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Illustrazione di Alfredo Petrucci: Notturno garganico.
Illustrazione di Alfredo Petrucci: Notturno garganico.
In primavera [https://www.youtube.com/watch?v=Fhi0REBQDPU], quando i puledri corrono sui prati a gara col volo degli uccelli e con le rinnovate correnti marine lungo i sonori antri garganici, i cieli si aprono a una festa che è nell'aria e nelle cose, e raggiunge le più oscure valli che vi partecipano con una esultante accensione di fuochi inneggianti al buon tempo e al ritorno del sole.
Tu non chiedermi, o mio svagato viaggiatore, rabberciate notizie di etimo che potrebbe fornirti qualche saccente persona del luogo per nascondere un vuoto d'animo dietro appariscenti ma piatte notizie di tradizioni, di leggende o di storia. Queste ottusità si addicono a chi nulla sente o sa sentire, perché non sai poi se una spiegazione saputa faccia aprire la bocca per un'esclamazione di meraviglia o di distratto sbadiglio.
Immmagine tratta dal libro "Schene e descrizioni illustrate" di Luigia Codemo Gersensteinbrand edito nel 1871
Immmagine tratta dal libro "Schene e descrizioni illustrate" di Luigia Codemo Gersensteinbrand edito nel 1871
Appunto qui la tua ricerca di sensazioni nuove e autentiche avrà sicura soddisfazione. A questa inaugurazione della primavera il pio popolo si prepara con coscienza e lunga mano, facendo, durante il viaggio dell'inverno, le sue prove per quell'esplosione definitiva tra marzo e aprile. Si tratta prima cioè di falò isolati (le 'fanoie'), in onore di Santi e sono come tentativi, promesse e ansiose attese del tempo nuovo. San Biagio: e il suo isolato falò che una volta brillava sulla piazzetta della mia chiesina e che ora brilla solo nella mia memoria. San Giuseppe: e già i fuochi ardono immobili in tutti i rioni e in tutte le strade. Le quali, nel loro simmetrico divallare, meglio permettono al visitatore, in una circolare passeggiata nel borgo, di vedere questi falò allineati, prima dell'accensione, come sparse e numerose tende di un pacifico esercito pronto ad un canoro bivacco.
E poi i mobili fuochi delle 'fracchie' la sera dell'ultima Cena e in occasione del doloroso errare della desolata Madre.
Forse questa trepidazione di attesa è meglio presentita da un infantile motivo musicale: è lo scorrere del tempo, che a primavera precipita ed estua nel gran golfo della luce. Esso è affidato al ronzìo dei cerchi dei bimbi garganici che, abili e alipedi, li guidano lungo le difficili vie del paese montano. Arcana velocità convergente di suoni, di luci, di colori e ardori. E così sbocciano fiori nei prati, suoni nelle mani dei bimbi e fuochi nelle valli.
'Fanoie e Fracchie': sapida affabulazione di cose buone, fatte di tempo, di venti e di nulla, nella mente del nostro popolo, nella fantasia schietta dell'umanità senza nome. Sentirai allora, innanzitutto, e sarà la tua prima scoperta, un odore diffuso di rose mezze, di uva passita e di gelsomini: è l'odore del legno preparato da lungo tempo per la gran festa.
Odore di legno che, come il pane, ci accompagna confortevole dalla culla alla tomba; e come il pane è presente in tutte le nostre feste, pubbliche e domestiche, soprattutto da Natale a Pasqua: le due feste cristiane, che, nella saggia distribuzione liturgica dell'anno, chiudono la stagione invernale in due solenni parentesi.
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand edito nel 1871
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand edito nel 1871
Le ignee tende [https://www.youtube.com/watch?v=nZbwuhVfWuI], le fanoie di San Giuseppe, e, otto giorni dopo, quelle dell'Annunziata, son divenute fracchie e cioè cannoni di ogni calibro per l'ultima battaglia contro l'inverno e annunzio della primavera guidata da una Madre dolorosa verso la resurrezione del Figlio e del tempo.
L'ora crepuscolare addensa le ombre della valle e accende le menti e le fracchie. Si snodano le teorie dei mobili fuochi proporzionatamente dalle più piccole alle più grandi; e quest'ora non tollera altre luci se non quelle, dirò così, naturali: fragorose luci rosse e gialle delle fracchie assommate poi in alto nel pallore tacito e incantato del plenilunio.
Aprono lo splendente corteggio fanciulli con le faci a braccio o su di un asse portatile; e i volti illuminati meglio evocano la compunzione di un antico rito. I giovani che oppongono il loro agile vigore alla violenza delle fiamme più audaci e gli uomini tutti, come astati, come opliti, in un ordine di movimenti e di comandi, bene s'intonano alla puntuale snodatura di gesti precisi e musicali, simile ad una pagina punteggiata di note il cui suono è più vedibile che udibile, o, ancor meglio, come una geometrica trascrizione in bassorilievo. L'ardore del procedimento comanda quest'ordine perché appunto la fiamma portatile, incedendo, si ravviva e abbella: è un imporsi con violenza, solennità e maestà.
La fiamma passando ha parola, figura e personalità, canta e si esalta, come canta, si esalta ed esulta l'intiero popolo.
Illustrazione di Alfredo Petrucci: Tipi e costumi garganici: Il trasportatore di agrumi.
Illustrazione di Alfredo Petrucci: Tipi e costumi garganici: Il trasportatore di agrumi.
Come in un tessuto sonoro spicca il rilievo di un isolato melodico, cosi colpisce l'umana rauca voce dei giovani addetti al traino nel campo del fuoco assordante per i metallici ordigni.
Fuoco, fumo, sferragliar di ruote, stridìo di catene, acre odore di petrolio e di legna, voci basse e lugubri di incitamento e di eccitazione ci danno la certezza dell'Inferno.
Ma se l'odore del petrolio che serve a stuzzicare la fiamma nel tardo legno ci dispiace, il naturale odore del fumo e della legna aiuta la evasione verso i camini di campagna e la quiete dei focolari oltre l'orrendo pigiarsi della folla dolcemente spaventata. (Il manzoniano senso di star solo quanto più la folla ci soffoca e opprime è così vivo in questa sera di vago sgomento, come un piacere desiderato e temuto).
La diabolica spavalderia delle fiamme invade la piazza da dove le fracchie, già disposte, si accingono poi a percorrere la via principale. È un fremito potente di luci e di calore che investe tutte le case del borgo e si dilata nella valle; e il cielo, incendiato dai rossi bagliori, si esalta in un'improvvisa aurora boreale. Le fiamme portatili sono belve uscite, una volta tanto, dal serraglio. Ammirando le più grosse, veri castelli di tonnellate di legna, si pensa a frementi scatti di tigri e a ruggiti di leoni, con minacce che hanno qualcosa di perentorio e di assoluto. E domatori, con i loro comandi e incitamenti secchi ed energici, appaiono gli uomini intenti al carriaggio di queste macchine infernali.
Nasce così in tutti una strana, profonda riverenza per il fantastico corteggio che sfida ogni più esplosiva invenzione surrealista. L'ordine delle cose e della logica è infranto da quei mostri che impongono di vivere per qualche ora in un ordine e in un mondo diversi.
E come le fiamme, ingigantite e dilatate, invadendo tutto lo spazio libero, si torcono, si allungano, si frantumano e disperdono in alto in nuvolette di fuoco, dopo aver lambito case e volti, che si ritraggono clamorosamente impauriti, così si eccita e sfrena la mente degli astanti. Allora il cuore diventa anch'esso una face che, accelerando i battiti nel petto, quasi tenta di esplodere. Si vive un'ora tanto insolita, a cui spesso nell'anno la memoria ritorna volentieri, ma con un gusto dei giochi proibiti e col vizio segreto di un giocatore d'azzardo.
Le rive umane, uomini, bimbi, vecchi, donne che costeggiano questo fiume di fuoco vivo, hanno qualcosa che è insieme di ferino e di divino.
I volti assiepati e illuminati a scatti dal fuoco, nell'unica sensazione collettiva, si fondono in un essere mostruoso dai mille occhi allucinati; e pupille mobilissime e bocche voraci bevono calore e luce come uno stregante elisir. Quando infine l'incandescente strepito dei carriaggi si è allontanato, il selciato è ricoperto da un tappeto di carboni tra cui scintillano, effimeri rubini, le ultime miche delle fracchie: è un blu di notte in cui splendono queste scintille come in un cielo capovolto. Cielo e stelle come riflessi in una profonda acqua palustre. Al clamore delle fiamme succede un attimo di silenzio, che quasi recide i nervi, come quando cade improvviso l'assordante stridìo delle sirene. Corrisponde al vuoto, allo spazio, al deserto che si crea tra le squadre dei diabolici portatori di fuoco e all'inizio della parte religiosa della vera processione.
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand edato nel 1871
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand edato nel 1871
Si attende che si spengano gli sparsi e sfrigolanti tizzi perché si possa procedere, ma vi è anche, oltre che un semplice spazio vuoto, una pausa necessaria nel contrappunto di questa processione: cesura dovuta al necessario transito dal profano al sacro. Perché insistente sale dal fondo di una memoria colta il ricordo di un rito antico; e forse, più che antico, primigenio quanto l'uomo.
È l'aspirazione dell'uomo di sempre, che, dal fondo delle tenebre invernali, tende verso il calore e la luce primaverile; ed è anche personificazione stessa della primavera, della figlia di Cerere e della sposa di Plutone: Persefone, signora delle ombre, lascia l'infero sposo e si avvia verso la madre biondazzurra di messi e di fiori. Persefone, signora delle ombre, si fa luce con un regale corteggio lungo i cunicoli infernali che sboccano verso il bel lume sereno della terra. E primavera e persefoni e orfei ed euridici, che siano, s'avviano tutti al canto della vita anche tra gli anfratti delle valli garganiche, in una delle quali è sito San Marco in Lamis, il paese delle fracchie.
Clamori di fuoco, urli di comandi, eccitazioni di cuori e di menti, residui di paganità che solo il sano cuore del popolo sa contemperare e fondere, sempre, in un profondo senso di «pietas». Ma in quello spazio vuoto, in quella pausa necessaria nel registro della processione, in quella palude stigia che riflette un cielo impossibile, cade la paganità per un più vero senso religioso che avanza nella fioca luce di vaghi lampioncini. La paganità permane solo in rapporto ad un costante senso poetico della natura del nostro popolo; e i miti classici non restano che come sedimenti archeologici, cari forse solo alla presunzione dello storico ricercatore.
A noi giova, per il conforto di una sera, questa grazia festiva, questo dono, come frutto rigoglioso di stagione prodotto dallo stesso popolo.
Sono i palloncini che seguono, con le tinte più tenui o delicate delle veline, rese calde dalle luci interne, come tanti fuochi fatui emigrati da un irreale cimitero. La bizzarria delle forme, intenta a imitare scene della Passione e sagome di monumenti e templi, viene anche essa tenuta a freno da un commovente motivo ispiratore: il sempre sorgivo senso della pietà. L'ingegnosità artigiana tocca punte di buon gusto estetico e di sbrigliata capacità di espressione. Una lunga preparazione e tanta cura per il godimento di un'ora sola; e in questo lusso e in questo sperpero la nobiltà e la dannazione del talento italiano, che anche a San Marco è così speso. E se i lampioncini con la loro vaghezza, in tono minore, fanno da eco luminosa e gentile al clamore plebeo delle precedenti fracchie, sono essi un dolce preludio alla parte religiosa della processione. Sono fosforescenti orifiamme e bandiere di luci meglio intonate al devoto momento; preludio a un canto fermo e disteso nell'ora notturna. Infatti l'eccitazione iniziale prodotta dal fuoco è quasi obliterata, quando avanzano poi i confratelli in camici che ricordano il colore del cielo notturno e del manto della Vergine. Sono ragazzi e adulti che in bella linea e con in mano la cristiana candela accesa, che fa da contrasto alle pagane tede iniziali, intonano il jacoponico 'Stabat' e ci trasportano nel desiderato e riposante clima di devozione.
Fanno essi la realtà presente del vero sentimento religioso.
Se le fiamme hanno scosso ed eccitato i sensi, questo canto invece penetra e fa vibrare le più intime latebre del sentimento.
Generazioni e generazioni hanno cantato per le stesse vie e con le stesse note lo stesso inno, con quella costanza di ritmi e di cadenze che testimonia una presenza numinosa e ci assicura l'eternità.
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand edato nel 1871
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand edato nel 1871
[https://www.youtube.com/watch?v=q9l7jg-AlOU] E ci ricordiamo così dei cari morti, dei nostri morti, di tutti i morti, di tutta l'umanità presente e viva e il suono di lei in uno scorrere infinito delle cose, della natura, degli uomini e di Dio.
Ecco perché il visitatore noterà al passaggio dell'Addolorata, buona statua non priva di artistico decoro, una serie di colloqui, anzi di dialoghi, tra ogni singola persona della folla e la Madonna. Scoprirà questi segreti dialoghi fatti di gesti o di braccia tese verso la statua e poi ritirate per un bacio sul dorso della propria mano, che copre la bocca come per racchiudere una divina parola afferrata al volo; preghiere, invocazioni, gemiti, parole frante, sospiri e pianti di conforto. Quante nostre donne è facile sorprendere così con la mano tesa e ritratta al bacio, e gli occhi umidi e la tremante bocca parlante come in dolce delirio, senza curarsi più dei circostanti.
Sono. questi i momenti più fervidi e commoventi: ognuno ha qualcosa da dire al regale passaggio di una Donna che riassume i dolori e le ansie di tutti, non privi, però, della speranza in una luminosa resurrezione.
E poi la folla, la folla tutta di centinaia, di migliala e migliala di persone che cantano tutte a una voce; eppure, singolarmente, ognuno esprime col canto la sua pena.
Canto corale di sera che desta i morti e i vivi, gl'inferi e i santi. Sgorga a onde dal cuore dell'uomo e dalla via del borgo, si fonde col canto del vento nelle prime tenere foglie di primavera e se lo porta via il silenzio negli abissi azzurri. Desta gli uccelli nei nidi e gli angeli nei cieli, perché questi miracoli compie la fede.
Folla immensa, paurosa: è una liquida umanità fatta fiume che canta e che geme. Uno e tutti: non numeri ma spiriti fatti uno.
E i gemiti e i canti, lontanando e morendo a poco a poco, li copre e inghiotte la palude della notte. Ma non si avverte un senso di fine, anzi un senso inaugurale di nuova vita.
Questa sera, si toccano i vivi segni del tempo e delle generazioni come tanti anelli di una catena interminata. Forse il mistero si offre a noi come una valva aperta in grazia della bontà di un popolo che esegue i suoi riti con sentita solennità.
Un'ora, una sera, che vale il più bello appuntamento d'amore.

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Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Il Castello dei Giganti.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Il Castello dei Giganti.
Forse la Tebaide, quella vera e vitale, che impegna cioè l'abitante del deserto a un esercizio quotidiano di santità in lotta con le tentazioni e con gli elementi della natura, in Italia esiste solo in questa plaga garganica. Qui sono ancora possibili quei 'pensieri di libertà che solo possiede il deserto', come ebbe a dire il santo anacoreta orientale, il vecchio Sisoes, contento del deserto.
Altrove i luoghi sacri sono ormai generalmente nella fase di buona amministrazione della santità che fu, non di quella che è o può essere; e il culto si alterna o si fonde con la curiosità turistica.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: San Giovanni Rotondo: Costruzioni ogivali.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: San Giovanni Rotondo: Costruzioni ogivali.
Qui l'impegno a fare qualcosa, a essere qualcuno, ha ancora tutta l'attualità drammatica di un glorioso medioevo con le sue luci e le sue ombre.
Creano l'ambiente alla necessaria macerazione dello spirito e della carne l'aridità di questa fascia garganica, il silenzio delle acque, la assenza di ogni fiume, di ogni sorgiva; mentre l'immota solennità delle colline è spesso squassata da trasalimenti tellurici, per l'improvvisa tempestiva presenza dell'Arcangelo che mette in fuga il maligno in perenne assedio.
Duole ora vedere salire a questa sdegnosa montagna la pietà motorizzata, e il rammarico è vivo e pungente in chi ricorda tanti romei abruzzesi, molisani, campani e marchigiani venire su a piedi, dai proni campi di Puglia, salmodiando negli odorosi mattini di maggio o nei limpidi cieli di settembre. Venivano su, come usa dire volgarmente, ma col rispetto di una tradizione o meglio di una eredità esemplare e sciupata, sul cavallo di San Francesco.
Il sentimento religioso, vivaddio, è certamente salvo, ma quei motocarri frastornano la poesia o il bei colore del culto.
I sapienti romei di un tempo invece - ma ci sono ancora quelli che rispettano il lascito francescano - col venire su a piedi e a tappe esprimono insieme più profondo sentimento e buon gusto: anche il paesaggio dei santi va assaporato, centellinato, vissuto durante un pellegrinaggio. Del resto, cosa starebbero a fare tutti quei santuari scaglionati lungo la valle prima di giungere alla montagna dell'Angelo? E chi sa quante le locande e le taverne disseminate una volta lungo l'itinerario: è leggenda, lo so, pura leggenda il passaggio di San Bernardino da queste parti, ma questo Santo di impetuosa franchezza e sciabolante arguzia potrebbe dirci qualcosa. Solo così il miracoloso passaggio di un suo seguace avrà potuto fare, in San Marco, di una stalla una chiesa.
E San Francesco che direbbe di questi romei di oggi, rumorosi e cattivelli, più svagati turisti che sitibondi di beni dello spirito?
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Fu qui che Egli appunto venne, a questa montagna sacra, in questa grotta, per chiedere consiglio al Principe degli Angeli, prima di affrontare disarmato il sovrano dei Turchi. Consiglio per un periglioso viaggio e, ancor più, per una perigliosa e miracolosa avventura. Come Francesco, come i frati minori, fa anche oggi il romeo vero e sensato.
Comunque, romeo o turista che tu sia, non passare distratto per questa valle e per questi monti: sarebbe un'offesa gratuita a luoghi sacri e alla loro parlante natura. E al pellegrino del nord, come anche al buon turista, è d'obbligo giungere alla grotta sacra da San Severo attraverso l'erbosa valle di Stignano e l'aprica piana di Sant'Egidio.
Movendo dunque dai vigneti di San Severo, salutare a destra l'aereo nido di falchi di Rignano, ventoso balcone sulla Puglia; addentrarsi nell'ampia valle di Stignano e prendere una persuasiva familiarità con essa, meriggiando qualche ora all'ombra di un bosco di querce, e confortarsi alla vista della pallida santità degli ulivi o della grazia leggiadra dei mandorli in fiore: a queste cose adempie il sagace visitatore. E gli sarà subito premio scorgere tra il verde tenero dei mandorli e il grigio delle arenarie il caldo color frumento della chiesa di Stignano.
La bella serenità della facciata, che il nobile Pappacoda volle, forse in omaggio ai pellegrini abruzzesi, ha lontana vaghezza di simiglianza con l'aquilana Santa Maria di Collemaggio; né delude la decorosa e linda architettura dell'interno francescano.
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
I chiostri, poi, conservano l'ossequio alla più ortodossa linea classica, specie in un arguto pozzale al centro di quello più leggiadro e rinascimentale.
Perenne aria di maggio respira questa chiesa con l'annesso convento da una parte e una buona casa di fattori dall'altra; e tutto in una aria di casalinga intimità, odorosa di buone cose, come poste in serbo, anche nel più crudo inverno. O beata e rinnovata 'oasi di Stignano'!
Peccato che i tarli, questi edaci denti del tempo, abbiamo ormai distrutto l'opera del coro di gustosa e originale scuola abruzzese.
Tu ci verrai, così, in un sonoro giorno di maggio, quando ancora i buoni contadini e gli agricoltori del vicinato fanno un po' di festa e molto cuore alla bruna Madonna. Ed è Stignano col suo girotondo di colline giottesche l'estrema punta della vetusta e vasta diocesi di Lucera.
La via subito dopo si inerpica più severa fino a giungere a una strozzatura, a un esempio elementare di gola montana. Ma da una curva proterva, che sottolinea un greppo selvaggio, avrai cura di volgerti indietro per dare un ultimo sguardo alla piana d'oro fra quinte di colline verdebrune, che si perde fino ai cilestri monti del Subappennino, fino alla scintillante Maiella.
E dopo la stretta gola e una conca valliva in cui s'adagiano e s'infoltano, senza respiro, le case di San Marco, ecco il piramidale Celano e da un suo sprone, rugoso ed erboso per una buona metà delle pareti, come sorto dalla roccia stessa, il longobardo e francescano santuario di San Matteo. Tappa d'obbligo e di sicuro ristoro al visitatore e al romeo è certamente San Matteo.
Il sottostante bruno bosco, canoro di usignoli a primavera e acceso dei colori più vari dall'autunno dipintore, sottolineato da una striscia rossa come di sangue a causa della strada intagliata nella roccia in lunghe curve, fà da superbo piedestallo al convento che si afferma e protende con l'ardita potenza di un maniero.Non è facile distinguere dove la dura pietra del greppo finisca e dove cominci la costruzione umana: natura e uomo si sono scambiate le mani. Facile, invece, distinguere le varie epoche dell'opera umana. La parte inferiore, lo zoccolo per così dire, tutta ricoperta d'erba muraria, come la villosa scorza di un gigante saldamente radicato, è indubbiamente d'origine longobarda. La costruzione sovrastante nella sobrietà delle linee, nell'asciutta compattezza dei volumi, appena interrotti dai rettangolari fori delle celle, che obbediscono sempre ad un discreto ritmo spaziale, è del mondo ed elegante gusto francescano. (Chi ha tolto appunto il francescano sagrato che coll'«incerto» del pavimento faceva erbosa la piccioletta soglia della chiesa?). E tutto l'insieme ha una rigorosa linea benedettina, che arieggia il convento cassinate per chi lo guardi tra gli alberi del boschetto.
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Il raffinato patito d'impressionismo, di primitivismo e di pittori doganieri avrà di che stuzzicare la sua sensibilità nei numerosi «ex-voto» offerti dalla fedeltà miracolata e dalla cara ingenuità artistica del popolo. Non gli raccomandiamo il distratto e più volte bistrattato barocco della chiesa, ma la bizantina statua dell'Evangelista. Questa e un dente del sinottico biografo di Gesù, sfuggiti ai flutti del tempo come un'arca miracolosa, deposti in uno degli angoli più segreti del Gargano, hanno sempre esercitato un loro fascino sulla fantasia pia e devota. Vi sostò Francesco? Alla mia infanzia attenta era mostrata una pietra dove egli si sarebbe inginocchiato a pregare. Tanto per soddisfare un po' di fame storica, vorremmo dar credito a chi opina in questa sicura fortezza essere avvenuto un decisivo abboccamento fra gli emissari dell'imperatore bizantino e papa Leone IX avanti la battaglia di Civita, fatale a lui e decisiva per la sorgente potenza normanna.
Certo, per riandare ancora nel tempo, doveva essere San Matteo una tappa d'obbligo e ancor più un sicuro ospizio all'antico pellegrino, se credettero opportuno occuparsene con proprio decreto principi e duchi longobardi.
Abazia benedettina, cistercense o semplice convento francescano, ha avuto San Matteo momenti di importante respiro storico, mentre il mare circostante e la piana erano campeggiati da corsari e saraceni. E alla rigogliosa abazia la vicina San Marco deve origine, vita e impulso.
Se il Celano protegge e nasconde la valle e il santuario, dopo appena un passo ventoso, ecco la Puglia piana, su cui il convento, nei tempi incerti, apriva un occhio vigilatore dal tozzo campanile; ecco l'arco del golfo sipontino e l'orizzonte in fuga oltre Bari, fino alla curva della terra.
E la Tebaide è attorno ad esso in un susseguirsi di colline petrose dal colore ferrugigno come il petto dei colombi, come le ali delle pernici che un tempo amarono questi luoghi.
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Pietre, pietre e pietre, disperse e disseminate, raccolte a mucchi come tombe provvisorie o allineate ora per inutili muri a secco che hanno perduto la speranza di trattenere il terreno.
I rari mandorli fioriscono forse come il miracolo di una preghiera vegetale. Così per miglia e miglia verso San Giovanni, verso il suo umile convento dei Cappuccini.
Si andava colà, nella nostra infanzia vagabonda, come a un punto estremo del mondo e dove unica vita possibile ci sembrava quella dei santi sotto l'aspetto della più rassegnata e tranquilla pietà francescana. Le meravigliose cose narrate dai Fioretti o dal Cavalca e dal Passavanti, che noi allora leggevamo con crescente interesse, le ambientavamo attorno a questo convento squallido e umile, privo di un pur minimo onore d'arte. C'era, e c'è, un minuscolo obelisco con su una croce che, nei tristi pomeriggi d'inverno, ci sembrava segnasse l'ultimo confine.
Fu così che alla nostra infanzia nutrita di meraviglie quotidiane, pur fra gli orrori della prima guerra mondiale, sembrò naturale che sulle mani di un frate fiorissero un giorno le stimmate.
Uno spontaneo miracolo: come da questa pietra garganica, spaccata di colpo, spiccia un rosso splendente, non sai se di terra o di sangue. E come dalla pietra il mandorlo e il rosso vivo della bauxite, così dalla Tebaide un fiorito giardino di cose miracolose. Qui accanto all'umile chiesetta cappuccina, nel giro di pochi anni è sorta una nuova città pia, vorrei dire una nuova Pienza. E come dagli orti sbocciavano ogni giorno nuovi fiori, così nuove cose meravigliose si susseguivano rapidamente. Il grido del miracolo si propagò per le quattro parti del mondo e, oggi, quella terra polare della nostra devozione vagabonda ha l'eguale clamore di piazza San Pietro per la varietà cosmopolita dei romei e degli incuriositi turisti. E come si rimane stupefatti per le grandiose opere sorte per incanto e miracolo, a conforto della fede e a sollievo della sofferenza, dalla roccia più spietatamente arida e refrattaria (ed è questo il documento, la testimonianza più certa di un miracolo in continuo svolgimento), così ci chiediamo se la nostra stessa vita, dall'infanzia a quest'oggi, è stata testimone di una realtà o si è svolta nella magica luce di una favola.
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Inverno del 1919, punto fermo di un estremo tempo disperato e raccolto, di chi ha la certezza di essere effettivamente nella Tebaide; e maggio 1956, quando dagli spalti di una città ospedaliera garrivano le bandiere di quasi tutti gli stati del mondo. E la voce del Padre, celebrante davanti a un'immensa folla, a chi ha buona memoria, è apparsa pur sempre quella: bonaria e lievemente ironica a un tempo, voce di un uomo del popolo con la costanza di una voce di natura, tesa a scandire, con egual tono, le divine sillabe della preghiera latina e mediterranea, ma con un nuovo timbro, con un nuovo colore, quello garganico.
Si scende sempre da queste pendici e colli, una volta ermi e ora sacri alla pietà e alla carità, con un dolce turbamento.
Spazio e tempo anche qui, come in altri luoghi garganici, si sono incontrati miracolosamente; un prodigio che nasce dalla disperazione, di chi tenta e forza l'ordine delle cose per dar loro un nuovo corso. È un comandare al tempo, un soggiogare e domare lo spazio. Era questa l'ambizione di Faust, al quale però fu negato tal dono per i fini egoistici, terreni, per l'ambizione di volgere al male le oscure potenze che ci sovrastano.
Attraversando le vie cittadine di San Giovanni Rotondo, occorrerà avere occhio attento al clima fervido di opere, quasi febbrile, esaltato, in cui ormai gli abitanti vivono.
Ma dai colli al piano varii e fondati sono i motivi. In alto l'alacre vita dei devoti, in basso, nel profondo delle viscere della terra, la industre vita di api operaie, intente nella miniera a estrarre minerali. E poi, tra mezza costa e l'altipiano del primo gradino garganico, la estesa, argentea fascia degli ulivi da cui si estrae il docile olio, tra i più limpidi e odorosi d'Italia.
La pace dei luoghi, e la pace simboleggiata dall'ulivo che trova qui naturale albergo, non contrasta con l'attività industriale.
Pescorosso, Calderoso, Le Mattine e così via con denominazioni fantasiose di contrade pedegarganiche fino alle porte di Manfredonia, sono la confortevole patria del mandorlo e dell'ulivo.
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
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Ma prima di lasciar San Giovanni, merita anche uno sguardo una chiesina dalla facciata occidua e medioevale. In questi luoghi Giano ebbe i suoi tenaci fedeli che l'onoravano di riti purificatori; e ritornano così alla memoria i leggendari luoghi della valle di Stignano e del Celano, dove anche il dio bifronte ebbe culle e pozzi sacri.
E fu certo degli antichi garganici un encomiabile retaggio di fede, tra il vecchio e il nuovo, lungo questa via dei Santuari; la quale, a un dipresso, segue il tracciato di una longobardica 'via sacra', via che ora noi seguiamo con umiltà di cuore ancora per lande deserte e tra squallori potenti. Farà eccezione una vasta piana, ieri putrida di acque morte e oggi fertile di ricercate solanacee.
Campolato! Campolato: ancora una volta fantasia di popolo in cammino nella cui mente è rimasta, con la tenacia già detta della fede, qualche voce di schietto latino. A Campolato tutti i pellegrini, quelli autentici, a piedi, riposano, talora bivaccano, prima di ascendere il sacro Monte.
È forse un dolce sgomento del cuore piegare le ginocchia prima di toccare la terra promessa: è il momento della purificazione, della Canossa, prima del colloquio con un Angelo. Certo, su quel monte dovettero abitare uomini e mostri straordinari: occorrerebbe rievocarli qualche volta dal ciclopico Castello dei Giganti. Ma ne temiamo la tentazione profanatrice perché farebbe tremare la terra. Poiché terribile è questo luogo, casa del Signore e porta del cielo. L'iscrizione latina di tal contenuto, sulla fronte del Santuario, non ci ammonisce invano. Anzi lo fa molto opportunamente e l'ottagonale campanile angioino svetta nell'azzurro come un dito minaccioso dell'Arcangelo ammonitore.
I potenti della terra, i navigatori più avventurosi e fortunati, i santi, i pontefici, i re han qui deposto la loro superbia offrendo doni, lasciando vestigia del loro passaggio e della loro pia volontà di umiliazione. La statua del Vindice giustiziere (ma è proprio del Sansovino?) dal volto apollineo, candida nelle ombre dell'umida caverna, ti appare perentoria e lontana come un incandescente miraggio.
La volta della grotta è un nembo pietrificato di un'antica tempesta, di un'epica battaglia tra il male e il bene, e da cui cadono ancora memori gocce a testimonianza dell'ira e della misericordia. Intingere un dito nel pozzetto dell'acqua lustrale è devota partecipazione all'arcano; portar via un sassolino dilavato è come possedere un talismano rassicurante; uscire alla luce è, dopo la visita, un bisogno fisico, un premio dopo l'espiazione. Una finestrella sull'ampia valle Carbonara è insieme sollievo e promessa d'infinito.
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Si gioca a scendere e salire le 'scalette' come bimbi dopo il perdono. Non è sempre facile giocare sul tetto di un santuario.
Ma questa bella e strana città, quasi irreale, nata pur essa per volontà e miracolo di fede, ci dona ancora altro. Per il miscuglio degli evi e delle denominazioni, come a simbolo, c'è la cosiddetta tomba di Rotari o battistero. È il più inquietante monumento architettonico meridionale per la sovrapposizione di stili, tutti di eguale decoro e interesse, e, tuttavia, elastica e luminosa costruzione. Altra scala al cielo o torre di Babele? Ma le graziose viuzze, quasi tutte adorne di qualche portale o finestra, educati da buona mano artigiana, e tra cui prevale un gentile fiorito barocco, menano davvero, in fondo, all'infinito.
Capolettera. Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Capolettera. Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Questo monte dona al visitatore uno degli spettacoli più affascinanti del Mediterraneo: un fremito di felicità, tra mare, terra e ciclo, per un immobile volo. Maestà dello spazio: ecco l'Adriatico, nell'ampia falcata sipontina, a perdita d'occhio; ecco la piana della Puglia da mirare e rimirare nell'infinita varietà delle sue opere, delle sue culture e dei suoi colori. Quanti i borghi, le ville, le città, rincorrentisi nella geometrica logica delle vie e delle case. Si amerebbe stare a questo balcone giorno e notte, come lo stilila, per ricavarne un motivo di saggezza nello stare tra gli uomini. Se il sereno svela lontananze, il nubiloso rivela segreti. Se qui conviene l'azzurro per una conversazione con lo spazio, non meno grandiosa appare l'ira degli elementi.
Se laggiù, sul mare, i gabbiani tessono ai rivieraschi un soggiorno più confortevole, l'uccello che si addice a questo drammatico luogo è la procellaria. Perché mai l'Arcangelo avrebbe scelto questo monte?
Agli antichi colonizzatori greci, ai venturosi navigatori, a Diomede e Calcante, dovette certamente spuntare questa fronte del promontorio come meta ideale al loro desiderio di nuovi mondi. Qui l'indovino greco trovò l'estrema pace. E forse Siri accolse come un talismano le ceneri del suo fondatore. Siri, bel nome, dove mai le tue vestigia? E l'eguale tragico fascino della leggenda avvolge Calcante e il disperato eroe Ettore Fieramosca che in questo luogo, seguendo la fantasia del D'Azeglio, volle trovare la morte liberatrice.
Ombre e memorie d'ombre, fugate da un taglio della spada arcangelica per una splendente realtà. E così l'occhio, ama spaziare da questo poggio, dal monte al piano, per scorgervi, al termine della via dei Santuari, altri luoghi sacri alla pietà: Pulsano in alto; giù, lungo la via da Manfredonia a Foggia, il solido e armonioso tempio romanico di Siponto, e, più lontano, il grazioso tempio di San Leonardo dall'incomparabile portale: La gente della mia terra nella sua pia peregrinazione segue un periplo ben determinato su carri e autocarri: è d'obbligo, a maggio, salire a San Michele e poi, scendendo al piano, visitare Siponto e l'Incoronata.
Non mi sembra, ora, superfluo insistere che il mio cuore va a quei romei, a quelle pie donne che compiono il loro pellegrinaggio a piedi: da San Marco a Monte, con una sosta a Campolato per la merenda; il che è una bella passeggiata di una trentina di chilometri, sessanta col ritorno. Si preparano essi di lunga mano, allenandosi spiritualmente e materialmente, raggranellando per mesi i soldi per la locanda e il breve soggiorno nei pressi della Grotta. E vi ritornano una sera del maggio fiorito. Si raccolgono in un punto convenuto, come per la rappresentazione di un'ultima scena sacra; e fanno un bellissimo vedere sfilando con fiaccole e lampioncini lungo le vie del paese; e finalmente si recano nella chiesa madre, per un ultimo omaggio alla statua di San Michele.
In una sera come questa, cantando i romei le loro melodiose laudi all'Angelo, io fui condotto al fonte battesimale e mi si impose, perché nel giorno onomastico, il nome di un santo pastore. Anche perciò mi è caro questo pellegrinaggio più antico e più fedele, che anch'io mi prometto sempre di fare e che certamente mai sempre farò.

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Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: La Murgia di Narda Cece e, sullo sfondo, il lago di Lesina, l'istmo e l'Adriatico.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: La Murgia di Narda Cece e, sullo sfondo, il lago di Lesina, l'istmo e l'Adriatico.
Questa montagna, questa grande isola intrisa di sali e di aromi dai venti adriatici, merita, visitandola, un doppio giro per ricavarne una segreta felicità in giorni di perdita, disancorati dalle quotidiane occupazioni e preoccupazioni. Merita un doppio girotondo, per terra e per mare.
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Per terra, svolgendo lentamente le pagine del paesaggio garganico, meglio ne si comprende e ammira la singolare bellezza; quando si va per mare, invece, la si avvolge in un sommario sguardo affettuoso, da Manfredonia alle Tremiti.
Si avrà modo così di scoprire la mirabile varietà della costa garganica, con luci e colori, mutevoli senza pari, nella sinuosità delle valli e degli antri, nell'imponenza dei picchi e delle rocce, nella distesa serenità dei suoi lidi.
La sonnolenta imbarcazione, che fa capo a Manfredonia e alle Tremiti, parte come per un gioco e per un viaggio, non preoccupata del tempo e della mèta.
Il viaggiatore antico, quello della preistoria, avrà ammirato di lontano la mutevole, avventurosa luce di questa 'isola-montagna', e, approdando, avrà fondato e sarà vissuto in città come Siri, Matino, Apeneste, Uria: tutte città ormai sepolte profondamente anche nella memoria; e i pochi scavi che se ne tentano testimoniano soltanto l'antichissima civiltà e nobiltà dei luoghi.
Ora, si potranno ammirare altre gemme non meno nobili e vivide. Manfredonia, la più fremente città garganica, oggidì vive una vita pulsante e intonata al ritmo dei tempi e delle nuove necessità: il padre Manfredi sarebbe stato orgogliosissimo nel vedere la larga fascia di bianche costruzioni, che si specchiano nell'Adriatico e l'antico sempre nuovo lido di Siponto e il cantiere e il porto ormai insufficiente al fervore di tante opere. Allarga sempre più le sue bianche braccia, tanto da far pensare che l'antica e la nuova Siponto e l'attuale Manfredonia saranno tutt'insieme una grandiosa città marinara e balneare. Così vasto è il respiro della sua attività, da far pensare prossimo tale congiungimento. Ora questo suo estendersi lungo l'arco del golfo fa pensare ad un altro, più vasto abbracciamento; a mezza strada com'è nel l'Adriatico, Manfredonia appare

'di una essenzialità persino eccessiva. I fìlari delle sue case assumono una piattezza grafica da tavole a colori. Nei paesi marittimi della Puglia, sotto il Gargano, c'è molta Grecia a anche un po' di Venezia' (V. Lilli).

Penisola del Gargano. Veduta di Mattinata.
Penisola del Gargano. Veduta di Mattinata.
Il tranquillo borgo di Mattinata, in una cala di serena bellezza, e dove il verde dei coltivi che scende fino a riva, a primavera, si confonde col verde del mare, ricorda un angolo della costa amalfitana, Positano ad esempio; e al paragone nulla avrebbe da temere.
Vieste, punta di diamante del promontorio, che si raggiunge dopo ore e ore di mare o dopo ore e ore di terra, fra boschi la cui interminabilità esalta chi crede di aver veramente scoperto la sede della favola perenne, è città insospettata, incredibile. Non si sospetta cioè ne si può credere all'esistenza di vita così vibrante e civile in rive tanto remote.
Ma questa apparente sua vita d'esilio ci è spiegata, più che dal mare, entro il quale Vieste si sporge come incuriosita verso la costa dalmata, dal retroterra. Circonda Vieste una ampia zona ora collinosa ora pianeggiante, che è la più ferace, la più ricca di vegetazione di tutto il Gargano. E ulivi, sempre ulivi, giganteschi come mai altrove, e mandorli e carrubi, peri, susini, tutta un'infinita varietà di alberi da frutta, danno l'impressione di essere finalmente giunti agli orti delle Esperidi. E l'elegante presenza di numerosi pini italici e degli eucalipti, dei frassini e degli ornelli, che creano una luce d'oro verde, tra la piana e le colline, compone, in questa contrada, uno dei più suggestivi paesaggi italiani.
Luminosa è questa città che, col bianco abbacinante delle case, si protende con dolce ansietà d'oriente sul mare reso una volta, come a Otranto, amaro dai Turchi: e di sangue e di pianto ancor ragionano memori scogli.
E così, sempre andando con la dormigliosa nave che si è disancorata dal porto di Manfredonia di buon mattino, dopo aver dato un saluto ali'isolotto del faro di Vieste, si doppiano, a metà giorno, adagiati sui colli verdi e scoscesi altri borghi non meno graziosi: Peschici, Vico, San Menaio, Rodi, dove approdare significherebbe voler vivere in un'aura perennemente incantata.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Peschici.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Peschici.
Umbratile e nitida, l'alta Vico gode di immenso respiro tra il mare azzurro delle onde lontane e il mare verde della foresta; ne è simbolo il più che centenario leccio del fresco convento dei Cappuccini. Solatia è Peschici: su ariosi colli pensili, si sporge su una marina e su una campagna che eternamente ridono.
In queste grotte vive di umanità, negli sparsi avelli preistorici e nei cimiteri marini tra Peschici e Vico, che avrebbero incantato il Valéry, forse erra ancora il segreto più antico del Gargano.
Ma torniamo a questi luoghi di sogno, come è meglio, per via di terra.
Il trenino che si muove dalla stazione di San Severo è un bimbo svagato e vagabondo. Si intona così allo stato d'animo del viaggiatore perdigiorno. Il quale avrà modo di notare nel treno, per la varietà della gente rurale e marina, dalla parlata ardita e un po' guappa e dalla conversazione sempre rumorosa di quell'umanità stipata fra un cesto di verdura, una balla di lana e una sporta irrequieta di anguille del Varano e trainata come in un caravanserraglio, una permanente aria di sabato.
Il trenino, dunque, col suo moto frenetico e col ronzio d'un calabrone felice, ora corre tra vigne festanti, ora si ferma a un casolare come per dire qualcosa a un amico, ora fila come una nave grottesca in un mare di verde grano, ora si arresta incurante e distratto per un improvviso mancare del vigore elettrico.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Peschici: Barche alla fonda.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Peschici: Barche alla fonda.
In queste soste forzate, però, il vaggiatore trova sempre compenso nel dare uno sguardo al paesaggio. Scorgerà lì un esteso campo di rosso impazzito da una folla di rosolacci, qua una plaga gialla di primule e altri fiori d'oro che insieme fanno una gran panna di uova montate, altrove tappeti variegati di rosso, di cilestro e di viola, e intessuti dal ciano, dalla veccia, dall'origano, dalla maggiorana, dal verbasco e dagli asfodilli. A quando a quando una folata di regamo, di persa uliva e di mentastro: il Gargano che si annunzia con i suoi aromi più segreti e persistenti.
Necropoli nell'ultimo tratto S. Menaio - Peschici
Necropoli nell'ultimo tratto S. Menaio - Peschici
Ma questo trenino, così distratto e per suo conto felice, che va avanti ora annusando come un cane avido, ora canterellando e fischiettando come un bighellone, poco si cura di entrare nei borghi garganici.
Così svogliato e pigro in salita, dimentica paesi annidati nelle valli e borghi appollaiati sui monti; con aria troppo sbarazzina, spesso ti saluta da lontano e dimentica il suo servizio. Appena degna di uno sguardo Rignano ventoso, affacciato da un balzo sul Tavoliere; non scorge San Marco, accucciato nel grembo, quasi nell'inguine di un monte; sbircia maliziosamente Apricena, scivolata al piano dalle più aride pendici di Castelpagano, giocando a rimpiattino nell'imbucare una serie di brevi gallerie.
Ma questo suo caracollare giocando tra sproni e colli deve avere pure uno scopo: ha in corpo il desiderio, l'ansia di raggiungere i laghi e il mare. Terribilmente giulivo è, infatti, quel gridìo di bimbi festanti alla vista di una lunghissima e pallida striscia d'acqua.
Ma, a differenza del prode Anselmo che vide un lago ed era il mare, qui il mare col tempo è divenuto anche lago.
È la laguna di Lesina, pescosa di cefali, anguille e capitoni, la prima ricchezza del povero garganico, del pescatore lesinese e sannicandrese. Ma è anche il paradiso dei cacciatori nostrani, e soprattutto settentrionali, i quali spesso sognano il favoloso popolo alato di anitre, di oche, di folaghe, di beccacce, di colombacci e tutta la varia preda venatoria tra monte e lago, di cui la mia montagna è meritamente celebrata. Non per nulla alcune anitre, l'alzavola ('anas apula') e il garganelle, ricordano l'onomastica di questa terra.
Gli amici del nord, dopo una giornata di caccia, dopo una fortunata battuta, la sera siedono lieti a mensa negli ospitali casolari intorno al lago e a pié del monte. È però la cena stessa, con esclusivi prodotti locali, un tributo di omaggio a questa montagna. Ottimo rito sarebbe cenare con fiori di rape degli orti garganici, conditi abbondantemente di finissimo olio di Capoiale, e gustare la predata 'anas apula' e il garganello, con ampio contorno di lampascioni, altra esclusività, con vigoroso vino di San Severo, o con frizzante vinello delle petrose balze garganiche.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Montepuccio, da oriente.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Montepuccio, da oriente.
Eguali riti, con eguale abbondanza e con rinnovato piacere, si possono ripetere, come si ripetono, intorno al Varano e soprattutto lungo la felice e ancora inesplorata penisola che va da San Nicola a Monte d'Elio e presso la doganiera bianca torre Mileto che domina e protegge un'ignota bellissima spiaggia. Qui i nostri contadini vengono a immergersi e così detergersi del sudore delle fatiche estive, dopo la mietitura e la trebbiatura. È la loro festa clamorosa, un colloquio folle con gli elementi, in libertà, dopo i rigori dell'inverno e del lavoro.
E amo anch'io ricevere il sole su questa spiaggia paesana, primitiva e vergine; e ancor più amo affidarmi a questo mare 'come una docile fibra dell'universo' e trarne vigore.
Salutano dall'alto dei poggi i miei contadini al lavoro questo mare, che è, a un tempo, per loro l'infinito e l'ignoto. Lo amano e lo temono come un dio capriccioso che spinge sulle provvide piogge, le nebbie assideranti (le sempre esiziali nebbie marine!), i morbidi maestrali e i più netti venti boreali che danno sospese trasparenze, eccitanti e folli, come in un'aria di vetro, sollevando in ciclo il paesaggio.
Ma quella riga azzurra è sempre di conforto e promessa all'esiliato abitatore dei campi.
Una buona volta, il treno sosta a una grossa borgata, un agglomerato di case su una collina, con l'urgenza di tetti su tetti, come chicchi di una melagrana: Sannicandro Garganico.
Borgo arioso, fra un girotondo di colline e il mare, depresso ed esaltato dal maestrale che, infilando tutto l'Adriatico, urta in queste alture e vi scarica la sua elettrica umidità raccolta.
In questa temperie gli abitanti vibrano di una intelligenza scanzonata e ironica, acuta e abulica, onde non manca che qualcuno abbia della moralità e della proprietà un concetto tutto personale. Lo spiegabile spirito di avventura perigliosa li fa, così, seguire i venti delle idee religiose e politiche più disparate.
Il viaggiatore ghiotto di questioni sociali e politiche, come oggidì spesso s'incontra, distinguibile dal suo cattedratico e apostolico piglio di moda, si butterà con l'avidità di un molosso sul mosaico di religioni che i sannicandresi gli offrono. Lasciamo a lui questo miscuglio impensato di ebrei, di cattolici, di evangelici e di marxisti.
Registriamo il fenomeno e notiamo la buona fede che ha concesso diritto di cittadinanza in Palestina a questa gente e lo ha negato a convertiti intellettuali; e le sarà sempre aperto il regno dei cieli, mentre a certi opportunisti è ancora negato il paradiso sulla terra. A noi, poi, impunita gente a diporto, privi del tarlo sociale, non corrose l'ossa dal malor civile, interesserà invece qualche portale angioino, qualche balcone di aggraziato barocco, quella gentile loggetta del castello, soprattutto la popolaresca architettura. Qui 'mugnali' sparsi o raccolti in vicoli e piazzette fanno ancora vago il remoto tempo leopardiano della vecchierella che, novellando del suo buon tempo, fila sempre. Passando infine per Sannicandro, è peccato mortale non fornirsi del buon pane: il migliore del Gargano e che sempre allieta la mia mensa. Né dimenticare le sapientemente elaborate scamorze odorose di timo e di menta.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Sannicandro Garganico, dall"Orto"dell'ex Convento.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Sannicandro Garganico, dall"Orto"dell'ex Convento.
Ma il trenino ora ha fretta, si scrolla o carica qua e là gitanti, trotterella con gioia tra quinte di colline allietate di mandorli, carpini e ornelli, e finalmente ecco il mare che è divenuto ancora lago. L'opalescente vaghezza dell'acqua, la digradante folta vegetazione che lo attornia, la rinomata pescosità, son cose che non ci consentono di essere irrisi se consideriamo questo sito non inferiore alla bellezza di alcuni paesaggi lacustri più famosi; specie ora che il fantasma della malaria è stato finalmente fugato.
Che dire delle uberi convalli e dei colli olivetati intorno alla coppa di Cagnano, di cui gli abitanti, con buone ragioni, vanno orgogliosi? E sono i cagnanesi, pescatori o contadini, per mitezza di carattere e chiarità di cuore, i più operosi di tutto il Gargano.
Non ti aspettare da loro l'esplosività social-politica dei vicini sannicandresi. La continua lotta in cui sono impegnati, tra lago e bosco, ha fatto loro il dono di una saggezza antica: sempre uguali a se stessi, operosi e pazienti, con la buona e la cattiva stella.
Scappato da una tenaglia rocciosa, peggio che di mano, ora il treno folleggia in corsa lungo la fertile piana di Carpino.
Non ci consente nemmeno di ascoltare il canto dell'allodola vertiginosa. A sinistra ancora il lago e il pantano fanno pensare a certe nordiche lande acquitrinose, chi sa dove mai vedute, mentre a destra il treno solo ci consente un cenno di saluto a Carpino, dando a quei fieri abitanti appuntamento in pianura. In questa piana, però, in qualche sera di maggio, tra il profumo imminente delle zagare e della mignolatura, inseguiremo il fantasma del più illustre figlio garganico, di un maestro di alta civiltà politica: Pietro Giannone, poiché tanto appena il trenino concede anche a quei di Ischitella.
Immagine tratta dal libro Scene e descizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Immagine tratta dal libro Scene e descizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Ma questo bizzarro giocattolo elettrico ha già veduto e annusato il lentisco e il mirto, nunzi del mare. Gli tarda l'incontro: dopo aver imbucato uno sprone, quasi a darvi di cozzo, dopo un attimo nella breve galleria, tutto ad un tratto ci dona e spiega insieme voci, gridi, richiami, squilli di luci, di odori e di colori: s'è aperta la clamorosa rosa di Rodi. La folla dei gitanti, il variopinto popolo dei bagnanti, il piccolo porto, le barche, la tavola del mare, in alto il verde cupo degli aranceti dalle luci d'oro, e sublime il grappolo delle case del borgo con i suoi impreveduti grattacieli.
Immagine tratta dal libro Scene e descizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Immagine tratta dal libro Scene e descizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
A Rodi conviene scendere e fare a piedi almeno il tratto fino a San Menalo. Non prima però d'aver dato un'occhiata alla fresca e buona navata secentesca, ora restaurata, del santuario della Libera.
E poi così, tra costa e spiaggia, lungo la sgranantesi teoria delle ville e dei casolari, che dà clausura ai giardini d'agrumi, fino a San Menaio, a Bella Riva, a una delle più festanti pinete italiane.
La contrada si offre al visitatore con schiettezza autentica e senza civetteria turistica. L'aria balsamica saporisce dei più squisiti aromi commisti: odor di pini, di aranci, di limoni, impastati sapientemente dal sale del mare e dal tepore del sole.
Si vive in un'aura dove luci e odori intridono il corpo e quasi tessono in noi nuovo sangue e nuova carne. Il prodigio si rinnova, con meraviglia crescente, oltre San Menalo, fino alla desolata torre dei doganieri, alla piana di Calenella, al mirabile monte Pucci, all'inimitabile Peschici e ancora una volta fino alla già notata, luminosa e ferace plaga di Vieste. Ma il sogno di un volo per un acrobatico tuffo nel mare dall'alto di una 'falaise' nei pressi di Peschici può tentare, come un delirio ultimo, l'ebro di tante meraviglie.
Al viaggiatore non distratto e sapiente, a conclusione di questo itinerario, faremo un degno regalo: la bruna bellezza delle donne di Peschici, alla quale non fu insensibile il Bacchelli.
E sia pure in una linda grotta di Peschici, gli concederemo questa estrema e meritata felicità. Se il sud del Gargano si associa nella mente al brullo color cilestrino dell'aridità, temperata dalla 'canizie benedicente degli ulivi', il nord esalta invece per la sua lussureggiante vegetazione.
In un campionario delle bellezze d'Italia esso non può, né deve mancare.

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Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Lupo di mare.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Lupo di mare.
Le Tremiti, sì, destano tremiti. Non ci tormentiamo inutilmente con la dotta etimologia. Quel che conta è la sensazione che suscita in noi il suono fisico della parola: forse questo gusto sottile ce l'ha insinuato Proust, che si sentiva sommuovere tutto alla sola pronunzia dei nomi di 'Venice', di 'Florence'. Del resto, non è la luce delle Tremiti di una diffusa 'tragica bellezza, per congiura di natura e di umana storia? Da quali profondi e remoti abissi mitologici e naturali scaturisce il pianto delle diomedee, che è come il motivo dominante della vita umana e animale di queste isole garganiche?
Che cosa è mai un'isola, se non una vittoriosa volontà di vivere, emergente dagli abissi, lottando contro l'urgente soffocazione del mare?
Nei mattini di limpido azzurro, sugli odorosi colli garganici, apparivano agli occhi non sbiaditi della nostra infanzia quei lontani nei del mare: neri e seducenti, e talora con luci di una sinistra e pur magnetica terra da conquistare.
Tremiti di gioia per il mondo nuovo che si scopriva nelle nostre audaci escursioni di adolescenti, e tremiti di dolce spavento al racconto di fosche leggende su quelle isole diomedee.
E ci tardava l'avventura di conoscerle: s'invidiava la sorte del primo padrone, del mitico Diomede, o quella più vera, perché più umana, del capitan Bavastro. A quest'ultimo andava la nostra simpatia, per non volersi egli adattare alle conseguenze delle vicende umane, rispetto all'eterna fedeltà della natura.
Una ventennale fedeltà napoleonica come poteva improvvisamente mutarsi in fedeltà per gli Inglesi, che consigliavano glacialmente una ragionevole resa all'irragionevole e inutile ribellione del nostro capitano? Il quale non poteva arrendersi alla follia delle cose umane se non con un altro atto di follia suicida. Le Tremiti destano tremiti. Le Diomedee hanno sempre da piangere qualcosa o qualcuno.
Andare alle Tremiti, in questo tempo di caccia alle sensazioni violente per contrasto, è come disporsi a bere una coppa di miele e di assenzio.
Le isole Tremiti.
Le isole Tremiti.
Forse fra non molto anche queste isole saranno avvolte dalla solita coltre di nebbia turistica, e al viaggiatore smagato e diffidente occorrerà fatica per scoprire quello che le Tremiti hanno di originale, di autentico, di primigenio, di sempiterno.
Col fortunoso imbarco a Rodi, essendo necessario per il poco fondo il trasbordo dal molo al piroscafo ancorato al largo, in una barcaccia sgangherata, carontea, e che avanza sovraccarica a pel d'acqua, è già come entrare in una atmosfera di sospeso sgomento.
Il sonnolento procedere del piroscafo, verso quelle isole così vicine, ma che appaiono, come fata morgana, inafferrabili, è una necessaria anticamera a iniziazione per produrre in noi quello stato d'animo che meglio s'intonerà alla visita e al soggiorno.
La isole Tremiti
La isole Tremiti
È prendere una droga, farsi un po' stregare, spogliarsi di quell'usuale senso di banalità che è normale nel continentale, per entrare in un ambiente dove le cose, come i valori, tremano, vacillano e subiscono altre colorazioni o revisioni.
Per intenderci, immaginatevi medico, prete o maestro sul continente o confinato in un'isola; qui, i conti, con lo spazio e col tempo, sono ben diversi. La lotta cogli elementi è più impegnativa, talora più affascinante, spesso più funesta.
La mentalità degli isolani, a Tremiti, ha poi una maggiore sovraeccitazione per via delle varie funzioni, e quindi esperienze e avventure, che gli uomini hanno assunto nel tempo. Provatevi a pronunziare un nome per le vie di una città continentale o nelle isole: 'pane', ad esempio, 'acqua', 'luce', parole consunte nei comodi ambienti cittadini, ma che conservano tutta l'avventurosa storia di una conquista sempre pericolante e insidiata in un'isola.
Lo sbarco alle Tremiti ha comunque sempre qualche cosa di affettuoso. Le isole ti vengono incontro a girotondo, come a sollievo dopo uno spavento, ma con una punta di ironica pietà. Tre isole, tré diverse personalità, e in mezzo uno scoglio che sgretola oro di sabbia nell'acqua circostante.
Tre isole, tre aspetti diversi di questa multiforme e sintetica bellezza garganica e italiana.
San Nicola, dov'è l'agglomerato maggiore di case, inerpicate su aerei precipizi, è certamente l'isola più umanizzata, e dove maggiormente persiste l'odore e il fetore del traffico dell'umana storia, in una sorta di convulse stratificazioni come di ere geologiche.
Illirici e Greci, frati medioevali e turchi e corsari, pirati di ori e di donne, effimero lustro bizantino e umanistico, echi di gesta gloriose, relitti di epopee anglo-napoleoniche raggiungono queste stremate rive e vi depositano segni permanenti nelle costruzioni e nell'umana parlata. Desolazione romantica e consunta ambizione di spiriti nel secolo scorso, che mal si pacificano nell'unità nazionale; e poi oasi di delusi o ansiosi di qualcosa autentica, e respiri di solitari felici, e sospiri di confinati politici, e urli di delinquenti comuni: di tutto ciò va carica San Nicola, e quasi si teme che il peso di questo carico, come in una nave, con in più i forti odori di catrame, di pesce e di piscio (l'odore della storia di questa terra) possa da un momento all'altro sprofondare nei verdi abissi marini.
La isole Tremiti
La isole Tremiti
Cala dei Turchi, Cala degli Inglesi e così via: ecco dei nomi che indicano luoghi dove il tempo s'è fatto storia e tragedia; e ora solo i nomi sono i veri relitti di questo drammatico tempo umano sull'indifferente ribollire delle onde. A insistere nell'immagine di una nave onusta, sempre pronta a salpare per un viaggio impossibile, è proprio quella sublime punta, a strapiombo sulla strozzatura dell'isola, che guarda con ansia le dolci colline garganiche e, con malinconia, le non lontane isole slave.
E ancora qualcosa vogliono dire al visitatore, oltre la strozzatura dell'isola e della parte ora abitata, quei vuoti avelli preistorici scavati nella roccia, dove ora solo l'acqua trova una singultante sepoltura. Calcificati resti umani e calcinosi manufatti paleolitici stanno lì a esprimere una comune pietà, come tra£tti dall'inesorabilità del tempo.
Nella tranquillità di una distratta conversazione, si rimane inorriditi da quegli echi che si sprigionano dai petrosi avelli: torve occhiaie senza sguardo verso il cielo clemente. Forse per questo San Nicola sente il bisogno di crearsi una vita sovraeccitata e folle, di ubriaco desideroso di oblio. Dimenticare che cosa? Spazio e tempo, due elementi che condizionano la nostra vita: la vita di un tremitese che ogni mattina esce di casa, come un lupo, per procacciarsi da vivere, e del turista che si procura brividi nuovi dandosi alla caccia e alla perlustrazione dei fondi marini.
Questa è San Nicola; e non ti meraviglierai se a notte inoltrata, aggirandoti come un cane inquieto, per meglio capirla, ti imbatterai nel fantasma di qualche deportato, di qualche frate sgozzato, di un greco smarrito, di un turco spergiuro, col quale vorresti parlare, così, con la più usuale naturalezza, storditamente come sono gli eventi e le cose umane.
Il tratto di mare che va da San Nicola a San Domino non è più largo di una qualsiasi piazza garganica, dove generalmente si svolge il mercato settimanale. E l'idea del mercato te la dà quello specchio d'acqua che va dal porticciuolo di San Nicola alla spiaggetta di San Domino. Ma se breve è lo spazio, immensa è la cesura del tempo che dà alle due isole fisionomie diverse.
L'orma umana appena affiora qua e là con la sua storia, mentre la natura vi predomina ancora incontrastata, e impone dagli antri marini alle selve culminanti dell'ampia isola la sua personalità, con felici note di amenità e di gentilezza.
Isole Tremiti
Isole Tremiti
Ce lo suggeriscono all'approdo quei pini, che da quest'isola più nuova inquadrano con snella eleganza la fosca San Nicola.
Là l'uomo, dunque, qui la natura, sono i vari attori e autori del diverso volto delle due isole.
Non ascolterai più voci umane, per dolorose e gioiose che siano, ma ti affiderai al paesaggio, ti perderai in esso, ti scorderai di te stesso.
Ma se qui, a San Domino, vorrai forzare la voce, gridare un nome qualsiasi, ad esempio, a differenza della parte sepolcrale dell'altra isola vaiolata di avelli, il suono di quel nome si scandirà limpido nel cielo verde di selve; e tu ti ascolterai, ascolterai la felicità degli spazi, del tempo senza mutamento, di quest'incontro felice di spazio, tempo e voce umana, come se assaggiassi per la prima volta, sensibilmente, il mistero di una quarta dimensione.
«Giulia!» gridò una giovane voce di donna con la conca di rame verso il sentiero che conduce al serbatoio dell'acqua potabile; e quel suono si dilatò nello spazio, vi rimase sospeso come un dippiù, come un lusso, o solo per rendere più arcana la semplice avventura di una sensazione pura e originaria. A nessuno venne in mente in quell'istante il ventennale esilio di Giulia, l'adultera nipote di Augusto, qui relegata. Forse nacque così il primo tremito d'amore e di pudore, il primo brivido di gioia, la prima veste di pelle di capra per coprire (o dolce follia del mito umano) non il sesso ma la terribile voce femminile; la quale è sempre un fatale richiamo, con l'amore, alla nascita e alla morte.
Diventa sì surrealista e barocca non pure la immaginativa del visitatore, ma anche quella degli indigeni. Che vogliono dire, infatti, queste denominazioni: Grotta delle violette, Grotta delle rondinelle, Grotta del bue marino e così via? Se diverse sono le isole, uguale è il delirio di una fantasia, che qui non ha il dovere di pastoie e di briglie. La voglia di denudarci, senza ombra di oscenità, è solo desiderio di meglio intonarci al tutto, al fluire degli elementi in libertà. Questi antri marini, con la loro armonica fusione di colori verdi, oro e viola, che si smagliano in anguille di luci, creano suoni arcani, quasi voci umane nei recessi più remoti, e avrebbero infinitamente esaltato la fantasia dell'isolano zacinteo poeta dei 'Sepolcri'.
Isole Tremiti
Isole Tremiti
Ma dove queste isole stanno quasi lì lì per tradire il loro segreto, è appunto nel lungo antro del bue marino: viscere e voci a un tempo di questa terra.
L'ampia lunga gola inghiotte l'acqua necessaria per un suo costante e vario discorso: a seconda dell'empito delle onde, l'acqua si fa lingua che ora parla, ora canta, ora geme e si lamenta, singulta, mugghia, urla, si schianta e ti schianta con dolce orrore; ora profondamente sospira con voce senza tempo. Forse affiderebbe il suo segreto all'ardito visitatore in una notte d'inverno tempestoso, quando l'acqua gli strozza la gola: allora però il continentale si adagia in una calda e comoda cellula cittadina. Ma qui, i confini tra storia e favola sono aboliti, e la tabulazione degli isolani liberamente inventa e alterna mitici e storici nomi per le pietre, per le acque e per se stessi. Ce lo confermano queste voci della natura e le figure di fantastici animali espresse dai bizantini mosaici della chiesa di San Nicola.
Alla Capraia occorre andare quando l'anima è invasa da una disperazione senza terrore. A questa Tule garganica occorre dare l'obolo di un giorno sganciato dal numero normale di quelli della nostra vita quotidiana: un giorno di dolce perdita per un oblio forsennato e un delirio lucidissimo.
Immagine tratta dal libro Scene e descizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Immagine tratta dal libro Scene e descizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand del 1871
Così come quando i 'medium' delle sedute spiritiche, cadendo in 'trance', attendono la rivelazione. Tule e 'trance': qui, un piccolo fiordo occiduo aiuta il trapasso alle cose più impensate per la 'disciolta anima smarrita'. Tutto questo ci renderà plausibile, per esempio, l'incontro con un corsaro turco, o meglio con Ulisse o Diomede, con lo stesso Omero: gli uccelli diomedei e gli albatri ci seguono e inseguono sospettosi.
Ma è la natura prima a delirare: terra e mare si sbrigliano in una corsa sinuosa di antri, e inventano e fingono selve e templi, abissi e cupole, archi di trionfo e spalti per castelli o stadi, oppure angoli di riposo in cui vorresti vedere bimbi a giocare e donne sulle soglie a rammendare.
Non ci mancherebbe nemmeno la gabbia del canarino, come in una casa di borghese tranquillità: te lo suggeriscono quei cinguettii di onde negli spacchi più insinuanti dell'acqua.
Ci sembra di aver scoperto e profanato il regno delle fate e degli orchi, e ne temiamo qualche imminente vendetta.
Eppure sono là, nel punto più nordico, l'opalina e infinita desolazione del cielo e del mare, con un viaggio frettoloso di nuvole spaurite, e la lontana voce del fortunato cacciatore di cernie.
Terra esausta questa Capraia, quasi senza fili d'erba, dove la famelica capra ha divorato non solo le piante, ma le zolle si direbbe; e dove sole, sale, vento e capre fanno scorgere al cuore una deserta bellezza, 'che il vivere immoto' ama e 'sospira'. Ho tentato di dire ad alta voce una strofe di un poeta amato, ma l'aria sdegnava voce e poeta, perché queste pietre hanno rifiutato anche la ginestra. In questo estremo lembo di terra garganica mi sono chinato e riconosciuto.
Il sapore e il significato di una vita e di un luogo si stemperano in un'anonima luminosa eternità di tenebra, rotta da accecanti baleni, come i bagliori che fingono la luce in un occhio cieco. Se avessi assaggiato un briciolo di terra, avrei gustato sapore di sangue e di sudore o un ancestrale odore materno. Quell'inutile semaforo, abbacinante con la sua luce di calce, è un'ossessione, è una bianca, cruda e crudele ferita inferta inutilmente dagli uomini al luogo sdegnoso. Mi sono rifocillato in una grotta sospirosa d'ombre, quasi sempre incalzata dalle onde, e ho pensato che tomba migliore non avrei potuto desiderare, mentre la mia bocca animale succhiava avida la vita.
Se San Nicola è l'isola della storia dell'uomo, se San Domino è l'isola della storia della natura, la Capraia è certamente l'isola omerica, dove cioè la poesia nasce da un'ecatombe di eventi, che il deserto accoglie come ultima e pietosa favola umana.

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Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto intitolata Sole sulla Montagna.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto intitolata Sole sulla Montagna.
I geologi, che la san lunga, ci diranno che questa montagna, ora accovacciata come un mansueto gigante al margine del Tavoliere, al tempo dei tempi doveva essere una grossa isola, congiuntasi poi al continente per la lenta emersione delle terre circostanti; per la qual cosa essi attribuiscono alla regione pugliese gli stessi nobili natali di Venere: la Puglia, dicono, è nata dal mare.
Ma di fronte a questa scontrosa e solitaria montagna, che con la sua voluta conferisce rude e cavalleresca nerezza alla linea della Penisola italiana (provate infatti a togliere questo sprone e avrete uno 'stivale' cadente e scalcagnato), di fronte a questa montagna a me piace sognare tutt'altro.
Forse un giorno, stanca di trafficare col mondo, o solo desiderosa di apprendere cose nuove, essa s'è staccata dall'Appennino, cioè dalla materna spina dorsale, e si è messa a veleggiare incontro al sole nascente, come una grande fantastica nave, fermandosi poi incantata e dimentica in mezzo al mare. Questo, s'intende, quando ancora le montagne potevano camminare e avere gli stessi desideri di Ulisse: viaggiare per l'ardente sete di conoscere. Non a caso Diomede, d'Ulisse il compagno in frode, dopo la guerra di Troia e le amarezze provate presso il focolare domestico, approdò e volle morire in questi luoghi.
Qui il tempo s'è davvero fermato con una sua particolare aura magica; e forse ancora per poco...
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: il trabucco.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: il trabucco.
Ritrosia di isolani: ecco la prima caratteristica del Gargano e dei garganici. Non far bella mostra di sé al primo venuto; opporre diffidenza, offrirsi a prima vista, con una sorta di civetteria, nel suo aspetto più squallido e povero, come a provare la fiducia del visitatore e a sorridere della sua prima ingenua, sgradevole impressione. Pensi, invece, questo visitatore, che dietro quella ritrosia v'è profondo pudore, tenacissimo affetto per le sorgive bellezze della propria terra, discrezione e orrore della turistica mondanità trombettiera.
Allora il viaggiatore sagace e fiducioso, venuto un po' in dimestichezza, s'accorgerà di molte cose e scoprirà con letizia tanta nascosta poesia. Al piede del Gargano, vasti laghi, estese lagune e paludi, abitatissimi da pesci e volatili diversi, sono come sommersi da un savio e mistico silenzio. Somigliano ora all'aspra Maremma Toscana, ora ai trasparenti laghi alpini, ora, addirittura, al paesaggio olandese, per quel verde tenerino e innocente che affiora tra i frequenti specchi d'acqua.
I monti, ricoperti da vegetazione ricca e varia nella zona settentrionale e centrale, si mostrano nudi, carsici, spaventosamente scheletrici in vista del Tavoliere, come volti scarniti dalla meditazione, su quella piana sconfinata cara a Re Enzo di Svevia. E la veduta dall'alto del Gargano di queste pianure, nella varietà delle sue culture e colori, velati dalla lontananza, specie a maggio, allora che il vento sommuove questo strano mare vegetale, è uno spettacolo di rara bellezza e che dà un dolce sgomento quando improvviso appare, e infinito, tra monte e monte.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Le comari.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: Le comari.
Il pallido e silenzioso regno degli ulivi, estesamente coltivati nelle zone basse e solatie, forma una vaporosa ghirlanda a tutta la montagna. Ma per lunghissimi tratti il popolo d'oro degli aranci e dei limoni si protegge dai venti aquilonari dietro assidue cannicciate, proprio in quel tratto, da Rodi a Peschici, dove la tavola del mare sembra più casalinga e familiare, con le poche barche uscite più a festa che a pesca.
E selve di pini dal largo respiro, poste a fantasioso ricamo del cielo e del mare; e boschi di faggi, di aceri e di querce, già noti alla poesia di Orazio, estendersi per decine di chilometri come solenni, deserte cattedrali. Di tanto in tanto, doline remote e grandiose più che stadi o anfiteatri; e caverne e grotte lunghissime con una misteriosa lor vita sotterranea. È tale il silenzio di questa terra carsica da aver abolito ovunque il fresco mormorio dell'acqua sorgiva.
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni illustrate di Luigia Codemo Gersenteinbrand
Ma la cosa più commovente è quando, ancora nel silenzio invernale, a un tratto, come per intesa, tutti i mandorli scoppiano in una candida allegria, fiorita come una 'corona di freschi pensieri'! Numerosi spuntano anche dove la terra è più brulla, come a consolare di aerea, angelica gentilezza squallide distese di pietre e pietre spolpate di ogni terriccio, o con strie di magra terra rossa, sanguigna, per la presenza di un certo minerale: la bauxite, aspro nome.
Terra rossa, ma fertile e che l'industre contadino si ostina a coltivare e a salvare dalla furia degli agenti atmosferici, recuperandola fra interminabili pazienti macerie, disposte a terrazza; macerie che, quando il terriccio non è più, hanno l'erma bellezza di cimiteri, o meglio, di campi di battaglia abbandonati.
A proposito della varietà del paesaggio garganico, ben a ragione un illustre e attento viaggiatore ebbe a notare: 'una piccolissima Italia, ancora inedita, quintessenziata, con degli abitanti sui generis, con un Appennino e dei laghi tutti per lei, e con un assaggio compendioso e istruttivo (sopra una lunghezza di settanta e una larghezza di quaranta chilometri circa) del colore e delle caratteristiche di paesaggio e di cultura di molte, se non di tutte le altre terre italiane di maggiore spicco: voglio dire con un poco di Liguria e un poco di Sicilia; un poco d'Istria e un poco di Toscana; un poco d'Umbria e un poco di Calabria; un po' di Capri e un po' di Ciociara... Pensate dunque che bellezza! Una piccola Italia così poco conosciuta dagli stessi italiani'.
E che dire dei paesi e degli abitanti? Paesini candidi e curiosamente affacciati sul Tavoliere (Rignano), adagiati in una conca valliva sonante d'opere (San Marco in Lamis), come scrigni aperti sulle colline in vista del mare o del lago (Sannicandro, Cagnano, Rodi), scavati nella roccia rabbiosamente zappata dal mare (Peschici), appollaiati come folti nidi di falchi a ottocento e più metri (Monte Sant'Angelo).
Gente laboriosa e radicata tenacemente al suolo, in lotta con gli elementi: che non si spaventa della solitudine, dei mali e della morte; e che, una volta, scendeva, a ogni stagione, compatta come un esercito a lavorare e mietere gli sterminati campi di Puglia. Raggruppata in grossi centri, posti a enormi distanze fra di loro, sì che ti avviene che per miglia e miglia non incontri anima viva, né casa. E come inatteso miracolo ti colpisce improvviso il canto del boscaiolo.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?