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Ritratto di Mons. Renato Zocchi
Ritratto di Mons. Renato Zocchi
Arricchisco questo testo del Borgese con foto di  Emilio Sommariva (1883-1956)
G. Antonio Borgese, Nazionalismo, in La vita e il libro, pp. 322-327, Torino, 1911
In un volume di cose letterarie ho voluto anche raccogliere questi scritti d'occasione, i quali, salvo il primo, non hanno in apparenza che relazioni accessorie con problemi puramente letterarii: non già perché io me ne esageri l'importanza, ma perché, chiarita la mia posizione rispetto al nazionalismo, possa evitare quando che sia di riprendere ab oro la discussione.
E evidente, per esempio, che la mia opposizione al nazionalismo non ha motivi pacifisti o demagogici e che non è l'ideale di un'Italia grande e potente ciò che del nazionalismo io respingo. Non intendo i modi che la nuova tendenza consiglia pel raggiungimento di quell'ideale: e in questo dubbio il Convegno di Firenze non ha potuto che confermarmi.
Fu il Congresso delle sospensive: sospensiva tra protezionismo e liberismo, sospensiva tra riformismo e antiriformismo, sospensiva tra irredentismo e triplicismo. Sarà lecita, dunque, anche la sospensiva fra nazionalismo e antinazionalismo: quella che, in goffi termini parlamentari, si chiama benevola attesa o benevola diffidenza. Dal Convegno è nata un'Associazione nazionalista, con un comitato direttivo e parecchi gruppi regionali. È possibile che nelle nuove organizzazioni si studino problemi concreti e se ne propongano soluzioni precise: in questo caso sarò il primo a compiacermi di una nuova energia politica, della quale in Italia è anche troppo vivamente sentito il bisogno. È intanto buon segno, piccolo ma non trascurabile, che i nazionalisti abbiano contribuito a divulgare le realistiche e coraggiose osservazioni che il Bevione raccolse nel suo viaggio d'Argentina.
Ritratto di Vittoria Simonotti
Ritratto di Vittoria Simonotti
Bisognerebbe però che ne traessero anche qualche ispirazione pratica.
Insomma, il nazionalismo potrà vivere a patto che divenga un partito, cioè che si collochi nettamente di fronte alla questione clericale, alla questione proletaria, alla questione meridionale e via discorrendo. Non solo la natura, anche la storia rifugge dal vuoto; e il desiderio di un'Italia grande e potente, di una coscienza nazionale, di un sentimento di dignità è moltissimo per un'ispirazione lirica, è pochissimo, quasi nulla, per un'azione politica. Restando così com'è, il nazionalismo non avrebbe altro valore che quello di un indice e di un sintomo: indice di un nuovo stato d'animo della borghesia italiana, che essendo più ricca, è anche meno avversa alle navi e ai cannoni e potrebbe anche decidersi, senza paura di crisi interne all'occupazione di Tripoli; sintomo della rovina dei vecchi partiti e dell'insuccesso pratico dei nuovi (Sindacalismo, democrazia cristiana) e, per conseguenza, della fatale necessità che sorgano nuove cose al posto delle vecchie e consunte.
Ma gl'indici e i sintomi sono sterili e transitorii. Come potrà, dunque, nascere a vera vita il nazionalismo? Concretando il suo programma, si risponde ed anche io rispondo. Se non che, quando questo programma fosse concreto e preciso in materia economica, in materia ecclesiastica e così via, susciterebbe immediatamente forti opposizioni per via degli interessi che da quel programma si sentissero lesi. Orbene, il nazionalismo può oggi chiamarsi così come si chiama, perché a buon diritto può chiamare nemici o tepidi amici della nazione quelli che ne desiderano la mortificazione e non la grandezza. Ma, quando avesse per base un programma preciso, non potrebbe vietare ai suoi nemici di ragionare come segue: voi desiderate grande la patria, e credete indispensabile per la sua grandezza quella tal soluzione del problema doganale e del problema meridionale.
Ritratto di Luciana Ferrerio
Ritratto di Luciana Ferrerio
Noi pensiamo diversamente, e crediamo indispensabile la nostra soluzione. Dirà l'avvenire chi sia miglior nazionalista.
E, inevitabilmente, i nomi dei nuovi partiti sarebbero desunti non dall'amor della nazione che è la base comune, ma dalle soluzioni specifiche.
Si dirà che ritorno alla misera questione del nome. Ci ritorno per mostrare che non è poi così misera come si crede. La scelta del nome, in Italia, è un segno d'imprecisione: di quell'imprecisione che è, ad un tempo, la ragione d'essere del nazionalismo e il germe, in certo senso, della sua rovina. Per vivere, esso dovrebbe precisarsi: precisandosi, si rinnegherebbe, diventando propriamente un partito e contrapponendosi ad altre parti della nazione. È un circolo vizioso nel quale esso, da quando è nato, nervosamente si aggira. Sente il bisogno di realizzarsi. Fonda i suoi giornali. Reagisce contro le critiche mie e del Prezzolini, confessando d'altro canto questo bisogno di realtà. Organizza un Convegno. Non raggiunge lo scopo.
Ritratto della Contessa Nella Lara Tittoni
Ritratto della Contessa Nella Lara Tittoni
Delega questo compito a un comitato direttivo. Di dilazione in dilazione sembra che voglia sfuggire a questo bisogno di precisione, che pure è il suo rimorso. Non ha il coraggio di farsi dei nemici. Chi sono infatti i suoi nemici? non i liberali, non i conservatori, non i clericali che non attaccano chi non li attacca di fronte. Forse i socialisti? Ma se il socialismo non è morto (come, un po' troppo perentoriamente, affermava il Croce) certo non manifesta più la sua vitalità con la pregiudiziale internazionale. Sono suoi nemici tutti quelli cbe non collaborano con sufficiente energia al rinvigorimento della nazione? Parole troppo vaghe per definire un nemico. E i nemici debbono essere visibili perché si possa vedere la realtà di un movimento politico. D'altro canto, non si capisce dove il nazionalismo italiano voglia cercare i suoi nemici. E qui viene la questione del nome: che fu preso dalla Francia, ove i nazionalisti combattono gl'internazionalisti, e, per esempio, gli ebrei. Si prese la designazione di un elemento positivo, salvo a trovarsi nell'imbarazzo quando si tratti di determinare l'elemento negativo.
Ritratto di Gianna Biraghi
Ritratto di Gianna Biraghi
Cerchiamo di riassumere rapidamente. Perché il nazionalismo viva deve concretarsi. Concretandosi deve suscitare nemici.
L'inimicizia sorgerebbe da dissensi su problemi speciali, mentre resterebbe la concordia sulla volontà di una patria più grande.
Concretarsi significherebbe dunque limitarsi e rinunziare al nazionalismo per un altro ismo che nessuno può oggi prevedere.
Ovvero, il nazionalismo additerebbe i nemici occulti o palesi della nazione. Se questi nemici fossero gli ebrei o le organizzazioni internazionali, avremmo un nazionalismo alla francese, che i nazionalisti italiani non vogliono. Se fossero i clericali, nazionalismo diverrebbe sinonimo di anticlericalismo.
Ritratto di Catriona Begg
Ritratto di Catriona Begg
Se fossero i borghesi, avremmo sotto altro nome il socialismo.
Se fossero i proletarii, avremmo una nuova sfumatura di liberalismo patriottico e borghese. Se fossero i democratici in genere ricadremmo nella solita confusione, poiché son molti che imprecano contro la democrazia, ma non so quanti siano che sappiano suggerire qualcosa di diverso. Ovvero il nazionalismo potrebb'essere espansionista o bellicoso sul serio: chiedere cioè quella tal conquista o quella tale guerra. Così si avrebbe il contrasto, si avrebbe la vita.
Ciò non è. E il nazionalismo resta per, ora quel che dicevamo: un indice, un sintomo. Ma si chiede, ed alcuni amici nazionalisti mi chiedono: non è importante un indice da cui risulta che le elassi dirigenti italiane divengono più energiche e non si vergognano di provvedere alla difesa e all'avvenire della patria? notando l'importanza di quest'indice, essendo insomma nazionalisti, non si contribuisce a questo rinvigorimento, non si collabora, anche in minima parte, ad evitare che si ricada nell'antica miseria morale? e non è, anch'esso, importante il sintomo dell'insufficienza dei vecchi partiti? e i nazionalisti, riconoscendo il vuoto delle vecchie formule, non preparano, sia pure confusamente, un nuovo orientamento delle traviate forze politiche italiane?
Ritratto di Ester Barile Tajani
Ritratto di Ester Barile Tajani
A queste domande si deve rispondere affermativamente. Qui sono i veri meriti del nazionalismo: meriti in cui, a dir vero, prevale la passività sull'azione. Comunque, la stessa determinazione dei meriti del nazionalismo basta a giustificare l'astensione mia e di quegli altri che si astengono per motivi simili ai miei. Si può riconoscere la bancarotta dei vecchi partiti e non amare la confusione di ciò che pretende sostituirli. Si può godere di questa nuova energia nazionale, ed esitare a diventarne un puro e semplice esponente e desiderare di contribuire all'avvenire e all'approfondimento di quest'energia con un'opera più positiva e più modesta. Né vale il dire che si potrebbe entrare nel nazionalismo appunto per dargli una spinta verso lo studio di problemi concreti. La volontà di non aver nemici, l'abitudine dei compromessi e delle sospensive sono già così radicate nel nazionalismo italiano che solo un individuo follemente presuntuoso oserebbe lusingarsi di estirparle. Infine, se il nazionalismo non ha nemici è bene che abbia i suoi critici.
Ritratto di Walli Cominesi
Ritratto di Walli Cominesi
Ai quali critici deve almeno in parte quell'intenzione di agire praticamente, quell'onesto proposito di studiare qualche fatto, quell'abbandono dei programmi catastrofici e delle ambiziose formule letterarie, per cui il nazionalismo d'oggi è già così diverso da quello di due anni or sono; ed anche da quello di cui parlavo pochi mesi fa. Ma qualcuno mi susurra: badate, gravi fatti si preparano; bisogna tener desti gli animi, anche a costo di confusioni, anche a costo di compromessi. Può essere. E, se la patria fosse davvero in pericolo, si dovrebbe guardare con altra simpatia la propaganda nazionalista. Ma non per ciò cesseremmo d'avere, anche noi critici, la nostra ragione. I fatti - speriamo di no - potrebbero giustificare i nazionalisti, in questo senso: che, nel momento che attraversiamo, giovi sopratutto affilar le armi e tenere asciutte le polveri. Ma non potrebbero mai distruggere la semplice verità che anima tutte le pagine di questa mia parentesi politica: che, cioè, l'entusiasmo con cui si vincono le battaglie viene dalla serietà intellettuale e morale dei popoli, e che perciò la miglior propaganda nazionale consiste nel lavoro e la migliore opera politica nello studio dei problemi. S'intende, del resto, che al momento della mischia anche un urlo è un programma. Ma, se sapessimo vicina la mischia, cesseremmo di discutere: i nazionalisti e noi. E non ci sarebbero più opinioni né prò né contro il nazionalismo; e nemmeno sussisterebbe quella distinzione che i nazionalisti vogliono tra nazionalismo e patriottismo.
Sia lontana questa unanimità. Ma, anche in tempo di quiete, anche nelle pagine che precedono non s'è mai discusso sulla necessità d'esser forti né sull'ideale di una grande patria. S'è discusso sui mezzi più opportuni e più serii. E questo volevo che risultasse ben chiaro.
20 febbraio 1911.

Foto di Linda Sommariva a Madesimo
Foto di Linda Sommariva a Madesimo
Arricchisco questo testo del Borgese con foto di  Emilio Sommariva (1883-1956)
G. Antonio Borgese, Nazionalismo, in La vita e il libro, Vol. II, pp. 314-322, Torino, 1911
I nazionalisti italiani, che prendono a modelli d'energia i grandi popoli d'Europa, d'Asia e d'America e anche questa è una riprova dell'impossibilità nostra e loro di uscire da uno stato di minorità mentale - dovrebbero, quando parlano d'irredentismo, ricordarsi più spesso della Germania. Vi sono anche nazionalisti che con l'irredentismo non vogliono o non vorrebbero aver nulla in comune; e a questa minoranza più equilibrata e chiaroveggente l'analogia ch'io adduco potrà far comodo.
Ritratto di Bianca Cattaneo
Ritratto di Bianca Cattaneo
I tedeschi della Boemia, in contatto e in attrito con gli czechi, vivono in condizioni non dissimili da quelle in cui vivono i nostri connazionali dell'altra sponda in urto coi croati e cogli sloveni o i nostri connazionali del Trentino in lotta coi tedeschi. Talvolta vincono, più spesso soccombono; rinunciano amaramente a territorii che storicamente fan parte della grande Germania; si difendono con l'unghie e coi denti; subiscono, quando e dove non possono più reagire, gli oltraggi della prepotenza nazionalista, del terrore e del bastone.
V'è poi una terra, la cui storia somiglia stranamente alla storia della Dalmazia. Questa terra è la riva baltica, dal confine russo-prussiano fin circa al golfo di Finlandia. Le popolazioni indigene (Estoni, Lettoni, Livoni) ricevettero la civiltà da un'aristocrazia militare teutonica, come la gente indigena di Dalmazia divenne europea per virtù dell'aristocrazia mercantile e militare veneta che la colonizzò, senza riuscire nell'intento, che del resto non s'era mai proposto, di soppiantare la razza primitiva. Il Baltico orientale si colorò d'una patina tedesca, come l'Adriatico orientale fu coperto da una superficie italiana.
Con l'andare del tempo un terzo incomodo, che non apparteneva né alla razza della minoranza conquistatrice né a quella della maggioranza conquistata, s'interpose fra i due elementi, imponendo il suo dominio politico all'uno e all'altro: i russi sul Baltico, gli austriaci in Dalmazia.
Ritratto di Teresa Tallone
Ritratto di Teresa Tallone
Ma le affinità non si fermano qui. Il nuovo padrone si sforzò d'imporre anche la sua cultura e la sua lingua, oltre che le sue armi e le sue leggi, ai vinti.
I russi riuscirono, in quest'impresa, sul Baltico; gli austriaci fallirono in Dalmazia, e, riconosciuta l'impossibilità d'intedescarla preferirono di favorire gli slavi contro gl'italiani, perché erano e sono ancora meno pericolosi politicamente, non'avendo come porro unum del loro programma la disgregazione immediata dell'Impero, mentre gl'italiani - fatti potenti - chiederebbero inevitabilmente l'annessione al vicino Regno.
E qui si fermano le affinità. I tedeschi dell'impero non han mai creduto di dovere intervenire nelle faccende dell'Austria, anche quando i loro connazionali pativano umilianti percosse dagli slavi di Boemia, e non han mai chiesto che il loro governo mutasse rotta e s'intiepidisse l'alleanza col vicino Impero, anche quando il governo del vicino Impero favoriva gli Slavi ed abbandonava alla loro sorte i tedeschi.
Ritratto su commissione di Rossi Di Napoli
Ritratto su commissione di Rossi Di Napoli
Riga e Dorpat, per non dire che le due principali, avevano avuto, nello svolgimento della cultura tedesca, un'importanza certamente non minore di quella che Trento, Trieste, Sebenico, Zara abbiano avuta nello svolgimento della cultura italiana. Ciò non pertanto i tedeschi dell'Impero lasciarono che Riga fosse russificata, permisero che Dorpat fosse barbaramente ribattezzata in Iurjeff; assistettero, con dolore ma senza rivolta, alla distruzione di una gloriosa Università; e proseguirono nei loro rapporti d'intrinseca amicizia politica con la Russia. Dei tedeschi baltici alcuni si rassegnarono; altri emigrarono dignitosamente in Germania, e svolsero nella patria d'origine le loro energie, imponendosi dappertutto per la finezza dell'ingegno e per l'impeto del temperamento. Gli italiani, che leggeranno queste notizie, pronunzieranno l'aborrito nome del pangermanesimo, e non si rassegneranno a credere che i tedeschi pangermanisti abbiano mostrato tanto sangue freddo. Ma di pangermanismo in Italia non si sa nulla o peggio che nulla; e s'ignora, per esempio, che il pangermanismo politico è odiato e spregiato in Germania dalla enorme maggioranza delle persone serie; che il pangermanismo di cultura si guarda bene dall'impicciarsi di politica; che, finalmente, gli uomini politici in Germania sono tutti quanti pangermanisti nel fondo del cuore, ma rigidamente realisti e realisticamente transigenti nella parola e nell'azione.
Pinuccia Sommariva ritratta con il marito ed il figlio neonato
Pinuccia Sommariva ritratta con il marito ed il figlio neonato
Che i Tedeschi si siano comportati in questo modo verso i loro fratelli baltici, non significa che noi dobbiamo comportarci in egual modo verso i nostri fratelli adriatici. Ma significa questo: che il sentimento nazionale non coincide col sentimento irredentistico, e che non sempre l'organismo più forte è quello che reagisce con più acute grida all'amputazione di un dito. Si può essere irredentisti e deboli; si può essere fortissimi d'armi e di mente e invasi da una grandiosa fiamma di dignità e d'orgoglio, come sono i tedeschi, e frenar le lacrime e contenere lo sdegno quando una parte della patria ideale soggiace.
Chi parla in questo modo sa di non recitare il beau rôle. Sa che sarebbe stato facile intervenire al Convegno di Firenze e approvare il confusionario ordine del giorno in cui i congressisti si trovarono d'accordo, dopo i discorsi d'irredentismo sentimentale, d'irredentismo realistico e d'irredentismo bellicoso, guadagnandosi la simpatia degli irredenti, il plauso degli amici e la tranquillità della coscienza. Sa che non ci vuol molta finezza di perfidia per interpretare le sue parole come un segno di aridità di cuore e di debole sentimento patrio. E sa, finalmente, - ma non gliene importa - che non tutti vorranno capire che si può soffrire e tacere, amare e rinunziare.
Ritratto di Emilia Giliani
Ritratto di Emilia Giliani
Ad una rinunzia definitiva del Trentino e dell'altra sponda non v'è nessuno che pensi. Si tratta di vedere quali siano i modi della conquista. Vi sono intanto due deficienze negli italiani d'oggi: ignorano la geografia e la storia di quei paesi; non meditano sulle conseguenze di una guerra, e sia pur vittoriosa, contro l'Austria. Se si sapesse da tutti che le condizioni orografiche e idrografiche del nostro confine politico, storico e linguistico verso il nord-est e l'oriente sono tali che una precisa delimitazione delle razze non esiste, non esiste e non esisterà forse mai in quei paesi;
Ritratto dell'attrice Lyda Borrelli
Ritratto dell'attrice Lyda Borrelli
se sapessero- anche che la questione del Trentino implica in certo modo la questione del Süd-Tirol e che solo un popolo mercantile e marinaro come i Greci e Veneziani potrebbe occupare la costa orientale dell'Adriatico, disinteressandosi dell'hinterland; se sapessero, infine, che anche un'annessione ha il suo domani, come l'ha avuta in Germania l'annessione della Polonia e della Lorena, e come l'avrebbe per noi, ben più tristamente, l'annessione di qualche centinaio di migliaia di slavi; se gl'italiani sapessero tutte queste ed altre molte cose di simil genere, il problema dell'irredentismo sarebbe già risoluto. E sarebbe risoluto in questo senso: nessuna rinunzia ideale, nessuna velleità materiale, sforzi di ogni genere per mantenere la coltura nostra lassù, lavoro pertinace e instancabile per risollevare il valore della nostra coltura.
La composizione etnica dell'impero austro-ungarico.
La composizione etnica dell'impero austro-ungarico.
Giacché non è lecito dimenticare quanto segue: gl'Italiani furono sempre mischiati con gli Slavi in Istria, furono sempre una esigua minoranza in Dalmazia. Gli Slavi si lasciarono imporre la cultura e la lingua della minoranza, finché quella cultura fu od essi la credettero la più splendida del mondo. Si volsero contro gli Italiani, quando dai Tedeschi appresero che la cultura italiana era da circa due secoli una cultura di second'ordine.
Ritratto di Giulia Mazzocchi; fotografia eseguita su commissione del marito Arnaldo Risi, padre del regista Dino
Ritratto di Giulia Mazzocchi; fotografia eseguita su commissione del marito Arnaldo Risi, padre del regista Dino
Oggi come oggi la conquista sarebbe un pessimo affare; perché i popoli soggetti si lasciano assorbire solo da nazioni di spirito così potente che la loro grandezza sembri amabile anche a quelli ch'essa calpesta. Il problema dell'altra sponda è problema di cultura; intensa all'interno, estesa oltre i confini: che è poi la stessa cosa. Per ogni passo che noi faremo sulla via della civiltà, della saggezza, del dominio di noi stessi, dell'ordine morale e civile, senza ripensare al sogno perduto, il nostro sogno perduto farà un passo sulle nostre orme, non visto, per realizzarsi nel giorno della luce. Ma, se persevereremo come perseveriamo nei compromessi e nell'ignoranza e se alla vecchia vigliaccheria non sapremo reagire che con folli improntitudini e con lacrimevoli celebrazioni di primati, e se ad ogni passo ci volgeremo indietro piangendo Trento e Trieste, il nostro sogno precipiterà sempre più giù nell'ombra, come fece precipitare nell'ombra la sua Euridice il debole e impaziente Orfeo, a furia di guardarla e di chiamarla cantando.
Ritratto di Frati Cappuccini
Ritratto di Frati Cappuccini
Ma, quando saremo divenuti serii, ci accorgeremo della mostruosa assurdità nella quale per quaranta anni siam vissuti: gridar Trento e Trieste, senza muovere un dito per le sorti dell'italianità nei Grigioni, a Nizza, in Corsica. Questa madre Italia, che per alcuni figli è più tenera di Demetra, per altri è peggiore di una matrigna. Ferocissimi ad oriente, siamo vergognosamente obliosi ad occidente. Malgrado tante sottili spiegazioni, di questo assurdo non si dice oggi il perché.
Il perché è questo. In tre secoli di mortale decadenza, l'Italia ebbe solo un periodo di grandezza, con spunti di vigorosa originalità nazionale: quello che va all'incirca dalla rivoluzione francese al '48, e comprende il romanticismo, la riscossa, il mazzinianismo, il neo-guelfismo. L'unità fatta ci trovò esausti di forze e d'intelletto. E ricademmo, e ricominciammo a far le scimmie alla Francia.
Ritratto di Emilio Sommariva
Ritratto di Emilio Sommariva
La Francia, dopo il '70, organizzò il suo sentimento nazionale, per ragioni sue che non erano le nostre, verso la riconquista di due Provincie orientali, contro i Tedeschi. Anche noi, sviluppando sistematicamente i primi deboli germi d'irredentismo, organizzammo il nostro sentimento in egual modo, verso la conquista - che noi, con bizzarro arbitrio storico, chiamammo riconquista - di due Provincie orientali, contro i Tedeschi. E per non sbagliare, anche sulla riva adriatica c'illudemmo di aver da fare contro i Tedeschi, e solo in questi ultimi anni abbiamo scoperto che i nemici erano gli Slavi. E, circa in quel tempo, stretti dalla necessità, stringevamo alleanza con l'Austria. Mentre il sentimento nazionale, follemente modellato su un esempio straniero e contrario alla necessità reale, rendeva sterile e rovinosa l'alleanza. Ma questa patetica e mistica imitazione della Francia non ha nulla da vedere con un vero sentimento nazionale, e nemmeno dunque col nazionalismo, se le due cose, come a ogni costo si vuole, debbono coincidere.
Ritratto dell'attrice Lyda Borrelli
Ritratto dell'attrice Lyda Borrelli
E v'è un altro perché. La Francia ha assorbito Nizza del tutto, e sta per assorbire la Corsica. Ma la Francia è liberale e rivoluzionaria. L'Austria tedesca vorrebbe assorbire il Trentino, e l'Austria slava ha ingoiato la Dalmazia e sta masticando l'Istria. Ma l'Austria, slava o tedesca, è clericale. I capi-popolo di Nizza, di Bastia, di Bellinzona han poco o nulla da dire contro Berna e Parigi. I capi-popolo e la mercantile borghesia ebraico-cosmopolita di Trieste, furenti contro il governo feudale e pretesco di Vienna, sfruttano a loro beneficio la nostalgia di patria dei nostri veri fratelli. Irredentisti a destra, dunque, e menimpipisti a sinistra. Ma anche questo modo di considerare la politica estera non dovrebbe essere accetto al nazionalismo.
Ritratto delle sorelle Coppini
Ritratto delle sorelle Coppini
Forse vi sono altre ragioni nel prevalere dell'irredentismo austrofobo. Ma questo dovrebb'essere il compito dei nazionalisti: spiegarci queste ragioni e da irredentisti divenire austrofobi. Poi, se vinceremo, prenderemo ciò che ci spetta. Anche la Germania, nel '71, prese l'Alsazia; ma non aveva preparato la guerra piangendo e gridando: Strasburgo! È possibile (non dico probabile) che la buona politica italiana sia di nimicizia all'Austria. Ma questa possibilità non sarà degna di fede finché non sia stata eliminata la pregiudiziale trentina e triestina, che soffoca ogni nostra libertà di respiro e fa somigliare la politica del governo a un perpetuo tradimento e la politica del popolo a un'eterna crisi isterica.
È troppo noto alla gente di buona fede che né io né quelli che la pensano come me ci siamo tenuti lontani dal nuovo nazionalismo per pregiudizii pacifisti o democratici o per timidezza o per mancanza di cuore. Malgrado la buona volontà e le buone qualità di taluni, abbiamo subodorato un tanfo di retorica, di compromesso, di cattiva letteratura, d'ignoranza storica, geografica, economica, militare. L'irredentismo è proprio il ponte dell'asino del nazionalismo.
Ritratto di Ada Artioli
Ritratto di Ada Artioli
Mettere la questione sopra un'altra base sarebbe stata la miglior prova di una veridica intenzione di rinnovamento; accettare il vecchio piedistallo sentimentale della nazione, anche a parole smozzicate, anche dopo una frettolosa verniciatura di realismo, è la prova più sconsolante della mancanza di coraggio ideale in molti di questi uomini, che pur pretenderebbero tanto coraggio politico e militare dalla loro patria.
Ritratto dell'attrice Lyda Borrelli
Ritratto dell'attrice Lyda Borrelli
E veramente non si capisce di che temano. Cavour, che pure essi invocano, offre loro un esempio di prim'ordine: egli, che seppe freddamente rinunziare a due Provincie, perché sapeva che nessun sogno si realizza senza un sacrificio. Comprendo, io che credo di sentirlo quanto essi lo sentono, l'amore per i fratelli di Trento e di Trieste. Ma credo che i nostri fratelli di lassù aspettino da noi ben altro: aspettano che la grande patria si decida a non offrire altri pretesti al governo di Vienna perché questo neghi loro le scuole e la libertà e imbastisca odiosi processi politici; e aspettano sopratutto che la patria divenga grande davvero, e con le sue nuove opere di saggezza e di bellezza dia a quei suoi tigli un'arma ideale di resistenza contro le orde slave, che non varrebbero a dare, dopo la conquista, né dieci prefetti né centomila carabinieri. La situazione non è ancora disperata: non grava su Trento, Trieste e Zara, come grava su Riga e Dorpat, l'immediata vicinanza di una Pietroburgo.
Ma credo che non un solo trentino vero, non un solo triestino vero vorrebbe che la grande patria si riducesse alla stoltezza del contadino, che, avendo ficcato il dito nel collo di un fiasco e non potendo più trarnelo fuori, preferì tagliarsi il dito anzi che rompere il fiasco; o alla frenesia di colui che, preso per un braccio in un ingranaggio, preferisca buttarsi entro l'ingranaggio e perirvi anziché salvarsi abbandonando quel braccio alla necessità che glielo stritola.
15 dicembre 1910.

Ritratto di Olga Sacco
Ritratto di Olga Sacco
Arricchisco questo testo del Borgese con foto di  Emilio Sommariva (1883-1956)
G. Antonio Borgese, Nazionalismo, in La vita e il libro, pp. 294-305, Torino, 1911
Or è qualche settimana, discorrendo di un recente romanzo, della Patria lontana di Enrico Corradini, io distinguevo, com'è dovere della critica, fra il valore artistico del libro e le sue intenzioni teoriche, politiche, sociali. Quel romanzo si annunzia come un romanzo nazionalista, può essere lodato o biasimato secondo che il lettore sia mosso da simpatia o da antipatia per il nazionalismo. Io m'opponevo, ripetendo cose ovvie, all'una e all'altra motivazione di giudizio; sorvolavo su quelle intenzioni teoriche, politiche, sociali; tentavo d'isolare l'arte dalle sue scorie, d'intendere e di valutare la Patria lontana nel suo valore di fantasia e di realtà vissuta, astrazione fatta dal nazionalismo (Nota 2) (Nota 3) e da ogni altra velleità di politica filosofante e di filosofia politicante. Ma nel sorvolare non fui troppo esperto: poco avvezzo come sono alle reticenze, lasciai cader giù qualche periodetto, nel quale, sia pure in forma parentetica, movevo alcune elementari obbiezioni al nazionalismo italiano. Che cos'è questo nazionalismo? mi chiedevo io, press'a poco.
Ritratto di Carla Colombo
Ritratto di Carla Colombo
Una dottrina, una teoria, un sistema filosofico? Che ce lo espongano dunque ordinatamente, ciò che nessuno ha finora tentato in Italia, perché noi possiamo accettarlo o respingerlo a ragion veduta. O è invece un sentimento, e, quando si dice nazionalismo, non s'intende altro che patriottismo? Se cosi è, si potranno contare sulle dita di una mano sola quegl'italiani che non vogliano parafrasare il famoso grido: anch'io son pittore, esclamando: sono nazionalista anch'io.
Ritratto del pittore Arturo Tosi
Ritratto del pittore Arturo Tosi
Ma, sedato il primo entusiastico bollore, sarebbero anche ben pochi quelli che vorrebbero rinunziare a chiedersi e a chiedere come mai un sentimento così primordiale ed istintivo ed universale quale è l'amor di patria possa divenire appannaggio o monopolio o funzione di un partito ad hoc, e perché mai quel partito abbia creduto opportuno di ribattezzare l'amor di patria a quel barbaro modo. Non può essere dunque che nazionalismo sia un ozioso sinonimo di patriottismo; bisogna ad ogni modo credere che i nazionalisti si differenziino dagli altri patriotti per un loro particolar contenuto di proposte pratiche con le quali pensino più efficacemente degli altri di venire in soccorso alla patria. Ma nessuno aveva finora concretato quel programma. Volli io, con tutte le cautele, tentar la prova, giovandomi di documenti, di reminiscenze, di supposizioni; e, riassumendo e riordinando - a modo mio, s'intende - ciò che i nazionalisti van dicendo e stampando da quasi un paio d'anni, venni alla conclusione che i nazionalisti nostri, a differenza dei francesi, sono immuni, da odii settari, e non si trovano d'accordo, se non erro, che su tre punti, dei quali il primo è eccellente: forte preparazione militare e navale; ma il secondo è già discutibile: lode delle cose nostre a detrimento delle straniere; e il terzo è pessimo addirittura: avversione contro la Triplice e rinfocolamento di rancori bellicosi contro l'Austria.
Ritratto eseguito su commissione di Enrico Quarti
Ritratto eseguito su commissione di Enrico Quarti
Queste coserelle erano dette fra parentesi in un articolo ove si parlava della Patria lontana di Enrico Corradini, e non avevano gran che da vedere con la critica del libro, il quale, qualunque sia il contenuto e il valore del nazionalismo, resta pur sempre quello che è: l'opera mancata di uno scrittore d'ingegno.
Se non che l'analisi del libro fu, com'era suo giusto destino, rapidamente dimenticata, mentre la breve parentesi antinazionalista suscitò tutti gli echi dell'Appennino e dell'Alpe. Rispose la Grande Italia da Milano, rispose il Carroccio da Roma; entrarono in polemica altri giornali grandi e piccini; collocò nettamente la questione, con la solita acuta sveltezza, con la solita grazia mordacemente cortese Giulio De Frenzi sul Giornale d'Italia.
Ho dovuto aspettare un paio di settimane perché gli echi dell'Appennino e dell'Alpe si riassopissero, ed ho taciuto finora, perché i nazionalisti potessero, senza interruzioni intempestive, esporre le loro ragioni.
Ora ho un mucchio di giornali, di ritagli, di lettere sul mio tavolino, e non saprei da che punto rifarmi, se intanto una prima e sicurissima impressione non chiedesse in suo favore la precedenza. E l'impressione è questa: che, se pure avessi errato, io sarei lieto di un errore, in virtù del quale i nazionalisti han finalmente sentito il bisogno e il dovere di tirare, diciamo cosi, le linee fondamentali del loro programma. Si comincia a definire il terreno della controversia, e questo è, in qualche parte, merito mio.
Ritratto eseguito su commissione di Giacomo Rossi
Ritratto eseguito su commissione di Giacomo Rossi
Esordendo sulla Grande Italia a un'amplissima polemica contro di me, Gualtiero Castellini quattro giorni or sono scriveva: "Ci avviamo lentamente verso l'uscita del labirinto. Una chiara definizione degli ideali e dei programmi nazionalisti è ormai necessaria. E, se non m'inganno, la definizione di molte domande rimaste insolute è vicina”. Benissimo; questo è proprio quel che ci vuole; che i nazionalisti escano dal labirinto e definiscano chiaramente i loro ideali e i loro programmi. Quando l'avranno fatto, potrà darsi ch'io mi iscriva quale gregario nelle loro file, o potrà darsi ch'io perseveri nella mia innocua opposizione ed essi mi condannino - non per mala fede, no, che sarebbe calunnioso - ma per pochezza di mente. Fino a quel giorno, però, avranno torto d'indignarsi s'io dico che "non riesco a capire il nazionalismo italiano, né che cosa sia né che voglia”, poiché qualcuno fra i più leali ed animosi dei loro ha la generosità di confessare che non c'è chiarezza né precisione ancora nei loro ideali e nei loro programmi.
Ritratto di Liliana Pisani
Ritratto di Liliana Pisani
E' venuta la chiarezza, s'è fatta la luce tra il finire di giugno e il cominciare di luglio? A giudicare da certi documenti, si direbbe di no. Giulio De Frenzi, per esempio, correggendo le mie caute asserzioni, nega che i nazionalisti vogliano lodare le cose italiane a detrimento delle straniere e che avversino la Triplice rinfocolando rancori bellicosi contro l'Austria. ''Ahimè!”, geme, concludendo, dei tre punti nei quali il Borgese si è imaginato di scoprire la sostanza del nazionalismo italiano, almeno due non esistono che nella fantasia del giovine e illustre scrittore. Ed io mi rassegno alla rettifica che viene da così autorevole contraddittore, tanto più che organi maggiori e minori del nazionalismo mi han ricantato in tutti i toni la canzone del De Frenzi, e il Carroccio del 1 luglio, in un articolo di Vincenzo Picardi, ha citato con molta lode la prosa del collega, e la Grande Italia del 26 giugno l'ha riprodotta, accettandone integralmente le conclusioni. Bene: ecco dunque la luce. Anzi, una settimana dopo la Grande Italia rincarava ancora la dose con un buon paio di articoli.
Ritratto dell'attrice Lyda Borrelli
Ritratto dell'attrice Lyda Borrelli
Ma ai due articoli ecco ne segue un terzo, nello stesso giornale e nella stessa pagina, ove, fra l'altre cose, si legge: "Dopo ciò, scriva pure quel bizzarro e sconcertato ingegno che è G. A. Borgese, che l'avversione alla Triplice e il rinfocolamento di umori bellicosi verso l'Austria, proprio dei nostri nazionalisti, è cosa pessima... I tre postulati dei nazionalisti italiani, con buona pace di G. A. Borgese, sono tutti e tre buoni, ecc. ecc.”. Ma dunque non me l'ero immaginato proprio io quel famigerato trinomio nazionalista? Ma dunque non avevano poi tutte le ragioni De Frenzi e i suoi amici, accusandomi di aver condannato cose che non capivo? Colto da inquietudine e da dubbio, ho voluto leggere il resto, e giunto alla pagina terza di quel giornale (ove del resto notai e noto, malgrado tante stranezze, un'onesta volontà di cose buone), mi sono imbattuto in un articolo di fiera polemica contro quel nazionalismo più o meno bellicoso di Enrico Corradini, in favore del quale gli articoli di seconda pagina combattevano avverso a me. Che più? Mentre nel Giornale d'Italia del 21 luglio Giulio De Frenzi definiva il nazionalismo come una tendenza di azione pratica e in buona parte economica, il Giornale d'Italia del 4 luglio pubblicava un breve articolo anonimo, dal quale parrebbe che il nazionalismo mirasse a una mèta puramente intellettuale: alla liberazione della cultura italiana dalle catene servili che la legano alle culture straniere.
Ritratto di Teresa Tallone
Ritratto di Teresa Tallone
Arrivato a questo punto, io potrei anche smettere, citando le franche parole di Gualtiero Castellini: Io credo convenga impostare su questo argomento la discussione proficua e teorica che deve condurre quelli onesti uomini che noi siamo al chiarimento del pensiero comune. Così è: chiariscano prima, e poi discuteremo. E poi, se sarà il caso, m'accuseranno di travisare, di non capire, di non vedere.
Ma il pensiero di Giulio De Frenzi e di quelli che senza riserve lo accolgono è chiaro, schematico, preciso, e non ammette dilazioni. Vediamo dunque. Il De Frenzi nega che il nazionalismo italiano (diremo meglio, il suo nazionalismo) sia impeciato di sciovinismo.
Ritratto dell'attrice Lyda Borrelli
Ritratto dell'attrice Lyda Borrelli
Ne sono ben lieto: lodar ciecamente le cose nostre in paragone alle straniere vuol dire incamminarsi alla più stolta delle barbarie. Nega anche il De Frenzi che il suo nazionalismo sia bellicoso ed austrofobo.
Ne sono anche più lieto: il solo discorrere di guerra, quando la patria non è preparata alla vittoria, è da forsennati. Ma, esclusi questi due punti, in che consisterà mai dunque il programma concreto del nazionalismo? Il De Frenzi s'industria bravamente a definirlo, e lo fa da pari suo: con molta forza di ingegnosa persuasione. Il nazionalismo (aggiungo pertinacemente: il nazionalismo, come Giulio De Frenzi, per suo conto, l'intende) "vuole ridestare, o meglio, suscitare in Italia una coscienza nazionale collettiva, della quale gli italiani mancano e che costituisce la unica vera ragione della loro irrimediabile inferiorità di fronte ad altri popoli certamente non superiori per qualità di nativa intelligenza, di vigore corporeo e morale, di operosità.
Ritratto di Ugo Ojetti
Ritratto di Ugo Ojetti
La patria, ammoniva Mazzini, è anzi tutto la coscienza della patria; né il problema dai tempi del sublime agitatore è minimamente mutato”. E qui il De Frenzi allinea alcuni esempi, tolti specialmente dalle industrie e dai commerci e dalla emigrazione, ove i prodotti del lavoro italiano e i figli della terra italiana hanno ancora quasi vergogna della loro origine, e la nascondono. Ora è certo che "la coscienza nazionale è produttrice potentissima di cultura, di storia, di civiltà, di ricchezza”; è certo che fa opera grande colui che mira ad aumentar questa forza produttrice in Italia. Al De Frenzi io non dirò dunque che, a furia di polemiche, il nazionalismo s'è andato liquefacendo e dissolvendo; non gli dirò che un programma ridotto a un numero solo è troppo povera cosa per dar sostanza a un partito, a una tendenza, a una scuola. No, quel numero è tale che basta e ne avanza. Ma chiederò a De Frenzi come mai questa volta un uomo del suo acume e della sua finezza abbia preferito arrestarsi alla superficie.
Egli crede in buona fede d'aver detto cosa semplicissima e quasi ovvia e ha detto la più complicata ch'io mi sappia. Dare a un popolo una coscienza nazionale tanto vale come dargli una vita nazionale, nientemeno, e chi parla della prima senza aver proposto la soluzione umile, pratica, specifica, concreta di almeno uno fra gl'infiniti problemi che travagliano la vita nazionale somiglia al medico che vuol facilitare la digestione a un cliente cui manchino i mezzi per sfamarsi, o a un moralista che consigli la santa virtù dell'orgoglio a chi è lacerato dai rimorsi e deve ancora duramente lottare per purificarsi dalla colpa.
Ritratto di Rita Farinelli
Ritratto di Rita Farinelli
Questa è la differenza. L'Italia è certamente un paese in progresso; e che ci siano taluni i quali sentono programmaticamente l'amor di patria è anche un segno che l'Italia vale oggi più che non valesse or sono dieci anni. Ma è un segno pericoloso, ed io son fermamente persuaso - sia poi quale si voglia il valore della mia persuasione - che ha ragione chi a qual segno s'oppone. L'orgoglio intempestivo può facilissimamente condurre a un disastro. Ora l'Italia, se ha la ricchezza ancora in via di formazione, ha la cultura bassissima, il costume politico abbietto; di serietà spirituale e morale, che è poi la vera ragion d'essere delle grandi nazioni, non ha quasi punta.
Ritratto di Carla Viola
Ritratto di Carla Viola
C'è, per esempio, il problema del Mezzogiorno che dovrebbe assorbire per vent'anni tutte le forze buone del paese. Vincenzo Picardi asserisce che i nazionalisti vogliono anche pensare al problema del Mezzogiorno.
(grassetto mio)
Magnificamente: ma non per questo numero del programma avran diritto a chiamarsi nazionalisti, salvo che non si voglia allargare e gonfiare la parola come una vescica, riducendo la polemica a una schermaglia di parole vane.
Per quel che è, il nazionalismo mi pare - e, dicendo la mia opinione, non intendo impegnare altri che me stesso - una tendenza da combattere, perché, anche contro la volontà esplicita di De Frenzi e dei suoi amici, finirebbe per traviare gli italiani addestrandoli in futilità esteriori e togliendo loro la vista delle cose serie. La dicitura di un'insegna, il nome di un villaggio, la moda parigina o milanese diverrebbero le questioni ardenti di un popolo che ha tutto sé stesso da fare o da rifare. Oggi come oggi mi pare che uno solo sia l'imperativo: che ciascheduno faccia dirittamente ed umilmente il suo dovere. Solo così si può contribuire ad elevare il proprio paese: dandogli quel che davvero gli manca, e che non è, caro De Frenzi, la coscienza nazionale, ma il senso di disciplina e di responsabilità. Fate che una generazione di uomini forti e probi conquisti i pubblici poteri; saremo, se questa sarà la nostra missione, padroni del mondo.
Ritratto di una signorina
Ritratto di una signorina
Ma un nazionalista ha scritto e stampato queste parole che già altri ha citate: Se Cesare non fosse stato assassinato, la lingua francese si sarebbe estesa fino alla Russia, e se il grande sogno di Dante non fosse stato contrastato dai Papi-re, che impedirono la ricostituzione dell'Impero romano, oggi la lingua italiana sarebbe la lingua ufficiale della Grermania; sicché Goethe, il grande poeta tedesco, avrebbe avuto a disposizione per i suoi canti ispirati una lingua più estetica, più plastica ed armoniosa. Ed un altro nazionalista, che pure non ama la patria a parole ed è uomo d'ingegno e di senno, ha per le stampe confessato di detestar l'Austria per il ricordo dell'antica tirannide, per il bruciore dei recenti oltraggi e... per le operette viennesi, che provocano il suo ventricolo a una immediata restituzione dei cibi ingeriti!
Già. Perché si ha un bel riconoscere, come lealmente riconosce De Frenzi ed altri con lui, che la parola nazionalismo fu pessimamente scelta. Ma habent sua fata anche le parole. E i nazionalisti italiani suderanno tutte le loro camicie per purificarsi - né so se potranno riuscire - dal loro vizio d'origine. Il quale consiste nell'aver contaminato il loro indubbiamente generoso ed autentico amor di patria con la mezza imitazione di una mediocre moda letteraria francese, di quel nazionalismo gallico, che, come tutti i nazionalismi, i gingoismi, i pangermanismi, i panslavismi, è, per dirla con la parola di un filosofo tedesco non pangermanista, Ermanno Keyserling, un ostacolo collocato sulla via della civiltà.
11 luglio 1910.

Filippo Marinetti nel 1910.
Filippo Marinetti nel 1910.
G. A. Borgese, Gli allegri poeti di Milano, in La vita e il libro, Vol. II, pp. 127-136, Torino, 1911
In fondo, F. T. Marinetti (si chiama Filippo Tommaso), caposcuola del futurismo, è ancora quale io lo conobbi or sono sei anni a Firenze. Ha perso gli ultimi capelli e ha guadagnato, in compenso, qualche chilogrammo di peso; ma nelle linee essenziali della persona fisica e della persona spirituale è rimasto fedele a sé stesso: tutto impeti disordinati e scatti fulminei, ricco di un eloquio precipitoso ove i termini più succulenti dell'argot parigino si mescolano a un italiano telegrafico, incapace di discorrere senza colorir le sue parole con una mimica così fortemente accentuata che sembra di momento in momento dover degenerare in una prodigiosa danza del ventre; tutto ebro di felicità quando, in compagnia di festevoli amici, ha potuto vagabondare per ore ed ore lungo le vie deserte della città notturne, destando gli echi insonnoliti con la declamazione spasmodica di un macabro poema decadente, e accendendo le tenebre coi lunghi razzi di riso che zampillano dal suo smargiasso umorismo.
Filippo Marinetti nel 1913.
Filippo Marinetti nel 1913.
Allora non recitava i capolavori del futurismo, che era ancora sulle ginocchia di Giove; recitava poesie francesi consacrate dall'ammirazione universale, se non dall'Accademia; e negli istanti più lirici balzava dall'una all'altra estremità della pedana come una pantera ferita. Ma era ancor più divertente per istrada o al caffè: divertente, nel miglior senso della parola. Dopo Firenze, lo rividi molte volte a Milano: tutto acceso in volto ed entusiasticamente urlante in un crocchio di giornalisti e di letterati, attorno ad una tavola del Savini. E vorrei rivivere qualcuna di quelle serate: tanto raramente mi avvenne in seguito di conoscere un uomo cui, pur senza vizii volgari, la vita sembrasse cosa naturalmente piacevole e gioconda, egualmente benigno e spontaneo nell'accoglienza affettuosa e nell'ingiuria polemica, straricco di forze fìsiche ed intellettuali, eppur di nient'altro desideroso che di sperperarle per allietaregli amici, e i conoscenti, e sé stesso. La sua irrequietudine non tollerava ristagno: saltava di entusiasmo in entusiasmo, di motto in motto come il camoscio salta di rupe in rupe. Aveva gusto ed ingegno; ma, nella foga precipitosa con cui viveva e parlava, era impossibile distinguere tra il bello e il brutto, tra il falso e il vero. Pareva quasi che dalla superficie glabra del suo cranio emanassero crepitando miriadi di fugaci scintille come da una parete liscia contro la quale si fosse strofinato un fascetto di zolfanelli. (Nota 1) (Nota 2) (Nota 3) (Nota 4)
Aldo Palazzeschi
Aldo Palazzeschi
Viveva, parlava, pareva: ho cominciato dal dire che Marinetti è oggi press'a poco tale qual era sei anni or sono, e ho finito per sdrucciolare verso lo stile da necrologio. Nel giro di pochi periodi cadevo vittima anch'io del comune pregiudizio: che Marinetti sia molto cambiato da quello che fu: che Marinetti sia un uomo finito, come si dice nel gergo dei letterati.
Il grosso pubblico, che lo conosce solo da quando egli va bighellonando coi suoi accoliti e battendo la grancassa del futurismo, non se n'è accorto; ma se ne sono accorti i letterati, che, con quella candida fraternità, con quella fervorosa carità cristiana che li distinguono dal resto dell'uman genere, van mormorando litanie sulla dura sorte di questo buon figliuolo, che aveva tanto ingegno e non ne ha più, che aveva tanto spirito e gli s'è svanito, che aveva promesso tante cose e non ha mantenuto quasi nulla.
Peccato mortale I giacché qualche cosa poteva davvero fare il Marinetti. In francese o in italiano ? Chi sa? Allora lo chiamavano per affettuoso dileggio il poeta franco-italiano; poiché, nato da parenti italiani in Egitto, il Marinetti, incerto fra l'italiano e l'arabo, s'era deciso, non volendo far torto a nessuno, per il francese.
Carlo Carrà nel 1915
Carlo Carrà nel 1915
Andavano, si, buccinando che ad orecchie francesi la sua lingua dava un certo suono di barbarico esotismo; ma io non riuscivo a percepirlo, e pensavo con altri molti che nella Conquête des étoiles, malgrado l'immaginazione rodomontesca e l'incorreggibile disordine di struttura, fremeva un'invidiabile potenza lirica, e che nel Roi Bombance il cattivo gusto di certi particolari e la torrenziale verbosità non bastavano a togliere valore alla stupenda vigoria dell'aristofanesca concezione. La concezione materialistica dalla storia generava finalmente un gorgoglio di feroce riso. Poiché i partiti politici non sono che l'ipocrita nomenclatura delle classi sociali, che lottano l'una contro l'altra per il pane quotidiano; poiché l'ideale non è che la lucida corazza della fame urlante e combattente, il poeta, nella società moderna, è una specie d'idiota,  incomprensibile ai contemporanei e incapace di comprenderli. Clericali e socialisti, conservatori e rivoluzionari sono per lui le quattro facce di un'erma quadrifronte egualmente laida e ripugnante, da qualunque lato si osservi; facce senza luce spirituale, emaciate dal digiuno o illividite dalle indigestioni.
Il re si chiama Bombance, l'arcivescovo si chiama Bedaine, il demagogo rivoltoso si chiama Ventrecreux, Ventrevuoto. Si equivalgono: sono tutti e tre sacri alla Putredine, alla Sainte Pourriture, che è la loro vera divinità. E invano canta e sogna, nelle pause dei loro osceni delirii, l'ultimo rappresentante dell'idea, il poeta, ovvero l'Idiot, poiché nient'altro che un idiota può essere giudicato dagli antropofagi suoi contemporanei; e passa inascoltato e deriso come già Cassandra fra i Troiani.
Da una simile ispirazione poteva nascere il capolavoro.
Carrà, Boccioni, Russolo nel 1915
Carrà, Boccioni, Russolo nel 1915
Non nacque, perché a Marinetti mancava la serietà del sentimento. Egli non aveva l'orrore del mostruoso, pur mentre concepiva la sua macchina mostruosa; anzi gli pareva divertente e cocasse. La fine degli ideali, il dilagare e lo spadroneggiare delle cupidigie materiali lo solleticavano piacevolmente nell'intelletto, ma non lo commovevano nel cuore.
Perciò, invece del capolavoro, che non sorge se non quando tutte le attività dello spirito sono in concorde agitazione, gli venne fatta una ingegnosissima fantasmagoria, che alla fine lasciava nell'animo del lettore l'impressione di una burla gigantesca. L'immaginosa fecondità del poeta ci trascinava con sé: la sincerità delle sue intenzioni ci persuadeva debolmente.
Ci pareva che con la stessa violenza e con lo stesso spirito con cui aveva deriso la brutalità di un mondo, che non vive se non per la pagnotta, avrebbe potuto deridere l'ingenuità di un altro mondo ove si vivesse per le idee. Il contenuto gli era indifferente: perciò la sua forma abituale diveniva lo scherzo.
Corrado Govoni: Autoritratto
Corrado Govoni: Autoritratto
Gli amici letterati sbagliano dunque quando, detergendosi una furtiva lagrima, deplorano che il Marinetti si sia traviato, e quasi quasi vedono nel futurismo un sintomo di follia. Marinetti è un uomo equilibratissimo e il futurismo è una meravigliosa facezia. Proprio come il roi Bombance; anzi è una specie di continuazione del roi Bombance. Nel dramma scritto, il poeta, l'idiota, era di temperamento malinconico e sentimentale, e lasciava che la bestiale stupidità dei contemporanei si burlasse di lui. Nella farsa vissuta, nel futurismo, il poeta ha assunto un atteggiamento da buffo shakespeariano: fa ridere gli altri, si, ma ride anche lui. Il pubblico, che va ad ascoltare nei teatri le declamazioni futuriste, lancia torsoli ai poeti, e si smascella dalle risa, e va fuori tentennando desolatamente la testa, per ipocrita pietà di quei poveri pazzi. Ma si divertirebbe meno, se sapesse che il caposcuola futurista, com'io fermamente credo, si diverte più di lui, e ride meglio perché ride l'ultimo.
In una beffa così grandiosa il vero beffeggiato è colui che crede di divertirsi alle spalle di chi ha inventato il giuoco e non suppone nemmeno lontanamente che l'uomo di cui ride sia un burlone. Quando Marinetti, accompagnato da un intero stato maggiore di poeti e di declamatori, tenne la seconda accademia futurista al Lirico di Milano, riuscì a dominare la tempesta con un altissimo grido che gli partiva dal cuore: “non chiediamo applausi, ma fischi”. Or sono circa due anni una sua commedia, La donna è mobile (Parte 2) (Parte 3), rappresentata per la prima volta a Torino, fu interrotta da un putiferio di urla ignominiose.
F. T. Marinetti nel 1915
F. T. Marinetti nel 1915
Marinettib_250_0_16777215_01_images_Borgese_Marinetti_marinetti-poupees.jpg uscì sulla ribalta, come fanno gli autori acclamati, e, rivolto al pubblico, dichiarò: “Ringrazio gli organizzatori di questa fischiata, che altamente mi onora “. Era in perfetta buona fede tutte e due le volte. Gl'insuccessi del futurismo comincerebbero quando il pubblico cominciasse a sbadigliare per necessità e ad applaudire per convenienza, come fa in quasi tutte le serate di conferenze e di recitazioni.
Ma nel tumulto e nell'insulto il futurismo prospera e cresce.
Giacché che cos'altro ha mai voluto fare il Marinetti se non la parodia della celebrità? Nel mondo moderno, cosi egli pensava scrivendo il roi Bombance, le aspirazioni politiche sono tutt'uno con le contrazioni della pancia vuota e con gli spasimi del ventre dispeptico; nel mondo moderno, così ha continuato a pensare escogitando il futurismo, la gloria si confonde con la celebrità. Gli uomini ambiziosi non desiderano più di vivere col loro pensiero e con le loro opere nell'anima dei posteri: questa era la gloria. Vogliono brillare con le loro apparenze davanti agli occhi, ronzare con l'eco delle loro gesta negli orecchi dei contemporanei: e questa è la celebrità. Simile, almeno in questo, a Victor Hugo fanciullo, che disse: “io voglio essere come Chateaubriand”, Marinetti si propose di diventar celebre come Gabriele D'Annunzio.
Disegno di Valeri.
Disegno di Valeri.
Scrisse, tra l'altro, un opuscolo: D'Annunzio intimo, e più tardi un libro intero: Les dieux s'en vontD'Annunzio reste, ove la curiosità dello scrittore, eliminando quasi tutti gli altri fattori del complicatissimo fenomeno dannunziano, si ferma sul clamore di pubblico richiamo che ha accompagnato l'opera dannunziana nel suo diffondersi pel mondo. Alla grandezza, alla gloria di quell'arte Marinetti restava insensibile: quel che gl'importava era la sua rumorosa celebrità. E parve fin d'allora aver fissato una bizzarra scommessa con sé medesimo: la celebrità? Vi farò vedere come si conquista. Da quel geniale dilettante ed epicureo che era, non stette nemmeno un istante a pensare s'egli non avesse per avventura i mezzi di conquistare la gloria. Purché si facesse del frastuono intorno al suo nome.
Ed inventò il futurismo.
F. T. Marinetti nel 1930
F. T. Marinetti nel 1930
Nel febbraio dell'anno 1909 l'Italia fu invasa da immensi manifesti, ove una laconica dicitura a grandi lettere rosse annunziava: Il Futurismo - F. T. Marinetti. Che cos'era mai? La soluzione dell'enigma venne qualche giorno più tardi, con un foglio volante che il fondatore della nuova scuola distribuì a migliaia di copie in tutte le parti del mondo, e che poi ripubblicò nella sua rivista: Poesia, una strana pubblicazione di formato bislungo, che esce ad intervalli capricciosi, ed ove qualunque parto di cervello umano, sia d'Italia o di Germania o della Terra del Fuoco, ha diritto di asilo, purché, almeno nelle apparenze tipografiche, si distingua dalla prosa. Il futurismo voleva affrancare l'umanità, e specialmente quella parte dell'umanità che si diletta di letteratura, dall'opprimente culto del passato. Il suo proclama consisteva di undici capoversi fra i quali il più interessante era senza dubbio il terzo: “La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità pensosa, l'estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno”. Era evidente la caricatura di certe tendenze energetiche, sportive, imperialiste che da parecchi anni circolavano nella vita e nel pensiero europeo.
La spia Mata Hari nel 1912
La spia Mata Hari nel 1912
E tutto quanto il futurismo è una caricatura, in grandissima parte volontaria: soprattutto nel modo come il caposcuola ne ha diffuso la fama per il mondo.
I metodi adoperati dal Marinetti non son diversi da quelli con cui si lancia un nuovo specifico contro l'esaurimento nervoso. La cupidigia industriale e borsistica della nuova Italia e l'insaziabile dilettantismo letterario della vecchia Italia, la credulità del pubblico assuefatto agli espedienti americani di réclame, ma non ancora abbastanza scottato dalle delusioni, e l'incorreggibile ammirazione delle nostre platee per quelli che sanno improvvisare mille versi, tenendosi fermi sul piede sinistro: fretta moderna ed antica retorica, facinoroso entusiasmo di tutti quelli che, pur di sberciare Abbasso l'Austria!, condurrebbero in malora il loro caro paese, ed innocente amor di chiassate non insolito alla giovinezza latina, tutti, insomma, gli elementi spurii dell'anima contemporanea contribuirono a rendere facile a F. T. Marinetti la vittoria ch'egli s'era proposta. Giacché Marinetti ha vinto la sua scommessa. Leggete in Poesia gli articoli che sul futurismo hanno pubblicati i giornali francesi, inglesi, americani, tedeschi; leggete le statistiche, con cui Marinetti annunzia che più di quattrocento giornali si sono occupati del suo bel gesto alla prima rappresentazione di La donna è mobile. Forse e senza forse egli è l'italiano più conosciuto all'estero; senza alcun dubbio al mondo, vi sono molti stranieri che, in buonissima fede, credono di vedere in Marinetti il più autentico rappresentante della nuova coscienza letteraria italiana. Egli è riuscito a dimostrare che la letteratura può venir considerata come uno sport, e che con un buon allenamento si conquista anche un record di celebrità poetica.
Milano nel 1930
Milano nel 1930
Quelli che gli fan codazzo sono gente d'indole, di ingegno, di tendenze diversissime. C'è Gian Pietro Lucini (Parte 2) (Parte 3), uomo di mente fertile e bizzarra, degno di grande rispetto per l'ingegno malamente sviato, che prosegue, esagerandole, certe tradizioni di stramberia già antiche a Milano, se si pensa alla prosa di Carlo Dossi e ad alcuni scherzi metrici di Arrigo Boito. Il suo ultimo volume si intitola Revolverate, e si distingue per una copertina accecante, che sembra grondar sangue. C'è Enrico Cavacchioli, giovanissimo ed eccellente verseggiatore, che ha portato al futurismo un notevole contributo con un volume di Ranocchie turchine, preceduto da un furioso proclama, ove si annuncia la criminale intenzione di uccidere “il chiaro di luna”. C'è Paolo Buzzi, impiegato al Comune di Milano ed avvocato, non incapace di graziose fantasie idilliche, e ciò non pertanto futurista anche lui ed autore di un volume che s'intitola Aeroplani.
Perché Buzzi e Cavacchioli siano futuristi è difficile dire; ma il caposcuola è l'editore dei loro libri, ed essi accettano, forse senza riluttanza, il bollo della scuola. Ma ce n'è altri ancora: oltre i futuristi malinconici, ci sono i futuristi ameni. C'è, per esempio, Corrado Govoni, che ha scritto versi di questo calibro.

La luce stanca si volatilizza
ne la camera per i vetri ermetici;
nei laghi degli armadii si erborizza
un bel giardino con dei muri erpetici.

E c'è anche Aldo Palazzeschi, che così parla alla sua cagnolina. nominata Diana:

Salisci, mia Diana, salisci,
salisci cotesto scalino:
non vedi, non vedi è bassino.
bassino bassino, salisci.

Filippo Tommaso Marinetti nel 1930.
Filippo Tommaso Marinetti nel 1930.
Le male lingue dicono che la burla, se è davvero una burla, com'io fermamente credo, sarebbe troppo costosa. Ma Marinetti è un munifico signore, e mostra un gran buon gusto, se preferisce divertirsi con una di quelle grandiose burle sociali di cui da parecchi secoli s'era perduta la consuetudine, anzi che con la solita automobile o col solito macao. Oltre di che, la burla è ricca di significato, essendo una vasta e geniale parodia letteraria, che dimostra anche agli increduli come il contenuto e le forme della letteratura italiana siano, dopo la meravigliosa fioritura degli ultimi decennii, in istato di dissolvimentob_250_0_16777215_01_images_Borgese_Marinetti_marinetti.-guerra.jpg. E potrà anche riuscire utile, come notava un mio ingegnoso amico, se varrà a far più scettici gl'italiani intorno al valore della celebrità ed a persuaderli che il valore di una produzione spirituale non si giudica dalla sua notorietà e dalla sua diffusione come un prodotto farmaceutico.

Ho illustrato il testo che segue con foto (con l'eccezione delle prime due) del grande fotografo Emilio Sommariva (1883-1956). Sono foto di G. A. Borgese e di sua figlia Giovanna. Le foto sono state scattate in due fasi: nel 1925-26 e nel 1931.

Borgese in età adulta
Borgese in età adulta
G. Antonio Borgese, L'utilità delle cose inutili, in La vita e il libro, pp. 358-366, Torino, 1911
Come sarà educata la generazione nata nei primi anni del secolo nuovo? A quali discipline di studio saranno costretti i nostri piccoli figli? Ch'essi non lo sappiano, mentre escogitano i loro pazienti giuochi e s'industriano a sconquassare i balocchi, poco importa; ma importa che non lo sappiano nemmeno i parenti e che siano anche in dubbio gli educatori. Le Commissioni reali pubblicano ponderosi volumi di relazioni e di proposte, i ministri minacciano di studiare, il Parlamento si accinge a legiferare per decidere se la nostra prole dovrà sapere soltanto il latino od anche il greco, e se, per concorrere ad un posto di medicocondotto, il nostro primogenito dovrà aver mostrato la capacità di scomporre nei loro elementi grammaticali le invettive di Marco Tullio Cicerone contro un pubblico ufficiale prevaricatore di duemilanni fa.
La questione è viva, ardente, imperiosa; e s'approssima fatalmente ad una soluzione, la quale, qualunque essa sia, decidendo intorno ai metodi d'educazione, deciderà anche, per almeno mezzo secolo, intorno ai destini intellettuali e morali del nostro paese. Fa dunque pena vedere con quanta indifferenza il pubblico ascolti sonnecchiando l'interminabile dibattito fra i conservatori della tradizione ed i propugnatori del rinnovamento, fra i classicisti e i modernisti.
Borgese in America (?)
Borgese in America (?)
Nel campo della lotta scendono quasi soli i professionisti: quelli che un Bacone filosofante in lingua povera guarderebbe con diffidenza sospettandoli affetti dal pregiudizio del mestiere ... Il gran pubblico li lascia battagliare, giudicando nella sua torpida saggezza che gli accademici non possono discutere se non di questioni accademiche. Tanto, il problema della scuola classica s'inserisce facilmente in pillole e più facilmente ancora si digerisce. Si può credere oppurtuno tormentare i fanciulli con otto anni di fatiche, delle quali nessuna traccia, se non un solco di digusto e di stanchezza, resterà nelle loro coscienze violate dal querulo demagogo?
G. A. Borgese ritratto da Emilio Sommariva.
G. A. Borgese ritratto da Emilio Sommariva.
La vita moderna, così fresca, cosi giovanile, cosi ricca d'impeti originarii e di forze tempestose non si corrompe al contatto di quelle forze defunte, come un corpo sano perisce d'infezione se per alcune ore è rimasto avvinghiato a un cadavere? Certo, certo: se gli italiani sono retori inconcludenti, se la nostra industria non compete con le officine di Chemnitz e di Manchester, se la nostra letteratura è, come ognun sa, stomachevole, la colpa è della scuola classica, che mortifica la volontà, aduggia lo spirito, isterilisce i fiori della giovinezza. Cosi ragiona, senz'ombra di ironia, l'uomo della strada; il quale, quando vuole mostrarsi capace d'inauditi sacrifizii all'equanimità e al buon senso, riconosce a mala pena, tentennando il capo, che, malgrado tante ragioni ragionate, persiste un inesplicabile fatto: datemi due uomini d'ingegno, di carattere, di operosità approssimativamente eguali, ma di cui uno abbia fatto, sia pur svogliatamente, gli studi classici e l'altro no; io riconoscerò, starei per dire al fiuto, quale dei due abbia strappato alla pietosa indulgenza dei suoi maestri la licenza liceale; e quest'uno sarà sempre superiore a quell'altro per mentalità, per equilibrio logico, per chiarezza di visione, per precisione di volontà. Sono cose che anche l'uomo della strada non ignora; ma ciò non pertanto non osa di mutar parere.
G. A. Borgese ritratto da Emilio Sommariva.
G. A. Borgese ritratto da Emilio Sommariva.
O, se mai, costretto dalla quotidiana esperienza, concederà l'exequatur alla scuola classica, ma purché si rinnovi, come egli usa dire, dalle fondamenta: un exequatur con riserva, una specie di condanna condizionale. S'insegni il latino e fors'anco il greco, ma con metodi spicciativi e divertenti; s'impartiscano le lingue classiche con espedienti non troppo dissimili da quelli della “Berlitz School” ... e si leggano gli scrittori antichi con commenti di “varietà”. ... Tutti i programmi insomma son buoni, fuorché i programmi difficili: l'imperativo categorico dell'educazione deve consistere nel non affaticare i nostri cari ragazzi. Giacché questo è uno fra i più gravi segni dell'epoca in cui viviamo: il predominio delle donne e delle concezioni femminili.
Educare la prole significa, se ci si pensa un po', contemperare la tenerezza materna con la tenacia paterna.
G. A. Borgese ritratto da Emilio Sommariva.
G. A. Borgese ritratto da Emilio Sommariva.
Ma la nostra società tende sempre più decisamente verso il lato delle madri, abbandona via via i consigli dell'intelletto per ubbriacarsi di sentimento, e, se dovesse obbedire al suo istinto, trasformerebbe le scuole in palestre di giuochi, ove i fanciidli, sazii dei trastulli domestici, s'intratterrebbero, nella loro lunga primavera, coi trastulli di stato. Tutto ciò che la scuola ha di duro, di penoso, di arduo, tutto ciò per cui la scuola, sotto pretesto d'impartire nozioni di discutibile utilità, si fa maestra, di sforzo morale ed abitua le generazioni nascenti ad una gravosa lotta quotidiana contro l'istinto del capriccio, del disordine, della mala voglia, è antipatico ai nostri contemporanei.
G. A. Borgese ritratto da Emilio Sommariva.
G. A. Borgese ritratto da Emilio Sommariva.
E, poiché la scuola classica è la più diffìcile di tutte, contro la scuola classica si avventano le più pertinaci ed inconciliabili volontà demolitrici.
Sta bene; ma che cos'hanno fatto finora i nostri “classicisti” per proteggere dalle incursioni il loro minacciato reame? Abbiamo in Italia un bello e compiuto libro, ove si legga una persuasiva apologia degli studi che i modernisti vorrebbero o sopprimere o sminuire? A giudicare da certi scrittori che, senza il minimo sospetto di cadere in trivialità, confortano del loro ingegno e della loro autorità la tesi che attribuivamo all'uomo della strada, si direbbe di no.

G. A. Borgese ritratto da Emilio Sommariva.
G. A. Borgese ritratto da Emilio Sommariva.
C'è, sì, a Firenze una Società italiana per la diffusione e l'incoraggiamento degli studi classici (A.I.C.C., NdR), ove non mancano uomini di molta sapienza e d'indubitabile buon volere; ma, per un complesso d'intricate ragioni, la sua azione non è riuscita se non raramente ad oltrepassare la soglia degli ambienti eruditi da cui avrebbe dovuto o voluto muoversi per agire in un mondo più vasto. Non è esagerazione affermare che la prapaganda classicista abbia finora convertito ben pochi oltre quelli che di convertirsi non avevano punto bisogno, e che la gerarchia dei sacerdoti sia press'a poco tutt'uno con la chiesa dei credenti. Libri di divulgazione ci vogliono, proprio per inculcare al volgo il rispetto di un'educazione non volgare; e, quando la società per gli studii classici ne ha sentito il bisogno, ha dovuto cominciare per cercarne qualcno nientemeno che in Russia. Appunto: la scuola classica è insidiata in Russia non meno che in Italia; e, per difenderla, Taddeo Zielinski lesse, or sono sette anni, a Pietroburgo, una serie di otto conferenze, che ora appaiono tradotte in italiano.
G. A. Borgese ritratto da Emilio Sommariva.
G. A. Borgese ritratto da Emilio Sommariva.
Sono estremamente facili, lucide, discorsive, tali da incatenare l'attenzione e da costringere al pensiero. È un piccolo libro di cui bisogna consigliar la lettura a tutti quelli che vogliono sapere perché mai, mentre ci sono tante cose utili da imparare, si debba considerare come rovinosa ogni proposta che tenda ad allontanare la gioventù dalla conoscenza di due lingue che non servono ai viaggiatori di commercio e di una storia perfettamente superflua ai diplomatici incaricati di redigere i trattati internazionali. Lo Zielinski è tutt'altro che un accademico di vecchio stampo: non crede che nella conoscenza dell'antichità si trovino le norme per il vivere moderno, né riman sordo a tutto quello che si agita e freme oltre le mura della sua biblioteca. Ma è giustamente persuaso che nell'antichità si trovano i germi delle nostre istituzioni, dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti, e dimostra all'evidenza che non è possibile aver chiara coscienza del presente se si sopprime il passato. Non è un fanatico, è un sobrio e pensieroso propagandista, che non ciba gli uditori di assiomi oltrecotanti, ma li conduce lentamente per mano, additando fatti e traendo cautamente dai fatti, in loro compagnia, le conseguenze.
Se qualche cosa si può rimproverare allo Zielinski, questa è la volontà di dimostrare troppe cose.
G. A. Borgese ritratto con sua figlia Giovanna da Emilio Sommariva.
G. A. Borgese ritratto con sua figlia Giovanna da Emilio Sommariva.
E perciò fa d'ogni erba fascio, e si perde in minuzie, e, se qualche volte ragiona da vero pensatore, altre volte si rivela per russo, e ragiona, come dire?, alla maniera di un personaggio tolstoiano. Non valeva, per esempio, la pena di ripeterci, sebbene lo Zielinski tocchi solo incidentalmente questo vieto argomento, che la conoscenza del greco può giovare ai cultori di scienze naturali per intendere di primo acchito i termini tecnici, giacché un medico potrebbe agevolmente rispondere che è un capriccio troppo lussuoso sgobbare cinque anni per avere il bel gusto di non dover ricorrere qualche volta ad un vocabolarietto di nomenclatura scientifica. L'arte di persuadere consiste nell'accentrare la nostra energia sugli argomenti capitali senza disperderla nelle piccole motivazioni, che, se nel loro insieme possono agire sopra un mite contradditore, desideroso di passare nel nostro campo, prese una per una cadono senza scampo nelle trappole logiche degli avversari.
A me pare che sia tempo perso dimostrare le molteplici e complicatissime utilità degli studii classici.
Messa in questa direzione, non v'è forza dialettica, che alla fine non debba sconsolatamente ripiegarsi di fronte al vittorioso sorriso sarcastico di un matematico o di un fisiologo. Se si vogliono difendere gli studii classici, bisogna battere in breccia il più svergognato e brutale fra i pregiudizii materialisti dell'età nostra: quello che la cultura deve servire a qualche cosa, che chi più sa più ha, che sapere è potere.
Giovanna Borgese, figlia di G. A., ritratta da Emilio Sommariva.
Giovanna Borgese, figlia di G. A., ritratta da Emilio Sommariva.
Bisogna ostinatamente ficcare nella gretta e cocciuta anima dei nostri contemporanei la convinzione che, non appena la cultura diviene interessata e subordinata ad uno scopo pratico, cessa per ciò solo di essere cultura. Per cause indirette e concomitanti la cultura potrà servire, e serve difatti, a mantenere la famiglia in buona salute, ad applicare le norme del ben vivere, a rispettare le leggi dello Stato, a fuggire le tentazioni del vizio e del delitto. Può anche servire, sebbene il caso sia di gran lunga più raro, ad accumulare un patrimonio. Ma, considerata nella sua vera ed intima sostanza, la cultura non ha scopi fuori di sé stessa; e il suo unico fine è di arricchire liberamente e disinteressatamente lo spirito, dando all'uomo la coscienza della sua superiorità sulla natura e inculcandogli il dovere di coltivare la sua mente e la sua coscienza perché non vada dispersa la fatica delle generazioni che tanto penarono per conquistare quella dolorosa e gloriosa superiorità. Non è la macchina, non è la velocità delle comunicazioni e nemmeno è il benessere materiale quello che distingue la civiltà dalla barbarie.
Giovanna Borgese, figlia di G. A., ritratta da Emilio Sommariva.
Giovanna Borgese, figlia di G. A., ritratta da Emilio Sommariva.
Sono civili le nazioni e gli uomini presso i quali non è spento il sentimento della cultura libera; sono barbali quelli che considerano anche la cultura come strumento di conquista pratica, e nel secolo XX, per necessità di adattamento, conquistano il pane e il companatico leggendo più del prossimo, come in altri tempi avrebbero conquistato il loro cibo assassinando i competitori. Oggi questi sembrano paradossi; il veleno della concezione utilitaria ha corrotto quasi tutte le menti. E perciò la scuola classica, ove ogni crisalide di cittadino è costretta a scontare le sue ambizioni pratiche con un bagno di cultura inutile, è un antitodo, poco efficace ancora, ma pur sempre salutare. Dopo otto anni dedicati a imparare un certo numero di cose che non servono proprio a nulla, qualche traccia di curiosità pura e disinteressata resta anche negli animi più miseri, anche nelle menti più anguste. Così com'è, la scuola classica, derisa, punzecchiata ed oltraggiata, resta uno dei pochi rifugi ove la civiltà minacciata abbia diritto d'asilo. E il giorno in cui quel rifugio apertamente venisse demolito o con pazienti insidie venisse sgretolato, sarebbe l'inizio di una disastrosa decadenza.
Così com'è, dicevo; giacché è fuor di dubbio che la scuola classica potrebbe esser molto migliore.
Ritratto di bambina eseguito da Emilio Sommariva.
Ritratto di bambina eseguito da Emilio Sommariva.
Quando dalla scuola classica si diffondesse nella nazione il sentimento della bellezza e della saggezza delle letterature antiche, quando veramente la sostanza eterna della nostre antiche civiltà vivesse nell'animo nostro, come vive l'ammaestramento ed il ricordo dei parenti, le schiere nemiche si dileguerebbero d'improvviso. Poiché, infine, chi sono i nemici della scuola classica se non ex-studenti, che non poterono affezionarsi alla scuola e ne uscirono con la convinzione d'aver miseramente sperperato il loro tempo e il danaro della loro famiglia? Saranno stati cattivi scolari; ma, quando i cattivi scolari sono così numerosi, è segno che la scuola non è ottima. Mancano in Italia, - è cosa vecchia - le relazioni tra la scuola e la vita. Come potrà mantenere e sviluppare il suo gusto per il patrimonio intellettuale dell'antichità l'adolescente che ha già conquistato la licenza liceale leggendo i classici nel testo? è una utopia: glie ne mancherà sempre il tempo e la voglia.
E, se non può leggere i testi, deve, senza scampo, dimenticare ogni cosa. Le traduzioni sono quasi tutte mediocrissime, i libri come quelli dello Zielinski bisogna andare a cercarli in Russia. Chi saprebbe indicarmi in Italia una bella storia della letteratura greca o della letteratura latina che non sia un manuale scolastico? Chi conosce un bello e compiuto saggio critico su Orazio o su Catullo? La nostra filologia ha fatto molte e nobili cose, ma che rimangono di pertinenza dei filologi. Ci vuole anche dell'altro: ci vorrebbe un' intera collana di traduzioni simili a quella con cui Ettore Romagnoli ha reso Aristofane popolare in Italia, e ci vorrebbe una storia delle letterature classiche degna di gareggiare con quella in cui Francesco De Sanctis ha definito i valori della poesia italiana. Ed altri molti libri ci vorrebbero, ch'io non dico i libri ricchi di dottrina e di genio, nei quali i monumenti e i documenti dell'arte e della vita antica venissero offerti in sintesi caute e profonde. Allora la licenza liceale non equivarrebbe ad un'esenzione legale del dovere di saper quelle cose che lo Stato voleva ad ogni costo farci imparare, ed i giovani non verrebbero su in ambienti familiari indifferenti od ostili alle cose che i giovani debbono per forza imparare a scuola. E la questione fra i classicisti e modernisti sarebbe finita; perché il classicismo sarebbe vero modernismo, con in più quella coscienza storica dell'esser nostro, senza la quale saremmo da molti secoli l'ultimo popolo del mondo.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?