garganovede, il web dal Gargano, powered in S. Marco in Lamis
Antonio Beltramelli
Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Dintorni di Monte Sant'Angelo - Mattinata.
Dintorni di Monte Sant'Angelo - Mattinata.
È il crepuscolo; salgo su lo sciarabbà (Nota) che ho noleggiato per internarmi nel Gargano. La notte la trascorrerò in un cascinale situato in Val delle Rose, dove un mio conoscente mi ha offerto ospitalità; domattina a buon'ora riprenderò il cammino. Il nostro mulo non ha fretta; la strada discende rapida nella valle. Usciti dalla città dal lato di levante, mi rivolgo a contemplare la scena maravigliosa, viva di un incantesimo solenne. Sul cielo di un rosso cupo intensissimo, sopra una immane rupe che cade a picco su la voragine, lassù, distesa su l'ultima vetta, appare la Città dell'Arcangelo. E' tutta nera, di un nero intenso senza sfumature, tantoché pare un frastagliamento della rupe più che un ammasso di abitazioni umane. Risalta su di essa una selva di enormi camini, da alcuni dei quali si distende una tenue chioma di fumo.
Verso la Selva Umbra - Un guardiano di armenti.
Verso la Selva Umbra - Un guardiano di armenti.
Su la massa compatta, qualche fiammella si accende, ma senza chiarore diffuso; è come un punto luminoso su la rupe. La città fantastica ch'io non avevo immaginato se non nel sogno, tanto ha dell'apparizione innaturale in questa rossa luce di crepuscolo, impera nella solitudine rigidamente; una chioma nerastra di nube che è, ai margini orlata di fuoco, le si distende attorno simile ad una corona superba. Pare che l'Arcangelo debba spiccare il volo, in quest'ora, dalla sua rupe per dirigersi lontano dove qualcuno da secoli e secoli lo attende; lontano nella oscura Cornovaglia.
Laggiù sorge il castello di Arturo dalle grotte profonde, nelle quali l'eroe Kimri e i Cavalieri della Tavola Rotonda dormono un sonno secolare attendendo l'apparizione dell'Arcangelo per levarsi una volta ancora.
La strada, tagliata nella roccia, si insinua sotto l'alta città che scompare momentaneamente agli occhi nostri. Molto lontano è un livido specchio di mare chiuso fra due ripidi contrafforti; nella valle che è sotto di noi s'intravvede qualche cascina a grandi distanze. Può dirsi che le piccole abitazioni umane non interrompano il senso di solitudine che spira da tutte queste terre.
Dalle oscure masse della Selva Umbra che si intravvedono oltre Valle delle Rose si levano qua e là come piccole nubi argentee; è il fumo denso delle carbonaie.
Verso la Selva Umbra - Alte gole.
Verso la Selva Umbra - Alte gole.
Discendiamo sempre. In fondo alla valle si vede serpeggiare la strada che giunge da San Giovanni Rotondo. Incontriamo un buttero che guida una torma di cavalli; incontriamo, seduti sui larghi basti delle loro pigre cavalcature, molti carbonai che ritornano dalla Selva; hanno certi visi fieri ed accigliati per nulla rassicuranti. Ci salutano con un cenno del capo, senza dir parola. Sono tutti in costume; gente bella e forte. Non si ode né un canto, né una voce; tutt'al più il tinnire del campanaccio di una mandra che si allontana per qualche sentiero rupestre.
Ieri i miei compagni di viaggio mi hanno riempito il capo di storie del brigantaggio sul Gargano; di aggressioni, di ferimenti, di assassini! e di piccole bagatelle, come sarebbe il cannibalismo, ad esempio; la mobile e fervida fantasia di queste popolazioni ama certamente il colore, vi sarà molta esagerazione in tutto ciò che mi hanno raccontato, ma se debbo giudicare dall'aspetto dei luoghi e degli uomini che incontro, francamente, nulla mi maraviglierebbe. D'altra parte un uomo che si avventuri in questa perfetta solitudine, può dirsi si dia in mano alla gente del paese.
Gruppo di pastori.
Gruppo di pastori.
Un compiuto sistema stradale non esiste; il paese è corso in massima parte da vie mulattiere aspre e difficili che vanno fra rocce e selve e si disperdono in tutti i sensi; solo chi è nato quassù ed ha fin dalla infanzia consuetudine con questi luoghi può dirsene padrone. Se gli abitanti del Gargano volessero darsi alla guerriglia, avrebbero una terra ideale per tale genere di lotta. Del resto non molti anni fa per catturare due soli briganti, i fratelli Frattarulo, il Governo fu costretto a sguinzagliare quassù più di mille uomini. L'esempio informa.
Per conto mio debbo dire che narro impressioni, e l'impressione è dovuta molte volte, o per lo meno sospinta, da antecedenti suggestioni; ho attraversato tranquillamente il cuore del Gargano senza che mi sia toccata la minima avventura; ho trovato ovunque gente simpatica e cordiale, gentile sempre.
Bisogna vincere dapprima una certa diffidenza che è propria di questa gente; però una volta che non tema nel nuovo venuto un agente fiscale o qualcosa di simile, regna la migliore cordialità. Poco mi son trattenuto per poter giudicare con secura coscienza dell'intima natura di queste popolazioni; ciò che è certo si è che molto hanno ancora di primitivo; e come potrebbe essere differentemente se molte famiglie vivono quassù allo stato selvaggio, entro caverne? Inoltre, nelle regioni più deserte, al centro del promontorio, vi sono pastori che non vedono faccia d'uomo per mesi e mesi. Di questi dirò più innanzi.
Il mio sciarabbaista si chiama Pulputulo ed ha un viso per null'affatto mite; prega, ad un certo punto della via, certi carbonai suoi amici di dire alla moglie sua che ha lasciato sessanta lire sotto il letto. La cosa non è atta a rassicurarmi compiutamente; comunque sia, dato e concesso ch'io non posseggo né moglie né letto e che ogni bona mea debbo portarla meco, cambio direzione alle mie meditazioni e guardo il paese che, nella sera incombente, ha linee grandi e solenni.
Siamo ormai a valle, sul monte alto e scosceso si intravvede ancora la Città dell'Arcangelo; qua e là è qualche campo coltivato, qualche cascinale in rovina.
Monte Spigno si corona degli ultimi bagliori occidentali, nella valle è una penombra cupa; qualche stella tremola lontano su l'invisibile mare. Il silenzio è sempre più profondo; la via deserta, come tutto è deserto intorno.
Non odo che lo stridere di una bandieruola di ottone, la quale, infitta sul basto del mulo, accompagna con lenti giri il malinconico trotto della bestia esausta.
Verso la Selva Umbra - Mietitori.
Verso la Selva Umbra - Mietitori.
Su la terrazza della cascina in Val delle Rose, il plenilunio è sereno, tutta una dolcezza argentea si distende intorno. Alcuni contadini, chiamati dal mio ospite, sono giunti per farci assistere ad un ballo tipico del paese: il pizzèca pizzèca. In una panca, messa in disparte appositamente, prende posto l'orchestra. Sono tre individui, tre istrumenti: una chitarra battente (Nota), che il Signore conservi sempre laggiù per gioia di chi l'intende; un tamburello e la cupa-cupa, strumento primitivo composto da una pignatta chiusa all'imboccatura da una pelle fortemente tesa. Detta pelle è attraversata, al centro, da un bastoncello. Il suonatore, dopo essersi spalmato le mani di saliva, le fa scorrere lungo il bastoncello e produce un'armonia che, udita da lontano, potrebbe essere anche gradevole.
Verso la Selva Umbra - Caverne abitate.
Verso la Selva Umbra - Caverne abitate.
Il ballo comincia. Viene intonata una canzone d'amore dalle cadenze malinconiche. Fino ad ora l'orchestra accompagna in sordina; la cupa-cupa pare un armonioso muggito. L'uomo balla di fianco e in tale posizione compie vari giri intorno alla ballerina, la quale pare perplessa e non sa se sostare o fuggire. Fra il pollice e l'indice di ambo le mani tiene sollevato, con un gesto di grazia, il grembiale. È un gesto di disimpegno. La scena di seduzione mi rammenta per associazione di idee i miei studi di ornitologia: molti volatili tentano condurre l'amata al loro desiderio precisamente cosi, girandole intorno. La scena cambia di aspetto all'improvviso; la ballerina si decide; leva un braccio in molle curva sul capo, appunta l'altro sul fianco e con un guizzo si allontana facendo schioccare le dita. Comincia l'inseguimento. L'uomo tiene il capo arrovesciato all'indietro e manda un suono speciale, un ha-ha prolungato, rincorrendo la compagna che con agili scatti e balzi e guizzi gli sfugge continuamente. Poi si calmano e ricominciano. Così per lungo tempo, sotto le cadenze melanconiche della canzone d'amore e i mugolii della cupa-cupa.
Verso la Selva Umbra - Conduttore di cavalli.
Verso la Selva Umbra - Conduttore di cavalli.
E' una dolcissima serenità che innamora; l'antica anima della terra vive in quest'ora e in questa scena. Accosciato in disparte, il cappello a cencio legato con un nastro sotto il mento, Pulputulo, che è uomo di gravità, sonnecchia.
Poi che Pulputulo alza la voce gutturale a richiamo, mi levo dal sonno. E l'alba, la via è lunga e faticosa.
Prendo posto su lo sciarabbà e l'auriga dà il grido di avvio. Saliamo costa costa la montagna che chiude al nord Valle delle Rose. Su l'alto si scopre il mare per una gola profonda; una paranzella è sperduta là in fondo. Piccoli campi coltivati continuano ad apparire, ma sempre più radi.
Verso la Selva Umbra - Prime macchie.
Verso la Selva Umbra - Prime macchie.
Comincia la macchia. Attraversiamo Piano Canale, Piano San Vito; sono terreni pianeggianti chiusi attorno attorno dalle montagne; alcuni tenuti a pascolo, altri a coltivazione. Però è caso raro se si incontra una casa o una capanna ogni sei o sette chilometri. In certi punti la vegetazione è rigogliosissima, come a Umbricchio ove sono macchie, campi di biade e olivi. Incontriamo numerosi armenti. Prima di giungere ad Umbricchio, su l'alto di un colle, un giovinetto sbuca da una macchia improvvisamente; è scapigliato, sporco, nero; veste di pelli. Lo seguono le sue capre che gli si aggruppano vicino. Ci guarda in modo strano e gesticola, gesticola mormorando parole che non intendo. Pulputulo più innanzi mi dice che il giovinetto è impazzito qualche anno fa, per amore. Mi rivolgo a guardarlo: è sempre lassù in mezzo alla via e continua a gestire e a gridare; le sue capre che gli si assiepano intorno formano un gruppo immobile.
Da questo punto comincia la selva che si stende sul monte e si prolunga in una gran massa nera e impenetrabile.
La Selva Umbra ha una superficie totale di 2003 ettari ed è in gran parte formata da faggi, carpini bianchi e neri, aceri e cerri. Anticamente tutto il Gargano era coperto da fitte boscaglie, delle quali parla Silio Italico e delle quali Orazio cantava:

..... aut aquilonibus
Querceta Gargani laborent
Et foliis viduantur orni.

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Monte Sant'Angelo - Castello del Gigante.
Monte Sant'Angelo - Castello del Gigante.
Ci dirigiamo ora al Castello del Gigante, il quale, benché diruto e abbandonato, domina tuttavia, dalla sua altura superba, la città.
Verso levante, si distendono a' suoi piedi umili casette; a ponente, dove la roccia scende ripida su la strada che conduce a Valle delle Rose, fra le sue fondamenta si aprono alcune grotte abitate da pastori e da carbonai.
Monte Sant'Angelo - Castello del Gigante.
Monte Sant'Angelo - Castello del Gigante.
Una tradizione popolare dice che nel Castello del Gigante visse un tempo, abbandonata da tutti, una bella principessa ed altro non narra e non si sa chi fosse, né perché venisse segregata quassù.
Una lapide che si trova nella chiesa dei frati francescani attesta come la regina Giovanna II morisse strangolata nell'oscura fortezza. Il superbo edificio, che ha leggende tristi e pagine tragiche, riposa sventrato e scomposto; nelle corti spaziose si ammucchiano ruderi e rovi; pure non perde della sua solennità. Si eleva alto sui precipizi e pare veramente opera di giganti; molte volte le nubi lo attorniano e lo velano; quando il sereno impera, può dirsi signore dello spazio. Su le sue torri maestre crescono a migliaia piccoli cespi di fiori azzurri che i monelli mi portano e mi offrono con una frase gentile: - Fiori culor 'i cielo! - La rudezza della pietra si ammorza in queste lievi macchie di colore.

Monte Sant'Angelo - Castello del Gigante.
Monte Sant'Angelo - Castello del Gigante.
Monte Sant'Angelo - Castello del Gigante.
Monte Sant'Angelo - Castello del Gigante.

Monte Sant'Angelo - Castello del Gigante.
Monte Sant'Angelo - Castello del Gigante.
Monte Sant'Angelo - Castello del Gigante.
Monte Sant'Angelo - Castello del Gigante.
Nelle corti vuote si aggirano due vecchi in costume; in alto una capra nera, ritta su lo scrimolo di un'altissima muraglia diroccata, ci guarda immobilmente.
Rientriamo in città, nella città dalle strane case del più bizzarro stile. Sono quasi tutte ad un sol piano, con scale esterne, le quali per un uscio ad arco conducono ad una terrazza. La facciata è quasi sempre in forma di quadrilatero; molte volte la porta d'ingresso fa anche l'ufficio di finestra.
Quasi tutte le case recano, a sommo della porta, una piccola nicchia con la figura dell'Arcangelo. Anche a Monte Sant'Angelo i vecchi vestono quasi tutti il loro costume, che è formato da una corta giacchetta di velluto scuro, da una sottoveste di panno con bottoni dorati e da calzoni corti di velluto nero. Le calze di lana sono ferme al ginocchio per mezzo di un nastro. Portano alla cintola una fascia ed hanno la camicia bianca col colletto rovesciato. Compiono tale abbigliamento con un piccolo berretto frigio, celeste.
Monte Sant'Angelo - Un contadino in costume.
Monte Sant'Angelo - Un contadino in costume.
Questo pure è il costume che indossano i carbonai, i pastori ed i contadini che ho occasione di vedere solamente alla sera allorché ritornano dalle loro faccende. Graziosissimo è pure il costume delle pacchiane. Pacchiana in dialetto pugliese vuol dire contadina; pacchianella giovane contadina. Ma qualche volta quest'ultimo vocabolo sta ad indicare donna di buona famiglia, ma poco educata; tal'altra è in esso insito qualcosa come un desiderio per le belle forme della femina che passa, qualunque sia la sua posizione sociale. Si noti che le pacchiane autentiche, sul Gargano hanno poca dimestichezza con le calze. O vanno a piedi nudi, ma sempre accuratamente puliti, o portano dei sandali fatti di legno e di una striscia più o meno larga di suola, detti zuoccole (Nota). Le maniche della camicetta sono allacciate con un nastro su le spalle; quasi mai cucite.
Molte donne quassù hanno gli occhi color del mare, sono gentili e belle. Ne ho visto partire un gruppo che scendeva nei piani a spigolare; avevano quasi tutte il capo ricoperto da un grande fazzoletto bianco e vestivano tutte di bianco. Le più giovani recavano enormi pani rotondi e neri della dimensione di una buona ruota di calesse; parevano piuttosto spugne: in principio non sapevo capacitarmi a che potesse servire quell'enorme arnese. Dicono che è un pane squisito e così sia per la loro salute.

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Chiesa palatina di S. Michele a Monte Sant'Angelo - Prospetto e campanile.
Chiesa palatina di S. Michele a Monte Sant'Angelo - Prospetto e campanile.
Dalle pareti nere, che hanno a quando a quando un bagliore flammeo per la luce che si riflette nelle asperità della roccia, stilla lentamente, continuamente l'acqua. Il chiarore, che si raccoglie tutto in un punto, serve ad ingrandire vieppiù la profondità della caverna, della quale non si può a tutta prima misurare l'ampiezza; solo, in fondo, è un gran lume che mille ceri diffondono attorno ad un punto sacro di cui non si distingue bene il contorno. Mi avvicino cautamente come l'umido suolo me lo permette; intravvedo intorno a me, nella livida penombra, figure prone; l'aria è corsa da sospiri e da contenuti singhiozzi.
Qualcosa di non mai provato prima, un infinito sentimento di pietà umana, mi stringe il cuore, Gli occhi miei non abbandonano un attimo la roccia su la quale la leggenda dice che l'Arcangelo apparve la prima volta e su cui si eleva l'altare; come mi avvicino, nel bagliore dei mille ceri, in una diafanità che si distende come una impalpabile trama d'oro, si delinea la figura dell'Arcangelo.
Chiesa palatina di S. Michele a Monte Sant'Angelo - La grotta.
Chiesa palatina di S. Michele a Monte Sant'Angelo - La grotta.
È piccoletta, bianca, composta in un atteggiamento più di dolcezza che di forza distruggitrice; quantunque levi la spada a percuotere il mostro che le giace vinto ai piedi, non è corsa da un fremito di vigoria; nulla è in lei di energico, di formidabile; pare una creatura del l'alba, qualcosa che vinca per sua intima forza, senza ricorrere al gesto umano della violenza. Benché altro mi attendessi, quella piccola figura troneggiante fra una tremula corona di ceri, quel punto bianco attorno al quale dilaga tutta la tenebra che si incaverna, ha qualcosa di indicibilmente soave; è il segno dell'infallibile. Le ali d'oro hanno come guizzi per il tremito dell'esili fiammelle; qualcosa palpita veramente, come un cuore profondo, sotto la diafanità alabastrina e l'immobilità ieratica dalla quale pare non voglia scuotersi mai; stupisce ed esalta. Questo il senso, che debbono provare le turbe che si trascinano fin quassù e giungono affrante e si prostrano singhiozzando.
Monte Sant'Angelo - Castello del Gigante.
Monte Sant'Angelo - Castello del Gigante.
E' troppo buio intorno; la rudezza informe della roccia squarciata, corsa da bagliori sanguigni, la paurosa tenebra che pare non abbia confine, raccoglie il pensiero commosso a quel punto luminoso che dall'orridezza del luogo trae il suo grande valore. E tutti gli sguardi vi convergono estatici; gli occhi luminosi di lagrime vi si fissano immobilmente, per lunghe ore.
Vi sono luoghi che l'umanità sceglie pel suo dolore, in essi si accoglie il mistero. La grotta del pianto da infiniti secoli ascolta.
Vedo un gruppo di donne; alcune son prone su la roccia; due sole sono in piedi ed hanno appoggiato un gomito all'altare e la testa su la mano. Il loro viso è immobile in una contrazione spasmodica; gli occhi levati, si fissano intensamente, in uno stupore pauroso, su la figura dell'Arcangelo lucente fra i ceri. Da prima non so se cantino o piangano, pare una nenia cadenzata sopra un ritmo di singhiozzi, o un confuso mormorio di parole rotte dall'affanno. Mi avvicino per ascoltare; è in verità una canzone liturgica cantata in un leggerissimo falsetto; voci che non hanno lena, o che vogliono essere esili per essere buone, umili, dolorose; per giungere come un sospiro all'anima dei cieli. Ad ogni gruppetto di versi s'interrompono nel pianto; ma sui volti estatici non un muscolo si scuote, solo la gola è corsa da un tremito. Le compagne ascoltano distese sul pavimento, la fronte appoggiata su la nuda terra.
Monte Sant'Angelo - Vecchie case.
Monte Sant'Angelo - Vecchie case.
Non dimenticherò mai, fin ch'io viva, queste creature che vedo per la prima volta nella grotta del pianto; che non vedrò mai più; nella loro dolorosa intensità di fede, è il martirio che si transumana.
Un poco più indietro, lumeggiato nelle grosse mani, nel volto ossuto, sta qualche vecchio che si appoggia al lungo bastone da pellegrino, qualche altro è inginocchiato in disparte; dall'ombra si leva ad un tratto, non so da quale creatura, un disperato singhiozzo. È alto, tragico, sibilante; ma nessuno si volge, non un capo si scuote e sarebbe vano, perché esso non è rivolto alla pietà degli uomini. Si avvicina dall'esterno una salmodìa lenta e grave; tutta la caverna ne risuona nella sua cupa sonorità.
Altre turbe giungono, altri dolori emigrano quassù dai monti lontani, dai piani oltre ai monti e dai mari; la fiumana converge da ogni punto della terra alla grotta del pianto dove il dolce simbolo della forza universale attende.
La statua che è posta su l'altare, è un lavoro della fine della Rinascenza. L'Arcangelo è coperto di corazza, sui capelli ricciuti reca un'alta corona; ha le ali distese e con la destra levata impugna una spada, mentre con la sinistra regge lo scudo; sopra la corazza veste una clamide.
Monte Sant'Angelo - Portale della chiesa di S. Maria Maggiore.
Monte Sant'Angelo - Portale della chiesa di S. Maria Maggiore.
Alla sinistra, quasi dietro l'altare, è un profondo recesso dove si trova il così detto Pozzello, la sorgente dell'acqua portentosa che guarisce ogni male. Forse è la medesima acqua ch'era sacra a Calcante ai tempi pagani. Oltre il Pozzillo si scende per alcuni scalini in un'altra piccola grotta, nella quale, in tempo di pellegrinaggio, i preti vendono le crocette e gli altri amuleti ricavati dalla così detta pietra di San Michele. A sinistra dell'altare è una magnifica cattedra vescovile del sec. XII, qui trasferita da Siponto. Poggia su due leoni ed è adorna da un rilievo di S. Michele e il dragone. Vi si legge la seguente epigrafe: "Sedes haec numero differta sede Siponti Jus et honor sedis quae sunt, ibi sunt, quoque Monti".
Monte Sant'Angelo - Portale della chiesa di S. Pietro.
Monte Sant'Angelo - Portale della chiesa di S. Pietro.
Oltre la cattedra, infitti nella roccia, sono tre altorilievi da riferirsi successivamente al secolo III, IV e V. Il primo rappresenta Il buon pastore, il secondo La Vergine di Costantinopoli e il terzo Il Salvatore. Si conserva poi, rinvenuto da pochi anni, in un angolo della spelonca ove l'umidità finiva di consumarlo, un antichissimo altorilievo in bronzo raffigurante San Michele; forse una fra le prime raffigurazioni dell'Arcangelo adorato nella spelonca.
Esco su la balconata sovrastante al cortile e per una scala ripidissima salgo su la sommità della grotta. Osservo qui le varie forme di mani e di piedi tracciate dai pellegrini per devozione. Se ne vedono dappertutto anche nelle altre parti del tempio.
Monte Sant'Angelo - Portale della chiesa di S. Benedetto.
Monte Sant'Angelo - Portale della chiesa di S. Benedetto.
In un angolo del cortile è un'antica rovere abbattuta; da' suoi rami pendono moltissime pietre forate appesevi per devozione dai pellegrini che salgono quassù provenienti dagli Abruzzi, dal Sannio, dalla Basilicata, due volte all'anno: nel maggio e nel settembre. Essi conducono le loro famiglie, viaggiano a piedi per intere settimane salmodiando, divisi in compagnie, traversano città, monti, fiumi per giungere alla grotta del pianto.
Dopo aver salito un'altra piccola scala, mi trovo all'aperto e mi dirigo all'antica chiesa di San Pietro demolita in parte per mettere allo scoperto la Tomba di Rotari.
Monte Sant'Angelo - Un campanile.
Monte Sant'Angelo - Un campanile.
Della chiesa di San Pietro rimane parte della facciata, su la quale si conserva, sopra alla porta, una graziosa transenna. Entriamo nel piazzale occupato una volta dal tempio demolito. Sul fondo, a sinistra, si scorge la Tomba di Rotari che si eleva simile ad antichissima torre. E' deturpata in parte dalle sovrapposizioni dei secoli. Su la porta sono infitti due altorilievi della decadenza; ali'interno non si può abbracciare né l'ampiezza né l'altezza del monumento in causa delle armature postevi per i necessari restauri.
Nei vari ripiani corrono intorno alla torre alcune finestre di stile bizantino; al basso, in un assaggio fatto, si possono osservare tracce del muro del primitivo tempio, elle vuolsi fosse quello cero a Calcante. Il tempio, che avrebbe subito varie modificazioni, sarebbe stato poi consacrato a Rotari.
Nella città, oltre alle cose osservate, vi sono alcune porte gotiche degne di menzione, quali quelle delle chiese di Sant'Antonio abate, di San Benedetto e di Santa Maria Maggiore.
La città di Monte Sant'Angelo, che sorge a 843 metri sul livello del mare, è popolosissima; conta più di 30.000 abitanti. Fu fondata nel V secolo e come, nel secolo IX, i Saraceni la distrussero, fu riedificata da Ludovico II.
Alle origini non comprendeva che ospedali per i pellegrini; alcuni di detti ospedali esistono tuttavia. Fin dal secolo XI divenne un cospicuo luogo fortificato e, con tutta la regione garganica, formò il centro di un feudo regio.

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Monte Sant'Angelo - Panorama di levante.
Monte Sant'Angelo - Panorama di levante.
Eccoci alle soglie della popolosa Città dell'Arcangelo, una via diritta è innanzi a noi, piena di animazione. Dal breve altipiano su cui sorge la città si scopre quasi intera la configurazione del promontorio. Da un lato dopo la profonda Valle delle Rose e il nereggiare della Selva Umbra, è la remota punta di Viesti; dall'altro pare che il monte scenda a picco sul mare sopra Mattinata e Manfredonia. E' uno spingersi di grandi dorsi contro la furia del mare, un dominio di rupi immani, bianche e rossigne. Dicono i pastori che il mare si è vendicato di ciò, scavando alle basi del promontorio una caverna che lo attraversa da un lato all'altro, sì che si regge a pena e nei secoli dovrà ruinare.
Andiamo a deporre all'albergo (avrò occasione di parlare altrove di ciò che si intende per albergo al Gargano) gli indumenti non immediatamente necessari e ci si dirige subito al santuario. Passato un cavalcavia, addossata ad un muro in una piazzetta, vediamo una colonna reggente una statua dell'Arcangelo che vuolsi sia opera di Michelangelo. Si tratta unicamente di un pio desiderio!
Campanile di San Michele a Monte Sant'Angelo.
Campanile di San Michele a Monte Sant'Angelo.
Al termine della via che si fa sempre più angusta, ecco sbocciare nella sua dolce eleganza la torre che si eleva sul piazzale del santuario. E' opera dell'architetto Giordano da Monte Sant'Angelo. Pochi passi ancora e ci troviamo innanzi alla Chiesa Palatina di San Michele.
Chiesa di S. Michele a Monte Sant'Angelo - Porta in bronzo.
Chiesa di S. Michele a Monte Sant'Angelo - Porta in bronzo.
Un piazzale racchiuso da una cancellata a pilastri, in fondo e un porticato nel quale sono praticate due belle porte ad arco gotico; la porta a destra è sormontata da un bassorilievo della Madonna col Bambino fra San Pietro e San Paolo. Su questa porta è una epigrafe apocalittica che suona così: Terribilis Est Locus Iste - Hic Domus Dei Est Et Porta Coeli. Pare quasi risuoni il verso dantesco: Lasciate ogni speranza voi che entrate.
Attraversato un vestibolo, si sbocca in un'ampia scala che discende verso una seconda porta gotica. Tale scala è tagliata nella rupe e sormontata da archi gotici, per essa si riesce ad un'antica corte coronata da una balconata. Addossate al muro e difese da cancelli, sono alcune tombe. Si entra nella chiesa dal lato orientale di detta corte.
La porta che vi immette è adorna di imposte di bronzo che il ricco cittadino di Amalfì Pantaleone, fece costruire a Costantinopoli nell'anno 1076. Tali imposte sono divise in ventiquattro compartimenti lavorati in niello. Lo stile è ingenuo e primitivo.
In ogni compartimento sono rappresentate apparizioni di angeli, cominciando dall'angelo che compare ai nostri progenitori, dopo il peccato, e li scaccia dal Paradiso Terrestre. Molte sono le iscrizioni che accompagnano le tavole; trascrivo la seguente che mi pare originale:

Rogo et Adjuro Rectores Sancti Angeli Michael, ut Semel in Anno Detergere Faciatis has Portas Sicuti Nos nunc ostendere Fecimus ut Sini Semper Lucide et clare.
(Prego ed imploro dai preti di San Michele, di pulire questa porta ogni anno 'nel modo come ho fatto io, perche resti sempre pulita e lucida.)

Il senso dello straordinario e del miracoloso che è nell'anima di questi popoli li ha condotti a credere che di tali imposte, una sia discesa dal cielo e l'altra sia venuta dal mare.
Il tempio fu edificato da Cario I d'Angiò; ha una sola navata in istile gotico. Dalla sinistra, ove è situato il coro giunge, benché tenue, la luce del giorno. A destra si apre l'oscura caverna ove l'Arcangelo impera.
Così, nei silenzi di Patmos, Giovanni Evangelista eternò la sua visione:

E si fece battaglia nel cielo; Michele e i suoi angeli combatterono col dragone; ll dragone parimente, e i suoi angeli combatterono.
Ma non vinsero, ed il luogo loro non fu più trovato nel cielo.
E il gran dragone, il serpente antico, ch'è chiamato Diavolo e Satana, il quale seduce tutto il mondo,fu gettato in terra; e furono con lui gettati ancora i suoi angeli.

Campanile di Monte Sant'Angelo costruito nel 1273 da Giordano e Marraudo.
Campanile di Monte Sant'Angelo costruito nel 1273 da Giordano e Marraudo.
Da questo punto l'antichissima concezione caldea passa stabilmente nella mitologia cristiana. I  Caldei adoravano un tempo gli Ams-chaspan, i sette spiriti planetari: Michele, Raffaele, Gabriele, Amiele, Zadichiele, Zafiele, Camaele; ad ognuno d'essi era sottoposto un mondo che doveva governare. Raffaele seguiva il corso del sole; Gabriele quello della luna; Michele reggeva Mercurio.
La concezione orientale, sommamente pratica, di questi spiriti ultrapossenti che rotavano pei cieli dietro ai bagliori stellari, passavano nel sole come un alito di fiammma riempiendo di sé l'universo ed eran in tutte le luci dell'infinito, sorti dal palpito e dal moto delle costellazioni, trasmigrò al tempo in cui gli Ebrei erano schiavi a Babilonia, nella loro mitologia giudaica. Varia fu la fortuna che seguì gli Ams-chaspan nel viaggio ch'essi intrapresero verso l'anima occidentale; tre soli mantennero il loro dominio e furono: Michele, Raffaele e Gabriele.
Nella città degli ori, nel placido giglio lagunare vivono ancora, nella corte del palazzo dei Dogi, scolpiti su capitelli. Michele tien alta la spada di fiamma; Raffaele è armato di mazza e Gabriele protende un giglio fiorito.
Dei tre che emigrarono a noi, Michele assurse al più alto soglio - egli fu come il sole, il duce del Signore Iddio - innanzi alla sua spada le tenebre scomparvero nell'abisso. Questo vide e fermò, nei silenzi di Patmos, Giovanni l'Evangelista.
Nel IV secolo, il Concilio di Nicea dichiarò canonico il culto degli Angeli.
Così cominciarono, nel nostro mondo, le apparizioni dell'Arcangelo. Egli scacciò gli antichi idoli, sostituì Mitra, Mercurio, Ercole, si impose all'idolatria delle turbe e l'idolatria stessa non lo trasfigurò fino a renderlo un ridicolo fantoccio.
Disceso dalla profondità dei cieli dove più il pensiero si perde, dall'eterno abisso nel quale ogni mondo è una favilla, nel quale la più ardita concezione umana trema come una nidiata sotto il vento boreale, egli, il possente, la forza feconda e regolatrice egli, il nato dal divino bacio del sogno e della paura, nel mistero della buia caverna, attende. Attende che l'umanità stanca, macerata, esausta da un dolore senza speranza ritorni all'idealità che le dette vita; attende quell'ora probabile per disciogliersi dai vili legami in cui i piccoli rigattieri del tempio l'hanno costretto e librare il suo volo verso i gurgiti dell'infinito.
Tempo ritornerà di maraviglia; gli antichi simboli delle forze astrali avranno un impero novello.

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Monte Sant'Angelo - Caverne abitate.
Monte Sant'Angelo - Caverne abitate.
All'epoca delle crociate il Gargano divenne assidua meta dei guerrieri che si recavano in Terra Santa. I crociati accorrevano tanto più facilmente al santuario inquantoché questi era su la loro via. Essi vi salivano prima d'imbarcarsi ai porti di Bari, di Brindisi o di Barletta. L'Arcangelo guerriero, ch'era già apparso come San Giorgio e San Teodoro fra le schiere combattenti in Terra Santa, poteva esser loro di aiuto nell'aspra lotta.
Nell'XI secolo il Gargano cadde sotto la signoria dei Normanni. Ne fu signore Rainulfo. Nel 1137 Lotario II imperatore vi sali in pellegrinaggio. La fama del santuario si accresceva sempre più nel mondo.
Dai Normanni passò sotto la signoria degli Hohenstaufen. Federico II, Corrado IV, Manfredi lo dominarono. Vuole la tradizione che Federico II facesse mistici doni alla sacra spelonca.
Seguirono gli Angioini. Carlo I d'Angiò fece ricostruire la cappella, ch'è rimasta in gran parte quale egli la volle. A Carlo I si deve pure la costruzione di una più comoda strada per salire alla somma città.
Monte Sant'Angelo - Spaccato del campanile (da L'Art dans l'Italie méridionale d'Em. Bertaux).
Monte Sant'Angelo - Spaccato del campanile (da L'Art dans l'Italie méridionale d'Em. Bertaux).
Fino dai tempi dell'imperatore Zenone, che concorse alla fabbricazione della cappella sul Gargano inviando 150 libbre d'oro, la caverna fu ricoperta di donazioni, le quali furono bottino degli avventurieri che vi giunsero.
Pantaleone Cartofilace inviò da Costantinopoli nell'anno 1076 una magnifica porta di bronzo che vi si ammira tuttora; Carlo I d'Angiò fece innalzare a sue spese il grandioso campanile e la magnifica scalinata; Ludovica di Durazzo donò la conca d'oro nella quale aveva fatto battezzare suo figlio Carlo che divenne poi Re di Ungheria; Ladislao, Ferdinando I d'Aragona e imperatori e principi e re inviarono doni senza numero, sì che il tesoro crebbe a grandi proporzioni.
Detto santuario fu oggetto di tale venerazione che vari principi normanni, svevi ed aragonesi non si dissero principi di Monte Sant'Angelo, ma presero bensì il titolo di Signori d'onore di Monte Sant'Angelo.
Abbiamo preso la strada che han battuto nei secoli e battono tuttora i pellegrini i quali in lunghe fila salmodianti salgono a piedi il faticoso monte. La diligenza dà il mal di cuore; è fatta per chi dorme, per chi ha sonno, per chi non pensa e non freme e non si affretta su le vie del desiderio. L'antica strada (se le si può dare un tal nome) è aperta nel granito; va fra enormi scaglioni e rocce bianche. A volte ci conviene saltare di masso in masso; a volte ci arrocciamo su per dirupi ansando.
Monte Sant'Angelo - Su gli alti pascoli.
Monte Sant'Angelo - Su gli alti pascoli.
I pellegrini ed i pastori che batterono primi questo sgaruglio miravano alla linea retta; la loro ansia non conosceva fatiche, non sapeva le placide curve in cui si distende pigreggiando la via moderna.
Ai nostri piedi si aprono ampie voragini, dinnanzi a noi è il mare. A destra si distende un ampio seno, al vertice del quale biancheggia, come un piccolo gregge sperduto, Manfredonia; a sinistra appare un'angusta gola, in fondo alla quale giace Mattinata.
La Città dell'Arcangelo è più vicina ora; si intravvede chiara nelle particolarità delle sue case bianche - si frastaglia lassù contro la limpidezza del cielo. Passano pastori, greggi. Vedo, in un pianoro, una capanna conica e un agghiaccio; le capre stanno aggruppate e guardano a traverso la rete; di tanto in tanto si ode il tinnire del campanaccio della guidaiuola, si leva un tremulo belo. Il pastore è innanzi alla soglia della sua capanna, non so a quale opera accudisca; sta ritto contro il sol levante quasi mormorasse una millenaria preghiera; è grande e forte, veste rozzamente di pelli, pare un fauno lanoso che adori il dio sole, il gran core dell'aria. Ad un tratto odo la sua voce ch'è dolce e tranquilla, che ha in sé una nostalgia d'amore nel canto a tristi cadenze.
Qualcuno mi nota il dolce canto che mi risuona ancora dentro; migrava per lo spazio chi sa verso quale solitudine:

Si 'ndelicata (Nota) comu candellieri,
ritta cchiù de 'na torcia nnaturale;
quandu camini pe' quisti terrieni,
la serena (Nota) 'sse 'ncanta a mmiezzu mare.
E je (Nota) a 'ngenucchi te 'asu (Nota) li piedi...

Scompare dietro una rupe senza ch'io lo veda muovere un gesto. Quel solitario pastore raccoglie in sé tutta la gravita delle sue montagne.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?