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Nascita di una città
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XVI. Uno sguardo retrospettivo.

La torre dell'antico convento cistercense di Santa Maria di Casanova in un disegno di Edward Lear (1812-1888).
La torre dell'antico convento cistercense di Santa Maria di Casanova in un disegno di Edward Lear (1812-1888).
A questo punto gioverà, piuttosto, volgere lo sguardo, per un poco e a mo' di sosta riflessiva, a quei moventi interagenti in un particolare momento storico della politica angioina. Si assiste a un urto dovuto a un reciproco rapporto di causalità: sempre più crescente il favore accordato agli ecclesiastici con privilegi, esenzioni, proventi e decime esose e vessatorie e, in reazione, l'offensiva della nobiltà laica sempre più assiduamente molesta, baldanzosa e violenta. È da rilevare l'acquiescenza, poi, di Roberto d'Angiò dovuta a gratitudine e a tendenze d'interessi politici da una parte e dall'altra la sua inerzia o pratica impotenza, incapace di infrenare l'illegalità e talora la criminalità di signorotti e nobili locali. Ricordiamo qualche illuminante pagina di storia che è del resto un elenco di soprusi e di violenze dovute a situazioni e a conflitti sociali ormai endemici.
‘In complesso, l'azione della Corona è debole, incerta, ineguale, spesso quasi umile’. Esempi energici di repressioni da parte del re non mancano: ma sono episodici. ‘Evidentemente non si tratta mai di una linea di condotta ben determinata, di un preciso programma di governo; si tratta invece di scatti subitanei’. Si tratta di una linea di adattabilità, senza idee chiare e che conduce all'inerzia. ‘La nobiltà minore, era profondamente rovinata.
Intanto, il frazionamento dei feudi raggiungeva, in alcuni casi, proporzioni incredibili. Si hanno notizie di signori feudatari di 1/3 di castello, di 1/18 di castello, e di piccolissimi casali, per tarì uno, per due tarì, per cinque grani all'anno’. Già sappiamo che i nostri monaci di S. Giovanni in Lamis hanno concesso in locazione appezzamenti di casali per tre tarì annui. ‘I subfeudatari del monastero di Casanova, abitanti a Carpineto, sono gravati da prestazioni enormi ogni volta che la Curia regia impone ai feudatari il servizio militare, e confinati nelle bassure proprie dei popolani’. Non meno tormentati dalla miseria e dai funzionari sono i nobili di Vieste. ‘In Capitanata, un signorotto audace, Bernardo da S. Giorgio, con l'aiuto interessato dei cittadini di Deliceto, impedisce alla Contessa di S. Angelo il libero possesso della rocca di Sant'Agata’. Le curie con quotidiano lavoro estenuante ‘sempre in moto’ pronunziano sentenze.
L'Abbazia di Calena in una foto scattata nel 1900 dalla giornalista americana Caterine Hoker - Da 'Il Gargano nuovo'.
L'Abbazia di Calena in una foto scattata nel 1900 dalla giornalista americana Caterine Hoker - Da 'Il Gargano nuovo'.
All'ingovernabilità, ai conflitti, ai disordini ‘collaborano alacremente gli ecclesiastici, secolari e regolari, di tutti gli ordini religiosi, d'ambo i sessi, da per tutto’. Si è detto della loro condizione di privilegio. ‘Il concetto della così detta libertà ecclesiastica, nei riguardi della giustizia e delle imposte, ebbe le sue più rigide applicazioni’. ‘L'acquiescenza delle autorità statali agli arbitrii degli ecclesiastici, in ogni campo, fu consigliata, tollerata, subita, a seconda dei casi, ma non combattuta mai’. ‘Le decime vengono regolarmente pagate, o, almeno, regolarmente prescritte; e quando non si pagano, lo Stato inrerviene a favore degli ecclesiastici’. ‘Il Vescovo di Troia ha diritto alla decima dei proventi della bagliva’. ‘A Benevento, l'abbate di S. Sofia ha il diritto di percepire un sussidio dai suoi vassalli quando si celebra un concilio’. ‘Che dire dei monasteri ricchissimi di Cava, di S. Maria della Vittoria, di Casanova, di Montevergine, di Trinità di Venosa, di S. Maria dei Teutonici di Barletta e dei vescovadi di Capua, di Lucera, di Melfi, di Barletta, di Sulmona, degli innumerevoli conventi francescani e domenicani pullulanti da per tutto, e dei Cavalieri dell'Ospedale? Le carte angioine sono rigurgitanti di documenti a questo proposito interessantissimi’; ‘I ricorrenti non intendono che la giustizia civile invada la bandita della giurisdizione ecclesiastica, anche in materia lontanissima dalle prerogative della Chiesa. A Lucera, per esempio, pochi anni dopo la distruzione dei Saraceni, il Vescovo riafferma il suo diritto a giudicare delle cause di adulterio; il convento di S. Maria 'de Baucia', in Basilicata, rivendica il diritto che le concubine dei chierici di alcuni casali soggetti non siano sottoposte alla giurisdizione del Giustiziere; e lo stesso diritto affermano solennemente l'Arcivescovo di Benevento ed il Vescovo di Avellinoe; il Vescovo di Tricarico per i suoi ecclesiastici disonesti, ed i religiosi tutti di Rapolla, di Sora, di Bisaccia’. ‘I preti greci di Rossano insistono perché le loro mogli non siano soggette alla giurisdizione del Giustiziere’.
Ruderi dell'Abbazia di Santa Maria della Vittoria a Scurcola Marsicana (AQ).
Ruderi dell'Abbazia di Santa Maria della Vittoria a Scurcola Marsicana (AQ).
Pertanto ‘le esigenze degli ecclesiastici sono infinite, poiché infinite sono le questioni nelle quali si trovano coinvolti, infinite le violenze alle quali son fatti segno ed egualmente infiniti i diritti che bisogna difendere ogni giorno contro le classi rurali e la nobiltà laica, specialmente quella minore, la quale trova nel vasto campo delle prerogative ecclesiastiche larga messe da insidiare e devastare. Il conflitto, anzi, tra ecclesiastici e laici assume spesso i caratteri di un intenso dramma che occupa di sé la scena degli avvenimenti interni’.
Qualche esempio tra i più significativi: ‘Il Vescovo di Caserta, da parte sua, è gravemente offeso da un signorotto napoletano, Giovanni Cocchiarelli, che ha usurpato numerose e pingui terre della diocesi e le rendite di molti beni nel territorio di Caserta. Né qui si arresta il violento; che nel marzo 1310, qualche mese dopo la usurpazione compiuta, mentre alcuni testimoni si presentano al Giustiziere di Terra di Lavoro, tra i quali dei sacerdoti, per essere intesi nel processo intentato dal Vescovo, egli li assale su la strada pubblica presso Caianello, li fa atrocemente ferire 'cum clava ferrea' e ne riduce uno in fin di vita. Il convento di S. Vito al Trigno non è più fortunato del prelato casertano’. ‘Il convento di Santa Maria della Vittoria, poi, è addirittura, nel maggio 1313, minacciato di esterminio: circa trecento armati, raccoltisi d'ogni angolo della Campania, si gettano su le sue terre e ne usurpano il possesso’. Casi di violenza e di soprusi si registrano a Troia, a Lecce, a Brindisi, a Gaeta, a S. Maria de Coracio, a Boiano, a Taranto, dove ‘l'Arcivescovo non è sicuro, in alcuni suoi possedimenti, neppure del fratello del Re, il Principe di Taranto’, a S. Nicola di Bari, a S. Vincenzo al Volturno e così via quasi in ogni feudo del regno. Lunghissimo il diligente elenco compilato dal Caggese; in esso è compreso il convento di Cava dove, nel marzo del 1317, ‘buona parte delle sue terre e case in tutte le provincie del Regno’ sono ‘illecitamente occupate da un vero esercito di avidi signorotti’ contro i quali purtroppo non potrà molto concludere l'inchiesta ordinata dal Re; infine, il 9 maggio 1321, il monastero di S. Giovanni in Lamis è privato da un signorotto, Bernardo di Paiano, del possesso della terra di S. Marco, in Capitanata’ (Nota 18).
Monastero di San Vincenzo al Volturno, Castel San Vincenzo, Molise.
Monastero di San Vincenzo al Volturno, Castel San Vincenzo, Molise.
Alla fine di queste vicissitudini di locazioni, usurpazioni, spoliazioni e vendite-svendite che precedono l'unione alla badia di Casanova, i nostri monaci benedettini, intorno al 1310 mal si oppongono potentibus et magnatibus fra i quali la ‘domina domina Maria regina regni Sicilie, mater regis Robberti, nec non excellens vir dominus Philippus princeps Tarentinus, heredes quondam Extandardi, Iohannes de Suriaco herede quondam domini Caroli de Raiano et fratres domus milicie Theotonicorum, qui sunt in Farano, et alii potentes domini convicini ‘ (d. 40). Come si vedrà, vi è il fior fiore della regalità e della nobiltà del tempo che aggredisce i beni badiali.
Ma già agli inizi (1237) del triste epilogo di questa
Pianta della città di San Severo (FG).
Pianta della città di San Severo (FG).
badia, che imbocca l’iter doloroso di locazioni e alienazioni per la continua molestia e il vorticoso risucchio aggressivo dei circonvicini potenti e dei vassalli insolventi, perché l'abate Parisius, nominalmente barone e realmente versando nella più assoluta indigenza, potesse recarsi al Concilio di Lione su ordine del papa, ci volle un'ordinanza reale, con diploma datato in Foggia da Carlo d'Angiò, il 10 novembre 1273, per costringere i vassalli del monastero a dare allo stesso abate la dovuta sovvenzione (Nota 19).
Dagli uni e dagli altri, feudatari, laici ed ecclesiastici è stato cosi imboccato il vicolo cieco e soffocante della miseria in cui si è cacciata la feudalità: ‘questo mostro uscito dalle foreste dei barbari’ come lo chiamò Davide Winspeare, ‘nacque dall'anarchia e fu essa stessa causa di anarchia’. Ed è davvero uno squallido paesaggio umano di miserie materiali, morali, spirituali dovuti in gran parte al malgoverno, la cui politica amministrativa paludosa favorisce l'anarchia, l'ingordigia e l'avidità delittuosa (Nota 20).
Siamo ai primi decenni del secolo XIV. Erano gli anni in cui la sorgente luce della poesia dantesca, con una Commedia più umana che divina, messaggio dei tempi nuovi, non ancora raggiungeva queste sponde meridionali.
Ma forse era questo il concime di un provvidenziale (direbbe Vico) riscatto, di una Provvidenza, cioè, che segue vie diverse e contrarie, da quelle della immediata volontà umana: un concime dunque sul cui terreno spunterà la pianta della nuova buona novella francescana, quella della povertà, fertile di opere e di bene. Essa prenderà vita e vigore nel secolo seguente a queste vicende, con fiori e frutti, nelle due valli di Stignano e dello Starale.

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XIII. Una domanda.

Un frate cappuccino fa la questua.
Un frate cappuccino fa la questua.
Qui torna opportuna una domanda (pertinente al tema del convegno dell'ottobre 1980). Dalle autorevoli informazioni testè forniteci (tra cui quelle dei proff. Manselli e Pellegrini), si deduce o si suppone che i francescani con buone ragioni della scelta si erano già insediati a S. Giovanni Rotondo negli ultimi due decenni del sec. XIII. Siamo quindi al tempo dei frangenti di cui si tenta ora di comporre un primo racconto. Ci si chiede, intanto, quale possa essere stato, sempre se presenti, il comportamento dei nostri francescani in quella burrasca di scomuniche e di interdetti: furono coinvolti o travolti, o semplici spettatori e testimoni?
Troviamo però, presenti a Napoli il 3 giugno 1286, due francescani, frate Ugolino da Bobbio e frate Guido Gallicus dell'ordine dei frati minori, entrambi cappellani al seguito di Gerardo vescovo di Sabina e legato apostolico, in veste di testimoni, appena dieci giorni dopo il deliberato atto di sottomissione. Si riscontrano le loro due firme in calce all'atto di revoca della scomunica e dell'interdetto, col relativo giuramento di fedeltà all'abate di San Giovanni in Lamis e al maresciallo Giovanni de la Gonesse, prestato dal diacono Giovanni e da Perrone di Salpi, rappresentanti rispettivamente il capitolo della chiesa di S. Maria Maggiore e l'università dei laici del casale di S. Giovanni Rotondo, nelle mani del predetto legato apostolico e baiulo del regno di Sicilia.
XIV. L'alienazione continua.
La città di Benevento. Stampa del 1702 del Pacichelli.
La città di Benevento. Stampa del 1702 del Pacichelli.
Intanto, a un solo mese di distanza dall'epilogo di questa triste vicenda, l'autospoliazione o semplicemente la spoliazione, forzata o inevitabile che sia, dietro compensi magri e talora irrisori, l'alienazione dei beni, dei possedimenti, dei proventi e privilegi della badia, fatale e inarrestabile, continua.
Per quel tanto che si tenta di dimostrare, assunto con questa tesi, basterà ora registrare alcuni casi di un lungo catalogo. Sull'esempio dato dagli angioini, ai quali si devono pur sempre l’avvio e i colpi finali, premono anche nobilotti, giudici circonvicini e prelati lontani.
Il 22 luglio 1286, l'abate Giovanni concede in locazione a Bartolomeo di Giacomo di Casone, vita natural durante, per se e per i suoi eredi in linea maschile, un appezzamento di proprietà del monastero sito nell'agro di Casalenuovo (Casone) presso Rignano Garganico dietro compenso di due tari d'oro, di quattro salme di grano e due di orzo ‘pro pensione dicti tenimenti annis singulis’ (d. 28). Nell'atto vi sono clausole e riserve riguardanti la guerra in corso e altre eventuali future guerre per le conseguenze che possano derivarne; e anche gli eventuali danni dolosamente causati da altre persone. Dal documento, nella definizione dei confini, indirettamente si rilevano altre concessioni già fatte per tenimenti badiali finiti[mi] a giudici (tra cui lo stesso Nicola, estensore dello strumento, e Benedetto) e ad altri signori.
Il 16 novembre 1289, lo stesso abate Giovanni concede in locazione a Simeone, abate della chiesa di S. Andoeno di Bisceglie, i frutti e i proventi della chiesa di S. Silvestre sita nei pressi di Bisceglie per sei tari d'oro annui (d. 29).
Nel gennaio 1293, sempre l'abate Giovanni, sette anni dopo, passa in locazione a Giovanni Stelluto (parente di Bartolomeo Stelluto, anch'egli locatario di altri tenimenti
L'Abbazia benedettina di Montecassino in una stampa del Pacichelli - 1702.
L'Abbazia benedettina di Montecassino in una stampa del Pacichelli - 1702.
badiali) lo stesso appezzamento di Casalenuovo (Casone) già tenuto da Bartolomeo di Giacomo e con le stesse modalità contrattuali (d. 30).
Inoltre nel novembre del 1296, sempre l'abate Giovanni, concede in locazione ai fratelli Guglielmo e Filippo di Antenore del Casone, vita natural durante, un più esteso appezzamento dal fiume Vulgano a S. Pietro in Campo e sino ai confini di un altro appezzamento badiale tenuto da Bartolomeo Stelluto, per sette tari d'oro e dieci grani, per sedici salme di frumento e otto salme d'orzo (d. 31).
XV. Le iniziative del decano Mattiotto.
Superfluo ci pare rinvenire e registrare ulteriori locazioni che in effetti si traducono in vere e proprie erosioni del feudo.
Preme ora, entrando nel vivo della narrazione, riportarci a quanto accadde undici anni dopo.
Precedendo di oltre settantanni la frettolosa ansia di liquidazione totale dei beni badiali di Roberto da Ginevra, il futuro Clemente VII eletto papa dalla parte cardinalizia francese, nel 1307 il decano Mattiotto e il convento del monastero nominano loro procuratore l'abate Giovanni di S. Severo, arcidiacono di Lucera, perché, insieme con l'abate Giovanni di S. Giovanni in Lamis, provveda a dare in locazione a Roberto d'Aunay (manco a dirlo un altro francese), vita natural durante, il casale Sala con tutti i diritti e le pertinenze ad esso spettanti, per dieci once d'oro, nonché altri possedimenti a qualsivoglia persona che lo desideri e possa.
Solite le modalità del contratto, la ritualità della formula riguardante motivi e situazioni: molestati i frati da vicini predoni, impotenti a resistere e a perseguirli per vie giudiziarie, si affidano, come nei casi precedenti, al francese Roberto d'Aunay signore di Teano, Caleno e Caramanico. Leggiamo:

Item quod dictus dominus Robbertus teneatur protegere, manutenere et defensare pro posse suo et facilitate dictum monasterium, personas, bona et iura ipsius ubicumque consistunt ad requisicionem dictorum abbatis et conventus vel procuratoris eorum (d. 33).

Nobilta e borghesia a Napoli nel Cinquecento.
Nobilta e borghesia a Napoli nel Cinquecento.
Ma l'espressione che più turba è questa: ‘Dantes eidem procuratori et yconomo nostro liberam potestatem, ut ipse una cum eodem abbate nostro locaciones facere possit de quibuscumque tenimentis et possessionibus dicti monasterii quibuscumque personis, pro utilitate eiusdem monasterii viderint faciendum’ (d. 32). Tra i firmatari del rogito redatto in Foggia dal notaio Michele de Thomasio e dal giudice Bartolomeo de Enzo c'è quale teste il vescovo di Civitate, Pietro.
La portata di queste nuove decisioni (o, piuttosto di questa iniziativa sospinta dal decano Mattiotto), è indubbiamente grave: è l'inizio di una precipitosa fine che pregiudica e coinvolge tutti i beni del feudo e lo stesso monastero. La drammaticità dei nuovi avvenimenti e le ragioni che li hanno determinati sono comprovate da una notevole documentazione tuttora inedita.
Spira nel convento un'atmosfera pesante, uno stato d'animo generale di cupio dissolvi: i monaci sono divisi in fazioni e frequente è il ricorso reciproco alla violenza con esiti delittuosi. La sopraffazione ricorre alle armi e anche ad atti violenti e letali.
In questo subbuglio emerge la figura di quel decano Mattiotto, protagonista e promotore di situazioni determinanti. Non si hanno elementi per definirlo tout court un faccendiere profittatore, ma è stato certamente persona di ardita intraprendenza di iniziative oscure e di azioni poi drasticamente contestate.
Tuttavia, in questo momento critico, egli ci dà l'aria di chi è preso da una furiosa brama di fine. Le motivazioni e i fini, che emergono dalla lettura del predetto strumento, sono illuminanti. Esse hanno tutta l'aria di una vendita all'asta, di una storica svendita stagionale. È una risposta-protesta disperata, forse di reazione, all'assedio dei prepotenti vicini e all'insidia profìttatrice dei padroni più altolocati. Il decano Mattiotto pertanto dà l'impressione di essere invaso dalla rabbiosa allegria di un naufrago. O è semplicemente un awenturiero trascinatore nella sua scia dell'abate Giovanni e di parte dei monaci del convento?
È certo che alla sua sbrigativa intraprendenza c'è stata l'avversione rigida di una parte della comunità benedettina.
Tre documenti di questo stesso anno 1307, se non sospetti, destano dubbi inquietanti per l'oscurità di certe manovre o per la possibile estorsione e falsificazione degli atti.
Fatto sta che nell'agosto del 1307 (d. 34), a soli cinque mesi dalle concessioni fatte al d'Aunay e dalle dichiarazioni-proposte di ulteriori eventuali e totali vendite o locazioni, il decano Mattiotto dall'abate Giovanni e dai monaci del convento è nominato procuratore al fine di promuovere la unione e l'incorporazione della nostra badia a quella di S. Maria di Casanova, di intesa con il procuratore e l'abate di quest'ultima con una comune petizione rivolta al pontefice Clemente V.
Pianta della città di S. Severo.
Pianta della città di S. Severo.
La portata di questa iniziativa, come si è detto, è indubbiamente grave, anzi suicida. Nel documento vi è un'assoluta assenza di motivi giustificativi o per lo meno esplicativi della proposta unione a un'altra potente badia. Questo mandato di procura è da ritenere fondatamente estorto al condiscendente abate Giovanni da Modena. Il conseguente duro conflitto tra i monaci del convento divisi in fazioni, è assolutamente certo, fino ad esplodere in atti di violenza. Questa sarà confermata dallo stesso Mattiotto in una sua deposizione in seguito a un'inchiesta promossa certamente anche da lui. Egli, tre anni dopo, all'inquirente, il vescovo Giovanni di Civita, dirà che alcuni monaci ‘fugierunt, aliqui se ad invicem trucidarunt’. E un decennio dopo, dalle carte del processo intentato dal nunzio apostolico Guglielmo di Balaeto, si apprende che i cistercensi di Casanova dovettero entrare nel convento di S. Giovanni in Lamis manu armata.
Comunque sia, il nostro Mattiotto quattro giorni dopo l'ottenuta procura, il 17 agosto 1307 (d. 35), si reca al monastero di Ripalta e si obbliga di eseguire il mandato di procura al fine di promuovere, di intesa con l'abate Giacomo di Casanova, la causa di unione della badia di S. Giovanni in Lamis, tamquam filia, a quella di S. Maria di Casanova.
Anche in questo documento vi è una sconcertante assenza di cause e di ragioni. Ma quel che turba maggiormente, donde la fondatezza dei sospetti circa l'oscurità di una manovra che ha tutta l'aria di un complotto, portato avanti dall'honesto viro frate Mattiotto, è che tra i firmatari dell'atto è inclusa la firma dell'abate di San Giovanni in
Benedettino antico. Stampa.
Benedettino antico. Stampa.
Lamis assente (il quale dichiara: ‘predicta fateor et me subscripsi’), mentre manca la firma dell'abate Giacomo di Casanova che risulta presente alla stesura dell'atto.
Passeranno comunque tre anni precisi perché lo scopo sia raggiunto: vi sarà prima un'inchiesta disposta dal papa e cinque mesi dopo la bolla pontificia che sancisce la proposta unione.
Vi è dunque una triennale imperterrita regia con lunghe scadenze di uno spartito ormai obbligato.
Un terzo documento, sospettato di presunta falsificazione (d. 36), è certamente strano. Esso riproduce in parte e talora riassume, senza però alterarne il senso, il testo della bolla pontificia e cioè quella ufficialmente autentica. Esso è riprodotto con minime varianti dall'Ughelli (Nota 17).
L'atto notarile che ricopia la bolla è del 15 febbraio 1312. Oltre a varie omissioni di brani, forse volutamente non riportati, la copia della bolla reca la data del 23 gennaio 1310 e non quella autentica del 20 febbraio 1311.
A parte ogni questione di data, attribuibile a sviste o a calcoli diversi dell'indizione, turba invece l'assenza di varie parti della bolla. Infine la copia notarile è firmata oltre che dal giudice e dal notaio estensore del rogito, da altri tre notai, tra questi Andrea di S. Marco in Lamis. Desta anche sospetto la minuziosa descrizione del documento offerto per le copie dal richiedente: il procuratore generale della badia di Casanova, Tommaso de Viculo. È da registrare anche la diligenza (intenzionale?) del notaio nella descrizione minuziosa dell'originale esibito dal procuratore, ‘bene munita’ dei sigilli papali con piombi penduli da nastri serici rossi e gialli.
Ma poi quale lo scopo dell'alterazione della data e quale sarebbe stato il fine del procuratore della badia di Casanova? Non c'è dato sapere. Si legge nello strumento: ‘Nichil addens neque minuens quod ipsarum licterarum suprascriptarum sensum mutarent in nullo’. Il che non è: non vi è nulla di aggiunto, d'accordo, ma qualcosa è, invece, omesso.
Già nel 1279, Carlo d'Angiò, lamentava che ‘le Università del Regno, invece di usare, negli atti pubblici, il sigillo dei giudici e notai stipulanti, usavano un proprio sigillo’. Era un atto lesivo dell'autorità sovrana con prodromi pericolosi di autonomia locale. Ma non si parlò, per quanto si sappia in merito, di falsificazione di sigilli. Nel caso nostro al più la falsificazione può essere della pergamena originale con sigilli pontifici sovrapposti. Ma chi lo può dire più? Personalmente sono incline a credere, più che a un dolo, a un pastiche.

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S. Giovanni Rotondo. Torre medioevale.
S. Giovanni Rotondo. Torre medioevale.
Il 1285, lo stesso abate Giovanni da Modena e il suo decano Guglielmo, - e sempre per gli stessi motivi già addotti negli atti precedenti, ma questa volta col seguito di una rivolta per la nuova decisione presa - ancora una volta è costretto a concedere in locazione, vita natural durante, a Giovanni de la Gonesse, maresciallo del Regno, la terra di S. Giovanni Rotondo, resasi libera non sappiamo per quale motivo, se per abbandono o morte del francese Teobaldo Helamant.
L'importanza della nuova concessione è confermata sia dalla stesura dell'atto, questa volta compiuto in Napoli dal milite Bartolomeo Cimina giudice di Napoli, sia dalle firme di testi autorevoli: quella del già citato Marino da Caramanico, magister regie Curie iudex; del vescovo di Isernia, Roberto; del giudice di Firenze, Ildebrandino; del monaco cassinese Azo di Parma; del notaio della magna Curia, Filippo di Matteo da Salerno; di Giovanni da Ayrola, della magna regia Curia; di Nicola da Caserta; di Andrea canonico di Amalfi. Avvocato della badia è il noto giurisperito Nicola Freccia di Ravello.
Occorre qui ricordare alcune circostanze per una più precisa ambientazione storica del momento e dell'evento. Questo atto notarile, redatto solennemente (‘sollemniter ‘ reca la data del 13 giugno 1285. In precedenza molte le cose mutate nel giro di pochi mesi: è ancora in pieno svolgimento la guerra del Vespro; il 5 giugno del 1284 il principe Carlo, erede al trono, è fatto prigioniero dagli aragonesi; il 7 gennaio 1285 muore a Foggia il padre, Carlo I d'Angiò; il 29 marzo muore il papa Martino IV. In questo primo semestre del 1285, in un clima di crisi e di disorientamento, nel Regno i dignitari della Corte, funzionari e alti ufficiali, civili e militari della Curia, alternando o congiungendo interessi pubblici e personali, sono spinti da un maggior spirito d'iniziativa e di profitto; di modo che l'assedio o l'assalto a feudi minori, minimi o ecclesiastici, acquista un'audacia più aggressiva, con una linea di condotta che appare informata da una complicità diretta o favorita o semplicemente calcolata.
Il copione, come si deduce dai documenti è sempre lo stesso: sull'onda caotica dell'ora volgente, avventurieri d'ogni genere e provenienza, provenzali, signorotti locali e militi in cerca di una base per più ambiziose fortune, prendono d'assalto piccoli e grossi feudi, ne rodono i confini, ne usurpano pretestuosamente casali e tenimenti, per cui baroni e abati, molestati da un assedio sempre più soffocante e da vie processuali dispendiose, si gettano al collo di potenti più grossi per essere egualmente soffocati con più fatali mulilazioni di terre e casali.
S. Giovanni Rotondo. La chiesa di Sant'Onofrio.
S. Giovanni Rotondo. La chiesa di Sant'Onofrio.
Tanto almeno si verifica nella triste sorte della nostra badia. Ma ponendo da parte ogni programmata strategia o tecnica calcolata, direttamente o indirettamente favorita, gioverà rileggere per intero le motivazioni alle quali si è già accennato per la prima locazione concessa dall'abate Parisius (d. 21) e che nel documento ora in esame (d. 24) ci appaiono di più evidente linea di comportamento. Il decano Guglielmo, in qualità di procuratore, presente l'abate, al giudice, agli estensori dell'atto e ai testi dichiara: ‘Alcuni, ai quali l'abate e il convento non avevano potuto in alcun modo opporre resistenza, avevano tentato in passato e tuttora tentavano malvagiamente di usurpare i diritti dello stesso monastero nel casale di S. Giovanni Rotondo, posto nel giustiziariato di Capitanata. I predecessori dello stesso abate e del convento, e loro stessi, per difendere i propri diritti nel casale avevano speso finora non poche ricchezze e fatiche, tanto che per continuarne la tutela al monastero ne veniva molto più danno che bene’.
Pertanto il maresciallo Giovanni de la Gonesse giurava fedeltà di vassallo all'abate e si impegnava a dare quaranta once d'oro ogni anno. L'abate si riservava il diritto di tenere nel casale uno o due monaci per le cure spirituali e la riscossione delle decime dovute, comprese quelle su greggi e filiazioni di agnelli. Lo stesso locatario avrebbe provveduto a sue spese al vitto e alla casa per la dimora di uno o due frati nel casale. A sua volta il monastero si sarebbe astenuto da ogni rivendicazione e molestia. Qualunque cosa, posseduta nel tenimento del casale, dal momento della firma dell'atto, il monastero ne avrebbe permesso il pacifico possesso, ‘come lo si aveva e possedeva al tempo in cui Teobaldo Helamant teneva in locazione lo stesso casale’.
Si è già accennato alla lotta sistematica di Federico II contro il banditismo nobiliare quale classe dirigente e usurpatrice di feudi e privilegi. A un secolo di distanza, ai tempi di Roberto d'Angiò, da un documento del febbraio 1338 si ricava questo racconto: ‘Tommaso d'Aquino e molti altri nobili conti e baroni penetrano spesso nella bandita reggia del Pantano di Foggia, vi tagliano gli alberi e li portano via, non solo, ma fracassate le porte del palazzo reale, penetrano nel parco (quando non preferiscono scavalcare il muro di cinta) e si danno alla caccia dei daini e degli altri animali ivi allevati’ (Nota 16).
Il corso principale di San Giovanni Rotondo in una foto del Beltramelli (1905).
Il corso principale di San Giovanni Rotondo in una foto del Beltramelli (1905).
Comunque sia, all'indomani della nuova concessione operata in Napoli a favore del maresciallo de la Gonesse, i ‘naturali’ di S. Giovanni Rotondo, ossia clero, abitanti del casale e gente del contado unanimemente si rifiutano di prestare fedeltà di vassallaggio al nuovo vicario dell'abate di S. Giovanni in Lamis. Il maresciallo de la Gonesse ha però dalla sua parte il legato apostolico del regno di Sicilia Gerardo vescovo di Sabina: questi, alle armi materiali del maresciallo, unisce le più efficaci armi spirituali: la scomunica, con il relativo interdetto, al clero e alla gente di S. Giovanni Rotondo. Gli effetti di tale efficacia si riscontrano a distanza di un anno. La gravezza di pesanti sanzioni, il disagio morale ed economico e la conseguente miseria hanno indotto il clero e la gente del casale e del contado (soprattutto questa) a più miti consigli. Dopo un anno di sofferte esperienze, il 22 maggio 1286, il capitolo della chiesa di Santa Maria Maggiore, convocato nella chiesa di S. Leonardo e gli abitanti dell'università riuniti con un rituale bando nella piazza di S. Giovanni Rotondo, convengono di sottomettersi, impegnandosi con giuramento, in qualità di vassalli al loro signore abate di San Giovanni in Lamis e al suo vicario milite Giovanni de la Gonesse, maresciallo ormai solo nominalmente del regno di Sicilia (dd. 24-27).
La vicenda di S. Giovanni Rotondo ci richiama a Federico II il quale, con la confisca di quel casale ha aperto nella badia una breccia mai più colmata, con contestazioni di diritti che si protraggono al tempo dei Mormile e dei cugini di costoro, i Carafa, abati commendatari. Vero è che i beni confiscati da Federico furono restituiti dagli angioini: con S. Giovanni Rotondo, i casali Sala e Fazioli e la quinta parte del pantano di S. Egidio. Ma, nonostante l'iniziale buona volontà regia, da mettersi anche in dubbio per il successivo diverso comportamento dei mèmbri della casa reale, il monastero dovette fare i conti appunto con gli stessi principi, con la diversa feudalità e l'insorgente e mutato atteggiamento delle classi emergenti nell'ambito dei casali. Essi tentavano di ridurre i diritti della badia soltanto alla baiulazione ed all'elezione dei giudici annuali. Non sappiamo quali trame si ordissero dietro questa fragile facciata di diritti contestati. Tutti si rifanno puntualmente agli stessi motivi di Federico II; anzi, secondo costoro, ‘S. Giovanni Rotondo sarebbe sorto per volontà di Enrico VI, che vi avrebbe trasferito gli abitanti di Castellano (Castellan Bizzano o Pirgiano), posto sul monte omonimo sovrastante il nuovo insediamento; questo sarebbe stato poi usurpato dai monaci (o dal conte Matteo di Lesina, che l'avrebbe illegalmente donato al monastero), finché l'imperatore non ne riordinò la reintegrazione al demanio’ (Nota 16b). Vi deve essere un equivoco o qualche confusione. Noi sappiamo che il casale di S. Giovanni Rotondo è ben due volte mentovato nel diploma del 1095 dei privilegi e diritti riconosciuti e delle nuove concessioni fatte da Enrico conte di Monte S. Angelo e di Lucera (Nota 16c).
Ma i fermenti di inquietudine e di contestazione per S. Giovanni Rotondo non si fermano qui. Quale il vero operato dell'abate del monastero Leone? Questi, in una inchiesta del 1277 promossa dal principe Carlo, veniva accusato da un teste di aver dato alle fiamme la copia di una sentenza che assegnava al demanio S. Giovanni Rotondo dopo aver corrotto con dodici once d'oro i giudici che custodivano il documento (Nota 16d).
Panorama di San Giovanni Rotondo in una foto del Beltramelli (1905).
Panorama di San Giovanni Rotondo in una foto del Beltramelli (1905).
Non abbiamo elementi di prova, ma tutto lascia anche supporre che questo stato di cose, con un'oscura, per noi, rete di intrighi e di interessi, deve pure avere avuto la sua parte nel creare quello stato d'animo di insubordinazione negli abitanti e nel clero di S. Giovanni Rotondo esploso poi nella anzidetta rivolta per la concessione fatta (o estorta? o imposta?) dall'abate Giovanni da Modena al maresciallo de la Gonesse. Per un parere plausibile occorrerebbe avere dati comparativi in riferimento a un'eventuale presa di posizione o reazione degli abitanti di S. Giovanni Rotondo quando la loro ‘terra’ per la prima volta, come già si è detto, è stata data in locazione vita natural durante a Teobaldo Helamant nel 1273 dall'abate Parisius.
Intanto gioveranno qui alcuni cenni riguardanti il cardinale Gerardo da Parma e la presenza di Carlo Martello con la moglie in Capitanata. Carlo lo Zoppo, restituito dagli aragonesi dopo una lunga prigionia e laboriose trattative al trono di Napoli, sulla scia del padre, 1'8 settembre 1289, creò suo figlio Carlo Martello milite e gli diede il Principato di Salerno, le contee di Andria, di Manfredonia, di Lesina con l’Honor Montis Sancti Angeli. Amministratori dell'Honor furono successivamente Pietro Panetterio, Pietro d'Angicurt e Pietro Roland. Pertanto, per interessi diretti, frequenti erano i viaggi di Carlo Martello in Capitanata accompagnato dalla moglie Clemenza.
Tra il febbraio e marzo del 1292 compie un periplo ricognitivo nel Gargano: partendo da Manfredonia, dove si trattenne tre giorni, si recò, via via, a Monte Sant'Angelo, a Vieste, a Peschici, a Rodi, forse a Ischitella, a San Nicandro, ad Apricena, ed infine a Foggia, Lucera e Troia. Si potrebbe notare che dall'itinerario predetto è esclusa la badia di S. Giovanni in Lamis. Una visita volutamente mancata o dovuta ad altri motivi contingenti? È certo che due anni dopo vi sarà una controversia tra la ‘bella Clemenza’ e il monastero di S. Giovanni in Lamis.
San Giovanni Rotondo. Veduta del convento dei frati Cappuccini nel 1957
San Giovanni Rotondo. Veduta del convento dei frati Cappuccini nel 1957
Clemenza possedeva la masseria e il casale di S. Quirico. Si sa che l'11 novembre del 1291 Carlo Martello a richiesta della moglie concesse l'esportazione, senza il pagamento dei diritti di uscita dal porto di Manfredonia, di 500 salme di frumento e di orzo acquistati da alcuni mercanti nella sua masseria di S. Quirico. Avvenne poi che nei primi mesi del 1292 Carlo II dispose che il casale di S. Quirico passasse per sua graziosa donazione proprio a quel Gerardo da Parma cardinale e vescovo di Santa Sabina e reggente durante l'interregno; mentre a Clemenza fu dato in cambio il casale di Candelaro. ‘Questo casale di Candelaro - scrive M. Schipa - era di fresco ricaduto alla curia per la morte di Amelio de Corban, che avealo tenuto in feudo. Più tardi Clemenza richiedeva il rendimento dei conti da coloro che avean tenuta, sotto la direzione dell'Angicurt, la procurazione di quella sua masseria di S. Quirico e degli animali che vi si trovavano’. Clemenza ebbe inoltre dal marito nel 1292 una provvisione di 600 once: 400 per i diritti dei pantani di Lesina e di Varano e 200 per le gabelle di Salerno. La costante attenzione di Carlo Martello per i beni di Clemenza si rileva ancora nel 1293 quando fece costruire delle case nel nuovo possedimento di Candelaro (Nota 16e).
Un momento critico si ebbe nel 1294 quando un amministratore di Clemenza aveva usurpato terre della badia. Insorta quindi una controversia tra Clemenza e l'abate di S. Giovanni in Lamis per la restituzione di terre e la definizione dei confini dei due casali di Fazioli e di Candelaro, Carlo II nel maggio di quell'anno, per definirla promosse un collegio arbitrale di cui facevano parte il vescovo di Canne, il giustiziere di Capitanata Balduino de Corban e il notaio Andrea di S. Severo. Pertanto queste autorità arbitrali designate, restituite a chi di spettanza le terre usurpate, apponevano le pietre terminali per dividere definitivamente i confini tra le terre contese (Nota 16f).

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Veduta della badia benedettina di Montecassino in una illustrazione del 1872.
Veduta della badia benedettina di Montecassino in una illustrazione del 1872.
Quando nell'autunno del 1284 Carlo I d'Angiò convocava un parlamento in Foggia, per il completamento di una sua riforma amministrativa, circa la scelta della sede, seguiva una tradizione già invalsa e operata da Federico II. Se la periferica Palermo era la capitale nominale per lo Svevo, e Napoli ormai quella definitiva per l'Angioino, Foggia restava, invero, la capitale amministrativa del Regno. Il Tavoliere, con la ‘mena delle pecore’, anche prima dell'istituto della Dogana voluta da Alfonso d'Aragona, e il Gargano, con l'Honor Montis Sancti Angeli, dotalizio delle regine normanne e sveve, e poi dei prìncipi angioini, facevano della Capitanata un privilegiato centro venale tale da costituire uno dei capitoli più importanti nella storia economica del Mezzogiorno.
Si giustificava così la designazione di Foggia quale centro egemonico per plenari incontri amministrativi, finanziari e fiscali.
Oltre alla prevalente presenza della Magna Curia, la meditata scelta della Capitanata per Federico corrispondeva anche a motivazioni strategiche e politiche. Già nella primavera del 1240, precisamente 1'8 aprile, domenica delle Palme, egli convocava in Foggia un'assemblea, cioè un colloquium generale, come è detto nelle lettere ufficiali del tempo. Era un gran parlamento di funzionari, giustizieri, amministratori, bàiuli e di altri servitori dello Stato, pur con una significativa assenza di molta nobiltà feudale. Riccardo di San Germano rilevava che i convocati erano venuti non per legiferare o discutere, ma per ricevere ordini sanciti dalle novae constitutiones.
Interno della chiesa della badia benedettina di Montecassino in una illustrazione del 1872.
Interno della chiesa della badia benedettina di Montecassino in una illustrazione del 1872.
I due parlamenti del 1240 e del 1284 avevano, dunque, una tematica prevalentemente amministrativa; diversa, invece, si presentava la fisionomia dello Stato angioino rispetto a quello svevo per la sua nuova struttura in un mutato rapporto politico-sociale con la feudalità e le comunità municipali. Tutte le norme costituzionali, relative alla legislazione socio-politica, Federico le aveva già codificate dal 1231 a Melfì, con un sussiego non privo di solennità, nel Liber augustalis, che ebbe aggiunte e modifiche nei successivi parlamenti del 1233, 1234 e 1244.
Circa l'organizzazione giudiziaria, è stato concordemente rilevato, anche da storici francesi, che essa ‘era vicina alla perfezione’, e ‘ben poco gli Angioini trovarono da aggiungervi’. Quanto poi a tutta l'opera legislativa federiciana ‘espressa nelle leggi promulgate dai parlamenti o corti generali’ pur seguendo le orme dei Normanni, essa tuttora riscuote motivi di ammirazione per il suo ordine metodico, per il complesso settorialmente articolato, ‘ben dosato e organico da essersi mantenuto in vigore sino all'inizio del XIX secolo’. Per quanto attiene all'assetto amministrativo, generalmente si riconosce che Carlo I ‘aveva ereditato nell'Italia Meridionale il sistema più perfetto che si conoscesse, quello 'Stato moderno' o 'Stato opera d'arte' normanno-svevo’ (Nota 15a).
Ben diversa, lo si è accennato, era la struttura socio-politica dello Stato angioino. Mentre quella normanno-sveva si reggeva su un rapporto triadico (monarchia, feudalità, università-città), l'angioina, invece, si riduceva a rapporto di due soli componenti: la monarchia con i suoi beni demaniali e la feudalità. Quale conquistatore, per ragioni di sicurezza e di fedeltà, con rare eccezioni, Carlo d'Angiò si affidò a una più estesa feudalità non locale con una crescente riduzione delle autonomie cittadine.
Veduta della abbazia benedettina di Monte Oliveto.
Veduta della abbazia benedettina di Monte Oliveto.
Emile Léonard rileva che ‘la maggior parte dei beni nobiliari andò ai nuovi venuti. Il Durrier ha elencato i circa 700 Francesi e Provenzali dotati di feudi dal primo Angioino, mentre si ignora il numero, sia pure approssimativo, della gente di umili natali che ricevettero soltanto modeste proprietà, come quei centoquaranta coloni che vennero chiamati dalla Provenza e dall'Angiò a Lucera, (acclimatatisi poi a Faeto e Celle San Vito nel Subappennino dauno), per costituirvi un nucleo di fedeli atto a controbilanciare la colonia saracena troppo legata al ricordo di Federico II’. ‘Pertanto Carlo dava alla società un'organizzazione diversa da quella che aveva avuto sino allora’. La precedente feudalità ‘non aveva il carattere di un presidio di occupazione né la finalità di trasformazione del Paese’ inteso con l'obbligo, tra l'altro, ‘di stabilirsi definitivamente nel regno onde essere pronti a prestare i servigi feudali. D'altro canto il relativo equilibrio anteriormente mantenuto tra le terre concesse ai baroni e quelle del demanio regio venne alterato dalle numerose costituzioni in feudo di queste ultime: centosessanta per il solo anno 1269’. Si mutava così ‘la natura stessa dello Stato che si trasformava in monarchia feudale sul modello francese mentre, dal tempo dei Normanni, era stato una monarchia fondata così sulle città come sulla feudalità’ (Nota 15b).
Un funaiuolo - Illustrazione del 1872.
Un funaiuolo - Illustrazione del 1872.
La pressante preoccupazione della fedeltà alla nuova monarchia portava ovviamente a privilegiare francesi e provenzali, così per la feudalità come per lo zelo nell'amministrazione e nella giustizia. In un elenco, diligentemente compilato, di funzionari e di servi stabilitisi nel Regno ‘i cognomi originari della Provenza vi abbondano, accanto a quelli delle famiglie provenienti dalla Francia’ (Nota 15c). Naturalmente accanto ai fedelissimi amministratori, alti funzionari, giustizieri, connestabili, giudici, baiuli e dignitari ecclesiastici si affiancano e installano in Capitanata 'non meno fidati mercanti provenzali e toscani e banchieri fiorentini. Gli Acciaiuoli, con i Fescobaldi e i Buonaccorsi sono presenti a Barletta; e i Bardi con i Peruzzi o Perucci a Manfredonia. L'oculato e programmatico sfruttamento del regno portava naturalmente alla creazione di un'organizzazione capillare con una rete di uffici e di funzionari per l'imposizione e la riscossione dei tributi. I mezzi fiscali erano strumenti per fini dinastici e di conquista. Nei disegni ambiziosi cosi progettati, la Provenza aveva finanziato la conquista del regno e questo a sua volta, con implacabile zelo fiscale ‘senza debolezze e lacune’ avrebbe dovuto contribuire all'espansione imperiale soprattutto verso l'oriente. Per questo sfruttamento intensivo si è parlato addirittura di colonizzazione da parte degli storici: secondo il Tritone ‘le ambizioni e i progetti della dinastia passarono in primissima linea davanti all'interesse e alla prosperità dei sudditi’ (Nota 15d).
Un carro contadino - Illustrazione del 1872.
Un carro contadino - Illustrazione del 1872.
Doveva esservi qualche smagliatura nel reticolo amministrativo preposto a tanto sfruttamento. Mentre la guerra del Vespro infuriava da un biennio e siciliani e aragonesi compivano incursioni in Calabria e Basilicata, e le loro navi tempestavano minacciose le coste pugliesi, l'occhiuta e insoddisfatta attenzione del re con la sua politica economica di spirito mercantilistico e statale che comprimeva gravemente, per l'insostenibile concorrenza, l'attività economica privata, si rivolgeva anche con sospettosa sfiducia verso gli stessi suoi feudatari e funzionari. Necessità, con sospetti e sfiducia, spinsero il re ad emanare, il 2 gennaio 1285, provvedimenti a carico di regi funzionari che ‘alienavano i propri beni alle chiese del regno per sottrarli alle rivendicazioni che la corte potesse esercitare’. Tanta vigilanza ispettiva si rivolse anche verso abati e feudatari di Capitanata: non per nulla, come era naturale, l'assise era stata convocata in Foggia, dove il re morì il 7 gennaio 1285 appena cinque giorni dopo questi suoi ultimi provvedimenti, gravidi di conseguenze per eredi e successori regi.
In merito a questi scaltriti evasori del tempo, per quanto concerne gli abati di S. Giovanni in Lamis, non abbiamo elementi di prova per un giudizio. Certo è che la più vasta e potente badia di Capitanata venne comunque a trovarsi al centro di interessi, di cupidigie e di appetiti di prepotenti tra cui i membri dello stesso casato angioino. Vero è che Carlo I ebbe un atteggiamento diverso, come si vedrà, da quello di Federico II, con premure iniziali e restituzioni di terre confiscate dallo Svevo, non sappiamo però quanto disinteressate. In Capitanata giustizieri, funzionari e anche qualche abate (come fa sospettare il nome) erano francesi: un Courban giustiziere è incaricato di dirimere una controversia tra l'abate di S. Giovanni in Lamis e Clemenza moglie di Carlo Martello. Accadde intanto che in un breve corso di anni le vicende del monastero si avviarono lungo una china disastrosa.
Mulino alla bolognese per la filatura della seta (secolo XVII) - Da Paolo Malanima, L'economia italiana nell'età moderna, 1982.
Mulino alla bolognese per la filatura della seta (secolo XVII) - Da Paolo Malanima, L'economia italiana nell'età moderna, 1982.
Occorre fare due considerazioni preliminari sul rapporto di vassallaggio tra la Chiesa, il Regno di Sicilia e i feudatari, e, per quanto ci interessa, sulla reale importanza della badia di S. Giovanni in Lamis, con la sua peculiare posizione, nell'ambito dell'Honor. Si tratta di un nodo giuridico che ha alimentato una lunga querelle ideologica e politica con derivanti e talora preminenti interessi economici. Nello snodo, poi, di un groviglio di diritti contesi in cui spesso si sono ingarbugliati gli stessi interessati, ora sui princìpi ora sui proventi, troviamo impegnati giuristi fin dal tempo svevo e angioino, e politici giurisdizionalisti (curialisti e anticurialisti) del Settecento napoletano.
Riferendoci al tempo preso in considerazione, la questione principale era se la natura nel rapporto di vassallaggio del Regno di Sicilia nei riguardi della Chiesa era da intendere quale dipendenza esclusivamente nella sua globalità o, anche, nella specificità dei singoli feudi, fossero essi baronie laiche o badiali (monisteri).
Per quanto riguarda la nostra badia, la sola trascrizione di una sequela di fatti potrebbe essere di per sé eloquente e convincente.
Il 21 settembre 1273, mutati i tempi, muta anche la nazionalità dell'abate preposto al governo del monastero. L'abate Parisius (il nome dice tutto: è protetto da Carlo I d'Angiò) è un francese che concede al francese Teobaldo Helamant in enfiteusi, vita natural durante, ma senza diritto di successione agli eredi, il casale di S. Giovanni Rotondo con tutti i diritti e pertinenze, per un annuo censo di quaranta once d'oro puro e col versamento al momento della stesura del rogito (‘instanter‘) di cento once d'oro puro.
Nello stesso atto notarile steso dal giudice di Apricena, Bartolomeo de Nolano e dal pubblico notaio di Castelpagano, Ruggero, si leggono i moventi della concessione, i primi colpi ormai di una rapida demolizione in crescendo: ‘Alcuni, ai quali l'abate e il convento non potevano resistere, avevano tentato in passato e continuamente tentavano di usurpare malvagiamente i diritti dello stesso monastero nel casale di San Giovanni Rotondo; posto nel giustiziariato di Capitanata e quelli dello stesso abate, così che i predecessori e gli stessi monaci per difendere i propri diritti avevano dovuto sostenere non poche spese e fatiche’ (d. 21).
Intanto, nel 1282, trovandosi da lungo tempo il convento del monastero senza abate (‘viduatis’) per la morte dell'abate Leone, Martino IV, da Montefiascone, incarica Gerardo vescovo di Sabina e legato della sede apostolica di provvedere in merito. La scelta cade su Giovanni da Modena: una figura inquietante su cui ci fermeremo e per il lungo periodo di governo e per l'enigmaticità del suo comportamento. E cosi, nel 1283, questo nuovo abate si affretta (certamente costretto dagli stessi moventi) a cedere ancora a un francese, Adamo Fourrier, familiare e consigliere regio, rettore del patrimonio della Chiesa in Toscana e capitano generale, per la durata di venti anni, le rendite di un altro casale, quello di Sala, appartenente anche esso al monastero, per cinque once d'oro annue.
Sempre più interessanti e significativi gli incalzanti motivi della cessione; cosi nel testo: ‘Bartolomeo di Matteo, giudice regio in Foggia e Francesco d'Angelo, pubblico notaio, attestano che ai frati e all'abate riuniti in consiglio occorreva non poco danaro che sarebbe stato loro molto utile: 'sia per mandare un soldato all'esercito regio, sia per condurre a buon fine alcune azioni giudiziarie contro usurpatori di beni del monastero'’. È in corso la guerra del Vespro e il feudo badiale, come d'obbligo, era stato censito per l'invio di un soldato all'esercito regio. Inoltre si legge questa dichiarazione:

il giudice e il notaio affermano che l'abate e il convento del monastero hanno consentito in nostra presenza previa approvazione di tutti i frati, con piena e libera volontà degli stessi, in nessun modo indotti né da violenza, né da timore, né da alcun raggiro.

Tale dichiarazione, anche se non estorta, desta un certo sospetto, in quanto gratuita e ovvia, sia perché ogni libera volontà di un contraente è naturale che non sia spinta dalla forza, ecc., sia perché una tale frase è assente in ogni altro documento. Parrebbe che affiori la coda di paglia del beneficiario di una cospicua rendita ventennale, per sole cinque once d'oro annue, e si premunisce contro ogni eventuale vizio giuridico del contratto: inter quos tractatus habita fuit mentio de vendendis in extalium fructibus, redditibus, provenentibus et omnibus obventionibus casalis Sale (d. 23).

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Croce medievale - Da G. Tardio
Croce medievale - Da G. Tardio
La chiesa di san Lupo a Benevento in una foto del 1920.
La chiesa di san Lupo a Benevento in una foto del 1920.
Orbene, dopo quanto premesso, degli interventi papali non si intende qui verifìcare la legittimità di un diritto nell'attribuzione di determinati territori e confini: si registrano i fatti o gli episodi di cui ora si dirà di seguito; di là da ogni disquisizione puramente giuridica si tenta di attenerci alla storicità degli accadimenti.
Dall'alba al patetico tramonto, nel destino di questa grande badia benedettina, col suo iter drammatico e la sua concitata fine, ci si imbatte in decisioni determinanti di papi: nel 1167 l'erosione iniziale del feudo decisa da Alessandro III; nel 1327, momento cruciale nella storia della badia, l'istituto dell'abate commendatario voluta da Giovanni XXII; e nel 1379 la frettolosa e, si vorrebbe dire, concorrente liquidazione, con l'eventuale alienazione totale o parziale, di terre ordinate in Fondi da Clemente VII, da poco eletto papa in contrapposizione a Urbano VI.
Nell'intermezzo o, meglio, nell'intreccio degli interessi delle due Curie, papale e reale, cioè circa la mutata natura giuridica del feudo (o suffeudo con beni in servizio), incluso nell'Honor Montis Sancti Angeli, operato da Guglielmo II e della sottrazione della terra di S. Giovanni Rotondo deliberata a Capua da Federico II si è già detto; dell'azione diretta o indiretta degli angioini si dirà fra poco.
Pellegrino - Da G. Tardio.
Pellegrino - Da G. Tardio.
Si è accennato a intrecci di diritti e di interessi, papali e reali. Nonostante le proprie rimostranze nel monitorio inviato a Federico II, circa le asportazioni di terre, da questo compiute a danno della badia, per suo conto, in un tempo precedente, Gregorio IX ordina l'apertura di un processo, delegando suoi giudici, con l'ordinanza datata da Roma del 17 maggio 1227, l'abate Aliberto del monastero di S. Modesto, l'abate Mauro del monastero di S. Lupo di Benevento e il canonico di Benevento Giovanni de Saducto, contro l'abate Roberto e i monaci del monastero di S. Giovanni in Lamis, e inoltre contro il prete Landolfo, i diaconi Lorenzo e Giovanni, i chierici Gaudio e Leonardo e altri di S. Giovanni Rotondo, accusati dall'abate e dal convento del monastero di Cava dei Tirreni di aver indebitamente violato i diritti di pesca già acquisiti da quei monaci nel Pantano, volgarmente detto di S. Egidio.
Il 1 luglio 1227 i giudici delegati convocano a Benevento per 1'8 settembre i predetti querelati.
Questi, non si comprende se per un atto di baldanza o di protesta, non si presentano a Benevento per la data fissata e l'11 settembre sono condannati in contumacia. Obbligati al pagamento delle spese del giudizio, sono infine colpiti da un interdetto e comunque invitati di nuovo a presentarsi in giudizio nel termine perentorio di quindici giorni.
Finalmente il 16 settembre l'abate Roberto si decide a delegare come suo procuratore il monaco Andrea dello stesso monastero con l'istanza di revocare la condanna alle spese di giudizio e l'interdetto da cui gli imputati erano stati colpiti.
Senonché il 2 ottobre 1227 l'abate Aliberto e gli altri giudici, respingendo come prive di consistenza le ragioni presentate dal procuratore Andrea, notificano la scomunica all'abate e al convento del monastero di S. Giovanni in Lamis (dd. 13-19).
Non sappiamo quali ulteriori sviluppi abbia avuto questa vicenda che riconosceva all'abate di Cava i diritti di pesca nel pantano di S. Egidio, ora scomparso, nei pressi di S. Giovanni Rotondo. Ci manca per il momento ogni altra documentazione in merito; del resto, per questo documento esistente (ci si consenta la battuta) anche i topi, roditori per natura, hanno voluto la loro parte.

IX. Un episodio increscioso e premonitore.

Sculture medioevali - Da G. Tardio.
Sculture medioevali - Da G. Tardio.
In questi stessi anni, nonostante i colpi inferti alla badia dal re e dal papa, un episodio increscioso, non raro, né unico, sconvolge la vita del cenobio. In quel tempo non v'era pace tra le mura del convento: sussulti di ribellione contro l'abate (se ne ignora il nome) lo svonvolgono. Alcuni monaci strappano con violenza dalle mani del decano missive papali. Gregorio IX si rivolge a Marino arcivescovo di Bari e a Filippo vescovo di Troia per comprimere tanta audacia ed arroganza e ridurre i monaci incriminati all'obbedienza dell'abate. Il 6 novembre 1234, Gregorio IX, più indignato che sgomento, da Perugia scrive ai due suddetti prelati che in pieno capitolo ‘Willelmus de Castello, Maurus et quidam alii eiusdem monasterii monachi, spiritu rebellionis assumpto, nec Deum nec homines reverentes ac ad Sedem apostolicam ut regularem disciplinam effugerent appellantes, de manu ipsius decani abstulerunt easdem litteras non sine iniectione manuum violenta in eiusdem abbatis iniuriam et suarum periculum animarum’ (d. 20): Guglielmo de Castello, Mauro ed alcuni altri monaci dello stesso monastero, assunto un atteggiamento ribelle, senza alcun rispetto né per Dio, né per gli uomini, e con intento di rivolgersi alla Sede apostolica per sottrarsi alla disciplina della regola, strapparono, dunque, di mano allo stesso decano non senza un violento strattone la stessa lettera con grave offesa dell'abate e pericolo delle loro anime. [Corsivo-grassetto del webmaster]
X. La mala signoria.
Un grande mercante fiammingo, Y. Fugger e il suo capocontabile (secolo XVI) - Da Paolo Malanima, L'economia italiana nell'età moderna, 1982
Un grande mercante fiammingo, Y. Fugger e il suo capocontabile (secolo XVI) - Da Paolo Malanima, L'economia italiana nell'età moderna, 1982
E siamo alle pagine più dolorose di questa storia, all'epilogo e alla fine di quella che fu una potente badia. Un motus velocior spinge alla fine. Il suo movente ha un nome preciso: il mal di Francia.
‘Mal di Francia’, si intende, in senso storico-politico.
A proposito della politica angioina nel Regno, con buone ragioni storiche, si può discutere e dissentire dal giudizio sommario e polemico di Dante (Nota 15) quando parla di ‘mala signoria’. Qui si vuole alludere, con un certo fondamento, alla ‘avara povertà’ dei Catalani, collaboratori di Roberto d'Angiò, deprecata da Carlo Martello e alla ‘antica lupa’ dalla ‘fame sanza fine cupa’ deplorata da Ugo Capeto imprecante contro i suoi discendenti della casa reale di Francia. Va anche precisato che nella polemica contro Roberto, il ‘re da sermone’, il poeta è mosso da motivi personali di astio, in quanto esiliato coll'intervento angioino, e ideologici, quale uomo di parte, seguace della politica imperiale di Arrigo VII e quindi avversario delle idee di Roberto, il quale, a sua volta, era promotore di una unità nazionale comprendente inizialmente Regno e Toscana e tenace avversario dell'influenza tedesca. Secondo i sentimenti di Dante, Ugo Capeto e Carlo
Frate Cappuccino che fa la questua - Da L'Illustrazione Italiana del 1872
Frate Cappuccino che fa la questua - Da L'Illustrazione Italiana del 1872
Martello dicono che tutti i mali della politica francese provengono dalla ‘vergogna’ della ‘gran dote provenzale’. Inoltre, se aggiungiamo che Marco Lombardo condanna la politica dei ‘mali pontefici’, ‘asserviti ai re di Francia’, il tutto però si può circoscrivere al periodo avignonese.
Non si intende qui entrare in nessuna grossa questione, si vuole solo sottolineare che, almeno per quanto si riferisce agli effetti riguardanti la nostra badia, la congiunta politica angioina (compresa la mano della bella Clemenza) e papale hanno avuto conseguenze decisamente disgregatrici. La avidità aggressiva degli angioini e, in particolare, dei familiari e collaboratori di Roberto, l'immobilismo della politica impotente o tollerante o contraddittoria dello stesso re e i pesanti interventi dei papi avignonesi, con decisioni drasticamente determinanti, hanno definitivamente contribuito alla fine del feudo e al crollo della badia benedettina.
Tuttavia, in Capitanata possiamo assistere a due aspetti diversi, come due facce di una sola medaglia, dell'operato degli angioini. Tuttora Lucera ride del bel volto monumentale da loro impresso col Duomo, la chiesa di S. Francesco, il Castello e altro. Forse tutto ciò, con altri motivi, non esclusa la posizione storico-geografica di Lucera, è dovuto anche a un debito compenso per la cospicua presenza dei saraceni di fedeltà sveva, soppressa con un feroce massacro nel ferragosto del 1300. Ma proprio in coincidenza con gli stessi tempi, tra queste valli e pendici garganiche grande era il pianto per l'andare delle cose in rovina.
Nell'arco di un trentennio, la badia è ridotta a brandelli avidamente contesi, a lacerti che gli stessi monaci sono costretti a cedere in locazione o a vendere. È da ricordare che il periodo più critico coincide con la guerra del Vespro e culmina all'indomani della pace di Caltabellotta, con contraccolpi che lasciano il segno nel Gargano e dintorni.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?