- Dettagli
- Categoria: Michele Ceddia


Ora a Sammarco non c'è nessun calzolaio, che io sappia, che lavori per confezionare scarpe nuove dalla suola alle tomaie, dagli occhielli alla lingua, ecc.
Farsi fare un paio di scarpe nuove richiedeva impegno e fastidi: prima misura, seconda misura, e dopo ritorna perché fa male il calcagno destro e ancora dà fastidio il ditino del piede sinistro e poi c'era sempre qualche problema.
Il calzolaio aveva immancabilmente la sua bottega-laboratorio e difficilmente si trattava di locali spaziosi. La bottega era sempre un locale di dimensioni ridotte e pieno in tutti gli angoli di tutto quanto occorreva per lavorare.
Oltre al panchetto, con il piano diviso in tanti piccoli quadratini e triangolini, ognuno dei quali serviva a contenere chiodini delle misure più varie (semenzedde), c'era una pallina di pece che gli artigiani usavano per sfregarci lo spago e tenerlo ben unito, con una setola alla punta che serviva a infilare lo spago nel foro fatto con la sugghia (lesina). Sul piano aveva sempre il martello che gli serviva in qualsiasi momento per battere la suola. Appena tirata fuori dalla bacinella dell'acqua, in cui era stata immersa precedentemente, veniva posata su di una piastra di ferro e battuta ripetutamente per farla diventare più fine e resistente alle prove future.

Per gli uomini le scarpe. Per le signore scarpe a spillo, basse oppure li chianedde (pianelle da tenere in casa). La consegna del lavoro avveniva quasi sempre di domenica e comunque di festa: le scarpe erano consegnate da ragazze e ragazzi ai quali si dava lu parauante (mancia).
Accanto ai calzolai specializzati c'erano li ciabattine, i quali si limitavano a riparare scarpe vecchie e sfondate con materiale scadente o addirittura preso da altre calzature buttate via. Era un lavoro che rendeva poco, nonostante il tempo impiegato. Non rendeva, eppure si faceva quell'attività. Del resto che cosa avrebbe potuto fare se non sapeva fare altro?
Qualche calzolaio, che aveva locali idonei in qualche via centrale, ha messo su anche un negozio di calzature in modo da conciliare il proprio lavoro con la vendita di scarpe già confezionate dalle fabbriche di Varese. Più di un artigiano, col tempo, si è trasformato in negoziante di scarpe da uomo, da donna e bambino e anche di borse da donna e da viaggio.
Ora in Sammarco di calzolai non ce ne sono più. Anzi, ce ne sono alcuni, ma si limitano, un po' come i ciabattini, pur essendo bravi, alla riparazione di scarpe usate: mezze suole, tacchi, cuciture, ecc.
- Dettagli
- Categoria: Michele Ceddia
Lu stagnare
Quelli che ricordo io avevano la bottega e lavoravano in via XX Settembre, cioè di fronte alla Collegiata. D'inverno lavoravano sempre dentro, all'interno della bottega, sempre ingombra di caldaie vecchie e sfondate, di pentole di rame che aspettavano il loro turno per essere riparate e stagnate. Ma, appena arrivava la primavera, con il primo sole caldo, uscivano fuori con la fornace per lavorare.
Le pentole vecchie erano nere di fuliggine e i calderai, di conseguenza, non potevano non sporcarsi le mani e con esse il naso, la fronte e il fazzoletto.
Nelle abitazioni di allora c'era immancabilmente il camino dove si ardeva la legna per cuocere i cibi, a quei tempi fatti essenzialmente di patate, verdura, legumi. C'era anche la pasta di casa (recchielle, strascenate, laine). Non mancava mai il classico pasto dei nostri contadini, caratteristico dell'intero paese, e cioè lu panecotte, che, sembra, oggi alle nuove generazioni non va proprio a genio. Quel pasto che ha fatto crescere intere generazioni veniva consumato molto spesso perché economico e per gli ingredienti facilmente disponibili: patate, verdura e pane raffermo affettato, con poco olio e un po' più di sale per stimolare la sete e riempire lo stomaco.
Mentre i legumi si cuocevano a fuoco lento in un recipiente di terracotta in un angolo del camino, le patate, la verdura e il pane si cuocevano nella pentola che era appesa alla camastra (una catena a grossi anelli di ferro, a sua volta appesa a un ferro messo di traverso nella canna fumaria).
La superficie interna era rivestita di uno strato leggero di stagno allo scopo di tenere isolato il rame dal cibo in cottura. Era risaputo da tutti, anche dai contadini, che il rame a contatto con il cibo provocava intossicazioni e conseguenti dolori allo stomaco e all'addome, spesso con esiti letali.
Lo stagno veniva passato sulla superficie interna della pentola, del piatto e di tutti gli altri recipienti che si usavano in casa e che servivano per l'alimentazione. Quando questi erano arroventati sul fuoco della fornace, con una paletta si stendeva lo stagno su tutta la superficie senza lasciare scoperto alcun punto. Qualche artigiano, per risparmiare fatica e materia prima, lo stendeva con la spugna. In questo modo sprecava poco stagno, ma metteva a repentaglio il buon nome della bottega.
Lo stagnino riparava non solo le pentole d'uso quotidiano, ma ancheli quacquie (grossi recipienti alti almeno mezzo metro dentro cui i pastori scaldavano il latte per fare ricotta, mozzarelle, caciocavalli, ecc.). Allora questa produzione di latticini era molto sviluppata e i prodotti nostrani arrivavano fino a Foggia perché in paese, all'infuori dei professionisti, non c'erano molti acquirenti. Ancora oggi durante le feste patronali si vendono quelle grosse pentole in rame stagnato.
Attualmente c'è ancora qualche stagnare che si limita a piccole riparazioni o alla produzione di oggetti di piccole dimensioni.
- Dettagli
- Categoria: Michele Ceddia
Lu vardare

Alle bestie da soma, per il trasporto dei carichi, occorreva un supporto su cui legare, imbrigliare con li jaccule (funi) ciò che portavano, per tenere ben saldo tutto quanto. Questo supporto non era altro che la varda (basto).
Per conoscere anche sommariamente la lavorazione e la confezione della varda abbiamo avuto la fortuna di metterci in contatto con l'ultimo di quegli artigiani, il signor Nicola Pomella, che molto gentilmente ci ha accolto nella sua bottega, in verità in disarmo, e pazientemente ci ha illustrato nei minimi particolari (sperando di aver capito bene) le varie fasi della costruzione.
A seguito di un'ordinazione, per prima cosa si prendevano le misure sul corpo della bestia che doveva "indossarla". Sì, proprio come fa il sarto quando deve confezionare un abito al suo cliente: lunghezza, larghezza, superficie facendo attenzione alle malformazioni congenite o dovute ad incidenti. In altre parole, doveva sentirlo comodo e agevole nei suoi movimenti.

Per completare la funzione del basto c'era ancora da aggiungere due sistemi senza i quali non avrebbe avuto senso. Il primo si chiamava cegna (sottopancia). Si trattava di una grossa cinghia larga almeno cinque centimetri, fatta di spago intrecciato, la cui funzione altro non era che cingere il basto alla pancia della bestia allo scopo di tenerlo fermo sul dorso e non farlo muovere. Il secondo invece era la cinghia, anche questa di cuoio, che partiva dalla parte posteriore del basto, dai due lati, e cingeva il di dietro della bestia, passando sotto la coda. Dalla stessa cinghia partiva, dai lati, sui fianchi, un altro pezzo di cuoio che attraversava la groppa e impediva alla prima di scendere lungo le gambe, cosa che avrebbe dato fastidio nel camminare. Questo pezzo si chiamava stracquale.
Arrivati qui la varda era completa e poteva essere indossata dal quadrupede, cu na bona saluta pe cent'anne, senza alcun pericolo durante il tragitto, lungo le vie e i sentieri malsicuri della montagna.
Non sappiamo se siamo riusciti a rendere chiara l'esposizione. Se qualche particolare ci è sfuggito chiediamo scusa, però valeva la pena affrontare questa fatica.
- Dettagli
- Categoria: Michele Ceddia
Lu mastrecarrere

Il mezzo di trasporto più usato e a portata di mano era lu traine. C'era anche lu carrettone, il quale serviva d'estate in occasione del trasporto dei covoni dai campi già mietuti alla trebbiatrice che stava, generalmente, sempre davanti alla masseria. Per il trasporto leggero di pochi uomini e piccole cose c'era lu sciarabbà alla cacciatora. C'era, inoltre, anche quello più veloce: lu sciarabbà a dujie poste (n.d.r. Il termine sciarabbà è una corruzione del francese char à bancs).
Lu traine, il classico mezzo di trasporto, lo usavano maggiormente li trainere che svolgevano la loro attività maggiormente per il trasporto merci da un paese all'altro. Ma era molto utile anche per gli agricoltori, i quali facevano avanti e indietro, dal paese alla masseria e viceversa, caricando uomini e tutto quanto l'azienda aveva prodotto.
Il carretto era lungo in media quindici, sedici, diciotto palmi (dai quattro metri in su), a seconda dell'utilità, e largo un metro circa o poco più. Era diviso in due parti. La prima era il cassone vero e proprio, lungo un paio di metri, con due sponde per contenere il carico; sulle sponde c'erano delle sporgenze chiamate fuselere a cui il carrettiere, a volte, fissava le briglie. L'altra parte consisteva nelle stanghe tra le quali si attaccava il cavallo o il mulo. Alla punta di ognuna delle stanghe era praticato un foro di due, tre centimetri di diametro in cui s'infilava un pezzo di legno lavorato, detto lozza, che serviva a trattenere parte dei finimenti della bestia.
Ai lati c'erano li barracchine (sponde) e li strettore, tavole strette che tenevano unite le sponde: una anteriore e l'altra posteriore.
Quando la cassa era pronta, vale a dire quando era stato costruito il letto e le sponde, si metteva mano a rafforzare il tutto con le sottostanghe su cui, poi, veniva montato l'asse che doveva reggere le ruote.
Certamente la parte di lavoro più impegnativa di tutta l'opera era la costruzione delle ruote, soprattutto della testa (mozze). Questo era il gruppo centrale da dove partivano dodici raggi divisi per sei (due raggi per anta). Il mozzo era un grosso tronco d'albero, che veniva lavorato e tornito ben bene, alle cui estremità erano fissati dei cerchi di ferro per evitare la rottura. Al centro era praticato un foro che conteneva la smaina (un cono di metallo a forma e funzione di guaina che serviva ad accogliere le assi del carro). Quando l'asse entrava nel mozzo, sporgeva per circa dieci centimetri. All'estremità vi era un consistente foro nel quale veniva infilato un pezzo di ferro costruito per l'occasione in modo da impedire l'uscita della ruota. Questo ferro era chiamato arzicula.
Prima di montarlo, anche la parte legnosa era fatta oggetto di molte attenzioni da parte dell'artigiano: era lisciata e ben rettificata per agevolare l'entrata del cerchione. Quando il cerchio era stato sistemato, si facevano i grossi chiodi da far penetrare nei fori praticati in precedenza.
Il carro a questo punto era pronto e bastava un po' di grasso tra l'asse e la ruota per essere messo sotto il cavallo, e via per molti anni sulle strade da e per Sammarco, al servizio dell'uomo di quella società.
In discesa e quando il carico era consistente, lu trainere stava sempre dietro con la fune in mano a controllare e dosare la stretta necessaria, e più la discesa era ripida più veniva tirata. Quando poi si avvicinava un tratto pianeggiante veniva allentata fino a che non ce n'era più bisogno e rilasciata completamente.
Quando si eseguivano le operazioni di carico, da fermi, per non affaticare la bestia, si poggiava a terra un asse di legno, detto lu ciucce, che sosteneva il peso.
Vi era poi un paletto con dei rami (la fruccedda) a cui si appendevano la bisaccia, funi e altri oggetti.
Questo era, grosso modo, il carretto costruito con intelligenza e tanta pazienza da quegli artigiani, i quali dovevano avere una certa cultura e dimestichezza con i numeri e i principi di geometria, altrimenti come avrebbero fatto a mettere su quei mezzi di trasporto allora tanto utili? Non si può costruire una ruota improvvisando, senza conoscere le basi, la preparazione tecnica e tanta esperienza.
- Dettagli
- Categoria: Michele Ceddia
Lu trainére

Ma che cosa succedeva nel passato, e a Sammarco in particolare?
Quando non c'erano auto, camion e furgoni vari, il trasporto delle merci occorrenti al paese si basava esclusivamente sui carretti: li traine, oggi quasi scomparsi. Non se ne vedono più in giro.
Il mestiere del carrettiere non si improvvisava. Difficilmente si trattava di una scelta soggettiva. A Sammarco c'erano delle famiglie che si tramandavano il mestiere di padre in figlio e ciò era possibile perché queste famiglie si erano create tutte le strutture necessarie per esercitare quel mestiere: case spaziose con la possibilità di ricavare la stalla per le bestie, ambiente per conservare la paglia, sacchi di avena, crusca, ecc. I locali erano muniti di capaci cisterne per raccogliere le acque piovane che servivano ad abbeverare i cavalli.
Il carrettiere viveva sempre sulle strade: o seduto sul carico che trasportava (spesso si addormentava al dondolio del carretto e dormendo guidava -così credeva- i cavalli, i quali conoscevano bene la strada da percorrere avendola fatta altre volte), oppure a piedi, a fianco dei suoi cavalli, e, quando si accorgeva che questi faticavano a tirare il carretto perché troppo carico di merce, si appoggiava a qualche sporgenza e spingeva per aiutarli.
Quando doveva fare un viaggio piuttosto lungo e faticoso, dalla sera avanti, le assisteva con più assiduità: paglia e avena più abbondanti. Per l'avena aveva un misurino con il quale dosava la razione. Questa operazione si ripeteva almeno tre volte nell'arco della notte. La mattina molto presto tirava fuori i cavalli e metteva addosso loro li uarnemente; dopo di ciò, a marcia indietro, spingeva lu temone tra le stanghe dove veniva legato al carro. Poi era la volta de lu valanzine, cioè la bestia che stava dilato legata ad un bilancino detto la velanciola. Il carrettiere saliva in mezzo e faceva schioccare la frusta per incitare le bestie a mettersi in cammino.
A San Severo si caricava farina e pasta, essendoci lo stabilimento che le produceva. A Foggia si caricavano tabacchi, tessuti, calzature, ecc.
Il carrettiere lavorava anche nelle cave di pietra per il trasporto di blocchi da costruzione e, soprattutto, di breccia da spargere sulle strade.
Sulle strade c'era lu cantoniere de la via nova (stradino), che pensava a spargere la breccia e accudiva alla strada perché non divenisse impraticabile. Su quel manto omogeneo di breccia era proprio difficile andare in bicicletta: povere gomme!
Lu trainere partiva con la carretta vuota per varie località della provincia, magari per Canosa a fare un carico di vino tonneche (nero e sostanzioso). Bene. Si sedeva sopra un sacco di paglia e spesso si addormentava, ben sapendo che i suoi cavalli non lo avrebbero portato fuori strada. Quando invece era carico si sedeva sulla strettora anteriore e qui dormire era meno facile, anche perché il carico andava tenuto sempre sotto controllo. Un qualsiasi incidente, anche il meno grave, avrebbe potuto provocare danni irreparabili.
Molti decenni addietro era pericoloso viaggiare con i carretti sulle strade per la semplice ragione che i cavalli o i muli non erano abituati a incrociare automobili e quando ciò si verificava non era raro assistere allo sbandamento pauroso del carro. Le bestie si impaurivano e a volte uscivano fuori strada con le conseguenze facilmente immaginabili. Proprio per questi motivi, molto spesso, si verificavano incidenti anche mortali sulle nostre strade.
I vecchi carrettieri si notavano da lontano per la caratteristica fascia rossa che portavano stretta alla vita e che fungeva anche da cinghia per tenere su i pantaloni.
A tirare il carretto ci andavano generalmente due cavalli, uno al centro, lu temone, l'altro di lato, lu valanzine che era legato con due cinghie a una velanciola. A volte di valanzine ne attaccavano due ai lati e questo avveniva quando il carico era superiore alla media.
Il carrettiere portava sempre con sé, sotto lu traine, un cagnolino che era sempre sveglio e attento a ogni evenienza: era una compagnia e un guardiano del carretto e del carico. Se i cavalli lungo il viaggio si fermavano senza un motivo, il cane abbaiava attorno ai cavalli come per spronarli ad andare avanti, oppure se si avvicinava un estraneo al carico non si dava pace finché non interveniva il padrone a tranquillizzarlo.
Quei lavoratori erano molto legati alle bestie e lo si poteva vedere anche stando lontano dal loro ambiente. Le governavano bene, le pulivano e le strigliavano con puntigliosità, ma è anche vero che non ci pensavano due volte se le dovevano prendere a frustate per incitarle a dare il più del possibile nello sforzo immane sulle salite della Torre o della valle di Stignano. Tuttavia, il carrettiere, pur nelle sue contraddizioni, voleva bene alle sue bestie e per questo non lesinava l'avena per tenerle sempre, in qualunque momento, in forma.
Ma l'attaccamento e il fanatismo dei carrettieri per i propri cavalli lo si notava anche dal buono stato di conservazione de li uarnemente (bardature) a cominciare dalle briglie, per finire ai sellini e ai tiranti. Tutto era ben in ordine e lucidato. I cavalli, strigliati e spazzolati, sembrava che si rendessero conto della pulizia cui erano fatti segno da parte del padrone e lo facevano notare con il loro andamento fiero e marziale.
Quando, in piedi sul carretto, spavaldo, faceva scattià la puntetta de lu scruiate era per lui il momento più esaltante perché tutti, specie le donne, dovevano sapere che passava lui e soltanto lui e non altri. E difatti le persone che se ne intendevano, in realtà, conoscevano il personaggio che passava soltanto dallo schioccare della frusta.
Il carrettiere sammarchese trasportava tutto ciò di cui il paese aveva bisogno e non si fermava nemmeno quando c'era la neve. Era un bravo lavoratore e si fermava solo in presenza di difficoltà insormontabili, altrimenti era sempre pronto a partire.
Trasportava la merce, come abbiamo avuto modo di dire, da Foggia e da San Severo, vino da Canosa e dal barese, sale da Margherita di Savoia e poi ancora l'olio dai frantoi sparsi nella zona, petrolio da Foggia insieme a tabacchi, stoffe, calzature e biancheria. Caricavano i carretti di enormi sacchi pieni di lana dalle masserie dove gli abruzzesi avevano tosato le loro pecore che svernavano dalle nostre parti, lungo la Pedegarganica.

Poi, piano piano, come la ruota della storia, così anche quella del progresso tecnologico si sviluppava e andava inarrestabilmente avanti e con la comparsa dei veicoli a motore iniziò la fine del carrettiere.
Fece la sua comparsa l'autocarro e poi venne il trattore e tutti e due sostituirono la trazione per mezzo degli animali. Lentamente, ma continuamente, la meccanizzazione soppiantò una volta per tutte il carretto, l'aratro a trazione animale e tutto quanto riguardava il lavoro con le bestie: l'uomo divenne più libero e il lavoro più sopportabile. ll lavoro umano cambiò fisionomia e l'uomo, da queste parti, si sentì più emancipato e fuori dai legami traumatizzanti di un passato ormai lontano.

Poi le strade in terra battuta, con l'andare del tempo, vennero sostituite da quelle costruite a revela d'arte, vale a dire con regolare progetto e sotto diretto controllo dei tecnici, in modo razionale e, infine, con pavimentazione in catrame. L'asfalto, così, fece la sua comparsa, pe inte la Defensa, pe lu vosche e dappertutto, dovunque c'era l'uomo che prestava la sua opera. Solo dopo, e a queste condizioni, il carrettiere si arrese e attaccò al chiodo lu scruiate.
Al vecchio trainere non rimasero che i ricordi del passato: i suoi lunghi viaggi di giorno, sotto il sole cocente dell'estate e sotto l'infuriare della tormenta nei mesi invernali, e, di notte, al buio, sulle strade solitarie, con le bestie che andavano monotone, la lanterna accesa sotto il carretto e il cagnolino sempre vigile e lui, il carrettiere, seduto su qualche scomoda botte o su di un sacco di grano, mezzo appisolato a sognare di stare al caldo e comodo nel letto, oppure insieme agli amici attorno a un tavolo, in una vecchia cantina, con un boccale di vino nero e l'unico bicchiere dove bevevano tutti i componenti la comitiva.
