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Qualesammarco, Nr. 2 del 20 Giugno 1994
Cronache del passato
Palazzo badiale vendesi
di Giuseppe Soccio
Anche nella prima metà del secolo scorso, il Comune di San Marco in Lamis doveva fare i conti con esigue risorse finanziarie, tanto da anticipare le odierne privatizzazioni ponendo in vendita il palazzo che attualmente ospita il Municipio.
Seguiamo la vicenda sulle allegazioni prodotte dagli avvocati visto che questa, come tante altre del nostro presente, è finita nelle aule dei tribunali.
“Nel 14 novembre del 1838 Domenico Gabriele fece offerta di voler comprare il palazzo ex-badiale pel prezzo di ducati 2.000, da pagarsene ducati 500 prontamente nell’atto di stipula del contratto, altri ducati 500 dopo la scadenza di un anno, e così continuarsi ancora per gli altri due anni consecutivi”.
A questa determinazione di vendita il Comune era pervenuto per l’impossibilità ad apportare le dovute riparazioni ad uno stabile ormai cadente.
Aperti gli “incanti”, come allora si diceva, “pria di scadere il tempo per l’offerta di decima”,, Angelo Maria Schiena offrì 2.566 ducati e calli 8, che poi furono aumentati dallo stesso Schiena e portati a ducati 2.600 “nel calore dell’asta”.
Chiusa la gara, fu stilato il verbale nel quale si sanciva l’aggiudicazione allo Schiena, il quale era garantito da Gennaro Serrilli, ed ambedue dichiaravano in quel verbale di assoggettarsi “solidalmente all’arresto personale in caso d’inadempimento”.
La validità del contratto, però, era condizionata alla “definitiva Sovrana approvazione di S.M.”, la quale fu decretata il 12 febbraio 1840 e comunicata allo Schiena l’8 giugno dello stesso anno. L’assenso del sovrano, però, poneva alcuni obblighi per l’acquirente a garanzia del Comune e, precisamente, si imponeva allo Schiena, o al Serrilli, “una ipoteca speciale sopra un loro fondo di libera proprietà”; inoltre, poiché nello stabile vi era una “Chiesa”, questa non poteva essere “addetta ad usi profani dal compratore, se non con assenso del Vescovo Diocesano”.
Queste condizioni, come era prevedibile, non furono accettate dallo Schiena che si rifiutò di stipulare il contratto, anche perché i locali avevano subito ulteriori “deteriorazioni” da parte del custode del Camposanto che vi abitava e perché l’edificio ospitava ancora una sezione del carcere.
Ne nacque un contenzioso amministrativo che, secondo le leggi dell’epoca, in prima istanza, fu trattato dal Consiglio d’Intendenza, attore il Comune che per ben due volte vide accolte le proprie ragioni.
Fino a questo punto, la vicenda è raccontata anche nel volume di Matteo Ciavarella, Fra orti e mugnali (https://www.garganoverde.it/gargano.html?view=simplefilemanager&id=13), Quaderni del Sud/Lacaita, 1982, alle pp. 126-127.
Ma tale racconto merita di essere completato ed arricchito con altri “curiosi” particolari.
Innanzitutto, il contenzioso non si estinse alla morte dello Schiena, nel 1843, ma andò avanti almeno sino al 1849, anno in cui i suoi eredi chiedono al Sovrano, dopo una sentenza del Consiglio Generale di Stato, “darsi fine ad un litigio di otto anni troppo ingiustamente sostenuto dagli Amministratori del Comune di San Marco in Lamis”.
Dopo le risoluzioni del Consiglio d’Intendenza, quindi, lo Schiena propose gravame davanti alla Gran Corte dei Conti nel 1843, ma ancora una volta le sue ragioni non furono ritenute valide, salvo l’ammissione della prova dei danni arrecati allo stabile dall’atto dell’aggiudicazione alla stipula del contratto. Tra l’altro i suoi legali, Giuseppe Del Giudice e Tommaso De Franco che avevano di fronte, per il Comune, Giuseppe Durante, fanno rilevare che “una preziosa statua di S. Rocco, che nella Chiesa rattrovavasi, ed altri oggetti di valore sono stati pure rapiti”. Quindi, acquista consistenza l’ipotesi che la cappella all’interno di Palazzo Badiale fosse dedicata a S. Rocco.
Ma, prima che la sentenza divenisse operante, lo sfortunato acquirente si rivolse al Re che assegnò il reclamo alla Real Consulta, poi diventata Consiglio di Stato, che, inizalmente, nel 1848, riconobbe agli eredi di Angelo Maria Schiena il diritto di rescindere il contratto di acquisto del palazzo ex-badiale.
Come spesso accade, le allegazioni forensi contengono notizie e testimonianze tali da renderle preziose fonti documentarie. Da quelle qui considerate, ad esempio, si apprende che quando la Badia nel 1782, e la città medesima, fu dichiarata “di regio patronato, dal Sovrano eran destinati un Governatore Regio in quanto alla giurisdizione temporale, ed un Vicario Generale in quanto alla giurisdizione spirituale”; e quest’ultimo risiedeva appunto nel Palazzo Badiale.
Quando poi, con i Francesi, nel 1806, furono promulgate le leggi eversive della feudalità, i beni dell’antico feudo ecclesiastico in cui ricadeva la nostra città furono assegnati in massima parte al Comune, al quale cosi pervenne Palazzo Badiale che, almeno fino all’epoca della vicenda raccontata, ancora non era destinato a sede municipale.
Però, già a partire dal 1825 si “cominciarono a progettare de’ provvedimenti” per utilizzare in qualche modo l’antico edificio e a tale scopo vi furono “delle perizie a richiesta dell’Intendente della Provincia nel 1838, colle quali si stabilì la spesa bisognevole per la rifazione del Palazzo, onde convertirlo in Casa Comunale, in Giudicato Regio, in Caserma di Gendarmeria, ed in altro occorrente”.
Ma, la vetustà del fabbricato e “la impossibilità del Comune di prestarsi alle spese di riparazione, presentarono la necessità di esporlo in vendita”, con gli esiti che ora abbiamo visto.
Curiosa cronaca che, però, anche nel borbonico regno, ha sullo sfondo commistioni tra gestione della cosa pubblica e interessi economici, o forse sordide vendette, dettate da invidie e da personalismi.
Solo di sfuggita, chissà perché, tra citazioni di Ulpiano, di Strabone, di Svetonio e di giustinianee pandette, gli avvocati riferiscono di perizie e stime piuttosto strane: “Nel foglio 44 del volume amministrativo evvi la supplica del1’aggiudicatario Schiena, nella quale confessando di essere il valore di quel fabbricato nella somma di ducati 6.235, giusta le perizie precedenti che si erano fatte, presentava la denuncia all’aggiudicazione avvenuta pel prezzo di duc. 2.600, inferiore di gran lunga a quel valore stimato”. Quindi, “aggiudicandosi la casa per un prezzo immensamente minore del reale, esso non ha diritto d’invocare quelle disposizioni della legge, alle quali rinunciò”. E, tra i periti, gli esperti che fecero la stima del valore del Palazzo, vi fu “D. Angelo Maria Schiena, come deputato delle pubbliche opere” e già sindaco. Altrove, poi, si dice che l’Intendente, per approvare l’appalto, “dimandò al Sindaco l’apprezzo del palazzo nello stato, in cui rattrovavasi. Questo apprezzo fu eseguito da’ maestri muradori Sebastiano Del Mastro e Benedetto La Porta; ma fu comunemente conosciuto dall’Intendente, e dal Sottointendente come di molto esagerato”.
Insomma, qualcuno forse, voleva che per lo Schiena l’investimento si risolvesse in una perdita e, per circa nove anni, costrinse lui ed i suoi eredi nelle aule dei tribunali.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?