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Luigi Ghersi, Astrolabio, n. 6, 11 febbraio 1968
Un vuoto morale

Quando Luigi Ghersi (nella foto) scrisse questo pezzo, era vice-direttore responsabile dell'Astrolabio.
Quando Luigi Ghersi (nella foto) scrisse questo pezzo, era vice-direttore responsabile dell'Astrolabio.
Il paese, si sente dire, è distaccato, inerte, va perdendo sempre di più la fiducia nella classe politica, anzi nella politica tout court. L'ha ripetuto, proprio in questi giorni, l'onorevole Piccoli durante il dibattito parlamentare sul SIFAR. E s'avvertiva in quel discorso un accento accorato, sincero. Piccoli è un personaggio singolare, ci sorprende a volte per la spregiudicatezza del suo linguaggio, altre volte ci lascia perplessi l'impasto sempre imprevedibile di motivi progressisti e di spirito clericale con cui ci prospetta le sue proposte: diffidiamo per istinto dell'integralista che di tanto in tanto riaffiora in lui, ma ne rispettiamo la passione politica quasi missionaria. Non equivochiamo, dunque, ne siamo certi, sul senso di quelle sue parole. Il distacco delle masse dalla politica lo sgomenta.
Davanti a questo problema, del resto, l'atteggiamento di tutti i grossi leader è in definitiva analogo. Differiscono, si capisce, le motivazioni ed anche, di conseguenza, la misura e il senso di una preoccupazione, nel fondo, comune. Provate ad ascoltare Giorgio
Luigi Ghersi ritratto davanti ad una delle sue opere scultoree.
Luigi Ghersi ritratto davanti ad una delle sue opere scultoree.
Amendola, ha un contatto con le masse popolari tanto più largo e diverso di quello dell'on. Piccoli, quando parla dell'impoverimento di quadri dirigenti e di militanti attivi di un partito, il PCI, che malgrado questo continua ad espandersi elettoralmente. Parlate con Ugo La Malfa o con Riccardo Lombardi, ascoltate Fanfani o De Martino, o magari, se volete, lo stesso Rumor. Ne ricaverete, ogni volta, l'impressione di un'ansia reale, un assillo continuo, di un problema che va affrontato presto, finché si è in tempo.
Forse Moro, quest'uomo così straordinariamente versato per l'elaborazione di sottili equilibri, e cosi tenace nel difenderli, abilissimo nel parlare alla classe politica ma incapace di farsi intendere dal paese, è intimamente sordo a queste esigenze. La sua, in definitiva, è una visione contrattualistica; la razionalità è rappresentata dagli accordi tra i partiti e si esprime negli equilibri parlamentari, tutto quello che avviene al di fuori, nel paese, non lo riguarda, è l'irrazionale, il caos informe cui soltanto la mediazione ed il filtro delle classi dirigenti può dare dignità e consistenza. Di qui 1a sua imperturbabilità davanti all'ondata di sdegno che sale dal basso, la sua puntigliosità formalistica nel voler dare figura costituzionale a un segreto militare che non è più segreto per nessuno.
Al di là degli stati d'animo, in alcuni casi sinceri, le lamentazioni sul distacco degli italiani dalla politica suonano false, quando provengono da certi settori della maggioranza. Una maggioranza che sulla spoliticizzazionc del paese ha fondato tutti i suoi disegni.
Ernesto Rossi: una delle sue lettere dal carcere.
Ernesto Rossi: una delle sue lettere dal carcere.
Per accorgersene basta parlare con gli esponenti di seconda o di terza fila dei partiti, quelli che si sono chiusi in un piccolo orizzonte, tra l'aspirazione, in qualche caso soddisfatta, a un posto ministeriale e la cura assidua, sfibrante dell'elettorato. Dissertano con manierata amarezza sull'integrazione delle masse nella società dei consumi, sui mass media che ottundono la sensibilità del cittadino e lo spingono a ripiegare su una dimensione individualistica, voluttuaria, non c'è tensione etica, dicono, la politica scade nella routine, nel compromesso, il paese è assente... E negli occhi gli brilla un lampo furbesco; "il paese è assente, dunque non succederà niente, e dopo le elezioni potremo tornare al nostro piccolo intrigo quotidiano, passerà anche questa tempesta del SIFAR". Per tanti, democristiani o socialisti, la spoliticizzazione del paese non è un problema, ma una speranza. O forse, più propriamente, la proiezione oggettivata di una sordità preoccupante, tipica delle classi dirigenti che stanno per essere accantonate dalla storia. Fu l'atteggiamento della classe politica democratica nel declino della Quarta Repubblica, prima dell'avvento di De Gaulle. Uomini rotti a tutte le astuzie della politica di corridoio, sempre pronti a fare e disfare maggioranze immaginavano un gran vuoto morale nel paese, e non s'accorgevano che quel vuoto era in loro.
Oggi, in Italia, questo vuoto ha un nome: è il vuoto d'una iniziativa socialista. Ed e, come negarlo?, essenzialmente un vuoto morale, l'incapacità di capire che il paese è sveglio, che non ha accettato l'umiliazione delle forze democratiche davanti al ricatto della crisi di governo. Un parlito che motiva così il suo silenzio ha perso, evidentemente, il contatto col paese.
Ernesto Rossi (al centro della foto).
Ernesto Rossi (al centro della foto).
Eppure sta maturando nelle cose una grande occasione socialista. Il fallimento e la brutalità della politica di potenza americana nel Vietnam danno un senso nuovo al neutralismo socialista, ne fanno un'ipotesi di lavoro concreta, non più una mitologia di sapore ottocentesco. Si va prospettando in Europa, con la disgregazione irreversibile delle strutture atlantiche, l'alternativa tra la spirale del nazionalismo riemergente - la Germania oggi è ancora un problema ma domani potrebbe diventare di nuovo un incubo - e un nuovo equilibrio fondato su vaste aree di disarmo, internazionalmente garantite, e su una compenetrazione economica crescente tra sistemi collettivisti e sistemi di capitalismo condizionato. S'è ormai aperto, anche in correlazione con queste prospettive, un processo complesso, spesso oscuro, sempre faticoso di revisione critica dell'esperienza comunista; un processo che si riflette con potenzialità dinamiche assai più ampie nei paesi occidentali in cui un forte partito comunista ha un consistente interlocutore socialista: l'alleanza tra comunisti e socialdemocratici in Francia, che ha già resistito a due prove elettorali positive, il dialogo al di là del muro tra i socialdemocratici di Bonn e i comunisti di Pankow sono segni macroscopici di una trasformazione dieci anni fa impensabile. In Italia le vicende del SIFAR hanno gettato un fascio di luce cruda e impietosa sui risvolti autoritari del sistema di potere dei gruppi moderati.
Quale vittoria per la politica di autonomia socialista che dodici anni fa Pietro Nenni aveva intrapreso assieme a De Martino e Lombardi!
Ferruccio Parri ritratto a Firenze nel 1945, mentre era il Predidente del Consiglio italiano.
Ferruccio Parri ritratto a Firenze nel 1945, mentre era il Predidente del Consiglio italiano.
Invece i socialisti tacciono, si direbbe che tutto ciò non li riguardi affatto. Aggrappati disperatamente alla loro trincea ministeriale, s'illudono di poter riconquistare con gli strumenti del sottogoverno la perduta fiducia dell'elettorato. In nome di un falso realismo stanno lasciando passare le occasioni più favorevoli per la ripresa dì un'iniziativa che potrebbe rivelarsi dirompente rispetto a tutti i vecchi equilibri (anche a sinistra), e subiscono intanto umiliazioni cocenti.
Malgrado tutto questo la democrazia italiana non può fare a meno d'una forza socialista. Chi, come me, ne è profondamente convinto non può augurarsene, anche se la teme, la falcidia elettorale. Non può augurarsela perché l'esperienza storica ha insegnato che i partiti non s'inventano in un fiat sull'onda di una campagna moralistica, per sacrosanta che sia; e che grandi forze popolari che sembravano irrimediabilmente compromesse dagli errori e dai cedimenti hanno poi saputo ritrovare se stesse e la loro vocazione: la SFIO, il partito di Suez e delle repressioni in Algeria, non è forse oggi una componente essenziale dell'alternativa dì sinistra al gollismo? Non può augurarsela perché non riesce a vedere, dopo la disfatta del partito socialista, con quali forze una politica democratica di sinistra o comunque una politica dì sinistra possa avere il sopravvento; perché è convinto che la disgregazione della forza socialista costituirebbe inevitabilmente il primo tempo della sconfitta di tutta la sinistra, una sconfitta magari meno ingloriosa ma certo non meno sicura.
Perciò, con la bocca amara, io resto da questa parte.
Luigi Ghersi