XI
Dovevo incontrarla però qualche tempo più tardi. Una notte.
Tutto il giorno era piovuto e piovuto come capita solo da noi. Non un solo pastore s’era sentito di mettersi in via, e tutti se ne stavano lì, dietro gli usci, a impagliar seggiole e ceste o a preparar le castagne per i giorni del freddo o a far trappole da metter nei boschi. I fossi erano già grigi di acqua, il canale era in piena, dalle gronde rotte l’acqua cadeva a gomitoli, e non una gallina od un cane o una talpa dalla piazzetta fino in fondo alla valle.
Aprii la finestra che dà sulla piana. Strisce di pioggia e odor d’erba bagnata invasero tutta la stanza.
"No, no, no. Questa non può certo chiamarsi una buona giornata per lei" dissi e chiusi di colpo. "E domani sarà peggio ancora, e così per tre mesi a dir poco. E a meno che non abbia un bel mucchio di lettere da scrivermi e poi ripigliarsi, mi pare che per la vecchia signora sarà una festa tutt’altro che allegra".
E così tutto il giorno: ma poi, alle prime ombre, cessò; e quando nelle stalle le lanterne si accesero, spuntò anche la luna. Non rotonda come in agosto, s’intende, ma più furba, e più lucida e fresca come l’avessero tolta da un secchio: e tutti i monti con le creste già bianche ed i pascoli e il cimitero ed i boschi, e giù, all’altro lato la valle, mi si aprirono più grandi che mai; tutto giovane e azzurro con qua e là qualche picchio d’argento.
Si sentì uno sparo dalla parte del Valico dopo un poco altri due. Ad onde sempre più vaste il rumore si allargò per l’intero versante. Piano piano affondò verso valle.
Eran tre, quattro anni e anche più che per tutta la zona non capitava una cosa del genere: la guerra era morta da un pezzo. Si svegliò tutto il borgo. Da ogni parte calci e ragli di muli, e pianti di bimbi svegliati di colpo, e gente che s’alzava da letto e veniva a metter l’orecchio sull’uscio. Ma nessuno tirava il paletto o s’affacciava in istrada, o dalla finestra gridava chi fosse.
Così anch’io, ancora mezzo svestito, non sapevo decidermi a uscire: me ne andavo dal letto alla porta, e poi ancora al letto, e poi mi fermavo lì in mezzo alla stanza a tentar d’infilarmi le scarpe.
Un po’ di tempo passò. Forse molto. Riuscii a infilarmi una scarpa e poi l’altra. Mi affacciai sulla strada a guardare.
Non c’era più un uscio chiuso: la luce delle candele e delle lanterne attaccate alle travi arrivava ormai fino in mezzo alla via. Qualche donna vestita sì e no con in braccio il bambino più piccolo appariva qua e là sopra gli usci. Una gettò al marito giù in istrada una federa vuota e poi un’altra. Un ragazzo senza neanche fermarsi si legò con una cavezza i calzoni e corse via per la strada di monte. Tutti avevano un vaso o una secchia, e i ragazzi una berretta e anche due.
"Ehilà, gente, un momento, cos’è?" chiesi lì dalla porta.
Quelli andavano via. E così i vecchi, e perfino una vecchia da sola, e una famiglia al completo, padre e madre e ragazzo, come l’ultima notte di Troja. Non riuscivo a capir neanche tanto. Poi il ragazzo arrivò di gran corsa; ed allora ogni cosa fu chiara.
Quattro mule con della farina venivan giù per la strada del Valico, dalla parte del bosco dei cerri. Ma non c’era la luna: pioveva: e un bosco è un bosco e la notte è la notte: i carabinieri s’eran messi a sparare. Così due mule eran mezze impazzite e avevano preso a scappare qua e là in mezzo a forre calanchi e torbiere: e adesso, in qualche posto vicino, eran sparsi per terra sei quintali di farina e anche più. Tutti quanti correvano a prenderne.
"Fate presto" mi disse anche lo stupido prima di scappare via ancora "perché ormai la prendono su col cucchiaio".
"Si capisce" dissi io. "Come no? Quando piove piove anche per me".
E dopo poco ero in via. Ma era chiaro che pensavo a tutt’altro.
Per via ormai non restava nessuno e la gente tirava i paletti. Le candele a una a una si spensero. Quando giunsi alla strada di monte, la speranza era un soffio sì e no.
E poi, invece, all’altezza del frassino morto, vidi laggiù la mia vecchia col grembiule rialzato anche lei.
Era quasi nascosta dall’ombra che tagliava il sentiero a metà. Le fui subito al fianco.
"Ecco qua" cominciai un po’ a scherzare. "Per questa, non siete venuta a domandare la regola. La regola la sapevate, per questa".
E indicai la farina. La mia vecchia si ritrasse nel guscio. Era più spaventata di un topo.
"No, no. Adesso scherzo. Aspettate" dissi allora prendendole un gomito "vengo solo a pigliar la mia lettera”.
X
Così mi lasciai indietro le case e lo stagno, e poi la locanda, e poi camposanto e torbiera, e dopo un poco ero solo, e attorno a me non c’erano che gole e calanchi e più in là qualche pascolo e più in là ancora il costone dei monti.
Dopo quasi due ore arrivai al sasso scheggiato dove una notte il pastore venne ucciso dai sette fratelli: dopo un’altra mezz’ora ero là.
La prima cosa che vidi, un trenta metri giù in basso, fu proprio la capra di lei: e questo era già un po’ di più di quel che m’ero augurato in partenza.
Ormai era il tramonto: là al fondo le gole avevano il colore della ruggine vecchia e l’aria dava già nel celeste: e chi non sapeva che più in là c’era Bobbio poteva anche pensare di trovarsi ai confini del mondo.
Ed ecco là la mia vecchia.
Se ne stava seduta sullo scalino di casa a filare, e non guardava né rocca né fuso, e di certo doveva pensare a una cosa, a una cosa ed a quella soltanto, come il coscritto in prigione in un giorno di festa che appoggia la testa alle sbarre e nemmeno s’accorge di tutta la gente che passeggia su e giù fino a sera a due metri sotto di lui.
"Ecco un incontro come si deve" mi dissi. "Non c’è nessuno, e poi è l’ora di cena, e il silenzio deve pesare un bel po’ anche su lei. Oramai dovrà pure discendere".
E mi avviai per la china. Ma la vecchia dovette sentirmi. Senza nemmeno alzar gli occhi, si levò subito in piedi e raccolse cesto e conocchia, e tirò la corda alla capra che frugava la siepe, e in un minuto tutto sparì dentro l’uscio. Sulla strada, lì dallo scalino, non rimase che il paio di zoccoli: e io che stavo a guardarli con bastone, fagotto e ogni cosa.
Non avevo ancora intenzione di far ridere le piante lì attorno, tanto più che sentivo – sentivo – che di là dall’usciolo lei restava in ascolto anche adesso: mi rimisi senz’altro per via.
Dai costoni dei monti e dai pascoli veniva giù il color blu della notte. Non c’era più grama compagnia di quell’ora. Vi sorprendono certi pensieri, e i ricordi v’entrano in corpo: "tutto qui?" vi vien fatto di chiedere: sicché un uomo non è più neanche un uomo.
Dopo neanche mezz’ora però sentii il cigolare di un carro. Naturalmente era il sarto. A quell’ora e in quel posto non poteva essere nient’altro che lui. Tornava dal suo ultimo giro prima del cader dell’inverno. Mi fermai ad aspettare. Era lui.
Siccome era stato ai suoi tempi in Savoia e aveva viaggiato qua e là e faceva quel mestiere da donna, aveva modi tali e quali un francese: mi fece un monte di galanterie e gentilezze e bonjour e alla fine mi disse se volevo salire con lui.
"Non state a tentarmi" gli dissi.
Fece un gesto da mezzo signore.
"Sareste il primo quest’oggi" disse subito lui. "Non sono riuscito a tentare nessuno in tutto quanto il mio giro. No: nessuno. Neanche una donna".
"Beh. Bisognerebbe prima sentire quel che ne pensa l’amico" e accennai la sua bestia.
"Oh, carne benedetta non pesa" disse lui che aveva una frase gentile per tutti, e già mi faceva posto sul carro.
Per tutto il viaggio non dicemmo parola. Era notte, non si vedeva una casa, avevamo i colletti bagnati: e due vedovi eran meglio di noi. Io avevo fatto il viaggio del povero, e lui quasi peggio di me.
"Neanche un mezzo vestito" uscì a un tratto ridendo un po’ agro. "Non sono riuscito a vendere neanche un mezzo vestito, in tutt’oggi. E mi son portato fin sotto i calanchi".
"Hanno quelli da soldato" dissi io. "Per l’inverno fanno il loro servizio anche quelli".
"Va bene. Va bene. Sempre per modo di dire, però" disse lui. "Ma allora perché farmi parlar per mezz’ora ogni volta? Io mi domando questo soltanto. Perché farmi srotolar tutto il sacco? Andate in Francia o in Savoia e vedrete".
Si era voltato a guardarmi. Doveva essere offeso sul serio e pretendeva che io gli rispondessi.
"Vi capisco" dissi io con stanchezza. "Vi posso capire. Ma per loro è un divertimento anche quello. E non ne hanno molti altri, ecco il fatto".
"E gratuito, oltre a tutto. Ah, bellissima. Io non c’ero neanche arrivato. Parola che c’è quasi da ridere" fece un po’ il superiore.
"Fa già freddo" dissi io per finire.
Sentii che mi stava guardando, e anche più attentamente di prima. Mi considerava professionalmente, capite? Per un po’ se ne stette in silenzio. Mi guardava e guardava, e taceva. "Quella matta … Che matta" pensavo.
"Sapete una cosa?" mi disse toccandomi il gomito.
"Conosco dei preti in città che sotto la tonaca portano calzoni alla zuava. Gente in gamba, moderna. Tanto più che nessuno s’accorge.
Aspettò sorridendo. Io non dissi parola. "Che sia uscita a pigliare i suoi zoccoli?" pensavo tra me.
"Per la bicicletta, intendiamoci" s’affrettò a precisare.
"E non han neanche torto, a pensarci. Dev’esser molto più comodo, no? Oltre a tutto, dato il caso che li chiamin di notte … "
"Sì. In città ce ne sono. Può darsi ce ne siano, in città".
Si voltò ancora a guardarmi.
"Ah, ma non solo in città. In montagna, anzi, mi pare …"
"Sbaglio o quello è il paese" volli sfuggirgli di mano.
Con improvvisa dignità l’ometto tirò con forza le briglie alla bestia. Si era fatto un altro di colpo.
"Ecco, io sono arrivato" mi congedò asciutto asciutto, e senza aspettare un momento si chinò per staccare la lanterna. "Eh eh, ti abbiamo sfiancato, eh, quest’oggi?" fece adesso il gentile con l’asino. "Ti abbiamo rotto le costole, eh?"
"Buona notte. Anch’io sono arrivato" dissi io.
Attraversai la piazzetta di sasso. I miei passi si sentivan fin verso Bobbio. Da una stalla uno spinone abbaiò.
Appena entrato in parrocchia, il ragazzo mi disse che nel pomeriggio era venuta la vecchia a consegnare due ceri e una lettera: e poi era scesa al canale, e poi era ancora tornata a prendersi indietro la lettera.
"E lì sono i suoi ceri" intervenne la Melide. E non riusciva un momento a sviar gli occhi da sacco e bastone. Ma io adesso pensavo alla lettera: a quella e a nient’altro: e perché l’avesse scritta, e a cosa mai poteva esserci dentro, e perché era venuta a riprenderla: e anche se non avessi avuto nemmeno le scarpe, non ci avrei badato tanto così.
"E così, lei ha portato una lettera?" chiesi ancora al ragazzo.
Fece segno di sì.
"E poi più tardi è tornata a pigliarla?"
"Saran state le quattro" spiegò.
Mentalmente provai a fare un mio calcolo.
"Allora, non appena mi son messo per via ..."
Il ragazzo fece segno di sì.
Tutti e due mi guardavano fisso. Si aspettavano, è chiaro, chissà.
"Bene, bene" conclusi "è dalle due che non mangio, quest’oggi. Ci sarebbe qualcosa? Mi piacerebbe sul serio mangiare qualcosa”.
IX
Farla breve. Le giornate passavano, e lei non mostrava per niente di aver voglia di scender dal ramo: e sempre sarebbe stato così. Mi decisi ad andar nella tana.
In tanto non facevo che spiare le nuvole e sentire per l’aria se l’odore di radice bagnata cominciasse ad andarsene via: e la Melide a spiare i miei gesti. Ormai non riusciva a far altro. E anche un po’ di schiarita arrivò.
"Bene" mi dissi quel giorno, perché prima di muovere un passo una ragione devi pure trovarla e far ridere non piace a nessuno "se il tuo mestiere è interessarti di tutti, comincia intanto a interessarti di uno: non di più che uno solo. Fino in fondo però, fino alla radice a dir poco. Non c’è mezzo migliore così per interessarsi sul serio anche di tutti quegli altri. Se no, galantuomo, risparmiati pure il sapone: tutto il resto non è che paesaggio".
Non c’era da vantarsene, certo: ma mi par di conoscere parecchi che si son fermati un bel pezzo più in qua.
Ormai aveva smesso di piovere. Le donne avevan rimesso i fornelli davanti allo scalino di casa e i pulcini attraversavan la strada: me ne entrarono perfino in parrocchia. A metà del mattino venne fuori anche un pezzo di sole. Vecchio ottone, oro falso, però: da non potersi fidar più che tanto.
Ma ecco il brutto: dopo dodici giorni di pioggia era proprio una giornata da gente.
Cominciarono verso le otto.
Prima di tutto i sei più vecchi pastori del borgo per via della faccenda del maggio. Niente pi Gerusalemme, quest’anno. E ancor meno L’Orlando a Parigi. Durante la guerra gli spadoni erano stati consegnati ai tedeschi, una corazza mancava, e via ancora. E non c’era né soldi né tempo. Bene. Volevo suggerire qualche altro lavoro dove non ci volessero cose del genere? E fosse, oltre a tutto, anche corto? E ci fossero pochissime parti? Uno di loro era morto, a settembre: faceva da re Carlo e da Giuda e da tutto ed era il meglio di tutto il versante: ma il fatto è che era morto, a settembre. Loro sei erano venuti per questo fin dalle torbe ai confini di Bobbio.
Lì per lì non riuscii a scovarne nessuno. Pensavo ad altro, quel giorno.
"Certo che la Gerusalemme era quel che ci voleva per voi" dissi io solo per prendere tempo. Diedi un’occhiata dai vetri: il sole era lì per sparire: nubi blu gli ronzavano attorno.
Fecero di sì colla testa. Il sole, ecco, era sparito, e la stanza si fece anche più buia di un cinema. I sei vecchi aspettavano sempre.
"E richiamava anche un bel mucchio di gente" dissi io un po’ distratto. Guardavo sempre le nuvole blu.
Dopo tutto potevano anche andar oltre, passare. Bastava un fiato di vento e anche meno.
I sei vecchi si guardarono in faccia.
"Ne venivano fino da valle e anche fino dall’altro versante" disse uno.
"Tanto più, reverendo, che son cinque anni che non facciamo più maggi quassù" disse quello che stava alle torbe.
"Si capisce … La guerra …" dissi io tanto per dire. La stanza cominciava a schiarirsi di un po’. Forse il sole riusciva a farcela ancora: bastava un fiato e nient’altro.
Allungai il collo per guardare a ponente. "Perché non provate I Reali di Francia? Anche questo è tutt’altro che male.
Ci fu un mezzo consiglio: i sei vecchi si consultarono un po’ a bassa voce e poi uno parlò anche per gli altri.
"Sì. Ma per via delle sciabole? Ce ne vogliono cinque a dir poco anche lì. E poi costumi e corazze. E le donne? Ci sono tre donne in quel maggio, e due per di più molto giovani. Chi le trova le giovani, adesso?"
Tacevo. Anche quelli tacevano. Si guardarono ancora negli occhi: e poi tutti guardarono insieme quello che stava dalle torbe di Bobbio.
"Reverendo, vedete? ci vorrebbe un lavoro un po’ corto" tornò con pazienza a spiegarmi quello delle torbe di Bobbio. "Da lavorarci in sei o sette e anche meno. Non abbiamo più spade, ecco il fatto. E poi anche c’è venuto a morire Grisante, a settembre".
"Dite" dissi io senza starci a pensare "credete che il tempo stia su?"
Tutti quanti guardaron dai vetri.
"Si potrebbe fare l’estate di San Martino, per questo. Viene sempre una settimana buona a quel tempo".
"No… no. Io dicevo per oggi".
Domandavo se oggi non vien giù un temporale d’autunno. Ora, passati i settanta, questi pastori metton su barbe da santi, fattezze da santi e due occhi chiari e celesti come neanche un bambino, sicché quando vi guardano in faccia vi par sempre di essere in colpa: la verità è che han più fiuto di un gatto e non riuscite a nascondere niente.
Avevano fiutato qualcosa. Avevano fiutato di certo. Si ravvolsero il loro mantello e se ne andarono via contrariati. Era la prima volta che mi capitava in trent’anni, da quand’ero salito qui a monte, e la cosa dispiacque anche a me.
Dalla finestra li vidi prendere il sentiero dei pascoli.
Se ne andavano via tutti in fila, sempre dalla parte del fosso, e prima uno e poi l’altro tirarono fuori di sotto i mantelli i formaggi di capra che avevan portato per me.
Salirono ancora un bel po’, e poi si riunirono tutti. Ci fu come una congiura. Quello delle torbe di Bobbio fu il primo a rimettersi in via. Tutti quanti gli tennero dietro. Sparirono a mano sinistra.
"Quella non è la via della torba" disse la Melide che mi stava vicino. "Per la torba si sale a diritta. Non ritornano a casa, quei là".
Mi voltai per guardarla.
"Quelli scendono a Braino" insisté con un certo disprezzo. "Sono capaci di scendere a Braino a consigliarsi col prete di là".
Anche questo era la prima volta in trent’anni.
"Beh. Non mi è mai piaciuto il formaggio di capra" la elusi.
Mi guardava in maniera curiosa.
"Sa di selvatico" dissi.
Così sia. E anche questo era cosa passata.
Con due camicie e un colletto ancor nuovo e una cotta usata due volte a dir molto e qualcos’altro del genere, alla fine riuscii a mettere insieme un fagotto anche più che passabile: ci infilai in mezzo una rama di frassino e me lo provai sulle spalle.
"Qualcheduno vi cerca di là" entrò in quel momento la Melide e rimase sull’uscio a guardarmi. Ero proprio un bel po’ imbarazzato. Non che ci fosse niente di male, d’accordo: certo ero molto ridicolo.
Posai il sacco e passai nello studio.
Stavan lì ad aspettarmi due dirigenti delle Figlie di Maria, di Grappada, giù a valle. Erano venute su a monte per una storia più vecchia di me: un pellegrinaggio ad Oropa o a Loreto o magari anche in tutti e due i posti, che un po’ per mia colpa si rimandava sempre a un altr’anno, e che ormai bisognava pur fare.
Oramai bisognava pur fare, ripetevano senza guardarmi, questo era fuor discussione, si sa … Tutte le quote erano già state raccolte. Veramente non tutte: il mio elenco, per esempio, mancava. La montagna cominciava già a mormorare … niente di grave: mezze voci soltanto … Almeno per ora, intendiamoci. Mi rendevo ben conto? Capivo?
Davvero eran gente curiosa. Tenevano gli occhi abbassati e le labbra strettissime, come fossero offese di tutti e di tutto e di me più di ogni altro. Due rimproveri incarnati, per dirvi. Ma io non badavo a nient’altro che a tener gli occhi a quel pezzo di sole. Adesso c’era e di colpo spariva, e poi dopo un po’ riappariva come fosse già in agonia e resistesse solo per farmi piacere.
Davanti a loro mi pareva d’aver diciott’anni. Dicevo sempre di sì. Come no? Si capisce. Ci sarebbe stato senz’altro, quest’anno, e avevo scoperto perfino un progetto che non doveva essere peggio di un altro.
Lasciarono cadere freddamente la cosa.
"Sì … ma per le domestiche?" chiesero un po’ contegnose.
Mi voltai a guardarle come uno che si sia allora allora svegliato.
"Le domestiche cosa, scusate?"
Quelle strinsero le labbra anche più.
"Si diceva" si degnarono con sofferenza "se tutte le ex domestiche possono essere accolte, oppure solo quelle con un servizio di almeno vent’anni …"
"Beh, io direi tutte … Sì, tutte. È la cosa migliore mi pare".
Si consultarono un momento cogli occhi. Sotto il naso apparve e sparve di colpo qualcosa che per gente del genere poteva essere anche un mezzo sorriso d’intesa. Io sentii vagamente la trappola.
"Oh, può darsi. Può darsi" ammisero con deferenza eccessiva. "In questo caso però ci vorrebbero almeno tre macchine in più. Forse quattro. Ma se lei può procurarcele … Se, si capisce, lei è in grado…"
Non ero in grado di niente, era chiaro: e lo sapevano anche meglio di me. Si misero tutte composte a guardarmi per godersi in silenzio l’effetto. Parevano come impagliate.
"Allora … allora solo quelle con almeno trent’anni. Sì, forse è meglio così. Solo quelle".
Mi diedero un’occhiata compunta come a un incomprensibile idiota. E poi ancora si guardaron fra sé.
Il sole c’era e non c’era: altre nubi venivano da monte: cominciavo sul serio a stancarmi. Mi lasciai andare ancor di più sulla seggiola con una placidità vergognosa.
"Beh, ragazze" dissi io cercando anche un mezzo sbadiglio. "Arrivederci a Loreto o ad Oropa o magari anche in tutti e due i posti. Mettete insieme una bella cosetta, capite? Ma il fatto è che adesso purtroppo ho un bel mucchio di cose da fare: e così, se non vi dispiace, me ne torno a tirar la carretta".
Era un passare la parte, lo so: ma così le due oneste galline se ne andarono via sgambettando. L’ultima cosa che vidi di loro furono quattro magrissimi stinchi e due cappelli con frutta di stoffa, e mi parvero offesi anche quelli.
Neanche questo mi piacque gran che.
"Una strana giornata" pensai. "Tutto sommato una strana giornata".
"Che giorno è oggi?" chiesi alla Melide.
"Mercoledì, sei novembre" mi disse.
Mercoledì sei novembre. Tutto sommato una ben strana giornata. Diversa.
"Pare che stiamo perdendo clienti" cercai io di scherzare. Il tono era proprio, però, un po’ sforzato.
Certe cose non posson piacere. Non c’è nessuno a cui possan piacere.
La Melide fu lì lì per parlare. Guardò il pacco e non disse una parola.
Io me lo misi in ispalla ed uscii.
VIII
E così il giorno dopo mandai via i miei ragazzi mezz’ora prima e un po’ più; e me ne andai giù al canale.
Era là.
Mi fermai lì sull’argine, proprio sopra di lei: un dieci metri. Naturalmente m’aveva visto arrivare fin dalla curva a dir poco, ma prima di dar segno d’essersi accorta di me pensò bene di farmi fare un bel po’ d’anticamera. La salutai di lassù con un cenno di testa: lei dal fondo mi fece altrettanto. Ma non più che altrettanto capite? Solo un cenno di testa. Poi riprese a lavare.
Era tutto quel che passava il convento e non c’era verso d’ottenere anche un soldo di più: dimodoché non c’era altro da fare che infilare la strada di casa. E così per tre o quattro giorni. Esattamente così. Arrivavo lì sopra l’argine, mi fermavo a fare quel po’ d’anticamera, e poi lei finalmente si decideva a levare la testa (sempre come per caso, ecco il bello): la salutavo, mi salutava e via a casa. C’era quasi da ridere.
"Niente fretta. Niente fretta" dicevo. "La domenica vien dopo sei giorni. E è per questo che la chiamano festa".
Poi una volta successe qualcosa.
Erano già cominciate le piogge. Dappertutto odor d’erba bagnata: sotto i boschi al mattino si trovavano mucchi di passere morte annegate: l’acqua al canale era intanto cresciuta di un braccio e già molti lastroni di pietra eran quasi coperti e sparivano. Così lei, per chinarsi a lavare, dovette portarsi un trecento metri più giù, verso valle. Lì per lì non riuscivo a vederla ed ero già per tornarmene indietro.
"Purché anche a lei non venga adesso l’idea di dar del lavoro alla Melide" dissi.
Una pietra rotolò dentro l’acqua, e io di colpo m’accorsi di lei. Era là, quasi sotto le frasche.
Proprio un vero segnale d’intesa: un messaggio con tutte le regole. E neanche adesso saprei chi in coscienza possa dire d’aver mai ricevuto un biglietto che valesse anche un quarto di quello. La mia vecchia m’aveva chiamato, ecco il fatto, e quella volta ebbi tanto buon senso da capire che chiamate del genere son di quelle che non voglion risposta.
Amici, non bevete mai fino in fondo al bicchiere. Mi fermai neanche mezzo minuto.
Era sera: i fossati correvano a valle: il canale trascinava con sé rami d’albero e ogni tanto anche macchie di fango.
Tornai verso casa.
VII
Si capisce che la vecchia non si fece vedere in parrocchia. Né il giorno dopo né gli altri.
E io poi non riuscivo a trovare neanche quella mezz’ora di tempo per andar giù al canale da lei. Ma un prete di montagna lo sapete anche voi che cos’è: certi mesi dell’anno – per esempio, novembre – ci vogliono un maniscalco, un dottore, di quelli appena sbarcati però, e poi un postino e un barbiere per mettere insieme sì e no il lavoro che lui fa da solo. E adesso era proprio novembre.
Ora, il curioso della storia era questo: ogni giorno ci pensavo di più, e avevo certi pudori e ritegni che non conoscevo da almeno trent’anni, e delicatezza da far quasi ridere. Ma provate a usare coltello e forchetta quassù: o parlare italiano decente: o anche solo a dar la destra a una donna. Si rifugian di colpo nel guscio. Tutto quello che potrete ottenere sarà un cenno di testa e nient’altro quando li sfiorate passando col gomito: d’andare più in là non sperateci.
E anche me mi guardavano già con sospetto, come guardavano parlare gli inglesi. E in confessione anche peggio. Parlavo e parlavo, e poi ecco dovevo fermarmi e cominciare a tradurmi.
"Ma sì, sì" mi dicevo quando il chierico mi sfilava una scarpa e poi l’altra, e alla fine potevo sedermi "ma se è ancora più chiaro del sole. La questione del matrimonio e tutte quelle domande da un soldo non l’interessano tanto così. È positivo. E solo un povero diavolo come te, solo un povero prete da sagra e lotteria come te, poteva prenderla un momento sul serio. Ma pensaci solo un minuto, se ancora riesci a pensare. Una donna di sessant’anni e anche più, che fa quel che fa lei, che passa la sua giornata al canale a lavar stracci vecchi e budella e fa sette chilometri al giorno per andare a portarli giù a valle, e tutti i giorni dell’anno così, che non ha neanche un cane né un morto, e non saluta nessuno e nessuno si interessa di lei, si capisce che avrà pur qualcosa da chiedere. E si capisce anche che venga a chiederlo a te, galantuomo, che sei l’unico in tutto il paese a essere vestito così e stai per giunta a dozzina da Dio. E chiunque altro lo avrebbe capito da un pezzo. Pensa al prete di Braino, figurati".
E il giorno dopo magari il contrario.
"Bene bene. Lasciamo in pace la vecchia talpa oramai. Spolveriamoci il cuore e non pensiamoci più".
Poi arrivò quella sera.
Era buio e già c’era la luna: i monti e le siepi e le strade e le lapidi del cimitero (fatta eccezione dei boschi che non eran nient’altro che macchie) apparivano più chiari che al sole. Non erano ancora le sette, e in ogni casa la vecchia prendeva il filo e faceva le parti.
Dietro il bersò della vecchia osteria mi sembrò di veder delle ombre. S’aggiravan attente qua e là in mezzo alle frasche già spoglie: aspettavan di certo qualcuno: e anche un ladro scoperto in parrocchia avrebbe dato un po’ meno sospetto. Poi, dalla parte del Valico, qualcheduno fischiò in modo strano. Un’altra ombra arrivò a tutta corsa e sparì tra le frasche anche lei; e così s’acquattarono tutti.
Non sono più curioso di un altro, ma m’ero messo altre volte a guardare per meno di questo: un ladro è un ladro, due ladri non più che due ladri, ma sei o sette ombre di notte che si gettano dietro un cespuglio è una storia da dar da pensare, e poi questi in realtà son difficili tempi.
Così spensi la luce e aprii i vetri e m’accostai alla finestra.
Passò un minuto; e poi un altro. E la luna pareva guardare anche lei. Nel silenzio si sentiva il rumore dell’acqua e il crepitar di una frasca già morta, e tutti quegli infiniti rumori che nessuno sa mai cosa siano e che sembrano venir su a poco a poco dal cuore stesso della notte e dei monti. Ne passò un terzo a fatica. Sul sentiero si sentirono a un tratto dei passi. Io mi alzai sulla punta dei piedi e mi affacciai anche un po’ alla finestra. Alla svolta del sentiero di monte apparì una capra, e una carriola e una vecchia.
Di colpo, da dietro il bersò, balzaron fuori sei o sette ragazzi con latte vuote e coperchi e lamiere e tutto quel ch’è rimasto da una festa del genere. E altri tre dalla siepe di fronte. Urlando e battendo le latte, le si misero in cerchio a ballare. E poi, tutti dietro in corteo.
La capra era come impazzita: dava calci e testate e cornate e voleva strappare la corda: e adesso s’impuntava lì in mezzo alla strada e adesso dava un gran balzo in avanti. La vecchia invece non pensava più ad altro che a tirare dritto coi suoi stracci carriola e ogni cosa, senza dire una mezza parola e voltarsi nemmeno una volta; né più né meno che il rospo che bada solo a sparire nel fosso.
Io non riuscivo a capire. Ascoltavo, guardavo e guardavo, ma non ci riuscivo a capire.
Mi erano vicini oramai. Li potevo vedere di faccia. Il figliastro del vedovo Sante le lasciò scivolar sulle spalle un bel mucchio di pezzi di carta, coriandoli o roba del genere, e poi si mise a gridare qualcosa. Io tendevo l’orecchio anche più, ma c’erano sempre i coperchi e le latte, e non potevo sentir più di tanto.
"I confetti … i confetti" gridavano tutti ridendo.
"Evviva la sposa … I confetti”.
Ed allora ogni cosa fu chiara.
"Eh, sì, sì, riconosco la firma" mi venne subito in mente. "Qui c’è sotto la Melide, è chiaro. Quella sera ha ascoltato alla porta, e ha capito ogni cosa a suo modo, e così ha preparato la festa".
Beh. Una sciocchezza del genere non è neanche rara quassù. In fondo hanno ancora del bosco. Un tale è appena appena diverso da voi, bada solo a tirare il suo sacco e non scende a bere in istalla a Natale, ed ecco, arriva la sera che gli taglian la barba alla capra.
Non mai più della barba, s’intende.
Ma io già pensavo a domani.
Aspettai che si avvicinassero ancora.
"Ehila, ragazzi" gridai quando furono sotto di me.
"Brava gente, un momento. Aspettate. Aspettate che viene il più bello. Adesso arriva anche lo sposo".
E feci l’atto di scendere giù. Là da basso ci fu uno scompiglio e un correr matto fra vicoli e siepi e un rotolare di latte qua e là. La compagnia si disperse di colpo. Senza fretta o lentezza la mia vecchia sparì dietro l’angolo.
C’era luce: c’era una luce freschissima e tersa e io potevo vedere ogni cosa: qua e là, sui capelli e le spalle, aveva ancora quei pezzi di carta. Bastava scuotere appena la testa perché tutti cadessero giù. Bene.
Neanche questo lei fece. Macché. Li ignorava, ecco tutto: come ignorava anche me affacciato lì alla finestra a guardarla passare e sparire.
La più assurda creatura del mondo.
"E domani al canale" dissi io quasi allegro. "Occasione migliore ho paura che non venga mai più. Quella vecchia signora dovrà pur ringraziarmi. Per forza. Anche un negro farebbe così".
Dopo un po’ non sentii più i suoi passi. Una lanterna s’accese. Laggiù in fondo scorreva il canale. La lanterna si spense.
Adesso, sotto la luna, tutto era nitido e placido e fresco fino in fondo alla valle e più in là.
"E domani al canale" pensai.
Dicono che occasioni del genere faccian contenti ragazzi e ragazze.