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XVI. Uno sguardo retrospettivo.
‘In complesso, l'azione della Corona è debole, incerta, ineguale, spesso quasi umile’. Esempi energici di repressioni da parte del re non mancano: ma sono episodici. ‘Evidentemente non si tratta mai di una linea di condotta ben determinata, di un preciso programma di governo; si tratta invece di scatti subitanei’. Si tratta di una linea di adattabilità, senza idee chiare e che conduce all'inerzia. ‘La nobiltà minore, era profondamente rovinata.
Intanto, il frazionamento dei feudi raggiungeva, in alcuni casi, proporzioni incredibili. Si hanno notizie di signori feudatari di 1/3 di castello, di 1/18 di castello, e di piccolissimi casali, per tarì uno, per due tarì, per cinque grani all'anno’. Già sappiamo che i nostri monaci di S. Giovanni in Lamis hanno concesso in locazione appezzamenti di casali per tre tarì annui. ‘I subfeudatari del monastero di Casanova, abitanti a Carpineto, sono gravati da prestazioni enormi ogni volta che la Curia regia impone ai feudatari il servizio militare, e confinati nelle bassure proprie dei popolani’. Non meno tormentati dalla miseria e dai funzionari sono i nobili di Vieste. ‘In Capitanata, un signorotto audace, Bernardo da S. Giorgio, con l'aiuto interessato dei cittadini di Deliceto, impedisce alla Contessa di S. Angelo il libero possesso della rocca di Sant'Agata’. Le curie con quotidiano lavoro estenuante ‘sempre in moto’ pronunziano sentenze.
Qualche esempio tra i più significativi: ‘Il Vescovo di Caserta, da parte sua, è gravemente offeso da un signorotto napoletano, Giovanni Cocchiarelli, che ha usurpato numerose e pingui terre della diocesi e le rendite di molti beni nel territorio di Caserta. Né qui si arresta il violento; che nel marzo 1310, qualche mese dopo la usurpazione compiuta, mentre alcuni testimoni si presentano al Giustiziere di Terra di Lavoro, tra i quali dei sacerdoti, per essere intesi nel processo intentato dal Vescovo, egli li assale su la strada pubblica presso Caianello, li fa atrocemente ferire 'cum clava ferrea' e ne riduce uno in fin di vita. Il convento di S. Vito al Trigno non è più fortunato del prelato casertano’. ‘Il convento di Santa Maria della Vittoria, poi, è addirittura, nel maggio 1313, minacciato di esterminio: circa trecento armati, raccoltisi d'ogni angolo della Campania, si gettano su le sue terre e ne usurpano il possesso’. Casi di violenza e di soprusi si registrano a Troia, a Lecce, a Brindisi, a Gaeta, a S. Maria de Coracio, a Boiano, a Taranto, dove ‘l'Arcivescovo non è sicuro, in alcuni suoi possedimenti, neppure del fratello del Re, il Principe di Taranto’, a S. Nicola di Bari, a S. Vincenzo al Volturno e così via quasi in ogni feudo del regno. Lunghissimo il diligente elenco compilato dal Caggese; in esso è compreso il convento di Cava dove, nel marzo del 1317, ‘buona parte delle sue terre e case in tutte le provincie del Regno’ sono ‘illecitamente occupate da un vero esercito di avidi signorotti’ contro i quali purtroppo non potrà molto concludere l'inchiesta ordinata dal Re; infine, il 9 maggio 1321, il monastero di S. Giovanni in Lamis è privato da un signorotto, Bernardo di Paiano, del possesso della terra di S. Marco, in Capitanata’ (Nota 18).
Ma già agli inizi (1237) del triste epilogo di questa
Dagli uni e dagli altri, feudatari, laici ed ecclesiastici è stato cosi imboccato il vicolo cieco e soffocante della miseria in cui si è cacciata la feudalità: ‘questo mostro uscito dalle foreste dei barbari’ come lo chiamò Davide Winspeare, ‘nacque dall'anarchia e fu essa stessa causa di anarchia’. Ed è davvero uno squallido paesaggio umano di miserie materiali, morali, spirituali dovuti in gran parte al malgoverno, la cui politica amministrativa paludosa favorisce l'anarchia, l'ingordigia e l'avidità delittuosa (Nota 20).
Siamo ai primi decenni del secolo XIV. Erano gli anni in cui la sorgente luce della poesia dantesca, con una Commedia più umana che divina, messaggio dei tempi nuovi, non ancora raggiungeva queste sponde meridionali.
Ma forse era questo il concime di un provvidenziale (direbbe Vico) riscatto, di una Provvidenza, cioè, che segue vie diverse e contrarie, da quelle della immediata volontà umana: un concime dunque sul cui terreno spunterà la pianta della nuova buona novella francescana, quella della povertà, fertile di opere e di bene. Essa prenderà vita e vigore nel secolo seguente a queste vicende, con fiori e frutti, nelle due valli di Stignano e dello Starale.
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XIII. Una domanda.
Troviamo però, presenti a Napoli il 3 giugno 1286, due francescani, frate Ugolino da Bobbio e frate Guido Gallicus dell'ordine dei frati minori, entrambi cappellani al seguito di Gerardo vescovo di Sabina e legato apostolico, in veste di testimoni, appena dieci giorni dopo il deliberato atto di sottomissione. Si riscontrano le loro due firme in calce all'atto di revoca della scomunica e dell'interdetto, col relativo giuramento di fedeltà all'abate di San Giovanni in Lamis e al maresciallo Giovanni de la Gonesse, prestato dal diacono Giovanni e da Perrone di Salpi, rappresentanti rispettivamente il capitolo della chiesa di S. Maria Maggiore e l'università dei laici del casale di S. Giovanni Rotondo, nelle mani del predetto legato apostolico e baiulo del regno di Sicilia.
XIV. L'alienazione continua.
Per quel tanto che si tenta di dimostrare, assunto con questa tesi, basterà ora registrare alcuni casi di un lungo catalogo. Sull'esempio dato dagli angioini, ai quali si devono pur sempre l’avvio e i colpi finali, premono anche nobilotti, giudici circonvicini e prelati lontani.
Il 22 luglio 1286, l'abate Giovanni concede in locazione a Bartolomeo di Giacomo di Casone, vita natural durante, per se e per i suoi eredi in linea maschile, un appezzamento di proprietà del monastero sito nell'agro di Casalenuovo (Casone) presso Rignano Garganico dietro compenso di due tari d'oro, di quattro salme di grano e due di orzo ‘pro pensione dicti tenimenti annis singulis’ (d. 28). Nell'atto vi sono clausole e riserve riguardanti la guerra in corso e altre eventuali future guerre per le conseguenze che possano derivarne; e anche gli eventuali danni dolosamente causati da altre persone. Dal documento, nella definizione dei confini, indirettamente si rilevano altre concessioni già fatte per tenimenti badiali finiti[mi] a giudici (tra cui lo stesso Nicola, estensore dello strumento, e Benedetto) e ad altri signori.
Il 16 novembre 1289, lo stesso abate Giovanni concede in locazione a Simeone, abate della chiesa di S. Andoeno di Bisceglie, i frutti e i proventi della chiesa di S. Silvestre sita nei pressi di Bisceglie per sei tari d'oro annui (d. 29).
Nel gennaio 1293, sempre l'abate Giovanni, sette anni dopo, passa in locazione a Giovanni Stelluto (parente di Bartolomeo Stelluto, anch'egli locatario di altri tenimenti 
Inoltre nel novembre del 1296, sempre l'abate Giovanni, concede in locazione ai fratelli Guglielmo e Filippo di Antenore del Casone, vita natural durante, un più esteso appezzamento dal fiume Vulgano a S. Pietro in Campo e sino ai confini di un altro appezzamento badiale tenuto da Bartolomeo Stelluto, per sette tari d'oro e dieci grani, per sedici salme di frumento e otto salme d'orzo (d. 31).
XV. Le iniziative del decano Mattiotto.
Superfluo ci pare rinvenire e registrare ulteriori locazioni che in effetti si traducono in vere e proprie erosioni del feudo.
Preme ora, entrando nel vivo della narrazione, riportarci a quanto accadde undici anni dopo.
Precedendo di oltre settantanni la frettolosa ansia di liquidazione totale dei beni badiali di Roberto da Ginevra, il futuro Clemente VII eletto papa dalla parte cardinalizia francese, nel 1307 il decano Mattiotto e il convento del monastero nominano loro procuratore l'abate Giovanni di S. Severo, arcidiacono di Lucera, perché, insieme con l'abate Giovanni di S. Giovanni in Lamis, provveda a dare in locazione a Roberto d'Aunay (manco a dirlo un altro francese), vita natural durante, il casale Sala con tutti i diritti e le pertinenze ad esso spettanti, per dieci once d'oro, nonché altri possedimenti a qualsivoglia persona che lo desideri e possa.
Solite le modalità del contratto, la ritualità della formula riguardante motivi e situazioni: molestati i frati da vicini predoni, impotenti a resistere e a perseguirli per vie giudiziarie, si affidano, come nei casi precedenti, al francese Roberto d'Aunay signore di Teano, Caleno e Caramanico. Leggiamo:
Item quod dictus dominus Robbertus teneatur protegere, manutenere et defensare pro posse suo et facilitate dictum monasterium, personas, bona et iura ipsius ubicumque consistunt ad requisicionem dictorum abbatis et conventus vel procuratoris eorum (d. 33).

La portata di queste nuove decisioni (o, piuttosto di questa iniziativa sospinta dal decano Mattiotto), è indubbiamente grave: è l'inizio di una precipitosa fine che pregiudica e coinvolge tutti i beni del feudo e lo stesso monastero. La drammaticità dei nuovi avvenimenti e le ragioni che li hanno determinati sono comprovate da una notevole documentazione tuttora inedita.
Spira nel convento un'atmosfera pesante, uno stato d'animo generale di cupio dissolvi: i monaci sono divisi in fazioni e frequente è il ricorso reciproco alla violenza con esiti delittuosi. La sopraffazione ricorre alle armi e anche ad atti violenti e letali.
In questo subbuglio emerge la figura di quel decano Mattiotto, protagonista e promotore di situazioni determinanti. Non si hanno elementi per definirlo tout court un faccendiere profittatore, ma è stato certamente persona di ardita intraprendenza di iniziative oscure e di azioni poi drasticamente contestate.
Tuttavia, in questo momento critico, egli ci dà l'aria di chi è preso da una furiosa brama di fine. Le motivazioni e i fini, che emergono dalla lettura del predetto strumento, sono illuminanti. Esse hanno tutta l'aria di una vendita all'asta, di una storica svendita stagionale. È una risposta-protesta disperata, forse di reazione, all'assedio dei prepotenti vicini e all'insidia profìttatrice dei padroni più altolocati. Il decano Mattiotto pertanto dà l'impressione di essere invaso dalla rabbiosa allegria di un naufrago. O è semplicemente un awenturiero trascinatore nella sua scia dell'abate Giovanni e di parte dei monaci del convento?
È certo che alla sua sbrigativa intraprendenza c'è stata l'avversione rigida di una parte della comunità benedettina.
Tre documenti di questo stesso anno 1307, se non sospetti, destano dubbi inquietanti per l'oscurità di certe manovre o per la possibile estorsione e falsificazione degli atti.
Fatto sta che nell'agosto del 1307 (d. 34), a soli cinque mesi dalle concessioni fatte al d'Aunay e dalle dichiarazioni-proposte di ulteriori eventuali e totali vendite o locazioni, il decano Mattiotto dall'abate Giovanni e dai monaci del convento è nominato procuratore al fine di promuovere la unione e l'incorporazione della nostra badia a quella di S. Maria di Casanova, di intesa con il procuratore e l'abate di quest'ultima con una comune petizione rivolta al pontefice Clemente V.
Comunque sia, il nostro Mattiotto quattro giorni dopo l'ottenuta procura, il 17 agosto 1307 (d. 35), si reca al monastero di Ripalta e si obbliga di eseguire il mandato di procura al fine di promuovere, di intesa con l'abate Giacomo di Casanova, la causa di unione della badia di S. Giovanni in Lamis, tamquam filia, a quella di S. Maria di Casanova.
Anche in questo documento vi è una sconcertante assenza di cause e di ragioni. Ma quel che turba maggiormente, donde la fondatezza dei sospetti circa l'oscurità di una manovra che ha tutta l'aria di un complotto, portato avanti dall'honesto viro frate Mattiotto, è che tra i firmatari dell'atto è inclusa la firma dell'abate di San Giovanni in 
Passeranno comunque tre anni precisi perché lo scopo sia raggiunto: vi sarà prima un'inchiesta disposta dal papa e cinque mesi dopo la bolla pontificia che sancisce la proposta unione.
Vi è dunque una triennale imperterrita regia con lunghe scadenze di uno spartito ormai obbligato.
Un terzo documento, sospettato di presunta falsificazione (d. 36), è certamente strano. Esso riproduce in parte e talora riassume, senza però alterarne il senso, il testo della bolla pontificia e cioè quella ufficialmente autentica. Esso è riprodotto con minime varianti dall'Ughelli (Nota 17).
L'atto notarile che ricopia la bolla è del 15 febbraio 1312. Oltre a varie omissioni di brani, forse volutamente non riportati, la copia della bolla reca la data del 23 gennaio 1310 e non quella autentica del 20 febbraio 1311.
A parte ogni questione di data, attribuibile a sviste o a calcoli diversi dell'indizione, turba invece l'assenza di varie parti della bolla. Infine la copia notarile è firmata oltre che dal giudice e dal notaio estensore del rogito, da altri tre notai, tra questi Andrea di S. Marco in Lamis. Desta anche sospetto la minuziosa descrizione del documento offerto per le copie dal richiedente: il procuratore generale della badia di Casanova, Tommaso de Viculo. È da registrare anche la diligenza (intenzionale?) del notaio nella descrizione minuziosa dell'originale esibito dal procuratore, ‘bene munita’ dei sigilli papali con piombi penduli da nastri serici rossi e gialli.
Ma poi quale lo scopo dell'alterazione della data e quale sarebbe stato il fine del procuratore della badia di Casanova? Non c'è dato sapere. Si legge nello strumento: ‘Nichil addens neque minuens quod ipsarum licterarum suprascriptarum sensum mutarent in nullo’. Il che non è: non vi è nulla di aggiunto, d'accordo, ma qualcosa è, invece, omesso.
Già nel 1279, Carlo d'Angiò, lamentava che ‘le Università del Regno, invece di usare, negli atti pubblici, il sigillo dei giudici e notai stipulanti, usavano un proprio sigillo’. Era un atto lesivo dell'autorità sovrana con prodromi pericolosi di autonomia locale. Ma non si parlò, per quanto si sappia in merito, di falsificazione di sigilli. Nel caso nostro al più la falsificazione può essere della pergamena originale con sigilli pontifici sovrapposti. Ma chi lo può dire più? Personalmente sono incline a credere, più che a un dolo, a un pastiche.
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L'importanza della nuova concessione è confermata sia dalla stesura dell'atto, questa volta compiuto in Napoli dal milite Bartolomeo Cimina giudice di Napoli, sia dalle firme di testi autorevoli: quella del già citato Marino da Caramanico, magister regie Curie iudex; del vescovo di Isernia, Roberto; del giudice di Firenze, Ildebrandino; del monaco cassinese Azo di Parma; del notaio della magna Curia, Filippo di Matteo da Salerno; di Giovanni da Ayrola, della magna regia Curia; di Nicola da Caserta; di Andrea canonico di Amalfi. Avvocato della badia è il noto giurisperito Nicola Freccia di Ravello.
Occorre qui ricordare alcune circostanze per una più precisa ambientazione storica del momento e dell'evento. Questo atto notarile, redatto solennemente (‘sollemniter ‘ reca la data del 13 giugno 1285. In precedenza molte le cose mutate nel giro di pochi mesi: è ancora in pieno svolgimento la guerra del Vespro; il 5 giugno del 1284 il principe Carlo, erede al trono, è fatto prigioniero dagli aragonesi; il 7 gennaio 1285 muore a Foggia il padre, Carlo I d'Angiò; il 29 marzo muore il papa Martino IV. In questo primo semestre del 1285, in un clima di crisi e di disorientamento, nel Regno i dignitari della Corte, funzionari e alti ufficiali, civili e militari della Curia, alternando o congiungendo interessi pubblici e personali, sono spinti da un maggior spirito d'iniziativa e di profitto; di modo che l'assedio o l'assalto a feudi minori, minimi o ecclesiastici, acquista un'audacia più aggressiva, con una linea di condotta che appare informata da una complicità diretta o favorita o semplicemente calcolata.
Il copione, come si deduce dai documenti è sempre lo stesso: sull'onda caotica dell'ora volgente, avventurieri d'ogni genere e provenienza, provenzali, signorotti locali e militi in cerca di una base per più ambiziose fortune, prendono d'assalto piccoli e grossi feudi, ne rodono i confini, ne usurpano pretestuosamente casali e tenimenti, per cui baroni e abati, molestati da un assedio sempre più soffocante e da vie processuali dispendiose, si gettano al collo di potenti più grossi per essere egualmente soffocati con più fatali mulilazioni di terre e casali.
Pertanto il maresciallo Giovanni de la Gonesse giurava fedeltà di vassallo all'abate e si impegnava a dare quaranta once d'oro ogni anno. L'abate si riservava il diritto di tenere nel casale uno o due monaci per le cure spirituali e la riscossione delle decime dovute, comprese quelle su greggi e filiazioni di agnelli. Lo stesso locatario avrebbe provveduto a sue spese al vitto e alla casa per la dimora di uno o due frati nel casale. A sua volta il monastero si sarebbe astenuto da ogni rivendicazione e molestia. Qualunque cosa, posseduta nel tenimento del casale, dal momento della firma dell'atto, il monastero ne avrebbe permesso il pacifico possesso, ‘come lo si aveva e possedeva al tempo in cui Teobaldo Helamant teneva in locazione lo stesso casale’.
Si è già accennato alla lotta sistematica di Federico II contro il banditismo nobiliare quale classe dirigente e usurpatrice di feudi e privilegi. A un secolo di distanza, ai tempi di Roberto d'Angiò, da un documento del febbraio 1338 si ricava questo racconto: ‘Tommaso d'Aquino e molti altri nobili conti e baroni penetrano spesso nella bandita reggia del Pantano di Foggia, vi tagliano gli alberi e li portano via, non solo, ma fracassate le porte del palazzo reale, penetrano nel parco (quando non preferiscono scavalcare il muro di cinta) e si danno alla caccia dei daini e degli altri animali ivi allevati’ (Nota 16).
La vicenda di S. Giovanni Rotondo ci richiama a Federico II il quale, con la confisca di quel casale ha aperto nella badia una breccia mai più colmata, con contestazioni di diritti che si protraggono al tempo dei Mormile e dei cugini di costoro, i Carafa, abati commendatari. Vero è che i beni confiscati da Federico furono restituiti dagli angioini: con S. Giovanni Rotondo, i casali Sala e Fazioli e la quinta parte del pantano di S. Egidio. Ma, nonostante l'iniziale buona volontà regia, da mettersi anche in dubbio per il successivo diverso comportamento dei mèmbri della casa reale, il monastero dovette fare i conti appunto con gli stessi principi, con la diversa feudalità e l'insorgente e mutato atteggiamento delle classi emergenti nell'ambito dei casali. Essi tentavano di ridurre i diritti della badia soltanto alla baiulazione ed all'elezione dei giudici annuali. Non sappiamo quali trame si ordissero dietro questa fragile facciata di diritti contestati. Tutti si rifanno puntualmente agli stessi motivi di Federico II; anzi, secondo costoro, ‘S. Giovanni Rotondo sarebbe sorto per volontà di Enrico VI, che vi avrebbe trasferito gli abitanti di Castellano (Castellan Bizzano o Pirgiano), posto sul monte omonimo sovrastante il nuovo insediamento; questo sarebbe stato poi usurpato dai monaci (o dal conte Matteo di Lesina, che l'avrebbe illegalmente donato al monastero), finché l'imperatore non ne riordinò la reintegrazione al demanio’ (Nota 16b). Vi deve essere un equivoco o qualche confusione. Noi sappiamo che il casale di S. Giovanni Rotondo è ben due volte mentovato nel diploma del 1095 dei privilegi e diritti riconosciuti e delle nuove concessioni fatte da Enrico conte di Monte S. Angelo e di Lucera (Nota 16c).
Ma i fermenti di inquietudine e di contestazione per S. Giovanni Rotondo non si fermano qui. Quale il vero operato dell'abate del monastero Leone? Questi, in una inchiesta del 1277 promossa dal principe Carlo, veniva accusato da un teste di aver dato alle fiamme la copia di una sentenza che assegnava al demanio S. Giovanni Rotondo dopo aver corrotto con dodici once d'oro i giudici che custodivano il documento (Nota 16d).
Intanto gioveranno qui alcuni cenni riguardanti il cardinale Gerardo da Parma e la presenza di Carlo Martello con la moglie in Capitanata. Carlo lo Zoppo, restituito dagli aragonesi dopo una lunga prigionia e laboriose trattative al trono di Napoli, sulla scia del padre, 1'8 settembre 1289, creò suo figlio Carlo Martello milite e gli diede il Principato di Salerno, le contee di Andria, di Manfredonia, di Lesina con l’Honor Montis Sancti Angeli. Amministratori dell'Honor furono successivamente Pietro Panetterio, Pietro d'Angicurt e Pietro Roland. Pertanto, per interessi diretti, frequenti erano i viaggi di Carlo Martello in Capitanata accompagnato dalla moglie Clemenza.
Tra il febbraio e marzo del 1292 compie un periplo ricognitivo nel Gargano: partendo da Manfredonia, dove si trattenne tre giorni, si recò, via via, a Monte Sant'Angelo, a Vieste, a Peschici, a Rodi, forse a Ischitella, a San Nicandro, ad Apricena, ed infine a Foggia, Lucera e Troia. Si potrebbe notare che dall'itinerario predetto è esclusa la badia di S. Giovanni in Lamis. Una visita volutamente mancata o dovuta ad altri motivi contingenti? È certo che due anni dopo vi sarà una controversia tra la ‘bella Clemenza’ e il monastero di S. Giovanni in Lamis.
Un momento critico si ebbe nel 1294 quando un amministratore di Clemenza aveva usurpato terre della badia. Insorta quindi una controversia tra Clemenza e l'abate di S. Giovanni in Lamis per la restituzione di terre e la definizione dei confini dei due casali di Fazioli e di Candelaro, Carlo II nel maggio di quell'anno, per definirla promosse un collegio arbitrale di cui facevano parte il vescovo di Canne, il giustiziere di Capitanata Balduino de Corban e il notaio Andrea di S. Severo. Pertanto queste autorità arbitrali designate, restituite a chi di spettanza le terre usurpate, apponevano le pietre terminali per dividere definitivamente i confini tra le terre contese (Nota 16f).
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Si giustificava così la designazione di Foggia quale centro egemonico per plenari incontri amministrativi, finanziari e fiscali.
Oltre alla prevalente presenza della Magna Curia, la meditata scelta della Capitanata per Federico corrispondeva anche a motivazioni strategiche e politiche. Già nella primavera del 1240, precisamente 1'8 aprile, domenica delle Palme, egli convocava in Foggia un'assemblea, cioè un colloquium generale, come è detto nelle lettere ufficiali del tempo. Era un gran parlamento di funzionari, giustizieri, amministratori, bàiuli e di altri servitori dello Stato, pur con una significativa assenza di molta nobiltà feudale. Riccardo di San Germano rilevava che i convocati erano venuti non per legiferare o discutere, ma per ricevere ordini sanciti dalle novae constitutiones.
Circa l'organizzazione giudiziaria, è stato concordemente rilevato, anche da storici francesi, che essa ‘era vicina alla perfezione’, e ‘ben poco gli Angioini trovarono da aggiungervi’. Quanto poi a tutta l'opera legislativa federiciana ‘espressa nelle leggi promulgate dai parlamenti o corti generali’ pur seguendo le orme dei Normanni, essa tuttora riscuote motivi di ammirazione per il suo ordine metodico, per il complesso settorialmente articolato, ‘ben dosato e organico da essersi mantenuto in vigore sino all'inizio del XIX secolo’. Per quanto attiene all'assetto amministrativo, generalmente si riconosce che Carlo I ‘aveva ereditato nell'Italia Meridionale il sistema più perfetto che si conoscesse, quello 'Stato moderno' o 'Stato opera d'arte' normanno-svevo’ (Nota 15a).
Ben diversa, lo si è accennato, era la struttura socio-politica dello Stato angioino. Mentre quella normanno-sveva si reggeva su un rapporto triadico (monarchia, feudalità, università-città), l'angioina, invece, si riduceva a rapporto di due soli componenti: la monarchia con i suoi beni demaniali e la feudalità. Quale conquistatore, per ragioni di sicurezza e di fedeltà, con rare eccezioni, Carlo d'Angiò si affidò a una più estesa feudalità non locale con una crescente riduzione delle autonomie cittadine.


In merito a questi scaltriti evasori del tempo, per quanto concerne gli abati di S. Giovanni in Lamis, non abbiamo elementi di prova per un giudizio. Certo è che la più vasta e potente badia di Capitanata venne comunque a trovarsi al centro di interessi, di cupidigie e di appetiti di prepotenti tra cui i membri dello stesso casato angioino. Vero è che Carlo I ebbe un atteggiamento diverso, come si vedrà, da quello di Federico II, con premure iniziali e restituzioni di terre confiscate dallo Svevo, non sappiamo però quanto disinteressate. In Capitanata giustizieri, funzionari e anche qualche abate (come fa sospettare il nome) erano francesi: un Courban giustiziere è incaricato di dirimere una controversia tra l'abate di S. Giovanni in Lamis e Clemenza moglie di Carlo Martello. Accadde intanto che in un breve corso di anni le vicende del monastero si avviarono lungo una china disastrosa.
Riferendoci al tempo preso in considerazione, la questione principale era se la natura nel rapporto di vassallaggio del Regno di Sicilia nei riguardi della Chiesa era da intendere quale dipendenza esclusivamente nella sua globalità o, anche, nella specificità dei singoli feudi, fossero essi baronie laiche o badiali (monisteri).
Per quanto riguarda la nostra badia, la sola trascrizione di una sequela di fatti potrebbe essere di per sé eloquente e convincente.
Il 21 settembre 1273, mutati i tempi, muta anche la nazionalità dell'abate preposto al governo del monastero. L'abate Parisius (il nome dice tutto: è protetto da Carlo I d'Angiò) è un francese che concede al francese Teobaldo Helamant in enfiteusi, vita natural durante, ma senza diritto di successione agli eredi, il casale di S. Giovanni Rotondo con tutti i diritti e pertinenze, per un annuo censo di quaranta once d'oro puro e col versamento al momento della stesura del rogito (‘instanter‘) di cento once d'oro puro.
Nello stesso atto notarile steso dal giudice di Apricena, Bartolomeo de Nolano e dal pubblico notaio di Castelpagano, Ruggero, si leggono i moventi della concessione, i primi colpi ormai di una rapida demolizione in crescendo: ‘Alcuni, ai quali l'abate e il convento non potevano resistere, avevano tentato in passato e continuamente tentavano di usurpare malvagiamente i diritti dello stesso monastero nel casale di San Giovanni Rotondo; posto nel giustiziariato di Capitanata e quelli dello stesso abate, così che i predecessori e gli stessi monaci per difendere i propri diritti avevano dovuto sostenere non poche spese e fatiche’ (d. 21).
Intanto, nel 1282, trovandosi da lungo tempo il convento del monastero senza abate (‘viduatis’) per la morte dell'abate Leone, Martino IV, da Montefiascone, incarica Gerardo vescovo di Sabina e legato della sede apostolica di provvedere in merito. La scelta cade su Giovanni da Modena: una figura inquietante su cui ci fermeremo e per il lungo periodo di governo e per l'enigmaticità del suo comportamento. E cosi, nel 1283, questo nuovo abate si affretta (certamente costretto dagli stessi moventi) a cedere ancora a un francese, Adamo Fourrier, familiare e consigliere regio, rettore del patrimonio della Chiesa in Toscana e capitano generale, per la durata di venti anni, le rendite di un altro casale, quello di Sala, appartenente anche esso al monastero, per cinque once d'oro annue.
Sempre più interessanti e significativi gli incalzanti motivi della cessione; cosi nel testo: ‘Bartolomeo di Matteo, giudice regio in Foggia e Francesco d'Angelo, pubblico notaio, attestano che ai frati e all'abate riuniti in consiglio occorreva non poco danaro che sarebbe stato loro molto utile: 'sia per mandare un soldato all'esercito regio, sia per condurre a buon fine alcune azioni giudiziarie contro usurpatori di beni del monastero'’. È in corso la guerra del Vespro e il feudo badiale, come d'obbligo, era stato censito per l'invio di un soldato all'esercito regio. Inoltre si legge questa dichiarazione:
il giudice e il notaio affermano che l'abate e il convento del monastero hanno consentito in nostra presenza previa approvazione di tutti i frati, con piena e libera volontà degli stessi, in nessun modo indotti né da violenza, né da timore, né da alcun raggiro.
Tale dichiarazione, anche se non estorta, desta un certo sospetto, in quanto gratuita e ovvia, sia perché ogni libera volontà di un contraente è naturale che non sia spinta dalla forza, ecc., sia perché una tale frase è assente in ogni altro documento. Parrebbe che affiori la coda di paglia del beneficiario di una cospicua rendita ventennale, per sole cinque once d'oro annue, e si premunisce contro ogni eventuale vizio giuridico del contratto: inter quos tractatus habita fuit mentio de vendendis in extalium fructibus, redditibus, provenentibus et omnibus obventionibus casalis Sale (d. 23).
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Dall'alba al patetico tramonto, nel destino di questa grande badia benedettina, col suo iter drammatico e la sua concitata fine, ci si imbatte in decisioni determinanti di papi: nel 1167 l'erosione iniziale del feudo decisa da Alessandro III; nel 1327, momento cruciale nella storia della badia, l'istituto dell'abate commendatario voluta da Giovanni XXII; e nel 1379 la frettolosa e, si vorrebbe dire, concorrente liquidazione, con l'eventuale alienazione totale o parziale, di terre ordinate in Fondi da Clemente VII, da poco eletto papa in contrapposizione a Urbano VI.
Nell'intermezzo o, meglio, nell'intreccio degli interessi delle due Curie, papale e reale, cioè circa la mutata natura giuridica del feudo (o suffeudo con beni in servizio), incluso nell'Honor Montis Sancti Angeli, operato da Guglielmo II e della sottrazione della terra di S. Giovanni Rotondo deliberata a Capua da Federico II si è già detto; dell'azione diretta o indiretta degli angioini si dirà fra poco.
Il 1 luglio 1227 i giudici delegati convocano a Benevento per 1'8 settembre i predetti querelati.
Questi, non si comprende se per un atto di baldanza o di protesta, non si presentano a Benevento per la data fissata e l'11 settembre sono condannati in contumacia. Obbligati al pagamento delle spese del giudizio, sono infine colpiti da un interdetto e comunque invitati di nuovo a presentarsi in giudizio nel termine perentorio di quindici giorni.
Finalmente il 16 settembre l'abate Roberto si decide a delegare come suo procuratore il monaco Andrea dello stesso monastero con l'istanza di revocare la condanna alle spese di giudizio e l'interdetto da cui gli imputati erano stati colpiti.
Senonché il 2 ottobre 1227 l'abate Aliberto e gli altri giudici, respingendo come prive di consistenza le ragioni presentate dal procuratore Andrea, notificano la scomunica all'abate e al convento del monastero di S. Giovanni in Lamis (dd. 13-19).
Non sappiamo quali ulteriori sviluppi abbia avuto questa vicenda che riconosceva all'abate di Cava i diritti di pesca nel pantano di S. Egidio, ora scomparso, nei pressi di S. Giovanni Rotondo. Ci manca per il momento ogni altra documentazione in merito; del resto, per questo documento esistente (ci si consenta la battuta) anche i topi, roditori per natura, hanno voluto la loro parte.
IX. Un episodio increscioso e premonitore.
X. La mala signoria.
‘Mal di Francia’, si intende, in senso storico-politico.
A proposito della politica angioina nel Regno, con buone ragioni storiche, si può discutere e dissentire dal giudizio sommario e polemico di Dante (Nota 15) quando parla di ‘mala signoria’. Qui si vuole alludere, con un certo fondamento, alla ‘avara povertà’ dei Catalani, collaboratori di Roberto d'Angiò, deprecata da Carlo Martello e alla ‘antica lupa’ dalla ‘fame sanza fine cupa’ deplorata da Ugo Capeto imprecante contro i suoi discendenti della casa reale di Francia. Va anche precisato che nella polemica contro Roberto, il ‘re da sermone’, il poeta è mosso da motivi personali di astio, in quanto esiliato coll'intervento angioino, e ideologici, quale uomo di parte, seguace della politica imperiale di Arrigo VII e quindi avversario delle idee di Roberto, il quale, a sua volta, era promotore di una unità nazionale comprendente inizialmente Regno e Toscana e tenace avversario dell'influenza tedesca. Secondo i sentimenti di Dante, Ugo Capeto e Carlo 
Non si intende qui entrare in nessuna grossa questione, si vuole solo sottolineare che, almeno per quanto si riferisce agli effetti riguardanti la nostra badia, la congiunta politica angioina (compresa la mano della bella Clemenza) e papale hanno avuto conseguenze decisamente disgregatrici. La avidità aggressiva degli angioini e, in particolare, dei familiari e collaboratori di Roberto, l'immobilismo della politica impotente o tollerante o contraddittoria dello stesso re e i pesanti interventi dei papi avignonesi, con decisioni drasticamente determinanti, hanno definitivamente contribuito alla fine del feudo e al crollo della badia benedettina.
Tuttavia, in Capitanata possiamo assistere a due aspetti diversi, come due facce di una sola medaglia, dell'operato degli angioini. Tuttora Lucera ride del bel volto monumentale da loro impresso col Duomo, la chiesa di S. Francesco, il Castello e altro. Forse tutto ciò, con altri motivi, non esclusa la posizione storico-geografica di Lucera, è dovuto anche a un debito compenso per la cospicua presenza dei saraceni di fedeltà sveva, soppressa con un feroce massacro nel ferragosto del 1300. Ma proprio in coincidenza con gli stessi tempi, tra queste valli e pendici garganiche grande era il pianto per l'andare delle cose in rovina.
Nell'arco di un trentennio, la badia è ridotta a brandelli avidamente contesi, a lacerti che gli stessi monaci sono costretti a cedere in locazione o a vendere. È da ricordare che il periodo più critico coincide con la guerra del Vespro e culmina all'indomani della pace di Caltabellotta, con contraccolpi che lasciano il segno nel Gargano e dintorni.
