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Giovanni Russo, Sud specchio dell’Italia, con Introduzione di Francesco Erbani, Liguori Editore Napoli 1993
2. Il ritorno di Nitti
b_335_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Telero-Carlo_Levi_p._068.jpgSeguirò la traccia del libro di Francesco Barbagallo che è un libro molto bello, nello stesso di tempo di storia e di narrativa, di impegno civile e di partecipazione personale.
Nitti ritornò in Italia il 13 luglio 1945, ma credo che venne per la prima volta in Lucania per le elezioni del 1946 per la Costituente e per la Repubblica; e già allora si delineava il dramma di quest’uomo che non aveva potuto esplicare a causa del fascismo tutta la sua attività, tutto il suo impegno civile; di questo liberale che, come tutti i liberali, era caduto nella trappola di credere che Mussolini rappresentasse soltanto un’escrescenza della società italiana mentre era invece proprio lo sconvolgimento del sistema politico della democrazia postrisorgimentale. Mussolini realizzava il colpo di Stato e i liberali non lo capirono: Nitti non sfuggì a questo destino.
Nel 1946 Nitti ritornava in Lucania per presentarsi come candidato alla Costituente nel Blocco Nazionale. Noi eravamo un gruppo di adolescenti (i giovani di oggi non possono immaginare quanta vivacità e voglia c’era allora di battersi per la democrazia), che avevamo fondato a Potenza nel 1943 il Partito d’Azione. A Tricarico c’era Scotellaro che capeggiava il movimento socialista soprattutto nel materano. C’erano poi i comunisti, c’erano i democristiani con Emilio Colombo. Tutti schierati contro Nitti, non come persona ma come simbolo, però tutti aspettando Nitti.
Quando arrivò a Potenza c’era anche Carlo Levi che era venuto per partecipare alla campagna elettorale del Partito d’Azione, uno dei partiti che più si oppose alla linea politica di Nitti, come spiega il Barbagallo nell’ultima parte del volume. Quella lista, che si chiamava dell’Alleanza repubblicana, era composta da Guido Dorso, Mario Cianca, Manlio Rossi Doria, Carlo Levi, Michele Cifarelli e Vincenzo Calace. Eravamo a piazza 18 agosto quando si cominciò a vedere un corteo che si andava formando verso la stazione e che accompagnava Francesco Saverio Nitti. A poco a poco tutti noi e lo stesso Carlo Levi ci accodammo al corteo che, come una processione laica, si avviò da piazza 18 agosto (la Potenza di allora non era ridotta a quel girone infernale di cemento che la classe politica democristiana ha consentito che diventasse ed era ancora una città vivibile). Verso via Pretoria seguendo Nitti che andava in Prefettura, quando, d’improvviso, il proprietario di un bar, un ex squadrista, uscì urlando contro di lui. Allora tutti capimmo che Nitti ritornava come simbolo dell’antifascismo in Lucania. (Questo signore (che poi era una brava persona) era stato preso da una specie di furore antico nel rivedere Nitti trionfante che ritornava in via Pretoria dopo che i fascisti avevano ritenuto di poterlo mandare per sempre in esilio. Fu respinto nel locale e fu abbassata la saracinesca. Questo ritorno di cui sono stato testimone mi sembra simboleggi il rapporto che Barbagallo molto bene ha espresso tra Nitti e l’antifascismo dei Comitati di Liberazione Nazionale. Secondo me, Nitti ha avuto, dopo la caduta del fascismo, dal ’4-5 al ’48, un ruolo di grandissima importanza nella storia d’Italia, forse un ruolo determinante quasi come quello di Togliatti in quello stesso periodo.
In un momento in cui c’era una posizione di stallo tra il Comitato di Liberazione da una parte, espresso dalle forze antifasciste unite nel Congresso, che si era svolto a Bari e il cui animatore era stato Michele Cifarelli, e il Governo del re diretto da Badoglio dall’altra, la situazione venne sbloccata (e questo secondo me andava ricordato nel libro di Barbagallo) perché Nitti consigliò uno dei suoi più fedeli sostenitori, l’avvocato Vito Reale di Potenza, che esitava enormemente, a entrare nel governo Badoglio. Intorno a Vito Reale, per circa due mesi, si svolse un intenso lavorio politico tra gli alleati, il re e Badoglio. Fece bene o male Nitti? Questo è un giudizio che spetta agli storici. Nitti disse a Reale di “andar con Badoglio”, e la situazione si sblocco. b_290_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Telero-Carlo_Levi_p._069.jpgL’antifascismo del CLN ebbe poi, proprio per questo, posizioni molto critiche verso Nitti, e mise al bando Vito Reale che era entrato nel governo come Ministro dell’Interno.
Questo episodio è importante. Da esso conseguono le posizioni assunte anche nei confronti delle sinistre da Nitti fino al referendum e alle elezioni del 1946. Se Nitti fosse stato sotto certi aspetti meno patriota in quel momento e non avesse capito che era necessario aiutare Badoglio, avrebbe potuto con successo aspirare alla presidenza della Repubblica.
Barbagallo ha descritto bene la famiglia di Nitti. Il padre, Vincenzo, era un anarchico liberale che si arruolò tra i garibaldini ma che era un anticonformista contro ogni “buon senso borghese”.
Il nonno di Nitti fu ucciso, se ben ricordo, dalla banda del brigante Crocco, era stato in contrasto con il figlio Vincenzo perché questi non aveva voluto studiare e aveva sposato una contadina che si chiamava Filomena Coraggio, (bello il nome, come Madre Coraggio di Brecht). Vincenzo combatté contro i briganti per due ragioni: per vendicare il padre e per difendere le sue idee democratiche contro i Borboni; le due cose insieme fino a quando non catturò coloro che avevano ucciso il padre.
Nel libro è descritta molto bene la società di Melfi e sono raccontati gli studi, tra Ariano Irpino e Potenza, di questo giovane convittore. Leggendo la storia di Nitti, di come si sacrificava, mi sono ricordato di quando studiavo a Potenza al Liceo, negli anni Quaranta e arrivavano i compagni di scuola studenti viaggiatori (o che erano convittori del Collegio Nazionale) da Avignano o da Barile, con la neve e i geloni. Questo Nitti che arrivava da Melfi, che aveva una madre contadina e un padre al quale avevano trovato un posto provvisorio, questo giovane che studiava con profitto e si sacrificava sapendo che dallo studio poteva nascere la possibilità di affermarsi, mi ricorda i miei antichi compagni di scuola. Le lettere che scriveva al padre (altro che lettere tipo “Cuore” di De Amicis) ragioni: per vendicare il padre e per difendere le sue idee democratiche contro i Borboni; le due cose insieme fino a quando non catturò coloro che avevano ucciso il padre.
Nel libro è descritta molto bene la società di Melfi e sono raccontati gli studi, tra Ariano Irpino e Potenza, di questo giovane convittore. Leggendo la storia di Nitti, di come si sacrificava, mi sono ricordato di quando studiavo a Potenza al Liceo, negli anni Quaranta e arrivavano i compagni di scuola studenti viaggiatori (o che erano convittori del Collegio Nazionale) da Avignano o da Barile, con la neve e i geloni. Questo Nitti che arrivava da Melfi, che aveva una madre contadina e un padre al quale avevano trovato un posto provvisorio, questo giovane che studiava con profitto e si sacrificava sapendo che dallo studio poteva nascere la possibilità di affermarsi, mi ricorda i miei antichi compagni di scuola. Le lettere che scriveva al padre (altro che lettere tipo “Cuore” di De Amicis) le pubblicherei tutte.
b_341_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Telero-Carlo_Levi_p._070.jpgNitti scriveva al padre di fargli avere i soldi di cui aveva bisogno soprattutto per comprarsi dei libri. un aspetto questo fondamentale per capire la personalità dell’uomo perché si apprende che aveva cominciato fin da ragazzo, anche quando poi andò a Napoli, a mantenersi da sé, facendo lezioni private e poi scrivendo con uno pseudonimo sui giornali.
Ne viene fuori la caratteristica di quella borghesia lucana nella quale la dignità della vita consiste anche nel saper affrontare rinunce, per compiere gli Studi e aiutare la famiglia. Nitti a 20 anni cominciò a mantenere il padre e i fratelli. Barbagallo ha messo in luce non solo il suo coraggio ma anche la capacità di stabilire un rapporto con la città e l’Università aggiungendo che la sua personalità iniziale, il suo mondo, non si sono mai perduti. Da giovane aveva tendenze mazziniane e attraverso il rapporto con la durezza della vita, con la durezza lucana arrivo al positivismo. Il positivismo di Nitti era però una esperienza della realtà. Egli voleva trasformare la realtà tenendo conto della realtà; e questa è la grande distinzione tra il meridionalismo di Nitti e il meridionalismo di altri personaggi ugualmente importanti, come Giustino Fortunato. La distinzione sta proprio nel fatto che Nitti non ha mai separato l’intellettuale dal politico.
Da ammiratore di Crispi, come Giovanni Nicotera, divenne in un secondo momento giolittiano e poi socialista riformista e quindi un liberale socialista, se si può utilizzare questa parola, e cioè un liberale che considerava il capitalismo come uno strumento di trasformazione economica e non di conservazione sociale.
La grande intuizione di Nitti è stata quella dello Stato inteso come mezzo per poter equilibrare le condizioni delle categorie più deboli anche del Sud.
Il suo meridionalismo, il suo statalismo nascono da una concezione economica. Non dimentichiamo che Nitti è uno dei nostri maggiori economisti e uno studioso abbastanza innovatore per i suoi tempi. Per la prima volta i problemi meridionali vengono studiati da un meridionalista il quale è convinto che lo Stato deve aiutare i contadini e le plebi meridionali a rinnovarsi e che quindi si batte affinché la borghesia meridionale e italiana capisca questo problema.
Dal libro di Barbagallo non viene fuori che Nitti fosse uno stinco di santo. Era un uomo caustico, che aveva il senso del potere ma non lo sapeva esercitare molto bene, altrimenti avrebbe avuto molto più successo. Era un uomo coltissimo. La sua matrice contadina lucana era fortissima; ma lo portava anche a pensare che bisognava sempre ottenere qualcosa, di pratico, di utile, che la fatica deve dare un certo guadagno. Il meridionalismo di Nitti differiva perciò da quello di Fortunato, di De Viti De Marco, di Salvemini, dall’ideologismo di Dorso.
b_231_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Telero-Carlo_Levi_p._071.jpgQuali erano i punti essenziali del meridionalismo di Nitti?
Innanzi tutto egli ebbe il coraggio, in un momento in cui, per paura dell’accusa di essere dei reazionari o dei borbonici, non si sollevava alcuna critica al tipo di gestione dello Stato unitario, di dimostrare che il rapporto tra Nord e Sud, con l’unità, era stato un rapporto sbilanciato, nel senso che lo Stato unitario aveva drenato risorse finanziarie dal Sud, e, attraverso un certo tipo di tassazione, aveva anche punito il Sud.
Questa denunzia allarmò Giustino Fortunato, timoroso che una simile tesi aprisse una frattura nella cultura “unitaria”, mentre Nitti sosteneva ciò proprio per rafforzare il rapporto tra Stato e Sud. Per esempio sull’emigrazione Nitti ha avuto sempre un’idea molto avanzata rispetto a quei borghesi meridionali, o anche a quai meridionalisti, che hanno avuto comportamenti ambigui e che, in sostanza, riducevano il fenomeno in poche battute: “I contadini se ne vanno, purtroppo; ma è meglio così perché non fanno la rivoluzione; peccato che se ne vanno perché aumenta il prezzo delle braccia da lavoro”.
Nitti, invece, ha guardato sempre all’emigrazione in rapporto allo Stato e si è battuto affinché lo Stato, anche attraverso iniziative private, banche ecc., potesse in qualche modo stabilire un rapporto positivo tra coloro che avevano il diritto di cercare il mercato migliore per le loro braccia e insieme il diritto di ricevere assistenza, grazie ad assicurazioni contro i rischi e a possibilità di lavoro. Le conferenze che Nitti teneva sul tema dell’emigrazione sono di un’attualità incredibile. Le stesse cose che Nitti diceva allora si potevano ripetere nel 1957 quando cominciò il grande esodo dal Sud al Nord.
E lo Stato italiano, la borghesia italiana, il governo italiano si comportavano negli anni Cinquanta esattamente come ai principi del secolo, come se Nitti non avesse insegnato niente.
Quando ho scoperto che Nitti parlava male della classe politica meridionale, mi sono sentito confortato, perché mi sono detto che allora non è così drammatica la situazione di oggi se era cosi con Nitti e che in fondo l’Italia è andata avanti.
b_325_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Levi_e_la_Basilicata_Carlo_Levi-Basilicata-22.jpgNitti aveva capito che il problema centrale del nostro Paese è quello di uno Stato moderno che governi con una programmazione economica nazionale, nell’interesse di tutti, che era poi il fine della “politica dei redditi” chiesta da Ugo La Malfa. In uno dei suoi saggi su Napoli raccontava che cosa era la camorra, allora a Napoli, e quali erano i rapporti molto stretti tra alcuni magistrati e alcuni deputati con la camorra.
Qualsiasi persona civile in Italia - scriveva -- non avrebbe invitato a pranzo certi deputati, di cui faceva il nome, e penso che ancora oggi certi deputati meridionali noi non li inviteremmo a pranzo.
Ancora oggi qual è il rapporto tra Stato e Sud? Lo Stato deve essere nel Sud anche imprenditore, nel senso che alcune cose vanno fatte dallo Stato, ma per altre deve garantire che siano attuate legalmente, legittimamente. Era questa la tesi di Nitti su come industrializzare Napoli. Nitti non ha mai pensato che Napoli dovesse essere industrializzata con i soldi dello Stato, ma che lo Stato dovesse garantire ad una grande città come Napoli, le strutture civili ed urbane necessarie affinché gli industriali veri potessero svolgere la loro attività.
Per quello che riguarda il Sud, Nitti ha sempre pensato alle bonifiche, alla riforma agraria, all’agricoltura non come un fattore secondario, come si continua a ritenerla, dell’economia meridionale, ma come ad una risorsa reale del Mezzogiorno, che andava però valorizzata in senso moderno, un’idea che è valida ancora oggi, perché se noi facessimo del grano duro buono, della buona pasta, la esporteremmo nel mondo; se noi conservassimo gli agrumi e le primizie del Sud con l’industria del freddo, noi avremmo dei prodotti industriali moderni che dobbiamo invece importare contribuendo in misura notevole al deficit della nostra bilancia commerciale.
La prima diga costruita da privati in Lucania, si chiamava “Lago Nitti”. Se oggi invece di fare dighe come monumenti, ce ne servissimo per irrigare la terra, certe zone del Sud sarebbero molto più sviluppate.
Tutti questi problemi Nitti li aveva posti nell’ambito di un programma di riforma e in una visione dello Stato che fanno di lui il più moderno statista che ha avuto l’Italia nel Novecento.
Fonte: Il ritorno di Nitti (Il ritorno di Nitti, conferenza alla Fondazione Carlo Levi, Matera giugno 1984, edito poi in Annali dell’Istituto Ugo La Malfa, I, 1985)

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Giovanni Russo, Sud specchio dell’Italia, con Introduzione di Francesco Erbani, Liguori Editore Napoli 1993
1. Fortunato e il pessimismo della ragione
b_289_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Telero-Carlo_Levi_p._072.jpgNon credo che Giustino Fortunato gradirebbe, oggi, essere definito un “meridionalista”, una parola che pure ha significato tanto, dagli inizi del secolo fino ai primi ferventi anni di democrazia, dopo la caduta del fascismo, nella storia del nostro Paese. Il grande pensatore e uomo politico lucano, nella premessa alla raccolta dei suoi discorsi parlamentari, pubblicata, a sue spese, da Laterza, nel marzo del 1911, col titolo Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano (opera fondamentale per capire i problemi del Sud) scrive che “fortunatamente non è più chi derida i non molti che primi vollero, fu detto, “regalare” allo Stato Italiano una questione meridionale”. Sarebbe, più che infastidito dei dibattiti, delle tavole rotonde e della retorica di sinistra sulla “centralità” della questione meridionale. Certamente don Giustino sarebbe soprattutto sdegnato che si proclamino meridionalisti tanti politicanti analoghi in quelli che egli e Salvemini avevano in disprezzo, che hanno contribuito, con il clientelismo, l’assistenzialismo, e l’industrializzazione senza sviluppo a lasciare intatto il divario fra Nord e Sud; come si è visto durante i “giorni dell’ira” quelli del terremoto del 23 novembre del 1980 in Basilicata e in Campania.
Ciò non toglie che quanto di buono si è fatto in questi ultimi trent’anni nella politica per il Sud, dalla riforma agraria, alla Cassa per il Mezzogiorno, all’intervento straordinario dello Stato fino alla metà degli anni Sessanta, per opera di uomini di ogni partito, non sarebbe stato possibile neppure concepirlo se Fortunato non avesse indicato agli italiani la “questione meridionale” ponendo il problema delle “due Italie non solo economicamente diseguali ma moralmente diverse” e non avesse continuamente insistito, nella sua attività di parlamentare e di studioso, su una verità ancora oggi valida: “quello del Mezzogiorno è il problema fondamentale di tutto il nostro avvenire, perché solo dalla varia soluzione che si proponga di dargli sarà possibile avere norma e garanzia di un diverso avviamento di governo della cosa pubblica”.
Parole scritte nel 1911, ma che fanno pensare oggi allo sfasciume di Napoli, alla tracotanza sanguinosa della camorra alleata al terrorismo, al gelido dominio della mafia in Sicilia, ai disastri che l'emigrazione ha provocato su quell’Appennino meridionale che Fortunato aveva percorso a piedi clamorosamente descritto in pagine così belle anche letterariamente.

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A Rionero in Vulture, una delle cittadine di più antica civiltà della Basilicata, dove Fortunato nacque il 4 settembre del 1848, si preparano per il cinquantenario della sua morte (avvenuta a Napoli il 23 luglio del 1932) una serie di manifestazioni che si aprono, il 25 luglio, con una commemorazione di Manlio Rossi Doria che si può considerare l’erede cli Fortunato. Se non si colloca Fortunato nella storia di questo paese della Basilicata (dove la sua famiglia di grandi proprietari e agricoltori, originariamente affittuari nel Tavoliere, si era trapiantata dal ’700 ma dove nacque anche uno dei più celebri protagonisti del brigantaggio postunitario, Carmine Crocco) molti aspetti della sua personalità e della sua opera non sarebbero comprensibili. Non si capirebbe cioè perché, come ha scritto Croce, cui fu legato da stima profonda e tenera amicizia, egli “quasi ha impersonato in sé il problema del Mezzogiorno e gli ha consacrato intera la sua vita”. Fortunato era un ragazzo che studiava con il fratello Ernesto al collegio dei gesuiti a Napoli, quando, nel 1861, ricondotto a Rionero, assisté al dramma del brigantaggio e della sua feroce repressione. Non dimenticò mai quella esperienza, in cui anche la sua famiglia venne coinvolta, e arrivò fino a temere che, dopo la Grande Guerra, che egli non voleva (la “guerra sovvertitrice” la definiva) la rabbia contadina potesse riesplodere. Come deputato (fu eletto nel collegio di Melfi nel 1880 e rimase a Montecitorio fino al 1909, quando fu nominato senatore), come collaboratore della Rassegna settimanale di Franchetti e Sonnino, come pensatore politico e come storico, si batté sempre su due fronti: contro i rigurgiti di borbonismo, considerando unica salvezza del Sud “l’unità indissolubile della patria”, e contro i luoghi comuni dei settentrionali che attribuivano a incapacità o a inferiorità razziale le condizioni di arretratezza del Mezzogiorno.
Fortunato sfatò il mito del Sud “giardino d’Europa” dimostrando che il Mezzogiorno è una terra che, per millenni, ha subito condizioni sfavorevoli di clima, di suolo, di strutture e posizione topografica. Sicché si ebbe accuse di “denigratore del Mezzogiorno” dalla borghesia del Sud avida e parassitaria. Da queste idee discendevano le sue battaglie parlamentari perché lo Stato unitario affrontasse, nel Mezzogiorno, coraggiose riforme, modificasse un sistema tributario ingiusto (tema di un suo scritto famoso) non sacrificasse gli interessi dei contadini a quelli dei “galantuomini”. Amico di Salvemini, di Amendola, di Nitti, di Gaetano Mosca, negli ultimi anni della sua vita si legò a Zanotti Bianco e ai fratelli Rosselli.
I cinque volumi del carteggio di Fortunato, pubblicati recentemente da Laterza, sono un’eccezionale testimonianza della ricchezza di idee e di sentimenti che univano gli uomini migliori della sua generazione. Colpiscono la lucidità dei suoi giudizi, la fede nell’idea di libertà e nella funzione del Parlamento, la richiesta di giustizia per le classi più povere e anche le motivazioni del suo “pessimismo storico”. Da queste pagine emerge come Giustino Fortunato, insieme ad altri meridionali eminenti, da Salvemini a Nitti, traeva proprio dalla “questione meridionale” i motivi per indicare alle classi dirigenti, sorde e cieche, la strada per rafforzare la democrazia e l’unità del Paese. Capì subito che il fascismo, che definì “il socialismo della piccola borghesia”, sarebbe stato il “colpo di grazia al Mezzogiorno”. Non ebbe su di esso le illusioni né di Croce né di Salandra.
La vittoria del fascismo accrebbe il suo pessimismo perché egli lo considerava la “rivelazione” di mali antichi e dell’incompatibilità dell’Italia con la libertà e la democrazia (grassetto mio). Trascorse gli ultimi anni, malato, a Napoli con la sorella e un fidato cameriere, uscendo di rado per recarsi a casa Croce, ma ricevendo spesso giovani che lo amavano e ammiravano. Chi visita nella sua casa di Rionero la biblioteca, dove alternava gli Studi economici e politici con quelli dilettosi dei classici (tradusse vari carmi di Orazio) e riflette sulla tenacia della sua lotta per il Mezzogiorno, non può non giustificare il “pessimismo” di Fortunato. Ma era un pessimismo antistorico?
Noi crediamo di no. Lo stesso Fortunato si difendeva dall’accusa con parole che, per tutti, dovrebbero essere oggi di esortazione: “Pessimista non è chi sente profondamente il male, sibbene colui che di fronte ad esso depone ogni arme”.
Fonte: Fortunato e il pessimismo della ragione (L’uomo che scoprì il ‘nodo’ del Sud, C.d.S. 23.7.1982)

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Giovanni Russo, Sud specchio dell’Italia, con Introduzione di Francesco Erbani, Liguori Editore Napoli 1993
Francesco Erbani, nato a Napoli nel 1957, giornalista, caposervizio alla Quotidiani Associati, collabora al quotidiano la Reubblica. Ha pubblicato un’antologia degli scritti sulla Questione meridionale ne Il Mondo di Pannunzio, Laterza, Bari, 1990 e una storia del giornalismo meridionale ne La Storia del Mezzogiorno diretta da G. Galasso e R. Romeo, ESI, Napoli, 1989. L 35.000 (dal risvolto del libro)
Introduzione
di Francesco Erbani
b_297_450_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Telero-Carlo_Levi_p._074.jpgSolo qualche anno fa nessuno avrebbe previsto che l’editoria, i grandi mezzi di comunicazione potessero dedicare al Mezzogiorno qualcosa di più che un superficiale sguardo carico di commiserazione e di sussiego. E invece, ecco che l’argomento ha fatto irruzione al centro del dibattito nazionale. E’ una discussione a tratti affannata, non del tutto libera dai condizionamenti della retorica, del fastidio, dei luoghi comuni che hanno appesantito nei decenni passati molti dei discorsi sulle sorti della società, dell’economia e della cultura meridionali. A tratti rumorosa, ai limiti del roboante, giocata più sulla corda della suggestione e dell’invettiva che su quella dell’analisi, dell’indagine a tutto campo e su dati certi. Cercando di farsi largo fra i toni oracolari di alcuni e i ripiegamenti nostalgici di altri, c’è chi non si rassegna ad abbandonare definitivamente il Mezzogiorno al suo destino di degrado, alla morsa vorace delle varie mafie, alla fine della sua storia. Le stragi di Palermo hanno scosso un’opinione pubblica intorpidita, hanno mostrato il volto di un Mezzogiorno non rassegnato, che dibatte e che si divide, ma che solo il tritolo può ridurre al silenzio. Il ciclone dell’inchiesta giudiziaria milanese ha travolto il mito di un’Italia irrimediabilmente divisa in due, da una parte le regioni del malaffare, dall’altra quelle in cui l’etica del lavoro e della produzione può librarsi senza i vincoli della politica e senza intersecarsi patologicamente con essa.
Il divario cresce anche al di là dei dati economici, investe ormai i contenuti di civiltà che caratterizzano un consorzio umano, ma il regime della corruzione ha fenomenologie diverse e non zone franche.
A ridar vigore alla polemica meridionalista c’è anche l’esigenza di rinnovare alla radice il suo linguaggio e dunque l’analisi delle condizioni del Mezzogiorno e delle proposte per curare i mali che l’affliggono. Di fronte all’aggressione criminale, alla crisi in cui sono precipitate le istituzioni dello Stato nel Mezzogiorno, al rapido venir meno delle condizioni minime della convivenza civile e al retorico balbettio del ceto politico meridionale, molti avvertono forte il bisogno di rompere con la tradizione di un meridionalismo piagnone, ormai capace solo di rinnovare la richiesta di sempre maggiore assistenza, e che non può tener testa alla marea montante delle invocazioni secessioniste, di frequente camuffate da un federalismo di convenienza, al riemergere di antichi pregiudizi sulla inferiorità antropologica e culturale delle popolazioni meridionali, accompagnate da venature razzistiche. La contestazione dell’assetto unitario del paese, fino a qualche anno fa assolutamente improponibile, ora si insinua in molti settori della società italiana, l’attraversa, scavalca steccati di classe, ignora antiche divisioni ideologiche, penetra in ambienti insospettabili, diventa argomento di polemica intellettuale, genera suggestioni, tenta di nobilitarsi con argomenti politici e culturali. Al cospetto di questa inattesa offensiva, il repertorio concettuale del vecchio meridionalismo ha definitivamente mostrato la corda.
La proposta di abolire con un referendum la gran parte della legge che regola l’intervento straordinario, che ha raccolto proprio al Sud una messe di consensi, ha anche fatto emergere un dato che rischia di finir sovrastato dal frastuono delle opposte retoriche: la critica a fondo di come lo Stato è intervenuto nel Mezzogiorno è stata la cifra, da Pasquale Villari in poi, del meridionalismo classico che ha legato i problemi del Sud alle politiche nazionali. Questo è il tratto che ha sempre distinto le analisi e le proposte per lo sviluppo delle regioni del Sud di Giustino Fortunato, di Francesco Saverio Nitti, di Gaetano Salvemini, di Guido Dorso, di Antonio Gramsci, di Tommaso Fiore, di Francesco Compagna, di Manlio Rossi Doria e di Pasquale Saraceno da quelle dei tanti corifei del vittimismo meridionale, dei “leghisti del Sud”, degli eredi di Edoardo Scarfoglio che ancora pontificano sulla stampa del Mezzogiorno, dei professionisti del sottosviluppo. Dei cosiddetti “meridionalisti di Stato", di coloro che hanno lucrato e che hanno fondato il proprio potere sul divario fra il Sud e il resto d’Italia.
La ripresa del dibattito può dunque mettere in evidenza il carattere strumentale della critica leghista al modo in cui lo Stato si è comportato nel Mezzogiorno. E non solo per certe sue assenze, così vistose e così preoccupanti, ma per come è stato ed è presente, ma per la sua amministrazione inefficiente a tutti i livelli, comunale, provinciale e regionale e per la commistione fra politica ed affari.
b_450_281_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Telero-Carlo_Levi_p._089.jpgPiù che rifondarsi, il meridionalismo ha bisogno di tornare alla sua concezione originaria, riscoprendo quella carica di opposizione affievolita e spenta quando la politica meridionalista si è ridotta alla semplice richiesta di sempre maggiori risorse finanziarie. Questo era il senso che Giovanni Russo lanciava già nel 1979, concludendo l’introduzione alla nuova edizione di Baroni e contadini.
“Il meridionalismo”, scriveva Russo, “ha avuto un significato e una funzione, non solo per la storia del Mezzogiorno, ma per la storia d’Italia, quando ha rappresentato il nucleo di una critica politica di opposizione democratica. E’ necessario che esso ritorni a sottoporre al vaglio di un esame impietoso sia l’attività dei partiti politici nel Mezzogiorno, sia quella dei sindacati, sia le iniziative del governo, sia i programmi dell’industria pubblica e privata. Solo se riprenderà il compito che gli è proprio, potrà ricostituire quelle minoranze combattive alle quali si deve se, agli inizi del nostro secolo, la consapevolezza del problema meridionale entrò a far parte della coscienza nazionale”.
In questi dieci anni, in centinaia e centinaia fra articoli e saggi (solo una piccola parte dei quali vengono raccolti in questo libro), Russo ha battuto altre piste rispetto alla maggioranza di coloro che si sono occupati del Mezzogiorno. Al centro della sua polemica non c’è stato tanto e solo il problema dell’entità della spesa, del volume delle risorse impegnate per ridurre il divario fra le due aree del Paese, quanto la ricerca delle cause strutturali, politiche oltre che economiche, del mancato sviluppo del Mezzogiorno, nonostante quelle risorse. Russo ha individuato il raggrumarsi di interessi intorno ai trasferimenti finanziari indirizzati al Sud con la formazione di nuovi “blocchi sociali” di stampo neo-feudale e spesso in rapporto con la criminalità, che hanno dirottato a proprio esclusivo vantaggio parte consistente della spesa pubblica per il Mezzogiorno, ostruendo o distorcendo ogni possibilità di sviluppo per le regioni meridionali. La sua attenzione si è quindi rivolta alla qualità stessa della vita civile nel Mezzogiorno, alla formazione e all’autoconservazione del ceto politico, al ruolo della cultura, all’urbanesimo malato, a una criminalità che ormai inquina molti settori della politica e dell’economia, guardandosi bene dal ridurre l’analisi a puri parametri numerici, da quelli indicanti il reddito o i consumi, e cercando le radici del dissesto nel secolare divorzio fra i ceti dirigenti e la cultura, nell’idea della politica come pura gestione del potere, nell’indifferenza da parte delle classi di governo verso l’istruzione e le risorse intellettuali e verso una grande tradizione filosofica e civile.
E’ qui che trae origine il rilievo prestato alle minoranze intellettuali, a quei Centri di Cultura come l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, che hanno concepito la ricerca e l’indagine in stretto raccordo da una parte con le più importanti istituzioni accademiche straniere, dall’altra con i bisogni di una società che chiede, attraverso la filosofia, una più stringente comprensione del presente.
b_400_320_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Telero-Carlo_Levi_p._091a.jpgAll’inizio degli anni Settanta, apparivano già evidenti le degenerazioni dell’intervento dello Stato nel Mezzogiorno. Pochi, però, erano disposti ad ammettere il fallimento di un progetto intorno al quale si erano cimentate, a partire dal dopoguerra e poi nei primi anni Cinquanta, le migliori intelligenze di provenienza Cattolico-democratica e laico-progressista.
In una inchiesta in più puntate pubblicata sul Corriere della Sera nel 1973, che destò molte polemiche, Russo scriveva: “Invece di essere un organo propulsivo di programmazione, un’ideatrice di progetti, la Cassa continua ad essere una “Cassa” di risonanza delle esigenze di questa o quella corrente del partito di maggioranza. I progetti di opere pubbliche non sono quindi scelti secondo criteri obiettivi di interesse economico in un quadro di programmazione, ma dipendono dalle necessità elettorali di questo o quell’uomo politico non solo democristiano. In sostanza quando sono diventate maggiori le disponibilità finanziarie, non si è pensato a mutare indirizzo, ma è solo aumentata la possibilità per il notabile o ministro democristiano di ottenere la “grande opera” (strade inutili, aeroporti sbagliati, o porti inefficienti). La grande opera si lega così al nome del notabile. A questa politica non sono estranee pressioni di imprese e progettisti che, in cambio dell’appalto, possono dare contropartite ai partiti. La Cassa, inoltre, non esegue i progetti direttamente ma li dà in appalto a Enti Concessionari, che sono spesso gli Enti di riforma o di irrigazione che, in questo modo, possono ricavare i fondi per pagare gli stipendi ai loro numerosi impiegati “sistemati” quasi sempre per favoritismo politico” (1).
Vent’anni dopo, lo schema di questa alleanza improduttiva che impedisce uno sviluppo corretto e duraturo del Mezzogiorno può essere riproposto con i soli aggiustamenti riguardanti l’identità di quei soggetti, non tanto la loro funzione. Cambiano gli attori, ma non il canovaccio della recita. In altri termini, che poi sono i termini posti da Russo al centro della riflessione sulla questione meridionale negli anni Ottanta, la vita pubblica nel Mezzogiorno appare dominata da un blocco sociale parassitario capace di drenare a proprio piacimento i flussi di danaro destinati alle regioni meridionali.
Sebbene ancora con difficoltà, questo modo nuovo di leggere la questione meridionale tende a farsi strada fra il frastuono delle leghe settentrionali, lo sdegnoso arroccarsi di tanti leghisti del Sud e chi nel Sud scorge solo le fiamme dell’inferno. Non si tratta, invero, di una svolta nelle categorie di interpretazione del mancato sviluppo meridionale. Piuttosto, del recupero delle ragioni della polemica e dell’opposizione del meridionalismo e del fermento di idee maturate durante il fascismo e poi sviluppatesi nei cenacoli liberaldemocratici de Il Mondo e di Nord e Sud, in quelli cattolico-democratici della SVIMEZ e in quelli marxisti di Cronache meridionali.
Nel suo Rapporto sullo stato dell’economia nel Mezzogiorno del 1990, la SVIMEZ scrive che “la rete dei rapporti che nel Mezzogiorno oggi intercorrono tra emergenza continua di molteplici bisogni sociali, controllo politico sulla gestione di risorse pubbliche e interessi delle imprese a vario titolo dipendenti da tale gestione, sembra configurare un blocco sociale, molto più radicato e diffuso, e quindi molto più forte, del vecchio “blocco agrario” che fu, fino agli anni ’50 di questo secolo, il bersaglio del meridionalismo classico”.
A questo nuovo “blocco sociale" i ricercatori della SVIMEZ fanno risalire l’esaurimento di fatto della politica meridionalistica, il suo deragliare dagli obiettivi di programmazione generale dell’intervento, dalle concatenazioni con la politica economica nazionale, e il suo incanalarsi in interventi parziali, a pioggia, destinati a soddisfare solo alcuni dei tanti bisogni espressi dalla società del Sud, quelli capaci di trovare nel politico di turno, talvolta nel capozona camorrista, il proprio più degno rappresentante.
Ma dagli articoli scritti da Russo nei primi anni Settanta, si puo già rintracciare questa preoccupazione per ciò che stava producendosi nel Mezzogiorno con la degenerazione particolaristica dell’intervento straordinario. Una preoccupazione che ha stentato a trovare udienza anche negli ambienti più attenti e scientificamente accreditati. In essi si intravede un filo conduttore in grado di rompere lo schema che troppo spesso ha ingabbiato il dibattito meridionalistico, appiattendolo su una serie di antitesi. Da una parte i fautori dell’intervento straordinario, dall’altra i suoi avversari; da una parte coloro che appoggiavano la soluzione industriale, dall’altra chi propendeva per uno sviluppo delle attività agricole; da una parte i fautori dei grandi insediamenti industriali, dall’altra gli assertori di una rete di piccole industrie.
b_400_92_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Telero-Carlo_Levi_p._091b.jpgAllora, quando per conto del suo giornale, Russo conduceva quella lunga inchiesta sulle condizioni del Mezzogiorno si era in un momento di passaggio della politica meridionalista, nel quale i partiti, le forze sindacali ed imprenditoriali, l’opinione pubblica si arrovellavano su un quesito: è possibile che, dopo 23 anni di intervento straordinario nel Mezzogiorno, dopo migliaia e migliaia di miliardi (allora ammontavano a 22 mila) spesi per incentivi a fondo perduto o a tassi agevolati, dopo il diluvio di progetti, di promesse, il concerto di illusioni e aspirazioni, è possibile, ci si domandava, che le cose fossero cambiate di poco, di molto poco? Sotto accusa era, genericamente, tutta la politica a favore del Mezzogiorno, in un unico fascio si inserivano questioni diverse, né si riusciva a distinguere fra i vari periodi dell’intervento straordinario. La massa di danaro convogliata nelle regioni meridionali appariva come un obolo generosamente elargito e slegato da ogni logica produttiva, lo sgravio di coscienza di una comunità nazionale che saldava il suo debito con assistenza, con integrazioni di reddito dall’esito incerto, incapaci, comunque, di attivare un ciclo di autonoma generazione di ricchezza.
Fu quella, in cinque puntate, un’inchiesta come si facevano un tempo. Più tardi, nel maggio del 1979, Giovanni Russo raccolse cifre e ragionamenti e scoprì che andavano benissimo per riproporre, con una nuova introduzione, Baroni e contadini, il libro che nel 1955 vinse il Premio Viareggio per la freschezza di quei reportage dalle terre del Fucino, dalle capanne di San Cataldo o dalle pietre di Gravina, scritti per Il Mondo di Mario Pannunzio. In prossimità dei trent’anni della Cassa, quel volume suonava come l’atto d’accusa di chi nell’intervento straordinario aveva creduto, in un’industrializzazione a misura delle regioni meridionali, della sua cultura, delle sue tradizioni e della sua morfologia, aveva riposto molte aspettative e che ora, nel silenzio acquiescente dei “meridionalisti di Stato" e nel trasformismo delle sinistre, non poteva che tenere il conto delle risorse pubbliche gettate al vento, in opere di gigantesca fattura, ma dal completamento incerto, o finite nelle tasche di pochi finanzieri (gli Ursini, i Rovelli) avventatisi su incentivi che riducevano al minimo la componente di rischio, una delle porzioni essenziali dell’etica capitalista.
b_400_221_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Telero-Carlo_Levi_p._092.jpgAll’arricchimento privato e alla dissoluzione del danaro pubblico in vecchi rottami come la Liquichimica di Saline jonica, o in faraoniche imprese come il traforo del Gran Sasso, corrispondeva un Mezzogiorno depauperato, avvilito, con un tasso di disoccupazione continuamente in crescita, un patrimonio di esperienze industriali strozzate da un credito che allargava i cordoni solo di fronte a garanzie politico-clientelari, e alcune isole di agricoltura moderna sbriciolate in un desolate panorama di ciminiere senza fumo e di porti senza attracchi. Alcune delle coste più famose d’Europa, alcuni dei paesaggi più celebrati per la mitezza dei pendii, per il ritmo dei colori erano stati sacrificati in nome dell’industrializzazione senza sviluppo, che trasferiva al Sud grandi aziende inquinanti, ad alta densità di capitali e a bassissima resa occupazionale.
Quegli articoli, quella introduzione a Baroni e contadini costarono a Russo l’accusa di sostenitore di uno sviluppo fondato sull’agricoltura o, al massimo, sulla trasformazione industriale dell’agricoltura. La critica a fondo del modo in cui lo Stato, i partiti, le burocrazie ministeriali avevano condotto l’intervento straordinario nel Mezzogiorno, e, in particolare, l’industrializzazione seguita ai provvedimenti legislativi del 1957, veniva scambiato per un ripiego ruralista, per il vagheggiamento di una via bucolica allo sviluppo.
In polemica con Russo, pur non esplicita, si trovò anche Pasquale Saraceno, il quale, in una serie di articoli, scritti nel corso del 1974, sostenne che la spesa impiegata per quelle che venivano definite “cattedrali nel deserto”, grandi aziende, cioè, incapaci di stimolare altre attività industriali, era un’infima parte rispetto al totale delle somme impiegate nel Mezzogiorno e che, complessivamente, queste somme non raggiungevano lo 0,5 per cento del reddito nazionale (2).
C’era anche chi, comunque, era più sensibile al fatto che quel tipo di industrializzazione avesse fallito almeno uno dei suoi compiti, forse il principale: quello, appunto, di creare un tessuto produttivo.
Fra questi emerge Manlio Rossi Doria, che, in una relazione del 1977, pubblicava dei dati allarmanti circa l’aumento molto limitato degli addetti alle piccole e medie aziende nel Mezzogiorno. E così concludeva: “Ciò significa che il tessuto industriale nel Sud è rimasto povero di piccole e medie imprese, che costituiscono la struttura portante dell’apparato industriale del Centro-Nord e di ogni area industrializzata (…). Sta in queste cifre la condanna della politica industriale per il Mezzogiorno e la riprova che uno sviluppo industriale vero e proprio vi è totalmente mancato” (3).
Ma, al di là di questo, lo schema del dibattito meridionalistico veniva applicato con meccanica precisione: allo sviluppo industriale così come si era realizzato, con il privilegio assegnato ai grandi impianti inquinanti, ai finanzieri cacciatori di incentivi, alle opere pubbliche dai cantieri eterni, esisteva solo l’alternativa dell’orticello e dell’agrumeto. E non era tutto: completamente in secondo piano, invece, veniva posto il nodo dei nuovi poteri che si stavano creando nel Mezzogiorno, vere e proprie concentrazioni di interessi politici ed economici cui contribuivano le Partecipazioni Statali e grandi gruppi industriali del Nord che, sostituendosi al soggetto pubblico, dettavano le scelte economiche e imponevano la loro presenza quali protagonisti del mercato elettorale. Questa ridefinizione dei rapporti di potere nel Mezzogiorno sfuggiva anche ai partiti di sinistra che, Salvo eccezioni (significativa quella di Giorgio Amendola, sul finire degli anni Settanta), avevano appoggiato alcune delle scelte più discutibili, convinti che nuclei di classe operaia nel Mezzogiorno avrebbero rotto i vecchi equilibri sociali.
b_400_154_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Telero-Carlo_Levi_p._093.jpgIl profilo dei rapporti fra lo Stato e il Mezzogiorno, visto in controluce, appariva grosso modo lo stesso di sempre. Dal Centro si era badato a che la periferia più derelitta avesse comunque quel tanto che servisse a poter consumare quello che la periferia più fortunata produceva. Che cosa ne sarebbe stato dell’industria settentrionale se non ci fossero stati non solo la manodopera meridionale, ma il mercato meridionale? Nel Mezzogiorno erano state iniettate grandi dosi di sussidi e di assistenza, spesso esorbitanti le compatibilità della finanza pubblica e anche rispetto alla logica comune: ma, a parte i vantaggi che effettivamente ne avevano tratto le regioni meridionali, si poteva escludere che i primi beneficiati fossero stati coloro che invece di pochi, improvvisamente trovavano tanti clienti per le loro merci? Ricostruendo quarant’anni di intervento straordinario nel Mezzogiorno, la SVIMEZ è giunta alla conclusione che mai, come invocavano i meridionalisti, l’iniziativa dello Stato è rientrata nei programmi di politica economica più generale. L’intervento, oltre che il solo strumento di azione pubblica nel Mezzogiorno, è stato sempre settoriale e rispondente a logiche diverse da quelle di programmazione complessiva. “A dettare tali determinazioni sono sempre state - come forse era inevitabile - le esigenze, gli interessi, la capacita di elaborazione e di proposta, la forza di pressione delle componenti forti, concentrate nel Nord, dell’economia e della società nazionale”, scrive la SVIMEZ (4). Fu così all’inizio, negli anni Cinquanta, quando gli interventi di preindustrializzazione “contribuirono a ridurre la quota inutilizzata, inizialmente rilevante, della capacita produttiva settentrionale”. E fu così anche dopo, quando gli incentivi all’industrializzazione consentirono la costruzione di nuovi, grandi impianti nel Mezzogiorno (che faranno la fine di vendita a rottami che tutti sanno), attenuando al Nord la pressione dell’immigrazione che stava sconvolgendo gli equilibri sociali delle metropoli settentrionali (5).
In questo decennio, il Mezzogiorno raccontato negli articoli, nelle inchieste e negli editoriali e sempre lo stesso. La stampa nazionale si muove troppo a singhiozzo, cerca con cura le novità, ma poi il vecchio dualismo di arretratezza e di improvvisi splendori è rifugio troppo comodo. La stampa locale, pur con gli sforzi di molti cronisti, non riesce a riscattarsi da una storica subalternità ai centri di potere, appaltando le sue pagine agli sfoghi sudisti. Eppure il nuovo assetto della società meridionale, in particolare dopo il terremoto, va assumendo contorni sempre più precisi. Leggendo gli articoli che Giovanni Russo raccoglie in questo libro, si possono individuare il percorso seguito in questi anni dal Mezzogiorno e i termini nuovi acquisiti oggi dalla questione meridionale. Non c’è più un’area da aiutare, omogenea nel suo sottosviluppo. Questi articoli, che abbracciano il decennio che va dal 1980 al 1990, giungono trent’anni dopo il primo servizio pubblicato da Russo su Il Mondo di Pannunzio. Come allora, anche ora il Mezzogiorno è a un momento di svolta. I dati sui quali riflettere, dice Russo, non sono più quelli di un tempo.
Russo descrive un Mezzogiorno avvolto nelle spire di un “nuovo feudalesimo”, e denuncia il progressivo svuotamento dei centri del potere pubblico e la creazione di altri centri di potere, formati da politici locali e nazionali, amministratori, imprenditori e, talvolta, esponenti della criminalità organizzata, padroni del mercato, interlocutori esclusivi quando si tratta di opere pubbliche e ormai determinanti nelle scelte economiche. Il presupposto per l’esistenza e il successo di questo blocco sociale che si pone al di fuori della dialettica pubblico-privato è la perpetuazione ad libitum di un regime di straordinarietà che consente di violare sistematicamente le regole dell’ordinamento, dalle procedure di approvazione al rispetto dei vincoli urbanistici. Al centro di questa analisi, che spiazza molti luoghi comuni, in positivo e in negativo, sul Mezzogiorno, Russo pone il sistema delle concessioni, uno strumento divenuto ormai la norma per l’affidamento di grandi come di piccoli lavori pubblici, il vero protagonista della ricostruzione delle zone terremotate, la chiave per capire quello che succede in aree sempre più vaste del Mezzogiorno, il modello di una nuova modernizzazione senza sviluppo. Questo sistema e, più in generale, il rapporto fra imprenditoria e politica nel settore delle opere pubbliche, non è comunque prerogativa delle regioni meridionali e negli ultimi mesi si è rivelato uno dei puntelli con i quali si è retto per anni in tutta Italia un intero sistema politico altrimenti corroso.
La crisi del sistema produttivo allestito dalle Partecipazioni statali, la bancarotta in cui era precipitata l’industrializzazione a base di “cattedrali nel deserto” hanno provocato condizioni di grande sfavore. Ma in particolare un fenomeno ha agevolato questa nuova involuzione: l’attribuzione agli enti locali, alle regioni, di un ruolo decisivo sulla scena meridionale (6). Non più, come un tempo, soltanto regolatori dell’assistenza pubblica, distributori, spesso secondo logiche clientelari, di sussidi e di integratori di redditi, gli enti locali e le varie articolazioni periferiche dello Stato sono divenuti i principali soggetti economici delle regioni meridionali, assumendo una funzione tanto fondamentale quanto sproporzionata rispetto alle proprie effettive capacità, rispetto alla propria stessa storia.
b_136_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Telero-Carlo_Levi_p._094.jpgRegioni, province, comuni e poi comunità montane, aziende municipalizzate, Unità sanitarie locali, non assolvono più soltanto i vecchi compiti, quello, in particolare, di gonfiare a dismisura i propri organici al di fuori di ogni logica imprenditoriale e al solo scopo di erogare stipendi a galoppini e a familiari di galoppini. Il clientelismo pittoresco, di stampo paternalistico-laurino, ha lasciato il posto ad un sistema più scientifico, più in linea con i nuovi modelli di sedicente managerialità che, con la rapidità e la luminosità di meteore televisive, hanno suggestionato la società meridionale, sia quella urbana che quella provinciale. Gli appalti, le commesse pubbliche, le concessioni, con il loro sciame di subappalti, di piccoli incarichi di consulenze ragionieristiche, sono subentrate alla mitologia del posto pubblico, dell’impiego a tutti i costi, della trafila nelle anticamere di vescovi ed onorevoli.
Contemporaneamente, nel Mezzogiorno si è assistito ad un altro fenomeno, in gran parte effetto del vorticoso giro d’affari al centro del quale si colloca la struttura pubblica, per altri versi prodotto della legislazione d’emergenza, prima fra tutte quella per la ricostruzione delle zone terremotate. Detto in parole povere c’è stato nel Mezzogiorno un trasferimento di poteri dalle mani degli organi elettivi in quelle di poche, pochissime persone. Nel giro di qualche anno, le assemblee elettive sono state private delle proprie funzioni a tutto vantaggio degli organi del governo locale, in particolare dei sindaci e di qualche assessore ai lavori pubblici. Sono questi ultimi i veri dispensatori di un fiume di danaro che dovrebbe servire ad una collettività cui spesso manca tutto, cresciuta sull’onda dell’abusivismo, in spregio a qualunque normativa urbanistica, e che esige una rete fognaria, l’illuminazione delle strade, dei trasporti decenti.
Nei comuni piccoli e grandi delle regioni meridionali sono pochissimi i consigli che si riuniscano, in media, più di quattro, cinque volte l’anno. Per il resto, l’attività amministrativa si svolge esclusivarnente in giunta e, ancor più spesso, in organismi ristretti, molto simili ad un direttorio, cui partecipano al massimo due, tre persone. Le decisioni vengono prese a colpi di delibere adottate sempre come se fossero provvedimenti di estrema urgenza e dunque solo raramente sottoposte al vaglio dell’assemblea. L’accresciuto peso economico degli enti locali e il progressivo accentramento delle decisioni, facilitato da un uso spregiudicato della deliberazione d’urgenza e dall’estensione oltre ogni limite della legislazione d’emergenza, sono proceduti di pari passo, creando quasi dal nulla delle postazioni di potere assolutamente inimmaginabili solo pochi anni fa. E in buona parte a questa ipertrofia amministrativa ed economica che si può far risalire la grande appetibilità che suscita la conquista di un seggio nel consiglio comunale di un qualche paesotto dell’hinterland napoletano o trapanese. In molti comuni si è affermata una nuova generazione di politici disposti a spendere cifre impensabili pur di amministrare comunità di 30-50 mila abitanti e capaci di reperire fondi per costosissime campagne elettorali in un mercato che guarda alla politica, alla mediazione affaristica che si sviluppa nei luoghi della politica, come alla bussola primaria di orientamento.
In una situazione dai contorni politico-istituzionali così abnormi si è inserita la criminalità organizzata, che già da tempo si era affacciata sui mercati legali dove contava di investire gli enormi profitti tratti dal traffico della droga e dalle altre attività illegali. Il contatto con le amministrazioni pubbliche, ormai diventate grandi soggetti economici, spesso i soli soggetti economici, è stato inevitabile. La saldatura ha assunto gli aspetti più diversi, da quello intimidatorio a quello della contrattazione più o meno agevole con un ceto politico esso stesso privo di scrupoli, da quello collusivo fino al rapporto organico, di diretto impegno del camorrista o del mafioso nell’attività amministrativa. Ciò è avvenuto, scrive il sociologo Amato Lamberti, a causa della sproporzione “tra le pretese di regolamentazione e di intervento da parte dello Stato e la sua concreta incapacità di rendere credibili ed operanti queste pretese attraverso una amministrazione efficace e una capacita di progettazione e di direzione dello sviluppo”. A questo si può aggiungere che sono stati spesso gli stessi organi dello Stato a delegittimare le funzioni da essi esercitate per far apparire come indispensabile il passaggio ad un regime straordinario, dove nulla è più sotto controllo.
Ma qualcosa di più grave sembra essere accaduto negli ultimi tempi. La mafia e la camorra da “imprenditori” aspirano ora al ruolo di “programmatori” dello sviluppo, dirottando a seconda dei settori imprenditoriali da esse direttamente o indirettamente controllate, gli investimenti pubblici. L’asfalto ad una strada, l’illuminazione di un quartiere, la predisposizione di aree per l’industria, possono essere decise non solo per ragioni clientelari, come accadeva fino a qualche tempo fa, ma per consentire alle imprese camorriste o mafiose di lucrare e di proporsi, in un mercato dove la domanda di occupazione raggiunge livelli allarmanti, come regolatrici dello sviluppo. Con il consenso sociale, politico ed elettorale che questo circuito di legalità-illegalità garantisce.
b_379_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Telero-Carlo_Levi_p._096.jpgLa commistione di mercato economico, mercato politico e criminalità organizzata sta diventando il tratto distintivo in molte zone del Mezzogiorno, determinando, a valle, quella frantumazione in mille rivoli improduttivi, dell’intervento pubblico nelle regioni meridionali. La questione meridionale, in altri termini, non e “questione dei meridionali", come pure è stato molto autorevolmente detto, ma neanche può prescindere dalle strozzature che nel Mezzogiorno, e non solo a Roma, rallentano, disperdono, dirottano le risorse pubbliche. E, al tempo stesso, la mafia non può essere ridotta, come sempre più spesso si tende a fare, al rango di fenomeno delinquenziale, sia pure esaltato dalla “geometrica potenza” delle sue esecuzioni al tritolo, quasi fosse una congrega di banditi, tenuti insieme da rituali mistico-religiosi e che talvolta assolda qualche consigliere o qualche assessore.
Negli articoli di Russo, questo nuovo intreccio fra politica e affari che domina la vita pubblica nel Mezzogiorno fa la sua comparsa, come si è visto, nella prima metà degli anni Settanta, in coincidenza con la crisi dell’intervento pubblico nel Sud. Ma è il terremoto che consente di individuare meglio queste neoplasie politiche e sociali. Ed è in riferimento a quell’evento traumatico che trae origine il criterio di periodizzazione di questo libro. A botta calda, insieme ad un altro cronista di razza, Corrado Stajano, Russo raccolse una serie di prime riflessioni sui mutamenti impressi nella società meridionale dal terremoto (7). Poi, sul Corriere, proseguì la denuncia dei ritardi, degli scempi urbanistici, delle collusioni malavitose e, soprattutto, venne sollevato il tema delle grandi opere infrastrutturali, la voragine nella quale venivano ingoiati miliardi su miliardi, il laboratorio nel quale si sperimentarono nuove, solidissime alleanze di tipo feudale.
La lunga ed ancora aperta questione della ricostruzione dopo il terremoto, con il corollario dei progetti che hanno riguardato il futuro dell’area napoletana, rappresenta il microcosmo nel quale si possono individuare, ingranditi, i tratti di una trasformazione che tocca tutto il Mezzogiorno. Un vero modello per il controllo della politica e dell’economia e, attraverso queste, dell’intera società meridionale, e dunque non solo di quella colpita dal terremoto, fiaccata e mortificata perché incapace di esprimere i propri bisogni se non tramite i reticoli partitico-clientelari.
La legge 219, il principale strumento normativo preso ancora sull’onda dell’emozione dopo la catastrofe del 23 novembre 1980, consentiva deroghe e varianti commissariali alle pianificazioni vigenti anche se prevedeva la programmazione pluriennale di ogni intervento. Venivano creati due commissari straordinari, istituti tipici di una situazione d’emergenza, ma, fin dalle prime battute, uno dei due commissari, il sindaco di Napoli, non si avvalse di questa facoltà e decise di coniugare il progetto che prevedeva la costruzione di più di 13 mila alloggi con i piani urbanistici già adottati dal consiglio comunale per sistemare una degradatissima periferia. In sostanza, l’emergenza, la straordinarietà venivano calati nell’ordinario.
In questo periodo si diede facoltà ai commissari di avocare a sé anche tutta un’altra serie di iniziative, previste da altre leggi, ritenute indispensabili per la buona riuscita del progetto. Era solo uno spiraglio che nel giro di poco tempo divenne un enorme varco: la legge 219, con le sue procedure d’urgenza, divenne un grande treno merci con gli sportelli sempre aperti, nel quale, con la certezza che si sarebbe comunque arrivati in orario, vi si poteva buttare di tutto.
Contemporaneamente il Comune di Napoli visse uno dei più lunghi periodi di instabilità della sua storia (ci furono sei sindaci in tre anni), mentre furono lentamente smantellati i servizi di supporto tecnico con i quali l’amministrazione pubblica esercitava il suo controllo. La parola passò ai nuovi feudatari, i concessionari, che, pressando i commissari che vorticosamente si alternavano, ottennero ciò che volevano, e cioè che oltre alle nuove abitazioni e alle opere infrastrutturali a queste necessarie si costruissero strade, superstrade, svincoli autostradali, bretelle e perfino tronchi ferroviari.
b_369_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Telero-Carlo_Levi_p._097.jpgLo svuotamento delle istituzioni pubbliche fu perfezionato con il bradisismo di Pozzuoli e con l’istituzione di altri commissari per le cosiddette aree industriali nel “cratere” del terremoto. Nacque Monteruscello, un gigantesco quartiere dal vago aspetto cimiteriale dove ora, a pochi anni di distanza, le pareti prefabbricate delle case si spaccano in due e la gente fugge per tornare nella vecchia Pozzuoli che da millenni aveva imparato a convivere con il bradisismo.
I soldi arrivavano copiosi e con essi si facevano sempre più estesi i poteri di delega ai grandi feudatari. “Quasi sempre - dice Russo in una intervista a Per del 3 luglio 1990 - i concessionari sono grandi imprese di lavori pubblici che hanno nomi famosi in tutto il mondo e che, però, una volta ottenute le opere in concessione le danno in appalto e in subappalto. I subappalti finiscono a piccole e medie imprese meridionali costretti a prenderli a bassi prezzi e il più delle volte controllate da mafia e camorra. Così lo Stato non solo regala il 20 o il 30 per cento dei suoi miliardi, ma finanzia indirettamente anche la camorra e la mafia”. Ben presto si è arrivati al punto in cui erano i concessionari a decidere gli interventi, ora in più stretto raccordo con gli esponenti del governo comunale e regionale (sotto l’egida di alcuni di quello nazionale), i quali, da commissari, si sentivano liberati da ogni onere di controllo da parte delle assemblee elettive. I vantaggi per i concessionari andavano ben oltre i profitti di imprese, mai così rosei dagli anni del sacco laurino, e si configuravano in corpose rendite finanziarie, grazie agli utili ricavati dagli anticipi e da un complesso giro di intermediazioni con fornitori e subappaltatori.
ll meccanismo messo in opera per la ricostruzione non poteva esaurirsi con essa (ammesso che la ricostruzione, quella vera, sia effettivamente esaurita). Altri soldi potevano essere reperiti da capitoli ordinari e straordinari del bilancio dello Stato, che, in assenza di una seria, autonoma, elaborazione progettuale da parte delle amministrazioni pubbliche, venivano incanalati dalle grandi imprese di costruzione. E, stavolta, non solo locali, ma, per uno di quei paradossi dei quali è ricca la storia del Mezzogiorno, dalle aziende che si occupano di edilizia per conto delle Partecipazioni statali. Nascevano così il progetto definito “Regno del possibile”, che intendeva dare in mano ai concessionari il centro storico di Napoli, e quello dall’ambiziosa titolazione greca di “Neonapoli”, un grande contenitore politico-propagandistico gestito direttamente dall’allora ministro del Bilancio, Paolo Cirino Pomicino, nel quale riversare tutti i finanziamenti statali e degli enti locali. Fra gli interventi più vistosi c’era quello dei cosiddetti parchi scientifici e tecnologici a cui si aggiungevano insediamenti turistici e residenziali per complessivi sette milioni e mezzo di metri cubi che l’Amministrazione comunale intendeva collocare, con una variante al Piano regolatore generale, nella zona orientale e a Bagnoli, due aree dalle quali sarebbero stati allontanati l’Italsider ed altre aziende ad alto rischio e dove invece era necessario rompere la continuità edilizia che ha condotto Napoli al collasso. Contro questa iniziativa si schierò un fronte d’opposizione formato da intellettuali, da professionisti da settori dell’ambientalismo che sperimentò un modo nuovo di intervenire sui problemi della città al di fuori degli scherni di partito e rompendo le vecchie logiche di appartenenza. Nacquero così le Assise cittadine, un agguerrito cenacolo promosso da Gerardo Marotta e da Antonio Iannello dove, nell’ostilità delle istituzioni pubbliche e della stampa cittadina, si riscopriva il gusto della politica, dell’impegno a favore della comunità. La battaglia diede i suoi frutti e il Preliminare di Piano, il documento urbanistico apprestato dal Comune per soddisfare l’ingordigia di politici e costruttori, venne respinto grazie ad una martellante opera di sensibilizzazione. In quella circostanza si constatò quanto una rinnovata intesa fra politica e cultura potesse contrastare anche la più consolidata alleanza di potere. Un’alleanza che passava indenne e trionfatrice tutte le verifiche elettorali, ma ora entrata nel mirino della magistratura che ha avviato indagini su come si è costruita una perfetta macchina per fabbricare consensi.
Non riesce a cogliere queste novità Massimo Cacciari che pure, in alcune riflessioni su Napoli (8), individua negli intellettuali, nella vivacità della cultura, in assenza di soggetti sociali già costituiti e con i partiti in preda alla sclerosi, l’elemento in grado di scardinare il sistema politico-affaristico che grava sulla città. Il filosofo veneziano auspica una rivolta etica, aggregazioni trasversali, ma poi rimprovera all’Istituto italiano per gli studi filosofici di limitarsi “ad un lavoro di presenza e di testimonianza, di testimonianza anche disperata”, invitandolo “ad un’attività più direttamente collegata alla vicenda politica cittadina”, ad esempio “sui piani urbanistici di Napoli”. Con ciò sottovalutando la funzione svolta dall’Istituto di Marotta nel coagulare forze diverse, dentro e fuori dei partiti, proprio sul terreno dell’urbanistica e della tutela del paesaggio e dei monumenti napoletani.
b_400_284_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Telero-Carlo_Levi_p._159.jpgSegnali positivi si rincorrono da un capo all’altro del Mezzogiorno, ma il vecchio sistema, che altrove subisce sconfitte sempre più vistose, ha fissato proprio nel Sud la sua roccaforte. E cosi, nelle regioni meridionali, dove ci sono un milione 600 mila disoccupati, dove, nelle sole Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, si verificano il 70 per cento degli omicidi che ci sono in Italia, il 68 per cento delle rapine gravi, il 61 per cento delle estorsioni, il 91 per cento degli attentati dinamitardi o incendiari (9), dove si trovano le quindici città in cui è più basso il livello di vivibilità, e successo qualcosa di più grave dell’allargamento continuo del divario con le altre regioni del paese. E’ entrata gravemente in crisi, si è frantumata, la politica che in questi quarant’anni ha tentato, all’inizio con le migliori intenzioni, poi con risultati sempre più scadenti, di restringere la forbice fra il Sud e il resto d’Italia. I risultati positivi nel Mezzogiorno ci sono stati, ma, insieme a questi, la lenta agonia dell’intervento pubblico, durante la quale non è mai stato intaccato il fluire dei quattrini, ha sviluppato la formazione di grumi che ostruiscono la circolazione sanguigna. E che rischiano di togliere la speranza nelle cellule sane che, nonostante tutto, sono ancora in maggioranza in questo organismo.
1 Corriere della Sera, 7 dicembre 1973.
2 Cfr., in particolare, ll Vero e il falso sugli aiuti al Sud, in Corriere della Sera, 14 luglio 1974; Mezzogiorno e inflazione, in Corriere della Sera, 30 luglio 1974; Le cattedrali nel deserto, in Corriere della sera, 15 settembre 1974.
3 Manlio Rossi Doria, Trent’anni alle spalle, relazione al Convegno sui problemi dell’economia meridionale, Portici (Napoli), 30 settembre 1977, ora in Scritti sul Mezzogiorno, Torino 1982, p. 168.
4 SVIMEZ, Rapporto 1991 sull’economia del Mezzogiorno, Bologna, 1991, p. 19.
5 Ibidem
6 Per questo fenomeno cfr. le ricerche compiute da Amato Lamberti in particolare in Le trasformazioni della criminalità organizzata e gli intrecci con gli Enti Locali in Campania in Osservatorio sulla camorra 6/7 1988, pp. 13-23; Così governa la camorra, in MicroMega, 4 1990, pp. 111-126. Cfr. pure Isaia Sales, La camorra Le camorre, Roma, 1988.
7 Giovanni Russo, Corrado Stajano, Terremoto, Milano 1981
8 La città porosa, a cura di Claudio Velardi, Napoli, 1992, pp. 158-190.
9 Svimez, Rapporto 1992 sull’economia del Mezzogiorno, Bologna, 1992, pp. 275-276.

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Giovanni Russo, Sud specchio dell’Italia, con Introduzione di Francesco Erbani, Liguori Editore Napoli 1993
Giovanni Russo, nato a Salerno, ha iniziato la sua attività di giornalista e scrittore a Roma con L’Italia Socialista. Collaboratore de Il Mondo di Mario Pannunzio fin dai primi numeri, dal 1955 è inviato speciale del Corriere della Sera di cui è articolista. E’ autore di vari libri tra cui: Baroni e contadini, Laterza, Bari 1955 (Premio Viareggio); L’Italia del poveri, Longanesi, Milano 1958; Chi ha più santi in Paradiso, Laterza, Bari 1964; I figli del Sud, Fratelli Fabbri, Milano 1974; Terremoto, Garzanti, Milano 1981; Flaianite, Scheiwillen Milano 1990; I nipotini di Lombroso, Sperling & Kupfer Milano 1992. (dal risvolto del libro)
Prefazione
b_400_330_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Levi_e_la_Basilicata_Carlo_Levi-Basilicata-01.jpg“Il conflitto tra Nord e Sud, latente fin dalle origini del nostro assetto nazionale, sta arrivando alla sua estrema manifestazione.
Esso fu covato per decenni, più o meno palesemente. Nelle stesse caserme dove si incontravano giovani settentrionali e meridionali, questo conflitto lungi dal sanarsi, si rafforzò. Basta aver sentito una volta quei tediosi dialoghi tra polentoni e terra da pipe per avere ben chiaro l’atteggiamento d’inferiorità dei meridionali, e le accuse che i giovani settentrionali facevano alla feudalità, bigotteria, sottomissione e umiliazione meridionale. Le accuse che tali giovani si facevano erano le stesse che si potrebbero fare ai governi, alle istituzioni, al clero … Ai nostri giorni si sente dire che l’Italia crepa di meridionalismo, cioè di burocrazia, genericità, incapacità di organizzazione, piccolo individualismo, mancanza di coscienza politica e morale, disposizione a servire questo o quello dei padroni, indifferentemente, prova ne sia il grande reclutamento di forze della polizia, che trova sempre e con chiunque abbondante concorso nel Sud.
Che il fascismo fosse corrotto, seppure era possibile, dai meridionali, cioè dalla tendenza meridionale a vivere aggrappati al potere e allo Stato, non è che una parte della verità. Le industrie per una vittoriosa lotta sostenuta dai settentrionali che avevano nel Sud una loro colonia ben protetta dai dazi doganali, erano nel Nord; al nord fu fatto l’armamento della guerra perduta, del Nord sono stati quasi tutti gli uomini che hanno allevato, consolidato il fascismo. Dal Nord è venuta la corruzione dei poteri e degli organi dello Stato; le grandi somme che hanno impinguato la prostituzione italiana e la nuova borghesia italiana”.
Sono le considerazioni che sembrano scritte oggi, di un saggio pubblicato da Bompiani nel 1945, dal titolo L’Italia rinunzia? di Corrado Alvaro, uno dei più grandi scrittori italiani rimasto sempre legato alla sua Calabria. Esse provano come, nei momenti di crisi profonda, il conflitto tra Nord e Sud esplode in tutta la sua gravità e si riconferma come il problema principale del Paese.
b_400_317_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Levi_e_la_Basilicata_Carlo_Levi-Basilicata-02.jpgL’idea di una federazione, che è in realtà separazione, e emersa del resto sempre nei momenti di crisi e di smarrimento nazionale. Come ricorda Benedetto Croce nel suo Uomini e cose della vecchia Italia, l’idea di una federazione fra uno Stato settentrionale e uno Stato meridionale, era sostenuta dagli ultimi borbonici che, a trent’anni dall’unità, non si rassegnavano alla vittoria del Risorgimento e vagheggiavano la restaurazione del vecchio Stato borbonico. Nulla di nuovo sotto il sole perché alla base dell’autonomismo lombardo di fine ottocento è soprattutto l’avversione contro i meridionali.
L’origine dei mali, che affliggono Milano e la Lombardia, fu individuata dall’autonomismo lombardo “nella deleteria dominazione meridionale - come scrive lo storico Fausto Fonzi - che opprimendo e sfruttando le regioni più oneste, più laboriose, più civili e più ricche, porta la nazione alla decadenza ed alla rovina”.
Esso riteneva che “perché l’Italia sia libera e progredita è necessario che la razza superiore dei settentrionali sconfigga e sottometta la razza inferiore che tenta imporre con gli strumenti politici la sua barbarie, la sua corruzione”.
Nel grido “abbasso le imposte”, che si leva dall’autonomismo milanese, viene concretandosi la protesta di Milano contro il governo e contro l’ordinamento stesso dello Stato italiano. L’oppressione fiscale appare ai milanesi come un aspetto del soffocante regime centralizzato dello Stato italiano.
Come si vede, il terreno di coltura di questi fenomeni autonomisti e separatisti è sempre lo stesso: l’antropologia positivista. E’ il terreno su cui si incontravano borbonici, cattolici e socialisti a trent’anni dall’unità e oggi si ritrovano, sulle stesse posizioni, leghisti e borbonici. Erano i cattolici milanesi di allora che obbedivano ancora al non expedit del Vaticano. Oggi i cattolici ex democristiani, che votano per la Lega, sono invece contro gli orientamenti delle alte gerarchie ecclesiastiche che hanno definitivamente superato il vecchio risentimento verso lo Stato unitario e seguono la linea di rinnovamento inaugurata da Giovanni XXIII, che aveva portato ad un nuovo ecumenismo e alla eliminazione di ogni residuo rimpianto per la perdita del potere temporale. Oggi le gerarchie ecclesiastiche sono molto più avanzate degli stessi partiti nella difesa dell’unità politica del Paese e nel sostenere l’importanza della questione sociale.
b_286_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Levi_e_la_Basilicata_Carlo_Levi-Basilicata-03.jpgSempre nel suo saggio L’Italia rinuncia?, Corrado Alvaro osservava che l’unità d’Italia “fu di continuo minacciata dalle antiche rivalità, dalle vanità locali, dallo scarso senso nazionale, dalla piccola boria di quelle provincie che “bastano a se stesse” e che pagano le tasse per gli altri”.
Nei momenti di profonda crisi morale quale quella che il nostro Paese attraversa si sente molto forte il bisogno di tornare a ragionare, di non lasciarsi sovrastare dalle suggestioni della politica spettacolo. Sembra invece che, tranne poche eccezioni, sia questa la tendenza che prevale. Gli intellettuali che, per statuto, sono chiamati a ragionare sono tra i primi a lasciarsi travolgere da questo fascino. L’alternativa all’urlo è, per molti, il silenzio. Di fronte alle spinte irrazionali che stanno emergendo nella vita politica italiana, la discussione sull’unità e sull’identità nazionale procede tra gli strepiti di taluni e il mutismo di altri, nonostante si moltiplichino i fenomeni di razzismo fomentati dal movimento leghista e elogiati da uno dei maggiori esponenti della Lega, il professor Gianfranco Miglio, mentre Umberto Bossi si esercita continuamente nelle furberie di un’ambigua cautela.
Si aprono ormai continui dibattiti televisivi e nella stampa sulla “disunità d’Italia” per citare il titolo di un libro di Giorgio Bocca, che è uno dei protagonisti di questo atteggiamento ambivalente degli intellettuali. Egli ha denunciato alcuni dei gravi mali del Sud, ma crede che le leghe siano il grimaldello che fa saltare il sistema, senza curarsi dell’assenza di un’alternativa valida.
Anche Alberto Arbasino in vari articoli su Repubblica riscopre Cattaneo e soprattutto rivendica le sue origini padane e le buone ragioni delle operose famiglie lombarde di prendersela con i meridionali.
Sabino Acquaviva, trascurando gli effetti che ha avuto la televisione, come dimostra, in un libro famoso, il linguista Tullio De Mauro, scrive di una Italia in cui si parlerebbero ancora “lingue-dialetti” differenti e spesso incomprensibili tra loro e sostiene che la lingua italiana non sarebbe un elemento unificante. E’ noto, invece, che i dialetti stanno scomparendo anche se vengono sostituiti da un italiano televisivo. Acquaviva alla domanda se l’Italia esiste come espressione nazionale e persino più drastico di Metternich, che almeno ammetteva che l’Italia era un’espressione geografica, e sostiene che i confini dei vecchi Stati coincidono con quelli delle regioni. Ma il regno del Piemonte non comprendeva Sardegna e Liguria? Lo Stato pontificio non metteva insieme Romagna, Emilia, Umbria e Lazio? E quello napoletano non univa sette regioni?
Anche i politici di quasi tutti i partiti fanno a gara per mostrarsi sensibili a tesi in apparenza federaliste, di fatto separatiste, senza rendersi conto che stiamo correndo il rischio di dar vita ad una federazione di dialetti in via di estinzione.
b_400_329_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Levi_e_la_Basilicata_Carlo_Levi-Basilicata-04.jpgIl fallimento dell’intervento straordinario nel Sud e il potere di una criminalità organizzata che si è lasciata irresponsabilmente crescere, anche se si cerca ora di combatterla, vengono presi a pretesto per giustificare la separazione del Nord da un Sud parassita e per eccitare il vittimismo dei piccoli imprenditori e le proteste, anche se giustificate, di operai licenziati dalle fabbriche del Nord.
Quando si parla di federalismo, che poi significa separatismo, si dimentica l’esperienza della Sicilia, regione a statuto Speciale, che di fatto è uno stato federale e il fallimento delle regioni soprattutto nel Sud. Ad esse sono trasferite tra l’altro l’assistenza sanitaria e |’urbanistica: le condizioni scandalose delle USL sono un esempio quotidiano di inefficienza e corruzione; il paesaggio e il territorio sono abbandonati alla speculazione edilizia in assenza di una organica pianificazione. Nella Commissione Bicamerale per le riforme istituzionali, che pure ammette l’esito deludente dell’ordinamento regionale, si è avanzata l’ipotesi, invece, di sottrarre allo Stato tutte le funzioni lasciandogli solo i compiti di politica estera, dell’ordine pubblico interno, della difesa nazionale, della finanza pubblica e della giustizia, o, come scrive retoricamente il relatore “la quadruplice funzione di bandiera, spada, moneta e toga”. Le conseguenze di questa scelta sarebbero rovinose, segnerebbero la fine dell’unità d’Italia.
Ecco perché questo dibattito non si può ridurre al Sud come Inferno e al Nord che sarebbe il paradiso, ma coinvolge i valori, di cui nessun intellettuale può disinteressarsi, della lingua, della letteratura, della storia.
Questo libro rappresenta un invito a coloro che sono decisi a difendere anche al Nord la libertà e l’unità del paese, ad allearsi con le minoranze politiche e culturali che nel Sud si battono per gli stessi obiettivi. Occorre evitare che si accrediti una idea di generale e irreversibile disgregazione del Mezzogiorno e che le sue minoranze culturali non siano invece travolte da questa immagine diffusa dalla TV e dai mass media.
Lo sfacelo dello Stato era prevedibile da alcuni anni, come era prevedibile che chi doveva pagarne le conseguenze in misura maggiore era proprio il Mezzogiorno, perché i suoi problemi erano ancora più gravi che nel resto del Paese. Per questi motivi abbiamo cercato di distinguere le luci dalle ombre, i gruppi di minoranza eredi delle grandi tradizioni culturali dai gruppi di potere fondati sull’assistenzialismo, il clientelismo, dai politici che costruiscono le proprie fortune sul voto di scambio.
b_318_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Levi_e_la_Basilicata_Carlo_Levi-Basilicata-05.jpgNel Mezzogiorno non è una pratica nuova quella del voto di scambio per ottenere o ricambiare un favore concesso da un candidato. I primi esempi clamorosi del chilo di pasta gratuito, della banconota tagliata a metà data in anticipo prima delle elezioni e completata dopo il controllo del voto risalgono alle elezioni amministrative a Napoli nel 1952 vinte da Achille Lauro. Il voto di scambio anche oggi trae origine dalle condizioni in cui vivono ancora larghi strati della popolazione del Sud e dal numero elevatissimo di disoccupati. Perciò vi è la disperata ricerca di un “posto” o di un impiego sicuro negli enti pubblici, la Regione, il Comune, la Comunità montana e lo Stato, un posto magari di spazzino, di usciere, di poliziotto. Si “vende” il voto a chi promette di aiutare a “sistemare” figli e parenti, sveltire la pratica della legittima pensione che la burocrazia ritarda da anni e che potrebbe arrivare in fin di vita o dopo la morte. Ma spesso si tratta di pensioni di falsa invalidità. Per qualsiasi servizio abbia diritto il cittadino, anche quando è ammalato per essere ricoverato in ospedale, occorre l’intervento di qualche politico nazionale o locale. La responsabilità della classe politica è quindi enorme. I cittadini sono sempre più convinti che il lavoro non è un diritto garantito ma una elargizione dei “nuovi feudatari”. Chi non accetta questo sistema ha una sola Strada: l’emigrazione, o una sola possibilità di protesta: l’astensione.
Alberto Iacoviello in un articolo apparso nella Repubblica osservava che la cultura che si ispira al meridionalismo non è stata, negli ultimi anni, attenta come un tempo all’aggravarsi delle condizioni del Sud. vero ma questo è accaduto sia per il conformismo e il servilismo di quei meridionali che difendevano la politica dell’intervento straordinario anche quando era palesemente sbagliata, sia perché le “grandi firme” si occupavano di altro e consideravano con fastidio o con noia “la questione meridionale” che, oggi coinvolge la sopravvivenza dello Stato unitario, come aveva previsto Giustino Fortunato, il quale scriveva “il Mezzogiorno sarà la rovina o la fortuna d’Italia”.
Gli uomini politici, tranne rare eccezioni, sono protagonisti o conniventi delle degenerazioni della società meridionale e hanno tollerato o favorito lo sviluppo della criminalità organizzata. Del fallimento dell’intervento straordinario la responsabilità fu anche del PCI che sosteneva la politica della “industrializzazione senza sviluppo” che è stata il cemento di quel “blocco sociale” formato da grandi imprese pubbliche e private del Nord, dai concessionari delle opere pubbliche e dalla classe politica meridionale; un “blocco sociale” che già verso la fine degli anni ottanta avevo bollato sul Corriere della Sera come “i nuovi briganti”.
Molte sono le colpe delle sinistre, riconosciute nella sua autocritica, pubblicata sempre nella Repubblica, da Gerardo Chiaromonte, che però non cita l’appoggio dato dal PCI alla marcia dei sindaci siciliani su Roma per ottenere un ulteriore condono dell’abusivismo edilizio.
Gravissime le responsabilità del sindacato, che ha preferito l’industrializzazione senza sviluppo e la difesa ad oltranza di industrie come quella siderurgica in crisi irreversibile, alla creazione di una vera classe operaia, lasciando via libera al lavoro nero e al rigonfiamento delle liste dei disoccupati. Ecco perché è assurdo che si continui come prima e che siano stati assegnati con decreti legge decaduti, e sempre reiterati, circa 30 mila miliardi, in base alla Legge 64 con le stesse procedure del passato e che che rischiano di finire in gran parte nelle solite mani.
Esistono, certo, aspetti positivi nella politica di intervento straordinario nel Sud ignorati da chi identifica, sia pure in buona fede, “la questione meridionale” con la “questione criminale”. Bastano alcuni esempi di cui si parla in questo libro: la riforma agraria realizzata da Manlio Rossi Doria; le imprese agricole moderne, come a Lamezia Terme l’azienda Cefaly che fa concorrenza ai pompelmi israeliani e sudafricani; le fabbriche di scarpe e di vestiti di Barletta e di Case[a, NdR]rano in Puglia, create da ex operai ritornati dal Nord e dall’estero e le industrie medie e piccole di Bari e della provincia; la serricoltura e la floricoltura di Ragusa Modica e di Vittoria in Sicilia; gli impianti idrici in Puglia e in Basilicata, le infrastrutture stradali, la rete alberghiera, tutto finanziato dalla ex Cassa per il Mezzogiorno.
b_276_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Levi_e_la_Basilicata_Carlo_Levi-Basilicata-06.jpgPurtroppo molte di queste opere, come gli ospedali e i depuratori, sono affidate alla gestione degli enti locali che le hanno lasciate deperire, come stanno andando in rovina la maggior parte delle opere pubbliche costruite con i fondi del terremoto del 1980: piscine, palestre, verde pubblico, centri sociali, Si tratta di uno scandalo tanto più grave in quanto avviene in zone che hanno estremo bisogno di queste indispensabili attrezzature.
Per le opere della ricostruzione dopo il terremoto del 1980 è stato anticipato danaro pubblico fino al 50% della spesa (e cioè migliaia di miliardi) alle stesse imprese che sono state accusate di corruzione dal giudice Di Pietro nello scandalo delle tangenti di Milano: Grandi Lavori, Pizzarotti, Cogefar, Lodigiani, Recchi, Maltauro, Golani, Vianini, Zanussi. Questa è un’altra prova della falsità degli slogan di Bossi che la corruzione sia una malattia meridionale. Il nuovo “blocco sociale”, definito da Pasquale Saraceno “molto più pericoloso del vecchio blocco agrario”, ha praticato la rapina delle risorse pubbliche mediante la corruzione e la subornazione della classe politica portando sull’orlo del disastro economico e del degrado morale l’intero paese. Enorme è la responsabilità della classe politica che non ha contrastato questo processo di degenerazione. I mezzi di informazione hanno presentato l’azione della magistratura mettendo in primo piano solo la responsabilità degli uomini politici e dei partiti, rimasto in secondo piano il meccanismo con cui le grandi imprese, con il sistema delle tangenti, hanno violato le regole della libera concorrenza e hanno istituito un gruppo di potere economico e finanziario che è diventato di fatto un monopolio privato, il quale ha lucrato illecitamente migliaia di miliardi. I politici sono apparsi gli unici responsabili Dall’indagine della magistratura è emersa in tutta la loro gravità la profondità dell’infezione nella società. Questo processo di degenerazione costituisce grave pericolo per la democrazia.
Per capire il meccanismo perverso che ha creato il nuovo blocco sociale, bisogna tener presente che a partire dal 1972, col governo Andreotti-Malagodi e fino al 1980, sono state concesse su tutti gli appalti delle opere pubbliche, anticipazioni alle imprese del 50% dell’importo dei lavori prima del loro inizio e scandalose revisioni dei prezzi, alle norme sulla contabilità generale dello Stato. Con la legge 219/81 per la ricostruzione delle zone colpite dal terremoto del 23 novembre 1980 ed estesa con la legge n. 80 del 1987 a tutto il territorio nazionale, con l’alibi della inefficienza della Pubblica Amministrazione e della necessità di accelerare le procedure, si è passati dagli appalti all’obbligo di ricorrere all’Istituto della concessione che ha consentito di evitare le gare e di affidare i lavori a trattativa privata, in più lasciando ai concessionari le anticipazioni del 50%.
Infine non bisogna dimenticare che dal 1957 al 1970 si era favorito l’esodo tumultuoso al Nord e all’estero di ben 4 milioni di contadini meridionali che ha rotto gli equilibri sociali in tutto il Paese, anche se ha fornito la forza lavoro propulsiva del miracolo econornico.
b_400_340_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Levi_e_la_Basilicata_Carlo_Levi-Basilicata-07.jpgMa la questione più importante è quella che riguarda l’esperienza catastrofica delle Regioni, soprattutto nel Sud.
In Italia come al solito, i fatti contraddicono le buone intenzioni teoriche. Le regioni sono state istituite (quelle a statuto ordinario) con vent’anni di ritardo, e quelle “speciali” sono nate dietro pressioni di interessi politici o di ricatti separatisti, come quella della Sicilia; ma non sono mai state coordinate veramente con lo Stato per cui, per determinati settori, è un grave errore aver delegato alle regioni - che non ne avevano la capacità culturale né la coscienza - poteri che non erano in grado di esercitare né di valutare appieno.
Giustino Fortunato sosteneva che attribuire ai corpi locali, più o meno autonomi, delle vere e proprie funzioni di Stato avrebbe reso sempre di più i poteri pubblici incapaci di agire e avrebbe favorito l’infeudamento e lo strapotere delle consorterie locali, come è avvenuto.
Il problema centrale che si trascura è, invece, la necessità urgente, in vista del nostro ingresso nella Comunità europea, di rendere efficiente e corretta l’Amministrazione italiana, sia quella dello Stato, sia quella degli enti locali.
Il gattopardismo dei partiti, nella illusione di conservare il potere, è pronto ad accogliere le proposte delle Leghe; ciò significherebbe il consolidamento dei “nuovi feudatari” al Sud e la consegna definitiva alla mafia e alla camorra di intere parti del Pese.
Di fronte a questi pericoli si sta manifestando nella opinione pubblica nazionale un rifiuto al separatismo e alla creazione di una cosiddetta Repubblica del Nord.
Bossi aveva fondato le iniziali fortune elettorali della Lega agitando demagogicamente queste idee, raccogliendo le adesioni al suo movimento soprattutto perché si faceva portavoce di una generica protesta. Poi ha rovesciato le sue posizioni con grande disinvoltura: nega di volere il separatismo e si atteggia addirittura a salvatore del Sud affermando che vorrebbe “liberarlo” dall’oppressione della partitocrazia. Bossi ha bisogno di queste giravolte per tenere unita la sua armata Brancaleone proprio perché è il figlio della degenerazione dei partiti e della egemonia partitocratica.
La sua intervista a Giuseppe Turani nella “Repubblica” del 13 gennaio 1993, è la prova più lampante e sfacciata della sua concezione della politica e del disprezzo per i suoi stessi elettori, vb_400_332_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Levi_e_la_Basilicata_Carlo_Levi-Basilicata-08.jpgerso i quali non si vergogna di apparire come un voltagabbana. Non si capisce perché uomini politici come La Malfa e Occhetto, ma non sono i soli, possano accreditare un simile personaggio, il quale dichiara esplicitamente di aver parlato dell’Italia che si potrebbe dividere in due e di Repubblica del Nord ”per un calcolo preciso”, perché “gli altri partiti non sono molto intelligenti”. Avrebbero difeso lo Stato centralista dandogli la possibilità di massacrarli elettoralmente. E aggiunge: “Non ci voleva niente a capire che non si trattava di un progetto definitivo”. Bossi confessa clamorosamente di aver preso in giro tutti e lo dice senza pudore, solo per far cadere gli altri, come lui si esprime, nella “trappola”. Ma il fatto è che i partiti non hanno difeso affatto lo Stato centralista, bensì tutti facevano a gara nel presentarsi come fautori di un regionalismo sempre più ampio. Bisogna riconoscere che la DC ha dimostrato di avere, nei confronti dei programmi della Lega, più senso dello Stato dei partiti laici.
Quante accuse la Lega e Bossi hanno rivolto agli uomini politici di essere alle dipendenze della finanza e dell’industria più potente! Ma nell’intervista, Bossi non esita a proclamare di aver ripiegato sulla tesi dello Stato federalista, perché aveva ricevuto un segnale da Torino, cioè da Agnelli, dopo un convegno della Fondazione Agnelli che propone di ridurre le regioni da venti a dodici. Bossi vuole uno sconto e propone di arrivare a cinque o sei.
Egli si vanta, di poter cambiare idea e posizione politica quando ciò gli fa più comodo, di non mantenere le sue promesse e di avere impedito la elezione di Forlani a presidente della Repubblica, promettendo ad Andreotti di dargli i voti della Lega “a patto che prima facciamo saltare Forlani” e cosi avvenne. “Naturalmente di dare i voti ad Andreotti non ci ho mai pensato”, confessa.
b_400_341_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Levi_e_la_Basilicata_Carlo_Levi-Basilicata-09.jpgNella stessa intervista Bossi dice di volere un governo di tecnici al posto del governo Amato solo perché questo può renderlo arbitro della situazione politica e riconosce che la sua vera ambizione è quella di diventare presidente del Consiglio. Sorprende che di fronte alle giravolte di Bossi, a cui presta fede anche l’Unita con un articolo di un giovane storico, Giovanni De Luna, in cui Bossi viene presentato come l’angelo vendicatore che potrebbe liberare il Sud dalla mafia, pochi ricordino che la stessa tattica, attuata peraltro in modo molto meno goffo, fu adottata da Mussolini. Negli anni dal ’19 al ’22 che precedettero la marcia su Roma, prima si dichiarò repubblicano e di sinistra, poi monarchico appoggiando, con il fascismo, i grossi agrari e le industrie belliche del Nord. Ma se si paragonano Bossi e le contraddizioni della Lega (che raccoglie ex fascisti, ex democristiani, extraparlamentari e molti altri detriti intorno alla protesta di alcuni ceti del Nord, bottegai e piccoli imprenditori, che non vogliono pagare le tasse) a Mussolini e al fascismo piccolo borghese, intellettuali accreditati, da Giordano Bruno Guerri a Angelo Panebianco a Saverio Vertone a Giorgio Bocca, sostengono che il paragone è stupido. C’è voluta una autorevole rivista americana, Time, per presentare il successo di Bossi come the rise of a demagogue, l’ascesa di un demagogo, e per paragonarlo proprio al Mussolini del 1920 e al fenomeno Ross Perot delle ultime elezioni presidenziali americane, mentre il quotidiano inglese Manchester Guardian lo ha definito un “umoristico capopolo”.
Imperversano sulla scena del nostro Paese forze improvvisate, senza coscienza storica e del sentimento dell’unità nazionale. Una immensa “plebe”, che comprende la piccola borghesia, i nuovi ceti emergenti, la vecchia classe operaia è preda dei mass-media e dei miti irrazionali e sembra che quello che Hegel scriveva dell’ignoranza secolare della plebe di Napoli “priva di coscienza storica e legata all’accidentale”, possa oggi attagliarsi a tutta la Nazione.
In b_254_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Levi_e_la_Basilicata_Carlo_Levi-Basilicata-10.jpgquest’opera di disgregazione di Bossi e della Lega, c’è anche un aspetto positivo, da cui si può trarre un motivo di speranza: essa ha provocato nell’opinione pubblica per la prima volta un’adesione vasta al sentimento dell’unità nazionale che finora si era espressa soltanto nelle vittorie della nazionale di calcio nei campionati mondiali. Questa reazione nella coscienza comune degli italiani ha preso una consistenza tale da costringere Bossi, come si accennava, a rovesciare la sua propaganda separatista, confidando nel fatto che la gente sia così ingenua da credere veramente che egli si sia improvvisamente convertito all’idea della unità del Paese.
Di fronte alla tesi separatista della Lega, Indro Montanelli in un articolo del Giornale aveva scritto di aver deciso di rimettere sulla sua scrivania i ritratti, lasciatigli dal nonno, dei quattro padri della Patria, anche se li aveva tolti per le loro pose retoriche: Vittorio Emanuele II, Mazzini, Garibaldi e Cavour. E concludeva: “Saremo, anzi siamo, una famiglia dappoco noi italiani, ma sempre meglio che bastardi di famiglia altrui come qualcuno vorrebbe, rinnegandola, farci diventare”.
In armonia con questo manifestarsi del sentimento della unità italiana, che è il solo valore da cui si può partire per affrontare i problemi del Mezzogiorno, le due massime autorità dello Stato, il presidente della Repubblica Scalfaro e il presidente del Senato Spadolini, avevano ammonito che non si poteva rinunciare al frutto più importante del Risorgimento.
Il primo, nel suo messaggio di fine d’anno, sottolineava che tra i pilastri della rinascita del Paese non può non esserci il rinnovamento dei partiti. “Demonizzarli, criminalizzarli è terribilmente pericoloso, poiché senza i partiti non vi è democrazia, fino ad oggi nessuno avendo saputo inventare qualcosa di diverso che non sia un semplice mutamento del nome. Allora si deve puntare sull’ortodossia dei partiti, sulla trasparenza dei partiti, sul rinnovamento dei partiti”.
Il secondo, a proposito della proposta della Lega Lombarda, ha richiamato lo spirito del Risorgimento, osservando che “in questi mesi abbiamo assistito a un’opera di deformazione della nostra storia e degli stessi titoli di identità della patria” e avvertendo che non si può in alcun modo accettare il progetto separatista tra Nord e Sud.
18 gennaio 1993
Giovanni Russo

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Giovannino Russo, l’ultima testimonianza
Biagio Russo
b_311_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Levi_e_la_Basilicata_Carlo_Levi-Basilicata-11.jpgÈ il 25 settembre del 2017. Ricevo due copie da Agnese Manni di Basilicata d’autore, a cui come altri avevo inviato un mio racconto per la pubblicazione.
Lo stesso giorno tutte le agenzie di stampa battono la notizia: è morto Giovannino Russo l’ultimo alfiere del meridionalismo.
Nell’antologia dedicata al reportage narrativo, io e Giovannino Russo siamo confinanti. Solo in virtù di un ordine alfabetico. Io, con un racconto che muove dalla frana di Montemurro del 26 febbraio del 1907, per poi snodarsi verso Viggiano, Maratea e l’oltreoceano, lui con una testimonianza intitolata Fra luigini e contadini, che assume subito il vigore profetico di un testamento, di un lascito.
“Sono legatissimo alla Lucania”, scrive Giovannino Russo nell’incipit lapidario. In prima persona e con un superlativo assoluto.
È una coincidenza imprevedibile come ogni cortocircuito della vita, ma significativa: lui decano della scrittura giornalistica e meridionalistica, quercia tra tante ghiande, aveva accettato l’idea di Manni di contribuire ad un’inedita guida destinata a chi intende scoprire la Basilicata, anche in virtù di un interesse crescente per Matera, capitale europea della cultura per il 2019. Ma Giovannino ci lascia, novantaduenne, proprio il giorno in cui esce il volume, donando agli altri narratori e ai lettori il suo ultimo testo: una dichiarazione d’amore e di impegno per il Sud.
“Infanzia e giovinezza determinano le radici”, scrive Giovannino Russo. E ci ricorda quando a 21 anni, nel 1946, insieme a un quarantaquattrenne Carlo Levi, in piazza 18 agosto a Potenza aspetta che rientri dall’esilio Francesco Saverio Nitti. A soli 18 anni, nel 1943, aveva fondato insieme ad altri il Partito d’Azione, poi confluito nel Movimento Democratico Repubblicano di Parri e La Malfa.
In lista per le elezioni all’Assemblea Costituente c’erano oltre a Levi, Guido Dorso, Michele Cifarelli e Manlio Rossi Doria.
Ci si rivolgeva politicamente sia ai contadini che ai luigini, ossia ai notabili, come li aveva definiti Carlo Levi nel Cristo.
La speranza era di un rinnovamento che andasse oltre la contrapposizione di classe che Levi aveva fotografato nel Cristo, da poco pubblicato. E che saldasse per un interesse più nobile, il riscatto del Sud, la classe degli ultimi, dei cafoni, con la borghesia più illuminata e vivace.
E nel telero Lucania ’61, nascosto per anni in uno scantinato a Torino ed ora aMatera, Levi condensa, più che in 1.000 tomi saccenti, il programma politico di una generazione che credeva nel riscatto. Nell’affresco, non c’è solo Carlo Levi.
C’è quell’idea di Sud, coerente e battagliera, onesta e dignitosa, che ha nutrito Giovannino Russo fino alla sua morte: da Baroni e contadini a L’Italia dei poveri, da Le olive verdi. Racconti dal Sud a È tornato Garibaldi.
b_320_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Levi_e_la_Basilicata_Carlo_Levi-Basilicata-12.jpg“È un errore credere che Levi fosse chiuso nel vagheggiamento della “civiltà contadina”, ci ricorda Giovannino Russo.
Nel telero c’è il germe sano del meridionalismo, c’è una fiumana di personaggi: le madri e le donne piangenti, Rocco che arringa la folla di contadini, Danilo Dolci, Manlio Rossi Doria, Carlo Muscetta, Michele Parrella e Rocco Mazzarone.
Non solo muli e asini, non solo donne e bambini. Ma anche i padri della storia del Mezzogiorno: da Zanardelli a Nitti, da Fortunato a Dorso. Luigini e contadini insieme. Appunto.
“Levi - scrive Giovannino Russo - è lo scrittore che, subito dopo il fascismo, ha risuscitato l’interesse per il Mezzogiorno e per la Lucania in particolare, ha fatto scoprire al mondo ”la civiltà contadina” e in prima persona, come artista, pittore, uomo politico e intellettuale, ha partecipato alle battaglie per il rinnovamento sociale e civile del Sud Italia”.
Su Carlo Levi, Giovannino ha scritto molto, perché profondamente amico, ma anche perché lo choc del Cristo fu enorme nel 1945 per quelle coscienze giovani che con entusiasmo assaporavano “il vento del rinnovamento e della libertà”, dopo la caduta del fascismo.
“Il Cristo mi fece aprire gli occhi su un mondo in cui ero vissuto senza vedere, che mi aveva circondato dall’infanzia senza che mi accorgessi dei suoi valori… Il Cristo operò una rivelazione, la scoperta della realtà...”.
E nel 1946 la lista di Carlo Levi a Potenza riuscì ad ottenere 5.340 voti. Quel risultato fu ottenuto perché i soci delle leghe contadine - come ammonisce Giovannino - “sfilarono per le strade insieme agli avvocati e ai notabili che erano stati antifascisti e si unirono pubblicamente per la prima volta ai contadini”.
Il testamento di Giovannino Russo è in queste poche pagine. Che sintetizzano una vita e un percorso. E ci raccontano i suoi ideali e le sue passioni con grande limpidezza e senza moralismi: Antifascismo, libertà, realtà, marginalità, cultura e impegno.
Baroni e contadini è un classico della letteratura meridionalistica. Ristampato più volte, è indispensabile non solo per capire chi eravamo, ma anche per riflettere su cosa è accaduto in termini di divario e di lotte. Nell’edizione del 1979, in premessa Giovannino Russo giunge all’amara conclusione che la battaglia è culminata in una tragica sconfitta. Non immaginava che la questione meridionale si sarebbe trasformata in una questione settentrionale e che l’aumento del divario tra Nord e Sud avrebbe fatto germinare la gramigna del separatismo leghista. Ma quando avvenne non si rassegnò e reagì con un j’accuse formidabile: una “lettera aperta ai settentrionali”, dal titolo I nipotini di Lombroso, nel 1992. E nel 2000, quasi a ribadire la necessità di uno Stato unitario, ripercorse il viaggio che Garibaldi fece da Quarto a Santa Maria Capua Vetere, non per celebrare,
ma per spiegare che l’Unità d’Italia non fu subìta dalle popolazioni meridionali, ma fortemente voluta. Mille casacche rosse non avrebbero certo avuto la meglio sui 30.000 soldati dell’esercito borbonico se tanti borghesi, studenti, artigiani, contadini che avevano lottato contro i Borbone, che avevano subito l’esilio, tramato e cospirato, nelle città come nei piccoli paesi dell’Appennino, non avessero creato e combattuto per una attesa di libertà. L’Unità d’Italia non è stata subìta dal Sud, ma voluta.
b_256_400_16777215_01_images_Nord-Sud_Questione_meridionale_Levi_e_la_Basilicata_Carlo_Levi-Basilicata-13.jpgQuasi coevo a Baroni e contadini è il volume, meno famoso, L’Italia dei poveri, edita da Longanesi nel 1958, e ristampato da Hacca Edizioni nel 2011, a cura di Giuseppe Lupo, dove sono raccolte, quasi sotto forma di racconto, le inchieste urbane di Giovannino Russo tra il 1951 e il 1957. Il volume rientra a pieno titolo nella migliore letteratura di viaggio o nell’inchiesta sociologica, tipica degli anni Cinquanta e vede il ruolo importante, perché aggregante, della casa editrice Laterza di Bari e della collana I libri del tempo, che ospitava Tommaso Fiore, Rocco Scotellaro, Danilo Dolci, Luciano Bianciardi, Carlo Cassola, Leonardo Sciascia.
Le sue indagini erano rivolte agli umili, che fossero gli operai milanesi della Falck o della Breda, o i camalli genovesi, emigranti o prostitute, e raccontavano il mutamento, la contraddizione di quegli anni sfuggenti, schiacciati tra Ricostruzione e Boom economico, tra il legame alla terra e il desiderio del salario, tra battaglie ideologiche e nuovi conflitti sociali e politici.
Giovannino Russo ha sempre descritto il mutamento. Per lui la realtà era il dato di partenza su cui innestare la voglia di cambiamento, la rinuncia all’arrendevolezza. Senza nascondere, senza enfatizzare, senza mitizzare.
Il 26 novembre è scomparso prematuramente Alessandro Leogrande, a soli 40 anni, meridionalista finissimo, lottatore ideologico e coltissimo, sempre vicino agli umili, come Giovannino. In un articolo di un paio d’anni fa su Internazionale, dal titolo La questione meridionale non è mai finita, non solo prendeva atto della morte del meridionalismo storico, quello migliore, quello a cui apparteneva Giovannino Russo, ma lamentava la scomparsa del termine “Sud” dall’agenda politica e la comparsa del “sudismo”: “cioè del piagnisteo neoborbonico di chi vagheggia il ritorno a un buon tempo andato che non è mai esistito, e vede i mali solo e sempre altrove (nel nord, a Roma, a Bruxelles o a Francoforte), emendando di fatto le responsabilità delle élite meridionali”.
La morte di Giovannino Russo e quella di Alessandro Leogrande, “suo figlio ideale”, ci lasciano ancor più soli.
Chiudo riprendendo uno stralcio di Alessandro, che sembra scritto proprio per Giovannino Russo: “Ha saputo analizzare (sotto la lente di una sorta di illuminismo radicale) i ceti sociali e le ragioni profonde del cosiddetto ritardo. Ma, nel farlo, ha saputo anche individuare le responsabilità delle classi dirigenti locali, della “borghesia lazzarona”, dei tanti “luigini” (per usare un’espressione cara a Carlo Levi) annidati tra le pieghe dello status quo. Non perché le colpe siano solo ‘nel’ sud, ma per il semplice fatto che ogni critica dell’esistente deve sempre partire da sé, dalla necessaria anticamera dell’autocritica”.
Ecco, l’insegnamento di Giovannino Russo è proprio nel dovere di criticare l’esistente, ma senza mai disgiungerlo dall’impietosa anticamera dell’autocritica.
A noi raccogliere il testimone.

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