
G. Antonio Borgese, Nazionalismo, in La vita e il libro, pp. 322-327, Torino, 1911
In un volume di cose letterarie ho voluto anche raccogliere questi scritti d'occasione, i quali, salvo il primo, non hanno in apparenza che relazioni accessorie con problemi puramente letterarii: non già perché io me ne esageri l'importanza, ma perché, chiarita la mia posizione rispetto al nazionalismo, possa evitare quando che sia di riprendere ab oro la discussione.
E evidente, per esempio, che la mia opposizione al nazionalismo non ha motivi pacifisti o demagogici e che non è l'ideale di un'Italia grande e potente ciò che del nazionalismo io respingo. Non intendo i modi che la nuova tendenza consiglia pel raggiungimento di quell'ideale: e in questo dubbio il Convegno di Firenze non ha potuto che confermarmi.
Fu il Congresso delle sospensive: sospensiva tra protezionismo e liberismo, sospensiva tra riformismo e antiriformismo, sospensiva tra irredentismo e triplicismo. Sarà lecita, dunque, anche la sospensiva fra nazionalismo e antinazionalismo: quella che, in goffi termini parlamentari, si chiama benevola attesa o benevola diffidenza. Dal Convegno è nata un'Associazione nazionalista, con un comitato direttivo e parecchi gruppi regionali. È possibile che nelle nuove organizzazioni si studino problemi concreti e se ne propongano soluzioni precise: in questo caso sarò il primo a compiacermi di una nuova energia politica, della quale in Italia è anche troppo vivamente sentito il bisogno. È intanto buon segno, piccolo ma non trascurabile, che i nazionalisti abbiano contribuito a divulgare le realistiche e coraggiose osservazioni che il Bevione raccolse nel suo viaggio d'Argentina. 
Insomma, il nazionalismo potrà vivere a patto che divenga un partito, cioè che si collochi nettamente di fronte alla questione clericale, alla questione proletaria, alla questione meridionale e via discorrendo. Non solo la natura, anche la storia rifugge dal vuoto; e il desiderio di un'Italia grande e potente, di una coscienza nazionale, di un sentimento di dignità è moltissimo per un'ispirazione lirica, è pochissimo, quasi nulla, per un'azione politica. Restando così com'è, il nazionalismo non avrebbe altro valore che quello di un indice e di un sintomo: indice di un nuovo stato d'animo della borghesia italiana, che essendo più ricca, è anche meno avversa alle navi e ai cannoni e potrebbe anche decidersi, senza paura di crisi interne all'occupazione di Tripoli; sintomo della rovina dei vecchi partiti e dell'insuccesso pratico dei nuovi (Sindacalismo, democrazia cristiana) e, per conseguenza, della fatale necessità che sorgano nuove cose al posto delle vecchie e consunte.
Ma gl'indici e i sintomi sono sterili e transitorii. Come potrà, dunque, nascere a vera vita il nazionalismo? Concretando il suo programma, si risponde ed anche io rispondo. Se non che, quando questo programma fosse concreto e preciso in materia economica, in materia ecclesiastica e così via, susciterebbe immediatamente forti opposizioni per via degli interessi che da quel programma si sentissero lesi. Orbene, il nazionalismo può oggi chiamarsi così come si chiama, perché a buon diritto può chiamare nemici o tepidi amici della nazione quelli che ne desiderano la mortificazione e non la grandezza. Ma, quando avesse per base un programma preciso, non potrebbe vietare ai suoi nemici di ragionare come segue: voi desiderate grande la patria, e credete indispensabile per la sua grandezza quella tal soluzione del problema doganale e del problema meridionale.
E, inevitabilmente, i nomi dei nuovi partiti sarebbero desunti non dall'amor della nazione che è la base comune, ma dalle soluzioni specifiche.
Si dirà che ritorno alla misera questione del nome. Ci ritorno per mostrare che non è poi così misera come si crede. La scelta del nome, in Italia, è un segno d'imprecisione: di quell'imprecisione che è, ad un tempo, la ragione d'essere del nazionalismo e il germe, in certo senso, della sua rovina. Per vivere, esso dovrebbe precisarsi: precisandosi, si rinnegherebbe, diventando propriamente un partito e contrapponendosi ad altre parti della nazione. È un circolo vizioso nel quale esso, da quando è nato, nervosamente si aggira. Sente il bisogno di realizzarsi. Fonda i suoi giornali. Reagisce contro le critiche mie e del Prezzolini, confessando d'altro canto questo bisogno di realtà. Organizza un Convegno. Non raggiunge lo scopo.

L'inimicizia sorgerebbe da dissensi su problemi speciali, mentre resterebbe la concordia sulla volontà di una patria più grande.
Concretarsi significherebbe dunque limitarsi e rinunziare al nazionalismo per un altro ismo che nessuno può oggi prevedere.
Ovvero, il nazionalismo additerebbe i nemici occulti o palesi della nazione. Se questi nemici fossero gli ebrei o le organizzazioni internazionali, avremmo un nazionalismo alla francese, che i nazionalisti italiani non vogliono. Se fossero i clericali, nazionalismo diverrebbe sinonimo di anticlericalismo.
Se fossero i proletarii, avremmo una nuova sfumatura di liberalismo patriottico e borghese. Se fossero i democratici in genere ricadremmo nella solita confusione, poiché son molti che imprecano contro la democrazia, ma non so quanti siano che sappiano suggerire qualcosa di diverso. Ovvero il nazionalismo potrebb'essere espansionista o bellicoso sul serio: chiedere cioè quella tal conquista o quella tale guerra. Così si avrebbe il contrasto, si avrebbe la vita.
Ciò non è. E il nazionalismo resta per, ora quel che dicevamo: un indice, un sintomo. Ma si chiede, ed alcuni amici nazionalisti mi chiedono: non è importante un indice da cui risulta che le elassi dirigenti italiane divengono più energiche e non si vergognano di provvedere alla difesa e all'avvenire della patria? notando l'importanza di quest'indice, essendo insomma nazionalisti, non si contribuisce a questo rinvigorimento, non si collabora, anche in minima parte, ad evitare che si ricada nell'antica miseria morale? e non è, anch'esso, importante il sintomo dell'insufficienza dei vecchi partiti? e i nazionalisti, riconoscendo il vuoto delle vecchie formule, non preparano, sia pure confusamente, un nuovo orientamento delle traviate forze politiche italiane?

Sia lontana questa unanimità. Ma, anche in tempo di quiete, anche nelle pagine che precedono non s'è mai discusso sulla necessità d'esser forti né sull'ideale di una grande patria. S'è discusso sui mezzi più opportuni e più serii. E questo volevo che risultasse ben chiaro.
20 febbraio 1911.

G. Antonio Borgese, Nazionalismo, in La vita e il libro, Vol. II, pp. 314-322, Torino, 1911
I nazionalisti italiani, che prendono a modelli d'energia i grandi popoli d'Europa, d'Asia e d'America e anche questa è una riprova dell'impossibilità nostra e loro di uscire da uno stato di minorità mentale - dovrebbero, quando parlano d'irredentismo, ricordarsi più spesso della Germania. Vi sono anche nazionalisti che con l'irredentismo non vogliono o non vorrebbero aver nulla in comune; e a questa minoranza più equilibrata e chiaroveggente l'analogia ch'io adduco potrà far comodo.
V'è poi una terra, la cui storia somiglia stranamente alla storia della Dalmazia. Questa terra è la riva baltica, dal confine russo-prussiano fin circa al golfo di Finlandia. Le popolazioni indigene (Estoni, Lettoni, Livoni) ricevettero la civiltà da un'aristocrazia militare teutonica, come la gente indigena di Dalmazia divenne europea per virtù dell'aristocrazia mercantile e militare veneta che la colonizzò, senza riuscire nell'intento, che del resto non s'era mai proposto, di soppiantare la razza primitiva. Il Baltico orientale si colorò d'una patina tedesca, come l'Adriatico orientale fu coperto da una superficie italiana.
Con l'andare del tempo un terzo incomodo, che non apparteneva né alla razza della minoranza conquistatrice né a quella della maggioranza conquistata, s'interpose fra i due elementi, imponendo il suo dominio politico all'uno e all'altro: i russi sul Baltico, gli austriaci in Dalmazia.
I russi riuscirono, in quest'impresa, sul Baltico; gli austriaci fallirono in Dalmazia, e, riconosciuta l'impossibilità d'intedescarla preferirono di favorire gli slavi contro gl'italiani, perché erano e sono ancora meno pericolosi politicamente, non'avendo come porro unum del loro programma la disgregazione immediata dell'Impero, mentre gl'italiani - fatti potenti - chiederebbero inevitabilmente l'annessione al vicino Regno.
E qui si fermano le affinità. I tedeschi dell'impero non han mai creduto di dovere intervenire nelle faccende dell'Austria, anche quando i loro connazionali pativano umilianti percosse dagli slavi di Boemia, e non han mai chiesto che il loro governo mutasse rotta e s'intiepidisse l'alleanza col vicino Impero, anche quando il governo del vicino Impero favoriva gli Slavi ed abbandonava alla loro sorte i tedeschi.

Chi parla in questo modo sa di non recitare il beau rôle. Sa che sarebbe stato facile intervenire al Convegno di Firenze e approvare il confusionario ordine del giorno in cui i congressisti si trovarono d'accordo, dopo i discorsi d'irredentismo sentimentale, d'irredentismo realistico e d'irredentismo bellicoso, guadagnandosi la simpatia degli irredenti, il plauso degli amici e la tranquillità della coscienza. Sa che non ci vuol molta finezza di perfidia per interpretare le sue parole come un segno di aridità di cuore e di debole sentimento patrio. E sa, finalmente, - ma non gliene importa - che non tutti vorranno capire che si può soffrire e tacere, amare e rinunziare.




Il perché è questo. In tre secoli di mortale decadenza, l'Italia ebbe solo un periodo di grandezza, con spunti di vigorosa originalità nazionale: quello che va all'incirca dalla rivoluzione francese al '48, e comprende il romanticismo, la riscossa, il mazzinianismo, il neo-guelfismo. L'unità fatta ci trovò esausti di forze e d'intelletto. E ricademmo, e ricominciammo a far le scimmie alla Francia. 


È troppo noto alla gente di buona fede che né io né quelli che la pensano come me ci siamo tenuti lontani dal nuovo nazionalismo per pregiudizii pacifisti o democratici o per timidezza o per mancanza di cuore. Malgrado la buona volontà e le buone qualità di taluni, abbiamo subodorato un tanfo di retorica, di compromesso, di cattiva letteratura, d'ignoranza storica, geografica, economica, militare. L'irredentismo è proprio il ponte dell'asino del nazionalismo.

Ma credo che non un solo trentino vero, non un solo triestino vero vorrebbe che la grande patria si riducesse alla stoltezza del contadino, che, avendo ficcato il dito nel collo di un fiasco e non potendo più trarnelo fuori, preferì tagliarsi il dito anzi che rompere il fiasco; o alla frenesia di colui che, preso per un braccio in un ingranaggio, preferisca buttarsi entro l'ingranaggio e perirvi anziché salvarsi abbandonando quel braccio alla necessità che glielo stritola.
15 dicembre 1910.

G. Antonio Borgese, Nazionalismo, in La vita e il libro, pp. 294-305, Torino, 1911
Or è qualche settimana, discorrendo di un recente romanzo, della Patria lontana di Enrico Corradini, io distinguevo, com'è dovere della critica, fra il valore artistico del libro e le sue intenzioni teoriche, politiche, sociali. Quel romanzo si annunzia come un romanzo nazionalista, può essere lodato o biasimato secondo che il lettore sia mosso da simpatia o da antipatia per il nazionalismo. Io m'opponevo, ripetendo cose ovvie, all'una e all'altra motivazione di giudizio; sorvolavo su quelle intenzioni teoriche, politiche, sociali; tentavo d'isolare l'arte dalle sue scorie, d'intendere e di valutare la Patria lontana nel suo valore di fantasia e di realtà vissuta, astrazione fatta dal nazionalismo (Nota 2) (Nota 3) e da ogni altra velleità di politica filosofante e di filosofia politicante. Ma nel sorvolare non fui troppo esperto: poco avvezzo come sono alle reticenze, lasciai cader giù qualche periodetto, nel quale, sia pure in forma parentetica, movevo alcune elementari obbiezioni al nazionalismo italiano. Che cos'è questo nazionalismo? mi chiedevo io, press'a poco.


Se non che l'analisi del libro fu, com'era suo giusto destino, rapidamente dimenticata, mentre la breve parentesi antinazionalista suscitò tutti gli echi dell'Appennino e dell'Alpe. Rispose la Grande Italia da Milano, rispose il Carroccio da Roma; entrarono in polemica altri giornali grandi e piccini; collocò nettamente la questione, con la solita acuta sveltezza, con la solita grazia mordacemente cortese Giulio De Frenzi sul Giornale d'Italia.
Ho dovuto aspettare un paio di settimane perché gli echi dell'Appennino e dell'Alpe si riassopissero, ed ho taciuto finora, perché i nazionalisti potessero, senza interruzioni intempestive, esporre le loro ragioni.
Ora ho un mucchio di giornali, di ritagli, di lettere sul mio tavolino, e non saprei da che punto rifarmi, se intanto una prima e sicurissima impressione non chiedesse in suo favore la precedenza. E l'impressione è questa: che, se pure avessi errato, io sarei lieto di un errore, in virtù del quale i nazionalisti han finalmente sentito il bisogno e il dovere di tirare, diciamo cosi, le linee fondamentali del loro programma. Si comincia a definire il terreno della controversia, e questo è, in qualche parte, merito mio.



Ma il pensiero di Giulio De Frenzi e di quelli che senza riserve lo accolgono è chiaro, schematico, preciso, e non ammette dilazioni. Vediamo dunque. Il De Frenzi nega che il nazionalismo italiano (diremo meglio, il suo nazionalismo) sia impeciato di sciovinismo.
Ne sono anche più lieto: il solo discorrere di guerra, quando la patria non è preparata alla vittoria, è da forsennati. Ma, esclusi questi due punti, in che consisterà mai dunque il programma concreto del nazionalismo? Il De Frenzi s'industria bravamente a definirlo, e lo fa da pari suo: con molta forza di ingegnosa persuasione. Il nazionalismo (aggiungo pertinacemente: il nazionalismo, come Giulio De Frenzi, per suo conto, l'intende) "vuole ridestare, o meglio, suscitare in Italia una coscienza nazionale collettiva, della quale gli italiani mancano e che costituisce la unica vera ragione della loro irrimediabile inferiorità di fronte ad altri popoli certamente non superiori per qualità di nativa intelligenza, di vigore corporeo e morale, di operosità. 
Egli crede in buona fede d'aver detto cosa semplicissima e quasi ovvia e ha detto la più complicata ch'io mi sappia. Dare a un popolo una coscienza nazionale tanto vale come dargli una vita nazionale, nientemeno, e chi parla della prima senza aver proposto la soluzione umile, pratica, specifica, concreta di almeno uno fra gl'infiniti problemi che travagliano la vita nazionale somiglia al medico che vuol facilitare la digestione a un cliente cui manchino i mezzi per sfamarsi, o a un moralista che consigli la santa virtù dell'orgoglio a chi è lacerato dai rimorsi e deve ancora duramente lottare per purificarsi dalla colpa.

Magnificamente: ma non per questo numero del programma avran diritto a chiamarsi nazionalisti, salvo che non si voglia allargare e gonfiare la parola come una vescica, riducendo la polemica a una schermaglia di parole vane.
Per quel che è, il nazionalismo mi pare - e, dicendo la mia opinione, non intendo impegnare altri che me stesso - una tendenza da combattere, perché, anche contro la volontà esplicita di De Frenzi e dei suoi amici, finirebbe per traviare gli italiani addestrandoli in futilità esteriori e togliendo loro la vista delle cose serie. La dicitura di un'insegna, il nome di un villaggio, la moda parigina o milanese diverrebbero le questioni ardenti di un popolo che ha tutto sé stesso da fare o da rifare. Oggi come oggi mi pare che uno solo sia l'imperativo: che ciascheduno faccia dirittamente ed umilmente il suo dovere. Solo così si può contribuire ad elevare il proprio paese: dandogli quel che davvero gli manca, e che non è, caro De Frenzi, la coscienza nazionale, ma il senso di disciplina e di responsabilità. Fate che una generazione di uomini forti e probi conquisti i pubblici poteri; saremo, se questa sarà la nostra missione, padroni del mondo.
Già. Perché si ha un bel riconoscere, come lealmente riconosce De Frenzi ed altri con lui, che la parola nazionalismo fu pessimamente scelta. Ma habent sua fata anche le parole. E i nazionalisti italiani suderanno tutte le loro camicie per purificarsi - né so se potranno riuscire - dal loro vizio d'origine. Il quale consiste nell'aver contaminato il loro indubbiamente generoso ed autentico amor di patria con la mezza imitazione di una mediocre moda letteraria francese, di quel nazionalismo gallico, che, come tutti i nazionalismi, i gingoismi, i pangermanismi, i panslavismi, è, per dirla con la parola di un filosofo tedesco non pangermanista, Ermanno Keyserling, un ostacolo collocato sulla via della civiltà.
11 luglio 1910.

In fondo, F. T. Marinetti (si chiama Filippo Tommaso), caposcuola del futurismo, è ancora quale io lo conobbi or sono sei anni a Firenze. Ha perso gli ultimi capelli e ha guadagnato, in compenso, qualche chilogrammo di peso; ma nelle linee essenziali della persona fisica e della persona spirituale è rimasto fedele a sé stesso: tutto impeti disordinati e scatti fulminei, ricco di un eloquio precipitoso ove i termini più succulenti dell'argot parigino si mescolano a un italiano telegrafico, incapace di discorrere senza colorir le sue parole con una mimica così fortemente accentuata che sembra di momento in momento dover degenerare in una prodigiosa danza del ventre; tutto ebro di felicità quando, in compagnia di festevoli amici, ha potuto vagabondare per ore ed ore lungo le vie deserte della città notturne, destando gli echi insonnoliti con la declamazione spasmodica di un macabro poema decadente, e accendendo le tenebre coi lunghi razzi di riso che zampillano dal suo smargiasso umorismo. 

Il grosso pubblico, che lo conosce solo da quando egli va bighellonando coi suoi accoliti e battendo la grancassa del futurismo, non se n'è accorto; ma se ne sono accorti i letterati, che, con quella candida fraternità, con quella fervorosa carità cristiana che li distinguono dal resto dell'uman genere, van mormorando litanie sulla dura sorte di questo buon figliuolo, che aveva tanto ingegno e non ne ha più, che aveva tanto spirito e gli s'è svanito, che aveva promesso tante cose e non ha mantenuto quasi nulla.
Peccato mortale I giacché qualche cosa poteva davvero fare il Marinetti. In francese o in italiano ? Chi sa? Allora lo chiamavano per affettuoso dileggio il poeta franco-italiano; poiché, nato da parenti italiani in Egitto, il Marinetti, incerto fra l'italiano e l'arabo, s'era deciso, non volendo far torto a nessuno, per il francese. 
Il re si chiama Bombance, l'arcivescovo si chiama Bedaine, il demagogo rivoltoso si chiama Ventrecreux, Ventrevuoto. Si equivalgono: sono tutti e tre sacri alla Putredine, alla Sainte Pourriture, che è la loro vera divinità. E invano canta e sogna, nelle pause dei loro osceni delirii, l'ultimo rappresentante dell'idea, il poeta, ovvero l'Idiot, poiché nient'altro che un idiota può essere giudicato dagli antropofagi suoi contemporanei; e passa inascoltato e deriso come già Cassandra fra i Troiani.
Da una simile ispirazione poteva nascere il capolavoro.
Perciò, invece del capolavoro, che non sorge se non quando tutte le attività dello spirito sono in concorde agitazione, gli venne fatta una ingegnosissima fantasmagoria, che alla fine lasciava nell'animo del lettore l'impressione di una burla gigantesca. L'immaginosa fecondità del poeta ci trascinava con sé: la sincerità delle sue intenzioni ci persuadeva debolmente.
Ci pareva che con la stessa violenza e con lo stesso spirito con cui aveva deriso la brutalità di un mondo, che non vive se non per la pagnotta, avrebbe potuto deridere l'ingenuità di un altro mondo ove si vivesse per le idee. Il contenuto gli era indifferente: perciò la sua forma abituale diveniva lo scherzo.
In una beffa così grandiosa il vero beffeggiato è colui che crede di divertirsi alle spalle di chi ha inventato il giuoco e non suppone nemmeno lontanamente che l'uomo di cui ride sia un burlone. Quando Marinetti, accompagnato da un intero stato maggiore di poeti e di declamatori, tenne la seconda accademia futurista al Lirico di Milano, riuscì a dominare la tempesta con un altissimo grido che gli partiva dal cuore: “non chiediamo applausi, ma fischi”. Or sono circa due anni una sua commedia, La donna è mobile (Parte 2) (Parte 3), rappresentata per la prima volta a Torino, fu interrotta da un putiferio di urla ignominiose.
Ma nel tumulto e nell'insulto il futurismo prospera e cresce.
Giacché che cos'altro ha mai voluto fare il Marinetti se non la parodia della celebrità? Nel mondo moderno, cosi egli pensava scrivendo il roi Bombance, le aspirazioni politiche sono tutt'uno con le contrazioni della pancia vuota e con gli spasimi del ventre dispeptico; nel mondo moderno, così ha continuato a pensare escogitando il futurismo, la gloria si confonde con la celebrità. Gli uomini ambiziosi non desiderano più di vivere col loro pensiero e con le loro opere nell'anima dei posteri: questa era la gloria. Vogliono brillare con le loro apparenze davanti agli occhi, ronzare con l'eco delle loro gesta negli orecchi dei contemporanei: e questa è la celebrità. Simile, almeno in questo, a Victor Hugo fanciullo, che disse: “io voglio essere come Chateaubriand”, Marinetti si propose di diventar celebre come Gabriele D'Annunzio.
Ed inventò il futurismo.

I metodi adoperati dal Marinetti non son diversi da quelli con cui si lancia un nuovo specifico contro l'esaurimento nervoso. La cupidigia industriale e borsistica della nuova Italia e l'insaziabile dilettantismo letterario della vecchia Italia, la credulità del pubblico assuefatto agli espedienti americani di réclame, ma non ancora abbastanza scottato dalle delusioni, e l'incorreggibile ammirazione delle nostre platee per quelli che sanno improvvisare mille versi, tenendosi fermi sul piede sinistro: fretta moderna ed antica retorica, facinoroso entusiasmo di tutti quelli che, pur di sberciare Abbasso l'Austria!, condurrebbero in malora il loro caro paese, ed innocente amor di chiassate non insolito alla giovinezza latina, tutti, insomma, gli elementi spurii dell'anima contemporanea contribuirono a rendere facile a F. T. Marinetti la vittoria ch'egli s'era proposta. Giacché Marinetti ha vinto la sua scommessa. Leggete in Poesia gli articoli che sul futurismo hanno pubblicati i giornali francesi, inglesi, americani, tedeschi; leggete le statistiche, con cui Marinetti annunzia che più di quattrocento giornali si sono occupati del suo bel gesto alla prima rappresentazione di La donna è mobile. Forse e senza forse egli è l'italiano più conosciuto all'estero; senza alcun dubbio al mondo, vi sono molti stranieri che, in buonissima fede, credono di vedere in Marinetti il più autentico rappresentante della nuova coscienza letteraria italiana. Egli è riuscito a dimostrare che la letteratura può venir considerata come uno sport, e che con un buon allenamento si conquista anche un record di celebrità poetica.
Perché Buzzi e Cavacchioli siano futuristi è difficile dire; ma il caposcuola è l'editore dei loro libri, ed essi accettano, forse senza riluttanza, il bollo della scuola. Ma ce n'è altri ancora: oltre i futuristi malinconici, ci sono i futuristi ameni. C'è, per esempio, Corrado Govoni, che ha scritto versi di questo calibro.
La luce stanca si volatilizza
ne la camera per i vetri ermetici;
nei laghi degli armadii si erborizza
un bel giardino con dei muri erpetici.
E c'è anche Aldo Palazzeschi, che così parla alla sua cagnolina. nominata Diana:
Salisci, mia Diana, salisci,
salisci cotesto scalino:
non vedi, non vedi è bassino.
bassino bassino, salisci.

Ho illustrato il testo che segue con foto (con l'eccezione delle prime due) del grande fotografo Emilio Sommariva (1883-1956). Sono foto di G. A. Borgese e di sua figlia Giovanna. Le foto sono state scattate in due fasi: nel 1925-26 e nel 1931.

Come sarà educata la generazione nata nei primi anni del secolo nuovo? A quali discipline di studio saranno costretti i nostri piccoli figli? Ch'essi non lo sappiano, mentre escogitano i loro pazienti giuochi e s'industriano a sconquassare i balocchi, poco importa; ma importa che non lo sappiano nemmeno i parenti e che siano anche in dubbio gli educatori. Le Commissioni reali pubblicano ponderosi volumi di relazioni e di proposte, i ministri minacciano di studiare, il Parlamento si accinge a legiferare per decidere se la nostra prole dovrà sapere soltanto il latino od anche il greco, e se, per concorrere ad un posto di medicocondotto, il nostro primogenito dovrà aver mostrato la capacità di scomporre nei loro elementi grammaticali le invettive di Marco Tullio Cicerone contro un pubblico ufficiale prevaricatore di duemilanni fa.
La questione è viva, ardente, imperiosa; e s'approssima fatalmente ad una soluzione, la quale, qualunque essa sia, decidendo intorno ai metodi d'educazione, deciderà anche, per almeno mezzo secolo, intorno ai destini intellettuali e morali del nostro paese. Fa dunque pena vedere con quanta indifferenza il pubblico ascolti sonnecchiando l'interminabile dibattito fra i conservatori della tradizione ed i propugnatori del rinnovamento, fra i classicisti e i modernisti.


Educare la prole significa, se ci si pensa un po', contemperare la tenerezza materna con la tenacia paterna.

Sta bene; ma che cos'hanno fatto finora i nostri “classicisti” per proteggere dalle incursioni il loro minacciato reame? Abbiamo in Italia un bello e compiuto libro, ove si legga una persuasiva apologia degli studi che i modernisti vorrebbero o sopprimere o sminuire? A giudicare da certi scrittori che, senza il minimo sospetto di cadere in trivialità, confortano del loro ingegno e della loro autorità la tesi che attribuivamo all'uomo della strada, si direbbe di no.


Se qualche cosa si può rimproverare allo Zielinski, questa è la volontà di dimostrare troppe cose. 
A me pare che sia tempo perso dimostrare le molteplici e complicatissime utilità degli studii classici.
Messa in questa direzione, non v'è forza dialettica, che alla fine non debba sconsolatamente ripiegarsi di fronte al vittorioso sorriso sarcastico di un matematico o di un fisiologo. Se si vogliono difendere gli studii classici, bisogna battere in breccia il più svergognato e brutale fra i pregiudizii materialisti dell'età nostra: quello che la cultura deve servire a qualche cosa, che chi più sa più ha, che sapere è potere.

Così com'è, dicevo; giacché è fuor di dubbio che la scuola classica potrebbe esser molto migliore.
E, se non può leggere i testi, deve, senza scampo, dimenticare ogni cosa. Le traduzioni sono quasi tutte mediocrissime, i libri come quelli dello Zielinski bisogna andare a cercarli in Russia. Chi saprebbe indicarmi in Italia una bella storia della letteratura greca o della letteratura latina che non sia un manuale scolastico? Chi conosce un bello e compiuto saggio critico su Orazio o su Catullo? La nostra filologia ha fatto molte e nobili cose, ma che rimangono di pertinenza dei filologi. Ci vuole anche dell'altro: ci vorrebbe un' intera collana di traduzioni simili a quella con cui Ettore Romagnoli ha reso Aristofane popolare in Italia, e ci vorrebbe una storia delle letterature classiche degna di gareggiare con quella in cui Francesco De Sanctis ha definito i valori della poesia italiana. Ed altri molti libri ci vorrebbero, ch'io non dico i libri ricchi di dottrina e di genio, nei quali i monumenti e i documenti dell'arte e della vita antica venissero offerti in sintesi caute e profonde. Allora la licenza liceale non equivarrebbe ad un'esenzione legale del dovere di saper quelle cose che lo Stato voleva ad ogni costo farci imparare, ed i giovani non verrebbero su in ambienti familiari indifferenti od ostili alle cose che i giovani debbono per forza imparare a scuola. E la questione fra i classicisti e modernisti sarebbe finita; perché il classicismo sarebbe vero modernismo, con in più quella coscienza storica dell'esser nostro, senza la quale saremmo da molti secoli l'ultimo popolo del mondo.