Antonio Beltramelli
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Laggiù sorge il castello di Arturo dalle grotte profonde, nelle quali l'eroe Kimri e i Cavalieri della Tavola Rotonda dormono un sonno secolare attendendo l'apparizione dell'Arcangelo per levarsi una volta ancora.
La strada, tagliata nella roccia, si insinua sotto l'alta città che scompare momentaneamente agli occhi nostri. Molto lontano è un livido specchio di mare chiuso fra due ripidi contrafforti; nella valle che è sotto di noi s'intravvede qualche cascina a grandi distanze. Può dirsi che le piccole abitazioni umane non interrompano il senso di solitudine che spira da tutte queste terre.
Dalle oscure masse della Selva Umbra che si intravvedono oltre Valle delle Rose si levano qua e là come piccole nubi argentee; è il fumo denso delle carbonaie.
Ieri i miei compagni di viaggio mi hanno riempito il capo di storie del brigantaggio sul Gargano; di aggressioni, di ferimenti, di assassini! e di piccole bagatelle, come sarebbe il cannibalismo, ad esempio; la mobile e fervida fantasia di queste popolazioni ama certamente il colore, vi sarà molta esagerazione in tutto ciò che mi hanno raccontato, ma se debbo giudicare dall'aspetto dei luoghi e degli uomini che incontro, francamente, nulla mi maraviglierebbe. D'altra parte un uomo che si avventuri in questa perfetta solitudine, può dirsi si dia in mano alla gente del paese.
Per conto mio debbo dire che narro impressioni, e l'impressione è dovuta molte volte, o per lo meno sospinta, da antecedenti suggestioni; ho attraversato tranquillamente il cuore del Gargano senza che mi sia toccata la minima avventura; ho trovato ovunque gente simpatica e cordiale, gentile sempre.
Bisogna vincere dapprima una certa diffidenza che è propria di questa gente; però una volta che non tema nel nuovo venuto un agente fiscale o qualcosa di simile, regna la migliore cordialità. Poco mi son trattenuto per poter giudicare con secura coscienza dell'intima natura di queste popolazioni; ciò che è certo si è che molto hanno ancora di primitivo; e come potrebbe essere differentemente se molte famiglie vivono quassù allo stato selvaggio, entro caverne? Inoltre, nelle regioni più deserte, al centro del promontorio, vi sono pastori che non vedono faccia d'uomo per mesi e mesi. Di questi dirò più innanzi.
Il mio sciarabbaista si chiama Pulputulo ed ha un viso per null'affatto mite; prega, ad un certo punto della via, certi carbonai suoi amici di dire alla moglie sua che ha lasciato sessanta lire sotto il letto. La cosa non è atta a rassicurarmi compiutamente; comunque sia, dato e concesso ch'io non posseggo né moglie né letto e che ogni bona mea debbo portarla meco, cambio direzione alle mie meditazioni e guardo il paese che, nella sera incombente, ha linee grandi e solenni.
Siamo ormai a valle, sul monte alto e scosceso si intravvede ancora la Città dell'Arcangelo; qua e là è qualche campo coltivato, qualche cascinale in rovina.
Monte Spigno si corona degli ultimi bagliori occidentali, nella valle è una penombra cupa; qualche stella tremola lontano su l'invisibile mare. Il silenzio è sempre più profondo; la via deserta, come tutto è deserto intorno.
Non odo che lo stridere di una bandieruola di ottone, la quale, infitta sul basto del mulo, accompagna con lenti giri il malinconico trotto della bestia esausta.


Poi che Pulputulo alza la voce gutturale a richiamo, mi levo dal sonno. E l'alba, la via è lunga e faticosa.
Prendo posto su lo sciarabbà e l'auriga dà il grido di avvio. Saliamo costa costa la montagna che chiude al nord Valle delle Rose. Su l'alto si scopre il mare per una gola profonda; una paranzella è sperduta là in fondo. Piccoli campi coltivati continuano ad apparire, ma sempre più radi. 
Da questo punto comincia la selva che si stende sul monte e si prolunga in una gran massa nera e impenetrabile.
La Selva Umbra ha una superficie totale di 2003 ettari ed è in gran parte formata da faggi, carpini bianchi e neri, aceri e cerri. Anticamente tutto il Gargano era coperto da fitte boscaglie, delle quali parla Silio Italico e delle quali Orazio cantava:
..... aut aquilonibus
Querceta Gargani laborent
Et foliis viduantur orni.
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Verso levante, si distendono a' suoi piedi umili casette; a ponente, dove la roccia scende ripida su la strada che conduce a Valle delle Rose, fra le sue fondamenta si aprono alcune grotte abitate da pastori e da carbonai.
Una lapide che si trova nella chiesa dei frati francescani attesta come la regina Giovanna II morisse strangolata nell'oscura fortezza. Il superbo edificio, che ha leggende tristi e pagine tragiche, riposa sventrato e scomposto; nelle corti spaziose si ammucchiano ruderi e rovi; pure non perde della sua solennità. Si eleva alto sui precipizi e pare veramente opera di giganti; molte volte le nubi lo attorniano e lo velano; quando il sereno impera, può dirsi signore dello spazio. Su le sue torri maestre crescono a migliaia piccoli cespi di fiori azzurri che i monelli mi portano e mi offrono con una frase gentile: - Fiori culor 'i cielo! - La rudezza della pietra si ammorza in queste lievi macchie di colore.


Rientriamo in città, nella città dalle strane case del più bizzarro stile. Sono quasi tutte ad un sol piano, con scale esterne, le quali per un uscio ad arco conducono ad una terrazza. La facciata è quasi sempre in forma di quadrilatero; molte volte la porta d'ingresso fa anche l'ufficio di finestra.
Quasi tutte le case recano, a sommo della porta, una piccola nicchia con la figura dell'Arcangelo. Anche a Monte Sant'Angelo i vecchi vestono quasi tutti il loro costume, che è formato da una corta giacchetta di velluto scuro, da una sottoveste di panno con bottoni dorati e da calzoni corti di velluto nero. Le calze di lana sono ferme al ginocchio per mezzo di un nastro. Portano alla cintola una fascia ed hanno la camicia bianca col colletto rovesciato. Compiono tale abbigliamento con un piccolo berretto frigio, celeste.
Molte donne quassù hanno gli occhi color del mare, sono gentili e belle. Ne ho visto partire un gruppo che scendeva nei piani a spigolare; avevano quasi tutte il capo ricoperto da un grande fazzoletto bianco e vestivano tutte di bianco. Le più giovani recavano enormi pani rotondi e neri della dimensione di una buona ruota di calesse; parevano piuttosto spugne: in principio non sapevo capacitarmi a che potesse servire quell'enorme arnese. Dicono che è un pane squisito e così sia per la loro salute.
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Qualcosa di non mai provato prima, un infinito sentimento di pietà umana, mi stringe il cuore, Gli occhi miei non abbandonano un attimo la roccia su la quale la leggenda dice che l'Arcangelo apparve la prima volta e su cui si eleva l'altare; come mi avvicino, nel bagliore dei mille ceri, in una diafanità che si distende come una impalpabile trama d'oro, si delinea la figura dell'Arcangelo. 

Vi sono luoghi che l'umanità sceglie pel suo dolore, in essi si accoglie il mistero. La grotta del pianto da infiniti secoli ascolta.
Vedo un gruppo di donne; alcune son prone su la roccia; due sole sono in piedi ed hanno appoggiato un gomito all'altare e la testa su la mano. Il loro viso è immobile in una contrazione spasmodica; gli occhi levati, si fissano intensamente, in uno stupore pauroso, su la figura dell'Arcangelo lucente fra i ceri. Da prima non so se cantino o piangano, pare una nenia cadenzata sopra un ritmo di singhiozzi, o un confuso mormorio di parole rotte dall'affanno. Mi avvicino per ascoltare; è in verità una canzone liturgica cantata in un leggerissimo falsetto; voci che non hanno lena, o che vogliono essere esili per essere buone, umili, dolorose; per giungere come un sospiro all'anima dei cieli. Ad ogni gruppetto di versi s'interrompono nel pianto; ma sui volti estatici non un muscolo si scuote, solo la gola è corsa da un tremito. Le compagne ascoltano distese sul pavimento, la fronte appoggiata su la nuda terra.
Un poco più indietro, lumeggiato nelle grosse mani, nel volto ossuto, sta qualche vecchio che si appoggia al lungo bastone da pellegrino, qualche altro è inginocchiato in disparte; dall'ombra si leva ad un tratto, non so da quale creatura, un disperato singhiozzo. È alto, tragico, sibilante; ma nessuno si volge, non un capo si scuote e sarebbe vano, perché esso non è rivolto alla pietà degli uomini. Si avvicina dall'esterno una salmodìa lenta e grave; tutta la caverna ne risuona nella sua cupa sonorità.
Altre turbe giungono, altri dolori emigrano quassù dai monti lontani, dai piani oltre ai monti e dai mari; la fiumana converge da ogni punto della terra alla grotta del pianto dove il dolce simbolo della forza universale attende.
La statua che è posta su l'altare, è un lavoro della fine della Rinascenza. L'Arcangelo è coperto di corazza, sui capelli ricciuti reca un'alta corona; ha le ali distese e con la destra levata impugna una spada, mentre con la sinistra regge lo scudo; sopra la corazza veste una clamide.

Esco su la balconata sovrastante al cortile e per una scala ripidissima salgo su la sommità della grotta. Osservo qui le varie forme di mani e di piedi tracciate dai pellegrini per devozione. Se ne vedono dappertutto anche nelle altre parti del tempio.
Dopo aver salito un'altra piccola scala, mi trovo all'aperto e mi dirigo all'antica chiesa di San Pietro demolita in parte per mettere allo scoperto la Tomba di Rotari.
Nei vari ripiani corrono intorno alla torre alcune finestre di stile bizantino; al basso, in un assaggio fatto, si possono osservare tracce del muro del primitivo tempio, elle vuolsi fosse quello cero a Calcante. Il tempio, che avrebbe subito varie modificazioni, sarebbe stato poi consacrato a Rotari.
Nella città, oltre alle cose osservate, vi sono alcune porte gotiche degne di menzione, quali quelle delle chiese di Sant'Antonio abate, di San Benedetto e di Santa Maria Maggiore.
La città di Monte Sant'Angelo, che sorge a 843 metri sul livello del mare, è popolosissima; conta più di 30.000 abitanti. Fu fondata nel V secolo e come, nel secolo IX, i Saraceni la distrussero, fu riedificata da Ludovico II.
Alle origini non comprendeva che ospedali per i pellegrini; alcuni di detti ospedali esistono tuttavia. Fin dal secolo XI divenne un cospicuo luogo fortificato e, con tutta la regione garganica, formò il centro di un feudo regio.
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Andiamo a deporre all'albergo (avrò occasione di parlare altrove di ciò che si intende per albergo al Gargano) gli indumenti non immediatamente necessari e ci si dirige subito al santuario. Passato un cavalcavia, addossata ad un muro in una piazzetta, vediamo una colonna reggente una statua dell'Arcangelo che vuolsi sia opera di Michelangelo. Si tratta unicamente di un pio desiderio!

Attraversato un vestibolo, si sbocca in un'ampia scala che discende verso una seconda porta gotica. Tale scala è tagliata nella rupe e sormontata da archi gotici, per essa si riesce ad un'antica corte coronata da una balconata. Addossate al muro e difese da cancelli, sono alcune tombe. Si entra nella chiesa dal lato orientale di detta corte.
La porta che vi immette è adorna di imposte di bronzo che il ricco cittadino di Amalfì Pantaleone, fece costruire a Costantinopoli nell'anno 1076. Tali imposte sono divise in ventiquattro compartimenti lavorati in niello. Lo stile è ingenuo e primitivo.
In ogni compartimento sono rappresentate apparizioni di angeli, cominciando dall'angelo che compare ai nostri progenitori, dopo il peccato, e li scaccia dal Paradiso Terrestre. Molte sono le iscrizioni che accompagnano le tavole; trascrivo la seguente che mi pare originale:
Rogo et Adjuro Rectores Sancti Angeli Michael, ut Semel in Anno Detergere Faciatis has Portas Sicuti Nos nunc ostendere Fecimus ut Sini Semper Lucide et clare.
(Prego ed imploro dai preti di San Michele, di pulire questa porta ogni anno 'nel modo come ho fatto io, perche resti sempre pulita e lucida.)
Il senso dello straordinario e del miracoloso che è nell'anima di questi popoli li ha condotti a credere che di tali imposte, una sia discesa dal cielo e l'altra sia venuta dal mare.
Il tempio fu edificato da Cario I d'Angiò; ha una sola navata in istile gotico. Dalla sinistra, ove è situato il coro giunge, benché tenue, la luce del giorno. A destra si apre l'oscura caverna ove l'Arcangelo impera.
Così, nei silenzi di Patmos, Giovanni Evangelista eternò la sua visione:
E si fece battaglia nel cielo; Michele e i suoi angeli combatterono col dragone; ll dragone parimente, e i suoi angeli combatterono.
Ma non vinsero, ed il luogo loro non fu più trovato nel cielo.
E il gran dragone, il serpente antico, ch'è chiamato Diavolo e Satana, il quale seduce tutto il mondo,fu gettato in terra; e furono con lui gettati ancora i suoi angeli.

La concezione orientale, sommamente pratica, di questi spiriti ultrapossenti che rotavano pei cieli dietro ai bagliori stellari, passavano nel sole come un alito di fiammma riempiendo di sé l'universo ed eran in tutte le luci dell'infinito, sorti dal palpito e dal moto delle costellazioni, trasmigrò al tempo in cui gli Ebrei erano schiavi a Babilonia, nella loro mitologia giudaica. Varia fu la fortuna che seguì gli Ams-chaspan nel viaggio ch'essi intrapresero verso l'anima occidentale; tre soli mantennero il loro dominio e furono: Michele, Raffaele e Gabriele.
Nella città degli ori, nel placido giglio lagunare vivono ancora, nella corte del palazzo dei Dogi, scolpiti su capitelli. Michele tien alta la spada di fiamma; Raffaele è armato di mazza e Gabriele protende un giglio fiorito.
Dei tre che emigrarono a noi, Michele assurse al più alto soglio - egli fu come il sole, il duce del Signore Iddio - innanzi alla sua spada le tenebre scomparvero nell'abisso. Questo vide e fermò, nei silenzi di Patmos, Giovanni l'Evangelista.
Nel IV secolo, il Concilio di Nicea dichiarò canonico il culto degli Angeli.
Così cominciarono, nel nostro mondo, le apparizioni dell'Arcangelo. Egli scacciò gli antichi idoli, sostituì Mitra, Mercurio, Ercole, si impose all'idolatria delle turbe e l'idolatria stessa non lo trasfigurò fino a renderlo un ridicolo fantoccio.
Disceso dalla profondità dei cieli dove più il pensiero si perde, dall'eterno abisso nel quale ogni mondo è una favilla, nel quale la più ardita concezione umana trema come una nidiata sotto il vento boreale, egli, il possente, la forza feconda e regolatrice egli, il nato dal divino bacio del sogno e della paura, nel mistero della buia caverna, attende. Attende che l'umanità stanca, macerata, esausta da un dolore senza speranza ritorni all'idealità che le dette vita; attende quell'ora probabile per disciogliersi dai vili legami in cui i piccoli rigattieri del tempio l'hanno costretto e librare il suo volo verso i gurgiti dell'infinito.
Tempo ritornerà di maraviglia; gli antichi simboli delle forze astrali avranno un impero novello.
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Nell'XI secolo il Gargano cadde sotto la signoria dei Normanni. Ne fu signore Rainulfo. Nel 1137 Lotario II imperatore vi sali in pellegrinaggio. La fama del santuario si accresceva sempre più nel mondo.
Dai Normanni passò sotto la signoria degli Hohenstaufen. Federico II, Corrado IV, Manfredi lo dominarono. Vuole la tradizione che Federico II facesse mistici doni alla sacra spelonca.
Seguirono gli Angioini. Carlo I d'Angiò fece ricostruire la cappella, ch'è rimasta in gran parte quale egli la volle. A Carlo I si deve pure la costruzione di una più comoda strada per salire alla somma città.
Pantaleone Cartofilace inviò da Costantinopoli nell'anno 1076 una magnifica porta di bronzo che vi si ammira tuttora; Carlo I d'Angiò fece innalzare a sue spese il grandioso campanile e la magnifica scalinata; Ludovica di Durazzo donò la conca d'oro nella quale aveva fatto battezzare suo figlio Carlo che divenne poi Re di Ungheria; Ladislao, Ferdinando I d'Aragona e imperatori e principi e re inviarono doni senza numero, sì che il tesoro crebbe a grandi proporzioni.
Detto santuario fu oggetto di tale venerazione che vari principi normanni, svevi ed aragonesi non si dissero principi di Monte Sant'Angelo, ma presero bensì il titolo di Signori d'onore di Monte Sant'Angelo.
Abbiamo preso la strada che han battuto nei secoli e battono tuttora i pellegrini i quali in lunghe fila salmodianti salgono a piedi il faticoso monte. La diligenza dà il mal di cuore; è fatta per chi dorme, per chi ha sonno, per chi non pensa e non freme e non si affretta su le vie del desiderio. L'antica strada (se le si può dare un tal nome) è aperta nel granito; va fra enormi scaglioni e rocce bianche. A volte ci conviene saltare di masso in masso; a volte ci arrocciamo su per dirupi ansando.
Ai nostri piedi si aprono ampie voragini, dinnanzi a noi è il mare. A destra si distende un ampio seno, al vertice del quale biancheggia, come un piccolo gregge sperduto, Manfredonia; a sinistra appare un'angusta gola, in fondo alla quale giace Mattinata.
La Città dell'Arcangelo è più vicina ora; si intravvede chiara nelle particolarità delle sue case bianche - si frastaglia lassù contro la limpidezza del cielo. Passano pastori, greggi. Vedo, in un pianoro, una capanna conica e un agghiaccio; le capre stanno aggruppate e guardano a traverso la rete; di tanto in tanto si ode il tinnire del campanaccio della guidaiuola, si leva un tremulo belo. Il pastore è innanzi alla soglia della sua capanna, non so a quale opera accudisca; sta ritto contro il sol levante quasi mormorasse una millenaria preghiera; è grande e forte, veste rozzamente di pelli, pare un fauno lanoso che adori il dio sole, il gran core dell'aria. Ad un tratto odo la sua voce ch'è dolce e tranquilla, che ha in sé una nostalgia d'amore nel canto a tristi cadenze.
Qualcuno mi nota il dolce canto che mi risuona ancora dentro; migrava per lo spazio chi sa verso quale solitudine:
Si 'ndelicata (Nota) comu candellieri,
ritta cchiù de 'na torcia nnaturale;
quandu camini pe' quisti terrieni,
la serena (Nota) 'sse 'ncanta a mmiezzu mare.
E je (Nota) a 'ngenucchi te 'asu (Nota) li piedi...
Scompare dietro una rupe senza ch'io lo veda muovere un gesto. Quel solitario pastore raccoglie in sé tutta la gravita delle sue montagne.


