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Leonardo Giuliani
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Platea dei beni badiali prima del 1782, epoca del Regio Patronato.

  • Una vecchia immagine di S. Marco in Lamis- Archivio G. Bonfitto
    Una vecchia immagine di S. Marco in Lamis- Archivio G. Bonfitto
    Palazzo badiale a 3 piani, situato in S. Marco in Lamis, con due moggia di terreno ad orticoltura verso Levante.
  • Forno grande, privativo dell'Abate, ad uso di cuocere il pane.
  • Dall’affitto dei dritti promiscui di tutt'i beni feudali, che costituivano il tenimento di S. Marco in Lamis nella estensione di carra circa 700, su cui i cittadini avevano il Jus Civico descritto nel folio d’immunità del Cardinale Carafa; l'Abate ne ritraeva annui duc. 6000 circa; e quello conchiuso nel 1779 in favore del Cavaliere D. Giacomo Francone con Istrumento del 12 Gennajo detto anno, fu aumentato, per un periodo di anni 8 ad annui duc. 6860,00.
  • Avea poi la Badia oltre dei beni feudali, ancora quelli detti burgensatici, esistenti fuora il territorio feudale, e che utilizzava con particolari affitti, cioè 1. nel feudo di Fazzuolo una Masseria di campo con mezzana alberata di carra quattro, poggio corrispondente, e versure 400 di portata. 2. In detto feudo altra Masseria di campo detta Faranello, di carra due, e versure cinque di mezzana, versure 200 di portata col corrispondente poggio. 3. La panetteria, e taverna di Fazzuolo. Si noti come questi sopradetti stabili, cioè Panetteria e Taverna con istrumento del 7 Luglio 1731 furono alienati in favore di D. Irene Belvedere per duc. 1051; e l'acquirente corrispondeva alla Mensa badiale un canone annuale di ducati sette. 4. Nel feudo di S. Chirico una masseria di campo detta Valle Oscura con carra tre di mezzana, corrispondente poggio, e versure trecento di portata. 5. Nel Caldaroso, il così detto Giardino con Torre di circa versure 18. 6. Nel feudo di Castel-Pagano una masseria di campo detta le Quercie con carra due di mezzana alborata e versure 200 di portata con poggio ed acquajo. 7. Nei Demanii di S. Severo la Difesa di S. Ricciardi di carra 32. 8. Nel tenimento suddetto di Castel-Pagano la chiesa diruta di S. Altera, con alcune versure di terreno seminatoriali. 9. Nell'Angarano, tenimento di Apricena, un tratto di terreno di versure sette. 10. Nel territorio di Arignano, una chiusa di olive di versure tre, e un'altra chiusetta; e che furono censite nel 1769 la prima a D. Giovanni la Bella, e l'altra a Saverio d'Anza. La Chiesa detta la Madonna di Cristo apparteneva ancora alla Badia. 11. In detto tenimento di Arignano possedeva sopra una masseria detta la Salsa versure quattro, e sopra Coppa del Vento versure sette. 12. Nella città di Foggia: un soprano di casa in mezzo alla piazza di fronte alla Portella, censito ai Cavalieri della Cava per annui ducati dieci. 13. Nella città di Molfetta: una chiesa diruta con chiusa di olive; versure cinque di terra a coltura, censiti ai Signori Mangiacavallo. E tutti i numerati beni Burgensatici, dopo che la Badia venne dichiarata di Regio Patronato, fecero passaggio presso la Suprema Amministrazione del Monte Frumentario.
  • Esigeva ancora l'Abate per dritti giurisdizionaìi: dal Marchese Cavaniglia Signore di S. Giovanni Rotondo per annuo censo del Quarto, di cui era enfiteuta perpetuo, duc. 350: per affitto della Mastrodattia duc. 84: dal Jus di Scannaggio degli animali duc. 70.

Dal 1782 al 1810.

Panorama di S. Marco in Lamis. Da Pitta.
Panorama di S. Marco in Lamis. Da Pitta.
La Badia di S. Marco in Lamis in questa epoca non profittava che delle sole fide dei forestieri sull'Agro Badiale, e del dritto della Terragiera. Aveva ancora la Badia in suo dominio la Difesa di S. Matteo, su cui i cittadini non vi usavano alcun diritto di legnare, né di erbare, eccetto nel solo mese di Agosto, in cui potevano condurre al pascolo i soli animali domati; ed in caso fortuito, potevano i cittadini fare la collata di legna morte. Aveva una Difesa di carra 16 nel luogo detto Coppa di Mastro Giacomo, e su cui i cittadini non vi esercitavano il dritto civico.
L'ultimo affitto per un sessennio, venne conchiuso nel 1807 a favore di D. Angelo Gabriele di S. Marco in Lamis, per l'annuo estaglio di duc. 6000; ed il contratto fu stipulato dal Direttore dei Regi Demanii D. Federico Zampalcone.
Dal 1811 al 1848.
Per effetto della esecuzione della sentenza della già Suprema Commissione feudale dei 18 luglio 1810, l'amministrazione dei Regi demanii per la Badia vacante, per i suoi due quinti dei Demanii Ex-feudali Ecclesiastici prese: di Sazzano tra erboso, e coltivativo moggia 7268 antiche: difesa S. Matteo per intera, di moggia 2609 - Coppa Mastro Giacomo tra coltivativo ed erboso moggia 1219: Orto Badiale moggia due: il così detto Forno badiale con la taverna, e tavernola: la carcere con i due soprani, ed il palazzo badiale rimasero al comune per gli usi comunali, e circondariali.
Dagli affitti in complesso, il Regio Demanio ne percepiva D. 2000 lordi del contributo fondiario.
Dal 1819 al 1846.
Per effetto del concordato tra 'l nostro Governo con la Santa Sede del 1818, la Diocesana di Manfredonia, par la Badia vacante, amministra i suddetti beni fondi, e ne ritrae dai parziali affitti:

Da Difesa S. Matteo

D. 870

Da Sazzano

D. 1280

Dalla Coppa Mastro Giacomo

D. 650

Dal Forno, e Taverna

D. 0060

Totale

D. 2860

Detratti, come si è detto il contributo fondiario d'annui D. 363, e le spese de’ guardaboschi in D. 261; si ha la rendita depurata in D. 2356.

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Ritratto ad olio dell'Abate Nicola Colonna.
Ritratto ad olio dell'Abate Nicola Colonna.
Trapassato l'ultimo Abate Commendatario D. Nicola Colonna Arcivescovo di Sebaste, Nunzio Apostolico in Madrid, e Cardinale della Santa Sede nel 1796, la Badia non venne più provveduta di alcun Abate. Il Regio Demanio esercitò tutti i testé cennati dritti, che annualmente si affittavano ai forestieri per l'estaglio annuale non meno di duc. seimila.
Stettero così le cose sino al 1810, allorché per le leggi preesistenti (Reali Decreti de' 3 dicembre 1808, e 16 ottobre 1809), con sentenza del 16 luglio venne sciolta dalla suprema commissione feudale ogni promiscuità tra 'l Comune, e il Regio Demanio per la Badia vacante: e di tutti i Demanii ex-feudale-ecclesiastici il Comune ne prese tre quinti, ed i Regi Demanii due quinti.
Biagio Zurlo Intendente di Molise, e Commissario Regio per la divisione demaniale di questa Provincia, recatosi sopra luogo, rendé con la data dei 23 decembre 1811 la sua ordinanza di esecuzione della citata sentenza della Commissione feudale. In quella occasione sotto la denominazione di Bosco, e Piscina di Re vennero riconosciuti e distinti i suddetti demanii, e nel modo che nella pianta del Regio Agrimensore de Cesare furono delineati, e riconosciuti; cioè che Bosco, e Piscina di Re venivan compresi nei grandi locali di Sazzano di carra 110: Coppa Ferrara di carra 70: Pontone del Santolo di carra 35: Chiancata della Ferola di carra 25: Cerasa di carra 60; Cardinale di carra 80: Lago rosso di carra 40: Montenero di carra 18: Piscina di Re di carra 100: Casarinelli di carra 68: Difesa di S. Matteo di carra 36; Coppa Mastro Giacomo di carra 16: Caldaroso, Stocco con Difesa di carra 22: Difese comunali di carra 36; estensione totale di carra 716; e di essi la parte colta 302 carra, e l'incolta 414 circa.
Libro appartenuto all'Arciprete Francesco Paolo Spagnoli, compaesano e coevo di Leonardo Giuliani.
Libro appartenuto all'Arciprete Francesco Paolo Spagnoli, compaesano e coevo di Leonardo Giuliani.
Nella divisione il regio Demanio prese per i suoi due quinti 1. la Difesa Badiale: 2. la Difesa Mastro Giacomo: 3. e di Sezzano carra 70 circa. Tutto il rimanente restò a S. Marco in Lamis per i suoi tre quinti; e nella divisione non vennero compresi il Demanio Caldaroso, e le Difese Comunali, perché fondi patrimoniali del Comune. Non si tenne ragione del canone enfiteutico di annui duc. 350, i quali si corrispondevano alla Badia dal feudatario di S. Giovanni Rotondo, per effetto del contratto del 1556, e che venne pagato sino a quell'epoca; e di che non se ne conosce la ragione. Perciò onde non restar pregiudicati e la Comune per i tre quinti, e la Diocesana per i due quinti, nel 1838 se ne interruppe la prescrizione. Non si tenne conto del censo annuo di duc. 10 che la Badia esigeva sopra una casa sita in Foggia in mezzo la piazza di rincontro alla Portella, e che si pagava dai Cavalieri della Cava. Non si parlò di alcuni beni fondi posseduti in Molfetta, e consistenti in una chiesa diruta con una Chiusa di Olive, e versure cinque di terreno coltivato censite a' Signori Mangiacavallo. Né di una casa con forno diruto che possedeva la Badia nella città di Manfredonia. È a credere che mancando il Titolare non vi fu chi avesse fatto tener conto di questi dritti, i quale emergono dalla Platea della Badia dell'anno 1789. Bensì il Comune fu accantonato per un dodicesimo sopra le masserie di Faranone, Faranello, Valle Oscura, e delle Quercie, una volta di proprietà della Badia, e vendute dalla Regia Corte dopo il Patronato del 1782, e sopra delle quali i S. Marchesi vi esercitavano gli usi civici, che per tale accantonamento rimasero compensati. Tra le rendite patrimoniali del Comune vi sono di presente i Canoni che da siffatta concessione si ritraggono (Nota 1).
Nella pianta del Regio Agrimensore de Cesare del 1810, e molto meno nella citata ordinanza del Regio Commissario, non si fa alcuna menzione di un vasto demanio detto Costa della Castagna della estensione di circa carra 80, perché occupato in questi ultimi tempi dal limitrofo Comune di Cagnano, e suo Feudatario, e che per le concessioni venne compreso nel Feudo Badiale. È tradizione che trovandosi a far da Sindaco in questo Comune un tal D. Michelangelo d'Apote, oriundo Cagnanese, tra'l 1730 al 1740; questi per far cosa grata a quel feudatario, tollerò detta occupazione, in tempo, che sventuratamente di Amministrazione Comunale appena se ne conosceva il nome. Ed il possesso di questo demanio è tanto certo per parte della Badia, siccome è certa l'occupazione per Cagnano; che nella perizia fatta nel 1720 dal Regio Tavolaro Guidetti col confinante feudo di Castel-Pagano, in quel tempo dei signori Brancia, si segnò il confine del feudo badiale a Pescoferrato ch'è il lapidem petrago della concessione del Conte Enrico: quatrifinio tra S. Marco, Castel-Pagano, S. Nicandro, e Cagnano. Nell'anno poi 1760 con altra perizia, nella quale intervennero il Regio Consigliere D. Giuseppe Aurelio, ed il Regio Tavolario D. Gennaro Papa, si descrisse la stessa confinazione di Castel-Pagano, e si fece segnare quella di S. Marco alla cima del monte Rosella che si descrisse per trifinio tra S. Marco, Castel-Pagano, e Cagnano; quando che da detta cima vi bisognan circa passi 500 per scendere a Pescoferrato, quatrifinio descritto nella concessione e nella perizia del Tavolario Guidetti. Sicché la Badia rimase pregiudicata di mezzo miglio di latitudine, e miglia otto di longitudine, e che abbraccia tutta la inversa della Castagna. Gli atti del Consigliere de Gennaro che erano in S. Consiglio oggi si rattrovano nel grande Archivio.
Il Comune intanto diunito alla Diocesana di Manfredonia per la sudetta Badia, non mancarono nel 1838 far le proteste contro siffatta occupazione, onde non avesse arrecato alcun pregiudizio la prescrizione trentenaria (Nota 2).
Note
(1) Tutti gli atti della divisione dei demanii tra S. Marco in Lamis, e 'l Regio Demanio, si conservano nel 2. Ufizio dell'Intendenza di Foggia.
(2) Per la revindica dei fondi patrimoniali dei Comuni, è competente a procedere il potere giudiziario; poiché la Legge considera moralmente i Comuni come altrettante persone private. Artic. 10. LL: CC: Real: Resc: dei 4 Giugno 1825. - Nel quale è dichiarato competere al potere giudiziario, e non all'Intendente il giudizio di revindica di una proprietà demaniale, che si possa trovare occupata a danno d'un Comune.
Sul modo come interpetrarsi l'articolo 176 della Legge dei dicembre 1818, si osservi il Real Decreto dei 23 gennaio 1826, riportato da Malerba.
Paragrafo VII.
Allorché, come è stato innanzi detto, l'Abate Carafa nel 1556 concedè in enfiteusi perpetua al Barone Mormile di S. Giovanni Rotondo, una vasta estensione di terreno feudale di circa carra 450, per l'annuo canone di duc. 350, con tutt'i dritti bajulari, giurisdizionali, e censi; se ne descrissero i confini, i quali vennero ripetuti nella sentenza della Commissione feudale del 1810, e nell'istessa ordinanza di esecuzione del 1811. Ma siccome molti dei sopradetti confini variarono nomenclatura; così per tale variazione di nomi venne originata una sorgente di lite oltremodo dispendiosa, protratta fino ai nostri giorni, non essendo state sufficienti a spegnerla le molte e svariate pronunziazioni del Contenzioso Amministrativo. Sicché la Maestà del Re N. S. nella sua Reale saggezza vi pose termine, nominando ad arbitro inappellabile il Procuratore Generale presso la G. C. Criminale di Capitanata D. Giovanni de Horatiis; ed approvando in Consiglio di Stato, la sentenza emanata da questo magistrato il dì 28 ottobre 1844, si è questa dall'arbitro eseguita, essendosi fissati venti termini lapidei dal punto A Valle della Monaca, fino al punto G Grottolina di Montenero, e da questo per linea retta al cominciamento della Vallata del Parco dei signori Gabriele. Ed in questo modo restando ancora Sovranamente approvata la pianta elaborata dall'Architetto signor del Giorno, ogni piato da parte dei due collitiganti Comuni, è col fatto cessato (vedasi la nota 6).
Paragrafo VIII.
Da tempi più lontani, e giova credere fin dal regno di Alfonso I. d'Aragona, fecero parte del Tavoliere di Puglia, e della locazione di Candelaro, le Poste che conosciamo di Lamapuzzo di car. 18; di Monte Granaro di car. 26: della così detta Difensola di car. 6: di Fornovecchio di carra 11. ed i Demanii di Cicerone di carra 9, e di Stigliano di carra 6 - Soffrì cosi il Feudo badiale un'altra diminuzione di carra 79, comecché sopra le Poste gli uomini del Feudo vi esercitassero i dritti dominicali nella sola Statonica, come tuttavia la esercitano da un S. Michele all'altro, meno sul demanio di Cicerone ch'è ricaduto nel tenimento di S. Giovanni Rotondo dietro contestazioni e litigi, ed in forza di decisione della G. C. dei Conti del 1836. La statonica poi sul Demanio di Stignano si è consolidata in favore del censuario della vernotica.
Pascoli che erano sommamente necessarii agl'industriosi Sammarchesi, i quali si fecero sfuggire, non mettendo a profitto le salutari disposizioni, che nel sistema di censuazione, prescriveva la legge dei 3 maggio 1806; e per la quale l'Amministrazione del Comune avrebbe potuto essere preferita ai censuarii pastori forestieri; ciò che non venne fatto.

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Discrizione di S. Marco in Lamis.

Vecchio panorama di San Marco in Lamis.
Vecchio panorama di San Marco in Lamis.
La città di S. Marco in Lamis giace su un suolo concavo del Vallone di S. Matteo, quasi a foggia di bacino, a un miglio di distanza dal Convento dei PP. Minori Osservanti, un tempo Badia di S. Giovanni in Lamis. È coronata da vigne, orti, e da un prato erboso di tre versure circa in una pianura al Sud, che forma il delizioso e pubblico passeggio.
Di quì partono la strada rotabile che conduce a Manfredonia, e che mantiene vivo il Commercio con quel porto; e l'altra non rotabile che va ai Capiluoghi della provincia, e del distretto, ed al vicino comune di Rignano. S. Marco è a considerarsi come la metropoli dei convicini comuni. L'aria vi è oltremodo salubre in tutte le stagioni dell'anno, principal cagione della florida salute degli abitanti, e dell'atletica fattura della gioventù. Il popolo dalle robuste braccia, alligna uno spirito industrioso ed agricola. Il prodotto delle derrate che ricava tanto dai proprii, quanto dai vicini tenimenti, mantiene animato il commercio. Lo stato della popolazione nel 1722, epoca in cui fu eretta la chiesa parrocchiale di S. Antonio Abate, era di 4400 anime: nel 1782, epoca in cui la Badia fu dichiarala di Regio Patronato si comprendeva nel numero di 8000 anime: nel 1793, nel quale anno con Regio Diploma fu dichiarata città, si contavano 9000 abitanti; nel 1803, quando si eresse e formò la Economia di S. Berardino, 9800: nel 1808 epoca del primo stato discusso comunale, 10200, e per cui la città venne dichiarata comune di 1. classe: nel 1815, se ne contavano 10724; nel 1825, 11140: nel 1835, 12351; e nel 1845 venivan numerati 14277 abitanti.
Un aumento di popolazione così rapido, è a ripetersi non solo dall'aria salubre che vi si respira, e per ciò la fibra robusta degli abitanti; ma pur anco n'è stata cagione l'abbattimento dei boschi, che imprudentemente avvenne in tutte l'epoche sopra indicate. Che se lo stato florido della nostra patria, recò moltissimo famiglie a stabilirvi dimora; dall'altro canto la sua popolazione di tanto aumentata, ed al sostentamento della quale si è renduto insufficiente il proprio territorio, cui venne meno il combustibile in un clima rigido è stata in parte obbligata in questi ultimi tempi, ad emigrare ne’ vicini Comuni di Cagnano, S. Giovanni Rotondo, Rignano, Sannicandro, Lesina, ed altri ancora.
Paragrafo V.
Una veduta panoramica di San Marco in Lamis.
Una veduta panoramica di San Marco in Lamis.
A simiglianza di quanto in sul nascere del XIII. secolo venne operato dall'Imperatore Federico II nella sua Curia Capoana; sul declinare del secolo XVIII vennero dalla Regia Curia del Cappellano Maggiore riesaminati i Diplomi dei Greci Imperatori, conceduti agli Abati per la dotazione della Badia. Questa Curia Reverendissima non dubitò con decreto dei 3 Novembre 1782 di reintegrarla alla Real Corona; e dichiarò che il Monastero, e per esso la Badia di S. Marco in Lamis cum faeudis bonis juribus, reditibus, exentionibus, aecclesiis, granciis et pertinentiis omnibus, fuisse et esse de Regio Patronatu, cum facultate eligendi Abatis, quoties Abatias vacare contigerit et cum reliquis juribus a Regio Patronatu pendentibus (Nota 1).
Dichiarata la Badia di Regio Patronato, restarono a S. Marco in Lamis in promiscuità con l'Abate i beni feudali ai termini della concessione del Conte Enrico, e che formavano il suo vasto tenimento; non avendo l'Università che le sole sei Difese comunali, le quali per quello che innanzi è stato detto eran circa carra 36, ed il demanio comunale Caldaroso di circa c. 22. I fondi Burgensatici della Badia, che consistevano nelle masserie site in Puglia dette di Faranello, Faranone, Vall'Oscura, e delle Querce; e l'istesso Giardino con Torre nella detta Contrada Calderoso, furono reintegrati alla regal corona, dopo che la Badia fu dichiarata di Regio Patronato;
Antico panorama di San Marco in Lamis.
Antico panorama di San Marco in Lamis.
non essendo stati detti fondi compresi nelle concessioni, e nello stesso Diploma del Conte Enrico, perché le masserie specialmente esistevano in Puglia al di là del territorio badiale.
Per l'esercizio della promiscuità, sursero le private proprietà in tutta l'estensione del Feudo, sopra del quale i cittadini vi esercitavano il dritto civico per uso, e per industria, di seminare, far legna, servirsi delle acque, pascolare, far la ghianda ed altro. Non vi sono sul detto territorio né fiumi, né fontane; e però, per l'acqua necessaria agl'industriosi, i proprietarii degli animali, e della parte sativa, vi formarono di moltissime conserve in ciascun quartiere; conserve, che per mancanza di opportune difese furono ritenute per occupazioni con la sentenza del dì 8 febbraio 1826. Che se per l’uso civico il cittadino seminava sulla parte a coltura del territorio, e pascolava sulla parte incolta; l'Abate ritraeva dalla semina un tomolo e mezzo a versura sul genere che si seminava, a riserva del granone, per effetto del Real Decreto dei 12 luglio 1798: e sul ricolto che si faceva nel Calderoso, sopra la Coppa di Mastro Giacomo, riteneva due tomola a versura. Oltre di questo, avea la Badia il dritto di fidare ai forestieri gli erbaggi nella stagione autunnale, senza diminuzione del dritto Civico.
Nota
(1) Tutte le esposte Concessioni, e Decretazioni esistono presso gli atti del Patronato nell’Uficio dell'Archivio Generale del Regno.

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Panorama di San Marco in Lamis in una vecchia foto.
Panorama di San Marco in Lamis in una vecchia foto.
Ritenuto inconcusso questo fatto di nostra Storia, ci facciamo ora con certezza a dire, siccome i nostri aborigeni per campare al furore dei barbari salirono sulle selve del Gargano, e dimorarono alquanto sulle vette del Promontorio Sud nel luogo ove dicesi la Civita,ed ove ancora ai nostri giorni si rinvengono delle catacombe. Di là vennero a rifuggiarsi tra le lame, o paludi del Vallone sottoposto all'Ospizio di S. Giovanni in Lamis; ed incominciarono quivi ad erigere alcuni piuttosto tugurii che case, nel luogo appunto che conosciamo con la indicazione Palude.
Ritratto del sammarchese Pasquale La Porta.
Ritratto del sammarchese Pasquale La Porta.
Per la circostanza poi del frequente pellegrinaggio alla Basilica dell'Arcangelo, e dell'Ospizio suddetto, molti divoti pellegrini si fermarono a dimorare lungo le falde della foresta Castel - Pagano, formando così dieci Eremitaggi, ed altri ancora tra le lame dell’Ospizio, per divozione al celeste Principe. Per essi ancora venne originata la piccola terra di S. Marcuccio, che a guisa di castello, e secondo l'usanza di quei tempi venne cinta di mura e fortificata di torri con due porte una ad oriente, e l'altra ad occidente. Essa occupa un suolo poco più di sei moggia, nel modo che ancor oggi ravvisiamo, essendo la porta grande sulla strada che conduce ai Pozzi, e quella volta ad occidente, sull'altra strada appellata S. Michele. Nelle mura di cui vien cinta, ed al Sud eravi ancora altra piccola porta, chiamata con voce Longobarda il Vuccolo. Or se i Longobardi, e più i Saraceni, come è fatto incontrastabile, avessero molti castelli sul Gargano (Nota 1); pare adunque che ben fondato sia il nostro avviso, fissando l'origine della nostra città intorno quest'epoca.
Che poi i nostri aborigeni fosser pastori, ciò si può dedurre da quel che innanzi è stato detto; e molto più se consideriamo che l'agro Badiale era una folta interminabile boscaglia fornito di buoni erbaggi, né le terre di quest'agro furon ridotte a coltura, se non in tempi remotissimi e molto vicini a noi. Dacché possiamo davvantaggio supporre che per provvigioni di vettovaglie, poche famiglie indigene scendessero in Puglia da coloni.
Nota
(1) P. Giannone lib. 7. cap. 1. Abate Troyli Tom: III. fol: 303.
Si ha per costante tradizione, come pur dalla Storia, che distrutta la città di Arpi nella Daunia per opera dei Saraceni, chiamati dall'Africa da Romano Imperatore di Costantinopoli, a sedare i Calabresi e i Pugliesi in rivolta, e dai quali venner distrutte dall'anno 846 al 915 le primarie città del nostro regno (Nota 2); gli abitanti di quell'antichissima città campati al furore dei barbari cotanto nemici del cristianesmo rifuggiarono nei boschi del Gargano, ed ingrandirono il nostro S. Marcuccio. La nobilissima città di Arpi fu fondata da Diomede Re degli Etoli, che dopo la distruzione di Troja verso gli anni del mondo 2740, prima della edificazione di Roma 432, ed innanzi la nascita di Gesù Cristo 1184; avendo ripudiata Egiola sua consorte, abbandonò la Grecia; e divenuto genero del Re Dauno, per i costui favori e mezzi fondò molte città, tra le quali la nostra Argirippa od Arpi, Canosa, Lucera e Seponti (Nota 2).
Non prima però delle concessioni, che nel secolo XI gli Imperatori di Costantinopoli fecero alla Badia di S. Giovanni in Lamis, si ha l'epoca certa della esistenza nel feudo badiale dei due piccioli paesi S. Marco in Lamis, e S. Giovanni Rotondo, i quali erano gli uomini del feudo di cui fa menzione Alesio Xifea nel suo Diploma del 1006, e nel Diploma del conte Enrico del 1095; ove si legge Homines vero tam dicti Monasterii; quam Sancti Iohannis, quam Sancti Marci in Lamis vaxalli dicti Monasterii, qui infradictum territorium habitant seu habituri erunt vadant libere per totum territorium Demanii nostri viciniorum nostri Monasterii.
Nei registri della regia dogana di Foggia S. Marcuccio veniva tassato per D. 40. Salv: Grana discus: 7. della Regia dogana, fol. 159.
Dopo che l'imperatore Federico Secondo fece rimanere nel Demanio Regio S. Giovanni Rotondo, sottraendolo alla giurisdizione della Badia; e data questa in commenda dalla Santa Sede, allorché emigrarono i Cistercensi, i commendatarii portavano pure il titolo di Abati di S. Marco, e i Sammarchesi uomini del Feudo.
Note
(1) Pietro Gian: lib. 6. cap. 6. pag. 2. 16. Troyli lib. 3. fol. 371.
(2) Summonte lib. 2. Strabone lib. IV. Vedi Teofilo nella sua Cronaca.

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Cenno sulla Origine di S. Marco in Lamis nel Feudo Badiale e del governo Economico-Politico-Ecclesiastico, della floridezza, della sua popolazione ecc.

Veduta di San Marco in Lamis.
Veduta di San Marco in Lamis.
Poiché nella prima e seconda parte di questa memoria, abbiam tenuto discorso del come surse, prosperò, e decadde dal suo antico lustro la insigne ed Imperial Badia del già S. Giovanni in Lamis; è ormai tempo che c'intratteniamo del nostro S. Marco, che fu come abbiam veduto in perpetuo vassallaggio di essa Badia. Gli antichi scrittori, dai quali avremmo potuto trarre qualche distinto dettaglio sulla origine e sulla storia del nostro luogo natio, o tacciono affatto, o per loro ci vengono somministrate delle notizie cotanto leggiere e confuse, che non abbiam saputo discernere il certo ed il vero fra le dense tenebre dell'antichità, da cui vengono circondati. Si è scritto ripetutamente del Gargano, e Tolomeo semplicemente accenna un tale Hyrium ed Anapeste senza alcuna altra circostanza.
S. Marco in Lamis. Dipinto ad olio raffigurante Matteo Tardio, contemporaneo di Leonardo Giuliani.
S. Marco in Lamis. Dipinto ad olio raffigurante Matteo Tardio, contemporaneo di Leonardo Giuliani.
Né alcuno ha saputo mai chiarire se questo Hyrium di Tolomeo di cui scrive al libro 3. capitolo 1 valga lo stesso che l'Uria, del quale fa menzione Plinio nel lib: 3 cap: 11, o il Dion di Strabone lib: 4, Geog: - comecché sembri che una medesima cosa abbia voluto ritenerli lo storico di Brindisi P. Andrea della Monica lib: 1 cap. IV. Si conviene poi che la città Anapesto sia l'odierna Viesti, la sola esistente sul Gargano - Appulo prima dell’apparizione dell'Arcangelo, imperocché Strabone scrittore del 1. secolo non seppe indicarne alcun'altra. E però quanto saremo per dire della nostra città intorno la prima epoca della sua fondazione, verrà esposto per deduzioni e congetture; né ciò sarà per arrecar meraviglia, sapendo noi quante lacune e difficultà, offre pure la storia delle altre città Daunie.
E primieramente diremo siccome tra le lame del Celano, ed in un gran bacino del vallone tra i monti Nord Est a un miglio di distanza dal già Ospizio di S. Giovanni in Lamis, surse questa città sotto il governo dei Longobardi: e giova credere poco dopo che da costoro venisse appellato S. Giovanni in Lamis l'Ospizio formato dal Tempio di Giano, siccome innanzi è stato detto. E poiché nella nostra città il dialetto è quasi un misto del Longobardo - Greco - Saraceno, ancora per questa circostanza, pare che potessimo affermare l'origine della nostra città tra il settimo e l’ottavo secolo di nostra salute.
Né questo nostro avviso ci sembra del tutto sfornito di solide ragioni, quando ci fermeremo un poco a considerare la condizione dell'Italia, poi che principiò a risorgere dal conquasso in che fu tutta sconvolta per le irruzioni dei Barbari. Fu nel Medio Evo che le genti Italiane si scossero a novella vita, e nuovi pensieri, nuovi costumi, novelle istituzioni adottarono. Dopo la guerra greca in Italia in [il] primo Esarca di Ravenna, abrogati gli antichi ordinamenti civili, volle istituiti in tutte le città e terre grandi alcuni capi, che Duci si chiamarono, con designato territorio. I Goti non ricusarono di stabilire in ciascuno di questi partimenti Amministrazioni, e Giudicature; e quell'assegnazione di Beneficii, furon quelli appunto che in progresso di tempo si denominarono Feudi. Questi Ducati pel sistema di successione in Contee adottato dai Longobardi vennero suddivisi; e finalmente nella irruzione dei Saraceni, si formarono tanti indipendenti castelli, per quante erano le isolate popolazioni, che da quelle orde erranti si difendevano con le proprie forze, dando così l’iniziativa a quelle speciali associazioni, che poi università si addimandarono (Nota 1).
Nota
(1) Sismondi cap: II. par. 1. Stor: delle Rep: Ital:

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