molto al prezioso dipinto antico che si venera nel Santuario. La Vergine assisa, che presenta il suo Bimbo al popolo devoto, in atteggiamento non dissimile dalla bellissima icona della Theotocos, Madre di Dio, riprodotta a milioni dopo la definizione dommatica del concilio di Efeso nel 431.
Bene ha fatto il Santo Padre Giovanni Paolo II quando, nel pomeriggio del 24 maggio del 1987, ha rimesso il bimbo divino nelle braccia della Madonna.
In questo clima è più comprensibile il titolo di Madre di Dio, dagli angeli Incoronata.
Il titolo di Incoronata rievoca anche la sua difficile vita su questa terra. In quel titolo si evidenzia il profilo evangelico della vita della Madonna, il suo essere attenta alla sequela di Cristo suo Figlio, in un cammino di fede fatto di ricerca, di silenzio e di meditazione, di travaglio della sua adesione a Dio come Madre di Gesù, di dolore, di continuo affidarsi al mistero. La coronazione rappresenta la fine del pellegrinaggio terreno di Maria, la sua esaltazione.
E' significativo che la Liturgia, quando si parla della corona, si rapporti sempre in qualche maniera al concetto di coronamento di una impresa, alla fine di un percorso importante e difficile. Così nella liturgia della consacrazione delle Vergini, in quella della icoronazione della immagini della Madonna, e, fino al secolo scorso, nella liturgia dell'incoronazione dei Re e delle Regine. Ai Re e alle Regine veniva ricordato che la corona che ricevevano non era segno di uno stato raggiunto, fatto di possessi e di privilegi, bensì il segno di un ornamento fatto di virtù e di vita santa; si pregava perciò l'Altissimo di conferire ai Re e alle Regine, se lo avesero fedelmente servito, per l'eternità quella corona di gloria che su questa terra avevano portato in modo effimero.
Anche per le vergini, il Pontificale romano insisteva su questo concetto: la corona è il simbolo della gloria di cui saranno redimiti quelli che su questa terra lo avranno servito con amore e sacrificio.
Il Rituale Romano, nelle edizioni anteriori a quelle del Concilio Tridentino, riportava anche la benedizione delle corone dei pellegrini. Di questa benedizione ormai scomparsa ogni traccia; resta tuttavia qualche ricordo nei rituali o manuali di preghiere dei pellegrini.
Abbiamo ritrovato in alcuni archivi di San Marco in Lamis interessanti frammenti di questi rituali. I pellegrini che per la prima volta s'incamminavano verso il santuario di San Michele, insieme agli altri simboli del pellegrino, la bisaccia, il bordone, il secchiello, ricevevano anche la corona. Questa usanza si allargava in tutta Europa. La corona ricordava ai pellegrini che se avessero percorso con fedeltà e dedizione al Signore il duro pellegrinaggio della vita avrebbero ricevuto l'abbraccio saziante del Padre 'Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo'.
La Vergine Madre di Dio dagli angeli Incoronata è la prima pellegrina della storia.
Lei custodisce le speranze di ogni pellegrino; lei è ciò che ogni pellegrino vorrebbe essere.
Grazie!
P. Mario Villani
Convento San Matteo 25 aprile 2001
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Nel 1950 lo stesso mons. Farina, affidò ai Figli della Divina Provvidenza, fondati da don Luigi Orione, la custodia del Santuario. Da quell'anno la vita del Santuario crebbe in continuazione. Le popolazioni vicine avvertirono subito il benefico influsso dei Figli di Don Orione che avevano riportato lo spirito di preghiera, la dedizione ai pellegrini, il continuo dono di sé a tutti i devoti della Madonna, tutte cose che avevano caratterizzato la vita del santuario nei secoli passati quando nel bosco risuonava il salmodiare dei benedettini di Montevergine e dei cistercensi. I pellegrinaggi aumentavano per cui la vecchia chiesa divenne insufficiente.
Dopo una lunga fase di studio, nel 1953, si decise di realizzare il progetto dell'ing. Luigi Vagnetti di Roma. I lavori andarono avanti fra alterne vicende per oltre dieci anni. Finalmente nel 1965 il nuovo tempio, con il suo alto campanile era una realtà bella e consolante.
La nuova basilica si erge solitaria nell'antico bosco di querce a vegliare sul Tavoliere delle Puglie, ricco di grani, olivi e vigneti. Il complesso del Santuario esprime una felice sintesi fra elementi simbolici e strutture architettoniche tipiche del territorio. La grande area recintata, di cui il santuario è il centro, ispira il senso dell'arrivo e dello stare nella quiete piena di pace della casa di Dio. Ricorda anche gli stazzi, numerosi una volta intorno al bosco dell'Incoronata, disposti a corona intorno alle grande masserie, in cui trovavano rifugio le greggi di pecore dei pastori abruzzesi.
Fra i grandi Santuari mariani della Puglia, quello dell’Incoronata esprime meglio l’attesa operosa e lungimirante della Chiesa di vedere tutti i suoi figli intorno a lei, felici negli atri del Signore. E' la rappresentazione visiva della maternità di Maria e della Chiesa che tutti aspetta, tutti riceve nel suo seno provvido e materno.
L’altissimo campanile è, insieme, segno felice del trionfo della croce, preghiera che s’innalza solenne, voce della madre Chiesa che chiama.
Nel segno della continuità spirituale con i padri che l’hanno fondato e frequentato in questi mille anni, il santuario conserva gelosamente tutto un patrimonio di tradizioni legate al particolare culto della Madonna. Fra le tradizioni ricordo la vestizione della Madonna che avviene il mercoledì precedente l’ultimo sabato di aprile.
Degna di nota è anche la Cavalcata degli Angeli che si svolge il venerdì successivo alla vestizione della statua. Vuole riproporre il tripudio angelico che aveva riempito la selva di canti e luci nella lontana notte di aprile del 1001 quando la Vergine apparve al conte di Ariano e all’umile e privilegiato Strazzacappa. Cavalli superbamente bardati, ornati di lustrini e campanelli, insieme a centinaia di fanciulli vestiti da angeli, da santi e da fraticelli girano per tre volte intorno al santuario in mezzo a decine di migliaia di fedeli che accompagnano il corteo col canto di antiche laudi.
Oggi i pellegrinaggi si esprimono con maggiore sobrietà. Una volta, invece, la gente umile più che con le parole, amava parlare col Signore attraverso la plasticità del gesto e il linguaggio dei simboli. Quando i pellegrini, arrivavano al ponte sul Cervaro o, per quelli che arrivavano da mezzogiorno, alla confluenza del tratturo con la ferrovia per Potenza, usavano togliersi i calzari e percorrere gli ultimi due chilometri a piedi nudi. Era un gesto di umiltà fatto nel ricordo di Mosè a cui sul monte Oreb il Signore aveva comandato 'togliti i sandali perché il suolo che calpesti è terra santa'. I luoghi ove i pellegrini si toglievano i sandali venivano detti 'scalzatori'.
Ora questa usanza, insieme ad altre pratiche penitenziali, non c’è più. E’ rimasto il triplice giro che ogni compagnia compie intorno al Santuario prima di entrarvi. E’ un ulteriore atto di omaggio alla Vergine Celeste, quasi un’anticamera, prima di chiedere umilmente il permesso di essere ammessi al cospetto della Regina del Cielo.
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Nello stesso tempo un contadino che si recava al lavoro con i suoi buoi, alla vista della Signora, capì subito di essere alla presenza della Vergine Santissima. Strazzacappa, così si chiamava il contadino, prese il paiolo che gli serviva per il magro pasto giornaliero, vi versò dal cornetto 'l'olio della mesata', e cioè tutto l'olio che avrebbe dovuto bastargli per un mese intero e, fatto un rozzo stoppino, l'accese in onore della Madonna.
I canti popolari in seguito inneggiarono a Strazzacappa e alla sua sublime generosità in onore della Madonna. Il suo omaggio restò per sempre, come il povero obolo della vedova evangelica, simbolo del Santuario e segno di una fede che tutto dona al Signore e che dal Signore tutto riceve. A questi sentimenti s'ispira la bellissima preghiera che i pellegrini di Ripabottoni tuttora rivolgono alla Madonna Incoronata:
vi preghiamo d'ungere il nostro proprio animo con quell'olio che il semplice campagnuolo volgarmente detto Strazzacappa mise ad ardere a voi sull'albero. Percio fate che nell'anima nostra non manca mai l'olio della fede, l'unzione della ferma speranza e la fiamma della santa carita.
Il nobile conte di Ariano fece costruire una cappella che poi divenne un Santuario famoso.
La chiesina fu affidata a un romito, ma le comitive di villani e di pastori, sempre più numerose, e soprattutto i pellegrini che passavano diretti al grande Santuario dell'Arcangelo Michele a Monte Sant'Angelo, ne consigliarono l'ampliamento.
La nuova chiesa fu affidata ai monaci Basiliani, che la tennero fino al 1139. In quella data il normanno Ruggero II la donò a San Guglielmo da Vercelli che aveva da poco fondato il monastero di Montevergine sulla montagna del Partenio presso Avellino. Il santo vi rimase fino alla morte avvenuta nel 1142 nel monastero di Goleto.

Con la donazione di Ruggero II a San Guglielmo da Vercelli, il santuario dell'Incoronata esce dalla piccola e angusta, anche se gloriosa, storia religiosa della Capitanata per entrare in un movimento religioso di vasto respiro che, iniziato a Cluny nel cuore della Francia nel sec. X, aveva riempito di nuovi fermenti tutta l'Europa. Dopo il torpore del "secolo oscuro", la Chiesa aveva imboccato il difficile cammino della restaurazione svegliando le sue energie nascoste. E' il tempo di S. Gregorio VII, di Matilde di Canossa e di S. Bernardo.
Nella nostra Capitanata quest'ansia rinnovatrice era stata portata nel sec. XII dai santi Guglielmo da Vercelli e Giovanni da Matera.
La storia ci narra le loro peripezie e di come, dopo lungo cercare, abbiano finalmente trovato, intorno al Gargano e alla Capitanata, il luogo della loro pace. Guglielmo da Vercelli, dopo aver dimorato a lungo presso la Grotta dell'Arcangelo a Monte Sant'Angelo, fondò il monastero di Montevergine e, infine, nel 1139, si ritirò all'Incoronata di Foggia per vivere in solitudine con pochi compagni e dedicarsi all'apostolato fra i contadini dauni e i pastori abruzzesi.
Giovanni da Matera, amico e discepolo di Guglielmo, dopo molte esperienze, finalmente trovò la sua dimora nell'antico e ormai abbandonato monastero di S. Gregorio a Pulsano, nei pressi di Monte Sant'Angelo, ribattezzato 'Santa Maria di Pulsano'. I monasteri fondati dai due santi hanno avuto una parte non piccola nella storia civile e religiosa della Capitanata e del Mezzogiorno d'Italia.
A questo punto è da ricordare anche il beato Giovanni da Tufara fondatore dell'abbazia di S. Maria del Gualdo a Mazzocca presso Foiano di Val Fortore, contemporaneo dei due santi di cui si è fatto cenno, il quale, avendo in comune con loro molta parte dell'esperienza religiosa, percorse a lungo le aspre balze del Gargano alla ricerca di un luogo dove vivere in povertà prima di scegliere la solitaria pace della Valle Fortore.
Per questo motivo i pulsanesi preannunciano la nascita degli ordini mendicanti. Anzi, secondo alcuni, l'ordine pulsanese è quello che più da vicino prefigura la spiritualità francescana.
E' probabile che in questo periodo si sia consolidato il rapporto fra il santuario dell'Incoronata con quello di San Michele sul Gargano. I Normanni, cavalieri infaticabili, grandi camminatori, diedero forte impulso ai pellegrinaggi inserendo nei grandi percorsi europei diretti al Monte Gargano anche il piccolo ma già importante monastero benedettino dell'Incoronata.
E' da considerare, inoltre che, poiché il monastero di Montevergine era la casa madre di un rilevante numero di monasteri dislocati in molte regioni del Mezzogiorno, l'Incoronata si trovò a far parte di una organizzazione monastica di vasto respiro, che permettendo un notevole scambio culturale, oltre che di beni e di energie, consentiva al neonato monastero di usufruire di un complesso umano e religioso di grande forza ideale, oltre che di notevoli potenzialità progettuali e organizzative.
Per questi motivi l'Incoronata crebbe rapidamente fino a diventare abbazia autonoma già nel 1143, tre anni dopo la sua fondazione, sebbene fosse rimasta legata alla casa madre di Montevergine. Sei anni dopo, nel 1149, il monastero scoppiava di salute, tanto che l'abate Pietro poté trasferire al monastero femminile del Goleto ben 74 monaci, di cui 12 sacerdoti e 62 coristi perché attendessero alle necessità spirituali e materiali delle monache. Nel frattempo crescevano i possessi fondiari. Iniziarono a manifestarsi anche le prime insofferenze verso la scomoda dipendenza dalla casa madre di Montevergine. Ci furono tentativi di ribellione che vennero sedati con maniere forti nel 1228 dal papa Gregorio IX.
Questo ordine monastico, derivato anch'esso, come i monaci dell'Incoronata, dal grande albero dell'Ordine Benedettino, erano in piena espansione. Nel corso del secolo XIII e nella prima metà del XIV completeranno l'assunzione di tutte le maggiori abbazie della Capitanata, da quella delle Tremiti, a quella di Ripalta vicino Lesina, a San Giovanni in Lamis, attuale convento di San Matteo a San Marco in Lamis.
I Cistercensi rifecero la Chiesa e costruirono un ampio monastero. Austeri e contemplativi, lavoratori infaticabili, diedero forte impulso al santuario favorendo tra le popolazioni la devozione alla Madonna sulla scia spirituale del loro confratello più importante e noto, San Bernardo di Chiaravalle, chiamato doctor mellifluus, grande cantore di Maria.
Secondo il loro stile di vita coltivavano la terra, bonificavano le zone paludose. Fu questo probabilmente il periodo più attivo, prima del 1950, della lunga vita del santuario dell'Incoronata. Con i cistercensi il santuario consolidò la sua presenza benefica tra le popolazioni daune e i pastori abruzzesi con una più esperta e puntuale attività pastorale che comprendeva, oltre che l'assistenza religiosa, anche l'assistenza materiale in caso di malattie, soprattutto della malaria che infestava larghe zone del Tavoliere. Il rapporto profondo e consolidato con i pastori abruzzesi favorì l'estensione del culto della vergine Incoronata fino al lontano Abruzzo.
Probabilmente in questa temperie di forte ripresa religiosa e civile si ascrive la tradizione, che sembra molto fondata, della breve permanenza nel 1295 di San Pietro da Morrone che da poco si era dimesso, com'è noto, dall'ufficio di Sommo Pontefice, capo supremo della Chiesa Cattolica che aveva retto col nome di Celestino V.
Verso la metà del sec. XVI l'amministrazione del monastero fu affidata a dignitari ecclesiastici, chiamati Abati Commendatari, di cui solo di alcuni è stato conservato il nome. Quello della Commenda è un istituto che ha interessato la maggior parte dei monasteri non solo italiani ma anche francesi e tedeschi. Sulla carta il monastero continuava ad essere dell'Ordine che l'aveva fondato o che attualmente lo deteneva. In pratica il Commendatario dirigeva il tutto e teneva i cordoni della borsa. In questo periodo i cistercensi sparirono dalla scena.
Non tutti gli Abati Commendatari giocarono al risparmio, alcuni, per es. il Cardinale Colonna, Commendatario dal 1756 al 1770, s'interessò assiduamente dell'arricchimento di arredi liturgici, della qualificazione dei cappellani, del decoro della chiesa e dei pellegrini coinvolgendo spesso anche lo stesso Vescovo di Troia nella cui diocesi ricadeva il Santuario. Il tono generale instaurato dal regime degli Abati Commendatari nel santuario, tuttavia, era di grande sciatteria religiosa e organizzativa, unita al sostanziale disinteresse per l'edificio e all'incapacità di capire un movimento importante e difficile come quello dei pellegrini, considerati il più delle volte come pura e semplice fonte di risorse economiche.
Di questo periodo si sono conservati preziosi documenti prodotti dai Vescovi, dalle Congregazioni Romane e dagli stessi Abati Commendatari. Questi documenti sembrano un lungo catalogo di disgrazie. Fa molta tristezza leggere, per esempio, alcuni brani della Relazione della Visita Pastorale effettuata da mons. Marco De Simone nel giugno del 1759: 'Rinnovò il decreto che si curino alcune tende, entro quindici giorni, e che si appendano davanti alla porta della Chiesa per impedire l'ingresso alle rondini a che vivano dentro la Chiesa e vi pernottino... Ordinò che per soddisfare la devozione dei fedeli esponga a loro richiesta, alla pubblica devozione, la Icona della B. Maria Vergine, affinché non appaia una sordida macchia di simonia esporla soltanto a richiesta di chi offre fiori per le litanie, sotto pena di sospensione incorrenda del Rettore'.
Il sec. XIX fu il periodo più nero per il nostro Santuario in cui si consolidarono le tendenze di forte decadenza dovute soprattutto alla cattiva gestione delle risorse economiche, frutto dei contributi dei fedeli. Il secolo iniziò con l'occupazione francese del Regno di Napoli. Giuseppe Bonaparte, fra gli altri provvedimenti emanati nei riguardi degli Enti ecclesiastici, provvide ad abolire molti conventi fra cui il monastero dell'Incoronata. Le rendite vennero confiscate e attribuite ad enti pubblici di assistenza. Le molte migliaia di ducati di offerte libere furono in seguito destinate all'Ospedale cittadino, insieme al ricavato della vendita della maggior parte degli ex voto di oro e di argento, mentre le elemosine delle messe venivano drasticamente decurtate. Il risultato fu che i pellegrini, come nota una lettera inviata nel 1861 dal Rettore Giacinto Nigri al Vescovo di Foggia mons. Bernardino Maria Frascolla, cominciarono diminuire; chi andava, poi, decurtava drasticamente le offerte al santuario facendo preoccupare non poco gli amministratori pubblici.
Nel frattempo anche la qualità religiosa della frequentazione del santuario era fortemente decaduta. I pellegrini, come si sa, sono una inesauribile fonte di reddito non solo per albergatori e venditori di ricordini, ma anche , qualche volta per operatori di mestieri dubbi e sospetti. La sciatteria vigente al santuario dell'Incoronata favoriva atteggiamenti disinvolti, apertamente contrari alla sacralità del luogo e addirittura scandalosi. I Vescovi di Troia, prima, e quelli di Foggia poi, fino alla fine del secolo XIX, protestarono, raccomandarono, condannarono, ma tutto fu inutile.
Poi vennero tempi nuovi. I primi decenni del secolo XX videro l'opera solerte dei vescovi e di alcuni amministratori cittadini particolarmente solleciti della sorte dell'antichissimo Santuario; fra questi sono da ricordare Alberto Perrone e Gaetano Postiglione ambedue sindaci di Foggia.
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Ci lasceremo, quindi, guidare dai pellegrini, da questi ospiti privilegiati nella nostra visita al santuario della Madonna Incoronata di Foggia per cogliere interessanti contenuti non solo della storia, ma soprattutto del rapporto spirituale che la Madonna nera seduta sull'albero nell'antico bosco da molti secoli ha con le popolazioni pugliesi, molisane e abruzzesi.
Chi visita i Santuari del Gargano e della Capitanata nota facilmente che molte comitive sono antiche di secoli. Sono gli eredi delle grandi migrazioni devote del medioevo che pongono in unica catena e in successione gerarchica i santuari di Santa Maria di Stignano, San Matteo, Monte Sant'Angelo, Santa Maria di Pulsano, San Leonardo a Siponto, l'Incoronata di Foggia. Molte comitive provenienti dalle regioni settentrionali proseguono per Bari dove visitano il santuario di San Nicola.
Parlando del Santuario della Vergine Madre di Dio dagli angeli Incoronata di Foggia farò riferimento soprattutto a questi pellegrini checontinuano tuttora ad arrivare nei nostri santuari. La grande affluenza di pellegrini alla Tomba di Padre Pio, ha messo un po' in ombra queste comitive antiche, ma la loro spiritualità è talmente radicata e intensa che anche i nuovi pellegrini ne sentono il fascino e spesso ne ripercorrono i passi.
La Grotta dell'Arcangelo è la meta verso cui e per cui le carovane si muovono, gli altri santuari sono tappe intermedie di riposo e di riflessione. Attraverso la successione delle tappe purificatrici, i pellegrini si preparano all'incontro con l'Arcangelo Michele nel luogo terribile della sua apparizione, casa di Dio e porta del cielo. Provengono in maggioranza dalle province di Foggia, Bari, Lecce, Taranto, Brindisi, Campobasso, Isernia, Chieti, L'Aquila, Avellino, Benevento, Napoli, Salerno, Potenza e Matera, Lazio meridionale.
La Grotta di San Michele è il centro di un vero e proprio sistema santuariale in cui confluiscono i santuari di Santa Maria di Stignano, San Matteo, Pulsano e San Leonardo di Siponto e dell'Incoronata.
E', quindi, una strada devota da percorrere nella sua interezza perché rappresenta, nella successione delle tappe e nella completezza dei suoi richiami spirituali, il percorso di conversione che il cristiano è chiamato a compiere.
Tra i documenti riguardanti i percorsi dei pellegrini scoperti negli ultimi anni, certamente il più interessante è il Rituale di Ripabottoni, di prossima pubblicazione.
Questo rituale descrive l'itinerario come un cammino spirituale denso di preghiera, di opere penitenziali e di slanci di gioia, colmo di contemplazione.
E' un vero e proprio corso di esercizi spirituali itineranti in cui i santuari rappresentano i momenti essenziali del terreno viaggio: il ricordo del battesimo, che dà inizio al pellegrinaggio, la strada tracciata dai santi da percorrere con umiltà e gioia, l'incontro col Signore nel luogo inquietante dell'apparizione dell'Arcangelo, la gioia del ritorno.
Il cammino di conversione inizia con la benedizione di Maria santissima di Stignano, prosegue nel segno di San Matteo, San Michele e San Leonardo 'nostri avvocati'; termina con l'abbraccio dolcissimo della Madonna Incoronata di Foggia.
La Madonna di Stignano è la 'Paradisi Porta' attraverso la quale Dio dona agli uomini il suo Figlio unigenito, Gesù nostro fratello e redentore, ed esorta i pellegrini a vivere le promesse battesimali seguendo le orme del suo Figlio: 'fate quello che egli vi dirà'.
San Matteo col suo vangelo rappresenta la via della Parola di Dio.
San Leonardo è un esempio splendido di uomo che ha seguito fino in fondo il Vangelo.
La Grotta di San Michele è il punto culminante dell'itinerario spirituale del pellegrino, dove l'uomo si trova solo con la sua coscienza, sospeso sulla montagna fra cielo e terra, pronto a dire a Dio e agli Angeli suoi un 'si' o un 'no' semplice e definitivo.
Il santuario dell'Incoronata è tuttavia esso stesso al centro di una specifica zona di influenza religiosa che abbraccia vaste zone della Basilicata, dal Subappennino occidentale e dalla Daunia centro meridionale fino alle Murge. Nei secoli passati era soprattutto il santuario dei pastori abruzzesi e molisani che transumavano con le loro greggi nelle pianure del Tavoliere.
Ogni anno, agli inizi dell'autunno, una fiumana di uomini e pecore scendevano dalle fredde balze dell'Abruzzo. Le aride e deserte steppe della Capitanata si rinverdivano con le piogge settembrine, e si animavano di vita nuova da settembre a maggio.
Fino agli inizi del sec. XIX Foggia fu sede della Regia Dogana delle pecore, centro amministrativo della zona, comprendente quasi l'intera Capitanata, assegnata ai pascoli invernali delle greggi provenienti dall'Abruzzo.
Centro religioso di tutta questa popolazione nomade era il santuario dell'Incoronata, presso Foggia. Quando partivano, verso la metà di maggio, i devoti pastori portavano con sé, struggente, l'immagine della Madonna nera seduta sull'albero nella solitaria chiesetta eretta nel bosco di antiche querce.
Pian piano il culto dell'Incoronata valicò i confini del Tavoliere e s'insediò in Abruzzo e dovunque i pastori ponessero la loro residenza.
Si venne a costituire un vero e proprio sistema di santuari dedicati alla Madonna Incoronata, tutti legati indissolubilmente ai percorsi della transumanza. I più lontani: in Abruzzo l'incoronata di Chieti; l'Incoronata di Pescasseroli al termine del tratturo che lega questa città a Foggia e l'Incoronata di Vasto nel pressi del Tratturo Regio; nella terra di Bari, l'Incoronata di Minervino Murge al termine di un percorso costituito dal tratturo dell'Ofanto, su cui s'innestano il braccio e il tratturello fino a Minervino. In Capitanata sono diversi i santuari e le chiese dedicati all'Incoronata nati da specifiche esigenze devozionali dei pastori abruzzesi fra cui i più importanti sono quelli di Ascoli Satriano e di Apricena i quali assolvevano anche il compito di ospitare i pellegrini diretti al santuario di San Michele sul Gargano.
Ognuno di questi Santuari è tuttora, in qualche modo, affiliato a quello di Foggia; si ripetono usi religiosi e devozioni proprie del santuario foggiano e si organizzano pellegrinaggi verso l'Incoronata di Foggia.
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Conobbe e apprezzò l'ideale francescano per opera di P. Giocondo De Nittis, suo parente, che era stato Provinciale della Riformata Provincia di S. Angelo in Puglia e, dal 1884, vescovo di Castellaneta. In casa c'erano altri sacerdoti fra cui don Michele De Nittis a cui P. Scaramuzzi fu sempre legato.
A 15 anni il giovane Giocondo iniziò l'anno di noviziato presso i Frati Minori Riformati nel convento 'Maria Misericordiosa' di Casalbore (Avellino) con il nome religioso di Fra Diomede.
Nel 1899 con decreto del padre Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori, P. Luigi Lauer, tutti i frati del Molise, della Capitanata e della Terra di Bari appartenenti alle antiche province monastiche francescane degli Osservanti, dei Riformati e degli Alcantarini furono riuniti in una sola grande Provincia Monastica che assunse il nome di Provincia Apuliae Sancti Michaelis Archangeli. Anche il nostro Fra Diomede, che da poco aveva emesso la professione temporanea, venne integrato nella nuova Provincia francescana.
Nel 1901 fu inviato a studiare teologia nel Collegio Internazionale "S. Antonio" a Roma.
Nel 1903, non ancora sacerdote, pubblicò il suo primo articolo su L'eco del Serafino d'Assisi, rivista francescana di Genova. Il suo articolo fu messo in bella mostra in prima pagina.
Il 25 luglio del 1903 fu ordinato sacerdote.
Nel 1904 fu di nuovo inviato a Roma per conseguire la laurea in teologia.
Completati gli studi, nel 1905 fu trasferito nel convento garganico di San Matteo a San Marco in Lamis per insegnare teologia ai giovani studenti francescani.
Il convento di San Matteo era stato da poco tempo restituito ai frati i quali erano impegnati nell'opera di ricostruzione materiale e morale dopo il difficile periodo della soppressione degli Ordini Religiosi.
Il P. Provinciale dell'epoca, P. Filippo Petracca, aveva capito capito che l'opera di ricostruzione passava, certamente, attraverso l'osservanza religiosa e un profondo spirito di pietà, ma anche attraverso un vivace e disponibile impegno culturale.
Nel silente storico convento di San Matteo, P. Diomede, per diversi anni, incoraggiato dal suo superiore e amico P. Filippo, approfondì la sua formazione culturale con l'insegnamento, la ricerca teologica, la predicazione e l'attività giornalistica.
Anche se di giovane età, era molto richiesto sia sul pulpito che sulla cattedra.
Si manifestò subito come oratore facondo e dotto, ma anche aperto alle problematiche del tempo e fedele ai propri ideali sacerdotali e francescani.
Del 1908 è l'opuscolo Il Santuario di San Matteo presso San Marco in Lamis scritto ad uso dei visitatori e dei pellegrini sulla scorta di una superstite avara documentazione.
Si rivelò ancora valido ricercatore e felice espositore con il volumetto Problemi cristologici che pubblicò nel 1909 dedicandolo a San Francesco d'Assisi per ricordare il VII centenario della fondazione dell'Ordine dei Frati Minori.
Fino al 1927, pur non trascurando l'insegnamento e l'attività giornalistica, il suo impegno principale fu la predicazione.
La fama della sua parola chiara e dotta superò ben presto i confini della Capitanata, della Puglia e del Molise e arrivò fino all'Umbria, alla Sicilia, alla Sardegna, a Napoli, Milano.
Dappertutto si coglieva l'eco favorevole dei vescovi e dei fedeli, dei confratelli e della stampa.
Ai temi squisitamente teologici si aggiungevano quelli che la vita in continuo divenire sottoponeva all'attenzione del giovane teologo: la stampa, l'amor patrio, il femminismo, la grande guerra, il lavoro, la moda ecc.
Durante la Quaresima del 1926, predicata nella chiesa di Santa Caterina a Chiaia a Napoli, dinanzi a un pubblico folto e attento riunito nella sala 'Verdi' di Palazzo Maddaloni parlò della Modernità di San Francesco.
Nella primavera dello stesso anno predicò il Mese di Maggio a Costantinopoli. I resoconti della stampa furono entusiastici.
Nel 1926 iniziò un nuovo capitolo.
I suoi saggi Il Centenario della Scienza Nuova di Giambattista Vico e L'infiltrazione della dottrina di Giovanni Duns Scoto in Giambattista Vico, e più ancora il suo libro Il pensiero di Giovanni Duns Scoto nel Mezzogiorno d'Italia suscitarono consensi e rivelarono l'autore come personalità eminente nel campo della cultura italiana. Benedetto Croce gli scrisse una lettera di apprezzamento.
Nel 1927 i Superiori Generali lo chiamarono a Roma ad insegnare Teologia Fondamentale e Teologia Sacramentaria nel Pontificio Ateneo Antoniano che già lo aveva avuto studente dal 1900 al 1904.
La tranquilla vita accademica, tuttavia, durò il solo anno scolastico 1927-1928.
Ormai si era fatto un nome come ricercatore informato, profondo, puntiglioso e critico.
Nell'estate del 1928 ci fu una parentesi festosa: il 25° anniversario dell'ordinazione sacerdotale. Il suo animo di eterno fanciullo esultò nella cerchia di amici e confratelli.
Uscirono a ritmo serrato in questo periodo diversi saggi come La dottrina del Beato Giovanni Duns Scoto nella predicazione di San Bernardino da Siena.
Una delle figure che più hanno affascinato P. Diomede è stato Sant'Antonio di Padova. A Sant'Antonio ha dedicato ben tre volumi, oltre a diversi saggi minori: La figura intellettuale di S. Antonio di Padova, La dottrina teologica di S. Antonio di Padova, e Alla scuola del Santo di Padova.
Nel 1923 pubblicò Duns Scoto - Summula, intorno a cui s'intrecciarono consensi e polemiche.
Il giornalismo è stata la vera vocazione di P. Diomede. E' l'unica delle tante attività praticate, che P. Scaramuzzi abbia coltivato dagli albori della sua vita pubblica alla tarda vecchiaia.
Se il lavoro di ricerca lo entusiasmava, nel giornalismo trovava il mezzo con cui esplicare compiutamente il suo essere apostolo francescano.
Pubblicò oltre 500 articoli su periodici e quotidiani, piccoli e grandi, religiosi e letterari: Il Crocifisso Redentore di Roma, Vita Francescana di Napoli, Vita e Pensiero di Milano,Madonna del Pozzo di Capurso, Studi Francescani di Firenze, Antonianum di Roma. e poi: Il Frontespizio, Rivista del Clero, Bollettino di studi bernardiniani, Sophia, l'Avvenire e, soprattutto, l'Osservatore romano.
Nel 1935 i Superiori Generali, allo scopo di utilizzare la sua enorme competenza in campo giornalistico, crearono apposta per lui il 'Segretariato dell'Ufficio stampa per l'Italia Francescana'. Compito dell'ufficio era quello di promuovere, collegare, recensire la stampa francescana d'Italia. Suo compito era anche sviluppare la conoscenza delle cose francescane in tutto il territorio nazionale e di fornire alla stampa le notizie provenienti dagli organi centrali dell'Ordine e dalle varie Province italiane. In effetti, l'ufficio diretto da P. Scaramuzzi fu un punto di riferimento essenziale non solo per i francescani d'Italia, ma anche per quelli di molti paese europei.
Fino al 1963 P. Diomede si dedicò interamente a recensire e segnalare opere francescane; organizzare convegni, mostre di libri, corsi di studio, esercizi spirituali dedicati ai giornalisti, agli intellettuali, alle maestranze delle grandi tipografie romane.
Il suo era vero apostolato che aveva scelto il giornale come mezzo privilegiato, ma che tendeva anche ad evangelizzare lo stesso difficile, e a volte ambiguo mondo della carta stampata. 'Se il P. Scaramuzzi non esistesse, bisognerebbe inventarlo' scriveva il prof. Lamberto De Camillis redattore de Il Quotidiano nel 1946.
Alla fine della sua vita P. Diomede tornava spesso nel suo amato convento di San Matteo.
Nell'aria balsamica del Gargano ritemprava le sue energie.
Il luogo che lo aveva visto sacerdote novello, entusiasta ed aperto alla vita, lo affascinava sempre con l'aria dolce dei suoi boschi, odorosa di timo e un po' aspra, con l'affetto degli amici da cui era sempre circondato e a cui dispensava, con un pizzico di vanità, il suo sorriso fanciullesco, la sua saggezza e i suoi versi estemporanei.
Nel silenzio della natura ritrovava il piacere della conversazione semplice fra le persone dalle quali era stato costretto a vivere lontano ma che non aveva mai veramente abbandonate: gli amici di San Giovanni Rotondo, i parenti, i confratelli Cappuccini, P. Pio da Pietrelcina, i frati di San Matteo, i freschi e vivaci studenti di filosofia che lo chiamavano 'nonnino'.
La sua fervida vita si concluse a Roma il 20 febbraio 1966.
La sua bibiblioteca, insieme ai cinque grossi volumi di articoli e ai suoi manoscritti, è ora patrimonio prezioso della Biblioteca di San Matteo.
P. Mario Villani o.f.m.
