



[…] Io ho imparato, diciamo all'inizio, quando ero piccolo, ho imparato da Raffaele Chiuvitte e aveva la bottega proprio qua. E' stata forse la prima bottega che si è formata. Qui erano le prime case in via Pozzo Grande (Fore lu Puzzeranne), e questa era la bottega conosciuta quasi da tutti. E come?! Perché è stata sempre esposta, diciamo all'esterno, in una zona antica. Il mastro che faceva questo lavoro, è passato quasi un secolo e più, è morto anziano; è morto che aveva più di novant'anni e il figlio di ottant'anni. Sono due generazioni; adesso ci sono io che ho 57 anni e sto ancora in questa bottega.
[...] È cambiato ciò: noi prima battevamo sempre il martello rosso nel fuoco, oggi invece è tutto diverso.
Si prende un filo lungo, di diverse lunghezze, e si fanno le balconate, si fanno le porte anticorodal e insomma è cambiato da ieri a oggi. Poi in un certo periodo, non tanto avevo il lavoro, il Ministero dei Beni Culturali ha emanato un concorso che richiedeva un fabbro specializzato di prima categoria, forgiatore. Così mi trovavo senza lavoro e ho fatto quel concorso e sono stato preso e sono buoni 16 anni che sto con lo Stato, sempre con la mia attività di fabbro specializzato di prima categoria forgiatore. E questa bottega ce l'ho ancora, con un pochino di lavoro.
[...] All'inizio, quando ero piccolo cosa avveniva? Cominciavamo a rompere il carbone coke speciale; allora prendevo il martello e li rompevo a piccoli pezzi per metterlo nella forgia. Quando ero piccolo, cosa facevo? Si tenevano tutti raggruppati i carboni e si riscaldava il ferro e dicevamo: - Ragazzo (uagliò) vai a rompere i carboni - e ci mettevano a fare i carboni per farci imparare.
Poi c'era il mantice, c'era la ventola della forgia. Il mantice si riscaldava con il ferro, ma era tutto a mano; prima che costruissero questa manovella a mano, tenevamo un altro mantice, che era come quelli che adesso ci sono nei camini, con cui si soffia il fuoco, invece prima in una casa a parte c'era un grande mantice che si tirava e con cui si accendeva il fuoco, questo però anticamente.
Però sempre con il martello sono state iniziate le prime cose. Noi fabbri, prima, con l'incudine e con il martello e con il ferro che usciva da lì dentro, facevamo il calibro per misurare gli spessori di ferro, facevamo gli scalpelli per misurare l'altro ferro; facevamo tutto a mano per creare dal nulla un lavoro.
Ecco cosa significa fare il fabbro, un vero fabbro a mano, nella forgia col fuoco, e faceva un po' di tutto e maggiormente ciò che serviva a due cose abbinate, le principali della vita, ossia l'agricoltura e il fabbro, poi l'aratro che faceva il solco e i fabbri facevano i bulloni, i ferri a mano. Oggi invece no, prima la creavamo noi tutta questa roba.
Si tagliavano le lamine per i muratori, sempre con lo scalpello.
[...] Io parlo sempre anticamente di queste cose qua. Noi sempre da un pezzo di ferro, un pezzo di acciaio ricavavamo scalpelli, tenaglie, pinze, facevamo tutto a mano, tutto ciò si creava a mano, non c'era altro. Non potevamo andare nel negozio come adesso, dove trovavi qualcosa che si vendeva, ma li facevamo tutti a mano. Finché è capitato un periodo di guerra. Durante la guerra del '40, i miei apprendisti, i giovani che ferravano i cavalli non ce n'erano più. Questa fabbrica era bombardata, era sparita dalla circolazione.
Cosa è avvenuto!? Noi mastri vecchi abbiamo fatto uno scambio, e col ferro, diciamo, ricavato da ciò che trovavamo, facevamo i chiodi per ferrare i cavalli, altrimenti i poveri cavalli non potevano lavorare, l'agricoltura non poteva andare avanti, perché il motore principale era il cavallo, l'asino, il mulo ecc... [Il ferro] fonde a 250 gradi. Quando arriva la pressione a 250 gradi che si comincia a vedere nel fuoco, nella forgia, come veniva chiamato il carbon coke. Prima saldavamo l'acciaio e il ferro e tenevamo una piccola medicina che veniva chiamata placca. Mettevamo un poco di placca, che era composta di terra e composti chimici, e si metteva nel fuoco, finché diventava incandescente. Quando arrivava a 250 gradi, tanto che l'acciaio e il ferro mediante la fusione nel fuoco, non completamente si toglieva dalla forgia, si metteva sopra l'incudine e si batteva piano piano, col martello, battendo col martello, si stendeva questo composto e si portava a termine l'oggetto voluto, creato da noi. Potevamo fare un ferro di cavallo, o una scure, uno scalpello, un piccone, tutto ciò che serviva all'uomo.
La tempra dell'acciaio è diversa a seconda della qualità dell'acciaio, c'è l'acciaio rapido, l'acciaio dolce. L'acciaio omogeneo e tanti altri tipi, che io ho conosciuto facendo questo mestiere.
Quando andava nell'acqua cosa avveniva? Avveniva che immediatamente si spezzava, trac-trac, si rompeva e allora si bestemmiava perché si era fatto un lavoro per niente. Allora si scaldava l'acqua e si immergeva nell'olio.
[...] Beh, rispetto a prima c'è quasi tutto di moderno. Posso dire che la forgia non è più quella di prima. Prima c'era il mantice ed ora c'è quella elettrica, che accendi con l'interruttore e ti dà il lavoro. Abbiamo la sega elettrica per tagliare il ferro, mentre prima si tagliava con lo scalpello. Abbiamo un trapano elettrico che ha cinque velocità, dalla piccola alla grande, tutto elettrico mentre prima si faceva tutto a forza di braccia. Si girava, si girava e si facevano i fori perché erano trapani antichi, e questi moderni non ce n'erano. E' rimasta come reliquia solo e resterà sempre il martello e l'incudine che forse non cambieranno mai, [si useranno] anche su un'astronave, anche se il martello non sarà pesante.
C'è questa piccola differenza: questa troncatrice cammina nel disco in trafila, invece quella elettrica cammina in dischi di acciaio, che camminano con una certa precisione alla velocità voluta.
[...] Adesso ti dico effettivamente l'orario di lavoro. L'orario di lavoro non esisteva per noi. Un mastro, come dire, non ha mai orario.
Se uno portava l'orologio aveva botte, e lo mandavano via e non lo facevano proprio più entrare. Anzi poi, per dire una cosa, era anche gelosia. I mastri, i nostri proprio, quando facevano un lavoro di precisione, ti mandavano a fare un servizio, per non farci vedere, ancora tu gli rubavi il mestiere. Dovevi essere tu a capire in quale momento dovevi guardare, e guardavi. Non ti pagavano e ti facevano lavorare dalla mattina alla sera. Questa è una cosa breve, faccio un piccolo discorso, un po' delicato. Avevo quasi l'età di 19 anni, ero giovane, effettivamente mi piaceva giocare con ragazze e ragazzi. Imparavo a fare il fabbro e la mattina mi alzavo sempre alle cinque, alle 5 e mezzo e andavo a lavorare.
Una mattina è capitato che era d'inverno, io dormivo ancora, alle 6 e un quarto il mastro viene a bussare al mio portone.
Mia madre si chiamava Lucia: - Lucia, fai scendere tuo figlio che è già giorno - ha detto lui - è dalle 5 che sto in piedi (tise), tuo figlio se vuole imparare a fare il fabbro, la mattina deve alzarsi presto. Mia madre allora, abitavamo al primo piano e un secondo piano (tra lu suse e lu contrasuse) grida da giù: - Ragazzo, alzati, il mastro è venuto -. E mia madre mi sgridava da una parte e il mastro dall'altra. Noi eravamo ragazzi, stavamo zitti e cercavamo di apprendere un pochino.
Perciò posso dirti che di orario non ne esisteva, facevi come volevi. Come volevano fare facevamo.
[...] La paga non esisteva. Qualche volta, quando facevi un bel lavoro, capitava una volta alla settimana o ogni 15 giorni, il mastro ci faceva un regalo. Prendeva 50 lire o magari 4 soldi, a seconda del guadagno della settimana, e ci faceva un piccolo regalo così una domenica sì, una domenica no, come voleva. La paga non esisteva assolutamente. Poi, anche loro, diciamo, non è che avevano tutti i soldi. Prima, l'agricoltore andava dal mastro, portava il cavallo a ferrare, portava la zappa, la scure, diceva: - Guarda, compare Raffaele, noi dobbiamo fare ad anno.
Tenevamo un certo pezzo di legno che si chiamava tégne. La tégne era un legno talmente tenero come la ferla; si appendeva di lato alla porta e si faceva così, si faceva un segno ed era la scure, due segni era [un altro oggetto].
Quando arrivava il momento critico che il contadino doveva pagare il mastro era furbo, era uno che ci sapeva fare (chjù rutte 'ncule), e il segno piccolo lo faceva diventare grande così che da ferro vecchio era ferro nuovo. E dicevano: - Ma possibile, io non ho fatto ferrare 3 volte, tu non.... - Tu compare Antonio hai dimenticato, guarda il segno - diceva il fabbro. [E lui]: - Sì, sì hai ragione, compare Raffaele - e ingenuamente [glieli dava]. Magari lui raccoglieva pochi soldi, e allo stesso tempo riceveva un po' di patate, un po' di galline, galletti, ciliege, scambiavano la merce perché i soldi circolavano tanto poco quanto niente e noi che imparavamo il mestiere non li vedevamo proprio i soldi.
[…] Beh, per la ferratura, ai miei tempi, si veniva a spendere 250 lire, 300 lire, perché dipendeva dalla muta. La muta significava che l'animale aveva cresciuta l'unghia nello zoccolo, allora i ferri la buttavano fuori per distaccarla. Così si faceva la muta. Cosa avveniva? Si prendeva lo stesso ferro vecchio, lo sferravi, gli tagliavi l'unghia, gli accorciavi per bene il piede un'altra volta, prendevi lo stesso ferro e lo attaccavi, sopra magari potevi metterlo all'altro piede, cioè dal destro lo mettevi al sinistro, e il sinistro al destro. Cosa avveniva? Questa veniva chiamata la muta, poi quando si consumava un'altra volta, si staccavano i ferri vecchi e si mettevano i ferri nuovi.
[...] Ecco, questa è proprio la bottega dove il mastro era veterinario e a S. Marco lo conoscevamo quasi tutti specialmente i più anziani. Raffaele 'Chiuvitte' e Nicola 'Chiuvitte', il padre, erano veterinari. Erano veterinari perché i fabbri curavano un cavallo che aveva lu capecérre che era una piaga (varlése) che cresceva tanto che il povero cavallo non poteva più lavorare; in dialetto si chiamava lu capecérre. E il fabbro diceva: - Compare Antonio, dobbiamo tagliare perché [altrimenti il cavallo muore]. [E il contadino diceva]: - Raffaele, dobbiamo farlo, altrimenti non può più lavorare.

A S. Giuseppe era tutto all'aperto, era tutta zona verde. Non è come adesso che ad ogni punto c'è una casa. C'era questa zona verde, si andava lì e andavamo il mastro ed io che ero ragazzo e portavo gli attrezzi per castrare questo animale. Questo animale era giovane e tirava calci da tutte le parti. Allora si prendeva la corda (zoca) salma, la corda grande e la si legava al collo del cavallo. Ma questa corda era legata a due parti con il cappio senza nodo scorsoio. Queste due corde si mettevano fra le zampe e si legavano come fanno i pastori, si mettevano al collo.
[...] La carne veniva tagliuzzata (daccijàta), toglievamo il morsetto per non farlo dissanguare, poi si seccavano e cadevano, così si toglievano completamente. Così il cavallo si scimuniva, diventava calmo calmo (pacione) come succede ai monaci. Per esempio, i monaci adesso non li castra più nessuno.
[...] Effettivamente è capitato. C'era un cavallo che chiamavano don Gennarino di compare Serrilli. Era un padrone ricco, antico questo don Costantino, è venuto da compare Raffaele dicendo: - Il cavallo così così. Teneva il tumore nella pancia, nell'intestino. Allora l'hanno portato qua nel palazzo vicino alla bottega. L'hanno buttato per terra. Effettivamente il cavallo così doveva morire, allora hanno deciso di fare una prova, che se riusciva bene, altrimenti non si poteva fare niente. Allora l'hanno fatto sdraiare su un lenzuolo e hanno tagliato la pancia e abbiamo tirato fuori sopra il lenzuolo tutte le interiora. Era cresciuto come una cisti nell'interno del loro animale che rischiava di morire.
Comunque abbiamo tolto quasi 3 chili di roba putrefatta, il cavallo si è ristabilito, è guarito. Questa è la situazione circa l'attività di prima, invece oggi tutto è cambiato.
[Questa operazione si faceva] ai cavalli, agli asini, ai muli, a qualsiasi specie. Qua c'era pure la castrazione. Il mio mastro castrava pure i gatti perché i signori avevano pure i gatti. Allora veniva il garzone: - Compare Raffaele, lo senti, ha detto donna Michelina che il gatto che ha deve essere castrato, è un guaio. Eh, portalo! Il gatto mentre stava mangiando lo acchiappavano e lo mettevano nel sacco. Poi messo nel sacco lo portavano qui. Il mastro mio, io allora ero ragazzo, mi ricordo, lo metteva fra le gambe e tirava fuori i due testicoli e il gatto, oh! mamma mia, come gridava [soprattutto] quando tirava i testicoli e li attorcigliava. Quando sono stati tolti questi due testicoli, i gridi! Allora lo reggevi, prendevi le forbici e li tagliavi, con il ferro arroventato (rusce) chiudevi la ferita (ce 'mbezzava).
[Di animali da castrare] non ce ne stanno più. Cosa ne devono fare degli animali!?
[...] Ultimamente Moscarella ferrava ancora, ma pure questo Lazzaro ciaccione, qualcuno è rimasto ancora. Sai dove ferrano ancora? Dalle parti dell'Abruzzo, ci sta ancora qualcuno, ma insomma sono pochi, perché oggi trovi soltanto motori per l'agricoltura. Gli animali da qualche parte si trovano ancora ma sono pochissimi, sono spariti completamente.
Adesso ci sono solo animali magari da corsa, magari qualche cavallo da carrozza, oppure fanno allevamento per venderne la carne. Ma di cavalli non ce ne stanno più.
[...] Ma certo! Nella bottega ci stavano sempre due o tre persone in più, e noi che lavoravamo. Questa bottega era la metà e ci stavamo sempre cinque persone dentro perché il lavoro si svolgeva sempre con il maglio, con lo scalpello, non è come oggi.
Io, per esempio, se voglio ora tagliare cento ferri, mi metto là e con facilità di niente li taglio, mentre prima [c'era] lo scalpello, banc banc, il maglio...
[...] Venivano gli agricoltori per la campagna, poi c'erano i cavalli, i muli, allora in via Pozzo Grande, trovavi carri (traine) e calessi specialmente il sabato.
[...] Uh, peggio ce n'erano. Poi noi che facevamo i fabbri, lavoravamo la domenica a mattina fino all'una, perché dopo dovevamo far festa. E il mastro che diceva: - Ragazzi, stasera (massèra) è sabato. Dopo che avete finito di mangiare venite subito, la mattina un po' subito -, perché dovevamo far festa la domenica. E che succedeva? Che la mattina andavamo a lavorare alle 4, dalle 4 rincasavi verso le due, due e mezzo di mezzogiorno. Nel frattempo (treménte) che mangiavi, andavi [a lavorare] un 'altra volta e veniva la sera, fin verso le dieci di sera. Allora il mastro diceva: - Ragazzi, sapete che cosa dovete fare, un bicchierino di vino, un po' di pane e lavoriamo un altro paio di ore - e lavoravamo fino alla mezzanotte, l'una di sabato. Poi [diceva]: - Allora, andate via, ma domani mattina venite presto. Verso l'una andavi a letto e verso le tre dovevi già andare a lavorare (ncapulà) un'altra volta. Poi il mezzogiorno che cosa avveniva? Siccome dovevamo far festa la domenica venivamo alle tre, e la domenica lavoravamo più degli altri giorni.
[...] Il fabbro era adatto per qualsiasi cosa. Il fabbro faceva il rasoio per fare la barba, il fabbro faceva un po' di tutto, era anche arrotino, insomma faceva tutto.
[I lavori] oggi dei fabbri!? Oggi i lavori dei fabbri sono cambiati, si fanno balconate, tutto ciò che serve per l'edilizia e via di seguito.
A casa per esempio troverai un portone tutto in ferro, poi andando sopra trovi tutte le porte anticorodal che le ho fatte prima io. Poi ho una cristalliera tutta in ferro. Poi ho un tavolo in ferro con i piedi a forma di zampe di leone e sul tavolo ho fatto un portafiori alla romana con dentro un bouquet di rose che a mia moglie piace tanto, ho fatto i lampadari tutti in ferro. Nell'entrata trovi due lanterne. Poi ci sono altri lavoretti, tipo uno spaventapasseri battuto in ferro, trovi anche un'ancoretta piccola, trovi un calessino proprio come si usava prima, che l'ho fatto io, era in legno, perché è capitato che quando sono stato assunto al Castello Svevo di Bari, l'officina a me ancora non l'avevano aperta e mi hanno abbinato con il falegname, e sono stato la bellezza di due anni sempre nella falegnameria. Allora il pomeriggio non sapendo cosa fare lavoravo e ho fatto questo calessino in legno. Però ho fatto anche molte cornici ed ho imparato così anche a fare il falegname e questo per due anni. Poi mi hanno assegnato l'ufficio per conto mio. Questo [mio figlio] era ancora piccolo quando andavo a Bari al Castello. Poi ho fatto la domanda di avvicinamento per Manfredonia, al castello dove adesso vado tutti i giorni. Ho lavorato 5 anni a Bari ed è da 11 anni che lavoro a Manfredonia, nel Castello, al Museo.
adesso si chiama 45°, invece se si tagliava a pinne si diceva che faceva il cardamone. In conclusione la procedura per ferrare i cavalli era sempre quella.
[Per fare un oggetto era necessaria pure la saldatura con più pezzi di ferro]. Se ad esempio dovevo fare un treppiede, dovevo fare il cerchio poi dovevo incollarlo, mi sono spiegato?
Per non aggiungere chiodi, bisognava fonderlo, si schiacciava, si incollava e si faceva il cerchio col diametro [voluto], poi si bucava, si mettevano i chiodi o qualcos'altro a seconda del lavoro che dovevi fare.

[Perché il ferro si raffreddasse] il tempo era abbondante quando era gelato, si fermava e si misurava: - Bisogna tirarlo ancora?
Si metteva nel fuoco un'altra volta e si stendeva (stennerecàva) un'altra volta finché quando si era raffreddato al punto giusto, il compasso doveva essere preciso e ne toglievi due centimetri e mezzo, due centimetri e tre millimetri. Prima si misuravano anche i millimetri.
Il 18 di marzo devo fare 78 anni. Ho conosciuto mio marito che stava a fianco casa o saliva lui da me che abitavo sul Trono [Piazza Municipio]. Quando l'ho conosciuto tenevo 21 anni e non si saliva sopra come adesso. Mi sono sposata a 22 anni e lui ha fatto il militare e poi quando è venuto ci siamo sposati. Mi ha fatto sapere che mi voleva dalla madre e dal padre e mio padre ha detto: - Perché sta vicino [abita vicino], vorrebbe salire sopra? Deve andare prima sotto le armi e quando viene vi sposate. - E mi sono sposata a 22 anni. E' venuto mio suocero e mi ha portato un anello: apre il taschino e me lo dà.
Mi sono sposata il sei gennaio, giorno della Befana. 
Poi quando siamo andati a confessarci la sera prima del matrimonio c'era la buonanima di Manuele che ci guardava. Mio padre aveva la stalla a S. Giuseppe e mi ha accompagnato, poi me ne sono uscita e lui [il fidanzato] è andato prima a confessarsi.
Mio padre scendeva con il mulo e ha detto: - L'avete fatta bene la fregatura! E l'indomani mattina che mi sono sposata non è salito sopra, mi ha aspettato fuori.
Lui quante volte mi ha fatto le serenate, e gli altri l'accompagnavano a cantare e suonavano con il violino. Erano i figli di Zumbridde, Squacciapantana che sono morti. Veniva a fare le serenate ogni dieci giorni dalla campagna e me le faceva quando eravamo fidanzati. Cantavano la sera tardi e tu stavi coricata e addormentata.
Lui ha fatto pure i quadri (sciène), le cose da cucina, i cesti. Io ho avuto la biancheria. La dote io l'ho fatta vedere a casa mia, lui a casa sua. Ha avuto molte cose, solo che la fortuna non ci ha aiutati.
Quando ho fatto vedere la dote, sono venuti a conservarla la famiglia sua e la famiglia mia e l'hanno contata. Prima il letto si faceva a quattro cuscini e mia suocera mi ha fatto i cavalletti e le tavole e l'hanno fatto pitturare. Io ho avuto la dote a otto, anche lui ne ha avuta assai. Ho fatto vedere la dote otto giorni prima, ho preparato la festa con i propati [dolci locali].
Prima si usava che alla sposa, prima di sposarsi, andavano a intrecciarle i capelli. Però quando mi sono sposata io non si usava. Per andare a conoscere la sposa si mettevano una calza rossa e una calza celeste. Se si mettevano una striscia (virie) rossa e una striscia bianca andavano a fare il parentado e portavano la mezzetta (muzzétte) col grano. Andava la intrecciatrice, le portavano [alla sposa] il concertino [il completo da toilette], il pettine e il fermacapelli.
Prima andavano 3 o 4 donne che si conoscevano e si volevano bene, con lo scialle (faccelettone), si mettevano la spilla d'oro per far mantenere lo scialle (maccature) e andavano a conoscere la sposa.
Si mettevano una calza rossa e un'altra un po' gialla o verde o celeste perché le donne che le guardavano dicessero: - Uh, vanno a conoscere la fidanzata!
Poi quando andavano a pettinarla, la suocera le portava il pettine, il fermatuppè, l'anello e pagavano quella donna che andava a intrecciarla e la mettevano sulla mezzetta col grano [dentro]. Però quando mi sono sposata io non si usava. La dote la portavano con i cesti perché era vicina la casa dove dovevo andare [ad abitare].
Mi sono sposata alla Cattedrale e sono stata battezzata a S. Antonio perché sono nata nella strada del Purgatorio in Vico S. Agostino.

La sera prima che dovevamo sposarci sono venute a prepararmi (vèste) il letto mia suocera, le amiche che tenevo e mia sorella. Hanno preparato il letto, io l'ho visto solo quando siamo andati a dormire.
Il giorno che mi sono sposata abbiamo mangiato i maccheroni, la carne, la carne con patate nella teglia (carna a rote), le noci, le mandorle, il caffè. Un'altra sera c'erano gli invitati e pure i suonatori e hanno mangiato con noi. Di regali ho fatto soldi e oro: mi hanno dato un anello con i ricami e una signorina colore di rosa, poi un altro anello, due spille e due paia di orecchini (pèndele} me l'hanno data gli Squacciapantane.
Gli altri hanno dato i soldi. Abbiamo fatto di soldi 50 mila lire. Quando mi sono sposata mia suocera ha fatto venire il vino da Torremaggiore. Qui teneva una nipote che ha portato una botte (vascédde) di vino. Quando la festa è finita [...]. Durante la festa si cantava:
Stai buona ohi Nannì, stai buono ohi Peppì / un altro po' non puoi aspettare,/ il sapone deve squagliarsi,/ non t'avessi mai aspettato/ il sapone si è già squagliato.
Un'altra canzone di mio cognato diceva:
Non mi serve lo stoppino/e un ventaglio per soffiare/non mi serve lo stoppino/e un ventaglio per soffiare/questa faccia che tieni/non ho voglia di guardare/Carbonaia, carbonaia,/carbonaia tutta 'mpussètta/,tutta marchétta/tutta 'mpussètta, tutta marchétta.
Quando è finita la festa, siamo andati a casa. La porta l'abbiamo trovata aperta. Sono saliti tutti gli invitati e poi se ne sono andati. Poi il lunedì delle nozze [il giorno dopo il matrimonio] sono venuti pure i suonatori, Squacciapantane [e cantavano]:
Di fronte al municipio/ ci sta Maria Costanza/ha aperto il pappagallo/ pure nella stalla/Ti sei fatta la veste bianca/e non la sai portare/Sei figlia di contadino e vai in campagna a lavorare./Prima ti consola/e ti torna a controllare/ti darei uno schiaffo/e un altro proprio là./Ti sei fatto la veste bianca/ed è di seta fine/e sotto devi mettere/una chioccia coi pulcini./Prima ti consola/e ti torna a controllare/ ti darei uno schiaffo/ e un altro proprio là.


Quando aspettavo il figlio, io mi vergognavo a dirlo e allora mia suocera ha detto: - Ora di quanto sei? - e io ho detto: - Di 23 anni. - Non questo fatto, ma di quanto stai [quanti mesi di gravidanza], devi portare il conto di quanti mesi stai!.
Io poi mi sono accorta che aspettavo e mia suocera che era più esperta mi ha messo in guardia. Io mi sedevo sul gradino e diceva: - Non devi sederti, ti fa male! Quando cucivo e mi mettevo il filo sopra le spalle diceva così: - Non lo devi mettere se no non nasce bene il bambino. Di fronte casa avevano ucciso il maiale e io non lo dovevo guardare perché altrimenti ti veniva la voglia e allora quello che volevi usciva la macchia al bambino.
- Non devi toccarti da nessuna parte se no esce con la voglia di quella cosa che volevi. Io ho più esperienza, l'hanno detto a noi e noi lo diciamo a voi! - diceva mia suocera. Se ti veniva la voglia dicevi: - Oggi non voglio il pancotto, voglio le patate lesse sane - dovevi mangiarti quelle. Quando ti sposi, da una vita passi ad un altra, perché ti corichi con un uomo, non sei come quando sei giovane. E quando stai incinta, ci sono giorni che stai bene e giorni che non stai bene. Io non lo sapevo che la seconda volta erano gemelli e allora uno è nato vivo e l'altra è morta.
Quando aspettavo il primo fìglio, avevo la tosse e la notte non dormivo. Dopo gli cantavo la ninna nanna:
Ninna nanna, ninna nanna/il piede della culla è mezza mamma/Vieni S. Anna con le mani piene/vieni come S.Giorgio/vieni come S. Giorgio cavaliere/Ninna oh..., oh..., oh....
Un'altra ninna nanna diceva:
Mamma t'ha fatto/un letto di rose/e un altro di menta e un altro di menta/per profumare oh.., oh.., oh.., oh.., La mamma gli vuol bene/e il padre quando viene/il padre è venuto/ e pure bene gli ha voluto.

Quando ho battezzato Matteo, lui aveva 10 -11 giorni. Tonino ancora prima perché stava ammalato il padre e non ho fatto neanche la festa. A Matteo ho fatto la festa: veniva la comare quando era lo sposalizio della Madonna e alla festa di S. Giuseppe e la invitavo a pranzo. Lei è viva ed abita a Casarinelli [quartiere di S. Marco in Lamis] il marito è morto. La comare quando l'ha battezzato gli ha regalato l'anello: poi quando è venuta a trovarci gli ha regalato due anellini e un'altra volta due cuffiette (cuppelicchje) che si usavano.

Non stavano mai ammalati e non chiamavo mai il medico perché li ho allattati io, non come adesso che subito gli danno il lecca-lecca.
Subito dopo lo [svezzamento] mangiavano le cose che mangiavamo noi, mangiavano alla stessa nostra ora.
Dicevano che c'era il malocchio, ma io non ci credevo. Ci stava una donna qua vicino e diceva che il bambino era stato affatturato (affascinate) perché non si sentiva bene, ma lui teneva solo la tosse.
E gli massaggiavano la pancia e gli facevano il segno della croce, ma adesso non c'è più l'affascinatura.

Tonino è andato a scuola fino alla quarta elementare, Matteo fino alla quinta. Poi, io non avevo soldi per farli andare a scuola perché non tenevo proprietà e sono andati a lavorare. Uno è andato in campagna e poi Tonino si è messo con Celozzi. L'altro figlio è andato a lavorare in pianura (alla pugghja) ma siccome lo maltrattavano se ne è andato in Francia dallo zio.
Mio marito è morto a 26 anni nel 1937, il 23 marzo e il mio primo figlio è nato l'anno prima nel 1936: [quando è morto mio marito] il bambino teneva tre mesi. Mio marito era malato e diceva: - Mi fa male la pancia. Stava a letto e tenevamo per medico don Nunzio; lui è venuto molte volte e ha detto di portarlo a Foggia da un medico specialista per avere una soddisfazione. Quando è venuto la sera da Foggia, non poteva abbottonare il pantalone perché la pancia si gonfiava (abbuttava). Il medico veniva due volte al giorno e ha detto: - Sentite, adesso vi siete tolti la soddisfazione di andare a Foggia! Che vi ha detto? Quello che vi avevo detto io: questo ha la cirrosi epatica - insomma teneva malato il fegato. Il medico ha detto: - Adesso vi porterò tutti i dottori di San Marco. E io ho detto: - Come li paghiamo, non teniamo soldi.
Lui non mangiava, non beveva, non faceva niente. Se gli avessimo dato un po' di mozzarella, sarebbe morto e perciò non gli davamo niente.
Io avevo le mandorle; non sapevo dove metterle e le ho messe in un sacchetto dentro al doppiofondo del comò (contrafunne dellu cumò).
Le donne che ci stavano, a mezzanotte se ne sono andate.
Erano le 10 o 11 di notte e io sentivo le mandorle che facevano rumore e mio marito ha detto: - Togli le mandorle da lì dentro.
Era la sera di Pasqua Epifania e ho detto a quella che mi ha allattato di andarsene a riposare a casa sua perché pure lei teneva i figli, tanto io potevo riposare, se volevo, nel letto di mio marito. Però non sono andata a coricarmi al suo fianco perché la pancia era troppo grossa e occupava tutto il letto.
Allora ho sentito muovere il quadro e mio marito ha detto: - Avevo preso sonno, e questo rumore mi ha svegliato. È venuta mamma a bussare?. Lui voleva alzarsi ma non poteva perché era troppo grossa.
Mi sono affacciata ma non c'era nessuno. Non stavo svestita e ho sentito bussare di nuovo e ho detto: - Questa è mamma. Era la notte della Befana, il 6 gennaio. La mattina presto, mia suocera è entrata dalla signora di fronte e ha detto: - Antonietta ancora non apre - e quella ha risposto - Eh! si sentiva sempre rumore questa notte! - e io dicevo: - Posso mai aprire? Sono ancora le tre,.., sale qualche gatto, qualcuno...- ma poi sono andata ad aprire e mia suocera è entrata, e mio marito ha detto: - Mamma, sonno non me ne viene, né a me, né ad Antonietta e sento muovere il quadro.
E lei ha risposto - Beh, figlio mio, quando vedo aperto, salgo, quando vedo chiuso aspetto da questa signora di fronte. Ancora non faceva giorno e stava la casa piena, e c'era pure mia suocera e mio marito si è sentito male. E' venuto don Antonio De Florio perché don Nunzio non c'era e ha detto che non aveva più di 10 giorni di vita.
Un giorno, c'era un pacchetto di sigarette sopra il camino, ma lui non era un gran fumatore né bevitore di vino e gli è venuto un altro dolore, ed ho trovato la tovaglia sul letto e l'ho visto con gli occhi aperti e spalancati, con i capelli unti ed è morto.
E' morto la sera, l'abbiamo tenuto tutta la notte e c'era tutta la famiglia e due case di persone. Poi l'hanno portato prima di mezzogiorno alla chiesa madre. Quando stavamo in campagna, è venuto don Pio Moscarella e ha detto: - 
Il morto l'hanno vestito le donne e gli uomini; io e mia suocera tenevamo una pena, stavamo in un angolo senza far niente: piangevamo assai. Gli hanno messo il vestito di quando ci siamo sposati: era nero con la camicia bianca.
Il morto se lo sono portati a spalla: ci volevano quattro uomini e dovevi dargli quattro tovaglie bianche che mettevano sopra le spalle, se no la tavoletta gli faceva male. Erano i compagni della masseria.
La bara l'hanno portata dalla chiesa al cimitero, non si faceva il giro del paese. Dietro andavano i preti di San Marco, i monaci di S. Matteo, la banda. I monaci di S. Matteo hanno cantato pure in casa.
Il primo consolo (recùnzele) l'hanno portato la buonanima di Michele D'Amico che m'era compare. La moglie ha cresimato Raffaelina.
Hanno portato il pranzo; mia suocera per la pena del figlio mangiava poco. Io mangiavo poco e non potevo neanche allattare perché le tenevo [le mammelle] troppo piene e una comare mi ha detto di allattare al contrario il bambino: non potevo uscire la mammella perché mi facevano male le spalle. Pure gli altri della famiglia hanno portato il pranzo e noi gliel'abbiamo sempre restituito, siamo stati riconoscenti.
Le persone sono venute a fare le visite per un mese di tempo.
Il vestito nero l'ho messo l'indomani: e mi sono fatta tingere i vestiti perché non tenevo soldi. Ho tenuto il lutto 29 anni.
Mio suocero non ci poteva vedere vestite di nero, me e mia suocera.
Quando gli abbiamo fatto mettere il gilè nero, è andato verso il bosco e se l'è tolto. Le persone dicevano: - Madonna, non è ancora un mese che è morto il figlio! Madonna.
Poi mia suocera gli ha fatto la fascia nera al braccio e pure se l'è tolta e ha detto: - Io somiglio a zio Arcangelo che diceva: il malato si deve vedere vivo, non morto! E cosi il lutto l'abbiamo tenuto io e mia suocera solamente.
Allora non si usava il lutto fuori, né i drappi neri (tesélle) ma il falegname portava il tavolo e metteva la bara sopra. Tu poi mettevi la coperta, mettevi la piega, il bel cuscino.
Ho avuto i gemelli e la femminuccia è morta subito; le hanno fatto la vestina, l'hanno messa nella baricella e l'hanno portata al cimitero senza dire la messa perché era nata di mezz'ora neanche.
Dopo un anno che è morto mio marito, abbiamo fatto dire la messa. Allora ci stavano i Fratelli Professi e cantavano l'ufficio nella chiesa e mettevano al centro della chiesa il lutto e le candele intorno che dovevi pagare tu. Dato che quelli cantavano, mia suocera ha portato pure il liquore perché allora così si usava.
Quando stavi a lutto non dovevi uscire per niente, neanche a fare la spesa, anzi allora non si faceva neanche la spesa perché eravamo tutti campagnoli.
Poi mio suocero ha detto: - Questa è la prima e ultima volta che veniamo di notte. Le altre volte andavamo di giorno e scendevamo davanti casa. Non uscivamo per niente; pagavamo una donna con le cose che portavamo dalla campagna e ci facevamo trasportare l'acqua.
Per un paio di anni abbiamo fatto così; poi, io tenevo i bambini, i soldi ci volevano e sono andata a lavorare.
L'inverno andavo da don Massimo a fare i servizi. Andavo a fare la salsa dalle persone. Poi, mia cognata ancora non si sposava e io filavo la lana, l'allargavo, dipanavo il cotone e lo portavo dalla tessitrice. E così è maritata mia cognata e si è sposato il figlio maschio. A questo figlio mia suocera non ha dato quello che ha dato a mio marito perché lui era il primo figlio e ha avuto molti panni.
Poi, mia suocera e mio suocero non seminavano più ed io come dovevo fare, dovevo campare d'aria? Allora ho venduto qualcosa e mio suocero ha detto: - Questi [soldi] adesso vai a conservarteli alla posta. In quei tempi 50 mila lire erano assai. E lui ha detto: - Poi, noi ci facciamo vecchi e in queste case stiamo d'affìtto. Tu hai due figli e con te, tre, almeno con questi soldi ti compri una casetta, vai a conservarteli. E così ho comprato questa casa che costava 36 mila lire a quei tempi e coi soldi che sono avanzati ho fatto fare la porta. Poi, quando si erano sposati i figli, uno se ne era andato in Francia, l'altro figlio lavorava in campagna ed io facevo un po' a casa dei Nardella e un po' qua: preparavo da mangiare alla sorella di mio marito, quando veniva il mezzogiorno, sopra il camino perché allora non c'era la cucina.
Poi sono andata a casa dei Nardella-Tardio e sono stata sempre là. Non mi sono sposata più: uno era il marito, non due. Io con quello mi conoscevo, con quello mi sono scritta quando stava sotto le armi quelle lettere così belle. Insomma la verginità l'ho portata fino a passata mezzanotte. E dovevo sposarmi un'altra volta! No!
Mio suocero voleva sposarmi, la mia matrigna pure e io dicevo: - Beh, quest'uomo non lo conosco e devo prendermi quest'uomo. Tenevo due figli, avevo fatto i gemelli, non dovevo avere gli altri! E dovevo farmi dire - A quelli li vuole bene e agli altri no!
Quando è morto mio marito non si cantava niente in casa. Solo l'anno dopo nella chiesa mio suocero ha fatto cantare i Fratelli Professi perché così si usava. Ha portato pure il liquore. Prima di portare il morto in chiesa, veniva il prete a benedire, diceva due cose e dava la benedizione. Lui quando stava malato, c'era don Marco qua, buonanima. Mio marito sapeva leggere e scrivere più di me e ha detto: - Don Marco, portatemi un libro, cosi passo il tempo. lo ha tenuto una decina di giomi, poi si è aggravato gliel'ha dato a don Marco che veniva tutti i giorni a vederlo, perché non ce la faceva più a leggere. E cosi se l'è portato.
Il Signore pure ha pregato e mi ha dato la salute per ciò che ho fatto.
Una volta ho sognato che abitavo dove è morto mio marito e dopo una quindicina di giorni dalla morte lui mi ha detto: - Ti ho portato due colombe e stanno sul balcone qua, tu non gliele dare a nessuno le colombe, vai a prenderle, poi se ne scappano. La mattina vado da mia suocera e c'era pure la mia matrigna che mi era come una mamma e io ho detto - Madonna, ho sognato così, così.... Mia suocera l'ha detto a Carmela Napoleone. Questa l'ha giocato al lotto e ha preso 30 mila a quei tempi. Poi, dopo due o tre notti, l'ho sognato di nuovo e ha detto con il dito alzato: - E' passato l'angelo davanti e non l'hai saputo riconoscere.
La mattina gliel'ho detto a mia suocera e lei ha detto:
- Ah, il sogno gliel'ho detto a comare Carmela e lei ha preso i soldi; adesso, tu non puoi fare niente più perché i soldi l'ha presi quella.
E non l'ho sognato più da quella volta.
Lui mi ha indicato [insegnato] pure la casa dove dovevo portare le colombe: era nella strada di Cicerale, dove sta adesso il banco di Napoli.
| Può apparire un elenco inutile, ma non lo è. Molti di noi hanno conosciuto gli anziani informatori, ne hanno sentito parlare oppure hanno letto distrattamente un manifesto funebre: sono quasi tutti morti, ma hanno dato alla loro comunità (una volta S. Marco in Lamis lo era) i loro ricordi, ci hanno dato la memoria di come eravamo, di cosa eravamo. Perché senza memoria c'è un presente gramo ed un futuro incerto. Forse, come nel nostro caso, nessun futuro. |
Si dà qui l'elenco dei 55 informatori che hanno costituito le fonti orali della ricerca. Tra parentesi è indicato il numero dell'audiocassetta che ospita la loro testimonianza o intervista.
Baldini Rosa............... (n. 29/4/1911)....... casalinga
Battista Giuseppe ....... (n. 10/1/1908)...... calzolaio-musicante (C27)
Berrini Antonietta ....... (n. 9/5/1912)......... casalinga (C14)
Bocola Giovanni......... (n. 24/7/1909)...... carradore (C44)
Ciavarella Angela........ (n. 9/4/1921)........ casalinga (C29)
Ciavarella Antonietta .. (n. 9/8/1910)........ casalinga (C40)
Cerrone Antonio......... (n. 4/9/1906)........ bracciante-cavapietre (C6-7)
Cipriani Domenico ..... (n. 4/2/1929)........ cavapietre (C15)
Coco Celeste............... (n. 4/6/1900)........ tessitrice (C3D
Coco Nicola ................ (n. 8/10/1955)...... carbonaio (C19)
Cristofaro Antonietta ..... (n. 27/6/1912)......casalinga-magliaia(C33)
De Leo Grazia............ (n. 11/8/1912)..........tessitrice (C34)
De Nisi Lucia............... (n. 17/12/1914).... casalinga (C13)
Del Bianco Raffaella ...... (n. 21/7/1904)...... casalinga (C28-29)
Del Giudice Angelo....... (n. 25/9/1913)...... orafo (C37)
Del Mastro Antonietta.... (n. 5/5/1910)........ casalinga (C12)
Della Bella Matteo ...... (n. 18/9/1932)...... mugnaio (C4l)
Ferro Angelo............... (n. 13/4/1932).........fabbro (C37)
Fino Antonio............... (n. 13/8/1910) .........agricoltore (C31)
Fratino Natale ............ (n. 27/10/1904).......contadino
Giacobbe Grazia......... (n. 30/12/1912).... lavandaia (C27)
Gravina Antonio ......... (n. 7/12/1916)......bracciante
Gravina Bonifacio....... (n. 4/2/1906)........ bracciante agricolo (C26)
Gravina Bonifacio....... (n. 31/3/1914)...... pastore (C42)
Gualano Matteo.......... (n. 28/11/1903)....... guardia privata
Guerrieri Carolina....... (n. 3/10/1915)...... ricamatrice (C20)
La Porta Giuseppe ...... (n. 6/4/1913)........ muratore (C32)
La Sala Matteo............. (n. 2/7/1910)........ agricoltore (C45)
La Sala Michele ........... (n. 20/10/1910)....... calzolaio-musicante (C30)
Leggieri Domenico ..... (n. 16/11/1923)...... stagnino (C17)
Leggieri Maria............. (n. 1/10/1914)........ casalinga (C13)
Lizzadro Matteo .......... (n. 30/5/1904)......contadino-cavapietre(C11)
Marchitto Carolina........ (n. 3/3/1912)........ coadiuvante agricola (C36-38)
Mimmo Michele.......... (n. 21/1/1916)...... ferroviere in Australia (C25)
Napolitano Antonio....... (n. 18/11/1915)....... fruttivendolo (C18)
Nardella Angela.......... (n. 4/12/1908)...... casalinga (C12)
Nardella Angelo.......... (n. 11/9/1915)...... muratore-cavapietre (C25)
Nardella Angelo.......... (n. 10/11/1921)....... carrettiere (C35)
Nardella Lucia............. (n. 24/4/1914)...... casalinga-contadina (C3)
Nardella Lucia............. (n. 6/12/1914)...... ricamatrice (C21)
Palatella Vincenzo ...... (n. 17/5/1907)......... sarto (C9)
Panunzio Giovanni........ (n. 21/11/1908)........ falegname (C40)
Parisi Pietro................. (n. 2/1/1907)........ pensionato (C4)
Pena Saverio............... (n. 1/1/1911)........ bracciante agricolo (C26)
Pitullo Antonietta........ (n. 18/3/1911)...... casalinga (C1-2)
Pitullo Grazia.............. (n. 2/2/1908)....... casalinga (C1)
Pomella Nicola............ (n. 22/5/1916)........ sellaio (C39)
Rendina Arcangela ..... (n. 14/7/1901)...... casalinga (C6-8)
Saracino Arcangela ..... (n. 31/1/1915). .....viticoltrice(C29)
Soccio Maria Lucia...... (n. 28/1/1903)...... casalinga (C16)
Tardio Luigi Antonio ..... (n. 13/4/1908)...... carrettiere (C39)
Tedesco Grazia........... (n. 23/2/1902).........casalinga
Tenace Rachele.......... (n. 16/4/1923)...... casalinga (C43)
Vigilante Arcangela .... (n. 13/10/1903)....... casalinga (C5)
Villani Antonietta........ (n. 26/2/1919)......... casalinga-commerciante (C15)
Villani Michelina......... (n. 31/3/1921)......casalinga (C10)

Il parto avveniva in casa con l'aiuto di una mammana e il neonato si teneva fasciato per sei mesi con panni di stoffa. Facevano parte del corredo del neonato la camiciola, la magliettina, le fasce bianche e a righe, i coprifasce, le cuffiette, le copertine e il velo per la culla. Al neonato veniva dato il succhiotto che veniva preparato riempiendo di zucchero un pezzo di stoffa, che era legato con un po' di filo e bagnato in acqua prima di farlo succhiare al neonato. Per la nutrizione, oltre al latte materno, si somministrava al bambino il pancotto con aglio e olio, utilizzato anche per lo svezzamento insieme all'uva e al melone. Il battesimo avveniva a breve distanza dalla nascita, di solito dopo otto-dieci giorni, perché la credenza popolare attribuiva al battesimo celebrato entro un mese dalla nascita il potere di salvare un'anima del purgatorio. Il battezzando, vestito con la veste candida, era portato in chiesa dalla levatrice e battezzato dal compare d’anello.
Le malattie più frequenti durante l'infanzia erano il tifo, la peritonite, la gastroenterite, l’ossiurìasi. I giocattoli dei bambini erano prodotti artigianalmente: trottole, bocce, carretti, cavallucci di cartapesta, fionde, aquiloni, bambole. Giochi diffusi erano la campana, la corda, il nascondino. La scolarità era piuttosto bassa. I ragazzi, appena potevano, aiutavano i genitori in campagna, imparavano un mestiere o andavano a giornata. Le ragazze, invece, imparavano a cucire e ricamare e lavoravano in casa.
Il giovane che voleva prender moglie passeggiava nelle vicinanze dell'abitazione della ragazza. A volte il domicilio veniva violato dal giovane che con la forza entrava in casa della ragazza imponendo alla famiglia il matrimonio. Diffusa era anche l'usanza della fuga consensuale e del matrimonio riparatore. Solitamente, comunque, il giovane mandava un intermediario presso la famiglia della sposa; cugini, amici, parenti, vicine di casa svolgevano questo compito e davano i primi consigli. Per il fidanzamento i parenti del giovane si recavano a casa della ragazza e usavano una particolare simbologia cromatica; una calza rossa e una celeste significava la prima visita a casa della sposa, una striscia rossa e una bianca era il segno della visita per il parentado. Alla futura sposa venivano intrecciati i capelli mentre sedeva sul moggio, come simbolo di abbondanza.
La famiglia dello sposo portava un completo di pettinini e forcine, chiamato cuncertine. Un altro rituale per chiedere la mano della ragazza consisteva nel portarle davanti alla casa un gran tronco, a significare l'accettazione la giovane portava il tronco in casa. Impegno di fidanzamento era anche il togliere lo scialle dalle spalle della donna. Il giovane usava inoltre cantare delle serenate, accompagnato da amici che suonavano nacchere, tamburelli, armonica a bocca e tamburo. In previsione del matrimonio veniva fatto il parentado e in alcuni casi, alla presenza del notaio, si compilava la carta dotale.
Il corredo era esposto in casa. Quello femminile era di solito a 8 o a 10, e comprendeva 5 pieghe, 10 lenzuola, 5 coperte, 20 camicie, 20 mutande, 20 paia di calze, 20 asciugamani, 20 coprispalle.
Il corredo maschile comprendeva cesti, tegami, pentole, teglie di rame, asciugapanni, mestolo, scaldaletto, graticola, braciere di rame, caffettiera di latta, catena per il camino (camastra) con dieci anelli, scolapasta di latta, cavalletti per sostenere il letto. Il corredo si sistemava nei cesti e si portava a casa; il letto nuziale era preparato dalla madre e dalla suocera. Al vestito della sposa provvedeva la madre del giovane, mentre la madre della giovane regalava allo sposo la camicia e la cravatta. Anche il pranzo nuziale era organizzato in casa, solitamente in quella dello sposo: c'erano donne che provvedevano alla preparazione del pranzo e altre che intrattenevano gli invitati con macchiette o strumenti musicali. A volte le feste duravano due giorni e la musica diffusa dal grammofono faceva ballare tarantelle e valzer. Era usanza il giorno dopo recarsi a pranzo dalla madre dello sposo e la sposa usciva di nascosto la mattina presto per andare a casa della suocera. La tradizione popolare ha elaborato doni e proverbi relativi al matrimonio e al rapporto tra suocera e nuora.

a) Mestieri tradizionali
Una panoramica sulle attività svolte da quella che era la popolazione attiva di S. Marco in Lamis nei passati decenni delinea mestieri legati al ciclo delle stagioni e alle risorse del territorio: pastori, agricoltori, fruttivendoli, mugnai, cavapietre, che vivendo in stretto rapporto con la natura, ne dipendono fisicamente; oppure mestieri trasversalmente collegati a questi per la produzione degli attrezzi, quali fabbri, falegnami, sellai, carradori, stagnini, Tra i mestieri legati al fabbisogno locale della popolazione sono stati rilevati quelli del muratore, sarto, orafo, calzolaio, in un contesto in cui le risorse locali soddisfacevano le esigenze legate al ciclo della vita. A questo riguardo le attività lavorative della popolazione femminile sono ugualmente significative: ricamatrici, tessitrici, magliaie, sarte, lavandaie che con il loro lavoro, per lo più integrativo del bilancio familiare e svolto tra le pareti domestiche, provvedevano alla biancheria e al vestiario, sia per il quotidiano che per le occasioni straordinarie, quali il matrimonio, il carnevale, le feste.
Per quanto riguarda invece il lavoro femminile, mancando completamente qualsiasi attività operaia, esso si orientava verso l'attività di coadiuvante agricola o verso attività inerenti alle esigenze della casa e dell'abbigliamento. Le bambine imparavano presto a ricamare, a tessere, a cucire, a lavorare a maglia, e trascorrevano l'adolescenza a preparare il corredo. Strumenti usati erano il telaio con i cavalletti per il ricamo, quello a due o quattro pedali per la tessitura o anche il telaio piccolo per ricamare a macchina, la navetta, il pettine, il subbio, il portagomitolo, l'arcolaio, l'aspo, il fuso, la macchina da cucire o per la maglieria. I punti principali ricamati erano l'intaglio, il filè e lo sfilato. Alcune donne poi continuavano a ricamare o tessere per integrare il bilancio familiare o si dedicavano all'insegnamento del mestiere di sarta o ricamatrice, prendendo presso di sé delle ragazze come apprendiste.
La maggior parte dei mestieri qui analizzati risultano oggi in via di estinzione: è stata rincontrata una sola presenza quanto all’attività dei carbonai, cavapietre, fabbri, falegnami, stagnini, sarti si è ridotto a poche unità. Altri mestieri sono scomparsi e tra essi quello del cardalana, dell'arrotino, del venditore di neve.
b) l'arredo della casa
c) L'abbiglamento
I capelli erano intrecciaci e raccolti sulla nuca con l'ausilio di forcine, perché questa acconciatura era adatta ai lavori domestici e agricoli, nel qual caso un fazzoletto proteggeva i capelli.
L'abbigliamento maschile era confezionato dai sarti, che utilizzavano tessuti chiari per gli abiti estivi e tessuti blu o marrone per gli abili invernali: si trattava di cappotti, giacche, gilè, camicie, pantaloni, in particolare alla zuava, indossati su biancheria lavorata in casa.
d) L'alimentazione
Il pane, così confezionato, durava per sette-dieci giorni e veniva usato dalla famiglia per preparare il pancotto: di solito, tozzi di pane bagnato e serviti con verdura, patate e legumi. Oltre al pancotto si usava molto cucinare la farina di granturco che veniva utilizzata in diversi modi: versata in acqua bollente con l'aggiunta di sale, fagioli, patate, grasso di maiale e olive, oppure, dopo averla bollita, arrostita sulla graticola e condita con l'olio, o, infine, ricoperta con una sfoglia di pane e cotta al forno. In occasione delle festività le donne preparavano crostoli e pèttole di Natale, e biscotti, taralli, propati e canestrelti a Pasqua.
e) La medicina popolare
La credenza del malocchio è connessa ad una serie di pratiche e oggetti per allontanarlo. Una donna, che sia esperta del rituale, versa in un piatto pieno d'acqua tre gocce di olio recitando una formula e segnando col segno della croce la persona colpita dal malocchio, La prima goccia di olio che si allarga conferma l’esistenza del malocchio, mentre il permanere del malocchio richiede la ripetizione del rituale per tre volte nella giornata. La formula può essere trasmessa solo nella notte di Natale. Oggetti tenuti in casa per difendersi dal malocchio sono il ferro di cavallo, il corno, la testina.
La medicina popolare ha elaborato rimedi contro le riniti, le emorragie, le infreddature e il carbonchio. L'influenza era curata con la santolina, l'aglio pestato e la menta. Per il morbillo e gli orecchioni si facevano impacchi caldi di camomilla. Olio e vino servivano per rimarginare le ferite: questo rimedio era definito 'medicina di Gesù Cristo'. Un disturbo intestinale tipico dei bambini, l'ossiurìasi, veniva curato da una persona al corrente del rituale, appoggiando le mani sul ventre, pronunciando una formula e facendo il segno della croce. La tosse era curata con il decotto di malva e il morbillo somministrando al bambino solo del latte.