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La cattedrale di Monopoli accoglie, in due cappelle ubicate una di fronte all’altra e appartenenti a famiglie di origine spagnola, due dipinti di san Giacomo. A destra, nella quarta cappella denominata di san Giacomo dei Borrassa, voluta da Giacomo Borrassa originario di Valencia, è conservato il San Giacomo Matamoros di Carlo Rosa (1613-1678) - Da Rosanna Bianco.
La cattedrale di Monopoli accoglie, in due cappelle ubicate una di fronte all’altra e appartenenti a famiglie di origine spagnola, due dipinti di san Giacomo. A destra, nella quarta cappella denominata di san Giacomo dei Borrassa, voluta da Giacomo Borrassa originario di Valencia, è conservato il San Giacomo Matamoros di Carlo Rosa (1613-1678) - Da Rosanna Bianco.
La città di Foggia è stata nel passato un importante snodo politico e di comunicazione, sia per la transumanza sia per i vari re che vi soggiornavano.
Si hanno diverse notizie sulla chiesa di San Giacomo del Tavoliere, tra le altre tra il 1130 e il 1139 San Giovanni da Matera ebbe il permesso dal Vescovo di Troia di aprire un monastero nei pressi di detta chiesa.
Esso distava da Monte Sant’Angelo poco più di venti miglia, e, secondo la Reintegra dei Tratturi, fatta nel 1651 dal Reggente Ettore Capecelatro, distava da Foggia circa otto miglia.
In queste carte oltre alla descrizione del Tratturo da Foggia al Candelaro con le varie distanze tra loro vi è anche una raffigurazione ideale di diverse costruzioni, tra cui la chiesa di San Giacomo, sebbene senza il suo nome, aggiungendo che in quel tempo la chiesa era 'diruta'. A detto monastero, dotato di vigneti, orti e campi, il Santo Fondatore vi destinò alcuni monaci e lo visitava molto di frequente. In quanto alle terre possedute dal monastero, nelle carte del “Feudo di S. Jacovo Locatione aggiunta”, contenute negli atti della reintegra, fatta dal Della Croce (1735-1760), si trovano la pianta con le partite delle Terre di Portata di Masseria S.to Jacovitto di Santa Maria di Pulsano.
Tutto questo conferma e giustifica il sorgere di un Casale anch’esso denominato S. Giacomo, che si vede idealmente raffigurato nelle vicinanze del monastero nella carta della Locazione Castiglione, S. Jacovo e Motta S. Nicola, disegnata nel 1686 da Antonio Michele. Nel monastero di San Giacomo di Foggia furono compiuti diversi prodigi dal Santo ancora vivente. Nel gennaio 1177 il papa Alessandro III, proveniente da Benevento per recarsi al Gargano, consacrò la chiesa e l’altare maggiore di Santa Maria di Pulsano, dove fu deposto il corpo del Santo, che proprio in quella occasione fu traslato dal monastero di San Giacomo in Foggia. Il Pontefice procedette così alla sua canonizzazione. successivamente lo stesso Alessandro III, con la Bolla datata Vieste 9 Febbraio 1177, confermò la dipendenza del monastero di San Giacomo da quello di Santa Maria di Pulsano. Il 23 gennaio 1177 morì nel monastero di San Giacomo del Tavoliere il Beato Gioele e anche il suo corpo fu sepolto nella Chiesa di Pulsano, vicino a quello di San Giovanni, suo predecessore.
San Giovanni da Matera è stato sepolto, come ricorda la Vita del monaco anonimo, 'apud quamdam Beati Jacopi apostoli Ecclesiam, quae Pulsanensi subiacet'. F. Panarelli, Dal Gargano alla Toscana: il monachesimo riformato latino dei pulsanesi, secoli XII-XIV, Roma, 1997, pp. 96-107 fa una lunga disamina sui rapporti tra i monaci di San Giacomo di Foggia e la casa madre di Pulsano oltre l’intervento del vescovo di Troia (da cui dipendeva Foggia) in favore dei monaci di San Giacomo.

Nell’importante scalo marittimo di Barletta, la chiesa benedettina di San Giacomo 'extra portas Baruli', è ubicata nel Borgo omonimo, attraversato dalla via litoranea che da Siponto conduceva a Brindisi. Dipendente dall’abbazia della SS.ma Trinità di Monte Sacro (Mattinata), possedeva anche un ospedale per pellegrini e un cimitero - Da Rosanna Bianco
Nell’importante scalo marittimo di Barletta, la chiesa benedettina di San Giacomo 'extra portas Baruli', è ubicata nel Borgo omonimo, attraversato dalla via litoranea che da Siponto conduceva a Brindisi. Dipendente dall’abbazia della SS.ma Trinità di Monte Sacro (Mattinata), possedeva anche un ospedale per pellegrini e un cimitero - Da Rosanna Bianco
Chiesa di San Giacomo al Tratturo Serracapriola: Ruderi della chiesa dedicata a San Giacomo apostolo fotografati nell'anno 1959. (Fotoriproduzione Renato Ciarallo). La 'presenza' del santo nella chiesa era delegata ad un quadro ad olio (m. 1,60 x 1) disegnato delicatamente nel tardo milleseicento, da un buon pennello di scuola romana. Vestito da pellegrino, l'apostolo aveva nelle mani il bordone, al quale si appoggiava ed un libro. A sinistra, nella parte alta della tela, la Vergine sorreggeva fra le braccia il Bambino. Sotto tale gruppo c'era un grande angelo vestito di un ampio pallio rosso. In basso campeggiava uno stemma gentilizio (croce bianca in campo rosso e albero). Ai margini meridionali del piedistallo che sopporta la massa dei colli serrani, là dove l'Adriatica, la 376 dei Tre Titoli e la provinciale di Montesecco si annodano rispettose fra di loro, due tranches di mura sbriciolate sono la testimonianza vivente di quel che fu la chiesa di San Giacomo apostolo che un toponimo indigeno oggi - snaturandone l'essenza - chiama 'a' chésétt di zingher'. La presenza della pieve sulla vecchia strada sterrata che sale a Serracapriola e la sua vicinanza agli importanti percorsi della transumanza, ne proiettano - quasi certamente - la costruzione in un'organizzazione territoriale che nella zona serrana si determinò prima dell'anno Mille. In quell'epoca, gli edifici sacri, specialmente quelli collocati ai limiti delle vie di comunicazione, oltre a svolgere funzioni di culto e di rifugio per i viandanti che vi bussavano, costituivano anche un valido elemento di controllo del territorio. L'annullamento quasi totale delle strutture murarie e la mancanza di qualsivoglia documentazione storica, rendono impossibile datare sia l'origine della chiesa, sia l'epoca della sua sconsacrazione. Tuttavia, l'intuibile conformazione dell'aula sacra con la caratteristica volta a botte e la lettura delle poche pietre che, pur consumate, resistono cocciutamente ad ogni usura, collocherebbero la nascita della chiesa fra il IX e il X secolo d. C. Benché le fondazioni, di probabile età romana, lascino ipotizzare per il sito un ruolo ancora più remoto, ma indefinibile. In una Bolla di Papa Bonifacio VIII del 1297, l'Ecclesia Sancti Jacobi, insieme con altri 'benefici', risulta inglobata nella Commenda ecclesiastica dell'Ordine dei cavalieri di Malta, detta di San Primiano di Larino. Dei suoi commendatari si ricordano il Pelletta, in vita nel 1562 ed il Cedronio nel 1785, anno in cui la Commenda venne abolita ed incamerata nel Demanio.
Barletta, chiesa di San Giacomo, facciata, San Giacomo. Da Rosanna Bianco
Barletta, chiesa di San Giacomo, facciata, San Giacomo. Da Rosanna Bianco
Durante il vescovado larinese di Monsignor Tria, la grancia era governata da un romito ed era sottoposta a visita dell'ordinario (nel 1709 in San Giacomo morì un oblato). Sembrerebbe però che già nella seconda metà del Settecento, per incuria del Commendatario, la chiesa fosse già malconcia e le strutture del piccolo complesso, più che al culto, servissero come area di mercato ai 'rivenduglioli' serrani che vi commerciavano ai viandanti e specialmente agli interessati alla transumanza, 'commestibili, pane, vino e frutta'. Su questa libera attività che movimentava l'economia locale, affondarono le grinfie aguzze i d'Avalos, feudatari di Serracapriola. Non più mercato libero a 'Passo San Giacomo', ma plateatico regolato da un fittavolo che a sua volta doveva corrispondere alla cassa feudale ducati 10 all'anno. Il mercato fu nuovamente liberalizzato a favore della 'Università' serrana nel 1739. La chiesa, lasciata a se stessa, fu spogliata di ogni apparecchiatura liturgica. Le avversità atmosferiche determinarono nel tempo il collasso degli ambienti del secondo livello, eretti in momenti diversi e collegati con il piano terra con scalinate esterne di pietra; una sul lato nord ed un'altra su quello meridionale. Nel 1834 le rampe risultavano già parzialmente sprofondate. Vennero 'salvati' due gradini ricavati da un’annosa pietra (una stele romanica erratica?) con scritte monche e difficili da decifrarsi. http://www.sispuglia.com/scheda_itinerario.php?id_prodotto_itinerario=1083. [Il link non è più attuale].

Nell’importante scalo marittimo di Barletta, la chiesa benedettina di San Giacomo 'extra portas Baruli', è ubicata nel Borgo omonimo, attraversato dalla via litoranea che da Siponto conduceva a Brindisi. Dipendente dall’abbazia della SS.ma Trinità di Monte Sacro (Mattinata), possedeva anche un ospedale per pellegrini e un cimitero - Da Rosanna Bianco
Nell’importante scalo marittimo di Barletta, la chiesa benedettina di San Giacomo 'extra portas Baruli', è ubicata nel Borgo omonimo, attraversato dalla via litoranea che da Siponto conduceva a Brindisi. Dipendente dall’abbazia della SS.ma Trinità di Monte Sacro (Mattinata), possedeva anche un ospedale per pellegrini e un cimitero - Da Rosanna Bianco
Chiesa di San Giacomo al Tratturo Serracapriola: Ruderi della chiesa dedicata a San Giacomo apostolo fotografati nell'anno 1959. (Fotoriproduzione Renato Ciarallo). La 'presenza' del santo nella chiesa era delegata ad un quadro ad olio (m. 1,60 x 1) disegnato delicatamente nel tardo milleseicento, da un buon pennello di scuola romana. Vestito da pellegrino, l'apostolo aveva nelle mani il bordone, al quale si appoggiava ed un libro. A sinistra, nella parte alta della tela, la Vergine sorreggeva fra le braccia il Bambino. Sotto tale gruppo c'era un grande angelo vestito di un ampio pallio rosso. In basso campeggiava uno stemma gentilizio (croce bianca in campo rosso e albero). Ai margini meridionali del piedistallo che sopporta la massa dei colli serrani, là dove l'Adriatica, la 376 dei Tre Titoli e la provinciale di Montesecco si annodano rispettose fra di loro, due tranches di mura sbriciolate sono la testimonianza vivente di quel che fu la chiesa di San Giacomo apostolo che un toponimo indigeno oggi - snaturandone l'essenza - chiama 'a' chésétt di zingher'. La presenza della pieve sulla vecchia strada sterrata che sale a Serracapriola e la sua vicinanza agli importanti percorsi della transumanza, ne proiettano - quasi certamente - la costruzione in un'organizzazione territoriale che nella zona serrana si determinò prima dell'anno Mille. In quell'epoca, gli edifici sacri, specialmente quelli collocati ai limiti delle vie di comunicazione, oltre a svolgere funzioni di culto e di rifugio per i viandanti che vi bussavano, costituivano anche un valido elemento di controllo del territorio. L'annullamento quasi totale delle strutture murarie e la mancanza di qualsivoglia documentazione storica, rendono impossibile datare sia l'origine della chiesa, sia l'epoca della sua sconsacrazione. Tuttavia, l'intuibile conformazione dell'aula sacra con la caratteristica volta a botte e la lettura delle poche pietre che, pur consumate, resistono cocciutamente ad ogni usura, collocherebbero la nascita della chiesa fra il IX e il X secolo d. C. Benché le fondazioni, di probabile età romana, lascino ipotizzare per il sito un ruolo ancora più remoto, ma indefinibile. In una Bolla di Papa Bonifacio VIII del 1297, l'Ecclesia Sancti Jacobi, insieme con altri 'benefici', risulta inglobata nella Commenda ecclesiastica dell'Ordine dei cavalieri di Malta, detta di San Primiano di Larino. Dei suoi commendatari si ricordano il Pelletta, in vita nel 1562 ed il Cedronio nel 1785, anno in cui la Commenda venne abolita ed incamerata nel Demanio.
Barletta, chiesa di San Giacomo, facciata, San Giacomo. Da Rosanna Bianco
Barletta, chiesa di San Giacomo, facciata, San Giacomo. Da Rosanna Bianco
Durante il vescovado larinese di Monsignor Tria, la grancia era governata da un romito ed era sottoposta a visita dell'ordinario (nel 1709 in San Giacomo morì un oblato). Sembrerebbe però che già nella seconda metà del Settecento, per incuria del Commendatario, la chiesa fosse già malconcia e le strutture del piccolo complesso, più che al culto, servissero come area di mercato ai 'rivenduglioli' serrani che vi commerciavano ai viandanti e specialmente agli interessati alla transumanza, 'commestibili, pane, vino e frutta'. Su questa libera attività che movimentava l'economia locale, affondarono le grinfie aguzze i d'Avalos, feudatari di Serracapriola. Non più mercato libero a 'Passo San Giacomo', ma plateatico regolato da un fittavolo che a sua volta doveva corrispondere alla cassa feudale ducati 10 all'anno. Il mercato fu nuovamente liberalizzato a favore della 'Università' serrana nel 1739. La chiesa, lasciata a se stessa, fu spogliata di ogni apparecchiatura liturgica. Le avversità atmosferiche determinarono nel tempo il collasso degli ambienti del secondo livello, eretti in momenti diversi e collegati con il piano terra con scalinate esterne di pietra; una sul lato nord ed un'altra su quello meridionale. Nel 1834 le rampe risultavano già parzialmente sprofondate. Vennero 'salvati' due gradini ricavati da un’annosa pietra (una stele romanica erratica?) con scritte monche e difficili da decifrarsi. http://www.sispuglia.com/scheda_itinerario.php?id_prodotto_itinerario=1083. [Il link non è più attuale].

[...] Con il favore dei re longobardi Agilulfo e Teodolinda, si fonda un monastero nel 614 a Bobbio, nell'Appennino piacentino, dopo che si ebbe la donazione di terreni con una vecchia chiesa a san Colombano, monaco irlandese.
Attraverso un accurato e ragionato studio delle fonti e con il Codice Diplomatico del Monastero di Bobbio si ha un elenco motivato delle molte e diverse dipendenze del Monastero. Si può constatare come il monastero bobbiese abbia fondato un numero elevato di punti d'ospitalità su diverse direttrici, a causa del notevole flusso di pellegrini e commercianti che vi transitavano. Se si analizzano le localizzazioni di questi ospitali, o xenodochi, ci si accorge che sono stati fondati in punti, ben precisi, dei singoli percorsi.
Solo per prendere in considerazione quelli attinenti alla direzione Bobbio-Pontremoli, con qualche notizia su Pavia e Lucca si possono citare alcune notizie. Nel 730, a Lucca, a riprova dell'importanza che il monastero dava all'assistenza spirituale e materiale ai pellegrini, era stata fondato un ospitale, detto pure diaconia di San Colombano. L'immobile, posto fuori della città sulla strada per Roma, sta a dimostrare quanta attenzione venisse prestata nel creare, sulle rotte di pellegrinaggio, una rete di assistenza ai pellegrini attraverso la fondazione di xenodochi. Nell'850 Donato, vescovo di Fiesole, irlandese, dona ai monaci di Bobbio il complesso di Santa Brigida, in Piacenza, per dare assistenza ai pellegrini provenienti dall'Irlanda che si recano a Bobbio e a Roma. A Piacenza, dall'862, è attestato un altro xenodochio, ubicabile verso la 'porta Mediolanense'. A Pavia è noto, nello stesso periodo, uno xenodochium sancti Columbani cum ecclesia che si amplierà nel tempo. Lo xenodochio di Caniano in Varzi, attivo già dal IX secolo, dava sollievo a tutti i viandanti che risalivano da Voghera o da Pavia il fondovalle dello Stàffora, i quali poi, a Varzi, potevano prendere due direttrici: a destra risalivano i monti con direzione Genova oppure, a sinistra, verso Bobbio. Appena fuori Varzi il monastero di Bobbio possedeva la corte di Ranzi, che doveva essere importante perché l'abate Wala, nel 835, nomina Ranzi senza invece nominare Varzi.
Nel secolo IX risulta tra le più estese e redditizie corti del monastero. Proseguendo verso Bobbio lasciando la vetta del Monte Penice sulla sinistra, presso il Monte Scaparina, si trovava lo xenodochio di Valle Scura (F. Debattisti, Vie e commercio in valle Staffora, in Atti del Convegno 'La Valle Staffora nel Medioevo', a cura di Ettore Cau e Aldo A. Settia, Varzi 20/21 maggio 2005, editi a Varzi nel 2007, pag. 207). A sud-est di Bobbio, appena al di là il passo di Linguadà, dove arriva anche una strada da Velleia e dal Pellizzone, sulla via Bettola-Bardi, appena passato il ponte sul rio Dorbora, esisteva un ospizio dedicato a San Pietro, con chiesa e terreni. Giovanni Magistretti, Ipotesi sulla via degli Abati quale tratto dell'itinerario micaelico da Mont-Saint Michel a Monte Sant'Angelo, in Archivio storico per le province parmensi, Quarta serie, Vol. LX - Anno 2008, p. 129.

[...] Il Muratori nelle sue opere diverse volte ritorna sulla ospitalità data ai poveri e ai pellegrini.

da Ludovico Antonio Muratori
'Siccome feci osservare nel mio Trattato della Carità cristiana, pare che ne’ secoli barbarici non fossero in uso i pubblici ospizj, oggidì chiamati Osterie, dove si desse cibo e letto ai viaggiatori. Ne furono anche privi gli antichi Greci e i Romani ne’ primi secoli dopo la fondazione di Roma. Si cercava allora albergo presso gli amici. A questo fine furono inventate tesserae hospitalitatis; imperciocché gli uomini di allora, per valermi delle parole dell’antico Scoliaste della Tebaide, quoniam non poterant omnes suos hospites noscere, tesseram illis dabant, quam illi ad hospitia reversi ostendebant praeposito hospitii. Di tali tessere un erudito Trattato ci diede il Tomasini. Poscia a poco a poco s’andarono istituendo in Roma taverne ed osterie più del solito, dove si dava ricetto ai viandanti e forestieri. D’esse abbiamo menzione in Plauto, e in altri antichi libri, fra’ quali spezialmente s’ha da ricordare Giulio Materno Firmico, lib. IV, cap. 15 Astronom., dove della stella di Venere parla così: Si in dejectis locis inventa fuerit, faciet hospites popinarios, tabernarios, ec. Così egli scriveva nel secolo quarto dell’Era Cristiana. Dal nome di Hospites, cioè albergatori, venne il nostro Oste. Ma ne’ susseguenti secoli pochi vestigj si truovano di tali osterie per l’Italia; e possono persuadercelo le parole di Carlo Magno nel Capitolare dell’anno 803 presso il Baluzio.
Praecipimus (dic’egli) ut in onmi Regno nostro neque dives, neque pauper peregrinis hospitia denegare audeant; idest sive peregrinis propter Deum ambulantibus per terram, sive cuilibet iteranti. Propter amorem Dei, et propter salutem animae suae, tectum et focum et aquam nemo illi deneget. Non dice Carlo che ai soli poveri s’abbia da concedere l’ospizio: dice cuilibet iteranti, cioè itineranti, sì ricco che povero.
Se pubbliche osterie state vi fossero allora, quivi almeno i ricchi avrebbero trovato cibo e ricovero. Il medesimo Carlo Magno nella legge Longobardica XI comanda, ut nemo praesumat ad nos venienti Mansionem (cioè l’ospizio) vetare: Et quae necessaria sunt, sicut vicino suo, vendat. La qual legge da Pippino re d’Italia suo figlio fu confermata e spiegata colla legge XVI fra le sue colle seguenti parole. De Episcopis, Abbatibus et Comitibus, seu Vassis Dominicis, vel reliquis hominibus, qui ad Palatium veniunt, vel inde vadunt, vel ubicumque pergunt per Regnum nostrum, ut quando hybernum tempus fuerit, nullus audeat Mansionem vetare ad ipsos iterantes, in tantum quod ipsi iterantes injuste nullas causas (cioè cose) tollant. Odasi ancora Lodovico II Augusto nel Capitolare Ticinense da me dato alla luce (Par. II del tomo I Rer. Ital.), il quale ordina che da’ Vassi Cesarei nel viaggio non molestentur incolae, aut eorum domos per vim invadant, vel propria diripiant absque collato pretio. Sed neque indigenae per solita loca tectum, focum, aquam, et paleam hospitibus, denegare, aut sua carius quam vicinis audeant vendere. Qui nondimeno potrebbe parere che vi fossero luoghi determinati per albergar tali persone. In un diploma di Carlo Calvo re di Francia dell’anno 847 (nell’Append. al tomo II Annal. Bened.) si comanda, ut ad hospitale pauperum decimae conferantur, atque ibi hospitalitas regulariter ad laudem Dei exhibeatur tam divitibus quam pauperibus'. Ludovico Antonio Muratori, Dissertazione XXXVII, Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano, 1837.

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