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Intervento letto a Monte Sant'Angelo il 28 novembre 2010 in occasione della Bitrel
I pellegrinaggi ai santuari garganici a rischio di secolarizzazione
Si tratta di un complesso di santuari, organicamente strutturato, che ha pochi riscontri in Italia.
La storia ci parla di una frequentazione ininterrotta di oltre 1500 anni. Ciò fa di questo tratto della Via Francigena un caso unico fra tutti i percorsi devoti che in Italia portano questo nome.
Nelle altre regioni d'Italia, infatti, questa via era, fino a non molto tempo fa, un retaggio definitivamente consegnato al passato, un rudere da riscoprire con l'apporto di studiosi e di specialisti e da rivitalizzare per le sue valenze culturali, turistiche e, dove era possibile, anche religiose, cosa che è stata fatta alla grande.
Al contrario, questo nostro tratto garganico della Via Francigena non è stato mai riscoperto semplicemente perché non è mai stato coperto dall'incuria né dimenticato per il non uso. Si è solo evoluto seguendo le naturali trasformazioni ambientali e i cambiamenti generali del comportamento religioso. Fino alla metà del sec. XX i pellegrini venivano a piedi o a bordo di carretti; poi è cominciata la motorizzazione col relativo decadimento di taluni aspetti importanti del pellegrinaggio, col facile cedimento alla rapidità, all'efficienza ecc.
Da queste parti il flusso dei pellegrini è un fatto naturale, come il succedersi delle stagioni. Il pellegrinaggio a S. Michele e, oggi, quello alla Tomba di Padre Pio è un avvenimento legato all'ordinarietà della vita delle famiglie e dei gruppi sociali. Questo aspetto notava da par suo, già alla fine del sec. XIX, il francese Emile Bertaux nelle sue peregrinazioni di grande storico dell'arte dell'Italia meridionale.
Come spesso accade con le cose usuali della vita, non facciamo più conto dell'importanza che i percorsi devoti del nostro territorio hanno nell'economia generale degli scambi religiosi e culturali.
Gli stessi fatti storici accaduti nei suoi punti più importanti, veri emblemi della centralità assunta dal Gargano da 1500 anni nella storia della devozione e della pietà popolare nell'Italia Meridionale, sono caduti in oblio. Così abbiamo dimenticato le incursione saracene, le ruberie aragonesi del sec. XV e quelle francesi della fine del sec. XVIII perpetrate ai danni della Celeste Basilica; abbiamo dimenticato che nella Grotta dell'Arcangelo Michele, nel 1016 l'incontro tra Melo da Bari ed un gruppo di pellegrini normanni fu probabilmente l'atto determinante della fondazione del Regno di Napoli. A mala pena riusciamo a ricordare il nome di Bianca Lancia, la sfortunata madre di Manfredi, relegata nel castello di Monte S. Angelo.
Il nome stesso di Via Francigena era sparito dalla nostra mente, sostituito da un fantasioso quanto improbabile "Via Sacra Langobardorum". Il nome di Via Francesca ricomparve, non più di 30 anni fa, studiando la superstite documentazione relativa alla storia alto medievale dell'Abbazia benedettina di S. Giovanni in Lamis, l'attuale convento di S. Matteo in cui ho il piacere di vivere. Per la prima volta questo nome è riportato in un documento bizantino del 1007 come un elemento identificativo dei confini dei possedimenti dell'abbazia. Si può credere, quindi, che fosse un elemento da tutti conosciuto e di facile identificazione, per cui si può pensare che la sua esistenza sia ascrivibile a tempi molto anteriori al citato anno 1007.
Oggi il percorso dei santuari garganici è più ricco e importante. La figura dolcissima di Padre Pio, che molti di noi hanno conosciuto personalmente, ha ridato vita e consistenza religiosa al pellegrinaggio. La sua presenza nella vita delle chiese e delle famiglie ha unito nella preghiera una folla sconfinata proveniente da tutte la parti del mondo. Intorno alla figura di Padre Pio la centralità religiosa del Gargano non è limitata solo all'Italia Meridionale ma riguarda tutto il mondo cattolico.
Negli ultimi anni va riprendendo anche la pratica dei pellegrinaggi a piedi. Questa pratica, per la vertità, non è mai cessata del tutto. Infatti, anche se fortemente ridimensionati, continuano i pellegrinaggi a piedi provenienti dall'Abruzzo, in particolare San Salvo, Vasto e altre città. Oggi queste comitive, in genere, iniziano il loro percorso a piedi dal Santuario di Stignano. Visitano i Santuari del Gargano e l'Incoronata di Foggia. Alcuni proseguono, sempre a piedi, fino al Santuario di S. Nicola a Bari. Mi preme ricordare anche il pellegrinaggio annuale di San Marco in Lamis alla Basilica di San Michele..
Sono ripresi ugualmente i pellegrinaggi a piedi provenienti dall'estero. Nel nostro convento di S. Matteo abitualmente ospitiamo molte piccole comitive provenienti dalla Francia, dalla Germania, dalla Spagna. A volte le comitive sono più consistenti, come il gruppo di oltre venti giovanissimi spagnoli che qualche anno fa fecero a piedi tutto l'itinerario da Roma a S. Giovanni Rotondo. Dobbiamo aggiungere che questi gruppi provenienti dall'estero vivono il loro pellegrinaggio secondo un modello per noi del tutto inusitato: non portano con sé alcuna risorsa, né in denaro, né in natura; si nutrono di quel che gli vien donato dai preti a cui chiedono ospitalità, e dalle anime buone che incontrano; dormono dove possono e si lavano quando possono.
Guardato, quindi, nella sua fredda consistenza storica, questo tratto finale della Via Francigena, non ha bisogno né di essere riscoperto, né rivitalizzato.
Bisogna ringraziare gli organizzatori di questa Borsa del Turismo Religioso, come tutti quelli che si interessano a diverso titolo dell'argomento, per lo sforzo che fanno di ricollegare quest'ultimo tratto col resto delle vie Francigene d'Italia, prima di tutte quella che attraverso la Via Appia-Traiana ci porta a Roma.
Vorrei, a questo punto, proporre dei pensieri.
Parlando per paradossi: se da Roma eliminassimo i pellegrini, il danno sarebbe certamente grande. Roma, tuttavia, sopravviverebbe per la grandezza e l'importanza degli altri suoi richiami storici, culturali, economici, politici, religiosi ecc.
Se, invece, dal Gargano meridionale eliminassimo i pellegrini, aboliremmo la ragion d'essere della stessa gente garganica. Non c'è nulla, infatti, nel versante meridionale del Gargano, sia di realtà religiose che civili, che non sia stato originato dai pellegrini o che non abbia usufruito del loro determinante contributo. Qui i pellegrini sono l'elemento fondante e, in qualche maniera lo sono ancora.
Voglio dire che è certo ottimo allargare il fenomeno dell'itineranza, religiosa, turistica o di altro tipo, nelle nostre plaghe; ma, nello stesso tempo, è essenziale che le cure maggiori vadano, in pari tempo, riservate all'esistente. Ci sono motivi molto semplici alla base di questa esigenza.
Una delle caratteristiche dei pellegrini che salgono ai Santuari garganici, comune peraltro a tutti i pellegrini in genere, è che il pellegrinaggio viene deciso nell'ambito di una progettazione familiare. Altri pellegrinaggi nascono nell'ambito delle normali attività spirituali di gruppi ecclesiali come momenti forti di recollezione, di approfondimento e verifica della vita spirituale. I pellegrini, quindi, esprimono una forte e vitale coesione interna che si proietta nel futuro come esigenza di perpetuare un rapporto privilegiato con i santuari del Gargano.
D'altra parte questo rapporto del pellegrino col nostro territorio si fonda sulle stabili e inalienabili realtà dei Santuari. I Santuari, quindi, vanno protetti e garantiti come un capitale che, lungi dal degradarsi, si rivaluta e cresce giorno dopo giorno. E qui vorrei far riferimento anche alle grandi capacità culturali dei Santuari, alle loro collezioni d'arte e di beni culturali, tutte cose che restano in gran parte inespresse se manca una volontà di collaborazione e di operare giusti investimenti che apporterebbero grandi benefici non tanto ai Santuari stessi, quanto al territorio su cui insistono.
Vorrei, poi, dire che i nostri santuari si inscrivono in un quadro storico-religioso di grande varietà e importanza, pieno di personaggi che qui son venuti in devoto pellegrinaggio. Chi non ricorda gli imperatori Enrico il Santo e Ottone III, il papa Alessandro III; S. Francesco d'Assisi, S. Vincenzo Ferrer, S. Gerardo Maiella, di S. Alfonso De Liguori e molti altri?. Molte di queste figure hanno lasciato su queste rupi ricordi importanti, poi ci sono le case religiose soprattutto francescane che testimoniano come questa montagna sia ancora fonte di ispirazione mistica e luogo di contemplazione nel ricordo di S. Francesco d'Assisi, che i nostri confratelli conventuali ricordano nel loro convento, e di S. Giovanni da Matera dell'abbazia di Pulsano.
Termino con un'ultima nota su una realtà sconosciuta ai più, ma che a molti pare determinante per la giusta percezione del pellegrinaggio garganico e fortemente interessante dal punto di vista politico-amministrativo.
I Santuari, dai pellegrini antichi, diretti solo alla Grotta dell'Arcangelo Michele, non erano intesi come delle realtà singole e slegate fra loro; ma, come grani dell'unico rosario. L'intero percorso da alcuni rituali di pellegrinaggio di origine molisana era chiamato con una espressione di difficile interpretazione il rito santuario o semplicemente il santuario, un unico santuario di cui la Grotta di S. Michele era il punto culminante. Nell'ambito di questo rito santuario la comunità dei pellegrini cresce nella fede e nella carità sulla scorta delle varie figure di santi che via via illuminano il suo cammino: la Madonna di Stignano è la stella che indica il cammino, S. Matteo propone la parola di Dio come unico criterio di vita, S. Michele Arcangelo guida il pellegrino nei pericolosi meandri della storia fino alla casa di Dio, rappresentata dalla grande Grotta dell'Angelo; la Madonna Incoronata di Foggia è la porta della speranza attraverso cui il pellegrino attraversando i verdi prati del Tavoliere avanza fiducioso versola sua vita ordinaria. I Santuari, nella specifica varietà delle storie e dei richiami spirituali sono fortemente integrati fra loro, atti a rappresentare la totalità dei bisogni spirituali.
Sarebbe bello, permettetemi di dirlo, se le autorità preposte, chierici e laici che siano, messi da parte i piccoli interessi di campanile, guardassero nei loro progetti con gli occhi limpidi dei pellegrini che non vedono confini di parrocchie o di comuni ma solo un grande rito santuario.
p. Mario Villani ofm
Monte Sant'Angelo 28 novembre 2010
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Il Gargano come monte di Dio
Questo fecondo Promontorio apulo fu chiamato Monte Gargano sino all'anno del Signore 492. Da quell'anno in poi appellassi Montagna dell'Angelo per la miracolosa apparizione del Glorioso S. Michele Arcangelo in una spelonca sita nell'erto di esso Gargano.

Con le apparizioni di San Michele, alla fine del sec. V sui dirupi e nelle valli del Gargano meridionale si è sviluppata una devozione specifica che, tenendo sempre presente la centralità del santuario michaelico in cima alla montagna, si esprime, altresì, in modo variegato nella forma e nel linguaggio utilizzando tutti gli elementi teologici e antropologici a cui la complessa morfologia della montagna continuamente rimanda. Non credo si vada molto lontano dalla realtà affermando che il Gargano ha una naturale vocazione ad essere un santuario.
Marcello Cavaglieri, nel suo Pellegrino al Gargano, con seicentesco ardimento, afferma che la montagna stessa, nella sua lunga storia si è adattata a ricovero della religione:
Dico bene, che contemplando un grandissimo sasso in giro a modo di Chiostro naturalmente formato, mi pare di poter dire che la natura contribuisse le più dure viscere in ricovero della Religione, allorché, per non essere mondana, fuggendo a tutta carriera il Mondo, elesse per asilo il Gargano.
P. Marcello Cavaglieri, che scriveva nel 1680, si riferiva alla centralità religiosa del Gargano evidenziata nella storia dei grandi Ordini Religiosi, soprattutto dei Benedettini e dei Francescani. I Benedettini sono stati presenti nella storia garganica con i grandi monasteri di San Giovanni in Lamis, Monte Sacro, Pulsano, con la famiglia Celestina e con una miriade di insediamenti minori, di eremi. I Francescani, i cui primi conventi sul Gargano risalgono alla prima metà del sec. XIII, hanno tuttora nel Gargano uno dei loro centri spirituali.
E' proprio la particolare frequentazione religiosa del Gargano che induce il domenicano P. Marcello Cavaglieri a dare qualche indicazione sulla problematica teologica riguardante il Sacro Monte del Gargano e a ipotizzare che le apparizioni di San Michele sul Gargano siano da interpretarsi come funzionali alla realizzazione del progetto di salvezza di Dio a favore dell'uomo. Il Gargano, secondo il pensiero del Cavaglieri, non inizia ad esistere dal punto di vista religioso con San Michele: già prima delle apparizioni di San Michele, infatti, il Gargano fu consacrato, per il bene degli uomini, da una speciale presenza di Dio. Il Gargano, nella visione di Marcello Cavaglieri, è una icona del cammino dell'uomo verso Dio. Lasciandosi guidare dalla Sacra Scrittura, dice che Dio l'ha creato alto e solitario perché gli uomini da qualsiasi luogo della terra, potessero guardare con facilità la casa di Dio come dice il Salmo 90: Altissimum posuisti refugium tuum, hai posto la tua casa di Dio nelle altezze. L'uomo, degradato dalla colpa e dagli eventi, può esser redento solo in un itinerario di conversione che è simboleggiato dal cammino faticoso verso verso la casa di Dio: Levavi oculos meos in Montes, vale a dire il monte del Gargano, unde veniet auxilium mihi, ho alzato gli occhi al monte da dove mi verrà l'aiuto (Ps. 120).
Unicità del percorso, il rosario dei santuari
L'attenzione per il percorso e per la meta è prevalente sulla imponente personalità di San Michele presentato come servo di Dio mandato a servire altri servi di Dio.
La montagna del Gargano è una parabola della vita dell'uomo. Che sia credente o non credente, ogni uomo ha le sue montagne da scalare, le sue difficoltà da superare, le sue guide da cui farsi assistere, la sua meta da raggiungere.
Questa visione del Gargano è sostanzialmente presente nei vari Rituali di pellegrinaggio tutti risalenti ad epoche anteriori al sec. XX. E' un genere letterario a cui da qualche anno si dedica una particolare attenzione. Tali compilazioni hanno la funzione di guidare i pellegrini lungo tutto l'arco del pellegrinaggio fatto interamente a piedi. I pellegrinaggi molisani e abruzzesi, ma anche della Terra di Bari, sono minuziosamente seguiti in tutte le loro fasi. L'intero percorso, che può impiegare tre giorni come nel caso dei pellegrini di San Marco in Lamis, oppure otto giorni come per i pellegrini molisani, chiude in ampio cerchio una serie di santuari che scandiscono, dandone fisicità geografica, un cammino spirituale rigoroso e consequenziale la cui intenzione esplicita è di attuare, oltre che rappresentare, l'itinerario spirituale della conversione.
L'intero percorso è percepito come un unico grande santuario di cui la grotta di San Michele è il momento culminante. Il cammino si articola in poco più di cento chilometri. Dal santuario di Stignano, posto alle falde occidentali della montagna, si prosegue per le valli del Gargano meridionale con le visite al santuario di San Matteo a San Marco in Lamis fino alla Grotta dell'Arcangelo a Monte Sant'Angelo. Si scende, passando per Pulsano, a Manfredonia fino a San Leonardo di Siponto e si arriva al santuario dell'Incoronata presso Foggia. La specificità storica e spirituale dei singoli santuari viene vissuta in rapporto all'interezza del percorso come la realizzazione in fasi successive di un unico progetto. Più che a quello di San Michele, il pellegrinaggio è diretto verso il santuario del Gargano identificato dalla tradizione come la montagna dell'Angelo.
Pellegrinaggio e identità del territorio
Per quanto riguarda il nostro Gargano, molte cose sono ritenute notissime pur continuando ad essere sostanzialmente ignorate. Una di queste è proprio la dimensione religiosa intesa sia nel suo aspetto sistematico che in quello storico, che va ben oltre gli angusti limiti regionalistici e nazionali. Oggi, purtroppo, sempre più spesso la identità religiosa del Gargano viene localizzata con molta leggerezza nella sola persona di San Pio da Pietrelcina, come se P. Pio fosse figlio del caso e non, invece, un anello importante di un lungo svolgersi storico e spirituale che affonda le sue radici in oltre quindici secoli e che, ancora oggi, proprio con P. Pio, mostra di essere vivo e vitale.
La riscoperta più analitica e convincente del Gargano come montagna sacra e come complesso articolato di santuari, ci porterebbe ad individuare alcune piste di ricerca per preservare quel che resta dalle spinte mercantili o più semplicemente dalla sciatteria suicida delle visioni riduttive e dei piccoli interessi.
La prima pista da percorrere potrebbe essere la ricostituzione, in tutta la sua interezza, del percorso devoto secondo lo schema che secoli di pellegrinaggi hanno sancito. Già dieci secoli fa i pellegrini, partendo dalle caratteristiche religiose del Gargano, avevano percepito i singoli santuari che insistono tuttora sull'antica Via Francesca, da Santa Maria di Stignano all'Incoronata di Foggia, come anelli di una unica catena e tappe di un unico percorso. Il recupero di questo concetto sarebbe auspicabile per i suoi contenuti religiosi, ma anche per le molteplici ipotesi di valorizzazione delle potenzialità culturali di cui il percorso è disseminato. Penso che lo storico ruolo religioso del Gargano debba svilupparsi in una più convinta opera di recupero dei beni culturali intesi non solo come la stratificazione del vivere, ma anche come significative testimonianze di oltre mille e cinquecento anni di frequentazione devota. Non solo i monasteri attivi e quelli ormai ruderi, ma anche tutta la ricchezza di ex voto, di suppellettili, di opere d'arte che i pellegrini, i membri dei vari Ordini Religiosi e la pietà popolare hanno prodotto e donato alla comunità. In questi ultimi anni si è notato con soddisfazione l'impegno della Comunità Montana del Gargano e dell'Ente Parco Nazionale. Il recupero dell'Abbazia di Pulsano e il ripristino della sua comunità religiosa è un vanto delle nostre popolazioni e degli Enti pubblici che l'hanno sostenuto.
La seconda pista da percorrere è quella che porta a un più intimo e corretto rapporto dei pellegrini, e dei turisti in generale, con la natura garganica. Certamente è vero che questo rapporto, spontaneo e naturale per i pellegrini antichi, oggi è diventato diffìcile. Dobbiamo tuttavia tener conto che la maggior parte dei santuari garganici sono tuttora inseriti in ambienti naturali ancora ben caratterizzati e discretamente conservati. I nostri santuari di San Matteo e di Stignano sono certo dei luoghi dove il pellegrino sperimenta la pace con Dio e con se stesso, ma avverte al tempo stesso il respiro della Madre Terra, e si riempie del verde dei boschi e del profumo dell'aria. Bisognerebbe offrire a tutti i pellegrini tale esperienza la quale, già avendo nel suo seno un forte richiamo religioso, si innesta in modo straordinariamente efficace in un percorso di preghiera e di contemplazione. D'altra parte un rapporto corretto con la natura non è cosa che s'inventi su due piedi, ma deve essere progettato e gestito in tempi lunghi. Nel nostro convento di San Matteo sono sempre più frequenti le scolaresche, soprattutto quelle provenienti da città della pianura, che all'interesse culturale per la biblioteca, la storia del Santuario, e delle famiglie religiose che si sono succedute, accoppiano un forte bisogno di conoscere il territorio nella sua interezza visitando alcuni siti tra i più interessanti del Gargano e percorrendo sentieri con la guida di esperti.
Una ultima notazione. Oggi il Gargano è pieno di pellegrini. I pellegrini sono una benedizione. Tuttavia possono essere anche una maledizione, se la loro presenza è vantata per legittimare operazioni che poco hanno in comune con la loro esigenza di raccoglimento e di preghiera. Quando cioè non sono più percepiti come pellegrini, ma si tenta di trasformarli in qualcos'altro con l'offerta di obiettivi incoerenti con loro caratteri spirituali fondamentali, o quando li si spinge a consumare la loro devozione in un supermercato in cui il sacro diventa sterile esercizio, mescolato e confuso con merci varie che sacre non sono. I pellegrini hanno diritto ad essere rispettati nella loro dimensione religiosa, come hanno diritto alla riservatezza, all'intimità, alla memoria; hanno bisogno dei loro tempi; hanno bisogno di ricollegarsi con fatti e persone del passato per guardare con serenità al loro futuro.
P. Mario Villani
Convento S. Matteo, 16 febbraio 2005
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I Convegni del 9 marzo 1996 La Capitanata verso il giubileo del 2000 e del 16 aprile 1997 Verso il giubileo del 2000 - Pellegrini di oggi sulle strade di ieri ebbero la funzione e il merito di ravvivare negli ambienti della Capitanata la consapevolezza del valore religioso, storico, artistico del miracolo del pellegrinaggio che si compiva da oltre 1500 anni sulle nostre strade. La sufficienza tollerante e condiscendente con cui la nostra pigrizia aveva tollerato i pellegrini, si tradusse pian piano in autentico interesse per l'incessante novità dell'andare di lingue, popoli e nazioni verso l'antro misterioso dell'Arcangelo e verso i luoghi benedetti dalla presenza di P. Pio. Cominciammo a percepire che i pellegrinaggi non erano solo un fenomeno curiosamente sopravvissuto a un lontano passato, né una mera risorsa economica, ma una benedizione, un rimedio contro la pigrizia e la colpevole rassegnazione, un luogo scelto dallo Spirito per rinsaldare la fede, eccitare la devozione, rinverdire l'ottimismo della speranza, rinnovare la faccia della terra.
Emerse con maggior chiarezza anche una verità che era già sotto i nostri occhi: molto di ciò che esiste nel Gargano Meridionale e in buona parte della Puglia piana, monasteri, chiese, ospedali, intere città è in qualche modo originato dai pellegrini o in funzione di essi, e che quasi tutto in questi luoghi è figlio della strada.
Per la verità la presa di coscienza del pellegrinaggio nella sua valenza spirituale ed ecclesiale era stata preparata da lunghi studi condotti a diverso titolo e con diverse finalità nei vari istituti Universitari. Voglio ricordare gli studi condotti sulla pietà popolare dall'Istituto sulla religiosità popolare dell'Università di Bari che aveva fatto del pellegrinaggio e fenomeni affini l'oggetto principale della sua ricerca. Ricordo anche gli studi dell'Istituto di Letteratura Cristiana e classica parimenti dell'Università di Bari sul culto di San Michele, sul Santuario michaelico di Monte Sant'Angelo e sulle molteplici relazioni con popolazioni lontane. A questi vanno aggiunti gli studi degli specialisti degli ex voto che hanno provocato un diversificato interesse non solo fra gli studiosi, ma soprattutto tra i devoti e gli addetti ai santuari, abituati, aiméh, più a sottovalutare che ad approfondire. Fra questi studiosi non vorrei tacere il nome della prof. Anna Maria Tripputi autore di innumerevoli saggi, fra cui la grande Bibliografia degli ex voto, e direttore della nuova rivista di imminente pubblicazione tutta dedicata agli ex voto, edita dal Santuario mariano di Pompei.
Ecco! In questo clima e con questi presupposti si cominciò a lavorare alla preparazione del Giubileo 2000, ma con l'occhio proteso a quello (permettetemi) ...del 3000.
Il pellegrinaggio come percorso
C'era tuttavia una novità importante soprattutto a livello di riflessione all'interno della Chiesa, ma dai risvolti estremamente interessanti anche dal punto di vista sociale e politico-amministrativo: si stava riscoprendo il valore del cammino come elemento essenziale del pellegrinaggio stesso.
Il titolo del sito INTERNET La Via dell'Angelo, che segue l'omonimo CD Rom pubblicato qualche anno fa, rievoca questa intenzione designando non certo un mero luogo geografico su cui sono disposte le mete che attirano il nostro interesse religioso quanto un terreno spirituale su cui, dopo aver colto il pius credulitatis affectus, germoglia e matura il miracolo della conversione dei cuori e la riprogettazione della vita. La Via è percorso che i pellegrini compiono sulla guida dei santi "nostri avvocati" per arrivare al luogo saziante dell'incontro con Dio.
La riscoperta del pellegrinaggio come percorso spingeva il pellegrinaggio stesso nel cuore dei suoi elementi fondanti: l'affermazione che Dio è l'unico Signore, e la sua ricerca attraverso i meandri dell'esistenza.
Il concetto di "percorso" ridà al pellegrinaggio il suo significato originario: andare "peregre", "per agros" non è né un dimenarsi turistico di meta in meta da godere e dimenticare, né uno sgranarsi del cammino in una serie di visite e preghiere slegati e privi di una intenzione di fondo: è, invece, la realizzazione di un progetto vitale intorno ad alcune idee fondamentali di cui la prima era la rappresentazione della vita come tenace salire al monte di Dio. Con fatica quotidiana si realizzano i passi del cambiamento spirituale e l'uomo diventa nuova creatura.
Permettetemi, a questo punto, di rammaricarmi che l'organizzazione di molti pellegrinaggi moderni, rapida, efficiente, spesso invadente e soffocante, li abbia privati della capacità di rappresentare la 'metanoia', il cambiamento, cedendo spesso a un devozionismo greve e spesso di sapore idolatrico. Spesso il grandioso progetto battesimale del pellegrino, il quale avendo perduto l'innocenza primitiva la ritrova nella sofferenza guidata dalla grazia, si perde in una selva di 'opere' offerte a Dio con animo mercantile.
Anche le figure dei Santi che si visitano, pur nel tentativo di esaltarle smodatamente, vengono effettivamente ridimensionate. Il Santo che elargisce la sua protezione, alla cui dimora ci si accosta come "clienti" mendicanti, impoverisce la figura del Santo 'nostro avvocato' e 'pedagogo', che cammina per le vie del Signore avanti ai pellegrini, anche lui seguendo la croce che apre la strada.
In molti pellegrinaggi moderni, infine, s'affievolisce la percezione della comunione dei Santi, di questo scambio continuo e misterioso fra cielo e terra fondato sull'Incarnazione del Verbo "il quale in sé riconcilia quanto di più alto è in cielo con quanto di più basso è sulla terra", della solidarietà della fede, della speranza e della carità vissuta in terra come in cielo nelle quali si compie tutto il cammino. Il pellegrinaggio perde, così, la sua valenza ecclesiale e comunitaria e diventa un evento individuale, reso collettivo dalla materiale e quasi casuale vicinanza con gli altri.
La Via Francesca - Via dell'Angelo
Furono promossi degli studi per esplicitare i punti fondamentale della storia religiosa della Capitanata. Si pubblicò la carta della Via Sacra dei Longobardi e il libro Le vie e la memoria dei Padri - Santuari e percorsi devoti in Capitanata. L'itinerario principale, chiamato fin dall'inizio del precedente Millennio Via Francesca, chiamato poi con un certo ardimento storico Via sacra del Longobardi e oggi ribattezzato come Via dell'Angelo, delineava il rapporto strettissimo fra i santuari garganici di San Maria di Stignano, San Matteo, P. Pio, San Michele e Pulsano a Monte Sant'Angelo e San Leonardo di Siponto con il grande Santuario dell'Incoronata. Gli studi hanno evidenziato che tutti questi santuari costituiscono un solo organismo religioso che, pur nella specificità delle storie e dei richiami spirituali, sono da ritenersi come un unico grande santuario i cui punti salienti sono la tomba del Beato P. Pio, la Grotta di san Michele e l'Incoronata di Foggia. La Via dell'Angelo, quindi è costituita da un complesso unitario di santuari, i quali nel loro insieme esprimono uno sviluppo spirituale progressivo e consequenziale. .
Bisogna dire, permettetemi la punta polemica, che qualche volta gli interessi particolari, e molto più spesso la pigrizia intellettuale e spirituale fanno apparire queste cose come delle conclusioni affrettate o come delle elucubrazioni accademiche. Basta, tuttavia, accostarsi con qualche interesse ai pellegrini di oggi per percepire che il fenomeno è ancora in atto, anzi, in netta crescita.
I singoli santuari anche oggi sono percepiti dai pellegrini come incastonati in una unica idea originaria, esprimenti una successione di tappe le quali, in progressione, consentono di realizzare un disegno, di completare un progetto. E', quindi, una strada devota da percorrere nella sua interezza perché rappresenta, nella successione delle tappe e nella completezza dei suoi richiami spirituali, il percorso di conversione che il cristiano è chiamato a compiere.
A riprova di questa unità percepita e vissuta mi preme riferirvi quanto abbiamo potuto apprendere, tra l'altro, dal nostro piccolo osservatorio di San Matteo sulla evoluzione dei pellegrinaggi in questi ultimi trent'anni.
Dalla morte di P. Pio, 23 settembre 1968, fino a verso la metà degli anni 70, i pellegrini che si recavano alla tomba di P. Pio e quelli tradizionali che si recavano a San Michele o a san Matteo costituivano due entità parallele e ben distinte. I primi per lo più si disinteressavano agli altri santuari garganici; chi, invece, era diretto a San Michele o a San Matteo si limitava a frequentare le tappe tradizionali a cui aggiungeva, in genere, una rapida visita alla tomba di P. Pio, ma solo per soddisfare la devozione individuale. I due flussi scivolavano l'uno vicino all'altro senza che fra loro avessero contatti significativi.
Intorno agli anni '80 i pellegrinaggi tradizionali entrarono in grave crisi. Il numero delle comitive provenienti dalle zone più legate al Santuario di San Michele, il Molise, l'Abruzzo, alcune regioni della Campania e del Lazio, subì un calo repentino. Molte compagnie antiche di secoli sparirono. Quelle rimaste erano composte di anziani, tenacemente abbarbicati alle tradizioni. La presenza giovanile appariva gravemente compromessa dall'emigrazione e dal disinteresse. Anche lo storico pellegrinaggio a piedi di tre giorni che si organizza a San Marco in Lamis alla metà di maggio, si presentava ormai ridotto a pochi e stanchi elementi.
Contemporaneamente si assisteva alla crescita esponenziale dei pellegrini diretti a San Giovanni Rotondo. Questi, tuttavia, superato il blocco mentale e spirituale che li teneva legati alla chiesa dei Cappuccini come all'unico santuario interessante, cominciavano ad aprirsi anche alle altre mete religiose. Molti gruppi frequentavano con una certe regolarità la Grotta di San Michele e San Matteo. Molti altri li scoprirono, a volte per caso, altre volte per curiosità, spinti da interessi storici, ambientali o culturali. In tutti i casi la loro frequentazione non era tanto effetto di conoscenza della storia e della spiritualità del territorio, quanto piuttosto frutto di una curiosità più di turisti che di pellegrini. S'innescò, comunque, incoraggiato sia dai confratelli Cappuccini sia dalla popolazione di San Giovanni Rotondo, un interesse crescente fra autisti, agenzie. Gruppi di preghiera, con la conseguenza che alcune regioni in origine del tutto estranee alle specificità spirituali e culturali di San Matteo o di Monte Sant'Angelo, oggi sono tra le più presenti come la Sicilia arrivata a San Matteo in pochi anni da zero a oltre 1000 comitive ogni anno.
Poco prima degli anni '90, questa tendenza maturò. Anche i pellegrini diretti alla tomba di P. Pio scoprirono pian piano il valore religioso degli altri santuari, la loro specificità, i rapporti col santuario di P. Pio, le reciproche integrazioni, la funzione storica ricoperta dai santuari nella storia del Gargano. Oggi si può dire che l'integrazione di quasi tutti i santuari del Gargano, lungo il percorso della 'Via dell'Angelo' si stia perfezionando, anche se, come è evidente, il gran numero dei pellegrini resta ancora concentrato entro gli interessi religiosi di San Giovanni Rotondo.
Si ricostituisce, quindi, pian piano quel percorso fortemente sentito come unitario dai rituali dei pellegrini di area abruzzese e molisana come quelli di area barese. Il Rituale di Ripabottoni, di imminente pubblicazione, designa l'intero percorso semplicemente con l'espressione 'Pellegrinaggio al rito santuario'.
Il pensiero corre evidentemente alla successione delle tappe spirituali dei sacramenti della iniziazione cristiana, o al procedere complesso della penitenza antica; ma va anche alla ricca spiritualità dei Salmi Graduali
Via dell'Angelo, strada d'Europa
L'espressione Via dell'Angelo con cui è presentato il sito INTERNET è l'ultimo dei tanti nomi con i quali è chiamata la strada che da San Severo porta a Monte Sant'Angelo e all'Incoronata. In altre sedi ho tentato di proporre per questa via il suo nome originario Via Francesca, affermato fin dal 1030 in diversi documenti relativi all'Abbazia di San Giovanni in Lamis, oggi Convento di San Matteo sul Gargano. L'espressione è da tenere in grande considerazione perché rivela il ruolo europeo svolto da tale via. Via Francesca, o Francigena, indicava nel medioevo il sistema viario che si estendeva dall'Inghilterra al Gargano, caratterizzato dalla frequenza dei pellegrini diretti a Roma, alla Grotta di San Michele e poi, attraverso i porti adriatici, fino alla Terra Santa. Il nome, più che riferirsi a una strada, designa una dimensione la quale, oltre che geografica, è spirituale e culturale: il viaggio ai luoghi santi, il mescolarsi delle stirpi e delle culture, il comunicarsi notizie e invenzioni. Il nome rivela che sempre il Gargano è stato nello stesso tempo periferia del mondo e meta ambita di comitive salmodianti. Aggiungo che, mentre quasi l'intero complesso della "Via Francesca", dall'Inghilterra a Roma, è ormai un reperto consegnato definitivamente alla storia, sostituito anche nell'uso religioso alle autostrade, dai treni e dagli aerei, questo nostro tratto è ancora l'unico ancora attivo e vitale, e ancora riesce ad esprimere molte cose anche al pellegrino del XXI secolo.
Poiché i nomi non sempre sono soltanto dei puri, purissimi accidenti, permettetemi di dire che la sostituzione del nome originario con l'abusato Via Sacra Langobardorum non ha giovato né alla identificazione del suo ruolo religioso, né alla vastità degli interessi culturali connessi con un nome che indica il tratto terminale di una strada che parte da molto lontano, dagli stessi confini dell'Europa; una via, quindi, che ha unito nel nome di Dio per molti secoli i popoli d'Europa, come tutti i tratti della Via Francigena.
Del resto i muri della Celeste Basilica di San Michele, soprattutto attraverso le pubblicazioni dell'Istituto di Letteratura Classica e cristiana dell'Università di Bari raccontano con dovizia di questo prezioso scambio.
Da questo semplice concetto deriva l'idea di proporre al consiglio dell'Europa di dichiarare la 'Via dell'Angelo' di interesse europeo. A questo proposito nel novembre del 1999 è stato celebrato a Foggia, a Manfredonia e a Monte Sant'Angelo il convegno Internazionale 'In Cacumine supremo beati Archangeli' di cui è imminente la pubblicazione degli atti.
Questa idea era sostanzialmente espressa anche dalla grande mostra L'Angelo, la Montagna, il Pellegrino esposta a Monte Sant'Angelo, a Roma e a Mont Saint-Michel.
Concludendo, non vorrei perdere l'occasione per ricordare che intorno a questa strada hanno lavorato in molti in questi ultimi anni. Non solo i Vescovi e i santuaristi, che sono gli addetti ai lavori e la cui presenza è del tutto scontata. Hanno lavorato anche l'Amministrazione Provinciale, la comunità Montana del Gargano, le Amministrazioni comunali delle città dei santuari e tanti altri conosciuti e poco conosciuti. Molti frutti sono stati raccolti, di altri si aspetta che maturino. Uno dei frutti, permettetemi, più importanti è stata la rivitalizzazione del santuario di Santa Maria di Pulsano a Monte Sant'Angelo.
Sarebbe auspicabile che i Vescovi delle due diocesi più interessate al percorso della Via dell'Angelo, insieme all'Amministrazione Provinciale, la Comunità Montana del Gargano, l'Ente Parco Nazionale del Gargano, insieme alle amministrazioni delle città dei santuari, ai superiori religiosi dei santuari dessero inizio a una seconda fase di lavoro per rendere più stabili ed approfondire i frutti del lavoro già fatto.
P. Mario Villani
Ottobre 2001
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| Il video presente in questo scritto è stato girato, montato e pubblicato dallo scrivente. E' del 2012 e dura ca. 14 minuti. |
Appunti sui rituali di pellegrinaggio al Gargano nei sec. XVII-XIX
I pellegrini al Gargano
E' noto, parimenti, che questi tipi di pellegrini, proprio nell'assidua e diuturna frequentazione di questi luoghi hanno assorbito, a loro volta, contenuti religiosi nuovi con rilevanti influssi sugli atteggiamenti e le abitudini religiose.
In particolare la Via dei Pellegrini, da Stignano all'Incoronata di Foggia, collegando in successione incalzante in meno di cento chilometri un notevole numero di santuari, consente alle comitive di sviluppare un discorso spirituale unico e insieme articolato, fatto non solo di azioni più propriamente religiose individuali e collettive, come i sacramenti, la preghiera e la meditazione, ma anche di esperienze vitali come la convivenza e la condivisione tra persone diverse in condizioni difficili, la privazione di molti beni e comodità, l'accettazione delle insicurezze e dell'autorità. Si aggiunga che tutto ciò è vissuto in clima di forte rievocazione di ciò che lungo i secoli è accaduto lungo queste strade, e di come queste contrade si siano trasformate nel tempo divenendo i luoghi di Dio; come e perché siano legate l'una all'altra, e il significato perenne che questo legame storico esprime.
Benché oggi siano quasi soverchiati da flussi devoti recenti diretti soprattutto al santuario di P. Pio, questi pellegrini hanno conservato nel tempo le caratteristiche originarie, e si distinguono nettamente da questi ultimi per la complessità del rapporto che hanno col territorio garganico e i suoi santuari. Provengono in maggioranza dalle province di Foggia, Bari, Lecce, Taranto, Brindisi, Campobasso, Isernia, Chieti, L'Aquila, Avellino, Benevento, Napoli, Salerno, Potenza e Matera, Lazio meridionale. Molti di essi abitano in piccoli centri agricoli di poche migliala di abitanti o in agglomerati rurali.
Le comitive sono caratterizzate da esclusivo interesse religioso. Gli interessi economici sono del tutto assenti; l'eventuale utile che si ricava dal pellegrinaggio viene destinato alla festa patronale o alle necessità della chiesa (Nota 1).
I gruppi sono organizzati sempre dalle medesime persone, chiamati 'priori', a cui la comunità riconosce una precisa funzione di ordine religioso. Il priore è l'organizzatore, il direttore e animatore religioso, guida i canti e le pratiche devozionali avvalendosi di un gruppo di collaboratori costituito secondo una gerarchla di gradi e di funzioni la cui trasmissione da una generazione all'altra avviene talvolta per via ereditaria: il capo-segretario, il 'portacristo' (crocifero), i portatori di lampioncini, di campanello.
I capi-compagnia ordinariamente guidano ogni anno un solo pellegrinaggio, raramente due, ricostruendo quasi sempre lo stesso gruppo degli anni precedenti.
La coesione interna del gruppo è completa: ogni membro sa quel che deve fare secondo schemi antichi e accettati da tutti. L'affidamento e l'assunzione di responsabilità avvengono sulla base di rigide regole trasmesse dalla tradizione, chiaramente riconosciute da tutti. I capi sono gelosi della loro autonomia.
La quasi totalità dei gruppi si organizza al di fuori delle strutture ecclesiastiche territoriali, parrocchie e diocesi, ma senza alcuna concorrenzialità con esse. Ai sacerdoti è riservato il ruolo istituzionale di insegnare, benedire e santificare, ma sono del tutto esclusi da questioni organizzative o finanziarie.
Le componenti civili e religiose della comunità riconoscono ai pellegrini il ben preciso ruolo di rappresentare la totalità della popolazione presso il Santo verso il cui santuario si incammina (Nota 2). In molti paesi a questi pellegrinaggi viene di fatto riconosciuto un vero e proprio ruolo pubblico e sono organizzati anche col concorso delle amministrazioni comunali (Nota 3). D'altra parte, una delle caratteristiche più evidenti di questi pellegrinaggi è che non sono mai generici, bensì dotati di forte senso di appartenenza alla propria comunità che si esprime con gli iniziali riti di benedizione nella chiesa principale, con l'accompagnamento continuo dei santi patroni e dei defunti, come anche col ricordo dei parenti e amici lasciati in paese.
I Rituali di pellegrinaggio come espressione di unità del gruppo: le Confraternite
Secondo i Rituali letti, la compagnia dei pellegrini non è costituita da gente raccogliticcia, messa insieme dalla circostanza del pellegrinaggio né da un generico interesse religioso. Il pellegrinaggio stesso appare, invece, come il frutto di una frequentazione lungamente sperimentata in un ambito di forte intimità e condivisione spirituale.
Il Rituale delinea un cammino, che è insieme geografico e spirituale, già percorso e sperimentato dai padri da consegnare intatto alle generazioni future. I fedeli, infatti, vivono l'esperienza del pellegrinaggio non solo come risposta all'esigenza di rinsaldare nel tempo la propria dimensione spirituale comunitaria, ma anche di sopravvivere alle angherie dell'esistenza resistendo per mezzo della tensione religiosa ai tentativi di dissoluzione che i mutamenti della storia inevitabilmente comportano.
L'unità interna dei Rituali rimanda all'unità del gruppo e alla sua volontà di compiere nel tempo un vigoroso cammino formativo. Non sembri fuori luogo, allora, se si fa riferimento esplicito alle confraternite quando si vuole approfondire la struttura religiosa ed organizzativa delle comitive, anche se limitatamente alla sola circostanza del pellegrinaggio.
Sarebbe utile far riferimento alla funzione svolta nel passato dalle confraternite per l'assistenza dei pellegrini e nella conduzione degli ospedali e delle altre strutture per l'accoglienza dei pellegrini, come è attestato per Troia già dal sec. XV (Nota 4) e San Marco in Lamis dal XVII secolo (Nota 5).
In questa sede, mi preme far osservare come le confraternite spesso abbiano dato origine ai pellegrinaggi come esigenza di vita interna e che il pellegrinaggio stesso, guardato nelle sue finalità spirituali e nel suo svolgersi, rimandi ad organizzazioni fortemente strutturate e motivate come le confraternite.
Il pellegrinaggio alla Grotta dell'Arcangelo descritto del Rituale di Ripabottoni con il suo fortissimo richiamo alla conversione fino alla metà del sec. XX rappresentava un momento privilegiato di crescita della comunità. Il pellegrino per otto giorni e più passa attraverso la fatica e i disagi del cammino, la revisione di vita, la preghiera continua e senza alcuna distrazione, la meditazione, l'esercizio forte e diuturno della solidarietà e della condivisione, le pesanti privazioni, la sottomissione indiscussa a un capo, ecc.
Inoltre i pellegrini, esaurito il pellegrinaggio, ne approfondivano i contenuti spirituali nella quotidianità della vita di famiglia e di quella ecclesiale, del lavoro e dell'impegno sociale, a stretto contatto con i loro compagni di viaggio, sviluppando all'interno di un gruppo stabile un continuo confronto, fatto di costante revisione di vita, di correzione fraterna e di partecipazione a una intensa vita comune.
I Rituali di pellegrinaggio di cui ci occupiamo hanno la loro giustificazione solo se si colloca il pellegrinaggio nell'ambito di una visione globale della vita propria delle confraternite.
I Rituali di pellegrinaggio come genere letterario
Il modello di fondo di questi Rituali è costituito dalle azioni liturgiche complesse che esprimono un itinerario come, per es. la liturgia del Triduo Pasquale, le articolazioni e i reciproci rimandi dei sacramenti della iniziazione cristiana o, più ancora, la lunga successione di azioni della Penitenza Antica. A queste azioni complesse, in definitiva si ispira l'ordinamento confraternale quando vuole accompagnare e guidare i confratelli, sia come collegio, sia individualmente, nel loro cammino di conversione e di avvicinamento a Dio. D'altra parte è noto che molte confraternite hanno avuto origine e spiritualità, e qualche volta anche organizzazione, dall'Ordo Poenitentium e dai vari Ordines monastici la cui vita è fortemente legata e condizionata dallo svolgersi dell'anno liturgico.
Anche l'aspetto puramente formale tradisce la derivazione liturgica dei Rituali di pellegrinaggio.
Del libro liturgico conservano l'ufficialità solenne e paludata, la rigorosa identificazione dei protagonisti, l'accurata distribuzione delle parti, i dialoghi, i gesti rituali, la rigida scansione delle azioni religiose lungo l'arco della giornata e della settimana. Niente è casuale o improvvisato. Il progetto scorre serrato e conseguente, realizzando nell'arco di otto giorni un disegno a lungo pensato in una sorta di azione liturgica in cui i diversi momenti mai perdono il contatto con gli altri momenti perdendosi in una successione materiale slegata e priva di organicità.
Del libro liturgico essi mostrano l'immobilità dello schema chiuso derivante da idee articolate intorno ad alcuni momenti fondamentali, consolidate da tradizione secolare.
I rituali di Ripabottoni e di San Marco in Lamis fanno molto uso di materiale desunto dal Breviario e dal Messale Romano. Il Rituale di Ripabottoni in genere lo presenta in lingua italiana sforzandosi, in pari tempo, di non allontanarsi dalla forma asciutta e sintetica della liturgia romana. Dal Messale sono utilizzate molte orazioni sia del Commune che del Proprium Sanctorum (Nota 8). In alcuni casi sono utilizzate intere azioni liturgiche che vengono inserite con una specifica funzione nel corso del pellegrinaggio (Nota 9). Il compilatore dimostra di conoscere molto bene sia il Messale che il Breviario, infatti spesso utilizza parti di diverse preghiere che ricompone in nuova sintesi.
Il Rituale di San Marco in Lamis, quando fa ricorso ai testi liturgici, li riporta solo in lingua latina. Questo rituale esprime un mondo culturale del tutto differente da quello di Ripabottoni. Questo, infatti, esprimendo un rapporto totale con la vita cristiana, evidenzia parimenti un rapporto a tutto campo con la liturgia, sia nelle parti penitenziali, sia quando eleva il canto di lode e di gioia, sia quando si perde nella contemplazione. Il Rituale di San Marco in Lamis puntualizza, invece, una tensione esclusiva verso la Grotta di San Michele da raggiungere con la penitenza e la privazione. Nella preghiera, perciò, sono privilegiati quegli aspetti che esprimono lo sradicamento dalle sicurezze di ogni giorno, l'accettazione dell'ignoto, l'affidarsi alla signoria di Dio. Nei vari frammenti di manuali di preghiere a noi pervenuti sono presenti soprattutto i resti delle liturgie penitenziali e delle benedizioni degli strumenti del pellegrino, la cappa, il cingolo e le altre vesti, il bordone, la corona angelica, contenuti nelle edizioni del Rituale romano anteriori alla post-tridentina del 1614 (Nota 10).
Si riscontra, tuttavia, anche grande flessibilità, del resto oggi largamente accettata anche dalla liturgia in senso stretto, alle varie ore del giorno e della notte, e alle cangianti condizioni della vita per rendere la preghiera ricca di forme, di contenuti e di sentimenti. Si nota anche una sorprendente libertà di espressione che porta fin nei recessi più inviolabili dei rapporti con Dio tutta la varietà creativa dell'esistenza dell'uomo; la sua capacità di presentare i fatti della vita con linguaggio sempre nuovo, con cui la incalzante novità delle situazioni si fa parola sussurrata e a volte gridata. Il pensiero della morte che tutto ridimensiona, per esempio, viene avvertito con tale urgenza che spesso il pellegrino dimentica la solennità del momento e del luogo, come pure la sconfinata grandezza di Dio, e si sfoga in forme plebee, dalle parole forti e inequivocabili. È diffìcile non pensare a certi personaggi del Vecchio Testamento i quali, sotto l'urgere drammatico dell'esistenza parlano a tu per tu con Dio con lingua ardita e piena di fioriture, in una apparente scorrettezza di espressione, indice tuttavia di confidenza e domesticità di rapporti.
L'itinerario che i Rituali tracciano, pur nella molteplicità e varietà dei richiami spirituali, culturali e storia dei singoli santuari, costituisce un percorso unitario in cui i singoli elementi sono concatenati in progressione sulla base delle esigenze del cammino spirituale dei pellegrini e del richiamo storico e spirituale che ogni santuario ha nei confronti degli altri. Tutto ciò è vissuto comunitariamente con forte senso di Chiesa che si costruisce in progressione, instaurando all'interno della comitiva una forte comunione. Insieme i pellegrini seguono la croce, meditano, pregano; spesso sentono il bisogno di rinsaldare la loro unità rinnovando il perdono reciproco dinanzi al Crocifìsso.
La proverbiale riservatezza di questi pellegrini, unita alla non del tutto ingiustificata diffidenza verso le domande di estranei e verso i mezzi di comunicazione, ha reso sempre difficile la conoscenza dei loro rituali. Attualmente, insieme a molti riti singoli, conosciamo anche alcuni Rituali interi.
Faccio riferimento al rituale dei pellegrini di San Salvo, che conosciamo in una edizione a stampa del 1972 (Nota 11); a quello di Bitetto che ci è giunto in una edizione a stampa del 1908 (Nota 12); al Rituale di Ripabottoni, manoscritto di prossima pubblicazione (Nota 13); e, infine, a quello di San Marco in Lamis che conosciamo manoscritto in forma ancora fortemente frammentaria (Nota 14).
I Rituali di San Salvo, Bitetto, Ripabottoni, San Marco in Lamis
ingloba, tuttavia, l'intero itinerario religioso del Gargano. Da San Salvo al santuario di Santa Maria di Stignano si va in torpedone; da Stignano a Bari si prosegue a piedi. Dall'insieme si deduce che per il ritorno si utilizza il treno.
L'intero primo giorno è dedicato a San Nicola. Insieme alle orazioni desunte dalla liturgia o ad essa ispirate, il libretto dispone di un'ampia e preziosa antologia di orazioni, responsori ed inni di tradizione popolare e locale, attraverso cui la figura di San Nicola viene presentata con i tratti più cari alla devozione, alle leggende e alle tradizioni locali.
Il pellegrinaggio vero e proprio inizia al santuario di Santa Maria di Stignano a San Marco in Lamis, che il Rituale interpreta come Santa Maria "del Disdegno o Disdegnato" (Nota 15), dove la compagnia si abbandona a un'ampia contemplazione di Maria condotta con i misteri del Rosario e una serie di canti desunti per lo più dagli inni di S. Alfonso de Liguori. La sera si alloggia al santuario di San Matteo, ugualmente a San Marco in Lamis. Si prosegue poi per Monte Sant'Angelo dove ci si ferma un intero giorno dedicato a San Michele. Anche per questo giorno il Rituale propone un notevole numero di preghiere, inni e cantari quasi tutti di estrazione popolare. Alcuni appartengono anche al patrimonio di diverse comunità, altri invece sembrano appartenere alla specifica tradizione di San Salvo (Nota 16).
Proprie di questo Rituale risultano essere le preghiere rivolte a San Matteo (Nota 17) e a Santa Maria di Pulsano (Nota 18).
Il cammino riprende attraverso l'arida discesa posta a sud ovest di Monte Sant'Angelo, che il Rituale chiama "deserto", al termine della quale, in cima ad alti dirupi in faccia al Golfo di Manfredonia si ergono i ruderi dell'antico monastero-santuario di Santa Maria di Pulsano. Questo tratto è dedicato alla meditazione sulla Croce. La quarta, dopo il pernottamento a Manfredonia, è la giornata dedicata al perdono. Seguendo la strada litoranea verso sud, dopo aver superato le paludi di Zapponeta, in vista di Margherita di Savoia, sulla spiaggia i pellegrini piantano la croce e in faccia al mare sconfinato si scambiano il segno della pace (Nota 19). La comitiva cammina ancora due giorni. Il settimo giorno, dopo aver pernottato a Santo Spirito, si ripete per la terza volta il rito del Perdono. A Bari la comitiva partecipa alla processione di San Nicola fino all'imbarco.
Il Rituale di Ripabottoni, di prossima pubblicazione, nella sua attuale redazione è stato compilato da Nicolaus Maria Barbieri nel 1860.
Di Nicolaus Maria Barbieri non sappiamo nulla. E' probabile che, più che compilare il Rituale, abbia rivisto e riorganizzato un materiale preesistente in forma più slegata e frammentaria. Le caratteristiche del Rituale, infatti, in particolare la completezza dell'impianto, l'equilibrio delle parti, la proprietà della terminologia, l'armonioso vicendevole completarsi del linguaggio contadino e di quello colto, lo scientifico uso delle fonti, il senso del teatro, la raffinatezza della comunicazione e altro fa pensare che l'autore del Rituale sia stato depositario di una cultura teologica e letteraria e, comunque, di una formazione culturale di base ben al di sopra di quanto l'ambiente, caratterizzato da solido e fondato analfabetismo originario, porti a supporre. A quell'epoca, infatti, solo 1% degli abitanti l'ex Regno delle Due Sicilie sapeva leggere e scrivere.
Allo stato attuale delle ricerche, nonostante le innumerevoli e continue corruzioni testuali dovute alla trasmissione manoscritta, questo Rituale si presenta come il più completo e interessante tra tutti i Rituali conosciuti.
Ne conosciamo due edizioni. La prima è quella redatta da Nicolaus Maria Barbieri, arrivata a noi con due manoscritti, ciascuno in due grossi quaderni, redatti nei primi decenni di questo secolo, essenzialmente uguali, ma differenti nella organizzazione.
La seconda edizione è una sorta di guida breve in cui sono proposti i momenti salienti del pellegrinaggio insieme a una lunga serie di preghiere, recitate e cantate, disposte in sequenza casuale. Più che una guida breve, è un documento completamente ripensato in rapporto alle esigenze di una comunità profondamente rivoluzionata dall'emigrazione, dall'abbandono progressivo della terra, e da quant'altro ha contribuito a rinnovare i tradizionali assetti sodali e religiosi. Questo secondo documento è stato compilato probabilmente intorno al 1950.
Verso questa data, infatti, i pellegrinaggi molisani e abruzzesi cominciarono ad utilizzare i mezzi di trasporto automobilistici i quali provocarono l'accorciamento del tempo del pellegrinaggio e questo fatto, a sua volta, accelerò il processo di mutazione profonda di taluni elementi sostanziali del pellegrinaggio stesso, proprio tra quelli che sembravano più consolidati. Intervenne una certa esigenza di rapidità, efficiente e sbrigativa, che non dava molto spazio all'approfondimento. La visita ai singoli santuari non fu più preparata con apposite orazioni e pratiche, né fu più seguita da quello stato di silenzio contemplativo e di orazione mormorata che faceva più leggeri i passi con una gioia consapevole e avvertita, col ringraziamento e il ricordo interiorizzante.
Il Rituale si rivela di grande interesse per la quantità di fonti liturgiche, letterarie e popolari utilizzate. Spesso riecheggiano brani letterali provenienti da epoche diverse, tutte di grande spessore religioso e culturale. Ricordo, un esempio per tutti, l'accenno alla spiritualità battesimale legato al ricordo del miracolo di Cone. L'episodio, conosciuto attraverso la relazione greca di Sisinnio e quella latina di Metafraste, è ricordato nei tempi moderni dal Martyrologium del Baronio e dal Cavaglieri nel suo Pellegrino al Gargano. Si narra che San Michele Arcangelo, a Cone, nella Frigia nei pressi dell'antica Colossi dove S. Paolo aveva indirizzato una lettera, fece scaturire una fonte. Chiunque bevesse quest'acqua invocando la Santissima Trinità riceveva la salute dell'anima e del corpo. Questa tradizione, dalle ascendenze così nobili, viene ricevuta, insieme alla sua autentica interpretazione, in un documento popolare del sec. XIX. Non vi sono riscontri simili negli altri Rituali, né in documenti analoghi.
L'intenzione esplicita è di attuare, oltre che rappresentare, l'itinerario spirituale della conversione e condurre il pellegrino a diventare nuova creatura.
L'ultimo Rituale che voglio presentarvi è quello di San Marco in Lamis. Non è un Rituale completo, bensì un complesso di frammenti. Il frammento più rilevante è costituito dal Rituale delle benedizioni per la compagnia dei Santimichelari giunto fino a noi in una edizione di fine Ottocento conservata nell'Archivio della Chiesa del Purgatorio. Il libretto manoscritto riporta un complesso di preci in latino da recitare in forma dialogata, e in forma solistica dal solo sacerdote. Il tema principale è costituito dal cammino di conversione dei pellegrini; si toccano poi i temi connessi dei pericoli e disagi della via; si invoca la clemenza del tempo e la disponibilità di anime buone nell'assistenza dei pellegrini.
Nonostante la brevità del percorso il rituale propone del pellegrino il quadro classico della persona che, lasciata casa e famiglia, si appresta a compiere una lunga e difficile impresa per vie e luoghi sconosciuti e pieni di pericoli. Dice l'introduzione Peregrini ad loca sancta profecturi, antequam discedant, iuxta veteris ecclesiae institutum debent accipere patentes seu com menda titias litteras a suo parodio. Quibus obtentis et rebus suis dispositis, facta peccatorum suorum confessione et audita missa in qua dicitur oratio pro peregrinantibus, SS. Eucharistiam devote suscipiant. Sacerdos super eos genuflexos facit sequentes preces.
Qui si dispone che i pellegrini si muniscano di lettere commendatizie del parroco in modo da non essere scambiati da chi li incontrerà per ladri o vagabondi, e in modo da avere, invece, tutta l'assistenza che si deve ai pellegrini e forestieri; si dice poi, che prima di mettersi in cammino facciano testamento. Tutto questo in rapporto a un viaggio di appena trenta chilometri compiuto in luoghi domestici e con un'assenza dalla casa di appena tre giorni.
E' plausibile, quindi che questo frammento sia quanto rimane di un Rituale molto antico in uso quando le condizioni del pellegrinaggio erano più difficili di quanto lo fossero alla fine del sec. XIX.
Più ragionevoli le richieste finali. I pellegrini prima di partire devono confessarsi e ricevere il Pane dei Pellegrini, l'Eucaristia, e la benedizione del sacerdote.
Altra specificità del Rituale sammarchese è la benedizione della cappa, indumento classico del pellegrino, del bordone e della corona angelica che lo aiuterà a pregare durante il viaggio.
Il cammino dei pellegrini sammarchesi era molto duro, caratterizzato da forte radicalità religiosa, senza alcuna delle bellissime e umanissime digressioni proposte, per esempio, dal Rituale di Ripabottoni il quale sentenzia, appena arrivati a Torremaggiore, qui ci facciamo un bicchierotto di vino. Durante tutto il cammino e la giornata di permanenza a Monte Sant'Angelo è consentito solo pregare e far penitenza.
Un pellegrino è stato deferito al consiglio della confraternita perché non si è limitato a nutrirsi solo di pane ed acqua, come prescritto, ma ha mangiato anche 'muscisca', la saporita carne di pecora seccata in uso presso i pastori. Le mancanze sono tutte annotate e comunicate in apposite relazioni. Spesso si lamenta quanto già S. Agostino rilevava per i pellegrini del suo tempo: rapporti disinvolti fra uomini e donne. Qualche pellegrino è arrivato a trascorrere la notte con la fidanzata, un segretario della compagnia del Carmine, nella sua relazione scritta negli ultimi decenni del sec. XIX per il priore della Confraternita, rivela senza mezzi termini il nome di una sarta rea di aver lasciato correre liberamente la fantasia delle sue ragazze intente, più che a pregare, a trovarsi il "zito", il fidanzato.
P. Mario Villani o.f.m.
Convento di San Matteo 28 novembre 1999
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Santuari e pellegrini in Capitanata: problemi e prospettive di sviluppo turistico
Centralità del Gargano
II Gargano è l'elemento che dà unità spirituale a questa complessa geografia religiosa. Le strade convergono verso i santuari montani e da questi diramano verso gli altri centri religiosi costituendo un complesso spirituale organicamente strutturato.
La centralità del Gargano nel paesaggio religioso della Capitanata è un fatto attestato fin da epoche precristiane.
Ai celebri passi di Strabone e di Licofrone dove si parla dei due santuari dedicati a Calcante e a Podalirio si aggiungono le recentissime scoperte archeologiche che hanno messo in luce un santuario dedicato a Venere Sosandra in una grotta sita nello scoglio di Santa Eufemia a Vieste. Recenti studi hanno rivelato un santuario attivo dal III secolo a. C. alla tarda età romana. La grotta è tappezzata di ringraziamenti di naviganti a Venere Sosandra per averli salvati dal naufragio.
Non credo si vada molto lontano dalla realtà affermando che il Gargano ha una sua naturale vocazione ad essere un santuario. Presenta infatti alcuni importanti elementi naturalistici ricorrenti nella storia delle religioni: la montagna, solitaria fra pianura e mare, si perde nel ciclo: su di essa la divinità poggia il suo piede e fa sentire la sua voce. La montagna, poi, è la roccia salda, punto di riferimento del viandante, che dà sicurezza ai naviganti e li accoglie nel seno delle sue grotte con atto di immensa pietà.
Il cristianesimo ha recuperato i valori e i simboli naturali evidenziati da tutte le culture, sublimandoli in una visione trascendente del mondo e della storia.
La montagna è il monte di Dio della Bibbia, monte dalla alte cime, conquistato con la fatica, il luogo del silenzio interiore dove Dio parla e dove l'uomo finalmente troverà la beata pace del giorno del Signore.
La grotta è il luogo della salvezza integrale dove l'uomo ritrova il rispetto di se stesso e pace con gli altri: 'Ubi saxa panduntur ibi peccata hominum dimittuntur; haec est enim domus specialis, ubi quaeaue noxialis actio diluitur', così dice il Liber de Apparitone (Dove le rocce si aprono i peccati degli uomini vengono perdonati; questa è una casa speciale dove le azioni malvagie degli uomini vengono dissolte). Nei tempi più vicini a noi l'interesse per la tomba di P. Pio ha spostato il centro di gravità della maggior parte dei pellegrinaggi verso San Giovanni Rotondo. Il pellegrinaggio si è evoluto ma la centralità del Gargano è rimasta intatta. Si è allargata, invece, la geografìa dei pellegrinaggi con l'inserimento della maggior parte dei paesi europei e di moltissimi paesi extra europei fino al Giappone, all'isola di Mauritius, alle Hawai ecc.
Oggi, per merito di P. Pio da Pietrelcina, il Gargano è tornato ad essere uno dei massimi punti di aggregazione mondiali dei pellegrini, come nel medioevo lo era a causa della Grotta di San Michele.
Il Gargano e la Puglia Piana
II complesso dei santuari garganici è coordinato con il resto dei santuari della Capitanata la quale risulta unificata religiosamente intorno ai centri maggiori di Monte Sant'Angelo, San Giovanni Rotondo, l'Incoronata di Foggia mediante una serie di percorsi tracciati dalla sua storia economica e religiosa.
Il tratturo che portava le greggi transumanti dall'Abruzzo alla Capitanata è punteggiato di Santuari dedicati alla Vergine Incoronata. Al termine di uno dei bracci minori, alle pendici del Gargano, si erge il Santuario di Stignano. A Foggia, alla confluenza dei tratturi, fu costruita la chiesa delle Croci.
Il percorso della transumanza s'interseca e s'innesta con quello più specificamente religioso in cui il santuario dell'Incoronata è tappa importante di un itinerario devoto, la cosiddetta "Via sacra Langobadorum", che inizia dal Santuario garganico di Stignano, attraverso San Matteo e Monte Sant'Angelo arriva all'Incoronata.
Il percorso, fino ad alcune decine di anni fa, prevedeva anche alcune tappe secondarie: San Marco in Lamis dove si venerava San Donato martire nella chiesa dell'Addolorata; la Collegiata di San Giovanni Rotondo; l'Abbazia di Pulsano presso Monte Sant'Angelo; la chiesa francescana di Santa Maria delle Grazie a Manfredonia dove si veneravano San Celestino martire e San Leonardo confessore; la scomparsa cappella di Sant'Amanzio sulla via dell'Incoronata
E' noto, poi, che il santuario di Valleverde a Bovino è sito lungo una delle strade più frequentate dai pellegrini, quella che, innestandosi alla Via Appia, dall'Irpinia, dal Sannio e dalla Terra di Lavoro porta alla Capitanata. Nel 1205 il vescovo Roberto vide l'esigenza di fondare a Bovino un ospedale per l'assistenza dei pellegrini diretti alla Grotta dell'Arcangelo a Monte Sant'Angelo.
Tipologia dei pellegrini
A causa dell'intreccio dei percorsi devoti e della varietà delle popolazioni i maggiori santuari della Capitanata esulano da un interesse specificamente localistico, e si propongono come un unicum spirituale e culturale che soddisfa una domanda religiosa polimorfa e piena di motivazioni differenti.
Sarebbe necessario dedicare un notevole spazio di riflessione e di approfondimento delle tipopogie dei pellegrini che salgono al Gargano, e, di conseguenza, sulla qualità della loro domanda religiosa e turistica e, quindi, sui servizi da offrir loro.
Il primo è costituito dai pellegrini classici, di origine medievale. Provengono in maggioranza dall'Abruzzo, dal Molise, dal Subappennino Dauno, dall'Irpinia, dal Napoletano, da alcune zone del Salernitano e del Lazio, dalla Basilicata, dal resto della Puglia.
Sono legati a questi luoghi secondo rituali secolari che pongono in unica catena i santuari di Santa Maria di Stignano, San Matteo, Monte Sant'Angelo, S. Maria di Pulsano, S. Leonardo a Manfredonia, l'Incoronata di Foggia, San Nicola di Bari.
La Grotta dell'Arcangelo e S. Nicola di Bari sono le mete verso per cui le carovane si muovono; gli altri santuari sono tappe intermedie di riposo e di riflessione.
Per questi pellegrini il Santuario di San Matteo è una tappa intermedia di preparazione. I servizi religiosi e logistici da offrir loro devono tener conto del diverso rapporto dei pellegrini con i singoli santuari, per cui, mentre a Monte Sant'Angelo si deve gestire una tappa di almeno un giorno intero e, spesso, di una notte, a San Matteo questa tappa si ridurrà a solo mezz'ora, o, al massimo un'ora.
La seconda categoria è costituita dai pellegrini che intendono San Matteo come loro centro spirituale. Sono costituiti per lo più da gruppi familiari provenienti dalle città di Manfredonia, Monte Sant'Angelo, Mattinata, Cerignola ecc. E' quindi fortemente caratterizzata in senso locale. Si trattengono volentieri anche per mezza giornata. Spesso fanno il pic-nic. Hanno una intensa frequentazione dell'ambiente naturale, verso cui, peraltro, non sempre il rapporto è corretto.
La terza categoria è costituita dai pellegrini che si recano a San Giovanni Rotondo per visitare la tomba di P. Pio. Una buona parte di essi visita anche il santuario di San Matteo. Fra gli italiani i più numerosi sono i siciliani. Tra gli stranieri i più assidui sono gli Irlandesi. E' una frequenza che, tuttavia, a san Matteo è in forte crescita.
E' documentato che la frequenza di questa categoria di pellegrini a san Matteo attualmente non si giustifica più con la semplice vicinanza con San Giovanni Rotondo, ma va sempre più motivandosi con i caratteri specifici attraverso i quali il Santuario di San Matteo si presenta.
Fra i motivi si segnalano soprattutto:
- l'ambiente religioso raccolto
- la vicinanza con San Giovanni Rotondo
- l'inserimento nella natura
- il richiamo della storia
- l'interesse dei beni culturali conservati nel Santuario.
Il Santuario di San Matteo si presenta come un luogo capace di offrire al pellegrino e al turista un pacchetto completo e di sicuro richiamo.
E' inutile sottolineare che questo pacchetto culturale almeno in parte resterà a lungo inespresso se non ci sarà da parte dei pubblici poteri e dei nostri superiori religiosi una inversione di tendenza nella politica culturale e ambientale anche con un chiaro riferimento nel redigendo Piano Regolatore Generale.
Se nel villaggio di Borgo Celano, originariamente Villaggio San Matteo, ci fossero adeguate strutture alberghiere, certamente, una buona fetta di utenza, proprio in considerazione dei limiti, ormai noti, dell'offerta alberghiera di San Gionvanni Rotondo e del complesso di interessi religiosi e culturali offerto dal Santuario di San Matteo, potrebbe essere soddisfatta in territorio sammarchese.
Tra i motivi che inducono i pellegrini a venire a San Matteo sono da considerare anche l'inadeguatezza dei servizi esistenti a San Giovanni Rotondo fra cui
- parcheggi insufficienti
- concentrazione eccessiva dei pellegrini
- difficoltà di circolazione
- mancanza di raccoglimento
La considerazione di questi semplici dati di fatto porta alla conclusione che ogni progetto di sviluppo turistico del territorio non può partire se non dalla consapevolezza che per il Gargano meridionale la quasi totalità del flusso di forestieri economicamente interessante è costituito dai pellegrini.
Pur nel giusto riconoscimento delle esigenza degli altri tipi di turisti, è ai pellegrini che le pubbliche amministrazioni devono rivolgere la maggior parte dei loro interessi principalmente con rispettosa attenzione per la loro indole, i loro bisogni spirituali, la loro esigenza di vedere incarnato l'oggetto della loro ricerca - non bisogna dimenticare, infatti che il pellegrino è colui che cerca Dio - nella concretezza del fluire della storia, in un ambiente naturale e umano significativo.
Sviluppare, pertanto, una riflessione sulla domanda di servizi religiosi, culturali, logistici ecc. dei pellegrini, è in pari tempo approfondire una riflessione sul possibile sviluppo di occupazione e di crescita economica delle nostre comunità.
Alcune urgenze
La prima urgenza è quella logistica.
Il primo punto che dovrebbe sollecitare un più vigoroso impegno delle nostre Amministrazioni civiche, è il dato di fatto che la crescita vertiginosa dei pellegrini ha messo in crisi i servizi alberghieri di San Giovanni. Qualche anno fa si diceva in ambienti informati che per gli anni immediatamente a venire sarebbero stati indispensabili almeno altri 3.000 posti letto.
La seconda urgenza è squisitamente religiosa, sebbene con interessanti risvolti culturali.
L'urgenza catechetica.
I contenuti biblici e teologici del cammino e dello stare nella casa Dio devono essere percettibili ai pellegrini.
Il pellegrino deve essere guidato a leggere i segni della presenza di Dio e i simboli attraverso cui si articola il complesso linguaggio religioso.
Egli, infatti, non è tanto ascoltatore della parola proferita, quanto l'uomo dell'immagine, del segno che scava, del ricordo che vivifica e attualizza.
Per il pellegrini le memorie non sono realtà definitivamente consegnate al passato, o da recuperare a una contemplazione estetica, ma sono il luogo dove Dio si è manifestato e continua a manifestarsi soprattutto con la misericordia e il perdono.
Il santuario, d'altra parte, proprio perché è il luogo dove Dio si manifesta in modo particolare, è anche il luogo della festa, dello splendore degli ori e delle luci, il luogo dove il pellegrino vuol essere presente col suo contributo povero o ricco che sia.
Per questo motivo è necessario comprendere che il recupero della dimensione culturale serve a dar consapevolezza al pellegrino di tutta la grazia di cui è fatto segno da Dio, ma serve anche a dare a noi consapevolezza che il pellegrino stesso è un dono ricco che il Signore fa alla comunità.
Il pellegrino vuol sapere come Dio si è manifestato e continua a manifestarsi. Gli ex-voto, i numerosi attestati di ringraziamento esistenti nei santuari rendono in qualche modo visibili gli interventi di Dio nella storia e nelle vicende degli uomini. Il pellegrino vuole sentirsi protagonista in questa storia; vuole essere presente nella casa di Dio con un dono, un segno. Da ciò l'esigenza di informarsi, di soddisfare la sua curiosità verso luoghi, oggetti, tradizioni, persone; la sua ricerca di documenti; a volte la sua invadenza.
E' lo spinoso, bistrattato, ma tuttavia essenziale problema dei beni culturali, che dovrebbe trovare nei nostri superiori religiosi, prima, e poi nelle Pubbliche Amministrazioni, ben altra attenzione.
A modo di esempio, per quanto attiene la concretezza del nostro territorio sammarchese, voglio far riferimento all'esigenza di recupero della cosiddetta "Via Sacra Langobadorum" e alla valorizzazione dei beni culturali conservati nel convento di San Matteo.
Ambedue i programmi sono stati inseriti nei progetti della Comunità Montana del Gargano, e, una volta approvati dovrebbero essere finanziati con i fondi della Comunità Europea.
Non sarebbe male, tuttavia, se le Amministrazioni locali favorissero per proprio conto un'opera di salvaguardia, di restauro e di migliore conoscenza degli elementi superstiti di questo percorso religioso che apriva le porte del Gargano ai pellegrini provenienti dalle regioni settentrionali. Faccio riferimento, per esempio, a tutto il complesso di monasteri, di cappelle, di ospizi di cui ancora affiorano ruderi all'imboccatura della valle di Stignano, ai ruderi della Trinità, allo stesso convento di Stignano a cui un'accorta politica potrebbe restituire la sua funzione, ora quasi del tutto spenta, di primo santuario garganico che i pellegrini incontrano venendo da settentrione. Faccio riferimento agli eremi che costellano le nostre valli e di cui l'eremo di San Nicola nei pressi di San Matteo è un illustre esempio. Faccio riferimento allo spinoso problema dei servizi di competenza della Pubblica Amministrazione nella zona di San Matteo.
Altro argomento: i beni culturali conservati a San Matteo. Alcune sono collezioni notevoli, importanti per la storia, non solo religiosa, del territorio. Tali sono gli ex voto e la collezione di paramenti liturgici, una delle maggiori di Puglia. Senza parlare della Biblioteca e delle altre collezioni di arredi sacri, stampe antiche, quadri e sculture, di archeologia e perfino ferri chirurgici, conservati a San Matteo.
Concludendo vorrei ricordare che il nuovo Codice di Diritto Canonico, nel can. 1234, § 2, fa esplicito riferimento alle "testimonianze votive dell'arte e della pietà popolari". L'esortazione del Codice viene a sancire una caratteristica naturale dei santuari, quello di essere luoghi di conservazione e di fruizione del complesso di beni culturali accumulatisi in secoli di frequentazione. E' un invito pressante perché la complessa problematica dei beni culturali interessanti i santuari e i relativi itinerari trovi un momento privilegiato di riflessione. La Chiesa Italiana, con alcuni recenti documenti si sta facendo carico di una notevole inversione di tendenza nei riguardi dei beni culturali, dopo decenni di indifferenza, se non di sfascio.
Questa nuova tendenza ha già prodotto i suoi frutti con una maggiore attenzione, soprattutto nelle grandi città, al giusto rapporto fra il turista e il bene culturale tramite una presentazione adeguata fatta con rigore e competenza da personale qualificato.
Vorremmo che questa tendenza approdasse anche nella nostra Capitanata. Finalmente potremmo offrire a noi stessi prima, e poi ai forestieri, le immense ricchezze prodotte dalla nostra gente e da milioni di pellegrini, di Crociati, di viandanti che si sono susseguiti nei secoli per le nostre strade.
Grazie
P. Mario Villani o.f.m
Convento San Matteo 17 giugno 1996
