Nel brano seguente viene descritto l'ambiente nel quale vivevano i monaci. P. Michelangelo Manicone (1745-1810) scrisse parole infuocate contro tali frati. Nella sua Orazione del 1784 (stampata nel 1785) ebbe a dire a proposito dei troppi monaci: 'L'esorbitante numero de’ Frati è la cagion distruttiva di quella disciplina, e costumanza, con cui il Fratismo nacque e crebbe. Non è possibile, che in un troppo gran numero di persone non vi abbiano sempre de’ cervelli vili, scandalosi, pazzi, e malvagi, che le disonorino, e facciano loro perdere l'antico credito. Quindi io vorrei che i Frati fosser pochi, e che fossero tutti cittadini probi, onesti, e di vita esemplare. A che tanta moltitudine di Frati, che innondano le strade? Frati assai, e costume niente'. Nella citata Orazione, a pagg. 40-41, non ebbe alcun timore a dire: 'La scimunitaggine, l'orgoglio e l'ingiustizia del defunto Provinciale ci avea in tal deplorabilissimo stato condotti, ch'io vorrei esser più tosto sotto il dispotismo orientale, che sotto il governo passato. Ma non combattiam con l'ombre, non insultiamo i sepolcri, anzi spargiamci sopra de’ fiori, e facciam pur festa. Il Provinciale ha in orrore i litigj, e i Difinitori son tutti Sacerdoti pacifici'. Per poi aggiungere, a p. 45: 'Dio di misericordia! liberate la Provincia, e la Terra tutta dai falsi virtuosi'. A proposito: il Ministro Provinciale si chiamava P. Francesco M. Torres da Manfredonia.
I Frati minori e gli altri francescani sono discepoli di San Francesco di Assisi. Dipinto di El Greco.Nei secoli XVII e XVIII, conventi e frati erano un pò dovunque. Una statistica del 1700 presenta dati significativi: la Provincia Osservante di S. Angelo conta 32 conventi e 320 frati. Quella Riformata di S. Angelo: 20 conventi e 220 frati (Nota 37). Se si aggiungono i dati della Provincia di S. Angelo dei minori Conventuali, 20 conventi e 200 frati (nel 1654), e quelli della Provincia di S. Angelo dei Minori Cappuccini, 25 conventi e 229 frati (nel 1625), si ha un'idea della straordinaria quantità di conventi e di frati (Nota 38). Particolarmente numerosi erano i fratelli laici. Con decreto della Sacra Congregazione dei vescovi e regolari, del 2 maggio 1636, vennero aperte in Provincia tre case di noviziato: S. Martino in Pensilis, Biccari e Campobasso, esclusivamente per i fratelli laici (Nota 39). Se ciò era segno di espansione, era anche un fenomeno preoccupante: nei superiori sorgeva il timore di non trovare i mezzi sufficienti per vivere, si prospettava la difficoltà di dare lavoro ai frati, esposti, per il gran numero, alla tentazione dell'ozio. Il Capitolo generale di Toledo del 1606 ammoniva: 'Non habitent in quolibet conventu plures frates, quam commode et sine distractione possent sustentari' (Nota 40). Inoltre si lamentava la poco oculata e la troppo facile ammissione degli aspiranti; si riconosceva apertamente che l’Ordine francescano non era in grado di aprire nuove case, osservando realisticamente che si fondavano nuovi conventi “sotto falso zelo di pietà” (Nota 41). Nel 1649 Innocenzo X, con la bolla “Inter coetera” del 17 dicembre, richiamava la disposizione del Concilio di Trento di ammettere nei conventi un numero limitato di frati che potessero essere sufficientemente curati (Nota 42). Disposizioni successivamente ripetute, ma sempre rimaste lettera morta, perché e gli Osservanti e i Riformati sapevano trovare vie e scorciatoie per eludere i decreti, e, con l’aiuto di marchesi e di baroni, aprire nuove case e accogliere nuovi postulanti. Forse mai, come nei secoli XVII e XVIII, la preoccupazione del numero fu così assillante nei Ministri provinciali. Ciò era certamente a scapito della qualità, si sa che il numero esorbitante implica zavorra. La Provincia di S. Angelo, come le altre, risentiva gli effetti di una legislazione non sempre uniforme e stabile. Non desta sorpresa se essa fosse governata secondo il particolare talento di un Ministro provinciale. Dal Cinquecento fino alla rivoluzione francese si andò accentuando una forma di regime aristocratico. Prima tutti i sudditi potevano far sentire la loro voce mediante i discreti che inviavano ai Capitoli provinciali. In seguito, i soli superiori erano gli elettori predestinati. Alla relativa mancanza di uomini esperti, a superiori talvolta improvvisati, si volle porre rimedio con l'istituzione dei “definitori perpetui” o “padri della Provincia”. Facevano parte di questa speciale categoria gli ex provinciali, gli ex segretari generali, gli ex definitori e procuratori generali, dichiarati “membri perpetui” del definitorio provinciale (Nota 43). È facile comprendere come questi facessero sentire la loro influenza nel governo della Provincia. Nel clima seicentesco, sotto il dominio spagnolo, si ebbe la febbre dei privilegi e delle onorificenze, che si moltiplicavano in abbondanza. Nell'ingranaggio della vita feudale, come i patrizi amavano pavoneggiarsi del loro don e della qualifica di magnifico, così anche nei frati 'la vanità e la boria prendevano il posto - per fortuna non sempre - delle virtù virili e creatrici'. Gli ex Ministri provinciali, come gli ex Definitori generali e i lettori godevano di particolari privilegi, con l'immancabile diritto di precedenza. Né mancavano frati che indossavano abiti speciosi di rasette o impannati(Nota 44), sempre gelosi e puntigliosi nel rivendicare i titoli onorifici. Ritratto del cardinale Bonaventura, opera di Claude François, dipinto tra il 1650 e il 1660.Le Costituzioni generali del 1593 stabilivano: per il Ministro generale il titolo di Reverendissimo, per il Procuratore generale quello di Molto Reverendo, per il Ministro provinciale quello di Reverendo, per il Superiore locale e per il Lettore quello di Molto venerando, per il Sacerdote quello di Venerando, per il fratello laico quello di Devoto religioso(Nota 45). Alcuni fratelli laici non contenti del titolo di devoto religioso, volevano il titolo di reverendo. Si cita il caso di quei fratelli laici Alcantarini, che si riunirono nel convento di Castellana per discutere e formulare una petizione che mirava ad avere la precedenza sui chierici studenti e il titolo di reverendo. Inviarono la petizione al Ministro provinciale, non venne accolta. Si rivolsero al Ministro generale e non furono ascoltati. Mandarono la petizione alla Sacra Congregazione dei vescovi e regolari, ma non ebbero risposta. Si rivolsero al viceré di Napoli e furono esauditi, e si chiamarono reverendi(Nota 46). Per noi smaliziati del secolo XX, l'episodio può indurre al sorriso, ma per quei frati appariva un punto d’onore! Era la conseguenza di una mentalità che permeava la vita di relazione, specie con la Spagna in casa, che 'colorì alla spagnola il lusso, le ambizioni, le gare di precedenza, mercé i suoi cerimoniali, il suo fasto, il suo modo d'intendere la dignità e la gravita, portando la vita verso l'estrinseco e distaccando la forma dalla sostanza'. (B. Croce). Non una volta si manifestò nei Capitoli la volontà di reagire a tale sistema, ma in realtà le cose, sino alla soppressione del 1866, non cambiarono, perché quelli che avrebbero dovuto abolire tali privilegi e simili onorificenze, tenevano a conservarli (Nota 47). Nella moltitudine dei frati che popolavano i conventi poteva verificarsi il caso di delinquenza. Per i delinquenti vi erano pene che giungevano al massimo, a quelle della tortura, del taglione e della condanna ai triremi. Già le Costituzioni Narbonesi (1260) parlano della pena del carcere (Nota 48). Incipit della Legenda maior (Da BEIC, biblioteca digitale).Le Costituzioni Farineree (1354) e gli Statuti generali del Capitolo di Valladolid (1593) precisano: in ogni Provincia, in alcuni conventi, vi siano locali destinati a carcere per i delinquenti. Locali penitenziari che devono essere 'boni, fortes, multiplices, sed humani'. Per alcuni delitti, oltre al carcere perpetuo, è previsto: 'si quis autem (quod Deus avertat) de innominabili crimine notatus fuerit, ac legittime convictus: nudus omnino cum solis femoralibus coram fratribus capitulariter congregatis, manibus ligatis, graviter flagelletur, ac psalmum Miserere recitet, ac leviunculis, flammis igneis hic inde circumpositis quodammodo comburatur, et ad perpetuos carceres irrevocabiliter damnetur, ubi pane et aqua tribus saltem in hebdomata diebus ieiunet, et vitam suam in dolore et amaritudine defleat. Poena tallionis puniri debent, qui falsum testantur, et item accusatores qui crimen obiectum legitime ac sufficienter non probaverint, qua puniri debuissent accusati, si crimen contra eos obiectum legitime probatum fuisset' (Nota 49). Anche per le mancanze disciplinari, nella vita interna dei conventi, erano comminate pene che, oggi, non si pensano neppure. Per esempio: chi non partecipava alla meditazione in comune, doveva farsi la disciplina, e se il caso si ripeteva, il frate veniva privato di voce attiva e passiva per un triennio. La stessa cosa era per chi, non legittimamente impedito, non interveniva al coro per la recita del divino officio. Se uno, senza licenza in iscritto del Ministro provinciale, indossava una camicia in lino, doveva presentarsi al superiore con la camicia appesa al collo, accusare la colpa, e poi inginocchiato sopra la camicia stare a pane e acqua. Frati cercatori - Quadro ad olio presente nel Santuario di S. Matteo.Se un p. guardiano si permetteva d’invitare a pranzo un secolare, anche se consanguineo, veniva privato del diritto dei suffragi per un triennio; si faceva eccezione per i prelati e per i signori di “magnae spectabilitatis”. Il frate che usciva dal convento doveva chiedere il permesso al superiore, e al ritorno chiedere la benedizione. Se non lo faceva gli si proibiva di uscir dal convento per sei mesi, e fare un pane e acqua in ginocchio. La corona dei capelli non doveva oltrepassare la larghezza di tre dita, ed era permesso di radersi la barba ogni quindici giorni (Nota 50). Storiografi che si compiacciono ironizzare intorno ai frati o ai monaci del Sei e Settecento non sentono odore di santità nei conventi, i quali, purtroppo, erano spesso il ritiro obbligato di giovani cadetti, e tra questi, parecchi malcontenti. Le comodità e i privilegi concessi ai frati, alcune figure romanzesche o romanzate contribuirono a screditare la virtù nei chiostri. Eppure ve n'era più di quanto si creda. Chi si fermasse a giudicare una Provincia monastica dai difetti e dalle diatribe interne dei frati perverrebbe a false conclusioni. I difetti sono della natura degli uomini. Ciò nonostante, non va ignorato il gran bene compiuto dai religiosi. Bene non ancora messo in evidenza nella sua reale dimensione, perché i documenti di archivio registrano soltanto casi straordinari. Ma vi è tutto il lavoro ordinario dei frati attraverso la parola e l'esempio che, pur non descritto in documenti, è la forza della Provincia monastica e spiega la grande popolarità dei francescani. La difesa coraggiosa degli umili, la carità spesso eroica, trovarono nei militi ignoti del francescanesimo un'esemplare testimonianza. Il Seicento non è solo ampollosità e svolazzi, enfasi e cattivo gusto. A dire l’idealità di questo secolo bizzarro basterebbe la lotta per il trionfo dell’Immacolata, per il quale i francescani di Puglia non furono da meno degli altri. Particolari devozioni, pratiche ascetiche, immagini sacre, altari intarsiati nelle chiese della Provincia richiamano alla mente l'amore di quei frati per la 'Tutta Bella' [Tota pulchra, ndr]. Le chiese attuali della Provincia sono in gran parte dei secoli XVII e XVIII, quando furono costruite o restaurate: chiese a curve pronunziate con volte a botte, altari di legno finemente indorato, con volute capricciose e colonnine a spirale; cori di legno; dipinti su tela denotano impegno di quei frati per il decoro delle chiese. Dai conventi uscivano periodicamente i predicatori. L'eloquenza sacra ha avuto il suo marinismo e antimarinismo. Nessuno sfugge al clima del proprio secolo, gli oratori meno degli altri, per la rispondenza che devono suscitare nel pubblico. Statua di terracotta presente nel Santuario francescano di S. Matteo.Il marinismo, singolare fenomeno letterario che si qualifica per il gusto a suscitare meraviglia e stupore ('è del poeta il fin la meraviglia'), ebbe cultori anche nei chiostri. Il francescano p. Vincenzo Ricci di S. Severo ha lasciato alcune opere che rivelano i modi di essere dello spirito 'in barocco': 'Descrittioni e discorsi del P. fra Vincenzo Ricci - già provinciale dei minori osservanti della Provincia di S. Angelo in Puglia - opera nuova hora mandata in luce, utile ai predicatori, oratori, poeti, accademici, e tutt’altri professori di belle lettere. Napoli, Giovanni Domenico Roncaglielo, 1631'. Altra opera del Ricci: 'Sacre imprese nelle quali in particolare si tratta delle grandezze ed eccellenze della Beatissima Vergine, della divinità di Cristo, delle prerogative di S. Giovanni evangelista, di S. Pietro apostolo, dell'innocenza e stimmate di S. Francesco, delle glorie del p. S. Antonio e di altre materie fruttuosissime. Opera per la copia dei concetti e per le autorità dei Santi Padri non solo utile ma necessaria a tutti i predicatori, e di grande profitto ai professori di belle lettere. Venezia, Barba, 1654'. Chi avesse la pazienza di leggere queste opere, dai titoli un pò pretenziosi, non troverebbe profondità di pensiero, ma assisterebbe ad un giuoco pirotecnico di parole, d'immagini le più impreviste, di paragoni i più audaci, di metafore le più capricciose. Un piccolo saggio dalle 'Descrittioni' : la bella e leggiadra primavera è la 'balia amorosa delle erbe', la rosa 'la più maestosa reina dei stellati campi', il pavone 'vago e pomposo uccello ingemmato di stelle e ricamato di fiori qual bello aprile', l'uomo 'specchio delle celesti fattezze' e i suoi occhi sono 'nidi ove si ricovera il bel tesoro della luce, e dove annidano gli amorosi sguardi di calamite dei cuori, chiare stelle, preziosi zaffiri e fabri di alti desii, e campidogli amorosi in cui con alta guisa trionfano odio e amore, amorose fucine ove son fabri i cuori, martelli i sdegni, incudine i petti, ferro le passioni, e vampe gli affetti; gli occhi luminose finestre del palagio reale dell’humano composto'. Un'arida tessitura verbale con frasi a incastro, a congegno. Insomma retorica consumata, pienamente rispondente all’esaltata poetica del secolo. Da simile barocchismo oratorio non si può arguire tiepidezza di fede negli oratori e negli uditori; enfasi e teatralità rispondevano al gusto dei contemporanei. Noi abbiamo mentalità estetica diversa ed altra preparazione culturale. La vita religiosa in quel tempo era sincera nella sostanza, anche se rivestita di un formalismo alla spagnola.
Convento S. Matteo presso S. Marco in Lamis (Nota 45) (1578) Il convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.Prima di essere convento francescano era un'abazia benedettina sotto il titolo di S. Giovanni de Lama. Nel medioevo l'espansione e la fioritura dell'Ordine benedettino hanno una vivacità che stupisce. “I primi possedimenti cassinesi, in Capitanata, si riallacciano all'intenso movimento di pietà, che nel secolo VIII, si sviluppò fra il popolo longobardo, in una misura mai superata. Le prime donazioni fatte in Capitanata, a Montecassino, le troviamo a Lesina sin dall'anno 788” (Nota 46). L'epoca della fondazione dell'abazia di S. Giovanni de Lama si riallaccia a quell'intenso movimento benedettino nel secolo VIII? È probabile. Ma la storia documentata dell'abazia comincia con il documento bizantino dell'anno 1007, nel quale si rileva l'esistenza dell'abazia in piena efficienza e autonomia. Ovviamente la fondazione risale ad epoca antecedente. Varie concessioni furono fatte all'abazia dai catapani Xifena (1007), Giovanni De Curcua (1008), Cristoforo (1029), Bicciano (1030), Argiro (1052) e Re Guglielmo II (1176). Resti medioevali dell'antica Abbazia di S. Giovanni in Lamis.Sulla scorta di simili documenti si ha l'impressione di trovarsi davanti all'abate di S. Giovanni de Lama, come a ricco e potente signore feudatario, dagli ampi poteri religiosi, civili e amministrativi, su vaste zone del Gargano e del Tavoliere. Per usare un'espressione posteriore, l'abate è già un signore e il suo dominio una signoria. L'abazia emerge potente nell'ingranaggio politico-sociale del feudalismo, un centro da cui parte e ad esso ritorna tutto un movimento di uomini e di cose. Fino al Trecento l'abazia ebbe i suoi momenti di largo respiro storico. Ma nella floridezza e nel materiale benessere si nascondeva un pericolo, quello di perdere la propria libertà ed autonomia nel gioco politico. Le donazioni dotalizie di rendite del monastero, fatte da Guglielmo II, Federico II, Carlo I d'Angiò, dettero un duro colpo alla vita del monastero benedettino. Alle difficoltà esterne si unirono beghe interne tra monaci inquieti. A colmare la misura venne l'usurpazione da parte di un prepotente abate cistercense del monastero di Casanova. Tristi vicende che portarono al tramonto dell'abazia benedettina, che cadde nelle mani di abati commendatari (1327). Questi abati percepivano le rendite attraverso i loro Vicari badiali. Un documento della fine del Seicento dà la senzazione (sic) dei vasti possedimenti che aveva ancora l'abazia: è una platea del 1699, redatta mentre era abate commendatario il cardinale Del Giudice(immagine), e Vicario badiale (che risiedeva a S. Marco) don Giuseppe de Vita. In essa è detto:
'Tiene l'abbadia di S. Gioanni in Lamis d'esigere ogni anno dalla Regia Dohana di Foggia docati cinquecento e diece per l'herbaggi che si possiede la Regia Corte per le pecore, e sono l'erba di Farano, l'oliveto e feudo di S. Riccardo. Tiene nel feudo di Farano una masseria di campo con mezzana di carra quattro arborata con perazza, pozzo, e versure quattrocento di portata. In detto feudo di Farano tiene un'altra masseria di campo detta lo Faranello con mezzana carra due, e versure cinque di portata, versure duecento a coltura, e con pozzo, e detta mezzana arborata con perazza. Nel feudo di santo Chirico tiene una masseria di campo nomata Vall’oscura con mezzana di carra tre, e versure trecento a coltura. Nel territorio di Castelpagano tiene una masseria di campo nomata la Cercole, la mezzana di carra due, arborata di perazza, con pozzi, con portata di versure duecento a coltura in circa. Confina nelli demani di S. Severo, confina col territorio di Casalnuovo, e Castelpagano, tiene il feudo di S. Riccardo di carra trentadue, delli quali ne pascola la Regia Dohana dalli ventinove settembre persino all'otto di maggio ogn’anno carra ventitre, e carra nove restano a beneficio dell'abbadia per la masseria detta di santo Matteo, cioè carra due di mezzana e carra sette a coltura. Foto tratta da 'Granum Sinapis' Bollettino dello Studentato Filosofico Francescano di San Matteo Anno XXV n. 1 (70) - 1969.Tiene nel territorio d’Arignano la chiesa intitolata la Madonna di Cristo con una chiusa di poche olive, e di capacità di tre versure di terra, qualmente s'affittano ogn'anno a beneficio dell'abbadia. E più in detto territorio d’Arignano tiene nella masseria della Salza, e proprio vicino al pozzo versure quattro di terre seminatorie lemitate solite affittarsi ogn'anno. Tiene ancora in detto territorio nella Masseria detta dello Vento confinante con la terra del Capitolo di detta Terra altre versure sette a coltura. Nel feudo di Castelpagano tiene la chiesa diruta intitolata Santa Altera con alcune poche terre. Nell'Ancarano territorio dell'Apricena tiene un pezzo di terreno seminatorio versure sette. Nella città di Foggia tiene annui docati diece di censo sopra la casa sita in mezzo la piazza in pronto alla portella della Dohana. Nella panetteria di Fazzolo, e taverna tiene docati sette di censo annui, qualmente hoggi si pagano da Iacinto Belvedere. Nella città di Molfeta tiene una chiesa hoggi diruta con una chiusa d'olive e versure cinque seminatorie, d'esigersene da docati diecidotto l'anno, et una casa. Nella città di Manfredonia tiene una casa, e fondo diruto. Nella terra di S. Giovanni Rotondo tiene la Bagliva con il territorio nomato il quarto, et molti censi con il quarto del pantano, transatti per detti Corpi con l'antecessori abbati, con il presidente di detta Terra di S. Giovanni per docati trecentocinquanta annui. Tiene in questa terra uno forno grande qualmente s'affitta ogn'anno docati ottanta. Tiene la giurisdizione spirituale e temporale, sì civile, come criminale, con la rendita della Mastrodàttie ogn'anno affitansi. Tiene una taverna, ed orto solito affittarsi ogn'anno. Tiene l'honoranza, seu piazza d'esigersi da forestieri, che vengono a vendere in questa Terra, due terzi all'abbate, ed un terzo all'Univer¬sità. Tiene la difesa di S. Matteo, come anco tutto il territorio, secondo dichiarato nella concessione. Tiene la terra di Calderoso con forno e centimolo per uso panetteria con un carro d'erba nomato il giardino. Tiene in detto Calderoso alcune grotte. Tiene in più partite di censi sopra alcune case e vigne, e calcolate tutte le dette partite ascendono alla somma di docati ottanta, grana undeci, e cavalli otto. Estracta est praesens copia a suo proprio originali. Ego notarius Michael Cera” (Nota 47).
Dinanzi a un patrimonio così ricco di capitali e di rendite, è strano e triste constatare come il monastero di S. Giovanni in Lamis, alla fine del Cinquecento, minacciasse rovina e da lungo tempo fosse trascurato in esso il culto divino. La commenda, qui come altrove, si riduceva, se non esclusivamente, almeno in massima parte, a formare le riserve alle quali persone privilegiate attingevano per i loro veri o pretesi bisogni economici. Se l'ex monastero benedettino di S. Giovanni in Lamis non scomparve completamente, si deve al senso storico di un abate comendatario e al coraggio di un Ministro provinciale dei frati Minori Osse[r]vanti, che dettero l'avvio ad una “novella historia”. L'abate commendatario Vincenzo Carafa ha il merito di aver posto le condizioni perché lo storico monastero uscisse dallo stato di abbandono. Il Ministro provinciale della Provincia di S. Angelo in Puglia, p. Luigi da Nola, ha il merito di aver corrisposto all'iniziativa, impegnandosi a far risorgere il monastero. Papa Gregorio XIII(Immagine) ha il merito di aver approvata e sanzionata la concessione del monastero ai francescani. Con breve del 14 febbraio 1578, il Papa approva la convenzione, i cui elementi essenziali sono i seguenti:
Il Ministro provinciale pro tempore manterrà in detto monastero dodici frati minori, di cui sei sacerdoti, due chierici e quattro conversi; si celebreranno le Messe e altri uffici divini, di giorno e di notte secondo la loro Regola. Carafa darà ai frati, al momento del loro ingresso, nove pagliericci, altrettante coperte schiavine, tutta la suppellettile necessaria alle officine e alla cucina, nonché l'uso di un cavalluccio o di un muletto. Darà, per quattro anni, seicento ducati per riparare la chiesa e gli altri edifici, e una calcare di calce. Di più ogni anno, Carafa e i suoi successori daranno ai frati venticinque rubli di lana, dodici sestari d'olio per le lampade nel servizio del culto, quaranta libre di cera. Le offerte e i legati espressamente fatti ai frati saranno spesi in utilità della fabbrica e per gli arredi sacri.
A maggior cautela il Papa precisa:
'concediamo ai frati minori osservanti la casa, eccetto qualche locale per il commendatario, la chiesa, tutti gli altri edifici e officine, una parte dell'orto e la facoltà di legnare nella selva maggiore soltanto la parte secca detta morta, e solo per l'uso dei frati'.
Vecchio quadro con l'icona di San Matteo Apostolo.Naturalmente non erano oggetto della cessione le possessioni e le rendite della commenda, che restavano sempre appannaggio dell'abate commendatario, rappresentato del vicario badiale, che rissiedeva (sic) a S. Marco. Nel breve pontificio non si fa cenno al culto di S. Matteo. Ma Gonzaga, nel 1587, nota che il convento da alcuni è chiamato di S. Giovanni di Lamis, da altri di S. Matteo, e accenna pure ad una cappella (sacellum) dedicata a S. Matteo e ad una reliquia del santo. Annotazioni che fanno pensare che i francescani hanno trovato la devozione particolare a S. Matteo e l'hanno intensificata. 'Finissima per carattere e squisitezza d'intaglio' è la statua bizantina di S. Matteo, di cui non si sa la provenienza. La data 1596 che si legge sul libro che tiene in mano S. Matteo, indica l'opera di restauro con forte indoratura. Altro restauro fu eseguito nell'Ottocento, ed altro ancora nel 1968 da Pellegrino Ranella, che rimuoveva due strati d'indoratura e presentava il monoblocco di legno duro allo stato originale. I francescani a S. Matteo non delusero le aspettative. Dopo un secolo e qualche cosa in più dal loro ingresso, Mattielli notava:
Foto tratta da 'Granum Sinapis' Bollettino dello Studentato Filosofico Francescano di San Matteo Anno XXV n. 1 (70) - 1969 - I senapisti assieme al P. Generale: P. Costantino Koser (morto nel 2000).'la chiesa è stata modernata dai frati con una bella volta, ad essa si ascende con una scala bella nuova di molti scalini. Ha l'altare maggiore d'intaglio indorato riguardevole con la statua di S. Matteo. Ha tre altari (...) a quello di S. Giovanni corrisponde malamente l'organo e poi doi del Crocifisso e della Concezione. Il coro di noce bellissimo ma per andarvi bisogna passare per tutta la chiesa entrandovi da piedi per una porticella piccola che entra nel cortile. Avanti la porta maggiore della chiesa è una piazzetta bella et a questa di fuori si ascende per la scala detta. Ha anco campanile con buone campane ecc. Dal cortile si entra in stanze buone che sono cinque e poi si ascende ad alto, dove sono doi altri dormitori ma poco ordinati con molte stanze et il noviziato chiuso et altre dieci celle. L’officine sono quasi sotterranee ma luminose per essere posto in alto il convento, quale ha horti e selve ma non in clausura, eccetto un pezzo, che si comincia adesso. V’è il molino da schiena, tre cisterne et un pozzo, la conserva della neve e li parchi per animali. Hoggi (1683) il convento si chiama di S. Matteo perché vi fu portato un dente di questo santo da Salerno, lo diede un cardinale commendatario, che si conserva in sagrestia in un ostensorio d'argento et è in gran devozione appresso tutta la Puglia per li continui miracoli che fa e le grazie che se ne ricevono, massime per l'infermità dell’animali dei quali abbonda la Puglia: caballi, pecore, vaccine, porci e tutti che toccati con l’oglio della lampada che arde davanti l'altare di esso santo guariscono subito e ciò si vede ogni giorno, poiché vi conducono spesso le massarie intere a toccargli, e vanno sani... Perciò il convento è commodissimo che da tutta la Puglia ricevono grosse limosine in specie tutti gli segnano un polledro indispensabilmente e quando ha tre anni lo consegnano ai frati, così li vitelli ecc., et ogni volta che s'infermano li bestiami ecc. Alla fiera di Foggia, dove si vanno a pigliare et il sindico apostolico li vende, si riportano ogni anno centinaia di scudi. Il convento tiene dodici cavalli per servizio dei frati e sono belli, ha mandre di porci e pecore. Si calcola che abbia più di tremila scudi d'annue limosine, poiché nessuno ardisce negarle anzi la danno copiosa per amore e timore di S. Matteo. Tiene dieci novitii chierici, quattro o sei laici, sei terziari, sacerdoti quanti piace al Provinciale... Il cardinale abate pro tempore dà ottanta ducati l'anno al convento' (Nota 48).
Come si vede il convento di S. Matteo, in un secolo, ha fatto progressi sorprendenti, è una mezza abazia ove si vive in discreta agiatezza, in un contorno che sa di rustico e boschereccio. Data la sua particolare fisionomia, il convento, fino alla soppressione del 1866, provvedeva alle spese particolari del Ministro provinciale, e forniva il vestiario a tutti i frati della Provincia che erano sempre numerosi. Il problema economico della Provincia era legato, in buona parte, al convento di S. Matteo, come si vedrà in seguito.
La pagina del quotidiano l'AttaccoHo voluto far precedere al testo di p. Doroteo Forte un contributo di Gabriele Tardio, Cellette antiche presso il convento di Stignano, Edizioni Smil 2006, per inquadrare meglio le vicissitudini di questo convento francescano, nel quale presero i voti religiosi, fra tanti altri, due grandi figure della Provincia di S. Angelo: p. Michelangelo Manicone e p. Filippo Petracca. Sarà compito di un futuro storico analizzare i rapporti intercorsi tra p. Gerardo De Lorenzo, artefice della ricostruzione del Santuario di Stignano e le autorità della Provincia di S. Angelo. Il Santuario di Stignano è, attualmente (2016), chiuso. Il 13 gennaio 2014 ignoti e maldestri ladri tentarono di rubare il pozzo cinquecentesco del Convento; tale tentativo fu deplorato dall'allora vice-sindaco di S. Marco in Lamis, prof. Raffaele Fino, che rivelò l'imminente arrivo per il mese di aprile di alcuni frati francescani (dal Quotidiano l'Attacco del 15.01.2014). In effetti vi arrivarono fr. Roberto Palmisano (responsabile missioni al popolo) e fr. Giacomo Mastroluca (vedi www.fratiminoripugliamolise.it (web non più attivo, NdR) del 10.10.2015). Ma già agli inizi di ottobre del 2015 questi due frati erano andati via e risultavano responsabili del Santuario di Stignano p. Pietro Carfagna (Guardiano del vicino Santuario di San Matteo e Custode di Stignano) e p. Bernardino Monti (anch'egli del Santuario di San Matteo). P. Pietro Carfagna è stato allontanato da s. Matteo e l'attuale dirigenza della Provincia monastica di S. Angelo non dà alcuna informazione sulle sue intenzioni. Corre voce che vi sia stato spostato un frate, di 86 anni, p. Nicola De Michele. Mi è toccata la sorte di dovere ascoltare esponenti passeggiatori della Società civile sammarchese lamentarsi per l'accaduto (chi voi si ricorda la bella definizione di città fra due conventi?). Intanto il Santuario di Stignano sembra chiuso ed il pozzale rinascimentale si trova ancora smontato, come lo hanno lasciato i ladri. Nota del webmaster
Dal 27 gennaio 1954 al 12 marzo 1977 sono stati fatti molti lavori di restauro, ristrutturazione, di ampliamento, di forestazione dei terreni che facevano parte dell’orto dei frati, e di sistemazione del piazzale di ingresso al complesso santuariale. Negli anni 80 e 90 furono fatti altri lavori con le offerte dei devoti e con il contributo della Sopraintendenza. In occasione del Giubileo del 2000, con fondi statali e della Provincia monastica dei Frati minori si sono effettuati altri lavori di sistemazione e adeguamento del convento e della santuario alle nuove esigenze e normative europee di sicurezza e di accoglienza. Andrebbe fatto uno studio più approfondito e dettagliato sulle varie fasi degli interventi realizzati in questi ultimi decenni, per comprendere meglio le vicissitudini architettoniche dell’intero complesso conventuale. Purtroppo non so se è stata effettuata una relazione corredata da fotografie nel periodo in cui è stato smantellato il pavimento della chiesa e realizzata la nuova pavimentazione, fine secolo XX. Uno studio più approfondito delle fondazioni e di eventuali altre tracce di strutture preesistenti sotto la pavimentazione della chiesa avrebbe permesso di dare uno sguardo più preciso e approfondito delle strutture preesistenti.
Testimonianza
La facciata della Chiesa cinquecentesca del Santuario di Stignano.Arrivati laggiù, ci aspettavano le pulci, i pantaloni diventavano neri a causa della loro presenza. Quindi, oltre a ricostruire il Convento, abbiamo nutrito le pulci con il nostro sangue. Il Santuario, come tutti sanno, era adibito a ricovero di animali da parte di un mandriano, come se non bastasse l'ovile naturale. Le capre, in completa libertà, si aggiravano per le stanze e i corridoi, affacciandosi ogni tanto ai finestroni. E sembravano tante brune signorinelle, mentre il becco belava, quando vedeva noi, ritenendoci degli intrusi. E che dire del letame? Ce n'era veramente a iosa! E in questo gli animali crescevano e si moltiplicavano. Le prime picconate furono quelle che abbatterono la casa che racchiudeva il portone principale. Dopo fu la volta del sagrato. Il Santuario di Stignano, sotto la dinamica guida dello zelante Padre Gerardo Di Lorenzo, fin dai primi anni del ripristino, assunse una veste completamente nuova. Per la messa in opera di solai, muri, intonaci, strada, ecc. fu impegnato un gran numero di operai, me compreso. Tutto questo ci assicurò per un certo periodo un tozzo di pane. Sotto la direzione del solerte ingegnere Vincenzo Caputo, i lavoratori diedero il meglio di sé. Negli anni successivi, sempre con il coordinamento tecnico del dott. Caputo, e del compianto Antonio Cera, furono ampliate tutte le finestre, ingrandite alcune stanze, sostituite le capriate in legno con altre in cemento armato, demolite le volte e ricostruite con solai piani, intonacate le pareti, rimboschito il giardino che era privo di manto arboreo, ricostruiti, infine, i muri a secco per il contenimento del terreno. Ma dietro tutte queste iniziative e meriti ci furono azioni devastatrici, che non addebito a nessuno; le colpe vanno date unicamente alle esigenze della vita moderna. Per appagare gli sfrenati desideri, manifestatisi nell'immediato dopoguerra, l'antico Santuario venne spogliato delle sue vesti originarie. Uno dei due chiostri del Santuario di Signano.Fu abbattuta una scala interna, in pietrame, per dare spazio ad una latrina, essendo stati distrutti i gabinetti originari, ubicati al piano superiore dell'ala sporgente ad Ovest, verso Apricena. Fu eliminato l'ovile e le annesse grotte, utilizzate per proteggere il gregge durante la stagione invernale. E, per finire, vi fu lo scempio del sagrato. Quest'ultimo era costruito in muratura con grandi pietre angolari, tutte lavorate a mano, e, all'estremità dei muretti, vi era una pietra cilindrica sormontata da una quadrata… [........] Nelle pagine precedenti, ho parlato delle opere effettuate e di quelle distrutte. Molte volte in proposito la gente dà giudizi sbagliati. E ciò, non per a vversione o per cattiveria, ma per disinformazione su quanta è stato realizzato a Stignano. Sono stato e sono veritiero. Sono consapevole di essere un testimone oculare, dalla coscienza chiara e limpida; per cui, ancora una volta dirò il vero. Posso affermare, senza tema di smentita, che le opere realizzate a Stignano, durante i cantieri di lavoro, sono di gran lunga superiori rispetto a quelle distrutte. La perdita di queste ultime è stata, comunque, un evento doloroso in quanto rappresentavano la testimonianza di una civiltà passata. Erano state costruite con molta fede e poco pane dai nostri antenati, che erano pazienti e laboriosi. Quante volte costoro avranno lavorato a stomaco vuoto e quante altre volte, per fermare i sintomi della fame, hanno masticato sorbe secche e castagne abbrustolite sotto la brace di un fuoco improvvisato! Per quanto detto sopra, quelle opere non meritavano di essere distrutte e aggiungo: Giù le mani dalle opere d'arte! Non vogliamo più assistere allo scempio dei monumenti. G. Camerino, La valle cantata, Foggia, 1991
Convento S. Maria di Stignano (1515) Elementi storici e tradizione popolare s'intrecciano sull'origine di questo convento situato nella valle di Stignano che mena a S. Marco in Lamis. Le notizie non brillano per chiarezza e sono confuse e particolari. Che cosa, nel Seicento, ne pensassero i frati di Stignano, è riferito dal Visitatore Mattielli:
Addì 28 settembre (1683), detta Messa (a Sansevero) partissimo a 9 hore verso Stignano, camminassimo sei miglia il piano, passassimo un ponte di pietra, che si chiama ponte Cannellaro, singolare in Puglia ove non ho visto altri ponti, sotto cui passa un fosso con pochissima acqua, ma d'inverno copiosa. Camminassimo poi ad accostarci al monte S. Angiolo, entrando per una selva; alla sinistra vedessimo sopra un'erta cima un castello diruto detto Castelpagano, ed avanzati tre miglia tra doi corte del monte trovassimo il convento di S. Maria di Stignano, detto così perché un cieco chiamato Stignano, trovandosi una sera in questa selva et addormitesi gli apparve la beata Vergine e gli disse: Stignano, va a dire al paese che con clero e popolo venghi qui, togli queste siepi e cavi sotto, che troverai me, e in segno ti dono la vista. Andò, disse e veduto illuminato hebbe credito. Andarono, cavarono e trovarono una cappella sotterranea e dentro di essa una statua della beata Vergine con il figlio in braccio. Gli fu edificata la chiesa della quale ebbero cura li preti e fu poi data ai frati l'anno... vi fecero convento e chiesa(Nota 28).
Un'antica foto del Convento di Stignano a S. Marco in Lamis.Circa l'esistenza di una rustica cappella di S. Maria di Stignano si può risalire al medioevo. È noto che in tale epoca, le falde del Gargano erano disseminate di cappelle dedicate a S. Maria, così S. Maria di Cristo, S. Maria di Pescorosso, S. Maria di Candelaro ecc. In un documento del 1231 è indicato un oliveto di S. Maria nella valle di Stignano - olivetum S. Mariae in valle Stiniani (Nota 29) -, il che fa supporre la presenza di una rustica cappella dedicata a S. Maria. Nel 1587, Gonzaga notava: questo luogo solitario e boscoso, adatto alla contemplazione, dai devoti circonvicini è molto stimato per i frequenti miracoli che lì avvengono per un'immagine della gloriosissima Vergine(Nota 30). Sull'origine del convento, le notizie dei cronisti vanno prese con cautela. Gonzaga scrive che il convento fu fondato da un certo fr. Salvatore discalciato circa l'anno 1515, in seguito, abbandonato dai compagni di fr. Salvatore, il convento passò ai frati minori osservanti della Provincia di S. Angelo(Nota 31). Wadding ripete la testimonianza di Gonzaga (Nota 32). Chi era questo fr. Salvatore “discalciato”? Il convento di Stignano raffigurato in una tavoletta votiva presente nel vicino Santuario. di s. MatteoGli editori di Quaracchi notano 'fr. Salvator discalceatus Minoribus addictus', cioè aggregato ai frati minori (Nota 33). Era un francescano appartenente al nucleo dei 'discalciati', che dopo la morte di S. Pietro d’Alcantara (1562), prenderanno il nome di Alcantarini. In che modo egli si trovasse nella regione non è difficile a spiegare, se si tiene presente che in tutto il Quattrocento e dopo, affluirono nella Provincia di S. Angelo, da diverse parti d'Italia, frati ansiosi di riforma. Fr. Salvatore dovette facilmente venire dall'Umbria ove i pochi discalciati abitavano in luoghi boscosi e selvaggi. Quando venne in Puglia trovò l'indifferenza dei Conventuali e l'avversione degli Osservanti. Dovette fermarsi, per qualche tempo, a Celenza Valfortore, dove si adoperò per la fondazione di una casa (1510) (Nota 34), poi passò in una località non ben precisata, detta da WaddingCastrum Forolivii, non lontano da Monte Gargano, ove si ritirò in una selva (Nota 35), finalmente si diresse alla valle di Stignano, ove trovò rifugio presso l'antica cappella di S. Maria. Una vecchia cartolina raffigurante il convento di Stignano.Nella fondazione vera e propria del convento di Stignano, l'eremita fr. Salvatore contribuì a suscitare l'interesse del popolo e dei notabili, come Ettore Pappagoda signore di Castelpagano. La data 1515, indicata da Gonzaga e da Wadding, segna almeno l'inizio della fondazione del convento. Una conferma si ha da un'epigrafe incisa sulla parete a levante, in cui è detto che il magnifico Ettore Pappagoda di Napoli, signore di Castelpagano, con elemosine, fece ricostruire (recondere), nell'anno 1515, la chiesa di S. Maria di Stignano. Prima del 1560, i seguaci di fr. Salvatore dovettero abbandonare ogni cosa, e facilmente il convento andò a finire nelle mani di rustici e indevoti secolari. Contro i quali dovettero protestare i francescani, che chiesero al Papa Pio IV il convento. La bolla Iustis pententium desideriis del 30 marzo 1560, rinconosce (sic) il legittimo possesso dei frati (Nota 36). Vecchia foto con l'altare maggiore della chiesa di Stignano.Lo sviluppo del complesso edilizio avviene a tappe successive, alcune date, incise qua e là, danno un'indicazione troppo sintetica, la costruzione dell'elegante pozzetto risale al 1576, la facciata della chiesa è del 1608, l'elevazione della cupola è del 1613, quella del campanile del 1615, l'arco a destra della chiesa è del 1628. Qualche altro dettaglio si ha nel resoconto di Mattielli. Egli nota: la chiesa è hoggi (1683) di tre navi con colonne. L'altare maggiore è di legno indorato e contiene nel mezzo la statua della beata Vergine predetta, dalli lati ha le statue di S. Giuseppe, S. Domenico, S. Francesco e S. Antonio, sta sotto una bella coppoletta; ardono davanti dieci lampade d'argento che qua non usano molto. Le navi di chiesa sono distinte da quattro archi per banda, ma sono pochi altari. Del resto tutta la chiesa è piena di ceri offerti alla beata Vergine. Ha la facciata bella di pietre quadre et una spatiosa piazza avanti. V’è coro grande e ben lavorato di noce con l'organo dietro l'altare maggiore et altro. V’à campanile, il migliore che ho veduto in questa provincia, con quattro buone campane che fanno concerto. La sagrestia ha argenteria. Questa chiesa fu già consacrata dal reverendissimo cardinale Orsini, arcivescovo di Manfredonia(Nota 37).
Il convento è assai capace poiché fatto in doi volte ha doi chiostri con doplicate officine tutte commode, con il molino a volta che macina il necessario, e ciò è ordinario in Puglia per la penuria d'acqua. Ad alto ha ventitré stanze abitabili, un buon appartamento per il superiore, et il noviziato con dieci stanze. Stanno in esso nove novizi chierici et il maestro, li novizi laici stanno di fuori. Ha per ciascun chiostro copiosa cisterna, et una avanti la chiesa. Ha horti e parco chiuso in clausura che gira più di un miglio. Per servizio dei frati tengono sei cavalli, mandrie di porci, di pecore ecc. Nella piazza della chiesa vi è una fabbrica che contiene cinque stanze tutte e cinque alte, ciascuna delle quali è d'una terra dei contorni che vengono alla festa' (Nota 38).
La facciata rinascimentale della chiesa del Santuario di Stignano.Per tre secoli Stignano fu casa di noviziato della Provincia di S. Angelo. L'attività dei francescani fu certamente vasta, ammirevole e determinante per la vitalità del santuario, che, già alla fine del secolo XVI, ha fama e rinomanza che oltrepassano i confini della Daunia(Nota 39). Nella soppressione murattiana del 1811, il convento rimase aperto come casa di 'concentramento' di altri frati sfrattati dai loro conventi. Per cinquant'anni, all'infuori di una lunga controversia tra i frati e i Centola, per il possesso di una piscina, la cronaca non registra cose straordinarie. I tempi tristi, per Stignano, cominciarono nel 1862 con l'avvento in Capitanata dei piemontesi e garibaldini, dai quali il convento era ritenuto covo dei briganti. Il comandante del 49° Reggimento di fanteria suggeriva al Prefetto Del Giudice di adottare “una misura di rigore contro i monaci di Stignano, i quali - egli dice - per posizione del convento, forse, somministrano soventissime volte viveri ai briganti, per i quali osarono anche pubblicamente cantar litanie; per qualche tempo essi nascosero, e nascondono forse tuttora il brigante Durante: né passò truppa da Stignano, senza sentir scocchi di campane, i quali, date le tante fiate in ore non di coro, furono giudicati e ritenuti come segnali ai malviventi (Nota 40). Gola dela valle di Stignano provenendo da s. Marco in Lamis. In primo piano si nota la cosidetta 'cappelluccia'.Nel gergo garibaldino-piemontese i malviventi erano i borbonici; nel gergo borbonico i malviventi erano i garibaldini e i piemontesi. Il Prefetto Del Giudice ordinò lo sfratto da Stignano. Con telegramma al Sottoprefetto di Sansevero (11 giugno 1862), impartiva l'ordine di far murare porte e finestre del convento (Nota 41). I frati si rifugiarono in una casa, presa in fitto, a S. Marco. L'anno successivo, convento e chiesa vennero occupati da soldati del genio militare zappatori, addetti alla costruzione della strada S. Marco - Sansevero. Il piazzale del Santuario di Signano agli inizi del '900.Partiti i soldati zappatori, il Prefetto De Ferrari, succeduto a Del Giudice, fu sempre ostinato a negare il ritorno dei frati a Stignano, nonostante le ripetute richieste del comune di S. Marco, negli anni 1863-65, tendenti a far ritornare i francescani a Stignano. Poi venne la soppressione generale del 1866, il convento rimase a disposizione di Francesco Centola di S. Marco. Durante la celebrazione del settimo centenario della nascita di S. Francesco (1882), in un clima politico più disteso, i francescani tornarono a Stignano, mentre si andava riorganizzando faticosamente la Provincia monastica. Per un’incresciosa controversia tra i frati e il signor Centola, i frati, nel 1915, dovettero abbandonare il convento, che rimase in balia di capre e caprai. Dopo circa quarant'anni, nel 1953 i francescani tornarono a Stignano, avendo il Dott. Francesco Centola ceduto ai frati minori l'antico convento con l'orto adiacente. Purtroppo il locale era ridotto a ruderi. Si deve la sorprendente rinascita ad un francescano, p. Gerardo Di Lorenzo da Motta Montecorvino, che, avvalendosi del contributo dello Stato e di oblazioni di privati, ha saputo dare, con intelligenza ed amore una radicale e più razionale ricostruzione dell'interno del fabbricato. È uno dei conventi più grandi e più belli della Provincia.
Nuove affermazioni dei Frati Minori Osservanti (1517) La Regola bollata del 1223, conservata nel Sacro Convento di Assisi.Nel Trecento i frati minori venivano chiamati Conventuali o non Conventuali a secondo (sic) che dimoravano (sic) nei grandi conventi o nei luoghi devoti. Nel secolo XV, in tutti gli Ordini religiosi, e specialmente tra i domenicani e i francescani, si manifestarono due tendenze: una rappresentata da quei frati dimoranti nei grandi conventi, con idee più larghe nell'interpretazione della Regola del proprio istituto, e vivendo con legittime dispense e privilegi apostolici; l'altra comprendeva quei frati che vivevano nelle piccole residenze, con una interpretazione rigorosa della Regola, protestando di volerla osservare nella sua integrità e senza dispense o privilegi. I primi furono detti Conventuali, i secondi Osservanti. Nell'Ordine dei frati minori la differenza sostanziale tra gli uni e gli altri stava soprattutto con la povertà da osservare. Il problema della povertà è stato sempre il punto cruciale di tutta la storia dei frati minori. Gli Osservanti volevano che i Conventuali avessero rinunziato alla proprietà in comune, alle rendite stabili, ai latifondi, come cose contrarie alla Regola francescana. I Conventuali rispondevano che essi potevano vivere con tranquilla coscienza con i loro privilegi ottenuti dalla Sede Apostolica (Nota 1). A rendere più acuto il contrasto fu la richiesta da parte degli Osservanti di avere alternativamente il Ministro generale, cosa che trovò sempre ferma opposizione da parte dei Conventuali. Inoltre la decadenza della disciplina negli Ordini religiosi era da tutti lamentata. Molti frati avevano perduta la pace. Il popolo non restava edificato. E mentre, per buona parte del Quattrocento era fuori della prospettiva sia dei Conventuali che degli Osservanti una spaccatura nell'Ordine minoritico - tutti, infatti, protestavano di non volerla - in seguito le posizioni tenacemente difese da una parte e dall'altra, si resero sempre più contrastanti, il modo di vivere così differente, che tutti i tentativi di conciliazione fallirono. Papa Leone X Borgia in un dipinto di Raffaello Sanzio.Nel Capitolo generalissimo della Pentecoste dell'anno 1517, convocato da Papa Leone X, nel gran silenzio dell'aula capitolare del convento di Aracoeli di Roma, alla presenza di tre cardinali, venne pubblicata la storica bolla “Ite vos in vineam meam” di Leone X, del 29 maggio 1517. Il Papa sanciva, con la sua autorità, la netta divisione tra Conventuali e Osservanti. I primi ebbero il loro Maestro generale, i secondi il loro Ministro generale(Nota 2). La divisione fu certamente un fatto doloroso, ma non si può negare che essa ebbe come conseguenza, una riscossa di fervore, un nuovo empito di vitalità. “L’attuazione dell’ideale di povertà nobilita le lotte fraterne placatesi solo nella divisione” (Gemelli). L'aspirazione ad un ritorno alle origini del francescanesimo, in pieno periodo rinascimentale, fu qualche cosa di sorprendente come la stessa apparizione dei francescani nel Duecento. In un secolo XVI, tanto superbo nella sua eleganza quanto fiacco nella sua morale, i francescani non furono stimolati dall’emulare gli altri nelle agiatezze, ma dal desiderio di distinguersi e quasi primeggiare nella povertà. In fondo per che cosa lottavano quei frati? Per un ideale di vita religiosa più pura. La bolla “Ite vos in vineam meam” era la conclusione di un intimo travaglio che teneva in ansietà lo spirito nel timore di allontanarsi dal serafico ideale. Un frate francescano in una incisione del 1904.Al Capitolo del 1517 la grande famiglia cismontana(Nota 3) degli Osservanti risultava composta di 27 Province. Fra le italiane, quella di S. Angelo in Puglia, sotto il nome di “Provincia Montis S. Angeli Ordinis Minorum Observantium” (Nota 4). D'allora i Vicari provinciali presero il nome di Ministri provinciali. Il primo Ministro provinciale della Provincia osservante di S. Angelo fu p. Daniele da Capracotta(Nota 5). Nella Puglia Dauna vennero a trovarsi due Province di S. Angelo: una dipendente dai frati minori Conventuali che ebbero i principali e migliori conventi della regione; l'altra dei frati minori Osservanti, che è oggetto del nostro studio. La divisione fu, per gli Osservanti di S. Angelo, un forte richiamo ad immettersi nel vivo della vita di apostolato, se non volevano scomparire. Nel campo specifico degli studi, alla stasi quattrocentesca seguì una discreta ripresa. Dalle scarse e frammentarie notizie dei cronisti si rileva l'esistenza di una casa di studio nel convento di Calitri nel 1532, dove fu inviato come lettore p. Francesco da Borgia(Nota 6). Il Capitolo generale di Mantova (1541) inviava il lettore p. Sebastiano da Ripatransone al convento di S. Maria delle Grazie a Cerro (Nota 7). In generale una più efficace organizzazione degli studi si ebbe con il decreto del 15 luglio 1563 del Concilio Tridentino, con cui si ordinava in tutte le diocesi l'istituzione di un seminario per gli aspiranti al sacerdozio. Per i francescani già gli statuti generali del 1553 richiedevano in ogni Provincia distinte case di studio per la grammatica, la logica, la filosofia e la teologia (Nota 8). San Francesco di Assisi in un dipinto dello Spagnoletto.La Congregazione di Napoli del 1590 rinnovava la disposizione di tenere in ogni Provincia uno o più seminari o collegi per i giovani chierici, e ne determinava le condizioni: i giovani, per essere ammessi, dovevano avere almeno diciassette anni, saper leggere e scrivere, conoscere i principi della lingua latina ed essere di buona condotta (art. 49). Dopo tre anni, se giudicati idonei, passavano agli studi superiori (art. 59). I singoli conventi dovevano contribuire al mantenimento dei chierici (art. 57). Era prevista l'assunzione di un secolare per l'insegnamento della grammatica e dell'ortografia (art. 52). I giovani studenti dovevano partecipare alla recita del divino ufficio in chiesa, di giorno e di notte, e fare un'ora di meditazione al giorno (art. 56). Gli studenti non potevano essere impegnati ai lavori servili fuori convento, eccetto per la questua del grano e del vino (art. 55). La stessa Congregazione generale stabiliva l'istituzione di due studi generali - duae universitates - uno nel convento di S. Maria la Nova a Napoli, l'altro nel convento di S. Francesco a Perugia; al primo dovevano accedere quaranta studenti delle Province del Regno Napoletano, in ragione di quattro studenti per Provincia; al secondo trenta studenti delle altre Province italiane, in ragione di tre studenti per Provincia (art. 118). In ciascuno dei detti studi dovevano insegnare tre lettori, “pietate, doctrina maxime insignes” (art. 119), gli stessi lettori dovevano tenere, ogni giorno, “unam lectionem ex Doctore Subtili”, fare la ripetizione due volte la settimana, e alla fine dell'anno scolastico tenere in chiesa “pubbliche conclusioni” (art. 124) (Nota 9). Veduta aerea di Valladolid, in Ispagna.Nel Capitolo generale di Valladolid (1593) (in cui venne eletto Definitore generale l'ex Ministro di S. Angelo p. Francesco da Mirabello) furono rinnovate ed ampliate le disposizioni del 1553, di tenere in ogni Provincia quattro conventi di studio: uno per le umane lettere, uno per la logica, uno per la fisica e la matematica, uno per la teologia, Sacra Scrittura e diritto canonico (Nota 10). Non è dato sapere se e fino a che punto tali disposizioni furono attuate nella Provincia di S. Angelo. Nella seconda metà del Cinquecento sono ricordati lo studio di filosofia nel convento di S. Maria delle Grazie ad Isernia e quello di teologia nel convento della SS. Trinità a Sepino (Nota 11). Altro importante centro di studi filosofici e teologici era quello di Gesù e Maria in Foggia, nel 1618 era già studio generale con i lettori p. Francesco da Bisceglie e p. Nicola da Ripatransone (Nota 12). Si fa pure menzione di detto studio nel Capitolo generale di Toledo (1645) con i lettori p. Girolamo da Barrea e p. Francesco da Roseto (Nota 13), e nell'altro, pure di Toledo (1658) con il lettore p. Girolamo da S. Giovanni in Galdo (Nota 14). Il Visitatore Mattielli, nel 1683, trovò, in detto convento, lo studio generale di filosofia e teologia, cosa che durò fino al 1811. Beato Giovanni Duns Scoto scrivente mentre i frati editano le sue opere sotto la protezione dell'Immacolata e di san Francesco d'Assisi stigmatizzato - Roma - Commissione Scotista - quadro sec. XX.Negli studi generali i lettori potevano conseguire la giubilazione, che veniva confermata dall'autorità civile, e comportava alcuni privilegi. Secondo un breve di Urbano VIII, del 2 marzo 1638, per essere ammesso alla giubilazione, un lettore doveva insegnare almeno per tre anni filosofia e per dieci anni consecutivi teologia (Nota 15). I concorsi per il lettorato si svolgevano con metodo severo e grande solennità. Coloro che presso gli Osservanti erano denominati lettori giubilati, presso i Riformati venivano chiamati lettori emeriti e presso gli Alcantarinilettori qualificati. John Duns Scotus.Il metodo d'insegnamento, affermatosi dal secolo XVI, andò sempre più differenziandosi da quello dei secoli precedenti. Il vecchio e classico manuale - il libro delle sentenze di Pietro Lombardo - veniva a poco a poco eliminato dalle scuole, e lo studio della teologia si ramificò in varie materie. Mentre altri Ordini religiosi usavano largamente la Somma di S.Tommaso come testo di scuola, i francescani pur seguendo i dottori Bonaventura e Scoto, si attennero a metodi eclettici. Le autorità erano per la libertà d'insegnamento e non imponevano il sistema di alcun dottore. Un'eccezione si ha nella prima metà del Seicento, allorché s'impose con rigorosa intransigenza la difesa delle dottrine scotistiche. La Congregazione di Napoli del 1590 si limitava ad ordinare ai lettori di tenere ogni giorno una lezione secondo la dottrina di Scoto; il Capitolo generale di Valladolid (1593) ordinava a tutti i lettori di seguire Scoto, con esclusione di altri dottori - Universis studiorum lectoribus praecipimus, ut literam Scoti solum et non alios auctores ex professo explicare conentur. (Nota 16) Nonostante l'antagonismo con lo spirito del secolo, il movimento francescano non parve anacronistico, anzi venne favorito da chi meno poteva capirli: il patriziato. Con il favore e la protezione di baroni e marchesi, con l'aiuto effettivo delle popolazioni, i francescani si dettero a fondare nuovi conventi. Nel solo Cinquecento, nella Provincia di S. Angelo, ne aprirono diciassette.
Padre Doroteo Forte.Una ricerca su Google usando il termine 'padre Doroteo Forte' dà scarsissimi risultati. Il frate, che pure scrisse tanto (e bene) è sconosciuto al grande pubblico ed i titoli delle sue numerose opere sono presenti solo su www.internetculturale.it. Ho deciso di offrivi amplissimi estratti della sua opera 'Testimonianze francescane nella Puglia Dauna', arricchita da molte foto, dalle note originali e da alcune (poche) mie considerazioni. Ho utilizzato la tecnica dell'ipertesto multimediale. Ho deciso di non pubblicare il testo riguardante p. Diomede Scaramuzzi da S. Giovanni Rotondo, una delle figure più prestigiose dell'Ordine francescano. Antica foto del Refettorio dello studentato di S. Matteo.Il grassetto è dello scrivente. Sono stato mosso a questa pubblicazione da alcune considerazioni, che qui esporrò brevemente.
1 - I Frati hanno plasmato, oltre che il paesaggio dell'intero Gargano, anche il nostro modo di pensare e di essere. Addirittura la nostra stessa esistenza, se pensiamo che S. Giovanni Rotondo e S. Marco in Lamis sono 'nate' dalla Badia ex benedettina di S. Giovanni in Lamis, attuale convento francescano di S. Matteo. Questi concetti sono espressi egregiamente nel calendario 2014 preparato dalla Biblioteca di S. Matteo, alla cui redazione ho avuto il piacere di partecipare. 2 - L'Ordine dei Francescani ha grossi problemi. I recenti avvenimenti, iniziati 'ufficialmente' alla fine del 2014 con la drammatica lettera del nuovo Ministro Generale fr. Michael A. Perry che scriveva sostanzialmente: 'Siamo stati dei polli. Ci hanno fregato molti soldi, con l'aiuto di nostri frati che hanno agito a nostra insaputa'. A questo proposito riporto il passaggio di una intervista rilasciata a www.panoramical.eu il 20 dicembre 2015 da fr. Mauro Jöhri, Ministro Generale OFMCap e Presidente dell'Unione Superiori Generali:
In questi ultimi anni l’immagine della vita consacrata, perlomeno in Europa (in primis in Italia) si è assai deteriorata nell’opinione pubblica (cattolici compresi) per l’emergere, purtroppo ricorrente, di scandali di vario genere, anche finanziari… E’ evidente che gli scandali non giovano mai all’immagine. Per esempio, nel caso dei Frati minori, si è suicidato il faccendiere cui alcuni economi avevano affidato più o meno 50 milioni di euro da far fruttare. La gente si chiede non come mai i frati siano stati derubati, ma come mai avessero così tanti soldi. Tuttavia, guardando agli oneri di un Ordine come quello dei Frati minori che ha 14.000 membri, impegni vari, strutture, università, uno può dire: beh, di soldi ne dovevano per forza avere tanti per gestire bene il tutto.
3 - Parla ancora Fr. Mauro Jöhri, Ministro Generale OFMCap, nella relazione introduttiva del 1. giorno del Capitolo Generale dei Francescani OFM (11.05.2015):
Tempo fa rivolsi a Mons. Galantino, segretario della CEI, la domanda di ciò che si aspettava da noi frati e la sua risposta fu chiara e inequivocabile: 'Dipendesse da me, direi: meno parrocchie e fate i frati!'.
P. Michelangelo Manicone e P. Antonio Fania spesero la loro esistenza per fare dei frati del loro ordine delle persone più colte e più preparate culturalmente al fine di svolgere meglio il loro apostolato. Anche tanti altri frati si impegnarono per riordinare gli studi nei conventi francescani. Penso a p. Diomede Scaramuzzi, p. Vincenzo Gallo, p. Filippo Petracca, p. Doroteo Forte, p. Lorenzo De Martinis, p. Mario Villani e tantissimi altri. Nel passato l'Ordine Minore ha avuto figure quali S. Bonaventura, S. Antonio da Padova, S. Bernardino da Siena, p. Duns Scoto, oltre a S. Francesco. Scrive p. Doroteo Forte a p. 47 dell'opera della quale vi offro molte pagine:
L'attività apostolica dei francescani richiedeva la scienza e ne stabiliva la norma. Per S. Francesco e i suoi seguaci la scienza intanto ha valore, in quanto direttamente o indirettamente è necessaria o utile all'apostolato. Una scienza fine a sé stessa non vi fu mai nell'Ordine francescano.
Convento di San Matteo a S. Marco in Lamis, con, sullo sfondo, la mole del Monte Celano.4 - Ho sempre pensato che il convento francescano di S. Matteo a S. Marco in Lamis fosse una delle 'chiavi di volta' per sviluppare l'intero Gargano. L'ex abbazia benedettina dispone di grandi raccolte di arte: la archeologica (molte migliaia di pezzi); il 'lapidarium' medievale; i paramenti sacri (un migliaio di pezzi), le tavolette votive dipinte (502 pezzi molto belli, le uniche inventariate e delle quali esiste una banca dati per la fruizione online), numerosissime statue e dipinti, un archivio fornitissimo, una nutrita sezione digitale che potrebbe essere messa in rete. Per non parlare della sua enorme Biblioteca, la più grande del Gargano, con libri rarissimi che potrebbero essere ulteriormente messi a disposizione del 'grande pubblico' della Rete e tantissimo materiale sconosciuto alla 'massa'. Il tutto è posto in un grande edificio dichiarato 'Monumento nazionale'. Sfogliando l'elenco dei Ministri Provinciali della Provincia monastica di S. Angelo degli ultimi 15 anni (lista alquanto smilza!) mi ricordo del sostanziale disinteresse delle alte gerarchie (provinciali e romane) per questi tesori, accumulati anche grazie al decennale e paziente lavoro di p. Mario Villani. La 'cacciata' a maggio del 2016 (di questo si tratta!) del vecchio Ministro Provinciale e del suo Definitorio fa rinascere la speranza di una inversione, anche se non è dato sapere cosa hanno intenzione di fare il nuovo Provinciale con il suo definitorio ed il nuovo Guardiano di S. Matteo. Speriamo che lo Spirito Santo, almeno questa volta, sia stato ascoltato. E capito. Intanto il web tace o è avaro e coloro che sanno tacciono oppure sono evasivi. A proposito: la comunicazione dei numerosissimi conventi della Provincia monastica è in genere disastrosa, anche se da molti anni le gerarchie ecclesiastiche parlano di comunicare=comunione (vedi, tra gli altri, Paolo VI). La sede operativa della Provincia di S. Angelo è stata posta a Molfetta. P. Donato Sardella, allora Ministro Provinciale, ricordava il 7.12.2000 il paragrafo n. 162 delle Costituzioni Generali dell'Ordine dei Frati Minori:
Tutti i frati, ciascuno secondo la propria candizione, si dedichino intensamente agli studi e imparino ad apprezzare con mente aperta il progresso delle scienze e delle arti. Così saranno convenientemente preparati ad annunziare il Vangelo e a corrispondere alle esigenze culturali del nostro tempo'
P. Doroteo Forte, nella sua opera Il Santuario di San Matteo in Capitanata del 1978 cita P. Antonio Fania da Rignano Garganico:
Senza santità siamo perniciosi al Cristianesimo, senza scienza siamo inutili al mondo
Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?
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