I. I due nuovi protagonisti di questa storia: i francescani e San Marco in Lamis. La lapide sugli usi civici che si trova in un corridoio della sede municipale a S. Marco in Lamis.Alle soglie dell'età moderna mutano i soggetti storici e una nuova e diversa vita germoglia nelle due valli di San Marco in Lamis. Partono i primi impulsi da Stignano e investono lo Starale: segno evidente che prevale ancora l'operosità religiosa. Ma questa volta - è notevole cosa - i due nuovi soggetti, per usare una trita immagine geometrica e termini di una semantica sociale odierna, ed è il caso, non scendono dal vertice ma sorgono dalla base di una piramide compiendo un lento e pacifico rivolgimento: ci riferiamo ai francescani e agli abitanti del casale. E questa volta, si chiede venia della ripetizione, necessaria per ribadire la rilevanza dei due nuovi fenomeni storici, non di mortificante crisi di decadenza si tratta, ma di febbrile crescenza. Con la loro studiata scelta negli insediamenti, i frati minori prendono stabile dimora lungo la ‘Via sacra’ che mena più agevolmente al santuario di San Michele. Gli abitanti di San Marco in Lamis, pur non avendo ancora una precisa coscienza civica della loro forza storica, avvertono l'esigenza di una loro coesione quale avvio verso un'autonomia municipale, con la conquista cioè dei diritti civici, amministrativi e infine politici. Se, però, per i frati minori, la lenta penetrazione ha inizio nel Quattrocento e dà i suoi primi esiti positivi e durevoli all'alba del Cinquecento, per la municipalità di San Marco in Lamis la lunga e oscura incubazione parte dal Mille e si afferma a metà del secolo XVI con una sua prima conquista. Il Cinquecento, infatti, registra due atti ufficiali: il riconoscimento degli usi civici agli abitanti del borgo (1537-'59) e l'insediamento dei frati francescani nel convento di San Matteo (1578) con una diversa posizione giuridica e civica di entrambi nei rapporti della badia e dei rispettivi abati commendatari. II. Primordi di autonomia comunale e di risveglio nel mondo del lavoro. Usi civici nei dintorni del castello. La raccolta, la pastorizia.Già ai primordi del Mille da parte dell'autorità amministrativa e di quella padronale, affiora una significativa preoccupazione verso il mondo del lavoro che preme irrequieto nei casali, nei campi, nei boschi, dentro e fuori i confini della badia. Sono i vassalli con vari impieghi, artigiani, contadini, pastori che esercitano legalmente o illegalmente un'attività per soddisfare cosi una loro esigenza di lavoro e di vita. Nei primi diplomi bizantini, con le concessioni fatte alla badia, vi è quasi sempre un'esplicita dichiarazione in merito. Precipuo è l'assenso dei catapani che presuppone però il relativo consenso degli abati: i ‘laborandi laborent et faciant laborari’. Si tratta di affermazioni dalle quali traspare un'evidente preoccupazione, allusiva a moti già insorti (1009), e ribadite da quasi tutti i catapani: Cristoforo (1029), Bicciano (o Boiannes o Biviano? del 1030), Argiro (1052) e infine Enrico di Monte Sant'Angelo (1095); il quale, con più esplicita ampiezza, precisa i confini della badia, riconosce ai vassalli i noti usi civici (acquatico, erbatico, legnatico), e tuttavia avverte e ammonisce gli abitanti (‘homines’) dei casali finitimi di Rignano, S. Eleuterio, Castelpagano, Sannicandro e Cagnano della loro punibilità come prescritto contro ogni loro molestia o danno. Già nel 1030 il catapano Boiannes prescriveva: ‘Iubemus ut... nec potestatem habeat infra quos prediximus terminos laborare nec facere laborari seu pascua sumere vel ligna incidere sine concordia dicti monasterii’ (d. 4). Lucera - Anfiteatro Augusteo in una foto dell'inizio del '900.Si tratta per ora di iniziative singole o di moti collettivi scomposti, non ancora coordinati con gli abitanti delle università e delle incipienti municipalità. ‘Pochi anni trascorrono; e la vicenda del Santuario - in cui si compendia quella del Gargano - si mescola e si accomuna a quella del gran moto di libertà delle città pugliesi. Un moto che si indovina, più che non si possa dir d'averne la prova effettiva: dall'insoddisfacentissimo annunzio del così detto Lupo Protospata all’a. 1009 - 'incoepta est rebellio' - agli altri pochi accenni dello stesso e dell'Anonimo barese, quel che si può evincere è che dagli ultimi anni del X secolo e sempre più ai primi dell’XI, frutto di carestie, di malgoverno, dello scontro delle fazioni (come sappiamo per Trani e per Bari), l'inquietudine si fa insurrezione, pressocché in coincidenza con l'arrivo di un catapano insolitamente energico e capace - il macedone Basilio Boiano - che, peraltro, dapprima, non giunge ad aver ragione del moto’ (Nota 31). In questi tempi e dopo, sul Gargano, per quanto riguarda i ceti popolari, rurali e servili, in lotta con quello feudale, chi scrive ha la fondata impressione che i loro moti (atti di ribellione e di invasione di terre e di pascoli), hanno una sorprendente analogia con il brigantaggio postunitario: la stessa costante pressione della necessità, la spinta impulsiva alla ribellione, la frammentarietà, la disarticolazione, la mancanza di intesa con i ceti contigui e soprattutto la carenza di una coscienza di identità, di forza sociale latente e minacciosa. Circa gli evanescenti albori di autonomia delle università, con l'embrione di una esigenza civica amministrativa più che politica, concorde è il parere storiografico che essi non si avviarono a divenire municipalità comunale per la sopraggiunta autorità accentratrice dello Stato normanno e poi di quello svevo. Italia meridionale: un oleificio (secoli XVI-XVII).Tuttavia, nonostante il consolidamento del dominio monarchico accentratore ‘anche nelle regioni meridionali si hanno segni di rinascita economica, c'è la formazione di nuovi ceti, esistono tracce di una coscienza politica in embrione’ (Nota 32). Anche a prescindere dalle repubbliche marinare nel ‘grosso blocco del Regno’, ‘una vita cittadina vi fu e sviluppatissima’ (Italia settentrionale: una fabbrica d'armi (secoli XVI-XVII).Brezzi). Accadeva però anche questo: città che godevano franchigie sia pure riconosciute dagli stessi re, dovevano difendere la loro autonomia su due fronti. Da una parte esse dovevano essere tenute in equilibrio con le esigenze e i privilegi statali e, dall'altra, difendersi dal sempre incombente pericolo dei feudatarii con aggressioni dirette o con subdole e indirette penetrazioni nel territorio. Tanto, per esempio, in Capitanata succedeva a Lucera che doveva difendersi dalla costante pressione diretta o indiretta dei feudatarii vicini e lontani. Ma nel Trecento con gli angioini e nel Quattrocento con gli aragonesi, una lenta evoluzione dei ceti urbani, rurali e servili, ora imposta pacificamente da una situazione di fatto, ora con rivolte sporadiche e non ancora articolate, mena a una mutata fenomenologia storica. Il potere centrale e quello feudale, laico e badiale, devono fare i conti con il non sempre domabile comportamento delle classi rurali. Ad Apricena nel 1306 gli abitanti, soprattutto del ceto popolare, insorgono contro il vescovo di Lucera: non intendono più riconoscere la sua autorità e quindi versare le imposte richieste. Un certo Enrico Tafuri, a capo di un folto gruppo di rivoltosi, assedia l'amministratore del vescovo e ‘riesce a far prigionieri i masnadieri che sono a guardia della terra, al grido di 'vogliamo gli omicidi che il vescovo ha con sé'’ (Nota 33). Per suo conto, sempre ai fini della autonomia, anche agli effetti giurisdizionali, nel 1310, il vescovo di Lucera riafferma un suo diritto a giudicare delle cause di adulterio (Nota 34). Il 1313, a S. Severo ‘terra soggetta all'autorità della Regina Sancia avviene un fatto gravissimo. In mezzo al popolo, racconta l'ufficiale della Regina, sono sorti improvvisamente degli audaci, i quali 'tanquam populi capita', senz'alcun rispetto delle prerogative regie, convocano a parlamento l'Università nella chiesa di S. Maria, ed ammettono a parteciparvi alcuni ecclesiastici, partecipi delle gravi discordie intestine essi stessi, e 'nemici acerrimi dell'ufficiale regio'. Il Re, secondo il solito, fulmina un editto contro i ribelli ed ordina agli ecclesiastici di non occuparsi che di cose attinenti al loro ministero’ (Nota 35). Ancora a Lucera, nel 1340, il popolo insorge a difesa dei propri diritti contro il ceto dominante. Il Capitano della città solo a stento riesce a contenere la furia della rivolta popolare. Intervenendo, il re è costretto a promettere un'equa soluzione. Lotte dunque incessanti, spesso sanguinose, per tutti su ogni fronte: per la monarchia e la feudalità, i due poli assorbenti del potere politico, per le città, i borghi e il contado; e soprattutto per le classi rurali e servili contro baroni, vescovi e abati. Se però ci fu un lento ma crescente acquisto di diritti con riconoscimento d'usi civici e di consuetudini, permasero vaghi ed indeterminati quelli politici, anzi, talora ferocemente repressi. Occorre aspettare il Settecento, quando le nuove ideologie giuridiche, politiche e sociali ebbero il loro scontro frontale, a cominciare dalla tragica esperienza della Repubblica Partenopea.
Dovunque, però, sia in terre non privilegiate sia in terre particolarmente beneficate dalla Corona, si determinano alcuni problemi complessi relativi al tormentato godimento degli usi civici e delle proprietà comuni, dove si siano formate, ed ai rapporti tra città e città, tra città e suburbio e tra Università e signori feudali sempre in agguato ai danni delle autonomie locali (Caggese).
Inoltre, con la proprietà dello Stato (demanio), con quella feudale, laica ed ecclesiastica, ‘si venne formando una proprietà collettiva delle città e dei centri minori, anche rurali. Si venne, così, sempre meglio determinando la natura giuridica dei compascua, a mano a mano che le esigenze della coltura e dell'allevamento e quelle dei migliorati rapporti tra classi feudali e classi servili resero indispensabili una più profonda revisione degli antichissimi schemi consuetudinarii’ (Nota 36).
XIII. 1378-1578. Due date, che con la loro precisa coincidenza a distanza di due secoli, appaiono sorprendenti, e, si vorrebbe dire, fatidiche. La prima segna la fine ormai inesorabile della badia, la seconda il mirabile inizo del convento francescano. Nel 1378 c'è la premessa storica, in vero, dell'inizio della fine, di un tramonto definitivo o, meglio, di un consequenziale travolgimento, di contraccolpi diretti in rapporto a quanto avveniva a Roma, ad Avignone, in Italia e in Europa. In quest'anno, {tip Da Wikipedia::Urbano VI, nato Bartolomeo Prignano (Itri, 1318 circa - Roma, 15 ottobre 1389), è stato il 202. Papa della Chiesa cattolica dal 1378 alla morte, primo italiano dopo il periodo della cattività avignonese e durante il periodo dello scisma d'Occidente.}Urbano VI{/tip}, l'8 aprile, saliva al soglio pontificio, finalmente in Roma, e a Fondi il 20 settembre saliva all'anti-soglio pontificio Clemente VII (‘questo infame onore toccò al zoppo Roberto Cardinale di Ginevra’, Muratori). Si tratta comunque di elezioni dovute a ‘motivi politici ma non cristiani’, di due personalità di forte, volitivo carattere, fornite di una eguale carica di energia esplosiva.
Papa Urbano VI in un dipinto cinquecentesco di Francesco Casolani.‘Dell'anno presente funestissima sempre fu e sarà la memoria nella Chiesa del deplorabile {tip Da storiadellachiesa.it - Tommaso di Carpegna.::[...] Nel periodo compreso tra il 1378 e il 1417 si verificò il 'Grande Scisma' o 'Scisma d’Occidente', durante il quale due (in una fase anche tre) pontefici rivendicarono contemporaneamente la propria rispettiva legittimità, trovando ciascuno largo seguito nei paesi della Cristianità occidentale. Gregorio XI, che nel 1377 aveva riportato la Sede apostolica da Avignone a Roma, morì il 23 marzo 1378. Poiché la gran parte del Sacro Collegio era composta da cardinali francesi intenzionati a riportare il papato in Francia - e poiché ad Avignone ancora permanevano molti uffici di Curia - i romani, per assicurarsi la residenza del papa a Roma, chiesero a gran voce che il nuovo pontefice fosse romano, o 'almanco' (almeno) italiano. Dietro le forti pressioni dei banderesi (i capi della Felice Società dei Balestrieri e dei Pavesati, cioè del partito popolare che governava Roma), l’8 aprile 1378 i sedici partecipanti al conclave (undici francesi, uno spagnolo e quattro italiani) elessero Bartolomeo Prignano - Urbano VI, che non era un cardinale ma l’arcivescovo di Bari. [...]}scisma{/tip}, che accadde. Attendeva il Pontefice {tip Da storiadellachiesa.it - Tommaso di Carpegna.::[...] Da allora si ebbero due 'obbedienze' e due serie continuative di pontefici, uno residente a Roma (Urbano VI, Bonifacio IX, Innocenzo VII, Gregorio XII), l’altro ad Avignone (Clemente VII, Benedetto XIII). Una prima composizione dello scisma fu tentata nel Concilio di Pisa (1409), durante il quale i padri conciliari deposero i due pontefici contrapposti e i cardinali presenti, dissidenti di entrambi gli schieramenti e chiamati “unionisti”, ne elessero un terzo, Alessandro V. Di fatto, anziché risolversi la situazione divenne ancora più complessa e le obbedienze da due divennero tre. [...]}Gregorio XI{/tip} a risarcir le Chiese di Roma divenute nido di gufi, perché abbandonate per più di settanta anni da' Cardinali, che immersi nelle delizie di Provenza niun pensiero si metteano de' loro titoli, e tutto lasciavano andare in rovina’. Urbano VI ‘era in concetto di menar vita austera, e di nudrir molto zelo per la Religione; ma non abbondava di prudenza, perché l'alterigia, e 'l credere troppo a se stesso e agli adulatori gli toglieva la mano. Dicono, ch'egli possedea gran probità e molte altre virtù; ma o di queste non aveva egli se non la superficie, o almeno scomparvero tutte, da che fu salito al Pontificato. In vece di usar l'umiltà, che sta bene anche ne' Romani Pontefici, per non dire di più - in vece di guadagnarsi almeno sui i principj l'affetto de' Cardinali, e di lavorare a poco a poco la riforma della Corte Pontificia, che veramente gran bisogno avea di correzione, cominciò egli tosto a trattar con aspre maniere que' Porporati, a detestar la loro dissolutezza, l'avarizia, la simonia, i conviti, ad esigere la residenza de' Vescovi, ed a minacciar varie novità, tutte bensì lodevoli, ma che toccavano sul vivo, chi era usato alla libertà, ed anche al libertinaggio’. Senonché, costretto a difendere il trono dalla lotta scatenata dai nemici e dagli stessi suoi maneggi politici, papa Urbano ‘trovandosi scarso di danaro, e conoscendo la necessità di averne... non lasciò indietro mezzo alcuno per raunarne alle spese della Chiesa Romana, e delle altre ancora. Perciò riservò a se stesso le rendite di tutt'i Benefizi vacanti; vendè a' Cittadini Romani assaissimi stabili, e diritti delle Chiese e de' Monisteri di Roma, con ricavar da tali alienazioni più di ottanta mila fiorini d'oro. Passando anche più innanzi, a misura de' bisogni vendè poscia, o convertì in moneta infino i Calici di oro e di argento, le Croci, le Immagini de' Santi e gli altri mobili preziosi di esse Chiese. Diede in oltre [nel dì 30 di Maggio di quest'anno] facoltà a due Cardinali di impegnare, o alienare i beni mobili e immobili delle altre Chiese, ancorché contraddicessero i Prelati, i Capitoli, ed i Titolari de' Benefizi. Poco meno faceva in Francia l'Antipapa Clemente. Tutto era bene impiegato per sostenere il loro impegno. La causa di Dio si allegava da entrambi, ma ognun tenea per consigliera anche l'ambizione’. ‘E qui cominciò a vedersi un mostruoso sconvolgimento nella Chiesa di Dio, con darsi dall'uno e dall'altro i medesimi Vescovadi e Benefizi: dal che nacquero private e pubbliche guerre e stragi. Ed i Grandi, secondoché l'ambizione o l'interesse consigliava, aderivano a chi de' due contendenti più loro offeriva, sposando ora l'uno ora l'altro partito; e prevalendo quasi sempre i cattivi sopra i buoni, e toccando le Chiese a persone indegne con sommo esterminio della disciplina Ecclesiastica tanto ne' Secolari che ne' Regolari’.
Così il Muratori (Annali 1378 e segg.) nel descrivere carattere, fatti o misfatti del papa e dell'antipapa. XIV. Roberto di Ginevra: antipapa Clemente VII. Già nel 1375 papa Gregorio XI, per averla vinta nella guerra degli Otto Santi, ‘lanciava l'interdetto su Firenze, provvide ad assoldare milizie mercenarie in Francia’ e ‘mise alla loro testa un legato che era, certo, un chierico, ma per vocazione piuttosto un capo militare, il cardinale Roberto. In Cesena dove ‘aveva messa la sua residenza il sanguinario Cardinal di Genevra Roberto’ [{tip Nota nel testo::R. Manselli, cit., pp. 1024-25.}Nota 28{/tip} - Manca nel testo originale, ndwebmaster], dal popolo in rivolta erano stati trucidati dei soldati mercenari brettoni, per la loro eccessiva prepotenza. Il Cardinale, al cui seguito erano i brettoni ammazzati, avendo richiamato le truppe inglesi da Faenza e aiutato dal condottiero {tip Da Wikipedia::Alberico da Barbiano (detto 'Il Grande') (Barbiano di Cotignola, 1349 - Cortona, 26 aprile/11 maggio 1409) è stato un condottiero italiano, celebre capitano di ventura e conte di Cunio. Lo spirito battagliero di Alberico e la potenza della sua compagnia ebbero subito una grande fama su tutta la penisola: quando le milizie mercenarie bretoni dell'Antipapa Clemente VII scesero in Italia intenzionate a deporre Papa Urbano VI, egli rispose prontamente alla chiamata di aiuto da parte del pontefice e di Caterina da Siena. Nella battaglia di Marino (1379) sconfisse le milizie bretoni e guascone comandate da Giovanni di Maléstroit, Luigi di Montjoie e Bernardo della Sala, sbaragliando le truppe avversarie in poco meno di 5 ore.}Alberico di Barbiano{/tip}, per vendetta ordinò una feroce repressione. ‘Non vi fu allora crudeltà, che non commettessero i vincitori; fecero uno universal macello di quanti vennero loro alle mani, senza risparmiare vecchi decrepiti, fanciulli, religiosi, ed anche donne pregnanti. Dalla loro sfrenata libidine niun Monistero di sacre Vergini andò esente; tutto in fine fu messo a sacco. Chiese e case. Fu creduto, che circa quattro mila persone rimanessero vittima del barbarico furore’ {tip Nota nel testo::L. A. Muratori, Annali, anno 1377.}(Nota 29){/tip}.
Nel 1378 dunque si ebbe così il triste spettacolo di due pontefici che cominciarono a scomunicarsi a vicenda e dietro i quali si vennero disponendo, in obbedienze opposte, i vari stati europei, non tanto in base a motivi di natura spirituale e religiosa, quanto di opportunità e convenienza politica (R. Manselli) ed economica.
Il Condottiero Alberico da Barbiano.Parteggiarono per Urbano VI quasi tutti gli Stati europei e quelli italiani; mentre per Clemente VII, com'era ovvio attendersi, i franco-angioini e naturalmente {tip Dalla Treccani::Giovanna I d'Angiò regina di Napoli. - (Napoli 1326 - Muro Lucano 1382). Alla morte del padre (1328) divenuta erede della Corona angioina, sposò nel 1343, Andrea, secondogenito di Caroberto d'Ungheria. Incoronata nel 1343, volle regnare da sola, rifiutando di far partecipe del regno il marito, che anzi nel castello di Aversa, il 19 sett. 1345, fu soppresso da congiurati, dei quali alcuni erano intimi della regina. Questa, placata l'opinione pubblica con la condanna di qualche complice, dopo aver amoreggiato con Roberto di Taranto, finì per sposarne il fratello Luigi (1347). Rivendicando i diritti del fratello Andrea, Luigi d'Ungheria invase il Regno per due volte, finché nel 1352 concluse una pace con Giovanna rimasta assolta nel processo tenutosi contro di lei ad Avignone. Morto Luigi di Taranto (1362), dopo pochi mesi sposò Giacomo IV di Maiorca, che però visse quasi sempre lontano. Intanto, d'accordo con Gregorio XI, Giovanna liquidava la secolare questione della Sicilia riconoscendone re legittimo Federico III d'Aragona. Di nuovo vedova nel 1375, si sposò per la quarta volta con Ottone di Brunswick, che non riuscì a evitare l'invasione del Regno da parte di Carlo (III) di Durazzo, che aveva l'appoggio di papa Urbano VI in quanto Giovanna aveva aderito all'antipapa Clemente VII. Arresasi e condotta prigioniera nel castello di Muro in Lucania, G. fu uccisa.}Giovanna{/tip}, regina del Regno di Sicilia: si dice questo per la facoltà o libertà di locazione e di vendita che Clemente VII, eletto a Fondi, si arrogò nei riguardi dei beni della badia di S. Giovanni in Lamis (d. 99). Quindi, sull'esempio di Urbano VI, e come già rilevava il Muratori, ‘poco meno faceva’ dalla Francia Clemente VII. E come Urbano VI aveva affidato a due suoi cardinali la ‘facoltà di impegnare o alienare i beni mobili ed immobili delle Chiese’, egualmente provvedeva Clemente VII da Fondi, da Napoli e da Avignone. Lasciato, però, precipitosamente il regno, su consiglio affannoso della regina Giovanna che temeva ‘anche di se stessa’ per la sollevazione del popolo napoletano contro l'antipapa, prima di imbarcarsi per Marsiglia, dove approdò fortunosamente, ebbe premura di lasciare in Italia ‘due cardinali’ al fine di ‘accudire ai suoi interessi’. È tempo quindi di riferire succintamente, sulla base di una documentazione inedita, dell'operato di Clemente VII, nei riguardi di quella che fu la badia di S. Giovanni in Lamis. Da Fondi, il 5 gennaio 1379, ‘Clemente VII [antipapa] concede a {tip Bibliothèque de l'école des Chartes, tome deuxième, Paris, 1840-1841, pgg. 564-565::[...] Ces lettres, dont la date a été sans doute mal lue ou interpolée, appartiennent évidemmnent à un autre évèque du nom de Bertrand. Or, nous en trouvons deux, auxquels on peut les rapporter: Bertrand de Raffin, évêque de Rodez depuis 1379 jusqu'en 1386, et Bertrand de Chalençon qui occupait le siège de la même ville en 1469.}Bertrando Raffin{/tip}, chierico della Camera apostolica, la facoltà di alienare sotto qualsiasi forma o di vendere a favore della Chiesa romana i possedimenti e le pertinenze ad essa spettanti, nonché le chiese e i monasteri il cui valore sia inferiore alle cento once d'oro, al fine di difendere tutti i suddetti beni dalle rapine e dai danni perpetrati dai nemici della Chiesa romana’ (d. 99). Non diversamente quindi dal decano Mattiotto, nel 1307 in gara con gli angioini, spadroneggianti ormai in Capitanata; da Giovanni XXII col suo programma interessatamente revisionistico nel 1318 e in contrasto vincente coi cistercensi di Casanova nel 1320; l'animoso e intraprendente Roberto di Ginevra, eletto papa in Fondi, si affretta a porsi in concorrenza parallela con Urbano VI nella liquidazione di beni e di feudi, ecclesiastici o meno. Nel Regno di Sicilia però, per la vendita dei beni della badia di S. Giovanni in Lamis, Clemente VII ha dalla sua parte la ‘legale’ condiscendenza dell'alleata regina Giovanna. Il convento di S. Matteo a San Marco in Lamis in una foto dei primi anni del '900.Pertanto Bertrando Raffin, vescovo eletto di Rodez, in seguito al predetto mandato, in Napoli, il 26 gennaio 1379 (d. 100), stipula un regolare contratto di vendita del casale Fazioli del monastero di S. Giovanni in Lamis, insieme con tutti i diritti e le pertinenze connessi, per 4.000 fiorini d'oro in favore dei nobili fratelli Cubello e Florio de Florio da Manfredonia già locatari dello stesso casale. Il 23 marzo (d. 101) da Fondi, Clemente VII conferma tale vendita compiuta da Bertrando Raffìn, e il 30 marzo (d. 102) ne informa l'abate e il convento di S. Giovanni in Lamis. L'atto di vendita, e quindi di vera e propria alienazione definitiva del casale Fazioli coi suoi tenimenti, può destare particolare interesse per un'eloquente premessa, fatta includere dal nunzio apostolico Bertrando Raffin, che si vorrebbe dire gratuita o per lo meno superflua in uno strumento notarile: vi è una dichiarazione di squallida miseria a cui si è ridotta la Curia e un'altra esplicitamente ideologica riferita alla ‘rovinosa calamità’ dello scisma. Parrebbe un guizzo di scrupolo che condizionerebbe questa ‘forzata’ e precipitosa alienazione di un bene badiale. Rispecchia comunque essa il particolare clima drammatico instauratosi nell'ambito della Chiesa e quella conturbante temperie determinatasi al vertice di essa dalla rivalità di due potenti ed energici avversari. Per uno sguardo più attento e diretto si riporta il brano che interessa:
Castel dell'Ovo a Napoli in una stampa ottocentesca.‘Il giorno 26 gennaio [1379] seconda indizione (cioè del papa Clemente VII), in {tip Da Wikipedia::Il castel dell'Ovo (castrum Ovi, in latino), è il castello più antico della città di Napoli ed è uno degli elementi che spiccano maggiormente nel celebre panorama del golfo. Si trova tra i quartieri di San Ferdinando e Chiaia, di fronte a via Partenope. A causa di diversi eventi che hanno in parte distrutto l'originario aspetto normanno e grazie ai successivi lavori di ricostruzione avvenuti durante il periodo angioino ed aragonese, la linea architettonica del castello mutò drasticamente fino a giungere allo stato in cui si presenta oggi.}Castel dell'Ovo{/tip} presso Napoli, noi Blasio Mordente de Dono, giudice preposto ai contratti nelle province di Terra di Lavoro, nella contea di Malio, nei principati di qua e di là delle terre di Montorio di Basilicata e Terra di Bari, Petrillo di Americo da Napoli, pubblico notaio per regale autorità in tutto il regno di Sicilia, e sottoscritti testi, per l'occasione singolarmente convocati e richiesti, rendiamo noto col presente pubblico atto e attestiamo che nel suddetto giorno siamo stati citati noi, giudice, notaio e testi, nel detto Castel dell'Ovo alla presenza del reverendo padre in Cristo don Bertrando Raffin, già arcidiacono di Rippacursia nella chiesa di Ilerda, vescovo della nostra camera apostolica eletto, come attesta, alla chiesa maggiore di Rodez, commissario e nunzio apostolico per ognuno e per tutti gli atti sottoscritti, come a noi consta dalla allegata bolla apostolica. La nostra presenza è stata espressamente richiesta tanto da parte del detto don Bertrando, quanto dal nobile{tip La famiglia De Florio è tra le più importanti di Manfredonia. Delle loro signorie, dei feudi e dei privilegi ottenuti si hanno notizie a partire dai primi anni di nascita della città avendo prestato denaro (1275) a Carlo I d’Angiò. Ruggero de Florio, generale di Pietro d’Aragona, nel 1305 riportò una strepitosa vittoria contro i Turchi. Nel 1476 un Dario de Florio viene nominato Console in Ragusa. Nel 1708 Giacomo de Florio fece costruire a proprie spese un teatro completo di sipario e scene mobili. Isabella de Florio, rimasta vedova in giovane età (1592) con i suoi beni fece erigere la chiesa di Santa Chiara adiacente al convento delle Clarisse, lei stessa divenne suora e in seguito badessa dello stesso convento. I palazzi fatti realizzare e abitati dai de Florio: l’uno rispondente tra vie Santa Chiara e corso Roma; l’altro alla omonima via de Florio e corso Manfredi.} Florio de Florio da Manfredonia{/tip}, già reginalis fructuarii prepositum, e ci siamo riuniti in una sala del detto Castel dell'Ovo in presenza di don Bertrando; è presente anche il detto Florio, sia in rappresentanza dei propri interessi che come parente o procuratore o rappresentante, come afferma, del nobile suo fratello Cubello de Florio da Manfredonia per trattare, avviare, mediare e perfezionare il sottoscritto contratto di censuazione e ogni altra cosa che segue. Lo stesso don Bertrando dinanzi a noi, mentre era presente e ascoltava il suddetto Florio, anche in rappresentanza dei sopra citati, ha affermato che la Camera apostolica si è di recente trovata in difficoltà per estrema scarsità di denaro e che la causa della santa romana madre Chiesa è agitata dagli eventi di una rovinosa calamità, soprattutto perché non pochi figli della malvagità si adoperano per introdurre, non senza grave scandalo e prevaricazione di molti, nella suddetta Chiesa romana, che è madre benefica della fede ortodossa, un'eretica divisione del cattolicesimo. Dei temerari hanno anche osato occupare chiese, provincie, terre, castelli, città e altro della Chiesa e Sede apostolica, strappando con scisma e false suggestioni gli agnelli del Signore dalle mammelle del Sommo pastore, si che il nostro santissimo padre in Cristo e clementissimo Signor nostro Clemente VII, per grazia della divina Provvidenza pontefice, preoccupato, secondo il suo pastorale e fraterno costume, del gregge a lui affidato e delle condizioni della Chiesa, ha cercato di soccorrere premurosamente, per vie opportune ed idonee, con efficaci interventi e disposizioni, i suoi viandanti e la Chiesa; ed ha posto riparo con adeguati rimedi, fra tante calamità e sovrastanti pericoli, alle turbate condizioni della Chiesa, alla religione, alla rovina degli uomini, allo scisma e al danno arrecato alla fede, dal momento che nessun'altra speranza v'era per il Signore nostro da aspettarsi dalle sostanze della Camera apostolica, ormai totalmente esausta, né, tentate tutte le vie d'uscita, si offriva alcun altro rimedio. Ha provveduto dunque il signor nostro papa Clemente, per consiglio dei vescovi reverendissimi in Cristo e dei signori nostri cardinali della santa romana Chiesa, a far fronte alle suddette necessità determinatesi nel regno di Sicilia e a trovare dappertutto denaro con concessioni, vendite, alienazioni e con la cessione in enfiteusi o con la censuazione annua, perpetua o a tempo di città, ville, castelli, rocche e di altri luoghi, oltre che di affitti, rendite e proventi di case di religiosi, anche abitate da privati, e appartenenti sia alla Chiesa romana che a qualsivoglia altra chiesa, prelato o rettore di qualsivoglia comunità, sia secolare che regolare, esenti o non esenti da gravami, a patto che dei redditi o annui proventi di una sola chiesa o monastero non si alienasse, trasferisse o cedesse, sia in enfiteusi che in censo o in altra forma, un reddito superiore al valore annuo di cento once d'oro...‘. (d. 100).
Chiesa del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.Si rileverà facilmente l'intreccio tra la preoccupazione di Roberto di Ginevra di ‘trovare dappertutto danaro’ nel regno di Sicilia e l'altra untuosa preoccupazione di coperture per la fede di quegli ‘agnelli del Signore’ allontanati per via dello scisma da quelle ‘mammelle’ alle quali egli per primo materialmente attinge. Infine, sette anni dopo, da Avignone, il 25 aprile 1386, Clemente VII concede di bel nuovo in feudo al milite capritanese, Nicola Artuère, lo stesso casale Fazioli, insieme con tutti i beni e pertinenze, con ‘la facoltà di provvedere agli abitanti del detto casale, di esercitare la giustizia e di governare secondo le disposizioni della Sede apostolica, e lo invita a prestare il dovuto giuramento di fedeltà nelle mani del suo camerario Francesco vescovo di Grenoble’ (d. 103). Nel documento si rileva l'insistenza col richiamo alla sempre appetita ‘abbacialem mensam Sancti Iohannis in Lamis’ sia pure per un annuo censo di sei fiorini d'oro: ‘Ut in proxima precedenti usque inducti castrum seu casale Faczuli ad abbacialem mensam Sancti Iohannis in Lamis ordinis sancti Benedicti Sipontine diocesis pertinens atque spectans cum districtu, territoriis et iuribus, hominibus, homagiis et vassallis, fidelitatibus quoque potestatibus, servitutibus predicti castri, nec non terris, pratis, pascuis, nemoribus, molendinis, aquis aquarumque decursibus, possessionibus, emolumentis, introitibus, fructibus, redditibus, proventibus, exitibus, sensibus quoque et aliis omnibus et singulis iuribus et pertinentiis ac dependenciis universis, que mensa predicta ibidem habet et que sunt de, in et supra castro prefato ac districtus eiusdem racione mense predicte percipi consueta et que ad mensam predictam pertinere de iure et antiqua consuetudine dinoscuntur’ (d. 103). XV. Fuoco sotto la cenere e baronia sempre appetita. Il convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis, già Abbazia di S. Giovanni in Lamis.È interessante rilevare che la formula designativa ‘conventus monasterii Sancti Iohannis in Lamis Cisterciensis ordinis Sipontine diocesis’, preliminare nelle lettere papali e in corso dal 1311 al 1371, è eliminata da Clemente VII il quale ripristina quella precedente all'unione della badia a Casanova in uso dalle origini fino al 1311: ‘Monasterii Sancti Iohannis in Lamis ordinis sancti Benedicti dicte diocesis’. Agli inizi del Quattrocento, tracce della presenza dei benedettini neri (forse ormai prevalenti su quelli cirstercensi), si potrebbero desumere dalla nomina a vescovo di Lesina di Nicola Tartaglia ‘monachorum monasterii Sancti Iohannis in Lamis Ordinis Sancti Benedicti Sipontinae diocesis’ {tip Nota nel testo::Ughelli, Italia sacra, vol. VIII, col. 311.}(Nota 30){/tip}. Ma il silenzio delle fonti, almeno per ora, non ci consente di andare oltre, né di inserire un documento irrelato in un contesto storico per quanto riguarda il secolo XV. Ma occorre a questo punto pur trarre una considerazione conclusiva. Nonostante i lunghi tempi critici, precari, di costante decadimento e i conseguenti aspetti negativi, che hanno costituito il precipuo filo conduttore di questa narrazione, nel Quattrocento, prima i benedettini e poi i francescani, quasi sotto la cenere, hanno dovuto pure mantener vivo con il fervido culto della fede, il fuoco di una vita religiosa a noi per ora occulta. E, nonostante le mulilazioni di re svevi e angioini, i soprusi e le usurpazioni di magnati e cistercensi, le vendite e alienazioni di papi e antipapi, anche la baronia doveva possedere una sua resistente e persistente vitalità, per via di una solida consistenza patrimoniale se, ancora nel Settecento, stando al già citato Cimaglia, dai suoi ‘doviziosi fondi’ si traevano ‘10.000 ducati annui’. Pertanto con ‘grande briga’ la commenda era appetita dai più illustri casati italiani: i Fortiguerra, i Carafa, i Colonna, i Farnese, i Sanseverino, i Sacchetti e i Pignatelli; e tra questi, due futuri papi: Paolo III e Innocenzo XII, un Farnese e un Pignatelli.
XI. I ‘nefandi delitti’ dell'abate Giovanni da Ponza. L'antipapa Clemente VII.Giovanni da Ponza, nuovo abate di S. Giovanni in Lamis per circa un quadriennio (gennaio 1364 - ottobre 1367), e il cardinale-guerriero Roberto di Ginevra, poi antipapa Clemente VII, sono due figure emblematiche di una determinata epoca storica; due prodotti, si potrebbe dire, creati da un tempo che diede occasione alle loro avventure. Sono il conseguente frutto del disordine e dello smarrimento che regnano al centro, nella Curia pontificia ad Avignone e a Roma, alla vigilia-preludio dello scisma d'Occidente, dove le notizie della periferia giungono in un oscuro alone di romanzo e l'emotività spinge la fantasia a decisioni precipitose. Il discusso operato dei due, presunto o reale, ha comunque inciso notevolmente sulle sorti della badia, affrettandone l'inevitabile fine. Nel triste epilogo si assiste alla paradossale concorrenza di papi e antipapi. Una frettolosa liquidazione, quasi una vendita all'asta da parte di Clemente VII, che ricorda quella disinvolta del decano Mattiotto nel 1307 e si aggancia a quella del 1318, ordinata da Giovanni XXII col suo programma revisionistico e che si concluse con il mortificante istituto degli abati commendatarii. A Matteo di Barisciano, divenuto abate di Casanova, già dimorante nel monastero di San Bartolomeo di Carpineto più che a San Giovanni in Lamis, succede il 24 gennaio 1364 (d. 90) Giovanni da Ponza della diocesi di Gaeta. Urbano V, da Avignone, nel darne come al solito comunicazione al convento, ai vassalli, allo stesso Matteo di Barisciano e alla regina Giovanna (dd. 91-94), lo presenta quale persona positivamente produttiva, come già il suo predecessore (dd. 84-90) e lo raccomanda alla loro protezione. Ma poi il papa, allarmato dalle informazioni fornitegli da alcuni monaci scappati dal convento di San Giovanni in Lamis e recatisi in udienza a Viterbo, il 1 ottobre 1367 (d. 95) ordina all'abate del monastero di Santa Maria di Casanova di rimuovere dalla carica Giovanni da Ponza e di sostituirlo con persona idonea. Vecchia stampa illustrante Avignone nel XVII secolo.Orribili le nefandezze che avrebbe commesso l'abate Giovanni, secondo i monaci informatori: dilapidatore inconsulto delle sostanze del convento; demolitore dalle fondamenta di strutture assai costose; detentore in cattività del monaco Antonio di San Marco in Lamis, poi liberato dagli amici con una grossa somma per il riscatto; mantiene a sue spese un monaco avventuriero diffamato nell'ambiente e coinvolto in molti crimini; trascura i doveri canonici; non è solito recitare l'ufficio sacro; ‘ogni giorno vende, cede, dilapida e trasferisce nelle mani dei laici i beni del monastero’ il quale cosi sconvolto ‘ha avuto un danno di circa mille fiorini d'oro’, ‘per cui se non si provvede’, monaci e conversi ‘saranno costretti a fuggire dal chiostro’; questa infine l'accusa più infamante: l'abate Giovanni è un libero concubinario con rapporti incestuosi: ‘ex quadam sua filia concubina quandam filiam procreavit et semel provocatus ad iram dictam suam concubinam, quam infra cepta dicti monasterii interdum tenere nort veretur, percussit, ex cuius percussione dicta concubina gravida, ut creàitur, abortivit’ (d. 95). Quanto il fondamento di vero di questo cumulo obbrobrioso di accuse e quanta la fervida fantasia di quei monaci recatisi a Viterbo, cosi accanitisi contro l'abate, non c'è dato verificare. Non sappiamo se l'imputato sia stato chiamato in giudizio per dire le sue ragioni a difesa e a discolpa. Né si vorrebbe pensare che data l'enormità dei delitti attribuitigli, il pontefice abbia agito emotivamente solo sulla base delle informazioni fornitegli dai frati ricorsi a lui in Viterbo. Ci sfugge la documentazione della controparte. Vero è, però, che Urbano V intima all'abate di Casanova di rimuovere sollecitamente Giovanni da Ponza, appena ascoltati i monaci di S. Giovanni: ‘Nuper ad audientiam apostolatus nostris dilectis filiis conventu monasterii Sancti Iohannis in Lamis...’. Tanto il 1 ottobre da Viterbo; ma il 20 novembre 1367 da Roma (d. 96) su insistenza del papa, Guglielmo cardinale vescovo di Sabina e Arnaldo arcivescovo di Auch, camerario del papa e del sacro collegio dei cardinali, intimano all'abate di Casanova di provvedere, entro il termine di trenta giorni, sotto pena di scomunica, alla nomina di un altro abate idoneo per il monastero di S. Giovanni in Lamis. È comunque da riflettere: possibile che un tale abate sia divenuto un mostro di delitti in poco più di tre anni; che egli avesse una concubina figlia e una nipote: si tratta di tre generazioni non riducibili ai minimi termini di tre anni; e, pertanto, non è pensabile che la Sede apostolica fosse fino a tal punto disinformata. Anzi, nella lettera di nomina del gennaio 1364, questo Giovanni da Ponza è ritenuto ‘personam utilem et etiam fructuosam cum nostris fratribus diligenter’ il papa si rivolge esplicitamente all'abate dichiarando: ‘consideratis multiplicium virtutum meritis’, ‘quibus omnibus attenta meditatione pensatis de persona tua ... providemus teque illi preficimus in abbatem’. In tale capovolgimento di situazione in un arco di tempo cosi ristretto, i presunti o reali crimini di Giovanni da Ponza, se proprio non nascondono ben altro, inducono il pensiero a oscillare tra la condanna e la semplice sospensione del giudizio. XII. Contraddizioni ed atteggiamenti della Curia avignonese. Il chiostro del monastero di S. Matteo a S. Marco in Lamis.Le confuse cognizioni che giungevano ad Avignone, su informazioni vaghe, sensazionali o pretestuosamente interessate, hanno pure avuto la loro parte nell'atteggiamento ambiguo e contraddittorio della Sede apostolica nei riguardi dei cistercensi dei due monasteri: una perdurante oscillazione con smentite e conferme, durata per quasi tutto il Trecento, a partire dalla bolla di Clemente V del 1311. Annullata l'unione-incorporazione nel 1320 con la sentenza di Guglielmo di Balaeto, era lecito aspettarsi una netta scissione di rapporti tra le due badie; ma non fu propriamente cosi. Il 28 maggio 1327 da Avignone (d. 66), rivolgendosi a Raimondo vescovo di Montecassino, Giovanni XXII scrive: ‘Il monastero di San Giovanni non a quello di Casanova ma all'ordine cistercense fu unito, come si dice apparire evidente da lettere apostoliche’; è da notare la nebulosità della locuzione latina: ‘sicut ... apparere dicitur evidenter’, che nasconde una situazione di fatto ben diversa da quella disposta da Guglielmo di Balaeto; alla quale, cosi smentendosi, si richiama precedentemente lo stesso papa nell'ordinare a Leonardo arcivescovo di Siponto il sequestro dei beni: ‘Dudum dilectus filius magister Guillelmus de Balaeto ... monasterium Sancti Iohannis in Lamis ordinis sancti Benedicti monasterio Casenove ordinis Cisterciensis Sipontine ac Pennensis diocesium minus canonice, ut dicebatur, unitum super hoc prius auctoritate nostra cognita veritate ad ius et proprietatem. Ecclesie romane per diffinitivam sententiam, ut idem magister Guillelmus asserit exigente iustitia revocavit’ (22 settembre 1321, d. 64). Nell'affidargli la commenda (7 giugno 1327) il papa cosi saluta l'arcivescovo sipontino: ‘Venerabili fratri Matteo ... administratori in spiritualibus et temporalibus monasterii Sancti Iohannis in Lamis Cistercensis, dudum sancti Benedicti ordinum, Sypontine diocesis, salutem’ (è una formula ripetuta nei dd. 68-70). Con lo stesso Giovanni XXII (14 giugno 1328) spunta questa espressione sconcertante, come di uno scemato di memoria che non ricordi i precedenti giuridici: alla morte dell'abate Matteo ‘il monastero ritorni a quello di S. Maria di Casanova, se ad esso era mai stato unito, oppure a coloro ai quali spetta di diritto’ (d. 71). La stessa furmula, ormai rituale, ribatte Clemente VI il 25 maggio 1342 nel nominare abate Guglielmo cardinale dei Quattro Santi Coronati. Il papa Innocenzo VI.Che il legame tra i due monasteri di S. Maria di Casanova e di S. Giovanni in Lamis perduri con dipendenza di quest'ultimo dal primo, quale casa madre, lo conferma Innocenzo VI (19 luglio 1353) nel comunicare a Casanova la nomina dell'abate commendatario di S. Giovanni in Lamis, Giovanni de Guisya. Gregorio XI, ultimo papa di Avignone.Infine, ancora un'ultima incongruenza. Nel nominare abate di San Giovanni in Lamis Giovanni da Ponza (24 gennaio 1364, d. 90) Urbano V fa questa gelosa precisazione, circa il diritto di nomina di ogni abate: ‘Nullus preter nos hoc vice se intromittere potuit neque potest’. Senonché proprio nella delibera di rimozione dell'abate Giovanni da Ponza, lo stesso papa e i suoi ‘vici’, pena la scomunica, ingiungono all'abate di Casanova di provvedere alla nomina di un altro abate (dd. 95-96). Tuttavia non si trattava forse di un modo qualsiasi di far cacciare le castagne dal fuoco a una terza persona: ci doveva essere qualche cosa d'altro che a noi sfugge. Ma tutto questo comportamento pendolare ed esclusivo fa supporre la pressione convergente di altri motivi o interessi. Dopo la rimozione di Giovanni da Ponza con l'ingiunzione dei due prelati, il cardinale Guglielmo e l'arcivescovo Arnaldo, non si sa chi sia stato realmente designato dall'abate Matteo di Casanova. Da Villeneuve, il 3 settembre 1371 (d. 97), Gregorio XI ordina all'arcivescovo di Siponto, Filippo Elvio, al vescovo di Troia, Nicola e all'abate del monastero di S. Maria di Ripalta di offrire la loro protezione ad Antonio abate di S. Giovanni in Lamis contro coloro che occupavano indebitamente i beni del monastero. Non c'è dato però supporre se questo abate sia quello stesso Antonio di S. Marco in Lamis, tenuto in prigione da Giovanni da Ponza e poi riscattato da alcuni suoi confratelli. Venti giorni dopo sempre da Villeneuve (d. 98), il papa concede, non si sa per quali specifici ma gravissimi motivi, ad Antonio ‘abbati monasterii Sancti Iohannis in Lamis ordinis Cistercensis’ la facoltà di ricevere dal proprio confessore l'assoluzione plenaria una sola volta ‘in articulo mortis’.
IX. Tristi vicende di una badia data in commenda. La scala che porta al deposito inferiore della Biblioteca del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.Le oscure e talora romanzesche e pietose vicende della badia continuano per oltre mezzo secolo. Appena tre mesi dopo dalla concessione in commenda sono sorte difficoltà, per dir cosi, di ordine tecnico ed economico, a seguito della disposta sentenza di Guglielmo di Balaeto e del successore Gerardo de Valle, circa i redditi del monastero da percepirsi a favore della Camera apostolica e da parte dei cistercensi che intendevano sollevare liti in merito. Esse sono state direttamente esposte dall'arcivescovo al papa, il quale prende atto della sincerità e della devozione dell'esponente, del tenore della petizione ‘per fidedignam relationem intimatam’. al fine di dirimere una eventuale lite su diritti da percepirsi da parte dei cistercensi, della Curia e dello stesso abate commendatario. Un anno dopo il papa precisa meglio i suoi intendimenti. Elevato alla porpora cardinalizia Matteo col titolo dei SS. Giovanni e Paolo e poi con quello di vescovo di Sabina, il pontefice, il 14 giugno 1328 (d. 71), conferma nella commenda il neocardinale e prescrive che alla di lui morte il monastero ritorni a chi di spettanza. Interno della chiesa di Santa Sofia a Benevento.Ma doveva essere talmente caotica la situazione circa i beni della badia che, nello stesso giorno, il 23 giugno (d. 72), su istanza dello stesso cardinale Matteo, il papa dà mandato a Giovanni vescovo di Vieste, all'abate del monastero di S. Sofia di Benevento e all'arciprete della chiesa di Foggia di svolgere un'inchiesta sulle effettive condizioni dei beni variamente contestati o usurpati da gente di ogni risma: laici, ecclesiastici e soprattutto ‘duchi, marchesi, conti, baroni, nobili e militi, communia quoque ac universitates civitatum ... , occupatores seu detentores, molestatores et iniuriatores. I suddetti prelati sono ritenuti dal papa ‘conservatores et iudices eidem cardinali’, comunque suoi amministratori fiduciari. Ciò nonostante le cose volgono sempre al peggio. Morto il cardinale commendatario, morto Giovanni XXII che aveva promosso la prima inchiesta sullo stato della badia, a dodici anni di distanza, il nuovo papa, preoccupato da una situazione divenuta rovinosamente insostenibile, promuove una nuova inchiesta. Successore di Giovanni XXII era Benedetto XII, Giacomo Fournier, monaco cistercense, ‘in tutta la sua carriera aveva mantenuto rigore e spirito monastico, una pietà sincera e profonda, una santità di vita mai messa in dubbio’ (Nota 27). Il 19 ottobre 1340 (d. 73) Benedetto XII ordina a Sasso arcivescovo di Siponto di informarlo diligentemente sulle reali condizioni della badia quando venne affidata in commenda al cardinale Matteo e su quelle successive alla morte di costui. Il papa non manca di esporre le sue preoccupazioni per le usurpazioni, per la continua diminuzione o esodo dei monaci e per lo stato di abbandono degli edifici. Nel tempo in cui il cardinale lo tenne, il monastero fuit in domibus et edifitiis suis deterioratum non modicum et in consueto monachorum, conversorum et aliorum ministrorum ipsius numero quam plurimum diminutum. Morto Benedetto XII, i monaci di San Giovanni in Lamis, a mezzo di Arnaldo di Giovanni, procuratore in Curia dell'ordine cistercense, e di Benedetto di Francesco, monaco dello stesso monastero, si rivolgono al nuovo papa Clemente VI, il benedettino Pietro Roger, esponendo l'impellente necessità di riformare il convento e di provvedere a favore di Guglielmo cardinale prete del titolo dei Quattro Santi Coronati. Si legge nel breve documento una certa trepidazoone per le squallide condizioni del convento dove il divinus cultussi era ridotto quasi ad nichilum. Con sollecita premura il papa provvede secondo i desideri della supplica, affida la commenda al predetto cardinale Guglielmo in data 25 maggio 1342 e ne dà contemporanea comunicazione al convento e ai vassalli (dd. 74-77). Senonché anche il nuovo abate commendatario, resosi conto delle tristi condizioni del monastero, informa il pontefice sulle mai fugate e moleste usurpazioni. Siamo a una terza inchiesta sui beni e sulla persistente miseranda vita del monastero: il 14 luglio 1342 Clemente VI dà mandato a Giovanni, vescovo di Avignone, a Giacomo, vescovo di S. Agata dei Goti e all'abate del monastero di S. Benedetto di Manfredonia di svolgere un'inchiesta sulle indebite appropriazioni di beni spettanti al suddetto monastero effettuate da diverse persone e di provvedere alla completa reintegrazione dei beni stessi (d. 78). Il papa ripete fil filo l'elenco di usurpatori laici ed ecclesiastici della precedente bolla di Giovanni XXII del 23 giugno 1328 (d. 72). X. Nuove nomine e nuovi soprusi. Papa Innocenzo VI.Segue un silenzio delle fonti di precisi undici anni, c'è poi solo un monotono e rituale procedimento nella nomina dei nuovi abati commendatari. Il 19 luglio 1353, da Villeneuve, Innocenzo VI, avendo il cardinale Guglielmo rinunciato alla commenda, nomina abate del monastero Giovanni de Guisya monaco di Clairvaux e, come al solito ne dà contemporanea comunicazione al convento, ai vassalli, all'abate del monastero di Casanova e ai reali di Sicilia Ludovico e Giovanna, pregando costoro di continuare a concedere al nuovo abate i loro favori con la relativa protezione (dd. 79-83). Abbazia di San Bartolomeo di Carpineto.Morto Giovanni de Guisya, il papa, il 29 febbraio 1356, da Avignone, affida la commenda al cistercense Matteo priore del monastero di S. Bartolomeo di Carpineto nella diocesi di Penne (dd. 84-86). Il 15 febbraio 1358, dimorando il nuovo abate Matteo di Barisciano (forse sempre) nel monastero di S. Bartolomeo, nomina Nicola di S. Panfilo, monaco di Casanova, e Matteo di San Marco, monaco di San Giovanni in Lamis, suoi vicarii e fiduciarii con licenza di governare le persone e di disporre e conservare i beni ‘con un'amministrazione utile e onesta’ (d. 87). È da rilevare che a cinque anni dalla nomina dell'abate Matteo di Barisciano, il 15 marzo 1361 (d. 88) da Napoli, il principe Filippo di Taranto, conte di Acerra, e la moglie Maria contessa d'Alba, figlia del duca di Calabria, prendono sotto la loro protezione e difesa l'abate con tutte le connesse pertinenze, nonché i possedimenti, i diritti e i redditi del monastero esistenti nel Regno di Sicilia. È una protezione che dava ombra o semplicemente richiesta dalla necessità? È un fatto che l'assillo per i soprusi e le preoccupazioni pungentemente persiste. Ancora due anni dopo l'abate e i monaci della badia sono costretti a rivolgersi al papa: il 5 marzo 1363 da Avignone Urbano V ordina a [Marino Ramamondo], arcivescovo di Siponto, ad Andrea, vescovo di Lesina e a Matteo, vescovo di Civitate, di offrire protezioni all'abate e al convento contro coloro che ne occupavano indebitamente i beni.
VII. Considerazioni su una sentenza comunque irrevocata. Veduta di Roma nel XV secolo.Che Guglielmo di Balaeto avesse le sue buone ragioni per raggiungere gli scopi con le conseguenze desiderate, non lo si può negare. Si possono ammettere l'occulta manovra dei cistercensi, durata per più di un triennio (dal 1307 al 1310) e la loro sempre più arrogante pressione fino al ricorso a mezzi violenti nel possesso della badia. Si stenta solo a credere che di tanto ‘rumore’ nulla giungesse nelle alte sfere pontificie per più di un decennio. Eppure lo stesso nunzio si rifa sempre alla ‘vox et fama publica’ quando accusa i cistercensi di tante malefatte. Un'occupazione armata, anche per quei tempi, doveva avere la sua innegabile risonanza fino a Napoli, fino ad Avignone. Si può anche ammettere che il vescovo di Civitate abbia ceduto a un atto di corruzione (‘recepta certa pecunia quantitate vel expensa’). Il possibile complotto del 1307 è avvenuto a Ripalta nei pressi di Civitate e l'inchiesta venalmente condotta presumibilmente a tavolino al più in un sol giorno: ‘Fecit ipsam inquisitionem longe a dieta monasterio Sancti Iohannis per unam dietam vel plus, cum testibus et personis, qui statum eiusdem monasterii ignorabant’ (d. 55), così afferma il nunzio. Anche da parte nostra si è accennato all'impressione che si ricava dalla lettura della relazione del vescovo al papa: di qualche cosa di precostituito, dove la tematica dei quesiti posti ai testimoni risponde alla linea dei desideri già impliciti nelle domande dell'inquirente. Ma al di là della credibilità dei testimoni pilotati dal vescovo, rimane anche l'innegabile situazione di estrema angustia della badia rilevabile da più fonti. Non si può presumere che si potesse impunemente accusare di soprusi magnati, potenti e membri della famiglia reale. Ruderi dell'Abbazia cistercense di Ripalta.Usurpazioni e predonerie si sono verificate prima e anche dopo la sentenza, come poi riconoscerà lo stesso papa e si vedrà in seguito, dopo il sequestro dei beni. Ma la credibilità delle indagini del vescovo di Civitate è confermata per altra via dallo stesso papa, il quale nella sua nota bolla afferma tra l'altro: ‘Noi affidammo a viva voce al nostro diletto figlio Guglielmo di San Nicola in Carcere Tugliano, diacono cardinale, il compito di condurre egli stesso un'altra inchiesta sulla vicenda e di riferire cosa avesse accertato sui fatti predetti’. Pertanto ‘a seguito dell'inchiesta del vescovo di Civitate e sulla base della relazione dello stesso cardinale, a noi consta dunque che tutto ciò che ci era stato riferito dall'abate e dai frati del predetto monastero di San Giovanni risulta vero’. Tanto ribadisce lo stesso papa da Avignone il 20 febbraio 1311 quando dà mandato ad Aimardo vescovo di Salpi, a Landolfo vescovo eletto di Bari e all'abate del monastero di Ripalta di immettere i cistercensi di Casanova nel possesso della badia. Ma di queste dichiarazioni della bolla clementina, del relativo mandato papale (dd. 41 e 42) e della segnalazione in merito fatta dallo stesso procuratore di Casanova nella lunga relazione cronologica del processo e poi nella sentenza, entrambe redatte dal giudice, nessuna traccia. Il nunzio apostolico sembra ignorare quest'altra inchiesta promossa da Clemente V e condotta dal cardinale Guglielmo di San Nicola. Pur col dovuto riconoscimento di crismi canonici, di diritti acquisiti in una specifica temperie storica, il lettore odierno non può non rilevare la particolare situazione che il nunzio apostolico è a un tempo giudice e parte in causa: lo stesso procuratore di Casanova avanza riserve sulla competenza del giudice (d. 55), ma questi pone alla frusta i cistercensi nell'affannosa ricerca di documentazione e di testimoni. Mentre i nomi di questi ultimi sono tutti rilevabili dalle carte del processo, mai un nome dei quaranta testimoni a carico prodotti dal nunzio. Anche se sotto sigillo, le deposizioni raccolte nel duomo di Lucera dal primicerio di Benevento Iacobo Manto e dall'arcidiacono di Troia Geraldo de Vitrinis esibite allo stesso procuratore dei cistercensi, risultano anonime. Insomma, il nunzio-giudice si appella sempre genericamente alla solita ‘vox et fama publica’, la stessa fonte contestata a cui si riferiva il ‘corrotto’ e smentito vescovo di Civitate. Emerge dagli atti processuali che l'antico abate Giovanni da Modena era ritenuto ancora vivo al tempo del processo, come afferma il procuratore casanovese; ma non risulta citato e presente al processo. Era forse un testimone scomodo per entrambe le parti: era stato tenuto in cattività dai cistercensi e grave poteva essere la sua deposizione, ma d'altra parte poteva anche avanzare al nunzio diritti di legittimo ripristino nel possesso del suo monastero. Tanto non è avvenuto e la cauzione versata agli Acciaioli di Barletta è invece passata alla Curia pontificia. Abbazia di Ripalta di Puglia. Capitello della chiesa.Inoltre, è interessante rilevare questa significativa dichiarazione più volte ripetuta al nunzio: ‘Ci era stato raccomandato di procedere in un'inchiesta di tal genere, rapidamente, con discrezione e senza formale giudizio’ (‘Quod procederemus in huiusmodi negotiis simpliciter et de plano absque strepitu indicii et figura’ (d. 56). Questa dichiarazione può avallare il sospetto di chi sa di compiere un atto di arbitrio e intende procedere al coperto nel condurre un processo puramente formale. A leggere infine i motivi per cui il nunzio-giudice non intende inoltrare qualsiasi appello, minacciato e richiesto dal procuratore di Casanova, si noteranno certe ripetute circonlocuzioni. La tortuosità del linguaggio desta il sospetto che il nunzio non è convito di agire linearmente, donde una certa acrobazia di stilemi e una semantica sfumata, quando appunto si crede di toccare i nodi giuridici della questione. Pare però superfluo insistere sul modo di dire del nunzio, quando invece occorre volgere l'attenzione al suo modo di fare, in esecuzione di un preciso e predeterminato disegno avignonese, il cui fine va inesorabilmente oltre l'azione contingente dei nunzi delegati. La ferrea logica degli eventi è imposta dalla volontà e dalla legge del più forte. La prepotenza del meno potente (in questo caso dell'abate cistercense) è pretesto da parte del più potente. Nella prima metà del 1323 Guglielmo di Balaeto muore; il suo successore persegue decisamente la volontà che gli viene dall'alto. Pare un giuoco fra gatto e topo. Nel giro di un anno (1327-28) i due monasteri di San Giovanni in Lamis e di Casanova (rimosso l'abate di quest'ultimo e accusato di eresia) sono affidati in commenda a fiduciari di Giovanni XXII. Nel 1220, per motivi accentratori, Federico II a Capua rivede tutti i diplomi di concessione a feudatari laici ed ecclesiastici. Non diversamente circa un secolo dopo, nel 1318 Giovanni XXII affida a Guglielmo di Balaeto la revisione generale di tutti i beni ecclesiastici nel Regno. Per tale mandato, le nostre due badie in meno di un decennio perdono autonomia, diritti e privilegi. Nei due casi trionfa la volontà del più forte nell'imporre le sue ragioni. VIII. Conseguenze funeste di una sentenza. L'Abbazia di Montevergine in una illustrazione del 1838.Nonostante il diniego del nunzio apostolico di inoltrare il loro appello al potenfice in Avignone, i cistercensi dei due conventi non si danno per vinti. A due mesi di distanza dalla sentenza, il 19 settembre 1320 (dd. 57-58), i due abati, per mezzo dello stesso procuratore Iacopo preposito di San Niccolò di Vicoli, si rivolgono direttamente al papa. Sei mesi dopo (d. 59), a mezzo di un loro nuovo procuratore Guglielmo di Atri, insistono nella richiesta di revisione del processo. Supplicano il pontefice perché si degni di citare in giudizio Guglielmo di Balaeto, il quale ‘pro suo procedens arbitrio voluntatis per suam difinitivam sententiam declarasse dicitur dictas incorporationem et subiectionem dicti monasteri Sancti Iohannis non valere’ (d. 59). Contro ‘l'iniqua sentenza’, rivolgendosi direttamente al papa, nella sua perorazione, il procuratore conclude: Non obstante quod dicte cause seu cause non sint de sui natura in Curia romana tractantes cum congruentius videatur pro eo quod agitur de incorporatione predicta facta per felicis recordationis dominum Clementem predecessorem vestrum id examinari in Curia vestre Sanctitatis quam alibi et potissime cum per audientiam vestram contra officiales vestros et eius processus extra curiam lictere alique minime concedantur (d. 59, p. 307). Giovanni XXII accoglie l'appello e incarica della questione Giovanni d'Arpadelle, canonico di Parigi, suo cappellano, uditore specialiter deputato delle cause del ‘sacro palazzo’. A sua volta Giovanni d'Arpadelle autorizza l'arcidiacono di Penne, Ruggero arciprete di Santa Maria di Vasto, e Giovanni di Celeria, arciprete di S. Maria Venacquosa, di citare in giudizio Guglielmo di Balaeto. Pertanto, il 7 maggio 1321, da Napoli (d. 61) il predetto Giovanni di Celeria, come da mandato ricevuto, cita dinanzi al potenfice in Avignone per il 1 ottobre (o il 2 se festivo il primo giorno) Guglielmo di Balaeto. Nulla si sa dello svolgimento della causa. Indirettamente si apprende che l'esito fu negativo per i cistercensi, ritenuto dallo stesso papa privo di fondamento giuridico il loro appello. Ma conta rilevare che ancor prima della data proposta per la discussione dell'appello, come sappiamo, il 17 giugno 1321 (d. 63), da Avignone il papa, convinto delle ragioni esposte dal suo nunzio apostolico circa l'annullamento dell'unione dei due monasteri, e come egli stesso dichiara agli Acciaioli in Firenze, aveva già provveduto a riscuotere quella somma cauzionale versata dall'abate Giovanni da Modena tenuto in cattività dai cistercensi. Inoltre, sempre prima del 2 ottobre, nell'inesorabile successione degli eventi, conseguenti alla sentenza di Guglielmo di Balaeto, il 22 settembre 1321 da Avignone (d. 64) Giovanni XXII, ‘non obstante quod abbas monasterii Casenove ac Iohannes de Offania (sic) ... appellarunt’, ordina a [Leonardo Mancino], arcivescovo di Siponto, di procedere al sequestro dei beni del monastero di San Giovanni in Lamis e di lasciare una congrua parte di essi per il sostentamento del sedicente abate, degli altri frati e inservienti. Respinto comunque l'appello, il papa, dopo la morte di Guglielmo di Balaeto, il 13 agosto 1323, da Avignone (d. 65), rivolgendosi al successore Geraldo de Valle, rettore della Campagna e della Marittima, ribadisce l'ordine del sequestro dei beni del monastero. San Ludovico da Tolosa incorona Roberto d’Angiò, 1317. Pala di Simone Martini - Napoli, Museo di CapodimonteSenonché a smentire Guglielmo di Balaeto sulla floridezza, l'efficienza e la sicurezza della badia, anche dopo la sua sentenza che invalidava l'unione dei due monasteri, le usurpazioni dei nobilotti locali continuano a danno del monastero, dilagando nei suoi tenimenti. Di Carlo e di Bernardo di Raiano, signori di Rignano, che si erano impossessati della terra di San Marco in Lamis, si è già detto, ma il sequestro ordinato dal papa fu un gesto di tale gravità da paralizzare l'intera vita dei casali con gravi conseguenze per i vassalli. Conscio della gravità della situazione, il 28 maggio 1327 (d. 66) da Avignone, Giovanni XXII ordina a Raimondo vescovo di Montecassino di procedere alla revoca del sequestro dei beni. Suo malgrado, egli è costretto ad ammettere: ‘Quodque occasione dicti sequestri dictum monasterium Sancti Iohannis destructioni exponitur et quoddam casale ipsius iam totaliter est destructum et ab habitatoribus derelictum eo quod dicti habitatores oppressionibus et violenciis circumvicinorum nobilium et potentum sublato eis auxilio dictorum abbatis et conventus dicti monasterii Sancti Iohannis non poterant resistere per se ipsos’ (d. 66). Senonché, non sappiamo se dovuta a un'improvvisa o meditata decisione, quasi contemporaneamente, il 7 giugno 1327 sempre da Avignone (d. 67), Giovanni XXII, con decisione gravida di definitive conseguenze, affida in commenda la cura e l'amministrazione del monastero a Matteo Orsini già vescovo di Agrigento, da poco eletto arcivescovo di Siponto. In pari data, il papa si premura di notificare la sua decisione al convento di S. Giovanni in Lamis (d. 68) e ai vassalli del monastero (d. 69). Scopo espresso del papa è la speranza che ‘con i superni favori’ le sorti del monastero ‘spiritualiter et temporaliter valeant reflorere’ (d. 67). In verità ha così inizio la triste e plurisecolare serie degli abati commendatarii. È così decretata la fine di una gloriosa badia: non rimangono pertanto che il lungo rimpianto dei locali nati all'ombra del monastero e questi frammentari ricordi storici, laboriosamente ricostruiti in un tessuto narrativo; in verità questo della commenda fu un istituto di per sé costituzionalmente patologico e giammai fisiologico come era nelle dubbie giustificazioni di Giovanni XXII (Nota 26).
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