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La famiglia cerignolana tra '800 e '900
di Beatrice Cuccovillo
Condizioni socio-economiche

La famiglia Dal web
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Nel 1881 - in base ai dati dell'Annuario Statistico Italiano del 1887-88 - l'intero Comune di Cerignola conta 24.446 abitanti; ben 22.659 dei quali risultano agglomerati nel centro principale, nel paese. Questa tendenza all'inurbamento trova conferma nei dati del censimento del 1901, secondo cui 1'87% della popolazione vive aggregata in paese, e soltanto il 13% sparsa.
Analizzando specificamente la suddivisione in fasce sociali secondo le stime di Luigi Conte, redattore nel 1859 di alcune note su Cerignola, su circa 20.000 abitanti i contadini sono 8.751, ma indubbiamente questa cifra deve essere ampliata, se si tiene conto che tra i 6.750 cerignolani classificati come possidenti, oltre ai grandi e medi proprietari, sono compresi anche i piccoli proprietari, ovvero coltivatori diretti che, non di rado, prestano la loro opera in qualità di "braccianti avventizi" per integrare le entrate del lavoro di contadini-proprietari e che rischiano continuamente di perdere la loro già scarsa proprietà, per i debiti contratti nei periodi difficili.
Che la terra posseduta da costoro fosse scarsissima, in percentuale infinitesimale, è confermato, tra l'altro, dall'inchiesta parlamentare condotta da Presutti nel 1909: la grande e media proprietà insieme raggiungevano una percentuale del 98% su 61.004 ettari di terra coltivata.
In ogni caso, è lecito ipotizzare una prevalenza di braccianti salariati, del tutto privi di proprietà, e di affittuari. A Cerignola, il nucleo familiare si forma quando i giovani raggiungono 18- 20 anni e "abbandonano" la casa paterna per uno spazio privato. Per questo abbandono, le fonti esaminate concordano circa la tendenza negativa in atto nella famiglia cerignolana: un tempo conglobata attorno al capofamiglia, tenderebbe oramai a sfasciarsi, disgregandosi in tanti più piccoli nuclei familiari al momento delle nozze.
Questo processo è fatto risalire alla metà dell'Ottocento: precedentemente, anche nel momento in cui il capofamiglia diventava inabile al lavoro, i figli rimanevano uniti attorno a lui; ora invece, il padre, divenuto inattivo, si trasferisce a casa di un figlio o di un genero, mentre gli altri componenti della famiglia contribuiscono al suo mantenimento esclusivamente in termini economici.
La famiglia Dal web
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Per illustrare, sia pure sommariamente, le modalità di vita - durante il secolo scorso e i primi decenni del Novecento - di una famiglia cerignolana appartenente alle classi popolari, è d'obbligo soffermarsi da principio sulle condizioni abitative. Queste, anche nelle inchieste parlamentari tendenzialmente. volte a sottolineare soprattutto gli elementi positivi e le situazioni di netto miglioramento rispetto al passato preunitario, rappresentano forse il principale motivo di "scandalo", nel momento in cui si andavano a descrivere le condizioni di vita per la maggior parte della popolazione meridionale.
Secondo Luigi Conte, di solito "ardente d'amor patrio", il quartiere più antico di Cerignola si presenta come un labirinto di vicoli che danno accesso a "una serie di spelonche o grotte", di contro alla città nuova, dotata di strade ampie, illuminazione e pulizia.
Generalmente, la situazione delle abitazioni è ritenuta peggiore nelle cittadine rispetto alle condizioni, già deplorevoli, di quanti vivono in campagna.
La famiglia Dal web
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Se nell'inchiesta agraria Jacini si ha solo un accenno generico ad abitazioni anguste, senza luce né aria, umide, tanto che "le pareti scabrose ed annerite gocciolavano per l'umidità su pavimenti rotti ed infossati", come riferisce Angeloni, e se lo stesso Jacini, nella sua relazione conclusiva, ricorda tutti i braccianti costretti a vivere in "tuguri affumicati ... coi polli, coi maiali e colle capre, nel 1909 l'inchiesta Presutti appare, invece, più specifica, presentando dei riferimenti diretti anche alla situazione di Cerignola.
A proposito di questa cittadina, si deplora la cura per la "facciata", ovvero la tendenza a nascondere, con un "sipario di pietra" (così è definita la via principale e le sue abitazioni signorili), le precarie condizioni dell'abitato, a cominciare già dalle stesse vie che si diramano da quella principale e che spesso sono appena delle viuzze nemmeno lastricate.
Dall'inchiesta Presutti si rileva che ben 623 case - il 7,8% dell'intero abitato - sono costituite da . ambienti seminterrati. Le condizioni abitative dei contadini risultano paradossalmente peggiorate proprio là dove - è il caso di Cerignola - la loro situazione economica va migliorando.
La famiglia vive in pochi e stretti vani o addirittura in un solo vano nel caso di abitazioni semi sotterranee. Si dorme su un letto - nel Museo Etnografico se ne può osservare un esemplare - composto da un sacco di paglia o di stoppa ammuffita; le coperte non sono altro che sacchi, o brandelli di tela, cuciti tra loro.
Ecco a proposito la testimonianza di una anziana bracciante cerignolana, Lucia Barbarossa: "prima, figlio mio, in un letto marito moglie e tutti i figli che tenevi tra i piedi, cimici, pulci, pidocchi in una casa, non ci potevamo vivere, tre quattro famiglie che stavamo .... Dentro le case poi la paglia delle ristoppie del grano quella tenevamo per letto, la paglia della ristoppia.
Cimici, pidocchi, promiscuità: è superfluo sottolineare quanto questa situazione incidesse sulle condizioni igienico-sanitarie delle famiglie, pur tuttavia è comunque attestata una forte esigenza verso la cura e la sistemazione ordinata della propria casa, una esigenza sempre più pressante con il passare dei decenni, così che contadine intervistate ad Orsara negli anni '70 sottolineano, tra orgoglio e rassegnazione, quanta parte del loro tempo sia stata dedicata, e continui ad esserlo, al lavoro domestico.
D'altra parte, in relazione a questo tipo di strutture abitative e alla mancanza di un sistema fognario, la situazione è oggettivamente disastrosa per tutto l'Ottocento. Uno stato di cose con ripercussioni notevoli sulla salute, dalla mortalità precoce dei contadini (il can. Conte ritiene che la durata media della vita, nel 1855, sia di 34 anni per gli uomini e 35 per le donne), all'alto tasso di mortalità infantile (nel 1826, per fare un solo esempio, risulta pari al 63%), e tutto ciò anche per la mancanza di assistenza e per l' alimentazione precaria.
Anche a Cerignola l'alimentazione dei contadini si basa essenzialmente su pane, legumi e verdure. La famiglia consuma collettivamente il pasto soprattutto a sera. Non di rado c'è un unico piatto comune intorno al quale ci si raccoglie. Il vasellame consta di elementi-base, quali la "pignatta" per i legumi, e alcune pentole o padelle. La quantità e qualità del vasellame da cucina dipende evidentemente dal livello economico di ogni famiglia e dall'evoluzione delle condizioni di vita della popolazione.
Le stesse considerazioni valgono anche per gli oggetti da illuminazione, ci si trova così di fronte a materiali di vario tipo: dalle candele di sego ai lumi ad olio in terracotta, alle lampade a petrolio (meno diffuse che in Italia settentrionale).
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Il Museo raccoglie diversi esemplari di stoviglie e alcuni lumi. Prima di concludere questa rapida panoramica sulla condizione della famiglia contadina cerignolana, è opportuno soffermarsi sull'educazione e sull'istruzione istituzionale dei bambini. Dalla monografia del can. Conte si apprende della presenza di 4 scuole pubbliche comunali per le classi povere, due delle quali destinate alle bambine che, tra le varie attività scolastiche "vi trovano l'insegnamento delle prime arti donnesche". In ogni caso il numero dei bambini che le frequentano è decisamente esiguo in proporzione all'intera popolazione infantile ... Come si sa, i bambini rappresentano un valido contributo per i genitori, in termini produttivi; d'altra parte, esiste nella popolazione una certa diffidenza nei confronti dell'istituzione formativa, diffidenza che tende ad acuirsi poi nel caso delle bambine.
Ancora nel 1855, nel corso dell'inchiesta Jacini, Angeloni definisce le scuole di base "deficienti o inefficaci", mentre sottolinea il valore formativo del servizio militare, nel senso che "i lavoratori i quali sanno leggere e scrivere e far di conto sono, per la più parte, quelli che tornano dal servizio militare".
L'Amministrazione locale gli appare - ed è - incapace di obbligare o persuadere alla frequenza scolastica che, anche quando risulta attestata, è estremamente saltuaria ed incompiuta, motivo per cui pochi bambini conseguono la promozione.
La successiva inchiesta Presutti sostiene che la scuola dell'obbligo è frequentata, più o meno saltuariamente, dal 30% della popolazione infantile, il che rappresenta un notevole successo in rapporto all'8% attestato nel periodo preunitario, ma si tratta pur sempre di valori estremamente bassi sia in termini generali sia nel caso specifico di una popolazione, quale quella cerignolana, prevalentemente accentrata nel nucleo urbano. Stando così le cose, non sorprende, da un lato, che in Capitanata, alle soglie dell'Unità, la maggior parte della popolazione sia analfabeta, e, dall'altro, che l'indice di alfabetizzazione cresca con estrema lentezza nei decenni successivi.

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Calzolaio Dal web
Calzolaio Dal web
Il Catasto Onciario del 1742 ci permette di individuare una certa varietà di mansioni - quasi una gerarchia - nell'attività di questo settore artigianale. Dal "lavorante di scarparo" al "solapianelle" allo "scarparo" e al "calzolaio", per finire all'artigiano più qualificato, il "mastro scarparo".
Ci soffermiamo essenzialmente sulla figura del calzolaio, cioè di quell'artigiano che realizzava scarpe di vario genere: scarpe basse, i skarpeine, scarpe con lacci, i skarpe allacceite, gambaletti, i skarpe a ggammalètte, mezzi stivali, i mizze stuele, stivali, i stuele, scarpe eleganti da passeggio, i skarpe de lusse, e scarpe più robuste per la campagna, i skarpe de faure.
Il cuoio e le altre pelli necessarie - vitello, capretto, mucca dura - venivano acquistati presso due magazzini all'ingrosso locali, uno di Michele Noè e l'altro di Cesare Azzollino.
La realizzazione di una scarpa iniziava dopo aver preso le misure - con strisce di carta - della lunghezza del piede, della forma e larghezza della pianta, dell'accollo. In base alle misure il calzolaio sceglieva la forma di legno, la forme de lègne, più adeguata, fra le tante che aveva in dotazione, diverse per genere e per numero. Sulla forma si montava prima la base o pianta, in cuoio più spesso, il calcagno, u forte, e la mascherina o cappelletto, la ponte de la skarpe, in cuoio più sottile, bagnando in precedenza la pelle in modo da farla asciugare già montata sulla forma stessa. L'asciugatura impegnava alcune ore. Tutto intorno con l'ago e lo spago, di varia doppiezza (a 5-6 capi per le scarpe normali, a 8 capi per quelle da campagna), veniva cucito il guàrdolo, u guarduncille, una striscia sottile di cuoio. Successivamente, veniva montata la tomaia, che veniva prima ritagliata - con il trincetto, u kurtidde - su un modello di cartone (il calzolaio ne aveva una ricca serie che modificava secondo le esigenze), quindi veniva tirata e modellata sulla forma, sulla quale veniva inchiodata con chiodini, i spengulèlle, di diversa misura, a seconda del tipo di scarpe.
Calzolaio Dal web
Calzolaio Dal web
Seguiva la montatura della suola, in tre fasi.
Si iniziava con la messa in opera dello strato più interno, quello a contatto del piede, in cuoio leggero. Poi si inseriva - come intercapedine - uno strato di cuoio più sottile, u sckeime. Infine, si montava quello più esterno, a contatto con il suolo, in cuoio di maggiore spessore.
La scarpa veniva terminata con la montatura dei tacchi, il cui taglio andava levigato, insieme a quello della suola, con il biségolo. Si passava, poi, cera calda, stendendola con la liscia, u péte de purke, mentre la tomaia veniva lucidata con una vernicetta nera o marrone.
Sformata la scarpa, si rendeva la suola più sicura passandovi della cera.
I lacci, soprattutto quelli più grossolani e resistenti per le scarpe da campagna, si ottenevano con strisce sottilissime di pelle di mucca che, passate sotto il ferro da stiro a freddo, si attorcigliavano a mò di spago.
Oltre quelli già citati, numerosissimi erano gli arnesi che il calzolaio usava e che teneva in ordine sul deschetto, u vanghetidde du skarpere, tra i tanti ricordiamo: la raspa, la raspe; il punteruolo, u puntareule; la lesina, l'assugghije; pinze di varie misure e per occhielli, i ppinze; tenaglie, i ttenagghije; il martello, u martidde di skarpere; il marcapunti; gli aghi; rotoli di spago di varia doppiezza; il salvapunti di ferro; il ferro a lingua; il piede di ferro; lo scatolino della cera, u sckatelidde e la cere.
Fra i calzolai ricordiamo: Antonio Cascella, Ruggero Divito, Michele Granato, Matteo Milazzo, Pietro Pugliese, Michele Pierno (fornitore di scarpe, gambali e stivaletti dei vigili urbani di Cerignola), Martino Russo.

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Atteezzi dello scalpellino
Atteezzi dello scalpellino
La presenza a Cerignola dell'attività artigianale dello scalpellino (*) viene documentata storicamente dal Catasto Onciario del 1742, nel quale troviamo notizie relative a tale Nicola Farruso di Cristoforo, "chianchiero", cioè lavoratore della pietra, di 35 anni, tassato, con la moglie, cinque figli e la madre, per 16 once.
Scalpellino Dal web
Scalpellino Dal web
L'attività dello scalpellino fu molto fiorente tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento, nel periodo in cui la città si arricchisce di costruzioni a carattere civile e religioso che esaltano l'utilizzazione del tufo a vista con decorazioni plastiche in pietra. L'abilità dello scalpellino si rivelava in tutta la sua maestrìa e creatività nelle decorazioni plastiche di ingressi monumentali, scalinate, stipiti, architravi, mensole per i balconi, cornicioni, doccioni, ed ancora nei fregi, negli stemmi, nei girali e nelle iscrizioni; nella realizzazione dei cordoli, dei termini lapidei delle fosse granarie con incise le iniziali dei proprietari, i loro stemmi e il rispettivo numero della fossa in loro possesso; nella preparazione dei termini lapidei che segnavano i confini delle proprietà terriere dell'agro di Cerignola; nella messa in opera dei lastricati e dei marciapiedi.
Alla fine dell'Ottocento i grossi monoliti di pietra, di circa 4 x 2 metri, giungevano a Cerignola, dalle cave di Trani, Bisceglie, Apricena, Bitonto, Monte Sant'Angelo, per mezzo della rete ferroviaria. Si trattava di vari tipi di pietra, da quelle più dure (Trani e Bitonto) a quelle più tenere (Gargano). Arrivati allo scalo ferroviario della nostra città (soppresso negli anni '60 e situato nello stesso luogo in cui è stato costruito il nuovo palazzo di città, nell'articolato complesso urbanistico del rione Ferrovia) venivano caricati su pesanti carri di legno trainati da più cavalli ed avviati ai cantieri di lavorazione.
La lavorazione iniziava con il taglio o spaccatura dei grossi blocchi. Operazione molto delicata e difficile in quanto anche un solo colpo male assestato poteva creare scheggiature e fenditure non previste, "guastando" la pietra. L'artigiano con una matita ed un listello di legno tracciava una linea sul blocco squadrandolo superficialmente. Tale linea veniva tracciata sempre a qualche centimetro dal bordo in modo tale da evitare possibili scheggiature. Quindi, il blocco veniva solcato leggermente per tutta la sua lunghezza - in senso longitudinale e nella zona mediana - con un piccolo piccone dalla corta impugnatura; il solco veniva poi rifilato con la bocciarda, la buggiarde, un grosso martello con bocca munita di un numero vario di punte piramidali (quattro, cinque, sei, otto, dodici), a seconda del tipo di lavorazione.
Il blocco veniva lavorato prima nella parte inferiore, poi in quella superiore, mantenendolo sempre in posizione inclinata e fermo per mezzo di alcuni cunei di legno, i kugne. Veniva disgrossato e livellato con uno scalpello di 20 cm con taglio a cuneo, u skupezzoune, o con un martello adatto, u martidde a skapezzoune, oppure u martidde de la kianke. Infine, veniva rifinito con vari attrezzi, fra i quali ricordiamo: lo squadro, u squadre; il trapano, u trapene; gli scalpelli, i skarpidde; il calcagnuolo, la gravenèdde, una specie di scalpello con una tacca in mezzo alla punta; i punteruoli, puntidde, puntèdduzze, puntidde grusse; lime e raspe, leime e rraspe de la kianke; le martelline, a più denti, la marteddeine a quatte, a cc inke, a sseije, a gotte, a ddudece.
Fra i tanti altri attrezzi ricordiamo anche la martellina per lavorare gli abbeveratoi e il mazzuolo, la mazzètte, per rompere la pietra.
Fra gli scalpellini operanti a Cerignola nel nostro secolo ricordiamo: Domenico Carducci; Pasquale Desantis e il figlio Cosimo; Antonio Graziano; Gioacchino Lisanti e il figlio Matteo; i fratelli Michele e Nicola Santoro; Giuseppe e Salvatore Caggiano; Michele Giannacco; Francesco Monopoli ; Giuseppe Ventrella; Sergio Claudio; Giuseppe Claudio; Vincenzo Bufano; Daniele e Vincenzo Ventrella; Nunzio Dirienzo.
(*) Da www.scalpellino.eu Fino a quarant' anni fà arrivando nelle vicinanze di una cava si udiva come suono predominante il tintinnio dei martelli sugli attrezzi d'acciaio e il brontolio di qualche pistola ad aria compressa che preparava le cognare per tagliare le pietre. Oggi si sente il forte rumore delle seghe diamantate e delle bocciarde ad aria. Le cave si sono trasformate in moderni laboratori che producono opere perfette e lo scalpellino può lavorare solo grazie all'intenditore o realizzando lavori che le macchine non possono fare come opus incertum, pavimentazioni con pietre spuntate, opere in facciavista, restauri su rustici rifacendosi agli originali. Nel periodo in cui s'udiva ancora il rumore dell'acciaio dei ponciotti e giandini, in altre parole i ferri che servivano per tagliare e per rifilare la pietra, erano spesso ricavati dall'acciaio degli assi dei camion poi forgiati e battuti e alla fine temperati per avere i requisiti adatti allo scalpellino. Le punte per la spuntatura della pietra erano delle verghe d'acciaio ottagonali di 17-18 mm di diametro, tagliate a pezzi poi forgiate, battute e temperate adeguando l'acciaio alla durezza della pietra. Gli scalpelli erano dello stesso genere delle punte ma predisposti a fine forgiatura con taglio. Oggi i pochi scalpellini rimasti utilizzano le punte temperate come una volta oppure usano le esagonali da muratore o quelle più dure con le punte in widia; i veri scalpellini s'improvvisavano fabbri forgiandosi, battendosi e temperandosi i propri attrezzi a secondo della pietra da lavorare. I giandini, scalpelli e bocciarde hanno ormai di solito placche in widia. I martelli utilizzati sono tipo mazzetta da 1 kg circa per i lavori comuni, più piccoli ma con la stessa forma per fare alto-basso rilievo, mazza da 5 kg circa per battere i ponciotti o cunei che tagliano le pietre. I manici dei martelli come da tradizione, erano ricavati solitamente dal legno di bagolaro o albero delle sassaie (Celtis Australis), visto le sue qualità di durezza ed elasticità. I rami venivano tagliati e lasciati riposare per un paio d'anni e poi lavorati secondo l'impugnatura desiderata.

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Prodotti di fornaciai
Prodotti di fornaciai
La presenza delle fornaci a Cerignola risulta documentata a partire dal XVIII secolo, mentre per i secoli precedenti sappiamo solo che Cerignola si riforniva di embrici da Lavello e Minervino, fiorenti centri artigianali.
Il Catasto Onciario del 1742, documenta la presenza di due nuclei di fornaci: la Fornace Vecchia, vicino al convento dei padri cappuccini (attuale sede palazzo della posta, in piazza Duomo) ; l'altra nell'orto del convento dei padri carmelitani (attuale sede municipale).
L'esistenza della fornace presso il convento dei padri cappuccini, demolito nel 1933, viene attestata anche dal toponimo Fornaci Sgarro, attribuito ad una strada - oggi denominata san Francesco d'Assisi - nelle immediate vicinanze del convento.
Il convento dei padri carmelitani possedeva, oltre ad un giardino con alberi, una casa in muratura e pozzi di acqua sorgiva, una fornace per gli embrici e i mattoni, il tutto per comodità dei fornaciai di cui conosciamo anche i nomi: Giovanni Borrella, "imbriciaro", di anni 48, tassato, con la moglie e otto figli, per 24 once; Riccardo Maggio, originario di Andria, di anni 60, con moglie e tre figli, di cui Giuseppe, di 25 anni, fornaciaio come il padre. Uno sprofondamento del terreno - verificatosi a causa delle eccessive piogge - nel cortile interno del palazzo di città ha portato alla luce, nell'agosto del 1987, resti delle strutture di un'antica fornace con grossi coaguli di embrici, a file sovrapposte, alquanto fusi tra loro a causa della cattiva riuscita della cottura.
Fervente era l'attività delle fornaci nel XIX secolo.
Prodotti
Prodotti
Tra le ditte maggiori operanti a Cerignola nel 1830 ricordiamo: la famiglia Sgarro e la famiglia Campaniello, le più antiche, e i Ferraro, provenienti da Terlizzi. La ditta Sgarro produceva laterizi (mattoni e tegole) e le ditte Campaniello e Ferraro orci e vasi. Ricordiamo inoltre i fratelli Francesco e Raffaele Grimaldi, Gaetano Zaccagni e Vincenzo Uva.
Furono costrette a spostare continuamente la sede della loro attività a causa dell'espansione urbanistica, che richiedeva l'ubicazione delle botteghe artigianali ai margini dell'abitato.
Intorno al 1896 le fornaci furono costrette a un primo trasferimento, dalla zona a ridosso del convento dei cappuccini alla zona a ridosso dell'attuale villa comunale, nell'area compresa tra il parco della Rimembranza, via Puglie e il mulino Pizzi (oggi De Sortis).
Un ulteriore spostamento si verificò, agli inizi del Novecento, proprio a causa dell'impianto della villa comunale, verso l'imbocco dell'attuale via Tiro a Segno; poi, nel 1904, quello definitivo in via delle Torri, donde fu dato a tutta la zona il toponimo Fornaci, rimasto tuttora ad indicare l'area residenziale sorta da quando, nel 1976, i terreni furono espropriati ed assegnati a cooperative edilizie. Questa data segna la fine di una delle attività artigianali caratteristiche di Cerignola.
una fornace
una fornace
Fra i manufatti dei fornaciai ricordiamo:
vasi da fiori, i ggraste: la graste a quatte, la grasta lisce, la grasta rizze, la graste a ttré, la grasta mezzeine, la grastudde, la grastecèdde, la graste a kkasciunitte, la graste ki pite, la graste ki mmaneke, u grastoune (da 50 a 100 cm di diametro); bacinelle: u kofene, u kufanidde, u mizze kufanidde, u funne kiatte, la kunkarèdde, u kantaridde, la kuarteire;
laterizi: coppi, i kijnghe dritte, i kijnghe kurve, i kanaloune; mattoni, mattunacce, sbrigghije, téatre, zukkalètte; figuli, i karusidde; orci: la rasoule, la mézza rasoule, la rasulèkkije; u cicene tré ssolde, u cicene mezzeine, u cicene tré kkuarte, u cecenidde; la ggiarre, la giarrettèdde, u vukeile, u vukalètte; orci per animali da cortile: i palummeire; salvadanai: i karusidde.
L'argilla necessaria proveniva da cave delle zone finitime di San Marco, Pignatella di Sotto, Montegentile, a circa 6 km da Cerignola, verso Canosa. Dagli inizi del Novecento, invece, dalle cave di Canosa (argilla gialla), trasportata agli inizi dagli stessi fornaciai con i carretti, successivamente portata direttamente a Cerignola con i camion.
Era da evitare l'argilla ricca di granuli di carbonato di calcio poiché questi, polverizzandosi al calore del forno durante la cottura, potevano provocare la formazione di fori e crepe sulle pareti dei manufatti.
Il ciclo lavorativo dei fornaciai iniziava con la frantumazione e la polverizzazione delle zolle di argilla per mezzo di magli, i magghije, grossi martelli di legno; la polvere veniva poi passata ai vari setacci, i farneire, e, infine, messa a bagno in acqua per un paio di giorni, in un'apposita vasca in muratura, per favorirne l'amalgama e agevolare la successiva lavorazione con le mani che rendeva l'argilla morbida, pronta per essere spalmata sul tornio.
Un fornaciaio al lavoro
Un fornaciaio al lavoro
Il tornio era un attrezzo in legno costituito da due piatti, di cui l'inferiore più grande, collegati da un asse verticale, perpendicolare ai loro centri. Il piatto inferiore, fatto roteare col piede dal fornaciaio seduto, trasmetteva il movimento - attraverso l'asse - a quello superiore sul quale il pane di argilla veniva modellato sfruttando il movimento rotatorio.
Per facilitare la lavorazione l'artigiano inumidiva costantemente le dita e l'oggetto attingendo l'acqua da una ciotola di argilla, u kravatte, mentre da un'altra ciotola, più piccola, u nappe, prelevava piccole quantità di amalgama di argilla per i ritocchi e le aggiunte.
Il tornio ha mantenuto pressoché inalterata nel tempo la sua struttura, se si eccettua la parte compresa fra l'asse e il piatto superiore, dove - per evitare l'attrito - è stato utilizzato, nel corso degli anni, prima uno straccio oleato, la pezze abbagneite all'ugghije, poi la cotica oleata, la koteke all'ugghije, e, infine, un cuscinetto metallico a sfere.
Dopo la lavorazione al tornio i pezzi venivano riposti su basi quadrate di legno, i retidde, e messi ad asciugare: prima al chiuso - per almeno mezz'ora - per eliminare l'eccesso di umidità, far consolidare i manufatti ed evitare i possibili danni di una immediata esposizione al sole; poi all'aperto, disponendo i pezzi appoggiati al muro e capovolti, sottasoupe e mmukeite, per far asciugare bene il fondo.
Sezione trasversale e longitudinale di una fornace
Sezione trasversale e longitudinale di una fornace
Nelle giornate di pioggia o particolarmente fredde l'asciugatura veniva completata in un apposito locale riscaldato, u skaldatorije, un piccolo locale poco distante dal forno, ma simile per struttura, riscaldato con aria calda, i sfeume, prodotta bruciando paglia umida: questo per due volte al giorno, la mattina presto e la sera prima di smettere di lavorare, e per un paio di giorni.
Durante l'asciugatura sui manufatti si depositava una patina biancastra simile a muffa, la palummèdde, che dava origine alla formazione di caratteristici righini.
Asciugati, i pezzi erano pronti per la cottura.
Il forno era costituito da due strutture sovrapposte: quella inferiore - la camera di combustione - interrata; quella superiore - la camera di cottura - seminterrata.
Tutto il forno era rivestito in cotto - per rendere gli ambienti refrattari - e presentava sui lati alcuni sfiatatoi.
Alla camera di combustione si arrivava per mezzo di un corridoio deambulatorio, rivestito in cotto ed accessibile grazie ad una rampa di scalini, che terminava proprio dov'era l'apertura della camera di combustione, apertura attraverso la quale il fornaciaio immetteva il materiale da bruciare.
Attraverso tale corridoio si poteva accedere anche ad un altro ambiente, a volte presente nella zona sotterranea, destinato a deposito di paglia.
Una robusta grata, costruita con mattoni refrattari e poggiante su una serie di archetti in mattoni di argilla, separava la camera di combustione da quella superiore di cottura, in modo tale che i manufatti non venivano a diretto contatto con la fiamma ma ne ricevevano solo l'intenso calore.
La camera di cottura presentava una copertura a calotta in muratura, rivestita in cotto, ed era alta circa 1,70 m.
Il fornaciaio procedeva al riempimento completo della camera di cottura utilizzando circa mille pezzi, cominciando da quelli più grossi, impilati e capovolti, e quindi quelli più piccoli, uno sull'altro. I pezzi piccoli venivano utilizzati anche per riempire quegli spazi che alla fine dell'infornata rimanevano vuoti.
Riempita la camera di cottura, nella camera di combustione veniva appiccato il fuoco, prima bruciando paglia umida, i sfeume, per poco tempo, poi frasche miste a sansa per tenere moderata la fiamma.
La cottura era una fase molto delicata: la fiamma e la temperatura dovevano essere mantenute costanti per evitare un essiccamento troppo veloce che avrebbe potuto crepare l'argilla. Quando sugli oggetti cominciava a presentarsi una certa patina caduca - akkummènzene a skurzelé - veniva immediatamente aumentata la temperatura, facendo attenzione che il fuoco fosse sempre in posizione centrale, nné rreite nné nnanze, servendosi, per fare ciò, di frasche di olivo, i paddutte de fraske, introdotte e spostate, alla bisogna, con appositi forconi.
Kurreite! I cicene stanne kulanne era il grido di allarme che si sentiva quando nel forno si era creato eccessivo calore, che faceva fondere l'argilla, rovinando irrimediabilmente i manufatti.
La cottura durava circa sei-sette ore a partire dalla mattina alle sette. Poi l'intero carico veniva lasciato raffreddare nel forno stesso per alcuni giorni, dopo di che gli oggetti erano pronti per l'uso.
Generalmente, di tutta l'infornata solo un 5-6% dei pezzi subiva danni, ma più per una imperfetta lavorazione che per la cottura. Ma anche questo materiale danneggiato veniva co
Stampi utilizzati dai fornaciai
Stampi utilizzati dai fornaciai
munque utilizzato: come materiale di riempimento nella costruzione dei soffitti delle abitazioni, in considerazione della leggerezza e quindi del non eccessivo carico sulle strutture portanti; orci ed altro tipo di vasellame venivano usati il Sabato Santo, allorché i ragazzi li fracassavano, in segno di festa, al suono delle campane che annunciavano la resurrezione di Cristo; le pignatte venivano usate per la festa della pentolaccia.
Lavorazione particolare richiedevano i grossi orci, i rrasoule, che venivano realizzati in tre pezzi, i ssciunte. Si iniziava con la metà inferiore che veniva fornita, nella estremità superiore, di un incavo, u meccioune, e lasciata appena indurire. Si passava poi alla fascia mediana - lavorata al tornio su una base di legno, u retidde - che veniva aggiunta alla metà inferiore incastrandola nell'apposito incavo. Infine, si lavorava il pezzo superiore, quello con il bordo, u mazzoune. Le tre parti venivano saldate fra di loro con la stessa argilla. A volte questi grossi contenitori per liquidi venivano forniti alla base di un foro con collo aggettante, u mingule, che serviva per svuotarli o per facilitarne la pulizia.
Completavano l'attrezzatura dei fornaciai: gli stampi, i stampe, in legno, per i mattoni rettangolari, e in gesso, per le decorazioni plastiche come anse, medaglioni, stemmi, racemi floreali; i pettini di legno, l'ascke, per solcare più o meno profondamente la superficie dei manufatti, soprattutto dei vasi, con varie decorazioni geometriche; le fuseruole, i ppalluzze, per movimentare plasticamente il bordo dei vasi.
L'attività dei fornaciai di Cerignola era molto apprezzata nella provincia di Foggia come pure in quelle finitime, così il commercio dei manufatti non rimaneva limitato alla nostra città, ma interessava Foggia, Manfredonia, Troia, Lucera, il Gargano (Monte Sant' Angelo, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis), e persino la Basilicata, particolarmente la provincia di Potenza (Venosa, Rapolla, Lavello, Ripacandida).
I fornaciai portavano di persona i loro prodotti ai grossi rivenditori, servendosi di carretti presi a noleggio; solo la ditta Campaniello possedeva un carretto e cavalli propri. In media per ogni viaggio si trasportavano circa 300 pezzi. C'era poi Donato Antonacci che con il suo carretto portava a vendere i manufatti dei nostri fornaciai a Monte Sant'Angelo, rientrando sempre con un carico di carbone, la rusce.
La vendita dei manufatti - a Cerignola - veniva effettuata, soprattutto per i laterizi, direttamente presso le fornaci oppure - per orci, vasi e salvadanai - presso le abitazioni di Raffaele Ferraro, di fronte al Duomo, e di Anna Ferraro, in viale Roosevelt, entrambi familiari dei Ferraro fornaciai.

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Attrezzi del funaio
Attrezzi del funaio
Nel mosaico delle attività complementari di quella agricola, si inserisce il mestiere del funaio che realizzava funi o corde, i zzouke, di vario diametro e di diversa consistenza, secondo l'uso cui erano destinate: funi per assicurare i sacchi di grano sul carretto, funi per calare le secchie nei pozzi per attingervi l'acqua o i cesti nelle fosse per sfossarvi il grano, corde intrecciate per i recinti, corde per imbrigliare la paglia sui carri, museruole e sottopancia per animali.
Un manufatto particolare era il fiscolo, u fiskule, una sorta di disco fatto di spago intrecciato sul quale veniva stesa la pasta di olive molite per la spremitura al torchio.
La materia prima adoperata dal funaio era soprattutto spago di scarto o di seconda mano, a spezzoni, u speighe spezzeite, che poteva essere acquistato a sacchi nel negozio-magazzino dei fratelli Vincenzo e Donato Dirella, in corso Gramsci, dove si vendevano articoli per l'agricoltura e per le masserie, dalla lanterna per il carretto ai sacchi, dai teloni per la raccolta delle olive alle museruole per i cavalli. Si trattava di spago che - nuovo - era stato utilizzato per legare le gregne. Quando bisognava slegare le gregne per la trebbiatura, veniva tagliato e i pezzi recuperati per essere riutilizzati proprio dai funai.
Il funaio dopo aver acquistato lo spago, prima di lavorarci lo affidava ad operaie che abitavano nel rione Terra Vecchia (originario nucleo della città), le quali,con "l'ausilio delle lesine, provvedevano a sciogliere i nodi ancora presenti sugli spezzoni.
Dopo, alcuni ragazzi li cardavano, battendoli ripetutamente con la scotola (stecca di legno a foggia di coltello con un lato a taglio) su una panchetta, e li raggruppavano in fasci di 1-2 kg.
Gli attrezzi adoperati dal funaio erano:
il filatoio, costituito da una ruota, la route, e da una croce con staggio, la krouce, che poggiavano ognuna su una delle estremità di una massiccia base, la bbese, di legno o ferro. La ruota, anch'essa in legno o ferro, mediante un asse poggiava su due bracci perpendicolari alla base, ed era fornita di una manovella che veniva azionata da un ragazzo, u vagnoune k aggeire la route.
L
1947: un funaio
1947: un funaio
a croce con staggio era infissa in un apposito foro della base e consolidata con due cunei di legno, i kugne. Gli staggi, in legno, erano diversi, secondo il numero e soprattutto secondo il diametro delle girelle, i rrutèlle, pure in legno, tornite e fissate alla tavola con perni di ferro. Le girelle erano messe in movimento dalla ruota;
i ganci di ferro, di varia misura, che venivano posti davanti alle girelle. Ad essi veniva legato uno dei capi della fune da realizzare;
i mazzuoli, i mazzule, in legno, a forma di tronco di cono, appositamente torniti con scanalature (tre o quattro a seconda delle corde da torcere); quelli di maggiore dimensione erano forniti, nella parte mediana, di un foro trasversale nel quale veniva inserito un bastone di legno per agevolare la torsione;
i cavalletti, i kavallètte, in legno o ferro, percorsi, nella parte superiore, da una serie di pioli posti verticalmente a distanza costante l'uno dall'altro.
Un filatoio
Un filatoio
Due erano le fasi principali della lavorazione delle funi: la filatura e la torcitura.
La filatura serviva a realizzare i fili a un solo capo. Il funaio legava la filaccia al gancio della girella e, camminando all'indietro, all'andreite all'andreite, man mano aggiungeva altre filacce, prendendole dalla cintura, e le attorcigliava alla canapa realizzando così il filo.
La torcitura serviva a realizzare le corde vere e proprie a più fili. Il funaio legava un capo dei fili alle girelle e l'altro capo ad un gancio mobile fissato ad un palo di ferro posto a debita distanza dal filatoio. Di qui, dopo aver imbrigliato i fili nelle scanalature del mazzuolo, il funaio partiva e, girando il mazzuolo, attorcigliava i fili, finché, arrivato alle girelle, le fermava e staccava la corda ottenuta.
Ci pare opportuno precisare che il ragazzo che faceva girare la ruota aveva di solito intorno ai 13 anni ed il suo era un lavoro stanchevole e che richiedeva inoltre una notevole concentrazione, per andare sempre in sincronia con il funaio, in caso contrario, venendo meno la necessaria tensione dei fili, si era costretti ad interrompere la lavorazione. Nella stagione calda, proprio per evitare l'inconveniente - a causa dello slittamento della mano, per il sudore - intorno alla manovella veniva posto un panno di feltro inumidito.
Fra i funai, che operavano in varie zone della nostra città, ricordiamo: Raffaele Cascella; i fratelli Salvatore e Luigi La Torre, originari di Monte Sant' Angelo; i fratelli Savino, Sante e Francesco Magnifico, originari di Mola di Bari e nipoti degli artigiani giunti a Cerignola alla fine dell'Ottocento; infine, Savino Scelsi, da considerare l'ultimo artigiano funaio.

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