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Lu sanguettare

Anche nelle case si teneva, dentro una bottiglia con l'acqua, qualche sanguetta, comprata da un venditore, che non era di Sammarco, chiamato appunto sanguettare.
Le sanguisughe venivano catturate nei pantani delle marane del nostro Tavoliere, pantani che si formavano dopo i temporali. In quelle acque fetide nascevano e crescevano le sanguette che poi venivano pescate con reti e cestelli.
Canzone popolare di San Marco in Lamis - Arrangiamento ed interpretazione di Ciro Iannacone

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Lu scopachiazze

Il netturbino ora è riconosciuto regolarmente e viene assunto secondo le leggi vigenti in campo sindacale e di collocamento. Qualunque sia l'impresa da cui dipende, privata o municipalizzata, è organizzato e garantito sotto tutti i punti di vista.
Ma prima com'era?
Lu scopachiazza era oggetto di pregiudizi: sembrava quasi aver perso la sua dignità. Si identificava il suo mestiere con la sua personalità. Ad esempio, lo si considerava poco pulito perché aveva a che fare con la sporcizia e, di conseguenza, indossava magari vestiti non proprio lindi e a pennello o perché si portava a casa la scopa (la scopa frusciale, fatta con il pungitopo) sporca (a dir la verità, acqua e fontane scarseggiavano).
Iniziava a lavorare la mattina di buon'ora. Il primo ad essere pulito era il Corso Umberto I, l'attuale corso Matteotti, perché su questa strada, la principale del paese, abitavano, in grandi palazzi, i "galantuomini", vale a dire professionisti e proprietari terrieri, che sempre sullo stesso corso tenevano anche il loro circolo, quello "dei signori" appunto.
Ma, prima ancora, partivano li vuttajule, cioè i conducenti di muli che tiravano le botti di ferro montate su carretti spogli. Ognuno di loro aveva una zona assegnata nella quale raccoglievano i rifiuti organici, diciamo così, delle diverse famiglie. Lu vuttajole si fermava in un dato punto e suonava una tromba dal suono particolare e noto alle donne, le quali si alzavano dal letto, prendevano il "vaso" di terracotta o di legno e lo andavano a rumeccà (svuotare) nella botte. Sciacquavano, poi, con un poco d'acqua che si portavano appresso, il "vaso" e se ne tornavano a letto.
A quell'ora, prima dell'alba, girare per le vie del paese richiedeva uno stomaco di ferro perché la puzza era tanta e l'aria irrespirabile (queste avventure capitavano molto spesso ai lavoraton che partivano, a quell'ora, per la campagna). Li vuttajule, però, non facevano una piega nell'assistere a tutte quelle operazioni mattutine. Anzi, il più delle volte, era possibile notare che, mentre le donne scaricavano i loro vasi nella botte, tra schizzi di liquami per la fretta di chi voleva sbrigarsi per prima, li vuttajule facevano tranquillamente colazione.
Si facevano almeno due giri al mattino, mentre durante il giorno si provvedeva a raccogliere acqua sporca, compresa quella del bucato, che veniva scaricata nel "canalone" a Porta San Severo, allu scareca li vutte.
Questi lavoratori, come potevano, cercavano di tenere il paese pulito, anche se questa funzione non sempre gli veniva riconosciuta, sia perché poco pagati, sia perché poco garantiti: quando si ammalavano, magari per il contatto continuo con materiale poco igienico, non avevano alcuna forma di assistenza e previdenza.
Qualche altro appunto su usanze paesane. Ogni tanto giovanotti in vena di scherzare si appropriavano della "trombetta" e, fuori orario, magari di notte, la usavano per far "andare fuori" le donne che poi non trovavano il carretto: è facile immaginare quali e quante imprecazioni venissero fuori in tali occasioni.
Quando nevicava, e li votte non potevano girare regolarmente, rifiuti di ogni genere venivano riversati nella neve, per cui, quando questa si scioglieva, si può ben immaginare che cosa apparisse: allu squagghià della neve ce vedene li ...
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Lu cantenere
Uno di questi tornò dopo quarant'anni e più e rimase meravigliato per le trasformazioni subite dal paese: il centro abitato, pur essendo diminuita la popolazione residente, si è esteso molto con palazzi moderni. Anche la constatazione dell'emancipazione femminile lo ha impressionato ed ha definito i giovani sammarchesi molto belli.
Ma, la cosa che maggiormente lo ha impressionato è stata la scomparsa delle cantine, cioè dei vecchi locali dove prima della seconda guerra mondiale, ma anche dopo, i lavoratori di Sammarco andavano a giocare a carte e bere il vino. Al tempo della sua partenza, in paese di cantine ve n'erano molte e tutte accoglievano quotidianamente i clienti che andavano a passare il tempo giocando a carte. I giochi più diffusi erano il tressette, la scopa, ma, soprattutto ce menava la legge.
Il gioco consiste nel dare quattro o cinque carte a testa ai partecipanti e, tra questi, i due che realizzavano più punti diventavano patrone e sotte patrone e avevano la facoltà di disporre del vino: lo potevano distribuire, più o meno equamente, oppure potevano berlo solo loro due e fa juleme gli altri.
In paese gli uomini frequentavano con una certa assiduità le cantine. Soltanto i professionisti si tenevano lontano, in quanto avevano un loro circolo (lu circule de li signure).
A pensarci adesso, dopo tanto tempo, le cantine non è che fossero proprio accoglienti, anzi. Monolocali senza finestre, male illuminate e peggio imbiancate e, comunque, abbrunate dal fumo di sigarette, sigari, pipe: erano, soprattutto, sporche. Non c'erano tavolini e sedie per gli avventori, ma banchi lunghi almeno due metri. Al posto delle sedie c'erano panche, anch'esse lunghe e capaci di accogliere sei, sette persone a sedere. Queste suppellettili non venivano mai pulite e il vino che sgocciolava dal boccale veniva assorbito dalle maniche delle giacche dei giocatori.
Il cantiniere stava dietro il suo banco e mesceva il vino bianco o rosso a chi lo richiedeva, segnando volta a volta la quantità di vino servito a questo o quel gruppo (rote). Ma quegli appunti servivano a poco, poiché alla fine si discuteva sempre sulla quantità di vino consumato: gli avventori, dopo tanto bere, dimenticavano quanti litri di vino avevano tracannato, anche se a volte era il gestore che, approfittando dell'ebbrezza dei clienti, lievitava la quantità, per cui i conti si facevano e rifacevano ma non tornavano mai.
Gli altri due quadretti rappresentavano due osti: uno, che faceva credito ai clienti, era seduto, magro, macilento e con le mani tra i capelli: la baracca andava male; l'altro, invece, quello che il credito non lo praticava, era anche lui seduto, bene in salute, con un panciotto ben stirato e con un viso allegro e soddisfatto. Non è difficile immaginare il messaggio: far credito significa fallire e mandare all'aria l'esercizio. Ma, in definitiva, il credito era praticato perché, diversamente, si rischiava di rimanere senza avventori o quasi.
Ad essere sinceri, i bevitori, nonostante il grave difetto che avevano, cioè di bere eccessivamente, avevano comunque il pregio di mantenere la parola data e, quando si presentava l'occasione di qualche soldo in tasca, non sgarravano mai e, puntualmente, si recavano a saldare i conti in sospeso.
Ma torniamo alla legge. Fatto lu patrone e lu sotte, questi, come accennato, avevano la possibilità, dopo tacito accordo, di bere tutto il vino. Diversamente, lu patrone invitava, per esempio, due bicchieri di vino e lu sotte patrone poteva destinarli a chi voleva dei presenti; oppure, poteva, ed accadeva il più delle volte, prendere possesso: in questo caso, lu patrone doveva riempire i bicchieri e lu sotte bere continuamente, senza staccare le labbra dal bicchiere, pena la perdita del possesso. Anche lu patrone, mentre l'altro beveva al bicchiere, aveva la facoltà di attaccarsi al boccale e bere fino all'ultima goccia. Finito il vino e le due partite di tressette che decidevano chi doveva pagare (naturalmente i perdenti), si ricominciava a dare le carte e si andava avanti fino a notte fonda, per essere, ubriachi fradici, scacciati in malo modo dall'esercente.
In verità, in quel vino di alcool doveva essercene ben poco, essendo il gestore alle prese con le difficoltà quotidiane della vita e con le tasse. Se non avesse integrato i guadagni con abbondanti annaffiate di acqua nel vino, difficilmente ce l'avrebbe fatta. E poi si trattava, tutto sommato, di un'operazione a fin di bene: si beveva più vino e ci si ubriacava di meno. Una bella teoria, che, tuttavia, era meno dannosa di intrugli che pure qualche cantiniere poco onesto faceva con cartine e sostanze tutt'altro che alcoliche, ma molto concilianti per sapore e gusto e che ingannavano gli "intenditori" che, dopo aver trattenuto un sorso, lo mandavano giù e facevano schioccare la lingua per dimostrare che era puro e di ottima qualità. Ma, non si racconta che il vecchio prima di morire disse ai figli: 'Il vino si fa anche con l'uva'?
Quando l'emigrante entrò in una delle ultime cantine e vi trovò i tavolini e le sedie e, oltre al vino, pure la birra, liquori, caramelle e cioccolatini, si convinse che molti anni erano passati da quando partì per l'Australia: tutto era cambiato e Sammarco non era rimasta ferma. Credeva di trovare tutto come prima e invece, poverino, è rimasto deluso.
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Iniziamo a dire brevemente come e per chi lavoravano, chi erano i clienti e il rapporto che avevano tra di loro.
Durante la settimana, meno il lunedì che veniva e viene tuttora considerato giornata festiva, diciamo dal martedì al primo pomeriggio del sabato ci andavano pochi clienti: artigiani, qualche professionista e i possidenti, i quali (non tutti) si facevano radere la barba e quando occorreva si facevano fare il taglio dei capelli. Come si vede una clientela particolare e poco numerosa. Il gran lavoro iniziava, invece, il sabato verso sera, quando tornavano al paese gli operai e i contadini dalla campagna.
Quegli operai arrivavano in paese un po' prima di sera e, datasi una lavatina alle mani e al viso nella bacinella, si dirigevano in tutta fretta, specie se giovani, dal barbiere per il solito taglio dei capelli. Si andava in fretta, sperando di evitare l'affollamento. I contadini, i pastori e i braccianti agricoli al paese non tornavano però tutti i sabati. Quei lavoratori stavano in campagna due e anche tre settimane consecutive e la pulizia personale, a dire il vero, lasciava piuttosto a desiderare. Tuttavia, anche loro andavano dal barbiere con una certa fretta, magari da quello che stava fuori dal centro, meno frequentato da scavuzune o cacachiazze (artigiani, impiegati e simili), in presenza dei quali non si sarebbero sentiti a loro agio.
Quanto alla pulizia personale dei contadini, questa, di riflesso, contagiava anche loro, i barbieri, i quali di sabato usavano sempre la stessa tovaglia per qualsiasi cliente e questo non era igienico e faceva male a chi era più sensibile (allora non era difficile essere contagiato da insetti come pidocchi, pulci e altro).
Quando nel salone non c'erano clienti da servire (e qui c'è la grossa differenza esistente tra allora e oggi) si suonava e si cantava. Quasi tutti i barbieri sapevano suonare strumenti a corda (chitarra e mandolino) e via con accordi per un valzer, una mazurka, un fox trot. In quei saloni c'era sempre armonia per via della pratica della musica e per qualche voce gradevole che cantava vecchie e famose canzoni d'amore tutta melodia, le quali facevano gioire i cuori delle ragazze innamorate quando in piena notte arrivava la serenata del proprio spasimante.
A quei tempi la serenata alla zita era d'obbligo e i suonatori erano artigiani, compresi i barbieri (i suonatori di strumenti a fiato erano nella loro totalità falegnami, calzolai o giù di lì i quali, poi, costituivano la banda musicale sammarchese, molto apprezzata).
Il lavoro di quei barbieri era molto più semplice di quelli attuali. I lavoratori facevano la barba da sé con il rasoio (la macchinetta con il rastrello di sicurezza e la lametta verranno dopo) e dal barbiere ci andavano solo per il taglio periodico dei capelli, come del resto penso si faccia adesso, con una differenza non trascurabile: molti clienti giovani si fanno fare lo shampoo. Anche il taglio era semplice come era semplice tutta la società dell'epoca: taglio normale con sfumatura alta o bassa secondo le proprie esigenze: pettinatura alla mascagna (pettinatura all'indietro) o all'Umberto, cioè con la testa quasi completamente rasata tranne la parte anteriore dove i capelli erano e sono tuttora lasciati di qualche centimetro. Niente di più.
La regalia è sempre esistita sia per lu descepele che pe lu mastre (il titolare). Però per le feste di fine anno c'era sempre una graditissima sorpresa: ai clienti affezionati lu mastre regalava il calendarietto tascabile, sulle cui paginette di cartoncino da una parte c'erano le date del mese, dall'altra, invece, c'erano figurine femminili, coperte molto succintamente per quei tempi, che eccitavano i giovanotti e che, in certi ambienti moraleggianti a senso unico, erano considerati osceni e da proibire. Quell'usanza si è estinta senza lasciare traccia durante gli anni Sessanta.

Gli arnesi di quei barbieri si riducevano a pochi pezzi: qualche paio di forbici semplici, che servivano solo per il taglio, rasoi e la tosatrice per capelli a mano, cioè non elettrica. Non c'erano lacche, tinture, fissanti, coloranti, ecc. Certamente il salone di oggi non ha nulla a che vedere con quello di ieri, ma non c'è paragone con la vivacità che animava quei locali. Ora tutt'al più ci trovi il giornale che prima non c'era; puoi ascoltare la radiolina che in qualche angolo, magari invisibile, trasmette notiziari e musiche americane o americaneggianti.
Tuttavia, sia ben chiaro, quel passato anche se c'è rimasto qualche residuo di nostalgia dovuto all'età giovanile, non è desiderabile né augurabile che torni: sarebbe un non senso. Il passato serve per migliorare il futuro.
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Se l'oggetto del bando era di carattere ufficiale, e comunque di una certa importanza, egli usava il tamburello che, prima dell'annuncio, faceva rullare allo scopo di richiamare l'attenzione dei cittadini; in altre occasioni, comunicava la notizia accompagnandola con frasi 'fiorite' o scherzose.
Di banditori veri e propri ce n'erano parecchi, ma quelli che più si sentivano girare per il paese erano tre o quattro. Il più bravo di tutti, il più stimato era uno solo: si trattava di un uomo molto simpatico e per certi aspetti anche caratteristico. Parlo di Raffaele Aucello (Raffaele Fetente) il quale aveva una voce tenorile e ben intonata: famosa è rimasta la pubblicità che faceva per la lana dei materassi:chi vo la pella pulita, chi vo la lana pe lu materazze! (chi vuole la pelle pulita, chi vuole la lana per il materasso).
Questa frase veniva quasi cantata, era melodiosa e piacevole da sentire tanto è vero che il preside Tommaso Nardella, nel suo libro Festa della memoria, oltre che descrivere bene Raffaele, ci fa sapere che il maestro Umberto Giordano si interessò a quel breve brano e lo inserì nell'opera lirica Fedora.
Oltre a Raffaele, c'erano altri banditori che andavano in giro per le strade a gridare la bontà dei prodotti, paesani o forestieri. Commercianti di piatti, di coperte, di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame, di vino e di derrate alimentari si servivano del banditore.
Il pesce era un articolo molto reclamizzato che regolarmente non comperava nessuna delle famiglie di lavoratori. C'era chi si avventurava sul mercato del pesce, che veniva esposto su panche disposte in fila sotto il porticato della Chiazzetta, ma lo faceva verso il tardi, quando, prossimo alla decomposizione, i suoi odori si sentivano in modo pronunciato. Invece i benestanti, i possidenti, ci mandavano la "serva" la mattina presto, quando era ancora fresco.
Caratteristica si presentava la pubblicità del vino paesano, quello cioè prodotto dai contadini locali e venduto nella propria abitazione: alla porta dell’l'improvvisata “cantina” veniva esposta la frasca, un ramo di leccio per richiamare l'attenzione degli interessati (a quei tempi i lavoratori bevevano parecchio vino, soprattutto quello paesano perché più leggero, più appetibile e meno caro). Nei giorni di festa, prima di mezzogiorno, il banditore, con una brocca piena di vino e un bicchiere, andava cantando la bontà del prodotto e a tutti i paesani che incontrava, se volevano, lo faceva provare (assaggiare), indicando la strada dove si mesceva. E così da una strada all'altra annunciava: quiste vine che pare na crema a chi ce lu veve fa dà chiù uasce alla mugghiere.
I banditori più conosciuti erano, oltre a Raffaele Fetente, Petre lu Sangiuvannare, Rubbanedde, Sabatine e qualche altro. Da non dimenticare che quei signori, quando iettavane lu banne, non lo facevano soltanto per annunciare la vendita di qualcosa, ma anche per altre occasioni: la perdita del portafoglio, lo smarrimento di una bestia, soprattutto la chiamata alle armi (...e chi non ce presenta passa li uaje. Perciò presentateve subbete e se no e se no, diceva e minacciava Raffaele).
In ultima analisi, il banditore dell'epoca era un soggetto fuori dalla produzione e tuttavia assumeva un ruolo indispensabile data l'assoluta mancanza di qualunque altro mezzo di informazione a carattere di massa.
Certo, poi venne la radio che trattava problemi di più ampio respiro sia regionale che nazionale. Ma allora non tutti avevano la radio e, quando in una casa o un locale pubblico ve n'era una, non era strano vedere gruppi di persone che si mettevano in religioso silenzio ad ascoltare la trasmissione di un'opera lirica, seguire tutte le fasi e i gorgheggi del soprano oppure gli acuti del tenore e farsi trascinare sulle onde melodiose di una romanza tratta magari dall'Elisir d'amore. La stessa cosa avveniva per le partite di calcio commentate dal più seguito radiocronista dell'epoca, Nicolò Carosio, o per le imprese ciclistiche del campionissimo Fausto Coppi.
Quando poi, la radio entrò nelle case dei meno abbienti fu una mezza rivoluzione sociale qui a Sammarco. Quasi tutti acquistarono un radiogrammofono di grandi dimensioni, completo persino di buffet, per suonare dischi con le più belle canzoni di Nilla Pizzi, Claudio Villa, Luciano Tajoli, ecc.
Dopo venne la televisione che sbaragliò la radio riducendola in un cantuccio. Di Tv non c'è soltanto quella nazionale o regionale. Oggi quasi tutti i paesi sono forniti di televisioni locali che danno notizie fresche e in diretta e quindi la pubblicità locale non ha più bisogno del banditore.
