Papa Giovanni XXIII - Indisse il Concilio Vaticano II.Gli uomini e le cose della Provincia minoritica di Puglia e Molise, negli anni difficili della contestazione (1968-76), sono troppo vicini a noi, perché si possa tentare una rappresentazione storica. Si presentano figure da poco scomparse, altre sono ancora sulla breccia, e non si può gridare osanna né stendere il pollice verso. A questo punto si può fare qualche considerazione d'indole generale. Tra i propositi del Concilio Vaticano II vi è quello “di far crescere ogni giorno più la vita cristiana dei fedeli, di meglio adattare alla esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti” (Nota 1). Gli Ordini religiosi sono anch'essi chiamati ad un'opera di revisione e di aggiornamento, perché la loro azione sia più efficace e più rispondente alle esigenze della Chiesa nel momento presente. L’Ordine dei Frati Minori è stato uno dei primi a muoversi nella direzione voluta dal Concilio. I Capitoli generali celebrati dal 1967 in poi ne sono valida testimonianza. La Provincia minoritica di Puglia e Molise si è mossa in tal senso. Ma nel tradurre in pratica l'opera di rinnovamento, la cosa non è facile, dovendosi verificare in un contesto sociale turbato da una crisi di valori religiosi e morali: condizioni di vita che subiscono radicali trasformazioni; valori tradizionali, una volta universalmente accettati, messi in discussione o rifiutati; leggi e consuetudini dichiarate vecchie e sorpassate. p. Urbano saluta il pubblico da un manifesto 6x3 prima di lasciare il convento di S. Matteo - 2006.“Il fenomeno che ha interessato più direttamente il fatto religioso - fenomeno indicato comunemente col termine di secolarizzazione - ha coinvolto tutte le istituzioni della Chiesa, toccando anche la vita religiosa, nella quale ha provocato contrasti e contradizioni, e ha scosso il valore stesso della vita comune. Molte volte le reazioni, anche in casa nostra, hanno superato il punto limite. Anzicché costruire la nostra fraternità sul fondamento teologico-sacramentale e sulla forma vitae istituita e realizzata da S. Francesco, spesso ci siamo attardati in una sterile contestazione se non in un rifiuto netto del passato, senza preoccuparci di conoscere e di valorizzare gli elementi positivi contenuti nelle Costituzioni generali vigenti.
“Siamo stati presi - lo dobbiamo riconoscere - da una specie di furore iconoclasta. Ciò che la nuova legislazione, nella visione di un sano rinnovamento, ha dichiarato vetusto e non conforme alle esigenze moderne, lo abbiamo messo da parte senza batter ciglio; quello, invece, che la stessa legislazione ha propugnato come elementi di rinnovamento e di vita, non ha incontrato lo stesso entusiasmo. Si è cercato così un metodo di aggiornamento che si potrebbe definire ambivalente. Quando si è trattato di liberarsi di pesi, allora ci siamo dimostrati progressisti; quando, invece, si è trattato di abolire ciò che il secolarismo ha introdotto nella nostra vita, per ridonare maggior forza ed efficacia alla testimonianza, allora ci siamo dimostrati conservatori” (Nota 2).
In tale ambivalenza hanno avuto buon gioco l'ignoranza della storia da parte di chi credeva di saper tutto mentre sapeva poco, e l’infatuazione per il nuovo ad ogni costo da parte di chi aveva più vocaboli che pensieri. L'aggiornamento, talvolta, è stato ridotto alla specialità di chiamare, con nomi nuovi, cose vecchie. Nell'immediato post-Concilio, Maritain è convinto “che si sia nella peggiore crisi modernista”. Casi clamorosi di ribellione alla Chiesa e all’Ordine non si sono verificati in Provincia. Ma vi sono state defezioni di una buona dozzina di sacerdoti ridotti allo stato laicale. Uno stile di vita secolaresca ha fatto capolino nei conventi. Le nuove vocazioni sono venute a mancare quasi del tutto. Forse non sempre si è ricordato l’ammonimento di Paolo VI:
“Se volete vocazioni, presentate delle comunità che vivano veramente e testualmente la loro Regola. Se date altra interpretazione, il giovane non verrà; per dare fiducia vuole autenticità, e la vostra autenticità è il sacrificio, è la vita comune, è la preghiera. Se siete fedeli alla Regola avrete le vocazioni, se non lo foste, i primi a fuggire sarebbero i vostri futuri clienti” (Nota 3).
Negli anni della contestazione, parola d'ordine era la programmazione di tutte le attività. Si partì a galoppo con lancia in resta nel Capitolo provinciale del 1967, che istituì dieci Commissioni (Nota 4) con i relativi presidenti, i moderatori di ufficio e i membri! Ingenuamente, si voleva un po' troppo. Naturalmente le Commissioni restarono sulla carta, e in pratica non si fece niente.
“Certi organismi, validi a tavolino o sulla carta, restano sempre dei sogni dorati”.
Il Papa Paolo VI.Le ubriacature di aggiornamento ad oltranza, a distanza di tempo, sembrano aver avuto puntuali smentite dalla realtà. La contestazione si è andata man mano riducendo, lasciando un'eredità di delusioni ed amarezze, di ripensamenti. Dalla contestazione sono emerse, anche, indicazioni positive, come il bisogno di una maggiore autenticità, il desiderio, espresso talora in modo ambiguo, di partecipare più attivamente alla vita della Provincia. Va sottolineato che anche negli anni difficili della contestazione, la Provincia è rimasta salda nella sua ossatura e fedele al lavoro che va dal culto all'evangelizzazione, dalla cultura all'assistenza spirituale, alle opere caritative. Nel clima di rinnovamento si colloca l’aggiornamento degli Statuti particolari. Un primo testo, approvato dal Capitolo provinciale del 1970, ha subito ritocchi nei Capitoli del 1973 e 1976, in attesa di nuovi ritocchi, in conformità al nuovo Codice di diritto canonico. Fra le novità contenute in detti Statuti c'è da rilevare il numero dei Definitori portato da quattro a sei, l'istituzione dei deputati al Capitolo provinciale, l'elezione, da parte di tutti i frati, di cinque candidati all'ufficio di Ministro provinciale. Una visione panoramica della storia della Provincia, in un osservatore attento e distaccato, non giustificherebbe né un avvilente pessimismo, né un ottimismo all'insegna del “tutto per bene”. È storia di uomini con luci ed ombre. I frati minori sono perfettibili, non perfetti. Nel succedersi degli eventi, per quasi otto secoli, è dato cogliere alcune linee constanti, che sono: una fedeltà assoluta al magistero della Chiesa; una tensione spirituale verso l’ideale di S. Francesco, anche se a periodi luminosi si alternano periodi opachi; una disponibilità dei frati ad illuminare il popolo con la predicazione, a servirlo nei bisogni e nelle sventure; una simpatia del popolo verso i Papa Pacelli - Pio XII - Olio presente nel convento di S. Matteo.francescani; un senso di concretezza nella pronta ripresa dopo persecuzioni e soppressioni; uno spirito di preghiera di francescani umili e semplici, senza cadere nell'equivoco di calcolare il rendimento di un frate per quello che fa di appariscente. Un francescano ridotto soltanto a pregare rende un apporto alla vita della Provincia, non traducibile in espressioni matematiche. Se l'anima dell'apostolato è la preghiera, vuol dire che la preghiera è insostituibile. La Provincia, in passato, ha conosciuto crisi ben più gravi di quella di oggi. Ma si è sempre ripresa. Quando sembrava morta - si pensi al periodo delle soppressioni - è risorta. Quale il segreto della sua vitalità? Il segreto è nella spiritualità francescana, cioè quel modo particolare di vivere il Vangelo di Cristo, come l'ha vissuto S. Francesco, il Santo che è una della più splendide incarnazioni del Vangelo, che la storia cristiana abbia conosciuto. Questa spiritualità, fatta di dottrina, di simpatia, di bontà, di povertà, di semplicità, di letizia, è stata la forza animatrice del movimento francescano pugliese, agendo nel cuore della realtà pur tentatrice e ripugnante che sia. “Di questo spirito francescano, di questa francescana visione della vita ha bisogno il mondo” (Nota 5).
Tra vecchie e nuove forme di attività P. Aurelio Porzio ritratto a S. Matteo sul Gargano. Fu Ministro Provinciale .Al convento S. Pasquale in Foggia, sede del Ministro provinciale, fanno capo gli uffici a carattere provinciale: Centro formazione studi - Centro vocazioni - Centro dell'Ordine Francescano Secolare - Centro missioni - Centro assistenza clarisse e Istituti d'ispirazione francescana. Va ricordato che dal Cinquecento sino alla soppressione murattiana, sede della Curia provinciale era l'antico convento di Gesù e Maria in Foggia. Dopo detta soppressione, e sino alla fine del sec. XIX, il Ministro provinciale risiedeva nel convento della Pietà in Lucera. Con la costituzione della Provincia di S. Michele Arcangelo in Puglia (1899), la sede del Ministro è il convento di S. Pasquale in Foggia. Per cinquant'anni questo convento era formato da otto celle fabbricate, nel 1863, a spese del nobile foggiano Matteo Barone, sul tetto della chiesa (a destra), allorché i frati Alcantarini furono sfrattati dal settecentesco convento fondato nel 1709. Il quale convento, in seguito alla soppressione, fu adibito a caserma, poi a fienile. Ridotto a ruderi, dava spettacolo delle sue rovine. Nel 1960 il Ministro provinciale p. Aurelio Porzio acquistò detti ruderi, li fece abbattere, e progettò la costruzione di un edificio per un'opera sociale. Cosa che venne attuata durante il governo del suo successore p. Rocco Schiavone (Nota 19), nel 1967: è l’Istituto Antoniano, inaugurato il 28 settembre 1968, alla presenza del Ministro generale p. Costantino Koser. Circa la sistemazione della Curia provinciale, si pensò più volte alla costruzione di un nuovo edificio (Nota 20), ma, per una molteplicità di cause, i progetti rimasero tali. Soltanto negli anni 1950-51, sotto il governo del Ministro provinciale p. Bartolomeo Mesagna (Nota 21), l’annoso problema fu risolto e la Curia ebbe la sua sede nell'edificio costruito dalle fondamenta accanto alla chiesa di S. Pasquale. Celebrazione della festa di San Francesco a S. Matteo - 4 ottobre 2007.Il governo della provincia, dal suo centro, suggerisce, coordina, incrementa le attività dei frati. Un lavoro vecchio e sempre nuovo è quello della cura del Terz’Ordine Francescano - ora Ordine Francescano secolare - nelle sue varie componenti e sezioni. Gli Assistenti (prima si chiamavano Commissari) danno il loro contributo di animazione e di formazione. Dalla costituzione della Provincia di S. Michele Arcangelo in Puglia si ricordano i Commissari: p. Valeriano Blasio, p. Ludovico Preta, p. Ippolito Montesano, p. Gabriele Moscarella, p. Dionisio Rendina, p. Aurelio Porzio, p. Tommaso Pagano, p. Giacomo Venditti, p. Doroteo Forte, p. Giacomo Melillo, p. Paolino Castrillo, p. Roberto Calzone, p. Angelo Marracino. In passato i Commissari del Terz’Ordine eran anche Procuratori delle Missioni Francescane, ora le cariche sono divise, e Promotore delle Missioni è p. Mariano De Cata. Con la crisi delle vocazioni la Provincia sentì più acuto il bisogno di organizzare, su scala provinciale, l’Opera delle Vocazioni (ora Centro Vocazionale), allo scopo di facilitare quei giovani che desiderano conoscere l'esperienza francescana. Tra i Promotori provinciali si ricordano: p. Ciro Soccio, p. Giacomo Melillo, p. Guido Laera, p. Bernardino Cataneo, p. Vittorino Iasenzaniro, p. Leonardo Di Pinto, p. Mario Di Genova. Ciò che distingue i francescani nella loro azione è la concretezza, fatta di simpatia, povertà e velocità. Se una forma di apostolato non regge più, ne inventano un'altra più rispondente al momento storico e ai bisogni della Chiesa e della società. Si può essere francescani autentici con ogni forma di onesto lavoro. Da circa mezzo secolo i francescani sono impegnati anche nel ministero parrocchiale. Sono affidate - pieno iure - alla Provincia monastica le parrocchie di: 1. - Gesù e Maria a Foggia (1936). 2. - S. Potito ad Ascoli Satriano (1941). 3. - S. Maria Vetere ad Andria (1944). 4. - S. Maria di S. Luca a Valenzano (1949). 5. - S. Antonio a Bari (1956). 6. - S. Bernardino a Sansevero (1958). 7. - S. Antonio a Bovino (1958). 8. - S. Maria dei Martiri a Molfetta (1959). 9. - S. Leone a Bitonto (1963). 10.- S. Pio X a Lucera (1964). 11.- S. Antonio a Foggia (1966). 12.- S. Antonio a Campobasso (1969). 13.- S. Giovanni a Campobasso (1969). 14.- S. Pasquale a Foggia (1970). 15.- S. Maria Assunta a Sepino (1974). Parrocchie affidate - ad tempus - alla Provincia sono: 1. - B. V. M. Immacolata di Lourdes a S. Marco in Lamis. 2. - S. Andrea a Ielsi. 3. - S. Rocco a Pietravairano. 4. - S. Mercurio a Toro. Tavoletta votiva dipinta presente nel Santuario di S. Matteo.Altra forma di apostolato e nuovo campo di lavoro: nel ventennio 1952-72 sorgono in Provincia vari Istituti di assistenza sociale ai fanciulli bisognosi: Istituto S. Maria della Grazie a Ielsi - Istituto-pensionato S. Giovanni a Campobasso - Istituto Orfanelli di S. Antonio a Bari - Istituto professionale “Mater Dei” a Casacalenda - Istituto professionale a Stignano - Istituto S. Maria di S. Luca a Valenzano - Istituto S. Francesco a Monopoli - Istituto S. Francesco a Riccia - Istituto S. Maria della Vigna a Pietravairano - Istituto S. Maria di Loreto a Toro - Istituto Antoniano Prima Infanzia a Foggia. Grazie all'impegno generoso dei frati addetti, gl'Istituti ebbero il loro momento di efficienza, ma non tutti hanno resistito alla prova di fronte a difficoltà di vario genere, non ultima quella dell'atteggiamento dello Stato, contrario all'assistenza privata. Oggi vi sono ancora quelli di Bari, Casacalenda, Foggia, Pietravairano e Valenzano, ma la tendenza della Provincia monastica è quella di abbandonare tali forme di assistenza, che richiedono mezzi adeguati e personale qualificato, mentre la Provincia si dibatte con la crisi di vocazioni. Nel campo degli studi in questi ultimi decenni, il senso di responsabilità dei Ministri provinciali, l'impegno dei Prefetti degli studi, il lavoro dei docenti hanno contribuito a mantenere la scuola su un piano di efficienza (Nota 22). Ciò in linea generale. Scendendo al particolare non è difficile riscontrare lacune, i cui motivi vanno ricercati nella mobilità delle case di studio, nel frequente cambiamento di Lettori, nella mediocrità di alcuni insegnanti. Non sono mancate perplessità di fronte a nuove situazioni, create dall'evolversi dei tempi. Con l'istituzione da parte dello Stato, della scuola media inferiore obbligatoria (1964), per la scuola privata sorgeva un nuovo problema: mandare i ragazzi dei Collegi serafici alla scuola statale, rinunziando alla propria? Mantenere la scuola interna e mandare i ragazzi, come privatisti, agli esami di Stato? Furono tentati ambedue gli esperimenti, ma non si ottenne il risultato sperato, anzi si verificarono casi in cui buona parte degli alunni, conseguita la licenza, non ritornarono in Collegio. Poi venne la paurosa crisi delle vocazioni, i Collegi rimasero vuoti. Vecchia foto del chiostro del convento di s. Maria di S. Luca - Valenzano (foto di Leonardo Pietricola).Dato il numero limitato dei chierici studenti, si pensò di concentrarli in poche case, stipulando, in tal senso, una convenzione amichevole con la Provincia minoritica di Lecce: i chierici teologi della Provincia di Puglia e Molise passarono da Manfredonia a Lecce. I chierici di liceo passarono da Lecce al convento di S. Matteo. Ma l'esperimento durò appena due anni (1968-70), la Provincia di Lecce riprese i propri studenti, la Provincia di S. Michele Arcangelo mandò i propri al convento di Madonna dei Martiri a Molfetta, con l'obbligo della frequenza della scuola del seminario regionale. Frattanto nuove idee maturavano nelle Province francescane pugliesi. Era Presidente del Comitato Pugliese dei Superiori Maggiori il Ministro provinciale p. Angelo Marracino. In data 23 aprile 1974, Marracino annunciava l'impegno di studiare la possibilità di dar vita ad uno Studio Teologico con sede in Bari. Nel giugno dello stesso anno si passò a fatti concreti, veniva costituito uno Studio Filosofico e Teologico per la formazione di religiosi e religiose. Venne scelto, come sede, il convento dei Frati Minori Cappuccini di S. Fara di Bari, messo a disposizione dal Ministro Provinciale dei Cappuccini p. Lorenzo Invidia. Il Presidente Marracino affidò a p. Benigno Papa Cappuccino - oggi vescovo di Oppido Mamertino e Palmi - l'incarico di Preside e di Segretario dello Studio. Nello stesso tempo progettò l'affiliazione ad un Ateneo Pontificio. Cominciò l'anno acccdemico 1974-75, con 30 studenti, di cui 10 frati minori della Provincia di S. Michele Arcangelo. I professori erano 15, di cui 2 frati minori. All'inizio dell'anno accademico 1976-77, succedeva a Marracino, come Presidente, il benedettino p. Mariano Magrassi - oggi Arcivescovo di Bari -, il quale chiese al Rettore dell'Ateneo Antoniano di Roma l'affiliazione dello Studio di S. Fara. In data 15 giugno 1978, il Rettore p. Gerardo Cardaropoli comunicava a p. Benigno Papa che la Sacra Congregazione per l'Educazione Cattolica, con decreto del 13 giugno 1978, aveva dato il suo consenso alla richiesta affiliazione. Così la vita accademica dello Studio di S. Fara si svolge sotto il controllo del Pontificio Ateneo Antoniano di Roma. Il piano degli studi è articolato in un biennio filosofico e un triennio teologico (Nota 23). Circa la residenza dei chierici studenti, che frequentano S. Fara, il Definitorio provinciale, nel 1974, volle tentare un nuovo esperimento, dislocando i chierici nei conventi più vicini, facendosi forte della normativa dell'art. 36 degli Statuti particolari che suona così:
“i chierici per ragioni particolari possono essere inseriti in fraternità concrete vicine ai centri di studio”.
Molti in provincia non condivisero tale prassi e la norma relativa. Gli stessi chierici e i giovani aspiranti “trovarono difficoltà, stando separati in fraternità diverse, dalle quali si aspettavano oltre all'accoglienza anche un'azione formativa”. Il Capitolo provinciale del 1979 decise di concentrare gli aspiranti nel convento di Molfetta con la frequenza della scuola pubblica, e i chierici di teologia nel convento di Bitonto (dal 1981 in quello di Bitetto) con la frequenza dello Studio di S. Fara a Bari (Nota 24). Nel Novecento frati studiosi o predicatori hanno dato alle stampe alcuni loro scritti. Tra gli autori, passati a miglior vita, si ricordano:
La copertina di una pubblicazione di p. Ludovico Vincitorio.P. Francesco Antonio De Padova (S. Giovanni Rotondo 15 marzo 1834 - Ascoli Satriano 13 luglio 1916): Il principio etico e l'Immacolata Concezione di Maria, Ascoli 1904 - Il soprannaturale in S. Francesco d'Assisi, Roma 1910 - Cronistoria della Provincia Riformata di S. Angelo, Ariano 1894. P. Agostino Cimino (Roccamondolfi 7 febbraio 1865 - Campobasso 14 giugno 1937): Fiori Serafici ossia vite d'insigni santi terziari, 3. ed. 1902 - Il convento di S. Maria della Vigna a Pietravairano, Porziuncola 1895 - Il conventino di S. Maria degli Angeli in Sepino, Porziuncola 1896 - Discorsi sull'Eucarestia, Napoli 1901 - Il Santo di Padova, Vicenza 1924 - Panegirici, 3. ed. Torino 1937 - (a cura) Lettere di una gentil donna olandese, Torino 1934. P. Benedetto Spina (Colledanchise 14 gennaio 1877 - Caserta 5 agosto 1962): La divina agonia, Isernia 1919 - Gloria e misteri della Gran Madre di Dio, Larino 1920 - La Madre dei mesti, Castelmauro 1923 - La donna e la Religione, Isernia 1940. P. Gaetano Spina (Colledanchise 12 agosto 1881 - Molfetta 16 agosto 1962): Ora di adorazione, Molfetta 1934 - La prima creatura. Stato attuale di una grande questione teologica, Molfetta 1944. P. Ludovico Preta (Celenza sul Trigno 24 agosto 1878 - Capurso 13 marzo 1966): Storia delle Missioni Francescane in California, Sansone Street 1915. P. Vincenzo Lovino (Ruvo di Puglia 5 giugno 1872 - Bitonto 28 febbraio 1955): La Madonna dei Martiri, Molfetta 1932. P. Bernardino Laricchia (Capuso 28 marzo 1881 - 11 febbraio 1959): Regina Martirum Patrona Melphictensium, cenno storico del Santuario, Bitonto 1956. P. Bonaventura Guglielmi (Polignano a Mare 12 marzo 1880 -Valenzano 29 dicembre 1956): La bomba atomica e la fine del mondo - Le tasse funerarie, questione giuridica. P. Ezechia D'Agnessa (Ascoli Satriano 13 gennaio 1881 - Bitetto 5 aprile 1957): La mamma parla di Gesù al figlio, Bari - Necessità della Santa Messa, Bari - La Messa festiva del giovane cattolico, Torino - La Messa spiegata ai giovani, Bari - La Messa sacrificio del corpo mistico, Prima Messa dialogata per il popolo, Napoli - La Messa festiva per il fanciullo - Le undici domeniche del B. Giacomo Illirico, Palo del Colle. P. Vincenzo Blunno (Casalnuovo Monterotaro 22 novembre 1889 - Manfredonia 7 marzo 1967): Roma (dramma), Molfetta 1939 - Brunella (romanzo), Foggia 1961. La copertina di 'L'alma provincia' di p. Ludovico Vincitorio del 1927.P. Valentino Paglia (S. Marco in Lamis 17 agosto 1884 - Foggia 15 luglio 1961): Sulle ali di una canzone (romanzo), Foggia 1957. P. Dionisio Re[n]dina (S. Marco in Lamis 11 dicembre 1889 - Foggia 24 maggio 1972): Certezza unica nel mondo perduto, la Preghiera, Sant’Agata di Puglia 1959. P. Nicola De Monte (Cagnano Varano 7 dicembre 1877 - Roma 6 dicembre 1956): La mia visita ai Luochi Santi, Lucera 1948 - Cenni storici del B. Giacomo di Bitteto - Saggio storico sul Comune di Cagnano Varano - Il Santo della pace, 3. ed., Sant'Agata di Puglia 1954. P. Gabriele Moscarella (S. Marco in Lamis 15 maggio 1890 - Bitonto 14 novembre 1966) : Ora di adorazione per il 31 dicembre - Ora di adorazione per il Giovedì Santo, Torino 1938 - Casa del fidanzato, Palo del Colle 1935 - Il primato di Cristo nella luce dell’Immacolata, Manfredonia 1953 - Quel calunniato pomo, Napoli 1958 - Quis ut Deus? S. Michele negli splendori del simbolo, Napoli 1961 -Tradusse dal francese opuscoli di vari autori, come: L’influsso sociale di S. Elisabbetta d'Ungheria, Vicenza 1939 - L'anima di S. Chiara d'Assisi, Sant'Agata di Puglia 1953 - Contemplando una culla, Sant'Agata di Puglia 1960. P. Ludovico Vincitorio (S. Marco in Lamis 25 marzo 1874 - Molfetta 8 luglio 1952): Il Sacro Ritiro di S. Martino in Pensilis, Lucera 1905 - Il Santuario di S. Maria dei Martiri a Molfetta, Molfetta 1913 - L'alma Provincia di S. Angelo in Puglia dei Minori Osse[r]vanti, 2. ed. Foggia 1927. Quest'ultima operetta, condotta alla buona e con scarso impegno critico, era, però, l'unico saggio di storia della Provincia Osservante di S. Angelo in Puglia, perciò il suo autore merita lode e riconoscenza.
Anni di ripresa Il chiostro del convento di San Matteo - Foto del 2000.“Ricostituita provincia - congratulazioni”. Così il Visitatore generale p. Luigi Borgialli, piemontese, telegrafava da Roma, il 10 ottobre 1933 (Nota 1). Il Delegato generale p. Beniamino Ryzinshi e i Definitori eleggevano: Ministro provinciale p. Cristoforo Valentini - Custode p. Anselmo Laganaro - Definitori i padri Ermenegildo Cappiello, Fedele Brandonisio, Pacifico Di Fetta, Emilio Racanelli. Ritorno al regime ordinario (1933) Cessava così il regime straordinario; ma, per un trentennio ancora, sino ai tempi del Concilio Vaticano II, non mancherà qualche intervento straordinario in merito al provinciale che si farà ora con nomina da Roma, ora per elezione nel Capitolo provinciale. Qualche riferimento storico più preciso: nel 1933 p. Cristoforo Valentini viene nominato con decreto del Delegato generale Ryzinshi, dopo la visita di p. Luigi Borgialli. Nel 1936 p. Ermenegildo Cappiello verrà eletto in Capitolo a Biccari, sotto la presidenza del Visitatore p. Diomede Faggiano. Nel 1940 p. Agostino Castrillo verrà eletto in Capitolo a Manfredonia, sotto la presidenza del Visitatore p. Pacifico Perantoni. Ma nel 1943 lo stesso Castrillo, dopo la Visita di p. Giuseppe Balestrieri, verrà confermato con decreto del Generale p. Leonardo Bello. Nel 1946 p. Bartolomeo Mesagna verrà eletto nel Capitolo a S. Matteo, sotto la presidenza del Visitatore p. Andrea Bianchi. Ma nel 1949 lo stesso Mesagna, dopo la Visita di p. Giambattista Lazzeri, verrà confermato con decreto del Ministro generale p. Pacifico Perantoni. Nel 1952 p. Anselmo Laganaro verrà eletto in Capitolo a Foggia, sotto la presidenza del Visitatore p. Livio Addari. Nel 1955 p. Aurelio Porzio verrà nominato con decreto del Ministro generale p. Agostino Sepinski, dopo la Visita di p. Benedetto Pesci. Ma nel 1958 i Definitori verranno eletti in Capitolo a S. Matteo, sotto la presidenza del Visitatore p. Lorenzo Pontano. Nel 1961 p. Rocco Schiavone verrà nominato con decreto del Ministro generale p. Agostino Sepinski, dopo la Visita di p. Enrico Recla. E nel 1964, con altro decreto verranno nominati i Definitori, dopo la Visita di p. Girolamo Mascia. È legittimo chiedere il motivo di quest'altalena. Non può negarsi quell'irrequietezza che serpeggia tra i frati durante la Visita canonica. Ma essa si verifica e quando si nomina per decreto e quando si elegge in Capitolo. Certe situazioni, certe mentalità non cambiano da un triennio all'altro. Il problema è complesso ed entrano in gioco la condotta dei frati nelle Visite canoniche, e l'intelligenza e la capacità dei Visitatori nel capire la vera situazione. Nella Congregazione capitolare, tenuta a S. Matteo, nel luglio 1964 sotto la presidenza del Visitatore p. Girolamo Mascia, dopo la lettura del decreto del Ministro generale che nominava il nuovo Definitorio, vi fu una garbata protesta. Frate francescano.La protesta formulata dal Custode p. Amedeo Gravina, e appoggiata da chi scrive, fu letta in Capitolo dallo stesso Gravina e suona così: “Come religioso vincolato dal voto di obbedienza m’inchino umilmente anche se dolorosamente alla volontà del Rev/mo p. Generale, ma come uomo libero e ragionevole protesto energicamente per aver tolto in questa occasione un diritto nativo della provincia di eleggersi il suo governo. 9 luglio 1964”. Non s'intende sopravalutare un tale gesto di protesta, ma è certo che d'allora non si sono avute più nomine per decreto. Il Ministro provinciale Valentini(Nota 2), attaccato più alla lettera che allo spirito della legge, non era fatto per suscitare simpatia; metodico, freddo, compassato, creava inconsapevolmente una certa distanza con i suoi sudditi, che, in fondo, amava. Non commise grossi errori e prese buone iniziative, per esempio: un convegno di educatori, lo sdoppiamento del corso di teologia, mettendo una sezione nel convento di Castellana (1935), l'aggiornamento degli Statuti particolari della provincia affidando il compito a p. Anselmo Laganaro, il suo contributo alla fondazione del convento di S. Antonio a Bari coronato dalla presenza del Ministro generale p. Leonardo M. Bello che mise la prima pietra (21 maggio 1936) (Nota 3). La famosa 'Carta dei Cappuccini'.Alla fondazione di questo convento è legato il nome di p. Fedele Brandonisio di Valenzano(Nota 4): un francescano esuberante, entusiasta come un fanciullo, che seppe trovare nella disciplina del suo Ordine l'intelligente e sofferto equilibrio tra mente e cuore e fantasia, e che gli permise di attuare opere che fanno onore al francescanesimo pugliese. La sua attività fu prorompente fino agli ultimi anni della sua vita. Lo sconsolato “non c'è niente da fare” non entrava nel suo vocabolario. Nato per l'azione, era impossibile pretendere da un uomo simile la compassata pacatezza di chi molto pensa e poco fa. La sua esuberanza fu il suo pregio ed anche il suo limite che lo portò inconsapevolmente a certe errate valutazioni nell'adempimento della sua opera e per le quali dovette molto soffrire. Negli anni 1938-40, in provincia, con aria di mistero, fece ancora capolino la famosa vexata quaestio della divisione. Il Visitatore generale p. Pacifico Perantoni, nella sua relazione sullo stato della provincia, tenuta al Capitolo provinciale di Manfredonia nel 1940, dichiarava che “la divisione era voluta, fatte rarissime eccezioni, dalla quasi totalità dei religiosi della provincia” (Nota 5). Già il 10 maggio 1938, il Definitorio provinciale composto dai: Ministro provinciale p. Ermenegildo Cappiello - Custode p. Cristoforo Valentini - Definitori p. Ippolito Montesano, p. Pacifico Di Petta, p. Gaetano Spina e P. Teofilo Trotta, aveva inviato al Ministro generale p. Leonardo Bello formale richiesta della divisione della provincia, allo scopo di dare vita e incremento alle antiche ex province. I motivi addotti erano quelli già noti e sempre ricorrenti: la difficoltà dovuta alla collocazione dei conventi in zona montagnosa e in pianura, la “quasi incompatibilità di frati di diverse regioni a stare insieme”; concedendo la divisione - dicevano quei padri - scomparirebbe il cosiddetto regionalismo, sempre lamentato dai Visitatori (Nota 6). La richiesta non era nuova, ma qui, per la storia, è importante ricordare come la pensava, in quel tempo, l'autorità suprema dell'Ordine. In data 19 novembre 1938, il Ministro generale p. Leonardo Bello scriveva al Ministro provinciale p. Ermenegildo Cappiello (Nota 7):
“M. R. P., l'istanza inviata dalla P. V. col suo definitorio per la divisione di cotesta provincia era già stata presa in esame serio dal Rev/mo Definitorio generale; poiché, peraltro, non fu possibile arrivare alla divisione costì desiderata, si evitò di rispondere. Giacché la P. V. insiste le significo che il Rev/mo Definitorio generale non crede utile e conveniente, almeno per il momento, la divisione suddetta, e che non tanto facilmente verrebbe permessa dalla S. Sede. Tenendo però conto degl'inconvenienti lamentati nell'istanza, la mente del Rev/mo Definitorio è che si prepari opportunamente - come è avvenuto in qualche provincia estera - la divisione stessa ricorrendo, se occorre, anche alla formazione (servatis servandis) di un commissariato, per ora dipendente, nella parte che dovrebbe poi separarsi dall'attuale provincia. Veda la P. V. M. R. se le convenga lavorare su questa direttiva. Ossequiandola e benedicendola di tutto cuore, mi raffermo della stessa P. V. M. R. aff/mo nel Signore fr. Leonardo M. Bello Ministro generale” (Nota 8).
Come si vede, il Definitorio generale non chiudeva la porta alla divisione, anzi ne suggeriva l'opportuna preparazione, cominciando con l'istituzione di un commissariato dipendente dalla provincia. Ma quale parte della provincia doveva essere ridotta a commissariato? Qui sorgevano altre difficoltà, e non ci fu accordo. Il Definitorio provinciale, anziché mettersi a lavorare sulla direttiva suggerita dal Ministro generale, preferì rivolgersi direttamente alla Sacra Congregazione dei Religiosi (11 dicembre 1938), inviando un esposto analogo a quello inviato al Ministro generale, chiedendo la divisione (Nota 9). La Sacra Congregazione non rispose direttamente. Frattanto nel maggio 1939 si teneva il Capitolo generale ad Assisi. Alla fine dell'anno venne, in provincia, come Visitatore generale, p. Pacifico Perantoni. Nel Capitolo provinciale, tenuto a Manfredonia il 12 febbraio 1940, detto Visitatore comunicava all'assemblea dei capitolari che “il Definitorio generale, nella seduta dell'11 gennaio 1940, stabiliva di soprassedere alla soluzione del problema della divisione” (Nota 10). Illustrazione da un'opera presente nella Biblioteca francescana di S. Matteo.Questa è la sostanza dei fatti avvenuti tra il 1938 e 1940. In seguito, in un contesto storico diverso, non mancherà qualche sparuta impennata “di spirito regionalistico, che, a dispetto di tutte le finzioni, cova nei cuori come fuoco sotto la cenere” (Petracca). A distanza di tempo si possono guardare le cose con più sereno distacco. Sarebbe fuori della realtà storica chi volesse drammatizzare su un tale fenomeno e vedere in esso non si sa che cosa di mostruoso; dimenticherebbe la storia dell'Ordine francescano che registra, in proposito, famose alternative tra spagnoli e non spagnoli, tra Osservanti e Riformati, il giro delle provincie italiane nel presentare il Definitore italiano, il giro delle province francesi, ecc... Storicamente la provincia di S. Michele Arcangelo in Puglia è quella che si è voluta in forza del decreto del 1899. In una combinazione così eterogenea e geograficamente così infelice - un territorio che va dai confini della provincia di Brindisi a quelli della provincia di Caserta - nessuna meraviglia e nessuno scandalo se si verificano frizioni, specialmente in tempi precapitolari. Non vi è disciplina esterna che valga a togliere dall'animo il giudizio critico. L'interna unione non si ottiene con un tratto di penna, ma è frutto di conquista spirituale e di saper trovare, giorno per giorno, il punto d'incontro nella visione francescana della vita. Allo scadere del mandato di Cappiello il bilancio della provincia è giudicato in maniera largamente positiva dal Visitatore Perantoni, il quale dichiara nella sua relazione:
“con intima soddisfazione dico che nulla di veramente grave ho riscontrato nel governo della provincia, nella direzione dei conventi e nel portamento dei singoli religiosi. La visione panoramica della provincia è buona. Il buon nome che essa gode, dentro e fuori dell'Ordine, è ben meritato. La provincia cammina sulla via della regolare osservanza, della vita comune, e si è sforzata di attendere, secondo le proprie forze e le particolari circostanze in cui è venuta a trovarsi, a progredire in ogni campo sulla via del Bene” (Nota 11).
P. Agostino Castrillo in una foto di gruppo (al centro, seduto).Numericamente lo stato personale, nel 1940, presentava: 142 frati, di cui 81 sacerdoti, 34 chierici, 19 laici professi, 8 novizi. Le guardianie erano 7, le residenze 13. A Cappiello, religioso d'antico stampo, dal cuore bonaccione malcelato da burbero cipiglio, seguiva, come Ministro provinciale, il giovane p. Agostino Castrillo(Nota 12), con il Custode p. Ippolito Montesano, e con i Definitori p. Bonaventura Guglielmi, p. Dionisio Rendina, p. Teofilo Trotta e p. Benedetto Spina. Il primo triennio (1940-43) del provincialato Castrillo fu travagliato: cosa dovuta in parte all'inesperienza del giovane Ministro, e in parte alla mentalità propria dei Definitori. La diversità di valutazioni, anzicché risolversi in una sintesi proficua, portò, talvolta, a dissensi che giunsero alla rinunzia di un Definitore, e all'intervento straordinario di un Commissario (p. Raffaele Pontelandolfi) venuto da Roma, per regolare un caso che era della più ordinaria amministrazione: il dissenso tra superiore e vicario nel convento di Bari! (Nota 13). Cosa spiegabile in democrazia, e non intacca la statura morale e francescana di p. Castrillo, che si colloca tra le figure di primo piano nella storia della provincia. Quando Castrillo morì, il Ministro generale dei Frati Minori, p. Sepinski, ebbe a scrivere:
P. Agostino Castrillo - Da http://foggiainguerra.altervista.org.“L'Ordine francescano deve a lui stima e riconoscenza, perché lo ebbe per parecchio tempo a proprio diretto servizio e nella qualità di maestro dei nostri studenti a S. Antonio in Roma, e nella qualità di Ministro provinciale a Salerno. E tutti ricordano la sua rettitudine e la sua carità, resa ancora più gradevole da una gentilezza di modi che sempre lo hanno reso caro. La provincia poi lo ebbe a reggitore e moderatore, ed egli fedelmente la servì non declinando né a destra né a sinistra, ma votato al sacrificio nel servizio dei propri fratelli. Che dire poi del suo governo come pastore di diocesi: forse più di qualcuno dei suoi diocesani non l'avrà potuto vedere, tanto è stata breve la sua permanenza al governo della diocesi stessa, ed in tanta penuria di tempo, tanta parte sacrificata a causa del male che ne ha minato e stroncato la vita: ma tutti, indubbiamente, hanno sentito l'efficacia della sua sofferenza sublimata nella continua offerta al Sommo Pastore che, forse, a lui ha chiesto solo, o certo particolarmente e specialmente quel tributo: la sofferenza patita con Cristo per il bene del gregge. Nel dolore grande del distacco e della separazione ci è gran conforto il poter dire di lui: ecce verus Israelita in quo dolus non est! La sua vita nobilmente e coscientemente spesa a servizio del popolo di Dio sia di monito e di richiamo a tutti, e tutti chiniamoci alla sua memoria” (Nota 14).
1. pagina del Bollettino della Postulazione Provinciale OFM - Foggia per la Causa di Canonizzazione del Servo di Dio P. Agostino Castrillo - 7 ottobre 2008.Il vescovo Rinaldi, successore di Castrillo, ha aperto il processo informativo sulle virtù di p. Agostino; la Curia provinciale dei Frati Minori di Puglia e Molise lavora a raccogliere testimonianze in tal senso (Nota 15). Durante il secondo conflitto mondiale che portò, anche nella nostra regione, lutti e rovine, buona testimonianza di carità operosa dettero i francescani: le porte dei conventi furono aperte per ospitare soldati sbandati e dare soccorso agli sfollati. Mentre la guerra distruggeva, i francescani già pensavano a costruire nuove opere. Si dava l'avvio a quel rifiorire d'iniziative, che sarà una felice caratteristica del triennio successivo. La provincia monastica dal 1943 fu investita da una ventata di giovinezza, e “divenne un cantiere sonante di attività d'ogni specie” (Livio Addari). Una cosa che dalla seconda metà del Settecento, non si era mai vista in provincia. Vennero fondate nuove case, tutti i conventi furono rinnovati. Il convento Sacro Cuore di Torremaggiore.Circa le nuove fondazioni compiute in questi ultimi tempi, rimando ad altre mie pubblicazioni (Nota 16), qui devo riempire una lacuna apparsa, non senza ragione, nella prima edizione di questo lavoro, e cioè la nuova fondazione francescana a Torremaggiore.
1921-1933 Convento di S. Matteo - Sala della fraternità.Il Ministro generale dei frati minori, p. Bernardino Klumper, con decreto del 15 novembre 1921, sospendeva, temporaneamente e per gravi motivi, il governo ordinario della provincia mettendola sotto regime straordinario. Con lo stesso decreto nominava: Commissario provinciale p. Filippo Petracca e Consiglieri i padri Ludovico Preta, Anselmo Laganaro, Bernardino Laricchia e Gerardo De Rubertis (Nota 47). La differenza sostanziale tra regime ordinario e quello straordinario è che nel primo i guardiani e i definitori danno il voto per il Ministro provinciale, nell'altro no; inoltre, i definitori provinciali, nel governo ordinario, hanno voto deliberativo, mentre i consiglieri, in regime straordinario, esprimono soltanto un voto consultivo. In breve, il governo della provincia è devoluto al Commissario provinciale, che risponde del suo operato al Ministro generale. Klumper accompagnava il decreto con questa lettera a Petracca:
Il convento di San Matteo a S. Marco in Lamis nel 2003.“Molto R. P. il M. R. P. Elia Cimino Visitatore generale ha incarico di pubblicare il decreto dell'elezione di V. P. M. R. a Commissario provinciale di cotesta provincia delle Puglie, e ad immetterla nel possesso del nuovo ufficio insieme ai componenti il Consiglio che le è stato dato. Con questa nomina il Rev/mo Definitorio generale ha voluto mostrare una speciale fiducia nell'opera della P. V. e dei suoi Consiglieri per il rifiorimento di cotesta provincia, la quale, a causa principalmente delle gare regionalistiche, ha perduto quella pace e mutua fratellanza che dev’essere il nostro distintivo, e si è rilasciata in modo impressionante nella regolarità disciplinare. Perciò a V. P. ed al suo venerabile Consiglio viene affidato il compito grave ma nobile di ricondurre la provincia all'antico prestigio, e perché più facilmente possa raggiungere un sì nobile scopo il Rev/mo Definitorio, oltre il raccomandare a lei ed ai suoi Consiglieri di mostrarsi modelli in tutto e per tutto, di religiosità e di disciplinatezza, ha creduto bene di prescrivere alcune norme, che Ella avrà cura di mettere in esecuzione. Perché la provincia possa, come deve, formare un corpo compatto, saldo e sano, il Rev/mo Definitorio ordina che: 1) unico sia il Collegio serafico; 2) il noviziato sia posto in un convento più adatto alla formazione religiosa; 3) la sede provincializia sia conservata nella provincia di Foggia; 4) si costituisca un numero conveniente di case formate; 5) si organizzino gli studi in conformità degli Statuti; 6) si abbia maggior cura dell'educazione dei fratelli laici e dei giovani chierici. Confido che lo zelo per la regolarità e l'amore verso la provincia che animano V. P. e il ven. Consiglio, varranno a rendere alla medesima il primitivo lustro, mentre le loro Paternità si renderanno grandemente benemerite dell'Ordine e della Chiesa. A conforto dello zelo che la P. V. ed i suoi Consiglieri adopereranno nell'ufficio affidato mando di cuore la serafica benedizione. Aff/ mo nel Signore p. Bernardino Klumper o. f. m. Ministro generale” (Nota 48).
Restauro di una facciata del convento di S. Matteo - Ingresso della Biblioteca P. Antonio Fania.Un tale provvedimento non si era mai verificato nella storia della provincia, perciò lo stupore doloroso fu generale. “La provincia - dirà Petracca - mai come in quel momento, parve avvolta in un immenso manto di lutto”. Fu tale il senso di abbattimento che si era rovesciato sull'animo di tutti, che si rimase come intontiti. Lo stesso Petracca, accintosi per ben tre volte a stendere “due righe di circolare”, si vide “come per incanto cadere la penna di mano”. “D'altronde - egli osserva - che cosa dire, in un momento così delicato, di confortante ai miei fratelli, che non significasse, anche lontanamente, sdegno e recriminazione per l'onta comune? Che potevo dir io che estraneo da un pezzo ai maneggi del regime, rimasi più degli altri disorientato nel vedere così duramente colpita una provincia, che in un passato non lontano, aveva riscosso encomi lusinghieri dai supremi moderatori dell'Ordine? Ecco perché io ho preferito tacere, convinto che a certe ore grige non si addice che il silenzio, mentre le parole non fanno che amareggiare gli animi e fomentare nuovi rancori” (Nota 49). In quei giorni p. Anselmo Laganaro era Visitatore generale in Sicilia. Recatosi a Roma dopo la Visita, così scriveva a p. Petracca:
“Molto Rev. Padre, le ragioni per cui alla nostra provincia è stata inflitta l'umiliazione di un governo di eccezione, sono molto più semplici e molto meno gravi di quello che credevo. Qui a Roma si è voluto farla finita una volta per sempre col regionalismo, e con le velleità di divisione imperanti in provincia nostra, e alla divisione di fatto già attuata dal p. Masulli; e giacché si temeva che celebrando il Capitolo in provincia potesse essere rieletto o il p. Masulli o qualche sua creatura che ne continuasse gli errori e i metodi, si è voluto tagliar corto elegendo qui i nuovi superiori” (Nota 50).
Concerto tenuto nella Chiesa del convento di S. Matteo.Dopo due anni Petracca scrisse e diede alle stampe una lettera dal titolo significativo: “Una parola d'incor[a]ggiamento e di fede ai miei confratelli di Puglia”. Con senso storico e franchezza di linguaggio, mette a fuoco la situazione della provincia: “Chi di grazia - egli scrive - mi saprebbe dire a qual punto si trovasse qualche anno fa, la nostra provincia monastica, nei riguardi dell'osservanza, della pietà, dell’operosità, dello spirito di fervore sinceramente francescano? Da parecchi anni noi camminavamo, ma sventuratamente ci eravamo messi su una china che se non menava diritto all'abisso, era però molto sdrucciolevole e irta di scogli. Noi camminavamo, correvamo anzi, ma si poteva dire di noi la confortante parola di S. Paolo: currebatis bene? Purtroppo la nostra corsa cominciava a divenire scapigliata, purtroppo il nostro vivere religioso faceva arguire tutt'altro che benessere e floridezza. Parecchi se n’erano accorti e parecchi deploravano un andamento che dava poco bene a sperare per il nostro avvenire, ma, come ordinariamente avviene, quegli stessi, travolti dalla comune corrente, finirono con l'illudersi che non fosse il caso di allarmarsi soverchiamente. Che cosa era tutto ciò? Era vita, rigoglio di vita, o non piuttosto torpore, malessere, marasma tanto più deleterio quanto più nascosto?” (p. 7.). “E quel vizio, tanto più deplorevole quanto più radicato ed insanabile, del cosiddetto regionalismo? Vi pareva bello vedere religiosi piantare le tende in una casa preferita e quivi, fattosi il nido non privo di un certo confort e createsi un piccolo ma caro ambiente, pretendere che nessuno osasse guastarne i dolci riposi e che i superiori stessi dovessero invigilare perché i sacrosanti diritti regionalistici!!! rimanessero intangibili?” (p. 8). “Qual meraviglia che in questo stato di cose gli abusi non si eliminassero mai, l'educazione della gioventù divenisse un problema insolubile, le miserie venissero coperte dal manto vergognoso della carità regionale e il rimaneggiamento di certe comunità non conducesse all'invocato risanamento? Qual meraviglia che la provincia intisichisse a vista d'occhio, che le nostre file si assottigliassero miseramente, che le vocazioni stesse divenissero rare? Era vita? Era floridezza? Era progresso?! La risposta me la dà una voce spassionata ed autorevole, la voce del Rev/mo Capo dell'Ordine. La vostra provincia, egli mi scriveva, è affetta da un'impressionante rilassatezza e dal tarlo funesto del regionalismo” (p. 9).
“Credete per avventura che sarebbero bastati i soliti richiami, sia pure avvalorati dall’i[n]domita energia di un superiore zelante e fattivo? V’ingannate e la prova più convincente è che di questi richiami e di questi superiori non ne sono mancati; ma la loro voce fu un grido nel deserto e il loro zelo dovette ripiegare stanco e sfiduciato. Gli è che certi malanni, resi a lungo andare cronici, resistono agli ordinari rimedi, alla stessa guisa di certi ruderi, che, dopo aver sfidato il dente edace del tempo, si lasciano appena scalfire dal colpo del piccone. L’istituzioni, come tutti gli organismi, hanno purtroppo di questi malanni, di questi funesti letarghi, a vincere i quali sentono assoluto bisogno di forti scosse, di violenti emozioni, che solo possono operare il miracolo di svegliarle e ridonarle al ritmo normale della vita. Ed ecco che allora subentra la mano potente di colui che affanna per suscitare, che atterra per rialzare, che percuote per far ravvedere. E questa mano si è abbattuta anche su di noi” (p. 10).
Ora è il momento “di non perdersi in vane lamentele”, ma accolto umilmente “il giusto ed opportuno castigo”, ognuno faccia il suo dovere perché la provincia ritorni all'antico prestigio. Petracca fece la sua parte, con klumperiana energia: nella riunione consiliare del 22 novembre 1921 fu stabilito: unico Collegio serafico a Castelnuovo della Daunia; ritorno della sede provincializia nel convento di S. Pasquale a Foggia; casa di noviziato a Biccari; nomina dei superiori dei diciotto conventi (Nota 51). Petracca rimaneva fermo nelle sue decisioni: “a chi l'avesse eventualmente dimenticato - egli scrive - ricordiamo che il Commissario e i suoi Consiglieri non furono istituiti per sanzionare e tutelerò il passato andamento della provincia, ma perché facessero precisamente l’opposto. Se qualcuno si sente offeso sappia che non è colpa loro. I deliberati del Consiglio non s’ispirano che alle direttive di Roma, delle quali due sono capitali: fondere gl'individui, specie i superiori, onde evitare infeudamenti regionali e conseguenti camarille, e combattere gli abusi che sono la morte della provincia”. Precluse “ai furbi di riprendere i loro fortilizi e lasciare agli allocchi l’eterno mestiere delle comete” (Nota 52). Non aveva perplessità a rimuovere dal loro ufficio certi superiori locali. Così rimosse uno che si faceva notare per la trascuratezza nel governo della comunità, per la grettezza eccessiva nel trattamento dei religiosi e per un fare capotico; un altro per 'la eccessiva indolenza'; un altro 'perché di una mentalità tutta propria amante del dio ventre, non faceva che allontanare i fedeli dalla chiesa e ridurre il convento ad una miseria spaventevole' ; un altro perché 'tutto intento alla predicazione, si assentava spesso dal convento'(Nota 53). Particolare nel corridoio di ingresso al convento di S. Matteo.Petracca, ispirandosi ad un concetto bonaventuriano: pochi e buoni conventi, aveva la ferma convinzione “che è infinitamente preferibile una provincia ristretta, ad una numerosa ma flaccida e bacata. Le piccole comunità sono la peste dell'osservanza regolare e la liquidazione di non pochi religiosi. Vivendo frantumati si è nella grave difficoltà di organizzare un'opera seria di apostolato” (Nota 54). In coerenza a tale principio, decise di chiudere quattro conventi; chiese il consenso (13 luglio 1923) al Ministro generale, il quale (7 agosto 1923) “non solo approvava la proposta di chiudere alcune case, ma emetteva un voto di plauso per la coraggiosa decisione presa. All'uopo il Commissario, che si trovava presente in Roma, riceveva dai Definitori generali congratulazioni e incoraggiamenti a mandare ad effetto un'opera santa, ma irta di difficoltà”. I conventi da chiudere erano quelli di Manfredonia, Ripalimosani, Castellana e Lucera. In effetti riuscì a chiudere soltanto quelli di e di Ripalimosani, giacché a Castellana non poté far nulla perché il Municipio, sorretto dall'opinione pubblica, volle far rispettare il vigente contratto di locazione, e a Lucera oltre il contratto che il Commissario prefettizio volle rispettato, vi era l'opposizione del vescovo (Nota 55). Particolare di una statua in legno presente nel convento di S. Matteo.La chiusura delle residenze di Manfredonia e di Ripalimosani suscitò qualche fermento, “specie - scrive Petracca - fra alcuni frati, per il convento di Ripalimosani. È doloroso constatare che mentre i foggiani docilmente hanno subito la chiusura di ben quattro conventi (dal 1899), i molisani menino tanto lamento per la chiusura del più miserabile convento della provincia” (Nota 56). “Io non avevo pensato che certe cose non vanno fatte che in Capitanata, non avevo pensato che solo qui è lecito, perché è stato sempre lecito, sopprimere conventi e considerare i frati come merce di esportazione, non avendo pensato che mettere le mani oltre il Fortore e l'Ofanto è pretendere di passare le colonne d'Ercole” (Nota 57). Si assisteva ad una scena paradossale: si lamentava da tutti che “le piccole comunità sono la peste della regolare osservanza”, e quando Petracca si mosse a porre rimedio, sopprimendo alcune piccole comunità, da alcuni si gridò allo scandalo. “Per scusare l'infingardagine non si seppe trovare di meglio che coprirsi di ridicolo” (Nota 58). Il linguaggio di Petracca riproduce fedelmente il suo spirito vivace, nutrito d’intuito psicologico che non disdegna la brillante ironia. Ma sarebbe fuori della realtà storica, chi cedesse alla tentazione di formulare giudizi stizzosi e generici sulla provincia. In generale, le lettere circolari vanno prese con cautela e inquadrate nel momento in cui sono state scritte. Difetti d’individui vi erano, ma non mancavano pregi e virtù, anche se negli atti ufficiali non se ne parla. La storia del francescanesimo dimostra che i frati possono arrovellarsi per questioni interne, ma si riscattano sempre con l'amore a S. Francesco e al suo ideale di vita. Il lavoro che è una forma di amare, oltre che nel campo specifico del ministero sacerdotale, trovava valide espressioni nello studio, nella preghiera, nell'umile apostolato in mezzo al popolo. Segno di operosità è la predicazione: lo stesso Petracca fondò “l'associazione missionaria dei predicatori, che pur rimanendo nelle rispettive case religiose, si dedicavano all'apostolato eminentemente francescano delle missioni indigene” (Nota 59). Tra i predicatori si ricordano tra gli altri, p. Agostino Cimino da Roccamondolfi, p. Alfonso Sciscenti da Casalcalenda, p. Benedetto Spina da Colledanchise, p. Leopoldo Nardone da Celle S. Vito, p. Tommaso Pagano da Palo del Colle, p. Gabriele Moscarella da S. Marco in Lamis. Convento di S. Matteo: fra Matteo Bibiani.Né va dimenticata l'opera silenziosa ed efficace di quei militi ignoti del francescanesimo che sono i fratelli laici. Semplici e modesti, nel quotidiano lavoro in chiesa, nell'orto, per le vie della città o attraverso i campi riarsi dal sole, con bisaccia sulle spalle, sentivano il gusto della vita francescana e facevano amare S. Francesco. Ricordo quelli da me conosciuti: fr. Vincenzo Danza (Rignano Garganico 16 agosto 1870 - Foggia 15 luglio 1933) collettore di Terra Santa che seppe accattivarsi la stima e l'amicizia dei grandi e dei piccoli; Convento di S. Matteo - fra Matteo Bibiani nel 2003.il patriarcale e paterno fr. Oronzo Tricarico (Palo del Colle 25 settembre 1864 - Molfetta 6 marzo 1945); il pacifico e sorridente fr. Felice Noviello (Bitonto 25 maggio 1854 - Castellana 13 marzo 1936); il venerando fr. Lorenzo Arcari (Sepino 8 settembre 1852 - Campobasso 1 aprile 1939); l'austero lavoratore fr. Giovanni Nardella (S. Marco in Lamis 18 gennaio 1860 - Campobasso 10 dicembre 1940); il pio e penitente fr. Giovanni Nicolini (Foggia 5 novembre 1871 - Manfredonia 7 febbraio 1954); il semplice e pio fr. Raffaele Saccone (Biccari 28 settembre 1869 - Biccari 7 febbraio 1940); il laborioso e riservato fr. Bernardino Totta (S. Marco in Lamis 26 luglio 1872 - Biccari 12 luglio 1939); l'intraprendente ed affabile collettore di Terra Santa fr. Serafino Tomaro (Campobasso 10 ottobre 1867 - Campobasso 9 gennaio 1944); il faceto e popolare fr. Benvenuto Morea (Bitonto 20 settembre 1889 - Biccari 9 gennaio 1951); il modesto e pio fr. Guglielmo La Selva (Castellino sul Biferno 19 gennaio 1876 - Casacalenda 13 novembre 1953); i fedelissimi e laboriosi questuanti del convento S. Matteo fr. Vito Pagone (Bitonto 2 febbraio 1873 - Manfredonia 19 agosto 1948); fr. Ludovico Sogliuzzi (Casalvecchio di Puglia 3 maggio 1905 - S. Marco in Lamis 7 agosto 1962). Convento di s. Matteo nel 2003 - Da sx: Antonio e fr. Matteo Bibiani. A dx: Padre Nicola De Michele.Petracca affidò la direzione del Collegio serafico a p. Vincenzo Blunno: un francescano fisicamente forte, con corpo aitante, viso tondo, capelli arruffati, passo di parata militare; insegnante diligente che faceva studiare, direttore sergente che si faceva temere, predica¬tore estroso dall'eloquio abbondante e sovrabbondante, non altrettanto profondo, dalla voce non proprio gradevole per la forzatura di tono nei ripieni di frasi a petardo. Al Collegio, Blunno dedicò le sue energie con giovanile entusiasmo. Insieme agl’insegnanti che più gli furono da vicino - p. Teofilo Trotta da Bitetto e p. Eugenio Botta da Rignano - fece del Collegio una fucina di ragazzi che, in seguito, daranno nuova linfa alla provincia monastica. A distanza di oltre mezzo secolo si può essere anche critici intorno a certi metodi didattici, da sergente inflessibile, usati da Blunno, ma non gli si può negare il merito di un impegno generoso nella formazione morale e nell'istruzione dei ragazzi aspiranti ad essere francescani e sacerdoti. Blunno era figlio del suo tempo ed era appena tornato dal servizio militare. Non aveva il cuore dolce e, quando era il caso, alle caramelle preferiva quattro scapaccioni (Nota 60). Convento di S. Matteo nel 2003: p. Angelo Marracino e p. Giacomo Melillo.Alla casa di noviziato di Biccari, Petracca mandò come superiore p. Gabriele Moscarella(Nota 61), ma dopo tre anni lo sostituì con p. Ippolito Montesano. Moscarella non aveva il carisma del superiore, né si sentiva a suo agio nella rutine (sic) di un padre guardiano. Le sue peculiari attitudini erano quelle del predicatore e dello studioso, aveva carissimi il pergamo e il tavolino. Per cinquant'anni fu predicatore serio e sostanzioso, che trova il suo posto nella migliore tradizione francescana. Percorse l'Italia intera e raggiunse Alessandria d'Egitto, stimato dai vescovi, richiesto dai fedeli. Consigliere e Definitore provinciale, Direttore delle missioni indigene e della cattedra francescana a Foggia, Commissario del Terz’Ordine Francescano, ha assolto i vari compiti senza sfarzo né sterili sbandieramenti. Dotato di perspicace intelligenza e del potere di pronta assimilazione, giovanissimo, per volontà dei superiori, dovette insegnare filosofia. Con personale rielaborazione si cimentò a divulgare alcune tesi della speculazione francescana con la pubblicazione di alcuni libri ed opuscoli. Fu uno studioso che non conobbe l'avarizia di comunicare notizie, ma pronto ad una carità squisita, feconda di buoni consigli e di fraterni incoraggiamenti. Chi scrive può darne diretta testimonianza. Fu un francescano che ebbe il dono di saper soffrire; al contatto di gente gretta lo si vedeva raccolto nel pudico silenzio di una intelligente riservatezza, ma si rendeva conto di quanto avveniva intorno a sé, e sapeva chiamare uomini e cose con il vero nome. A termine del suo Commissariato (3 novembre 1927), in un clima di religioso fervore, suscitato dalla ricorrenza del settimo centenario della morte di S. Francesco, Petracca poteva dire:
“con tutta l'anima auguro alla mia cara provincia fervore di santità, ornamento di virtù, ogni morale grandezza: le auguro che possa tornare presto all'amplesso del padre non più figliastra, ma figlia diletta, vivaio di santità e di eroismo, degna discendente di quella provincia di S. Angelo che per secoli ha segnato pagine d'oro nella storia dell'Ordine”.
L'auspicio di Petracca restò nel campo dei pii desideri: dopo la Visita canonica del siciliano p. Luigi Salvo, la provincia restò “figliastra”, sotto regime straordinario, cosa che si ripeterà nel 1930, dopo la visita del marchigiano p. Ferdinando Diotallevi. A distanza di oltre cinquant'anni, ripensando a quei tempi, non si può nascondere un certo senso di perplessità sull’operato di taluni Visitatori: la provincia meritava davvero di essere ancora figliastra? Forse la risposta si potrà averla, quando si potrà consultare l'archivio della Segreteria generale di Roma. Con decreto del 4 novembre 1927, il Ministro generale p. Bonaventura Marrani nominava Commissario provinciale p. Ezechia D'Agnessa(Nota 62) e Consiglieri i padri Agostino Cimino, Gabriele Moscarella, Vincenzo Blunno e Fedele Brandonisio. Come religioso p. Ezechia aveva modi cortesi ed affabili, un pensiero particolare aveva per i poveri e i disoccupati che ricorrevano a lui per avere un pane e un posto di lavoro. Egli seppe conquistarsi la stima di professionisti foggiani, nonché dei vescovi Fortunato M. Farina di Foggia e Vittorio Consigliere di Ascoli. Presso il primo lavorò efficacemente per il ritorno dei frati alla chiesa di Gesù e Maria, dal secondo ottenne l'istituzione della parrocchia di S. Potito ad Ascoli, di cui fu il primo parroco. Con lui cominciarono i restauri della chiesa e del convento di S. Pasquale a Foggia. Come Commissario provinciale, la sua azione non sempre fu improntata a saggezza. Certi provvedimenti presi a cuor leggero - per esempio sul caso del noviziato di Biccari e la rimozione di tutti i padri della comunità - non fecero che suscitare malumore in provincia e provocare l'intervento di un Commissario straordinario, p. Giuseppe Scialdone, mandato dal Ministro generale (Nota 63). Padre Lorenzo De Martinis.In provincia si andava consolidando un moto di ripresa con i nuovi chierici studenti usciti dal noviziato. Venne riaperto il convento di S. Maria delle Grazie a Manfredonia e messa la scuola di liceo. In questa scuola lavorò con impegno un giovane Lettore, uscito appena dal Collegio di S. Antonio di Roma: p. Costantino Nacci. Con amore si sobbarcò ad insegnare filosofia, biologia, algebra, fisica e canto ecclesiastico. Un lavoro massacrante che soltanto dopo alcuni anni gli fu alleggerito, quando vennero, per le materie di fisica e matematica, altri insegnanti, tra i quali il compianto p. Lorenzo De Martinis di Volturinomorto tragicamente (5 aprile 1945). P. Costantino (Domenico) Nacci nacque a Bitonto, il 3 gennaio 1899, da Francesco Paolo e Costanza Amendolagine; dopo gli studi elementari frequentò il corso ginnasiale nel liceo “Carmine Silos” di Bitonto. Il 24 ottobre 1915 vestì l'abito francescano nel convento di Biccari; frequentò gli studi in provincia (eccetto il primo anno di teologia a Roma); professò solennemente la Regola il 16 aprile 1922, e fu ordinato sacerdote il 6 agosto dello stesso anno; venne inviato a Roma nel Collegio internazionale di S. Antonio, ove, nel luglio 1926 fu dichiarato Lettore generale di filosofia. Si recò a Milano ove frequentò, per un anno, la scuola di perfezionamento per laureati presso l’Università cattolica del S. Cuore. Nel luglio 1927 tornò in provincia. Per venticinque anni continui Nacci ha dato tutto alla scuola e per la scuola, come pochi in provincia. Da prefetto degli studi (1930-33), (1946-49), impostò gli stessi su un piano moderno, più efficiente, più regolato nei testi e negli orari, in conformità agli Statuti pro studiis regendis e in analogia con i programmi delle scuole ecclesiastiche e statali. Collaborò al governo della provincia come Consigliere (1930-33) e come Definitore (1946-49; 1955-61). Uomo di soda cultura senza boria, Lettore giubilato (dal 1972) senza ostentazione, francescano semplice e buono è morto, placidamente, l’1 aprile 1984 a Bitonto. Nel 1930 venne come Visitatore generale p. Ferdinando Diotallevi della provincia delle Marche, un francescano eminente in quei tempi. Dopo la Visita, compiuta con autorevole cipiglio, fece la sua relazione al Ministro generale p. Bonaventura Marrani, il quale comunicava - 16 luglio 1930 - al Visitatore: “Esaminata nel congresso definitoriale la relazione della Visita canonica fatta dalla P. V. M. R. in cotesta provincia debbo notificarle quanto segue. Date le condizioni morali e disciplinari della provincia quali risultano dalla stessa relazione e da altri documenti esistenti in questa curia, il Rev/mo Definitorio generale non crede opportuno restituire per ora alla medesima il richiesto governo ordinario. In conseguenza tengo a notificarle che il Rev/mo Definitorio generale nel congresso di ieri ha provveduto alla nomina del nuovo Commissario nella persona del M. R. P. Pacifico Di Fetta, e dei Consiglieri nelle persone dei RR. PP. Ezechia D'Agnessa, Ludovico Vincitorio, Ermenegildo Cappiello e Costantino Nacci” (Nota 64). Nell'ordine: Il Custode di Terrasanta p. Pierbattista Pizzaballa - p. Nicola De Michele - p. Pio D'AndolaLa nomina del nuovo Commissario destò sorpresa in provincia e nello stesso Di Fetta(Nota 65), che non aveva nel suo bagaglio grande conoscenza di frati e di cose della provincia. Ciò nonostante, fece la parte sua con umiltà e fermezza. Tra l'altro riaprì il convento di Castellana, ove, solo, attendeva un fratello laico fr. Felice Noviello, che, di notte e di giorno, in chiesa, importunava la Madonna con la semplicità del bambino e la preghiera del fedele: “Madonna mia, e quando farete ritornare i frati?” Il convento di S. Matteo, per lunga tradizione, aveva ancora un gregge di pecore e un buon numero di cavalli. Di Fetta (13 settembre 1932) “ordinava la vendita di tutte le pecore e dei cavalli non strettamente necessari” (Nota 66). Con decreto reale del 5 giugno 1935, si ebbe il riconoscimento civile della provincia monastica. Si assisteva ad una rigogliosa fioritura di vocazioni. Il Collegio serafico di Castelnuovo si rivelava insufficiente a contenere il numero degli aspiranti. Poca disponibilità di locali presentava la casa di noviziato di Biccari. Nel 1930 venne deciso di mettere il Collegio serafico a Sepino, la casa di noviziato a Casacalenda, il ginnasio superiore a Castellana (1931), lo studio liceale a Manfredonia, lo studio di teologia a Molfetta (Nota 67). Alla fine del triennio (1933) si contavano 10 novizi a Casacalenda, 14 studenti di ginnasio superiore a Castellana, 35 studenti di filosofia a Manfredonia, 12 studenti di teologia a Molfetta (Nota 68). La provincia di S. Michele Arcangelo in Puglia era viva e vitale.
Veduta del convento di San Matteo a San Marco in Lamis
Padre Filippo Petracca.P. Filippo (Michele) Petracca nacque a Castelnuovo della Daunia, il 10 ottobre 1874, da Carmine e Alberta Palma; vestì l'abito francescano, il 16 marzo 1890, nel convento di Stignano; d'ingegno non comune fu inviato a studiare a Roma nel Collegio internazionale di S. Antonio; fu ordinato sacerdote l'1 agosto 1897; fece il concorso di filosofia con esito brillante, e il 21 settembre 1898, veniva dichiarato Lettore generale. Ritornato in provincia, appena ventiquattrenne fu nominato Consigliere provinciale. Nel 1902, dal Vicario generale Fleming veniva dichiarato Lettore generale di teologia “cum onere concurrendi”. Nel triennio 1902-1905 fu Definitore provinciale. Nel Capitolo tenuto ad Ascoli nel 1905 fu eletto all'unanimità Ministro provinciale. Aveva appena 31 anni. Dal 1914 al 1921, per alcuni anni fu guardiano del convento di S. Matteo, adoperandosi per avere in fitto il convento, con migliori condizioni. Saltuariamente insegnò filosofia o teologia. Studioso dei problemi dell'epoca ne seguiva con attenzione lo sviluppo. Nel 1908 fu invitato a tenere la cattedra di filosofia nel Collegio internazionale di S. Antonio a Roma:
“Il Rev/mo Definitorio generale - gli scriveva il Delegato generale p. Kaufman - ben conoscendo la sua capacità per l'insegnamento, desidererebbe che la P. V. R. venisse a disimpegnare in questo Collegio S. Antonio l'ufficio di Lettore di filosofia per lo studio attivo, e cominciando dal 9 settembre prossimo venturo. Il Rev/mo p. Generale avrebbe anche piacere che la P. V. R. accettasse tale incarico. La prego a non voler ricusarsi e fare questo sacrificio per il bene dell'Ordine” (Nota 22).
San Salvatore da Orta - Dipinto del 1700 presente nella chiesa francescana di Gesù e Maria a Foggia.Petracca non accolse l'invito, anche se lusinghiero. Non conosco con esattezza il motivo del rifiuto, ma si può pensare che l'invito venne in un momento psicologicamente non adatto. La lettera di Kaufman giungeva venti giorni dopo che p. Filippo aveva terminato il triennio del suo provincialato. I Capitoli - si sa - lasciano qualche strascico emotivo che, poi, il tempo cancella. L'invito a trasferirsi a Roma, in quel tempo poteva dare l'impressione di un promoveatur ut amoveatur... Petracca restò in Provincia come Custode, alla quale carica rinunciò nell'anno successivo. Le acque del Definitorio non erano tranquille. Ben quotato a Roma, p. Filippo, nel 1907, fu inviato come Visitatore generale nella provincia minoritica di Basilicata e Calabria; vi ritornò in tale veste, nel 1911 e nel 1927 (Nota 23). Un Visitatore generale per tre volte nella stessa provincia: un caso unico, per quanto io sappia. Nei momenti difficili della provincia di S. Michele Arcangelo, si ricorreva a Petracca, così sarà anche nel 1921, come si vedrà. All'i[n]domita energia spirituale non rispondeva, in p. Filippo, un fisico altrettanto forte. L'ultimo periodo della sua vita lo trascorse, tra acciacchi e infermità, nei conventi di Biccari e di Toro, e in famiglia a Castelnuovo. Morì il 26 gennaio 1952. Fu una grave perdita per la sua provincia e per l'Ordine minoritico. Era un francescano convinto, d'indole rettilinea, d'intuito pronto nel conoscere uomini e cose, dalla conversazione brillante ed abbondante, dal carattere forte, e, talvolta, un po’ troppo. Tutto ciò faceva di Petracca una delle personalità più eminenti e rappresentative del movimento francescano pugliese. Con spiccato senso della storia, da giovane Ministro provinciale, faceva il punto della situazione della provincia monastica:
“La nostra provincia - egli scrive - un giorno vero mazzo di fiori, come mi ripeteva la veneranda canizie del p. Marcellino da Civezza, colpita profondamente dalla Rivoluzione, troppo tardi tentò a riaversi e attraverso mille difficoltà poté assurgere allo stato presente, che, se non è troppo consolante, non lascia però disperare del suo avvenire. Che avvenne? Mancato l'elemento dei vecchi, che costituiscono le colonne dell'edificio religioso ed il caposaldo della disciplina tradizionale, si vide, in poco tempo, una fioritura di giovani, venuti su alla meglio, di educazione varia e rabberciata come permetteva la calamità del momento e col difficile compito di fare da sé”.
La crisi profonda subita dalle province meridionali minacciava di farle scomparire. L'unione delle tre province monastiche, quelle di Bari, Foggia e Campobasso, salvò il salvabile.
Madonna con Bambino e Angeli - Olio degli inizi del '600 presente nella chiesa francescana di Gesù e Maria a Foggia.“Io non farò - continua Petracca - l'elogio di una tale fusione, da cui i superiori si ripromettevano chi sa quali frutti. Sarei ingiusto però, se negassi che un rinnovamento c'è stato essendosi viste comunità perfette messe dappertutto, noviziato ben regolato, studi meglio indirizzati, disciplina più uniforme, e molto più si farebbe, se piegando il capo all'ubbidienza sapessimo spogliarci di certi pregiudizi di un malinteso regionalismo, che tanto intralciano l'opera rinnovatrice dei superiori, formulando diffidenze e gelosie spregevoli. Molti, lo so mi diranno: tutto questo lo sappiamo bene: ma voi quale programma ci portate, che sia antidoto ai mali accennati e augurio di serio progresso? Fratelli miei, la domanda vagliata bene, appare per lo meno ingenua ed essendo tale, non vi dispiaccia che io risponda ingenuamente: programma non ne ho. Vi reca meraviglia? E che bisogno abbiamo di programmi, se le vie ci sono state tracciate così bene dai nostri legislatori? E volete un programma migliore della nostra Regola e delle nostre Costituzioni, che sono il succo della sapienza e dell'esperienza di tanti secoli? E non sono esse il codice di santità più perfetto, che, osservato a puntino, ci farebbe assistere a una vera fioritura di santi come ai tempi primitivi dell'Ordine, quando un'onda di eroismo non mai visto invase il mondo intero? E qual’altro programma ci viene tracciato dai superiori maggiori se non l'eterno programma dell'Ordine, che si compendia nelle nostre leggi così perfette, così sublimi, così pure, così feconde di virtù? Lasciamo dunque le vaque (sic) vanità, torniamo all'antico, come diceva un grande italiano, non siamo di quei fatui greci che domandavano all'apostolo Paolo magniloquenza dimenticando la sostanza, stringiamoci alle nostre leggi sempre antiche e sempre nuove, scuotiamo l'inerzia che sembra il fatale retaggio di noi meridionali, che pur vantiamo tante belle doti di mente e di cuore, votiamoci generosamente al bene dell'Ordine e dei popoli tanto bisognosi di operai evangelici e avremo espletato il più santo dei programmi, colto nella palestra del bene i più nobili allori. Per conto mio non posso promettervi che il contributo di una giovane energia rafforzata da una ferma volontà di fare del bene e veder fiorire questa monastica provincia. Ebbene questa energia e questa volontà io spiegherò, perché siano tolti ovunque gli abusi, aiutato il buon volere e combattuto il vizio, rincorata la virtù, spronata la pusillanimità, glorificato il povero saio francescano... A somiglianza del Divino Maestro non mancherò, con l'aiuto del Cielo, di mescere la fortezza alla soavità: amo che il male sia prevenuto e l'ordine rispettato; ma non voglio che la debolezza degeneri in perdizione, o che il vizio vesta il manto dell'ipocrisia” (Nota 24).Particolare del presepe del convento di S. Matteo.Caso volle che proprio in quel tempo, dopo il Capitolo, Petracca dovette manifestare la sua “giovane energia” in un caso particolare: il Capitolo provinciale di Ascoli del 1905, in cui Petracca fu eletto all'unanimità Ministro, si era svolto sotto la presidenza del Visitatore p. Giuseppe Ferrini, che era anche Definitore generale. Terminato il Capitolo, alcuni frati, non capitolari, fecero ricorso al Ministro generale, per presunte illegalità. Il ricorso venne respinto. Ma i ricorrenti, per ben tre volte si appellarono alla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, la quale respinse il ricorso. I ricorrenti se la prendevano con il Visitatore Ferrini che avrebbe fatto eleggere a Ministro provinciale e a Definitori, individui di età inferiore a quella richiesta dalle Costituzioni generali dell'Ordine (Nota 25).
Gli ostinati ricorrenti non si avvidero di una piccola cosa, che, più o meno, si verifica in tutti i Capitoli provinciali, e cioè che il Visitatore Ferrini aveva la facoltà di dispensare da quell'articolo delle Costituzioni riguardante l'età richiesta. Il castelletto montato dai ricorrenti crollava. Ma in provincia il susseguirsi dei ricorsi provocava dissapori. Petracca convocò il Definitorio, il quale, dopo aver esaminato il caso, punì i ricorrenti con otto giorni di spirituali esercizi, un pane ed acqua e tre giorni di sospensione a divinis. Questo avveniva il 22 novembre 1905; l’11 dicembre successivo, il Ministro generale Schuler scriveva a Petracca: “ho il piacere di notificare che il Rev/mo Definitorio generale ha approvato le pene da infliggersi ai noti ricorrenti” (Nota 26). La scalinata di ingresso al Santuario di San Matteo - Anno 2010.Esigente nel volere la disciplina nei conventi, p. Filippo promosse efficacemente gli studi: mantenne il Collegio serafico a Sepino (SS. Trinità) nominando Rettore p. Pierluigi Muscio da Pietra Montecorvino; mise lo studio di lettere a S. Matteo con i lettori p. Anselmo Laganaro e p. Diomede Scaramuzzi; nel triennio del suo provincialato ammise al noviziato ventidue aspiranti (Nota 27). Un problema sempre ricorrente nella storia della provincia, quello della sproporzione tra il numero dei frati e quello dei conventi. Nel Capitolo del 1905 erano diciotto, di cui nove guardianie e nove residenze. Petracca, come Fleming, pensò di chiudere quelli di Lucera e di Ripalimosani. Il Generale Schuler approvava pienamente (Nota 28). Ma in pratica, la decisione si disperse nel nulla. Veniva confermato un dato di fatto, che sarà sempre presente anche in seguito: per i frati è facile aprire nuovi conventi, è molto difficile chiuderli. Nel Capitolo del 1908, i conventi saranno venti!
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