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Unità e brigantaggio
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Finalmente una strada per S. Severo.
In questo periodo di tempo le nuove strade rotabili che, dipartendosi da S. Severo, si andavano aprendo lungo il Gargano verso S. Nicandro e S. Marco, importarono anche un non lieve sacrificio di sangue; scotto pagato soprattutto dai costruttori, dagli ingegneri e dagli addetti al genio civile, sovraintendenti militarmente ai lavori.

Ponte sulla strada S. Marco in Lamis-Stignano-S. Severo, costruito dal Genio Piemontese.
Ponte sulla strada S. Marco in Lamis-Stignano-S. Severo, costruito dal Genio Piemontese.
'Era stata già risoluta nel Consiglio Provinciale, tenuto nei primi giorni di febbraio, ed anche superiormente ritenuto, la costruzione della rete garganica, ossia tante braccia di strada rotabile, fra le quali figurar doveva per primo la strada che unir doveva S. Marco a S. Severo. L’attuazione era del Governo, per cui nel giorno 4 marzo, per prima, vengono qui due compagnie di zappatori del genio, e nei seguenti giorni altre tre, delle quali due si fissano sulla Posta dei signori Gravina a Foresta, per fare il tratto da Brancia a Stignano, ed una nel Convento per lo tratto da quivi alla Cappella, facendosi il resto dalle compagnie di qui. Se era di sommo compiacimento la costruzione di una strada per la valle di Stignano, la quale era stato il desiderio di tutti i tempi, lo dica chi potesse ricordarsi o chi voglia fare attenzione ai burroni che quella valle tuttora offre, o agli avanzi dell’antica via, che possono ancora distinguersi nelle parti più scoscese e dirupate della stessa. Chi aveva cara la vita la scendeva a piedi, per timore di precipitare ad ogni passo insieme con la sua vettura. E di queste povere bestie chi può dire quante ne [furono] precipitate passandovi cariche, specialmente nei giorni di pioggia? Siccome poi lo studio di questa precipitosissima strada tenne occupato qualche tempo gli ufficiali del genio per fissare e tracciare i punti della nuova via, così, prima di dire della sua inaugurazione al cominciamento, diremo qualche cosa dei vari episodi accaduti nel frattempo di questa desideratissima costruzione d’inaspettata provvidenza. Era partito nel 17 scorso febbraio il distaccamento del 26°, ed era stato rimpiazzato, nel medesimo giorno, da quello del 55°. Usciti in perlustrazione nel giorno 6 marzo con una compagnia di guardia nazionale, nella sera medesima ritornarono con una buona caccia di quattro briganti che uccisero nella contrada Canalone, e tutti e quattro erano di Apricena. Nel giorno 15 poi parte per Apricena questo distaccamento, ed il comando lascia al capitano del genio, il quale, per ordini ricevuti nel 16, pubblica un altro assedio di 15 giorni. Per cui tutti quelli che erano in campagna dovevano ritirarsi: ai soliti luoghi fuori del paese, furono situati dei posti di soldati per notte e per giorno, e le pattuglie di soldati e guardie cominciarono le perlustrazioni per la campagna'.

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Stanchezza e resa. Briganti contro briganti. Spunta l’impavido Recchiomozzo.

Foto di briganti.
Foto di briganti.
'Comunque però queste continue e numerose pattuglie per una volta sola si fussero incontrate con i briganti, pure questi erano già stanchi delle continuate persecuzioni, che loro non permisero smontare da cavallo neppure una notte. Molti di essi perciò fecero arrivare a queste autorità delle petizioni per presentarsi con le condizioni e le guarentigie promesse una volta. Essendole state accordate, nel giorno 28, ad ore 20, si presentano per i primi, inermi e senza cavalli, Giovanni e Giuseppe, fratelli Valillo. A due ore di notte, con armi e cavallo, se ne presenta un terzo. Nel giorno seguente 29, ad imitazione dei primi, se ne presentano altri due, uno dei quali. Felice Nardella fu Agostino, stava nascosto in paese, infermo, per avere una mano gravemente ferita. Nel giorno 30 poi, assicurati della lealtà delle autorità che giunsero a permettere piena libertà ai briganti presentati, tra una calca di immenso popolo, aventi alla testa tutte le autorità civili e militari, se ne presentano altri 17; tra i quali Angelo Gravina con tutti i figli, e Nicandro Polignone, ed ognuno con le armi e cavallo. Fino ad oggi, primo novembre, tutti i briganti presentati si sono lasciati liberi, essendoseli pur anche permesso dormire nelle rispettive famiglie. In questo giorno poi si chiusero tutti nel palazzo Serrilli e si piazzò alla porta una fazione.
Nel giorno 2 si presenta Gabriele Galardi di Rignano, con altri cinque di qui, e si permette ai briganti di uscire, (Imprudenza e sempre imprudenza!). Ma a poco numero e alternativamente, accompagnati da un carabiniere o soldato, a fine di evitare nel popolo, quasi tutto da quelli offeso, qualche disturbo.
Verso le ore tre e mezza della notte del giorno 7 fu tirata alla fazione delle carceri una fucilata al chiarore del fanale. La palla colpì nel mezzo della lapide scritta sotto la finestra del custode. Nel giorno 9 se ne presentano altri tre che, insieme ai primi, partono per San Severo nel giorno 12 ad ore 20. Nel giorno 21 si arresta un contadino che portava un abito nuovo ad un brigante; era il figlio di Laloja, il quale, nel sapere arrestato per lui quello infelice, nello stesso giorno si presenta al Delegato di pubblica sicurezza e libera quello in tempo, perché sarebbe stato certamente fucilato.
Stampa raffigurante un brigante.
Stampa raffigurante un brigante.
Con la presentazione di tanti briganti si doveva sperare molto per la comune quiete, ma non fu così, perché ve ne lasciavano ancora una gran parte capitanata dal famigerato Angelo Villani, ‘Recchiomuzzo’, il quale, lusingando questa autorità di volersi anch’esso presentare con la sua compagnia, quando l’avrebbe tutta riunita, le invitò per ben due volte a conferenza sul monte detto lo ‘Strascino’ e poi se ne tornava, come da un armistizio, nel suo quartiere a commettere per le campagne le solite predonerie. Ecco un brigante che sa burlarsi delle autorità! Non pertanto ci credevamo almeno disfatti e per sempre disbrigati di tutti quelli che si erano presentati, e nella speranza di disbrigarci pure degli altri, ad onta delle loro burle, appena giunta la loro volta. Ma, (imprudenze e sempre imprudenze), nella sera del giorno 11 dicembre si vedono venire da Foggia, in una compagnia di bersaglieri, cinque dei briganti presentati: cioè Gabriele Galardi, Nicandro Polignone, Carlo Caggiano, Bonifacio Mimmo e Nicola Gravina, i quali erano stati scelti ed avevano avuto la promessa dell’assoluta libertà, se avessero col braccio della forza distrutti, svelandone i covi, o fatti presentare tutti gli altri che infestavano tuttavia questa campagna. Di questo nuovo compromesso, o meglio, imprudenza, ognuno ne diceva la sua opinione, perché ognuno ben conosceva che le belve di foresta, benché domesticate, pure non è prudenza tenerle senza catena. E infatti, dovendo cominciare le loro perlustrazioni insieme con i bersaglieri per il giorno 15, quattro di essi, meno il solo Gravina, avendosi ricevuto nell’antecedente giorno ognuno il proprio cavallo e le proprie armi, che avevano deposti nel giorno in cui si presentarono, con la munizione corrispondente, da bravi, invece di raggiungere i bersaglieri che fin dall’alba li attendevano fuori l’abitato, scappano a briglia sciolta per riprendere il loro abituale mestiere. Ed i bersaglieri? Rimasero con le mosche in mano! Si dissero tante cose circa la scarcerazione di questi, fino a parlarsi di un deposito di più migliaia, fatto per lo mezzo di un Reverendo Cappuccino paesano, che poi ebbe a soffrire lunga prigionia. Ma chi lo può assicurare? Quello che è certo è che i lupi tornano a fare i lupi, ed il capitano dei bersaglieri tornò in Foggia con le mosche in mano, come diceva. Peraltro, la corsa dei fuggiti non durò tanto a lungo. Nel mattino del giorno 29 si trova cadavere nella valle di Stignano, proprio nella vigna del sig. Gabriele, Carlo Caggiano, ferito nella Foresta dagli stessi compagni. Fu qui portato ed esposto nel solito luogo per ore 24. Continuandosi sempre le perlustrazioni, riuscì nel 28 gennaio 1863 alle guardie imbattersi in una grotta sopra le falde del Monte Castello, da cui da lontano si videro uscire un uomo e due donne; avvicinatisi con tutta circospezione, perché già capirono essere ivi un covo di briganti, ed entrati nelle grotte, vi trovarono grande provvigione di viveri, vari cappotti, calzoni, armi e munizioni, ed un brigante zoppo, che, a cagione della oscurità, non sarebbe stato scoverto, se non avesse fiatato. Al mezzo giorno del 30, nel solito luogo, è stato fucilato. Furono chiamati in Foggia dal Prefetto tutti i galantuomini ricchi proprietari. Partirono nel mattino del giorno 31, accompagnati da moltissima guardia nazionale, perché quella strada era assai infesta dai briganti: il paese era perciò rimasto con poca forza. I briganti, approfittando dell’occasione, verso mezz’ora di notte, avvicinatisi fin sopra la Noce del Passo, tirano cinque colpi verso il Piano, e feriscono nel braccio un contadino che si ritirava dalla campagna. Ai colpi il popolo chiamò allarmi, e vi successe un bisbiglio, forse il più grande di quanti ne erano succeduti. Si calmò poi con l’avanzare della notte, perché i briganti, paghi dell’ingiusto timore, andarono via.
Nel vegnente mattino, primo febbraio, si rinnovarono gli allarmi e i timori, perché circa 20 briganti erano alla vedetta sulla vetta della Crocicchia e 95 altri stavano a S. Matteo. Già si parlava di una nuova invasione, ma non fu così. Provveduti di vettovaglie dai monaci, passarono senza alcun male. Nel giorno 3, avendo incontrato il figlio di Carmine Fusco, Bancarale, il quale, come guardia nazionale essendo stato all’arresto dell’ultimo brigante fucilato, barbaramente lo uccidono. Dopo questi avvenimenti, nel giorno 9 vengono tre compagnie di bersaglieri, i quali, insieme con le guardie paesane, riprendono le pattuglie per vari punti del tenimento'.

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Stato d'assedio. Preti e soldati contro briganti.

Una processione a S. Marco in Lamis.
Una processione a S. Marco in Lamis.
I fatti che seguono sfiorano appena l’importanza di due avvenimenti: quello di Aspromonte e lo stato di assedio. Questo, inasprito dopo Aspromonte, fu proclamato, come si può notare, con molto ritardo e, almeno per S. Marco, a fenomeno brigantesco declinante, per la scomparsa dei suoi capi più animosi e geniali. Si può, anzi, notare questa situazione paradossale: in un primo tempo, briganti numerosissimi e forze regolari scarsissime; in un secondo tempo, stragrandi queste contro gruppi briganteschi sempre più sparuti.
Altro da rilevare è l'animosa fede unitaria e liberale del giovane clero sammarchese: fede animosa e senso di moralità offesa in più modi fanno imbracciare il fucile a questi giovani preti, in aperto contrasto con il comportamento di gran parte del vecchio clero. Ne è da dimenticare che l’arciprete Spagnoli faceva parte della commissione per la repressione del brigantaggio. Va notato, per capire l'importanza della cosa, che a quel tempo il clero sammarchese era fiorentissimo, composto di oltre 60 preti (Nota 6).

'Per li nuovi movimenti [che] si facevano da Garibaldi, le Provincie Napolitane si dichiararono in istato di assedio. Nel 2 settembre [1862] perciò si pubblica con tamburo ancora qui: si chiamano le persone dalla campagna e si mettono le sentinelle a tutte le uscite del paese. Nel giorno 6 arriva un distaccamento del 22° bersaglieri con molte guardie nazionali da Montesantangelo. Non erano questi ancora giunti e due briganti a cavallo, che li avevano seguiti alla pedata, da sopra l’ultimo ponticello della strada nuova tirano cinque fucilate che mettono l’allarme nella folla ed un bisbiglio nel paese. I briganti adunque vogliono burlarsi della forza; continuano le rappresaglie; uccidono un cafone; ad un pastore tagliano ambe le orecchie; e nel giro di pochissimi giorni tolgono replicate volte la valigia della posta. Dietro questi fatti nel giorno 9 si mettono in giro i bersaglieri, e la sera del giorno 13 si ritirano otto cavalli e 11 cappotti tolti ai briganti. Le continue lagnanze di questi braccianti fanno persuaso il maggiore comandante, per cui questi si abitrò dare libera uscita e togliere il cordone nel giorno 16. Nel giorno 21 [settembre 1862] si celebra la fiera di S. Matteo la quale passò come se non vi fusse fatta per lo pochissimo concorso di forestieri. Gli animali neri però ebbero alto prezzo di ducati 25 ognuno. Si fanno in questi giorni molti arresti di donne, parenti dei briganti, e s’intima loro che se da quelli si farà il minimo male per le campagne, per ogni volta una di esse, presa a sorte, sarà fucilata. Era questo per certo uno spauracchio, ma fu per quelle misere meglio che una purga.
Nel giorno 22 i bersaglieri partono per Foggia, ed i briganti, dopo aver licenziato i pastori, chiudono gli animali che trovano, e verso mezzogiorno, nel numero di circa 20, compariscono sopra il vallone, nella solita aiuola, da dove tirano molte fucilate. Succede tosto un allarme ed un serra serra, perché sempre si temeva che avessero voluto entrare.
Essendo tornati nel giorno 24 i bersaglieri da Foggia, viene con essi la sospensione dell'assedio per 20 giorni, per causa della semina che si doveva fare. Intanto si fanno molti arresti, e si pubblica che chiunque porta per le campagne pane e altre vettovaglie senza biglietto sarà fucilato. Si arrestarono in questo medesimo giorno Michele Jatta fu Matteo e Giuseppe Ritoli, detto Malepensiero, perché trovati senza biglietto con pane ed avena, nel mentre andavano per seminare nel Calderoso. Li furono confiscati i cavalli, che poi si venderono all'asta pubblica e nel mattino del 26 si pubblica la sentenza di morte dei due infelici. Si fanno confessare e si mettono in carceri separate. Fu generale il dispiacere e sommo, ma inenarrabile fu poi quello dei loro parenti, i quali giravano le piazze piangendo da forsennati e cercando aiuto e protezione. Tale scena luttuosissima, che conquideva ogni cuore, riuscì pure a conquidere l’animo del maggiore, il quale, vedendosi ai piedi con la faccia nel fango donne mature, giovani donzelle e ragazzi di ogni età, con le lacrime che non poté trattenere, promise di aiutare gli infelici. La sentenza era del capitano dei bersaglieri. Convoca all’istante la commissione di guerra tra gli uffiziali di ambo le armate di linea, cioè, e bersaglieri e, contro della emanata sentenza, si rivolge per la sospensione della esecuzione. Il Ritoli, per la forte compunzione, vedendosi la morte vicina, si rompe il petto con una pietra, sino ad averlo tutto gonfio ed insanguinato. La sentenza non più si eseguì, dimostrata la loro innocenza.

La alluvione del 2014 a S. Marco in Lamis.
La alluvione del 2014 a S. Marco in Lamis.
Nel giorno 30 si fanno armare molti cittadini e di ogni classe, tra i quali fanno parte vari preti giovani, e tutti, in compagnia dei soldati, partono in perlustrazione. Girano tutto il giorno e si ritirano la sera, senza aver visto neppure le vestigia dei briganti. Alle tante mortificazioni, sotto delle quali Iddio volle umiliare questo infelice paese, aggiungere si doveva la dirottissima acqua che nel giorno 3 ottobre, dalle ore 21 sino alle ore 3 della notte, cadde senza interruzione e sempre impetuosa. La piena del Vallone di S. Giuseppe, rotti gli argini sopra l'orto della Badia, s’incanala per quello, riempie tutte le case sottane ivi vicine fino a quelle nell'angiporto Totta: entra per la porta del campanile, occupa sino all’altezza di quattro palmi lo scoverto di questo, la sacrestia dei Fratelli di Cristo, e la piccola sacrestia oscura, entra anche nella sacrestia grande che riempie per un mezzo palmo; finalmente la piena, facendosi strada per sotto la porta di comunicazione del campanile, entra in chiesa ed allaga la piccola navata sinistra di fango, che si fece uscire insieme con l’acqua per la porta grande. Gli orti di questo contorno sono stati tutti coverti di ghiaia. Circa cento capre e pecore da macello, chiuse nella casa di Vincitorio dietro ai pozzi, morirono soffocate. Non si deplorò, per altro, altra vittima.
S. Marco in Lamis: località Zazzano. Vecchia foto della casa di Tardio, a poche decine di metri dalla grava. Della casa ora sono rimaste solo rovine.
S. Marco in Lamis: località Zazzano. Vecchia foto della casa di Tardio, a poche decine di metri dalla grava. Della casa ora sono rimaste solo rovine.
Nel giorno 8 di detto mese si volle fare una seconda perlustrazione con molte guardie e con queste si fanno partire altri sette preti. Si trattengono 5 giorni nello girare la campagna, ma nulla fanno. I briganti invece fanno caccia tra loro stessi: uccidono, cioè, il compagno Marco Nardella Giarrino. Con la di costui morte pare che siasi pagato a rigore alla giustizia di Dio il barbaro omicidio in persona di Raffaele de Nisi, figlio di Pietro, consumato nel giorno 23 giugno 1857. I tre imputati, cioè Francesco e Marco Nardella di Luigi e Fabiano Lallo fu Nunziante, che, per due volte arrestati, seppero evadere il rigore della giustizia umana, non hanno saputo sfuggire anche in questo mondo il castigo della giustizia divina. Il primo fu ucciso nel palazzo di Tardio dai briganti nel 3 giugno 1861; il secondo ucciso dai medesimi in campagna, come sopra si è detto, e l'ultimo finì con la stessa morte nel 19 luglio ultimo.
Ritirate nel giorno 13 le guardie, con soli sei cavalli trovati a riposo, nel seguente giorno se ne fanno partire altri, in cui si fanno comprendere altri due preti. Questa volta le guardie, nel giorno 15, trovandosi nella ‘cesina’ del sig. Tardio al bosco Zazzano, furono circondate da 150 briganti a cavallo: si fece per qualche tempo vivo fuoco da ambo le parti; non vi fu alcun ferito, ma i briganti vi lasciarono 13 cavalli. Le guardie si ritirarono nel giorno 19, e nel seguente se ne fanno partire altre, che, senza alcun bottino, si ritirano nel giorno 26”.

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Donne, oro e briganti. Cattura del 'generale' Del Sambro.

Vieste - Città vecchia: la cattedrale.
Vieste - Città vecchia: la cattedrale.
È il momento più sfrenato della rivolta. Segnali e avvertimenti, grida, canti di disperazione e di morte, fucilate improvvise e crepitii insistenti di schioppi, incendi di case e di boscaglie, vita promiscua nelle grotte, negli anfratti, nelle forre animano e rendono inquieta di giorno e di notte la campagna circostante. Episodi e fatti incidono segni permanenti nei vari luoghi degli eventi più efferati e danno l’avvio a leggende paurose, ormai secolarmente persistenti nella memoria popolare. È, sì, l'ora dell'orgia più sfrenata; dei sensi, del sangue, dell’oro e del vino; un’ora convulsa scandita dal presentimento della fine.
L’anarchia celebra i suoi saturnali, mentre i contadini avvertono di essere fuori del tempo e cercano di rompere il ferreo cerchio dell’ordine, che sempre più li stringe. I briganti quasi sedotti dal loro stato, come falene affascinate dalla luce, essi dalla morte, ormai hanno volto le spalle ad ogni motivo non solo politico e sociale, ma anche morale e umano (Nota 4 - 1. parte) (Nota 4 - 2. parte).
Non rimane, da una parte e dall'altra, che l’implacabile e funesto e incantato giuoco della morte. Per rettificare qualche imprecisione nel racconto del Giuliani, riportiamo alcuni documenti che, più di altri, ci sembrano significativi:

Veduta panoramica di San Marco in Lamis, Borgo Celano e Convento di S. Matteo.
Veduta panoramica di San Marco in Lamis, Borgo Celano e Convento di S. Matteo.
'Intanto nuova caccia di briganti è stata fatta. Nel giorno 7 al Calderoso i lancieri ne uccidono 3, tutti sammarchesi, e molti ne feriscono; nel giorno 9 questi soldati aggrediscono nella vigna di Gentile alle Coppe due altri briganti, con due drude, che, avvisati da un ragazzo, se ne fuggivano. Uno fu preso vivo, il figlio di Profica, e fucilato alla voltata della strada nuova sotto la Cappella in venendo; e l’altro ferito fu trovato cadavere nel seguente giorno a mezzana d’Amelia. Il primo fu esposto a pié della Croce per ore 24.
La comitiva poi, dietro tutte le persecuzioni che le venivano, non lasciava mai intentato quel modo con che danneggiare od affliggere poteva. Nel giorno 10 arrestò questi vetturali che portavano la neve in S. Severo, minacciando loro severi castighi se avessero osato altra volta senza suo permesso portare la neve. La proibizione durò alcuni giorni, e fu un vero castigo per quella popolazione, più sofferente in preferenza nella stagione canicolare.
Libero il freno ad ogni dissolutezza, i briganti, con la profusione del danaro, e con la mostra di gioielli, fila di oro, anelli e altre cose preziose, saccheggiate specialmente nella città di Viesti, avevano di già corrotta la pubblica onestà nel popolo basso. Ognuno di essi, sia o no coniugato, aveva la sua particolare Ciprigna, che gareggiava nello sfoggio con quella del suo compagno. Laonde, a vista di tanto oro, lacerossi la benda ad ogni pudore ed onestà; e noi che stiamo tramandando ai posteri in queste pagine tali fatti, per vergogna vorremmo piuttosto tacere che i mariti prostituivano le mogli, i fratelli le sorelle, gli stessi padri, ma soprattutto le stesse madri, vendevano senza ritegno, anzi con millanteria, la innocenza verginale delle ancora impuberi figlie.
Avvenne che nel giorno 19 giugno, sia per gelosia insorta tra essi briganti, sia per amore di nuovo acquisto, quattro di tali donne volontariamente vendute, furono trovate uccise. Questo primo effetto del comprato amore non mise alcun freno alle spudorate brame; ma sempre e fino alla totale distruzione dei briganti si videro alternatamente come le vendite, così le disfatte di nuove e vergognose vittime'.

'In parabolico movimento si aggira per certo l’umana vita, la quale segna il suo improrogabile termine col terminare della parabola. Aveva Angelo Maria Del Sambro, il generale di campagna, percorsa la sua: la sua ultima ora adunque era per battere. Stava con la sua druda, ed in compagnia di altri quattro briganti, che erano Giuseppantonio Vincitorio fu Pietro, Giovanni Vincitorio (Di Fiore) fu Antonio, Pietro Argentino, detto ‘Cagnanisello’, ed il figlio di Casimiro Peritano di Foggia, come medico della compagnia, nella Cesina del Signor Ciavarella al Piano delle Piscine. Il distaccamento che perlustrava quella contrada col suo capitano, saputo quel covo, lo assalì. Una palla venuta da dentro la casa avrebbe certamente ucciso il capitano, che, di fronte alla porta si avvicinava, se un soldato, che lo precede di un salto, non se l’avesse ricevuta nella clavicola e che morì nel giorno 11 luglio. L'arresto intanto, dopo qualche resistenza, e con l’aiuto del fuoco alla porta, fu fatto: e nel mattino del giorno 28, tra un’immensa folla di gente, la quale era precorsa all’incontro, perché si trattava nientemeno che dell’arresto del generale, furono qui condotti. In venendo per istrada, erano già corsi, in aiuto del loro capo, circa altri trenta briganti; ma, con l’aiuto della forza che da qui partì, conosciuto l’arresto, furono facilmente respinti. Nel giorno istesso, ad ore 21, con la solita pompa funebre e col suono dei soliti tamburi, furono fucilati alla Croce i quattro briganti. Il Del Sambro poi si riserbò per quella volta, perché essendo desso un generale riformatore di comitiva, si volle interpellare l’autorità della provincia, la quale rispose che subito, e sotto la massima responsabilità del maggiore, fosse fucilato. Nel seguente giorno perciò, ad ore 20, fatta la sua ultima pubblica mostra, da impenitente incontrò nel medesimo luogo la stessa morte dei suoi commilitoni. Per non essersi il Del Sambro fucilato lo stesso giorno del suo arresto, non vi mancarono delle voci che dicevano il maggiore molto impegnato con una promessa di più migliaia di salvargli la vita, per cui si era differita la sua fucilazione. Niente di ciò se ne contesta da noi. È certo solamente che nell’arresto il capitano fece non solo una buona preda, ma anche un ricco bottino di danaro e di oggetti di oro'.

Il documento ufficiale, da noi rinvenuto, sulla fine della banda Del Sambro, è il seguente:

'A poche ore del giorno 28 giugno 1862, arrivati i soldati alla tenuta di don Giuseppe Luigi Ciavarella, in una casetta segregata dal resto delle abitazioni rurali, rinvennero di spalle alla porta d’ingresso il medico cerusico don Nicola Perifano, nativo di Foggia, domiciliato in Apricena, che al calpestio della truppa, voltato di fronte il capitano, lo vide fregiato nel petto della effige di Francesco II con nastro. Assicuratosi del Perifano, rinviene accanto a lui il fucile di cui andava armato. Sbigottito lo stesso della forza, confessò che nelle altre case di prospetto ed in poca distanza vi era Angelo Maria Del Sambro con altri otto della comitiva. Con un movimento della truppa, nel mentre si cingeva la casa rurale, tre briganti, che erano al di fuori, fecero fuoco e ferirono gravemente nel petto il soldato Ludigiano Francesco e si diedero a precipitosa fuga, ma si riuscì assicurare Pietro Argentino di Michele, refrattario della leva del 1861, che si era aggregato alla banda Del Sambro. Costui con altri due compagni e tre donne si chiusero nell’abitazione, facendo un’ostinata resistenza e solo si arresero e depositarono le armi allorché la truppa diede fuoco con combustibile ed erano sul punto di soffocarsi dal fumo. Gli arrestati furono Angelo Maria Del Sambro, Giovanni e Giuseppantonio Vincitorio, Pietro Argentino, don Nicola Peritano e le tre donne Vittoria Cursio, druda di Del Sambro, Annantonia Ciavarella e Maria Michela Stoduto, mogli dei due Vincitorio. Nell’istesso giorno i quattro compagni di Del Sambro pagarono il fio delle loro scelleraggini' (Nota 5).

Continua il Giuliani:

San Marco in Lamis. Imbocco della grava di Zazzano.
San Marco in Lamis. Imbocco della grava di Zazzano.
'Nello stesso giorno il resto della comitiva uccise altre sette femmine della compagnia, delle quali quattro di qui, perché ben giudicava essere causa della loro rovina la compagnia di tali donne. Nel giorno 3 luglio il distaccamento del 49° viene sostituito da tre compagnie del 26°.
Si sperava che, fatta la caccia del capo, la comitiva avesse dovuto un po’ umiliarsi. Inutili speranze! Si animano invece le gare fra loro, e riviviscono le vecchie inimicizie. Fabiano Lallo uccide nel giorno 14 l’altro brigante Alessandro de Nisi, al quale anni dietro aveva pure ucciso un fratello; e nel giorno 19 morì della stessa morte per mano di altri compagni insieme alla sua druda; che al primo colpo di fucile si sgravò di un feto a cinque mesi. E, come se fosse venuta la distruzione di tali donne, nel giorno 4 agosto ne uccidono un’altra, che era sorella di Del Sambro, nel giorno 7 un'altra; e nel giorno 8 precipitano viva nella grava di Zazzano quella donna arrestata col brigante Giuseppe Nardella il 2 marzo. Sono continue le perlustrazioni per le campagne, ma rarissimi gli scontri con i briganti. Invece si trovano dei cavalli a questi appartenenti, sia per casualità sia per avuti indizi; ma quasi sempre cavalli sfiniti, magri, zoppi, lasciati in abbandono. Rare volte ancora dei buoni se ne presero, ed erano quelli che smontavano per lasciarli a riposo, dopo che avevano presi degli altri che avevano in serbo. Così avvenne nel giorno 13, quando la pattuglia recò quattro bellissimi cavalli, tra i quali vi era quello di Nicandro Polignone, il quale usò un bel modo per riaverlo. Fece presentare da lui, minacciato per la vita, il vero padrone di S. Severo, dal quale lo avea preso, con i debiti connotati del cavallo e certificati necessari: lo riebbe col patto, ma invece di portarlo in propria stalla, lo consegnò a lui che attendeva vicino Stignano. Gli altri furono venduti all'asta pubblica e comprati dagli ufficiali della truppa.
Nel giorno 23 venivano da S. Severo le monete in bronzo del nuovo sistema ed accompagnate dai soldati. A Foresta furono assaliti dai briganti in gran numero: vi fu un lungo attacco e, se non correva a tutta fretta l’aiuto da qua, le monete sarebbero state predate'.

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Altri episodi. Fucilazione a carnevale e sfratto di frati.

La facciata della Chiesa del Trionfo del Purgatorio.
La facciata della Chiesa del Trionfo del Purgatorio.
'L'effemeridi, di cui ci siamo occupati, ci porgono veramente di tanto in tanto dei curiosi episodi che non vogliamo trasandare, onde interrompere per poco la filastrocca che non finisce per ora.
Insieme col 49° vi stava qui, pure sotto il comando del maggiore Rajola, una compagnia di guardie mobili, delle quali era capitano un tale Valentini di Foggia, giovane a 22 anni. Nel giorno 4 febbraio costui, insieme a un amico paesano, si avvia di corsa a cavallo per la strada nuova verso S. Matteo: veniva da quella parte, anche alla corsa, un altro cavaliere paesano. Arrivati sul terzo ponte, ove la strada fa una piccola curva, e senza che nessuno dei tre avesse potuto fermarsi, per dare ad altri passaggio, si scontrarono con tanto impeto il petto del cavallo che veniva da sopra con la testa della giumenta cavalcata dal capitano, che, da una parte stramazzò questi con la giumenta, e dall'altra lasciarono rovinate le gambe del cavallo e del cavaliere. Il Capitano, rotti i denti incisivi, si credeva già morto, ma poi si riebbe: la giumenta però vi lasciò sotto all’urto. Il cavallo poi, rovinato nella spalla, lasciò sfregiato. Nella chiesa del Trionfo del Purgatorio si vede il quadro votivo. Ora, senza fermarci lungamente in questo mese, per dire che nel giorno 13 le diverse pattuglie del paese, di notte, standovi molta neve, inseguirono a fucilate fuori S. Berardino, nella vigna di Ciaravolo, tre uomini, i quali prima tirarono una pistolata, lasciando tre cappotti, una pistola, una frusta ed un cappello; che nella stessa notte arrestarono tre individui portanti maccheroni, vino ed altro ai briganti; e che negli ultimi giorni del mese la guardia di San Severo, di Sannicandro e di Apricena, pattugliando per lo nostro tenimento, distruggevano ed incendiavano quante casette e pagliai incontravano, sotto il pretesto di togliere ricoveri ai briganti.
Passiamo al seguente mese di Marzo, che ci somministra a narrare fatti di maggiore importanza. Era il secondo giorno di marzo, e, senza sentirsi quei popolari baccani, soliti a farsi specialmente dalle popolazioni napolitane, concorreva nella massima quiete il primo giorno di carnevale, un insolito strepito militare, entrando dalla estremità della piazza, eccitava la curiosità del popolo. In mezzo a una colonna di militi marciava, legate le mani e le braccia, il brigante Giuseppe Nardella, ‘Potecaro’, cugino del più volte ricordato Agostino, e portante ancora seco le armi sue. Al suo fianco incedeva, pure con affettata modestia, una donnetta piuttosto graziosa di San Giovanni Rotondo, e vedova del brigante Cosimello, ucciso nel Calderoso nel giorno 8 agosto passato anno, la quale si era volontariamente data a colui fin dalla morte di suo marito. Se di entrambi uno fu l’arresto, diversa però ne fu la sorte. La donna dopo alquanti giorni uscì dagli arresti, ma il brigante dopo poche ore uscì di vita. Ad ore 22, in mezzo a tutta la pubblica forza, parata a festa, preceduta dall’affliggente rintocco di due tamburi scordati, e da quasi tutto il popolo, concentrato in piazza, ahi quanto cambiato nel fisico!, il reo non con la donna, ma con un sacerdote al fianco, procedeva. Che volete! Un apparato così triste, non mai certamente da noi veduto, faceva sgocciolare dagli occhi di ognuno involontarie lacrime, non già per compassione del reo, che mai ne usava con chicchessia, ma per commiserazione dei traviamenti umani.
Veduta di Castelpagano all'ingresso della Valle di Iancuglia.
Veduta di Castelpagano all'ingresso della Valle di Iancuglia.
Arrivati alla Croce per lo lungo giro della piazza, segnò con la sua morte il secondo numero di simili infamie. Nel giorno 3 ci fu attacco sulle cime di Castello con 12 briganti: se ne prese uno ferito, forestiero, che fu sul luogo fucilato, ed il cadavere qui portato ed 8 cavalli. E siccome era stato dato per guida ai soldati un brigante presentato, così col di costui aiuto nel giorno 8 ne furono trovati altri cinque cavalli lasciati come inutili; e nella posta di Ciufelli; a Foresta, fece trovare nel medesimo giorno cinque lancie di quei lancieri uccisi nel 31 di dicembre.
Si capiva bene da tutti che il miglior modo ed il più sollecito per liberarci una volta per sempre da questa fatale genia, era quello di riuscire a persuaderli per la presentazione, perciò nel giorno 20 un'apposita commissione di galantuomini si presenta ai briganti nella contrada Sambuchello, fatto però prima un vero armistizio, per parlarli. La proposta fu ricevuta da quei pochi che vi erano, con la condizione che essi dovevano prima conferire con tutti i compagni per decidersi, e che, per ciò fare, volevano tre giorni di tempo, durante i quali ritirar si dovevano tutte le pattuglie dalla campagna. Scorse questo perentorio, ma la presentazione dei briganti non avvenne. Invece sembra essersi vieppiù sfrenati a far del male. Poiché nel giorno 2 aprile aggrediscono il corriere postale e gli tolgono la valigia delle lettere. Per altro fecero ciò che altre volte, prendendo le sole lettere di ufficio. Nel giorno 12 tolgono il cavallo ad un contadino, il quale, insistendo per riaverlo, fu fortemente battuto e poi ucciso con due colpi di fucile. Nello stesso giorno uccidono l’intiera carovana di 27 bovi di un proprietario sammarchese, e bruciano circa duemila pecore di un avvocato abruzzese. Furono poi accorti di redimere subito la loro barbarie, assistendo nel giorno 17 in numero di 60 alla funzione del giovedì santo, nel convento di Stignano, lasciando abbondante limosina a quei padri, ed a quanti poveri vi si trovavano.
San Marco in Lamis. Contrada Cardinale. Una gallina che si disseta.
San Marco in Lamis. Contrada Cardinale. Una gallina che si disseta.
Si fa di nuovo un generale movimento di forza: in Puglia, a S. Leonardo, a primo maggio si prendono vivi e morti nove briganti e i loro cavalli, lo stesso dì nel nostro tenimento, a Cardinale, i sannicandresi dopo uno scontro prendono 13 cavalli; in altra contrada nel giorno 2 i sammarchesi prendono altri 5 cavalli. Pare che con queste perdite i briganti avrebbero dovuto perdersi di coraggio: Ohibò! Di cavalli ognuno ne teneva in serbo fino a due, di uomini erano ancora in numero; e quei che morivano essi li dicevano i più minchioni. Perciò adunque non si ammansiva la loro ferocia. In fatti nel giorno 7 uccidono nella Marana del Marchese il giovane agrimensore Don Antonio Schiena. Nella grande comitiva aveva già preso parte Angelo Gravina con i suoi 5 figli, dopo che per qualche tempo furono latitanti per imputazione di furti di animali. Un solo figlio a nome Pasquale non sempre si immischiò nei facinorosi avvenimenti, come si diceva, ma si ristette in quella vita nascosta; per cui, essendo stato arrestato inerme nel giorno 20, espiata una piccola pena correzionale in queste prigioni, fu posto in libertà. Il Del Sambro, divenuto grande per fama, e per infamia, voleva estendere ancora le sue industrie e mettersi nella classe dei proprietari. Si aveva già formato una greggia di 200 capre, tutte scelte, che pascolava a Foresta. Nel giorno 23 furono qui portati dalla forza, e per due mesi circa, fino a che furono vendute all’asta pubblica, fecero scialare di latte e carni, i soldati, che le avevano confiscate. Nel giorno 5 giugno dal Signor Prefetto della Provincia viene ordine di chiudersi il convento di Stignano, assegnandosi a quei frati un perentorio di tre giorni per uscire e trasportarsi le robe. Dispensandoci noi di esporre le cause di un tale ordine, crediamo sufficiente trascrivere l'uffizio del prefetto Del Giudice, risponsivo a quello del Sindaco:

San Marco in Lamis. Convento di San Matteo.
San Marco in Lamis. Convento di San Matteo.
‘Prefettura di Capitanata - Gabinetto - Foggia, 6 giugno 1862. Signore, sono dolente di non potere annuire alle sue premure. Il convento di Stignano è stato nido dei briganti, ed è; e codesti naturali, presso i quali la predoneria è fatto abito, potrebbero smettere alquanto di questa loro superstizione ed essere più onesti. Se il brigantaggio non cesserà, mi vedrò costretto a chiudere pure il convento di S. Matteo. Codesto paese è lo scandalo della Provincia e del Regno; né le persone agiate hanno alcun potere, o fingono di non avere per insinuare alla massa il rispetto alla proprietà e l’ubbidienza alle leggi. La stessa guardia nazionale è fiacca, e gran parte di essa è manutengola ai briganti. Né voglio farvi meno dirle per codesto paese, il quale è il seminario di tutte le comitive, io mi sono visto obbligato di invitare il Ministero a proporre alla Camera leggi di eccezione; cioè la deportazione in Sardegna delle famiglie dei briganti e di tutti coloro che sono creduti loro fautori. Così solo ho fede che questo flagello potrà cessare e potranno acquistar pace i pochi onesti di codesto comune, fra i quali mi piace di annoverar lei. Il Prefetto - firmato Del Giudice -‘.

Uscirono adunque i monaci del convento di Stignano e di essi parte furono ricevuti in S. Matteo e parte si alloggiarono in questo Ospizio, sino a che si appigionarono una casa più decente, ove tuttavia sono stanziati'.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?