Titta Rosa, Narratori contemporenei, 1921
Nato a Forlì il gennaio 1880.
Si addottorò in Scienze Sociali all'Istituto Cesare Alfieri di Firenze. Seguì la carriera giornalistica a Roma prima alla Tribuna, poi alla Patria e al Travaso delle idee quotidiano. Indi si ritirò nella sua Romagna. Per il Corriere della Sera viaggiò nell'Oriente Mediterraneo e nell'estremo nord d'Europa. Fu corrispondente di guerra durante la guerra libica. Durante il conflitto europeo, dopo aver prestato servizio militare, fu al Comando Supremo come corrispondente di guerra. Ha fondato e dirige una pubblicazione periodica per i più piccini: Giro, giro tondo.
Bibliografia
Novelle
L’Antica Madre, Licinio Cappelli Rocca S. Casciano 1900 (esaurito).
Anna Perenna, Treves, Milano, 1904.
I Primogeniti, Treves, Milano, 1905.
L'alterna vicenda, Treves Milano, 1907
Le Novelle di Ceppo, Quattrini, Firenze, 1909 (esaurito)
La vigna vendemmiata, Trevis, Milano, 1918.
Tre bimbe a vendere, Vitagliano, Milano, 1920
Un Segreto di Stelle, Vitagliano, Milano, 1921
Romanzi
Gli uomini rossi, Treves, Milano. 1904
Il cantico, Treves, Milano, 1908
L'ombra del Mandorlo, Mondadori, Milano, 1920
Il Cavalier Mostarde, Mondadori, Milano, 1921
Ahi Giacometta, la tua ghirlandella!, Mondadori, Milano, 1921
Versi
I canti di Faunus, Perella, Napoli, 1908
Storie di immagini, Istituto Editoriale Lombardo, Milano, 1915
Solicchio, Treves, Milano, 1916
Viaggi
II diario di un viandante, Treves, Milano, 1913
Da Comacchio ad Argenta, Istituto di Arti Grafiche, Bergamo, 1909
Il Gargano, Istituto di Arti Grafiche Bergamo, 1910
L'Arno, Alinari, Firenze, 1910
Paesi di conquista, Taddei, Ferrara, 1913
Monografie
Un tempio d'amore, Sandron, Palermo, 1910
Libri per ragazzi
Le gaie farandole romanzo, Bemporad, Firenze, 1907
L'albero delle Fiabe, Bemporad, Firenze, 1907
Le novelle del bosco e delle palude (fiabe), Sandron, Palermo, 1909
La signorina Zeri (romanzo), Mondadori, Milano, 1911
II Piccolo Pomi (romanzo), Bemporad Firenze, 1912
Marmitta (romanzo), Nugoli, Milano, (esaurito), 1914
Nunriante e le bestie, Nugoli, Milano (esaurito) 1914
La gaia Cachipoll (romanzo), Mondadori, Milano, 1920
Collaborazioni: Corriere della Sera (Milano); Gazzetta del Popolo (Torino); Resto del Carlino (Bologna); Messaggero (Roma); Tribuna (Roma); Idea Narionale (Roma) ecc.
La coronata
- Fiurlena Fiurlena - gridarono i giovanetti - discendi. Noi abbiamo dieci buoi, quattro campi di grano, ottanta pecore e sette giumente ben nutrite, tutto sarà tuo, discendi!
Un ampio riso, dalle quattro bocche felici, si partì a festeggiare il lieto aprile.
Fiurlena si affacciò nel sole. Ella si ravviava i lunghi capelli disciolti ed aveva le braccia nude. Col capo leggermente chino dal lato in cui il pettine scorreva fra l'aggrovigliata chioma bionda, sorrise alla gaia giovinezza che la chiamava per la via, con la primavera irrompente.
- O porta d'oro! - esclamò Ierem.
- O giglio dei grani! - disse Piòc. E Zara e Urlànd guardarono muti.
- Dove andate? - chiese Fiurlena.
- Alla fontana degli ulivi. E tu non vieni?
- No.
- Ma la corona sarà tua!
Fiurlena rise di un franco riso incredulo e soggiunse:
- Io sono povera come il palmo della mano e non ho vesti per adornarmi.
- Tu vincerai certamente! - proruppe Ierem.
E gli altri a coro: - Sì, certamente!
Fiurlena scosse il capo:
- No, no, la corona non la donate voi!
- Ma noi grideremo il tuo trionfo.
- E il vecchio vi farà scacciare dai suoi.
- Non potrà perché siamo più forti.
La giovanetta sorrise; annodò, sollevando le braccia in atto soavissimo, le belle treccie dietro la nuca, poi, appoggiate le mani sul parapetto della finestrella, si sporse alquanto col torso.
- Addio figliuoli belli.
- Non vieni con noi?
- No.
I 
Fiurlena si fece solecchio della mano; guardò, dietro le siepi, il gruppo che scendeva alla Fontana degli Olivi, poi si volse con indifferente riso e cantò una vivace canzone di trionfo che la sua bellezza le aveva composto per la voce dei giovanetti arditi che amore maraviglia ed esalta.
Ora, fra il popolo della Romagna, era anticamente una dolce consuetudine sacerdotale.
Era questa una preghiera degli uomini alla multiforme natura non avara di doni; una preghiera ai germi e alle zolle; alle nubi che celano grandi spiriti raminghi ed al sole irriguo che scaccia il sonno delle nevi e trionfa dalla lontana cuna, nel mare d'argento.
La più bella era la più amata; colei che adunava in sé il più d'amore umano e divino e dovea essere scelta al propiziare dei cieli, sui campi che racchiudono le speranze degli uomini.
Ebium era il vecchio sacerdote e da infiniti anni teneva il suo ufficio, tantoché le prime ch'egli aveva prescelto nei lontani aprili, avevan saputo già la stretta del lenzuolo d'amianto e la violenza del rogo; o si trascinavano curve, con rari capelli incanutiti.
Egli pure era cadente e magro e su la bruna pelle del volto e delle braccia le vene rilevate in fitta trama, pulsavano a pena. Ora, in quegli idi d'aprile, allorquando i giovani passarono sotto la sua casa per acclamarlo e seguirlo alla non lontana Fonte degli Olivi, Ebium aveva già indossata la lunga tunica vermiglia, su la quale, a bianchi ricami, erano raffigurati in nitido disegno il sole e le spiche del grano; ed aveva composto, con le violette che i fanciulli gli avevan recato a grembi la sera antecedente, la delicata corona che doveva posare sulla più bella fronte.
Alla garrula chiamata, egli si affacciò sulla porta sorridendo, appoggiato ad un suo lungo bastone che le verdi giade, mistici amuleti, adornavano in forma serpentina. Un fanciullo si fece innanzi con le mani tese. Indossava una breve tunica bianca ed aveva i lunghi capelli disciolti.
- Ebium - disse - quest'anno la corona tocca a me. Io la debbo portare.

Lungo la via, siccome i giovani cantavano il coro d'aprile per propiziare il sole nascente alle terre, coloro che il desiderio non aveva anzitempo svegliati, si affrettarono dalle lontane case per aggiungersi alla frotta festante.
Il sole era sorto, dietro la selva sacra ai venti turbinosi e, nella fresca mattina, i campi del cielo erano invasi da trilli e da richiami canori. Dalle gole gonfie di gioia, ad intervalli musicali, seguiva il coro soavissimo: Salvaci dalla fiera tempesta, aprile; Rendi ospitale la tua soglia ... La più bella fra le figlie di donna. La porteremo nel tuo letto odoroso, aprile ...
Era detta la Fonte degli Olivi, perché i placidi alberi argentini dal verde fruttice modesto la circondavano ombreggiandola. Dietro agli Olivi cresceva una spessa macchia di bossi, poi una selva di larici bianchi dai riflessi metallici. Il luogo, appartato fra gli alberi, aveva tutta la soavità dei ninfei silvestri perché non vi chioccolava se non una fontanella e vi si udiva il discreto sussurrio del fogliame il quale pare annunzi l'avvicinarsi del vento alle vergini selvaggie che sono irraggiungibili come l'ombra. Dietro la fonte si elevava, coronata da un ninfale argenteo, l'erma di una divinità sacra ai boschi.
Quando giunse Ebium fra il lieto coro primaverile, le giovanette erano già ad attenderlo sparse fra gli alberi, sedute o diritte in pose ieratiche. Chi aveva fra i capelli larghi fiori vivaci in intreccio mirabile sul viso bruno e sottile; chi nudo il seno e le belle braccia rotondette che non avean fatto corona attorno ad un capo ansioso; chi, dalla tunica un po' dischiusa lasciava intravvedere la squisita grazia di un fine malleolo e di una gamba statuaria; e si movevano con fruscii ed avevano risa brevi e voci passionali.
- Dolcissime! - gridò Ebium alzando il bianco bastone vivo di occhi di giada. - Aprile vi chiama!
E il coro:
- Aprile che porta il sorriso su ali infinite
E desta i grani nel grembo della madre pia.

In breve d'ora i due gruppi si trovarono di fronte; da un lato Ebium e tutti i giovani forti: cantori ed amatori; da l'altro le giovanette che attendevano con ansia mal dissimulata il giudizio d'amore.
- Padre padre padre! - ripeteron le fanciulle alzando le braccia - sacerdote d'aprile, stia lontana da te la sorella maligna, possa tu porgere la ghirlanda mille volte ancora.
E ne l'invocazione d'augurio si udirono in unica fusione, voci calde e argentine e trillanti e velate come da acque e pure come di cristalli sonori.
Il coro si tacque. Da parte a parte corsero dialoghi vivi di ammirazione; parole di invito e di desiderio e d'amore. Il sole era salito oltre i cespugli e le alberelle, sicché le ombre azzurrognole si eran dileguate ed era un incantesimo di luce e di verde sotto il gran sereno propiziatore.
Passavan le soavi parole:
- O stella dei mari, occhio di rugiada, foglia di timo e di menta, tu sei nata per darmi ipena! …
E dalle fanciulle:
- Ecco Ierem, la quercia dei monti, non v'è nessuno che abbia il suo portamento …
Sotto al sole, erano sfavillìi di gemme, bagliori di lini e trionfi di umana bellezza. Le tuniche vermiglie e violette e bianche e verdi come le messi primaverili, mettevano una gaiezza viva per l'aria in armonie varianti per il confuso andare; sì che i volti e le persone esili delle giovanette avevano, dai colori accordantisi come in rapida scala musicale, per sensibile ebbrezza, un risalto mirabilmente soave.
Quando Ebium alzò le braccia, le giovanette si disposero in due ali ai lati della Fonte degli Olivi; di fronte rimasero i giovani, il sacerdote ed il fanciullo che recava la corona.
Dal gruppo dei cantori, poiché l'istante della scelta si avvicinava, partirono incitamenti e consigli.
- Padre, guarda Marcia. Non v'è chi abbia capelli più biondi e persona più bella …
- Ebium Ebium, tu sceglierai Avlana dagli occhi di smeraldo. Le sue carni sono come latte ed il suo piccolo seno è di gigli …
- La corona sarà per Tùrtura. Essa è come una palma fra le compagne. Guarda gli occhi suoi neri, vecchio, e i suoi lunghi capelli …

Poi le fanciulle più prossime alla fonte mandarono un breve grido di sorpresa. Un movimento di nuova attenzione fece rivolgere gli sguardi nel punto della selva in cui pareva si disvelasse una nuova maraviglia. I giovani si tacquero; gli ultimi inviti morirono in lieve sussurio di curiosità.
E il sacerdote fu per parlare, ma si arrestò d'improvviso, che un senso di strana stupefazione lo vinse. Regnò il silenzio che accompagna i sùbiti contrasti. Dietro la fonte appoggiata lievemente col cubito e l'errma verdastra, stava Fiurlena.
Ella avea smosso in un attimo le fronde ed era comparsa là, come per incanto. L'acqua la rispecchiava tutta ed ella era tutta nuda con la gran chioma disciolta da cui il sole traeva intensi riflessi metallici. E rideva di un suo tranquillo riso.
Il sole passando sulle sue rosse carni, le avvolgeva come in gelosa carezza. Dalla fine caviglia al breve seno turgido, per le anche soavi in armonica curva, per il ventre teso e bianco e le spalle leggermente spioventi e la vita esile che parea dovesse troncarsi nel fremito del respiro, era ella di un'armonica bellezza insuperabile - fiore di soavissima grazia, nato alla gioia e del pensiero e del senso, dai misteri dell'essere.
L'acqua la rispecchiò ed ella volse intorno gli occhi lenti conscia dello spasimo ch'era per irrompere in un grido dai giovani petti dei cantori.
Ebium prese la corolla dalle mani del fanciullo e la posò sulle chiome bionde di Fiurlena. Poi fece cenno alle danzatrici le quali, incrociando tralci d'edera e di mirto e corone di rose, attorniarono la vincitrice.
Tutto intorno i cantori, i giovani delle alte terre, dalle persone possenti, dagli occhi accesi come gemme sogguardarono nell'ansia muta del desiderio. La bellissima adolescente fu cinta, sì, dall'impetuosa canzone della giovanezza; ma l'aprile, per quella volta, non s'ebbe la sua preda.
(Anna Perenna).
Renato Serra [*], Scritti critici, La Voce, Società Anonima Editrice Roma, 1919
Le illustrazioni che accompagnano questo bel brano di (e su, di Prezzolini) Renato Serra, sono prese da l libro LITHOGRAPHIES D'APRÈS LES PRINCIPAUX TABLEAUX DE LA COLLECTION DE S. A. S. MONSEIGNEUR LE PRINCE CONSERVATEUR, stampato a Bruxelle nel 1829. Gli autori delle litografie sono enunciati nel libro; ma questo richiede troppo lavoro e il lavoro stanca ... Le litografie sono state fatte tra il 1500 e il 1600.
Di questo volume sono state tirate copie
venticinque su carta distinta numerate
che si vendono al prezzo di lire 6 ciascuna.
Antonio Beltamelli [**]
Ma per parlare della sua arte queste date non contano niente. Tutta l'opera di Beltramelli par nata dalla stessa ispirazione, in un sol giorno. L'impronta è unica, in tutte le pagine.
O stile o maniera o altro che s'abbia a chiamare, è pure una nota particolarissima, alla quale una scrittura sua si riconoscerebbe a colpo d'occhio, fra mille. Dire in che propriamente consista, e di che, è più diffìcile; e io non saprei rappresentare l'impressione mia se non con l'impressione che mi resta alla lettura di una poesia voltata in una prosa, da un'altra lingua.
Si sente un disagio, una scontentezza indefinita; pare una musica sorda, soffocata dentro uno strumento imperfetto: c'è qualche cosa che è fuor di posto, fuor di tono, qualche cosa di oscuro, che vorrebbe giungere alla pienezza dell'espressione, e non può.
Ora molte volte mi son chiesto se Beltramelli non scriva per avventura le cose sue prima in bellissimi versi, d'una lingua ch'io non conosco; e poi le volti o le faccia voltare, in prosa italiana; qualche volta bene, altre volte mediocremente, più spesso molto male. Bene o male, è sempre una traduzione; che riesce per eccellenza inadeguata. L'anima dello scrittore traluce come in uno specchio torbido. La dovizia dei vocaboli è grande, copiosa, eletta; ma non ha qualità espressiva propria.
Pare che il traduttore li abbia sostituiti un poco materialmente a quelli dell'originale, senza rendersi troppo conto della loro convenienza; talora s'è fidato troppo al caso, all’orecchio. Parla dell'arrubinarsi di un viso; dell'aggricciarsi dei capelli: di “un folle popolo che si affolla e si accarna ... “.
La sua intenzione è ottima, ma io temo molto che debba menarlo all'inferno. Egli riprende i motivi che non gli sembrano sviluppati abbastanza, e li commenta lungamente, affastellando le frasi sulle frasi, le metafore sulle metafore: alla fine ogni cosa è diluita in un brodo lungo di luoghi comuni, di astrazioni, di vernici generiche.
(Me ne capita sott'occhio una fra cento, Pujàn: “Il giovane taciturno, la scure scintillante, l'aspro grido della vittoria umana su la natura selvaggia”).
E poi ha la malinconia filosofica; di tratto in tratto interrompe il discorso per introdurre qualche sentenza; non abbandona una descrizione, una scena, una persona, senza aver soggiunto con quel suo tono d'oracolo una riflessione che vorrebbe esprimere la intima essenza delle cose, fissarne quasi per l'eternità l'anima e la ragione suprema. Non basta ancora: quando ha bene commentato e filosofato, egli si piace di abbellimenti minuti. La sua prosa gli pare ancor troppo sciatta, in paragone dei versi di cui gli giunge la lontana melodia, e ricomincia a adornarla: qui trova un nome senza aggettivo, e glie lo rende: qua apre una parentesi per una piccola descrizione di qualche accessorio dimenticato; aggiunge un po' d'oro e un po' di vermiglio alle tinte; arrotonda, lustra, rassetta.
Io non giurerei che le cose vadano proprio a questa maniera: ma son sicuro, che se andasse così, ne nascerebbe qualche cosa di molto simile a quanto abbiamo dinanzi. E valga il vero. Questo è un ritratto di fanciulla.
“Ell'era bionda, ell'era come il sole di maggio. In lei era il sorriso delle albe infinite, il balenio dei gioielli, il saettare della fìamma; ardente a un tempo e queta, impetuosa e mite; due estremi confini chiudevano l'anima sua e, nel segreto tesoro, era ogni sentimento ed aspro e squisito. Chiara a somiglianza dell'alabastro era Fiora d'Vurlàn, alla quale ogni parola d'esaltazione formava spontanea corona come a termine fisso”.

Non la bella figlia ci appare, ma alcuna sua qualità astratta, sorriso, balenio, ardore; illustrata con immagini molto generiche. Alla fine una cosa semplice è detta con ricercata solennità. Eppure, non si può dire che l'insieme sia brutto: o almeno, non è volgare.
Nella stessa novella la visione di Fiora addormentata sorge alla fantasia di un innamorato.
“Non eran forse in quel riposo aspettante le dolcezze delle albe prime? (Questa è la battuta, che chiude la strofe della visione; si sente la pretesa e la vanità. Poi riprende con lirica abbondanza).
”Frutto di more, soavità di biancospino, profumi di giardini e di vigne, e candori d'alabastro, tutto sarebbe stato suo ... “.
Ormai, la maniera si vede; osserviamola in un saggio più pieno.
Le “belle figlie del mare” son parte principale di una novella, il Gioco, dove si vedono prender diletto gaio e crudele di un povero mostriciattolo. Il poeta le presenta così:
“Andavano a gruppi le gioconde figlie del mare e delle sabbie ardenti, a stuoli numerosi che la pesca è un'opera grave! Partivano al levarsi della diana, seminude coi brevi capelli disciolti, e, poiché l'aurora saliva nei cieli erano su la spiaggia a gettare le reti”.
È il preludio; date le abitudini dello scrittore, è abbastanza misurato. Ma il calore crescerà a mano a mano. (Mi contento di sottolineare qualche particolare dove il buon traduttore si dimostra più ingenuamente).
”L'energica vita le aveva rese agili come fiamme guizzanti, forti come tanaglie e non v'era gagliardia ch'esse temessero”.
Noto soltanto che quelle immagini di fiamme e di tanaglie sono nate dall'aggettivo: che, sulla carta scritta, ha nascosto le fighe del mare.
“Sotto il vento, sotto le grandi tempeste passavano indifferenti, le chiome scompigliate, superbe nella perfetta linea della loro magnifica persona”.
La bella immagine risorge; e con essa un desiderio di rappresentarne tutta la bellezza nel canto, un ardore che si esalta a un tratto e prorompe con foga vasta.
“Gaie e selvagge; dal colore del grano e delle arene e del ferro; dai candidissimi denti che ponevano, sul vermiglio delle tumide labbra e sul tono caldo del volto, improvvise dolcezze nel sorriso che trasfigura (!); passavano come le procellarie dal volo possente, tutta animando l'amara vastità della landa e la verde solitudine del mare. Nel loro cuore era la placida indifferenza dell'infinito e, negli occhi, il saettare della luce”.
“Gole d'oro, ocelli di smeraldo, verdi, vivi di bagliori metallici, esse cantavano, come in maschia sfida, dall'aurora ai pallidi crepuscoli, ininterrottamente a simiglianza del grande mare del quale erano figlie; cantavano al piacere, all'offerta, senza la vereconda ipocrisia delle vecchie fole”.
Qui c'è, almeno fino a un certo segno, vita, movimento, splendore; il poeta ha quasi vinta la mano al traduttore. Ma non è questi uomo da restar molto al di sotto; si rifà subito, con uno dei suoi commenti più mirabili, muovendo da quella nota astratta, “il piacere, l'offerta”, così malauguratamente accennatagli.
“L'amore era il miglior frutto della terra, esse lo sapevano e lo stimavano esaltandolo. Così ai loro occhi di belle, libere fiere, tutto, che non fosse sincrono alla loro forza di vita, appariva detestabile e doveva essere distrutto. Ogni energia superiore è come un vortice nel quale le cose miserande scompaiono”.
Parole non ci appulcro. Cito ancora, dove mi par di sentire strider la penna del traduttore alla goffa chiusa, ma piccola descrizione.
Si parla della pastora di Cerbiatta.
“Ella contava le stelle: tante notti serene, stesa su l'erba, all’agghiaccio, vicino alle bianche pecore che mettevano un languore ne l’oscurità, s'era divertita a contare le stelle e ne aveva contate a centinaia, poi s'era addormentata con qualcosa di bianco nel pensiero: con una inconscia leggerezza di spirito, fra le corolle che le si curvavano sul viso, ed aveva sognato di volare”.
Questa è la poesia nella sua purezza. Io ricordo, da una novella di Daudet, un'altra notte deliziosa, d'un pastore e d'una fanciulla, all'agghiaccio, col profumo delle pasture intorno e il fresco delle stelle sul viso. Ma non la invidio; e qui forse son qualità di poesia più lieve, più alta.
Consoliamoci ancora un poco. È un'altra notte; non tanto sentita dentro l'anima questa, ma offerta con semplicità alla gioia dei nostri occhi; una notte di primavera.
“Devila si scioglieva i capelli, alla luce lunare, per evitare le malìe del maggio. La vedevo eretta in un quadrato di puro argento e vedevo le sue chiome farsi opache e il profilo di lei accentuato da un albore diffuso; dietro e, più lontano era la trama di una siepe e l' incrociarsi di qualche rama in fiore”.
Il traduttore qui non si rivela se non a quell’accentuato; e forse all'uso costante di introdurre le immagini con una nota generale (ponendo non le rame che si incrociano, ma l'incrociarsi delle rame). Se non si rivelasse mai altrimenti! Ricordo una descrizione della pineta d’inverno, a lume di luna.
“Un bianco mantello di bioccoli e diamanti, di lane, di cristalli, di gemme aveva disteso su tutti i rami, su ogni piccola foglia, per interminato cammino, la galaverna. Folgoreggiò la foresta, fatta quasi più viva in quel lumeggio di cristallo (e parve un immobile mare acceso dall'apparizione del piccolo mondo morto che la legge eterna sospinge con noi verso ignote costellazioni).
Qui vedete il poeta e il traduttore: l'uno ha veduto lo spettacolo con occhio puro e 1'ha ritrovato mirabilmente nelle sue parole leggere: l'altro ha trasportato tutto questo un poco rigidamente in astratti, ha aggiunto una sua parentesi - io l'ho segnata sulla carta - esornativa [02], s'è provato a rialzare il tono alla fine ... Ma non è riuscito a disperdere l'incanto.
Questa qualità di espressione, che anche per pochi esempi ha potuto rappresentarsi nettissima ad ogni occhio, non è una particolarità, come si sarebbe detto un tempo, formale, accidentale; un difetto che si possa togliere ... Tutte le operazioni dell'arte di Beltramelli sono ordinate ad essa. Se ci si pensa mi poco, si capisce che non potrebbe essere altrimenti. Dal modo com'è scritta sola una pagina si può comprendere quale sia in lui il novellatore; l'osservatore di uomini e il descrittore di paesi; il celebratore della Romagna.
***
È un paese, dove alle solitudini alpestri succedono le pianure, popolate di immense città, e poi le amare lande interminate, le foreste millenarie. È un paese vasto e selvaggio; il mare lo circonda urlante, livido, con le ignote voragini. Le cose vi appaiono come trasfigurate da una luce apocalittica; hanno bagliori foschi e sanguigni, iridescenze portentose; ad ora ad ora si rivelano nel lume roseo dell'aurora, o nel lividore spettrale di un lampo che squarci la tenebra. Un esempio solo. Una città, che porta il nome di Ravenna, vi appare “come un'enorme muraglia frastagliata, fusa nel più solido metallo di fronte al cielo vesperale, luminoso di rossi violenti ... Le sue alti torri erano come antenne nere, accennanti un saluto al mare ... Io vidi la Taciturna coronarsi di immobili incandescenze per i fuochi del sole ... “.
Essa è anche
”la terribile città nascosta in fondo agli orizzonti, Ravenna cupa, circondata perennemente da un'immensa turba di uomini che la fame sogguarda e il mistero assedia”.

V’hanno fra loro esseri strani; creature tra il pazzo e il selvaggio, che vagano senza posa mai e senza comunione con l'uomo, per le selve e per le lande; altri che han perduto quasi l'uso della parola e delle facoltà umane, e vivono come fauni in fondo alla foresta. È una folla di solitari; gente che vive in capanne perdute, che si nutre dei frutti della terra, o piu' campa di caccia e di pesca; strani filosofi naturali, come Rabièl, “il semplice filosofo dalle inesauribili amarezze ironiche”, “che scrutava il pensiero delle bestie” e “andava sempre a capo scoperto in omaggio a sua madre: la Terra; in onore al Grande Spirito: il Mistero”; come Maraviè, il saggio della landa, che “il giorno andava a visitare i malati e la notte guardava le stelle” come tanti altri, cenciosi, vagabondi dai piedi nudi e dalla misteriosa sapienza, stregoni e indovini di virtù non umana, figli della solitudine e del silenzio di cui rendono fra gli uomini le voci con apologhi e 
La religione ha una parte suprema nella vita di queste tribù. È una specie di paganesimo mistico, di naturalismo orgiastico. Essi vivono in comunione profonda con la natura; ne adorano le potenze, ne celebrano i fasti con fervore assiduo e violento. Una strana mitologia si rispecchia nei loro discorsi; con oscure allusioni al Grande Spirito che vive nella Casa dei Tuoni (il cielo): ad animali misteriosi, come Nigar, il Corvo che conosce le origini dei mondi, e la serpe Amstrèss (mi striscio): a cento altri fatti ed esseri strani. Ma sopra tutto adorano il sole, le stelle, la terra, li invocano con nomi religiosi, li cantano in canzoni svariate, dal ritmo oscuro, che hanno insieme dell'inno e della preghiera. Il sole è invocato “anima dei grani, signore dei sorrisi, signore delle stelle, grande vecchio dei cieli … “; la luna “corpo ferrigno, anima di bambace, sorella luna ... “.
Altri inni, altri canti vanno alla primavera, all'amore, alla divinità del mare. Cerimonie speciali festeggiano le stagioni con solennità di danze, di musiche, di orgie. Il culto ha anche una parte magica, più segreta, per cui si vincono le malìe imponendo i corpi affatturati ai roghi innalzati in mezzo alle dune, o facendo recitare alle turbe versetti e formule virtuose, o suonando musiche secondo gli antichissimi riti. Questa gente porta dei nomi simbolici e pittoreschi. Le donne si chiamano Nuvola, Gelsomino, Alloro, Allodola, Rossa di Splendore; gli uomini Ardito, Vincitore, Olmo, Meravigliato, Velluto, Sicuro, Sole; i bimbi Cardellino, Azzurrino ... Si apostrofano col patronimico solenne; - Senti Gabriele di Glafira, e tu Zurdana di Era, e tu. Ombra di Telespar! - Singolari in ogni altra cosa, negli atti, nei nomi, nei visi, nei riti, non sono meno singolari nelle parole. Parlare è una delle occupazioni principali della loro vita; per quanto l'autore ce li soglia rappresentare in principio muti, in posa di severità assorta. Parlano dunque con un linguaggio immaginoso e fiorito, tutto di metafore, di sentenze, di enimmi. Si sentono, fra contadino e contadina, frasi come questa “Svegliati ... nube del mare, viso di perla ... “; oppure “addio, occhi di fumo; addio, suora di Cristo!”.
Si potrà dire, al più, che egli ha messo, per bizzarrìa, nomi romagnoli a certi sfoghi tra lirici e romantici e fantastici del suo animo riscaldato dalla lettura. E forse avrebbe potuto con effetto più verisimile collocare le sue finzioni nelle praterie, dove vivevano un tempo gli eroi di Fenimore Cooper o di Gustavo Aimard c'è tanta somiglianza fra quei poetici Pellirosse e le tribù beltramelliane! Viso, nomi, costumi, mitologia, linguaggio, pose e fioriture fantastiche; senza i moccassini e il ciuffo delle penne in capo, ci sarebbe da scambiarli. Se non che il poeta nelle sue creazioni è libero. Ha voluto servirsi del nome di Romagna? E Romagna sia. A patto, s'intende, che non s'abbia a prender sul serio, come una testimonianza della nostra terra bellissima e cara. Che testimonianza non v'ha in ciò d'altro che della infelicità dello scrittore, della sua insufficienza a osservare e rappresentare nettamente. La realtà gli sfugge.
Delle cose resta nella sua mente solo un'ombra informe, una impressione vaga e astratta. Egli s'affatica a realizzarla; se così posso dire, vorrebbe esprimerla in tutta la pienezza; e non riesce ad esprimere se non lo sforzo suo vano e la pretesa e l’impotenza. Egli è sempre e sopra tutto un poeta tradotto in prosa, come dicevamo inadeguatamente. Il lirismo oscuro della sua anima, i suoi ardori di passione di eroismo e di magnificenza riescon sulla carta figure d'uomini e di paesi; e gli uomini son fantocci e i paesi sono scenari di cartone. Egli è l'uomo di tutte le contraddizioni e di tutte le stonature. Scrive delle novelle, ma non sa novellare. I suoi racconti non hanno né ordine né economia né svolgimento; le sue favole non hanno né consistenza logica né interesse drammatico. Sono descrizioni, o meglio pretesti a descrizioni.
Quando la descrizione dei personaggi e dei luoghi è finita, anche la novella è finita. O se qualche cosa segue, è un altro quadro, un'altra descrizione; una successione di visioni staccate, come lampi che squarcino la notte e rivelino col breve splendore gli oggetti fissati in una immobile posa. Inoltre la descrizione è poetica, cioè intesa a soddisfare i bisogni e i desideri del poeta. E come questi bisogni sono oscuri, ma generali, e in quel che rendono le qualità o i caratteri del suo lirismo immutabili, la loro impronta sulle cose e sugli uomini è inevitabile e monotona.
Infine, è un romantico; non meno violento che ingenuo. Dovrò io dimostrare anche una volta tutto quel che c'è nella sua arte di coreografìa e di dismisura? Gli eroi, tipi convenzionali ed eterni, della bruttezza, della bellezza, della forza o della miseria; il tragico destino che li avvolge; la qualità portentosa dei loro dolori, dei delitti, delle passioni; l'eccesso dei chiaroscuri e delle antitesi; l'enfasi delle descrizioni e delle tirate; e quell'accento ispirato e quella posa di vate e di filosofo; quella tumultuosa signoria infine del temperamento lirico su tutte le cose, non son questi i segni, o se volete, gli scenari e i ferri vecchi del romanticismo?
Romantico è il suo paganesimo: nella mistura bizzarra degli antichissimi miti della terra latina (non certo della Romagna) con reminiscenze letterarie modernissime; nel contrasto fra un sentimento della natura squisito nativo con la goffaggine preziosa e spettacolosa dei riti e delle orgie, che dovrebbero simboleggiarlo.
Romantico anche quel che meno sembra; per es. lo sfarzo della lingua e l'artifìcio accademico dell’elecuzione, in cui si sfoga l'odio del volgo, la posa aristocratica e fastosa, il bisogno di singolarità che sono in fondo di ogni natura romantica.
I vocaboli rari e i periodi numerosi sono qui un poco come il gilet rosso e la berretta di velluto dei primi cavalieri del romanticismo francese.
Ma romantica sopra tutto in lui è la tensione e l'accensione poetica, nella quale, così come nel cieco abbandono alla foga della torbida ispirazione, è da vedere la ragione ultima della sua maniera.. E la maniera è unica per tutto. Regna ugualmente nelle novelle, e nei libretti descrittivi, dove l'immagine della città o del paese traluce come incerto miraggio in mezzo agli inni e alle parabole; e nei romanzi. Non parliamo del Cantico, dove i soliti procedimenti fanno dei pescatori di Comacchio una schiera di comparse da operette, tragiche, selvagge e ridicole; di Roma una specie di Babilonia delle maledizioni dei profeti biblici.
Se non che qui la maledizione ha avuto il suo effetto, e travaglia libro e lettori col flagello delle descrizioni implacabilmente estetiche; innanzi al quale ogni interesse, della parte autobiografica e di confessione, vien meno.
Ma gli uomini rossi sono una rappresentazione, che vorrebbe riuscir nuovamente satirica, dei repubblicani di Romagna. E come satira valgon poco; poiché l'autore ha troppo voglia di descrivere e troppo si lascia andare a spiegare le ragioni e magari a far la teoria scientifica del carattere romagnolo. La sua fantasia è troppo accesa od enfatica per esser gaia. La fata ironia consola più volentieri la povera gente, che della sua condizione mortale accetta tranquillamente ogni disgrazia, che non i vati e gli eroi, stirpe divina: e Beltramelli era forse, o voleva essere, troppo in alto per riceverne i doni. Così egli è condannato a prender tutte le cose sul serio; a far del bello stile, delle antitesi, delle tragedie, ma non a ridere mai, con la fantasia o con la parola. Ma nei limiti d'una rappresentazione un poco carica ed esagerata del vero.
Gli uomini rossi hanno qualche grazia non volgare. Cercando lo spirito e l'arguzia, l'autore ha trovato almeno la semplicità: si è contentato di accennare, di abbozzare. Certe figure come il cavalier Moscardo, Bortolo Sangiovese, il gruppo degli anarchici; certe scene come il banchetto e l'inaugurazione del monumento al naturalista; pur non superando di molto il pupazzetto convenzionale o la cronaca, acquistano, dallo stile accademicamente, ma sobriamente fiorito, un sapore non comune e non ingrato. La materia non è trasfigurata tanto da perdere ogni segno proprio e ogni interesse: ma abbastanza per riuscirci, in quel tramutamento tenue e bizzarro di cose tutte famigliari, piacevole.
V’ha poi una scena al castello degli Elei, su nell'Alto Appennino (“in quelle solitudini dove non si udiva se non il muggir delle mandre e le grida che mandano i venti passando nel loro viaggio vertiginoso”), degna di speciale ricordo.
È la prima notte di due timidi adolescenti, su cui la paura, alitando notturna nelle vecchie sale del castello, opera quel che solitudine e amore insieme non aveano saputo. Alle linee e alle figure leggere manca solo un tocco, un alito, un nulla per uscir libere e vive dagli ultimi ritegni della maniera. Né questa scena è sola. Ma dovunque la mano dell'artista ha avuto ventura di calcar meno insistente, dovunque un'esile trama o reale o fantastica può rivelarsi, pare che una grazia particolare l'accompagni.
Ricorderò la novella di Pirigiuli, il campanaro che rinnova, non senza efficacia propria e forse con più gentilezza psicologica, la difformità e l'amore di Quasimodo [07]. E se lo spazio mi consentisse vorrei mostrare la bellezza, non importa se disuguale o imperfetta, del Gioco, dove indimenticabile è la visione delle belle pescatrici danzanti in una limpida mattina torno torno al povero gnomo attonito, nella gaiezza serena e crudele della loro gioventù trionfante. Vorrei ricordare la figura del vecchio novellatore che incanta i bimbi con le vecchie fole.
Sono tre belle figlie della montagna, votate dal padre a perpetua verginità che le consuma; e scendendo per guarire alla marina di Cervia il dì di S. Lorenzo, il mare è galeotto alla loro voglia d’amore. La rustica avventura non perde il suo sapore romagnolo, di visi e costumi e paesi colti dal vero che ci è più famigliare; ma pur dalla sostenuta e talora squisita eleganza del narratore, acquista gentilezza; e l'idillio, nella grande spiaggia piena di sole e di risa e di gioia, ha una felicità, che oserei dire poetica. Le stonature, e sieno pure stridenti, non bastano a spegnerla. Infine, meno felice forse, ma più significativa di tutte, ricordo la novella Alle porte del cielo.
Il tono del racconto per la prima volta si trova che conviene all'argomento. È una scappatella di ragazzi, i quali han creduto a quelle porte del cielo, di cui contavan loro le fole, e giù dai loro monti, come in fantastica avventura, sono discesi un bel giorno fino ai limiti della pianura, fino alla pineta, dove le porte del cielo si aprono veramente per le loro piccole anime curiose: e mostrano il mare.
In questa pagina di ricordi infantili è naturale che ogni cosa, anche piccola e comune, risorga come nuova, grande e strana in vista; con quello splendore che dopo la prima volta nessuno di noi ha saputo più ritrovare, trasfigurata quasi, in una luce di sogno e di nostalgia. Ma tutta l'opera di Beltramelli io vorrei dire che è nata così; da una nostalgia di sogno infantile!
Le montagne e le lande e il grande bosco misterioso di cui egli ci narra, dovettero alcuna volta apparire all'occhio meravigliato di un fanciullo. In quell'età in cui tutto è nuovo e miracoloso, in cui basta un campo di terra nuda, e un rio, e un ciuffo di salici o di robinie a render nella piccola anima l'impressione di ogni infinito di lande e di acque e di selve, egli visse certo, fanciullo muto e assorto in qualche parte più selvatica della nostra terra, dove il monte è più aspro, dove la pineta è più folta. In quei luoghi, fra gli uomini d'aspetto e di parola rude, che sorgevano intorno a lui come ombre gigantesche, egli vide ciò che dal cuore non gli doveva cadere mai più.
Gli toccò forse - e qualche traccia ne traluce dalle sue pagine - una giovinezza solitaria e chiusa? In cui gli ardori dell'animo o dei sensi lo consumavano silenziosi e segreti, in cui l'uso e l'esperienza delle cose reali gli mancò, e realtà per lui fu quella che il violento desiderio gli fingeva? E forse il mondo interiore gli scemava voglia e potere di mescolarsi al commercio comune; e forse il senso della sua solitudine in mezzo al mondo reale lo spingeva a esaltarsi più fortemente nella visione interiore; e tutti gli impeti e le forze del suo sangue e della sua giovinezza erano dentro lui come un fuoco, che in quelle fantasie consumava oscuramente il suo caldo e i suoi bagliori.
Tutto questo gli cresceva dentro una piena di lirismo tanto più torbida e bollente quanto più il silenzio e la solitudine valevano a far fioca la voce, che avrebbe dovuto sfogarlo. Alle quali disposizioni e qualità dell'artista se s'aggiunga che molto probabilmente egli non ritrovò se stesso, con lenta e tranquilla ricerca, nella consuetudine di una cultura vera; ma forse si riconobbe, con improvviso stupore, nello specchio delle più vili scritture moderne, nelle prose decadenti, preziose, simboliche, estetiche e peggio s'è possibile, sì che in quei modi e in quello stampo gli proruppe il torrente della poesia che nel suo animo non aveva né forma né nome, alla fine io credo che l'arte di Antonio Beltramelli ci sarà rappresentata in un modo molto simile al vero.
E ne sorgerà, anche nella nostra mente, un'immagine un po' oscura, un abbozzo confuso, il cui profilo non è netto, in cui l'impronta del viso non si riesce a distinguer chiaramente. Ma tale è lo scrittore; a cui le qualità e le virtù abbondano per riuscir grande, ma l'eccesso quasi di esse e il confuso tumulto lo fermano a mezza via. Nulla dalla natura par che gli manchi; se non la felicità.
La bellezza gli resta ribelle; non cede al suo desiderio se non rara e fuggitiva; più spesso par che irrida i suoi sforzi vani, o lo inganni grossamente, con immagini false. Ma non importa. Noi vediamo - ed io ho posto ogni cura in rilevarli senza riguardo - i difetti, le disuguaglianze, le goffaggini; e sentiamo insieme che tutto questo procede da un'origine non volgare, da un'ispirazione pura, anche quando i più vili mezzi la aiutino a manifestarsi. Sien pure vecchi e falsi e frusti gli artifìci; a lui sono nuovi, e nel suo ardore è come se li ricreasse per sé.
La sua retorica è violenta, dicemmo, ma ingenua; e questo lo salva. La poesia si sente nelle sue pagine come un dio che è fuggito; ma l'aura del suo passaggio ancora non è venuta meno.
Si fermerà alcuna volta?
* Da claudiogiunta.it di Matteo Marchesini Su Renato Luigi Giuseppe Giulio Serra (Cesena, 5 dicembre 1884 - Monte Podgora, 20 luglio 1915)

Il risultato di questa inappartenenza è una forma appena larvata di nichilismo. Di qui l’isolamento: che si rivela allora tutt’altro che astratto, e anzi complice di un clima storico molto preciso. Se Serra è diventato un mito, è anche perché ha espresso con accenti indimenticabili le angosce comuni a una generazione orfana delle certezze dei padri - una generazione che si sente “sciupata” prima che bruciata, e che per non consumarsi invano cerca anzi disperatamente una prova del fuoco capace di strapparla alla palude della rassegnazione, a una corrosiva tisi ideologica. Contro il senso sempre più vertiginoso di gratuità, i suoi intellettuali provano a definire un irraggiungibile ubi consistam: e ne deriva un aut aut già esistenzialistico, fissato in maniera esemplare da Michelstaedter e da Lukács.
Da una parte, Serra parla quasi come un tolstoiano, e giudica la guerra un puro fatto insensato - fatto certo enorme, e tremendo, che l’uomo non sa dominare, ma che a sua volta non riesce a dominare l’uomo fino in fondo. Può distruggerlo, è vero: non però trasformare la sua identità, né il ritmo millenario della vita: “non cambia nulla, assolutamente, nel mondo. Neanche la letteratura”.
Dopo queste constatazioni, infatti, non solo arriva ad accettare la guerra, ma addirittura - lui sempre inappartenente - vi aderisce, ansioso di affrontare un trauma che chiuda finalmente la bocca a una letteratura percepita ormai come parassitaria o perfino oscena, e tuttavia inasportabile dalla propria esistenza quotidiana. Serra immagina qui che i soldati in marcia, senza più fede né in Cristo né nella nazione, possano raggiungere comunque una paradossale comunione nell’insensatezza, pronta a rovesciarsi nel suo discorso in una forma di assurda speranza. Non è vero, insomma, che la guerra non cambia niente, se calma le angosce consuete in un’angoscia così definitiva da autoannullarsi, e se permette di abbandonare senza rimorsi una routine culturale o politica ormai logora. Ecco dunque la crepa, la sfasatura: da un lato si riconosce che il conflitto imminente non ha senso, e dall’altro si affida a questo nonsenso una funzione redentrice. Allo scettico stoicismo si mescola così un orgoglio sinistro, che l’autore stesso considera letterario, ma che presto - a riprova che la letteratura può essere tutt’altro che innocua - pagherà insieme a molti con la morte.
E già da un aldilà sembra venire questo Esame, come del resto altri saggi di Serra. Parte del loro fascino sta infatti in una finzione purgatoriale, in un tono dove l’eco dell’Ottocento umanistico scivola nel cupio dissolvi del Novecento eliotiano.nPer chi vede così la realtà, anche l’arte si riduce a un velo trasparente davanti al nulla. Perciò Serra finisce per interessarsi, più che ai testi in se stessi, alla condizione esistenziale in cui ci si trova mentre li si legge. In questo senso, come ha osservato Alfonso Berardinelli, più che un critico l’autore dell’“Esame” è un “critico della critica”, e forse un poeta della saggistica. Attraverso le sue panoramiche, le sue note occasionali e i suoi ritratti, costruisce una delle più suggestive autobiografie individuali e generazionali della nostra letteratura moderna; e lo fa, cosa decisiva, in una prosa dove le sottigliezze del ragionamento sono inscindibili dall’aura lirica.
Qui sta la forza, ma insieme la debolezza di Serra. Perché scivolando con aristocratica nonchalance dai testi ai contesti, finisce per promettere più di ciò che dà, anche sul piano di quella analisi stilistica in lui spesso piuttosto suggerita che concretizzata. E d’altra parte, il suo personaggio-critico è così credibile, che il lettore gli si affida ugualmente volentieri, attratto almeno quanto insoddisfatto dalla sua fascinosa inappetenza.
Tuttavia, le divagazioni “atmosferiche” serriane non hanno sempre la stessa forza poetica: e gli scorci paesistici, con le loro acquerugiole autunnali, le foglie al vento, e l’uggioso cielo romagnolo che di là dai vetri rischiara appena la pallida luce della biblioteca, spesso non sembrano di buona lega. Sono più efficaci i ritratti, dove l’artista dipinto si dissolve a poco a poco nell’uomo. Si veda ad esempio il saggio su Pascoli, o la spietata pietas dantesca con cui Serra omaggia il mite e svaporante carducciano Severino Ferrari: “egli dura accanto al poeta come l’ombra presso il corpo; che non può stare senza questo e non si può capire”. E a proposito del “corpo”, cioè del vate Giosuè, straordinario è il profilo che Serra dedica a lui e a Croce in Per un catalogo (1910). “Con uno”, sostiene alludendo all’autore dell’Estetica, “si può parlare di tutto; con l’altro no (…) Il Carducci ha delle angustie che Croce non conosce”.
Eppure, dice Serra, “il giudizio di lui, anche nell’ira, investiva la mia persona come un raggio di luce, ne fermava il carattere con pochi tratti scultori; mi sento signoreggiato”.
Dentro i suoi limiti magari antiquati, ogni cosa suona “vera”. Il che spiega perché il giovane critico, malgrado non riesca più a credere alla religione delle lettere, ma solo a tributarle un malinconico omaggio, continui a sentirsi vicino al vecchio maestro “in tutto quel che più mi importa, nel leggere un libro e nel tollerare la vita”. Sebbene a un’altra latitudine poetico-emotiva, sotto questi aspetti la sua opera si situa su un terreno già delimitato da Carducci. Come lui, Serra oscilla tra l’analisi ravvicinata della forma e la “confessione” etico-umorale; e come lui, pur essendo dotato di un cervello molto più filosofico, oppone alla critica delle grandi tragicommedie concettuali la nota filologico-autobiografica e il commento asistematico, ossia “qualche segno sui margini” dei libri, per dirla con la sua consueta ostentazione di trascuratezza.
Ma a volte, lo si è visto, questi segni diventano poi formidabili ritratti, di relazioni oltre che di soggetti; e altre volte, lo sguardo elegiaco e distante con cui Serra sembra essere nato al mondo gli ispira dei virtuosi pezzi panoramici. E’ il caso di Le lettere (1914), una mappa della letteratura italiana d’inizio anni Dieci che descrive il tramonto della civiltà umanistica nell’industria culturale.
Sono gli anni delle avanguardie e delle riviste militanti; eppure Serra registra qui una immutabile impressione di sazietà e di noia, come se tutto fosse la piatta ripetizione di un déjà-vu, rotta al massimo da qualche chiassata effimera e pubblicitaria. Gli ultimi autori significativi sono per lui quelli che appartengono già alla storia: oltre a Carducci, Pascoli e Verga.
Ma se i pontefici della cultura primonovecentesca si mostrano già composti nella loro bara di aspiranti classici, il tempo nuovo non annuncia neppure per il futuro analoghe figure a tuttotondo. Inizia l’epoca degli agit-prop alla Papini, paragonati dall’umanista Serra ai Franco e ai Doni, cioè agli spregiudicati poligrafi rinascimentali; oppure dei massimalisti etici, inibiti da un dramma interiore autentico e tuttavia ambiguo come quello di Jahier, di cui ci è offerto un notevole ritratto. E inizia, soprattutto, l’epoca della produzione in serie. Molti hanno imparato a scrivere meglio, ma mancano le eccellenze, e vince la mediocrità.
Col mélo verista di Luciano Zuccoli, “lo scrittore ridotto a macchina”, e anzi a “una macchina per far dello Zuccoli”, cioè subito trasformato nella caricatura di se stesso, trionfa la novellistica “anonima” per la stampa, cucinata secondo una ricetta che a un vago aroma di Maupassant mischia un lessico dannunziano, dialoghi verghiani e sentenziosità alla France. Poche le eccezioni, che Serra liquida in fretta.
Nemmeno la poesia gli dà gusto. Lascia cadere appena qualche osservazione acuta su Palazzeschi, che proprio perché lavora su una base culturale più labile potrebbe andar più in là dei suoi compagni; ma alla fine, come Croce, pensa che oltre a Di Giacomo il solo o quasi ad aver scritto dei versi durevoli sia Gozzano. In senso lato, però, il vero poeta è secondo Serra il prosatore Panzini, autore di “qualcuna delle novelle che si scordò di scrivere il Carducci”. E’ una scelta miniaturistica e provinciale, che sembra giustificare in un circolo vizioso la sfiducia del critico nella società letteraria. Davanti al campo lunghissimo del suo sguardo svogliato, tutto si rimpicciolisce e livella: così, Pirandello non sembra meritare più attenzione di Beltramelli o Brocchi; e i poeti nuovi come Saba, che stampavano allora dei capolavori, vengono giudicati en passant generici e sbiaditi.
Non sono difetti da poco. Li indicò mezzo secolo dopo Luigi Baldacci in un essenziale panorama della critica novecentesca, sottolineando quanto c’è di inattendibile nel mito di Serra; ma che fosse ancora un mito resistente lo confermò subito Sapegno, rifiutando d’inserire il saggio baldacciano nella storia letteraria Garzanti per cui era stato concepito.
Irritante, per i decani di allora, era anche la scelta di opporre a Serra Giuseppe Antonio Borgese, a lungo considerato, secondo una vulgata diffusasi proprio a partire da una pagina delle Lettere, l’alfiere di una critica sorda ai “particolari”, approssimata e oratoria. Baldacci dimostrò invece che mentre Serra si sdilinquiva su Panzini, Borgese si occupava della grande letteratura europea, e lo faceva con risultati robusti.
Questa opinione, poi ripresa da Massimo Onofri, è più che condivisibile. Ma al di là del caso Borgese, qualche ragione Serra l’aveva, quando lamentava l’abuso delle formule a effetto. In una pagina delle “Lettere”, del resto vicina a certe future polemiche di Baldacci, osservava ad esempio che “lo schema della nostra critica (…) è il dramma spirituale”, dove l’individualità delle opere si dissolve in un racconto di astratte battaglie ideali, e dove si finisce quindi per dar conto con lo stesso tono e taglio dei problemi posti da Dante e da Amalia Guglielminetti. Oggi, cento anni dopo, abbondano gli studi sui sensi allegorici del Nome della rosa, s’insegna all’università il rapporto tra il vero storico di Manzoni e quello dei Wu Ming, e alcuni accademici mandano le saghe della Ferrante a braccetto coi Viceré del ben diversamente appartato De Roberto. Non c’è quindi bisogno di insistere sull’attualità dell’osservazione.
** Dalla Treccani www.treccani.it /enciclopedia/antonio-beltramelli_(Dizionario-Biografico)/ Antonio Beltramelli.
Renato Bertacchini, Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 8, 1966
Anna Perenna rimane una delle opere giovanili più significative del Beltramelli. La scelta del tema, cioè la Romagna, descritta con passione epico-lirica, poteva sembrare puramente regionalistica e tale da collocarsi sul piano di ritardate esperienze verghiane e dannunziane; sennonché proprio queste due suggestioni, dannunzianesimo e regionalismo, aspetti abbastanza tipici e caratterizzanti di quegli anni, venivano integrate con il gusto realistico di una tematica campestre e plebea, che andava oltre gli stessi presupposti folcloristici, per diventare piuttosto liricamente soggettiva e mitologica.
Così, dietro la guida di una antica ninfa o dea latina, Anna Perenna, nella raccolta omonima di novelle, il B. conduce l'esplorazione di una Romagna riarsa dal sole, come perduta in certo stupore panico e naturalistico, arrivando a scoprire costumanze primitive e grandiose: la sacra festa dell'agosto e l'incontro gioioso e taumaturgico con l'Adriatico (nella rustica avventura de Le figlie di Judèc); il rito vindice che ancora vige nei paesi vegliati dalle montagne e vuole spenti i traditori e le spie (e vede consumarsi la tragedia di Biarù in La spia); con figure di pastori e pescatori che nella loro selvatica rudezza assumono volto e proporzioni da semidei (nel gioco di una dionisiaca e magica trasfigurazione che investe Il dio degli uomini rudi, Il Fauno, Il vecchio della landa, Il campo delle biscie); con vampate di passione, irruenze elementari e tremende che animano i personaggi, dalla vendetta di Ardì pescatore in La nave rossa alla foga d'amore dei tre fratelli per la bellissima Anzula nei Ciechi; dalla breve e mortale dolcezza di Arabella in La cerbiatta a quella sensibilità così scoperta e acuta che uccide Azurèn, il piccolo cantore di La tribù.
Ancora ambienti e gente di Romagna entrano nel primo romanzo del B., Gli uomini rossi (Milano 1904), contemporaneo di Anna Perenna.
Del 1905, edita a Bergamo, è l'inchiesta Da Comacchio ad Artegna. Le lagune e le bocche del Po, che centra il problema della pesca di contrabbando e mette a fuoco il contrasto di due categorie, quella delle "guardie vallive" e quella dei "fiocinini". Su dati di ambientazione simili si costruisce il romanzo Il Cantico (Milano 1906), specie nella prima parte, che tratteggia la vicenda di Duccio della Bella, il quale abbandona il misero impiego di avvilito travet, per il mestiere rischioso e libero del "fiocinino", del pescatore di frodo nelle valli di Comacchio.
In questa prima parte del Cantico, così diversa dalla seconda, sullo sfondo di una Roma corrotta, biblicamente maledetta, che ricalca il peggiore estetismo dannunziano, il paesaggio nebbioso della laguna, tra le ombre sinistre delle "casone" e i canali, al tempo delle prime burrasche novembrine, risulta per molte pagine tradotto direttamente e giornalisticamente dal vero.
Le prime prove del B. giornalista e narratore, se registrarono un buon successo di pubblico, lasciarono in gran parte diffidente o almeno perplessa la critica. Tanto che, ancora nel 1908, dopo l'avvenuta pubblicazione di Anna Perenna, di Gli uomini rossi e del Cantico, Renato Serra in un saggio famoso poteva rimproverare al B. l'esuberanza descrittiva e lo pseudorealismo, compromesso per di più da uno stile volontaristico e inadeguato.
Il fervore avventuroso che lo spingeva, in qualità di giornalista e di inviato speciale, a lunghi viaggi europei ed extraeuropei (come redattore viaggiante del Corriere della sera pubblicò dal 1907 al 1910 corrispondenze dalla Norvegia, dalla Grecia, dal Nord Africa, che costituiscono il materiale di alcuni suoi libri, da L'ombra del mandorlo a Fior d'uliva), la molteplicità sempre entusiastica delle esperienze che lo faceva rivolgere contemporaneamente alla poesia (con i Canti di Faunus, Firenze 1908, e Solicchio, Milano 1913) e al teatro (con Le vie del Signore, ibid. 1926) contribuirono a farne un convinto interventista alla vigilia della guerra mondiale e quindi, scoppiato il conflitto, ufficiale e valoroso combattente.
Due opere in questo senso restano significative e pertinenti: il romanzo Il Cavalier Mostardo (Milano 1922), come prosecuzione del giovanile Gli uomini rossi, e il volume liricamente biografico su Mussolini, dal titolo L'uomo nuovo (ibid. 1923). Per quest'ultimo, per il profilo evocativo del "duce", né migliore né peggiore di tante altre monografie su Mussolini destinate poi a moltiplicarsi nel ventennio, e del quale la stampa del regime sopravvalutò la portata, basterà ricordare il giudizio osannante e clamoroso di V. Piccoli, che, nel leggerla, ripensava "di pagina in pagina a Tiziano o a fra' Galgario", e per la violenza di certe espressioni credeva di dover ricordare la "somma potenza espressiva del Buonarroti".
Per Il Cavalier Mostardo e L'uomo nuovo non mancò al B. il riconoscimento e il plauso di Mussolini. Militante nei ranghi del partito fascista, console della milizia volontaria per la sicurezza nazionale, firmatario nel 1925 del manifesto degli intellettuali fascisti promosso da G. Gentile, il B. diventò uno dei maggiori e più qualificati rappresentanti della cultura protetta dal regime. Anche se una sincera passione per l'arte gli salvarono certa dignità e indipendenza letteraria, unitamente a un senso pessimistico della vita, sofferto e irriducibile.
Romagnolo fu il temperamento dell'uomo, romagnola la sua personalità. Tipicamente romagnola anche la sua prediletta dimora quella celebre "Sisa", una vasta costruzione a mezza strada tra Forlì e Ravenna, in frazione Coccolìa, che poteva sembrare una specie di Capponcina dannunziana, per certi abbellimenti, certe rifiniture e arredi bizzarri, in stile tra romagnolo e nipponico, ma rimaneva in realtà una robusta e vecchia casona della piana, schiettamente romagnola, con gli epigrammi, i distici, i motti dipinti dal faentino Luigi Emiliani.
Tra il 1922 e il 1925 i suoi soggiorni alla "Sisa" si fecero più frequenti. Qui, nei suoi possedimenti romagnoli, lo scrittore "fascista" viveva mesi di solitudine, con un sincero compiacimento per il suo ruolo di gentiluomo-agricoltore; e alla "Sisa", nel 1925, portò Yoshiko-San, una giapponese che diventò sua moglie.
Il quinquennio che precede la morte del B. è un periodo di intensa attività. Direttore de La rivolta ideale (1925-1926), organo ufficiale della "Gioventù universitaria", fondatore e condirettore de Il raduno (1927-1928), settimanale dei sindacati fascisti degli autori e scrittori, redattore ordinario per le lettere del Popolo d'Italia, il B. scrisse tra l'altro due nuovi romanzi diversamente importanti, e che valgono a definirne ulteriormente la fisionomia: Fior d'uliva (Milano 1926) e Gli Antuni. Il passo dell'Ignota (Milano 1927).
In Fior d'uliva, come del resto nel precedente L'ombra del mandorlo (ibid. 1923), fa le sue prove estreme un B. di maniera, distratto dietro situazioni preziosamente estenuate, amori viziati da uno pseudo-estetismo languido e corrotto; il tutto complicato da un insopportabile commentare e ricommentare episodi, gesti e figure, nella pretesa di sublimarli come fatti eccezionalmente riservati ed eletti. Diverso e senz'altro migliore è Il passo dell'Ignota. Ancora un romanzo a sfondo politico, che riprende la polemica contro il socialismo dilagante nelle campagne. Qui la cronaca diventa più viva, i personaggi e gli ambienti sono meglio delineati. Certo, i socialisti delle leghe sono sempre presentati dalla parte dei "cattivi", ma le loro gesta precipitano nella narrazione diretta di alcuni forti e realistici episodi.
Questo è il migliore B., che tratteggia figure vigorose e patriarcali di uomini romagnoli, che sa abbandonarsi alla figurazione gentile di fanciulle e di bimbi. Il B., dietro la nostalgia di un sogno perenne, riesce a placarsi, a redimersi in una sorta di limpida castità espressiva. Questo si può dire anche per tutto un gruppo di libri nati dai suoi interessi per la letteratura infantile (da ricordare anche in questo senso, la fondazione e direzione del Romanzo dei piccoli, 1913-15, e del Giro giro tondo, 1921-24); libri delicatissimi e schietti dedicati ai fanciulli, da L'albero delle fiabe (Firenze 1910), al Piccolo Pomi (ibid. 1915), da Le gaie farandole (ibid. 1921) a La Signorina Zesi (ibid. 1921).
Nominato accademico d'Italia per la sezione lettere il 18 marzo 1929, morì a Roma l'anno successivo, il 15 marzo 1930.

01 Dalla Treccani Heinrich Heine. Poeta tedesco (Düsseldorf 1797 - Parigi 1856)

07 Dalla Treccani Salvatore Quasimodo.
Avviato agli studi tecnici, apprese poi da sé le lingue classiche; dal 1941 al 1968 insegnò letteratura italiana nel conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Formatosi nel gusto della poesia ermetica, dopo iniziali riecheggiamenti ungarettiani e montaliani, trovò appropriata espressione alla sua densa e dolente sensualità in trepide visioni di terre, acque, stagioni, in un'aura arcanamente memore di metamorfosi e di miti (Acque e terre, 1930; Oboe sommerso, 1932; Odore di Eucalyptus ed altri versi, 1933; Erato e Apollion, 1936; Poesie, 1938; Ed è subito sera, 1942, in cui confluirono le raccolte precedenti); e successivamente, con l'approfondirsi di quel senso a coscienza del dolore, in evocazioni più aderenti alla realtà storica e sociale, dai modi sempre elegiaci ma più articolati ed effusi, anche se insidiati talora da cadute nel prosastico (Giorno dopo giorno, 1947; La vita non è sogno, 1949; Il falso e vero verde, 1956; La terra impareggiabile, 1958). Negli ultimi anni di vita intraprese molti viaggi in Europa e fuori d'Europa che gli suggerirono diverse composizioni di Dare e avere (1966), la sua ultima raccolta, che è anche un testamento spirituale. L'ossessionante incontro con la morte (già affiorante ne La terra impareggiabile) è un evento dal poeta avvertito come non lontano nel tempo per il peggiorare delle sue condizioni fisiche (“Non ho paura della morte, / come non ho avuto timore della vita”). Ne deriva soprattutto un distacco dalla materia quotidiana e dalle occasioni contingenti che possono aver ispirato le singole liriche. Al graduale affrancarsi del suo linguaggio dallo stretto analogismo iniziale contribuì la sua assidua opera di traduttore dai poeti greci e latini (Lirici greci, 1940; Il fiore delle Georgiche, 1942; Dall'Odissea, 1946; Edipo re, 1947; Canti di Catullo, 1955; Fiore dell'Antologia Palatina, 1958). Curò anche alcune traduzioni da Shakespeare, e compilò un'antologia della Lirica d'amore italiana, dalle origini ai nostri giorni (1957) e un'altra della Poesia italiana del dopoguerra (1958). Un complessivo cenno a parte, inoltre, meritano varie introduzioni prevalentemente dedicate a opere di artisti contemporanei (ma non manca una su Michelangelo), nonché quelle ai volumi della collana «Poeti italiani contemporanei» diretta dallo stesso poeta. Da ricordare anche i volumi Scritti sul teatro (1961), Il poeta e il politico e altri saggi (1967), Poesie e discorsi sulla poesia (post., 1971), A colpo omicida e altri scritti (post., 1977).
(Da Varietas, Milano, ottobre 1905, pp. 459-463)
Scendevo da Monte Sant'Angelo verso la Selva Umbra che sorge nel cuore del Gargano, in una solitudine corsa unicamente da uno scarso popolo di pastori e di carbonai; m'era compagno di cavalcatura un barocciajo che mi s'era offerto quale guida nell'interno del promontorio, percorso da sentieri rupestri e da poche vie mulattiere; scendevo in silenzio verso la profonda Valle delle Rose,dominata, ad oriente, dall’erta cresta su la quale si eleva Monte Sant'Angelo, la bianca città sorta, nei secoli, intorno alla caverna sacra all’arcangelo San Michele.
Rompeva l'aurora negli estremi cieli; innanzi a noi alcuni carbonai cavalcavano verso la selva non lontana.
Ci fermammo ad una fonte al principio dell’aspra valle animata da qualche vigneto e da poche case, le ultime che si incontrano sul cammino; un pastore s'era fermo a dissetare il suo gregge. Aveva un gregge di pecore tutte nere, dagli occhi gialli; erano agili come cerbiatti. Quando mi vide tolse un suo secchiello che teneva appeso alla cintura, lo appressò alla fonte e mi offerse da bere, sorridendo. L'atto di squisita cortesia ci rese amici in un battibaleno. Appresi così gli antichi insegnamenti che i popoli pastori si tramandano da immemorabili età. Il mio vecchio parlava volontieri, senza diffidenza, quasi dicesse ad un figlio le cose imprescindibili alla vita errabonda di chi non è signore se non della via sterminata.
- E vedi, signoria, diceva fissandomi negli occhi, ora che la rugiada è ancora sul serpillo e su la menta, non le faccio pascolare le pecore mie, ché ne morrebbero, e cammino sempre col sole alle spalle, perchè il sole acceca le pecore e le fa morire di consumamento.
Stretto in una massa compatta stava il gregge immobilmente attendendo una voce di avvio del suo signore per riprendere qualche sentiero verso le lontane macchie. Osservai come qualche pecora dondolasse il capo senza posa, quasi volesse sbarazzarsene.
- Le ho segnate, disse il pastore notando la mia attenzione, domani forse salirò a Monte Sant'Angelo per venderle. Sono vittime del Laùro.
E mi descrisse poi il nano maligno che si compiaceva di simili scherzi.
- E' alto così, due palmi, non più; veste sempre di velluto nero e porta un gran cappello alla calabrese, coi fiocchi. E' capriccioso, vano e cattivo. Se fosse un gigante avremmo a temerlo! Se tu gli chiedi quattrini ti regala dei cocci, e se gli chiedi sabbia t’empie le mani di belle monete d'oro. Ho veduto gente che il Laùro ha arricchita, gente che non possedeva un grano di sabbia e che mangiava la farinella (Nota). E io lo conosco il piccolo mostro; una volta prese ad odiare la mia cugina e le era sempre attorno e non le lasciava pace mai, né giorno, né notte. Passava presso una macchia? e il Laùro l'afferrava per le gonne e la faceva cadere; tentava dormire? non aveva appena chiuso gli occhi che il nano maligno le si sedeva su lo stomaco e le dava l'incubo. Una persecuzione, un malanno! Un giorno Cajèla viene ad incontrarmi e mi dice: "Vecchio, io non posso reggere, io me ne vado". Non potevo dirle: "No!" Risposi: "Fa ciò che credi", ed ella decise cambiar casa. Quando fu per andarsene, aveva già posto tutte le masserizie sue sul traino, ricordò di aver dimenticato una scopa e tornò in casa per prenderla; ma non era appena apparsa nella stanza vuota, che eccoti sbuca fuori il Laùro, le si pianta innanzi e le dice: "Questa la porto io. Andiamo alla casa nuova!" Tu non lo crederai, signoria, fu tale la guerra del nano che la povera figlia ne morì.
"E i suoi dispetti? Molte volte entra nelle stalle e toglie l'avena ad un cavallo per darla ad un altro; oppure li lega insieme per la coda o per la criniera o li tosa in un modo strano che fanno ridere. Perchè è anche buffo e vuol ridere ed ha una bocca larga come un otre.
Però ha paura; ha paura dei morti. La notte del 2 novembre, quando tutte le povere anime dei morti appajono vestite in bianco recando grandi torcie accese e si aggirano in fila come un serpente sterminato, il Laùro piange e trema e corre a nascondersi sotto le sottane delle donne. Chi vuol chiedergli un favore conviene attenda quella notte; allora fa tutto ciò che gli si domanda.
Molte altre cose avrebbe dette il buon vecchio loquace se avessimo voluto ascoltarlo; ma la via era lunga e difficile. Quando si allontanò pe' suoi sentieri remoti, udii la sua voce cantare, quasi sul ritmo dei campanacci delle guidajuole, una dolce nenia antica:
"Di te sonn ‘ammurate
l'acqua di ‘sta fonte
ch'ogne malate sane..."
E ci avviammo verso l'antichissima selva.
***
Se v'è un paese prediletto dalla varietà, questo è il Gargano, il promontorio rossigno che si lancia nell’Adriatico per settanta chilometri, formando lo sperone d'Italia. Dalle campagne di Manfredonia corse dai grandi trattùri(che son le vie degli armenti) fiorite dalle selvagge macchie dei fichi d’India, squallide in parte, nella loro desolata vastità, alle altitudini di Monte Sant’Angelo, la città che, a 890 metri sul livello del mare, domina l'intatta compagine dì tutto il promontorio; dagli incanti della Selva Umbra alle miserie del Lago di Lesina e del Lago di Varano, nei quali la febbre fa strage; dalla Riviera di Rodi, che supera incomparabilmente le bellezze della Riviera Ligure, ai bianchi scogli di Vieste, la bella abbandonata che si trova a sedici ore dalla ferrovia in una zona in cui fa capo una sola strada carreggiabile; da Santa Maria di Merino, a Porto Greco, a Mattinata è un panorama continuamente diverso che si presenta al viaggiatore il quale voglia avventurarsi in un paese civile che non possiede ferrovie ed alberghi; che ha poche strade e pessime diligenze; che è isolato dal mondo ed è caro quanto Genova! Il viaggiatore che voglia chiuder gli occhi su gli inconvenienti su citati, sarà compensato ad usura dalle sensazioni che potrà raccogliere. Io non dimenticherò mai il Gargano, per quanto v’abbia conosciuto insetti nemici, osti imbroglioni e cibi indigeribili. Ciò non è poco, ma, si sa, tanto più si apprezza un bene, quanto maggior sacrificio vi è costato. Il problema più grande è quello del dormire. Su per giù, nel resto d'Italia, ogni persona che viaggi è abituata ad aver la sua piccola tana col suo giaciglio più o meno comodo, nel quale può riposare da sola o, se vuole, in compagnia di un amico o di una amata; al Gargano, no: vige laggiù la legge patriarcale, la legge di fratellanza universa e conviene farle buon viso.
A Vico Garganico, un ameno paese che sorge fra selve di aranceti, fra boschi di olivi e domina una corona di colli ridenti che muojono sul mare di zaffiro, a Vico Garganico poi che chiesi di una locanda, mi dissero di rivolgermi a Baldassarre, il quale, a quel che mi parve, era un personaggio famoso in tutta la regione. Quando gli comparvi innanzi in un'innominabile tana che serviva ad un tempo da cucina, da negozio di generi diversi, da trattoria e da porcile (v'erano alcuni audaci suini che si ficcavano fra le gambe di tutti), mi squadrò con quel fare sdegnoso che hanno un po' tutti nella regione, e mi chiese che domandavo: «Da dormire!» risposi. Egli mi fece un cenno di assentimento, accese una lucerna arcaica e si avviò per una scaletta di legno, così stretta e così scivolosa, per il sacro sudiciume che la ricopriva, che mi convenne reggermi al muro per non ritornare ruzzoloni al punto dal quale ero partito. Salimmo e, per un labirinto di anditi bui, sbucammo in una grande soffitta. Un insopportabile fetore mi tolse quasi il respiro; ma non ero giunto fin laggiù senza aver provati già tutti gli agguati di madonna loja!
Quando alla scarsa luce della lucerna potei scorgere tutt’intero l'ambiente nel quale mi trovavo, poca non fu la mia meraviglia nel vedere otto o dieci letti messi tutti in bell'ordine, uno vicino all’altro come in un dormitorio pubblico, e nel vederne più della metà occupati da persone, delle quali, allo scarso barlume, non potei ben definire il sesso. Come mi incamminavo per andar oltre, Baldassarre mi guardò levando la lucerna e mi chiese con quel suo tono confidenziale che avrei tanto volontieri contraccambiato con un onesto scapaccione:
- Dove vai?
- Nella camera che ti ho chiesto.
- Tu mi hai chiesto da dormire.
- Ebbene?
- Se vuoi dormire, dormi qui: c'è un letto laggiù.
E tese un braccio ad indicarmi un lurido giaciglio che scompariva quasi sotto le travi. Stanco com'ero, non pensai a protestare; d'altra parte sarebbe stata opera perfettamente inutile. Seguii il mio giudice che s'era avviato innanzi. Durante la traversata ebbi ad incontrare, proprio in mezzo alla soffitta, una terracotta, che non era precisamente un'opera d’arte, posta là pel disbrigo degli affari comuni. Ah dolcezze dei sognati falansterî, io vi ho conosciuto troppo da vicino per potervi amare! Mi gettai, vestito com'ero, nel miserabile giaciglio, e fra il russare degli ignoti masnadieri che mi dormivano a lato ero quasi per prender sonno, allorché una salva di fucilate mi fece balzar su le coltri, con gli occhi sbarrati.
Qualcuno, che era vicino a me, si rivoltava nel suo giaciglio grugnendo. Accesi un fiammifero.
- Che cosa fai? mi chiese un vecchio ceffo che sbucò dal letto vicino al mio
- Non hai udito?
- Ho udito, e con questo?
- Ma a chi sparano?
- Sparano alle civette, che Iddio ti consumi! Lasciaci dormire.
Il giorno dopo seppi che è consuetudine degli abitanti di un'intera contrada uscire nel bel mezzo della notte e sparare tutti insieme agli uccelli notturni per tenerli lontani dalle case.
***
Di simili consuetudini molte ne potrei raccontare se lo spazio me lo permettesse, come potrei raccontare le delizie di una notte trascorsa alla cella Diana su gli scogli di Vieste (e ciò per mia elezione, ché preferii la libera aria del mare all'ospitalità di una lurida cameraccia); ma inoltriamoci un poco nella selva selvaggia che fra monti e vallate si estende solitaria per un’estensione che supera i tremila ettari. Io non ho visto mai bellezza maggiore. Come ci internammo per i difficili sgarugli che percorrono la selva e si perdono a volte fra i rovi, e serpeggiano e scendon le valli scoscese per lanciarsi ripidissimi su per i monti opposti, provai ciò che sia la compiuta sensazione dell'isolamento. Il sole penetrava a pena fra il fitto intrichìo delle chiome arboree; eran qua e là barlumi d'oro fra le rame, tremolii di luce, scintillanti penombre, piccole trame ed aghi di sole che passavan rapidi nell'azzurra oscurità per punteggiare tratti del suolo come il dorso di un leopardo; e quanto più il sottobosco s’infittiva, quanto più annose e spesse di frondame eran le alte piante, tanto meno la luce trovava facile via al cammino; in certi punti si era in una perfetta penombra corsa solo dai suoni speciali che si odono nelle selve, suoni che dettero già origine ai mille numi abitatori delle foreste. Ora è un fruscìo che giunge di lontano, passa, è sopra ai nostri capi, si disperde; era uno scricchiolìo lieve come di foglie secche rotolanti al vento di autunno; ora un rimbombo lontano come di un'acqua che si incaverni muggendo; ora un fremito, un grido, un rapido trascorrer di peste, uno schianto di rame nell'impeto di una corsa; i nostri sensi, come nella notte, percepiscono con tale intensità, nell'isolamento della selva, ogni suono, da trasformarlo, da ingigantirlo e renderlo pauroso a volte. Il non poter vedere, il non poter rendersi esatto conto di nulla, lascia libero il campo alla fantasia e alla paura. Ebbi a persuadermi poi come i carbonaî che praticano la selva siano superstiziosi fino all'esagerazione. Ne incontrammo un gruppo in una radura: lavoravano in silenzio intorno alle loro buche; vestivano il costume del Gargano; erano giovani belli e forti. Ci soffermammo a conversare con loro per qualche tempo. Come chiesi al più vecchio della compagnia se avesse conosciuti i fratelli Fraccaroli (gli ultimi briganti del Gargano), mi guardò aggrottando le ciglia e rispose: «Erano cugini miei!» Poi, dopo una pausa: «Li hanno presi perchè abbandonarono il bosco. Qua dentro non avrebbero perduta la loro libertà!». Ed è vero. Più di mille uomini furono sguinzagliati alla caccia dei feroci banditi e per varî mesi non riuscirono a catturarli; solo quando sentirono il bisogno di riaccostarsi a Monte Sant'Angelo, quando vollero rivedere i loro luoghi, caddero nell'agguato e furon condotti prigioni. Chi non sia nato nel luogo, difficilmente può conoscere tutti i sentieri, i meandri, i rifugi della selva che si estende per chilometri e chilometri sopra un terreno montuoso e difficile; i nativi vi son padroni, i forestieri prigioni.
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Molti non penseranno che in Italia vi possano essere ancora interi villaggi di capanne intessute unicamente di cannuccie palustri; eppure al lago di Varano ne esistono ancora e completano l'aspetto strano del paese. Su la diga che divide il lago dal mare e che i nativi chiamano Isola, si elevano caratteristiche capanne divise l'una dall’altra da una cannicciata: sono abitate dai pescatori. Tali capanne comprendono un solo ambiente. Alle pareti sono appesi reti, fiocine e varî arnesi da pesca; in un angolo è il giaciglio; in mezzo alla stanza un focolare, e nel soffitto un'apertura praticata per dar libera via al fumo; una tavola e qualche sedia: questo l'arredamento. Vidi in quel singolare paese che sia mai il malanno della febbre; vidi creature macilenti, gialle, inebetite; vidi fanciulli seminudi, dai ventri enormi sì che parevano piccoli otri più che esseri umani; vidi l'abbrutimento del male, l’incoscienza dell’orrore, la dolorosa rassegnazione alla morte. E la terra è bella, è ricca, florida, ubertosa e pare nasconda incomparabili tesori; ma fra i lenti canali, nell'inavvertito impaludarsi delle acque, fra i biodi e la stipa, sui fondi grigiastri dove si snodano, tremano, si allungano le viscide alghe, è lo scarno viso della febbre, il viso dagli occhi terribilmente lucenti, dalle avide labbra che si schiudono in un delirio di insaziata concupiscenza.
Tanta miseria è fra tante bellezze. Il Gargano, la terra sperduta che pochi sentono nominare, la terra delle selve, dei giardini, degli aranceti, alla quale un intero popolo volge il suo pellegrinaggio annuale per la fede nell'Arcangelo che vi apparve, si domanda ancora se la civiltà, della quale sente favoleggiare talvolta, non sia il più lontano fra i miti od il più inverosimile fra i sogni.
E non ha torto.
Antonio Beltramelli


Laggiù fu relegata da Tiberio, nell'anno settimo di Cristo, Giulia nipote di Augusto e moglie di L. Giulio Paolo, convinta di adulterio. In quella solitudine la povera donna visse vent'anni e in quella solitudine morì. Carlo Magno, per motivi che ci sono ignoti, relegò alle Tremiti, Paolo Warnefrido, più noto 
Vico Garganico sorge alla cima di un colle ed è circondata, come Rodi, da ricchi aranceti. 
I colli, ricchi di aranceti, di vigne e di olivi, le formano intorno ricca corona. Possiede parecchie case di bell'aspetto e di buona architettura.
Da Vico proseguo per Ischitella e Carpino.

Carpino, che è senza alcun dubbio il paese più sporco e più selvatico del Gargano, giace sopra un'altura a sei chilometri ad est dal Lago Varano; verso il centro della regioen garganica. L'aria vi è saluberrima.
Il primo ricordo che si abbia di Carpino risale al 1176, allorquando fu dato in dotazione da Guglielmo II a sua moglie Giovanna. Fu feudo dei Della Marra, ad uno dei quali Ferdinando I d'Aragona diede facoltà di poter costringere i natii del paese, unitamente a quelli di Cagnano, a stabilire la loro dimora nei due comuni. Avvenuta la ribellione dei Della Marra, i feudi che appartenevano loro furono dati a Giovanni di Sangro, dal quale passarono successivamente ad altri signori.
Noto sul muro, sotto le finestre di moltissime case, tracce indubbie della via più spicciativa che gli abitanti fanno prendere alle immondizie, nessuna esclusa. Per definire certe strade converrebbe usare parole troppo crude. Non so se qualcuno fra i miei lettori potrà capitare laggiù; comunque sia, se qualcuno vi andrà, si tenga per detto che è massima prudenza quella di percorrere le vie cantando o rumoreggiando, in caso diverso può sentirsi subitamente irrorato da un getto di acqua sudicia o giù di li. E parlo per dolorosa esperienza.
Da Carpino proseguo per Cagnano Varano, che è uno fra i paesi meno caratteristici della regione.
La prima memoria che si abbia di Cagnano risale al 1095, quantunque si voglia di origine antichissima. Appartenne ad illustri famiglie normanne, dalle quali passò in seguito e successivamente in possesso di varie nobili famiglie.
Noto sui muri della piazza maggiore, che è vasta e linda, le tracce dell'ultima lotta elettorale: sono manifesti a lettere cubitali in cui ogni iperbole è messa a profitto della buona causa. Leggo esaltazioni che sanno un tantino di grottesco; forse, per l'indole di questo popolo, è necessario il superfluo. Porterò, a chiarire la mia asserzione, qualche esempio: Il tal dei tali è l'onore del Gargano. Eleggete ** fonte di dottrina, vaso di elezione. Vogliamo il trionfo della libera onestà incorruttibile con quel che segue.
Circa la sua origine, alcuni vogliono sia stato fabbricato su le rovine di una antica città detta Collazia; altri, come il Fraccacreta, sostiene che prima di chiamarsi San Nicandro era detto S. Annea, opinione che non regge perché di tale ultimo villaggio si vedono tuttora i ruderi a circa quattro chilometri da San Nicandro. Tali ipotesi ho riportato a titolo di curiosità; la più antica notizia che si abbia sul paese risale all'anno 1095, allorché, unito a Cagnano, Rignano e Castel Pagano, fu concesso dal conte Enrico all'Abbazia di San Giovanni. Il paese, che è situato sulle ultime alture garganiche, conserva parte dell'antico castello.
Scendiamo verso il piano delle Puglie; rieccoci al fuoco. La lentezza della diligenza è incomparabilmente superiore ad ogni esaltata lentezza; va sì adagio che il postiglione, con la lunga frusta, si diverte a dividere a metà le lucertole che lo sogguardano dagli scrimoli dei fossi.
Come vogliono le nostre brenne, fra una lucertola e l'altra, giungiamo a destinazione. Riprendo uno sciarabbà per visitare il convento di Ripalta.


La febbre infesta questi luoghi ubertosi.
Scendo verso il Fortore ad ammirare l'agile ponte in legno che si lancia fra le due rive deserte. La costruzione non ne è ancora ultimata. Giù, vicino all'acqua gialla, alcuni operai tarantini alzano a ritmiche riprese un grande mazzapicchio; configgono uno degli ultimi pali di rinforzo. In questo silenzio meridiano si ode unicamente la tipica cantilena del più vecchio fra i lavoratori, una cantilena a ritmo che unisce le singole forze in un impeto solo.
Fra un colpo e l'altro del mazzapicchio si ode uguale, continua, dolorosa:
Fatti core ragazzo....
e il legno batte sul legno aspramente:
La vita non è poi brutta....
Tutti dobbiamo morire....
Fatti core ragazzo...
Nella squallida solitudine sento che in quella voce palpita il cuore di tutta l'umanità.





Le acque vi sono basse e, non molto distante da Lesina, si impaludano formando una melma che ha un fetore insoffribile.
Mi faccio condurre al lido. Qui la vegetazione è bella e rigogliosa. Fra gli alberi si eleva, su lo sfondo del mare, la Torre Scampamorte - (Immagine).
Al ritorno incontro le guardie del lago (Nota).
Sono semisdraiate in una barcaccia e cantano a squarciagola accompagnandosi con la chitarra battente. Mi pare si difendano dalla febbre votandosi a Bacco e non hanno torto.
Qualche piccola vela si perde nelle livide lontananze.







