
La scuola
Neanche l’esperienza scolastica pare avere dato al giovane vivacità e ricchezza di stimoli; anzi, anche in questo campo, come risulta dalle scarse notizie, egli non si inserisce nell’ambiente, ma vuoi per la povertà dei mezzi, vuoi per la precocità dell’ingegno, dopo aver frequentato solo il ginnasio nella scuola pubblica della città, con uno studio di soli tre mesi, riesce a conseguire la maturità classica da privatista, nel 1936, a Pavia, ad appena sedici anni, sotto l’autorevole guida di Giuseppe Zonta. Non sappiamo quando si iscrisse all’università di Bologna per frequentare i corsi di Lettere: certo furono anni di sacrifici sia per la madre che per il giovane, nel quale si andò accentuando un senso di precarietà economica,che lo accompagnò per tutta la vita e divenne ancora più intenso ed opprimente quando egli, con l’età, acquista maggiore consapevolezza dei bisogni familiari. Lo si comprende dall’impegno con cui cerca di contribuire al suo sostentamento, sia impartendo lezioni private, sia adoperandosi per conseguire votazioni meritevoli di borsa di studio. È D’Arzo stesso a farci conoscere il suo stato d’animo con le parole di sapore inconfondibilmente autobiografico usate nell’introduzione a Nostro Lunedì:
“Fra gli inconvenienti di una giovinezza appena appena rispettabile e misera, tutta quanta passata (per dire) col pensiero alla media dell’otto, alla borsa di studio, e anche peggio, non c’è niente di più degradante e più sciocco di questo: ti senti subito in colpa appena trovi un mezzo soldo per strada e pensi che è già troppo per te”.
Le ripetizioni private continuarono anche dopo la laurea, quando svolse il suo lavoro di insegnante in modo continuativo:
“Faccio il supplente: do quattro ore al giorno di lezioni private” – scriveva il 7 agosto ’48 a Cecchi - “non riesco a trovare che qualche raro minuto da dedicare alla cosa che mi sta a cuore: lo scrivere”.
E sempre allo stesso Cecchi tre mesi dopo:
“[…] Se lei, signor Cecchi, avesse la bontà di dirmi anche solo tre o quattro righe su quel mio povero racconto, mi farebbe davvero una grazia” proseguendo poi in tono più sconsolato -“Poterlo pubblicare sarebbe assai importante per me, anche per motivi economici: potrei collaborare a qualche giornale, guadagnarmi qualcosa qua e là: ma, in fondo non è essenziale: in fondo ci si abitua a tutto, anche a fare ore ed ore di lezioni private”.

“Il più spesso delle volte appariva stanco, con gli occhi molto arrossati. Ed era magro, brusco nei modi, anche nel parlare, come se ne fosse disabituato o lo facesse malvolentieri, ma non privo nei nostri riguardi, di una cordialità che sembrava istintivamente trattenere, o ridurre […]. Parlava, come si diceva, senza infervorarsi, quasi a fatica, ma i suoi giudizi, sempre rigorosi, essenziali, mai ovvi o banali, ci avevano reso gradevole e attesa quell’ora. […] Incoraggiava a vincere le timidezze, ad essere spontanei, veri, a non impancarci a critici, ma ad osare nel linguaggio, senza aver paura di espressioni gergali. Se la prendeva con i nostri arcaismi, col ricorso, nella scrittura, a una sorta di lingua morta, con quella giustapposizione che s’intravvedeva sin troppo tra lo scrivere formale, sia povero che ornato, e il nostro sentire”.
Gianni Montanari, un altro ex alunno, aggiunge che aveva un modo di parlare affascinante; che non si abbandonava mai a confidenze e non parlava mai di sé, della famiglia o della casa; che alla prima ora, di solito, era molto nervoso, come se avesse trascorso una notte insonne; che, durante la sua ora, il silenzio e l’attenzione erano assoluti. Ricorda, a sua volta, Luciano Codeluppi:
“La sua lezione era un godimento, particolarmente quando parlava di letteratura straniera contemporanea o di cinema”.
A sua volta Mario Mazzaperlini, prima H dell’Istituto Avviamento Professionale, a.s. 1939-40 afferma:
“Per questo straordinario docente, se la scuola non doveva essere sofferenza, doveva, però, essere impegno al limite delle possibilità di ciascuno. Per me la straordinaria capacità didattica di questo docente consisteva proprio, essenzialmente, in questo. Il ragazzo andava alle sue lezioni senza batticuore, con la consapevolezza, però, che doveva dare il meglio di sé. Questo era il suo fine educativo: fare in modo che, al di là dei talenti personali di ciascuno di noi, ognuno si impegnasse al meglio delle proprie possibilità individuali. Il mezzo per cercare di aiutarci a raggiungere questo fine fu il dialogo, basato sulla reciproca fiducia. Noi scolari avvertivamo, istintivamente, di trovarci di fronte ad un docente diverso, che si preoccupava non soltanto di istruirci, ma di aiutarci a diventare uomini. Ed anche per questo lo amavamo profondamente”.
Da queste testimonianze si ricava che Ezio Comparoni affrontava con serietà professionale ed umana la sua attività di insegnante; tuttavia, ad una conoscenza più profonda dell’uomo – scrittore, essa ci appare quasi marginale, mentre emergono con particolare evidenza due nuclei sentimentali che pervadono e percorrono la sua vita e la sua opera, in un continuo intrecciarsi e compenetrarsi: la sua condizione di figlio illegittimo, sofferta come una macchia, una “colpa originaria”, che pesa su tuttala sua vita e impronta non solo tutto il suo modo di rapportarsi al mondo esterno, ma anche il suo sentimento del vivere e la sua attività di scrittore; la passione per lo scrivere, una tensione insopprimibile,che egli sente come l’essenza del suo io più intimo, da tutelare, coltivare come un bene prezioso ed esclusivo così che possa tradursi nell’opera in forme tanto più integre ed essenziali, quanto più maturate nell’interiorità profonda, nella concentrazione dell’animo, non distratta da condizionamenti esterni.
www.allonsanfan.it/2020/11/20/silvio-darzo-casa-daltri/ del 20 novembre 2020
Un romanzo inedito di Silvio D’Arzo,
Gec dell’avventura, è uscito a doppia firma per Einaudi, poiché è stato completato da Eraldo Affinati. La storia di un ragazzino, ambientata nell’Inghilterra del Settecento: la madre è la levatrice del paese, il padre è morto, era un sellaio ma Gec crede che fosse un corazziere del re caduto in battaglia. Quando viene a sapere la verità scappa da casa e finisce su una nave di pirati … Mentre lo leggiamo, ripubblichiamo qui una lettura del più famoso (e perfetto) racconto di D’Arzo, Casa d’altri (Einaudi e, in versione arricchita di scritti, Bompiani).
Navigava nei nostri scaffali, compariva nelle borse di cuoio dove mettevamo i libri dell’università, uno scarno volumetto Einaudi, Casa d’altri di Silvio D’Arzo, di cui sapevamo poco: l’autore era morto giovane e il racconto, uscito postumo per la prima volta nel 1953, si chiamava, in una delle precedenti redazioni, Io prete e la vecchia Zelinda. “Un’assurda vecchia: un assurdo prete: tutta un’assurda storia da un soldo”, questo l’abstract con iper understatement che si legge nel finale.
Era, si direbbe oggi, un racconto cult.
Ed era tristissimo, il più triste del mondo, non fosse stato troppo eccentrico e aristocratico – sia il testo sia lo scrittore -, e di un’inconsueta fattura angloamericana, rivelata anche dallo stevensoniano All’insegna del Buon Corsiero, l’altro titolo conosciuto di D’Arzo.
Comunque, Casa d’altri era il capolavoro, comprendendo pure i tanti libri che non riuscì a scrivere, del provinciale e appartato Ezio Comparoni, vero nome dell’autore (Reggio Emilia, 1920-1952): nel centenario della nascita esce di nuovo nei tascabili Bompiani, a cura di Roberto Carnero, unito ad altri dei pochi testi che lo scrittore ha lasciato.
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Bobbio: cosa vedere e quando andare in uno dei borghi più belli d’Italia
Cosa vedere a Bobbio?
1. Il Ponte Gobbo
Bobbio, seppur sia un piccolo borgo piacentino disperso nei Colli di Piacenza, ha molto da offrire.
Come citato a inizio articolo, questo Ponte è uno dei punti più visitati perché permette di vedere Bobbio per la sua interezza dall’esterno. Attraversandolo verso l’orario del tramonto, potrete ammirare dei colori spettacolari.
Il ponte ha questo nome particolare, “Gobbo” perché non è in piano, ma è irregolare lungo il percorso costituito da 11 arcate. È chiamato anche “del Diavolo” perché secondo una leggenda
venne creato dal diavolo in persona per spaventare i Monaci dell’Abbazia di San Colombano in modo che non attraversassero il fiume.
2. Abbazia di San Colombano
L’abbazia di San Colombano sorge nel cuore del borgo, nella parte più antica. Come già accennato prima, lo sviluppo del centro abitato si lega proprio a questa abbazia, che rappresenta uno dei centri monastici più importanti d’Europa.
Fondata nel 614, tutto il complesso si è via via sempre più ampliato negli anni, arrivando a coprire un’ampia area con diversi edifici.
3. Museo della Città di Bobbio
Il Museo della Città di Bobbio è situato all’interno dei locali dell’Abbazia di San Colombano. Allestito nel 2000 grazie ad alcuni fondi europei, ospita un’esposizione attraverso la quale ripercorrere la storia delborgo e di San Colombano.
4. Castello Malaspina Dal Verme di Bobbio: scopriamo i segreti
5. Duomo Santa Maria Assunta
Appassionati di Arte e Storia?
Dovete assolutamente visitare il Duomo, risalente all’XI secolo. All’interno delle 3 navate principali troverete una decorazione moderna nella zona del presbiterio e sullacupola del transetto è presente un affresco del ‘700. Se accedete alla Cupola di San Giovanni, nella parte destra, potrete ammirare l’Annunciazione, prezioso affresco del ‘400.
6. Palazzo Trecentesco
Se vi piace il periodo del Medioevo, non potete perdervi questo suggestivo palazzo. In passato apparteneva a una nobile famiglia piacentina, quella degli Alcarini.
Tutti i rami della casata si sono da tempo estinti, ma l’edificio rimane comunque uno degli esempi di abitazione civile medievale meglio conservati.
7. Convento di San Francesco
Cosa fare nei dintorni di Bobbio?
Bobbio è il principale centro della Val Trebbia e da qui potete raggiungere altre numerose attrazioni della vallata. Se dopo aver visitato Bobbio state cercando qualcosa da fare nei dintorni, ecco qui qualche proposta:
Visitare il Borgo di Brugnello
Brugnello è un minuscolo borgo ad appena 12 chilometri di distanza da Bobbio. È famoso per il suo panorama a picco sul Trebbia. Vi consigliamo di farci una tappa al tramonto, quando la luce è particolarmente suggestiva.
Fare un bagno nel Trebbia
Durante l’estate non c’è nulla di meglio di un bagno rinfrescante. Lungo il Trebbia troverete alcune fantastiche spiagge dove tuffarsi in un’acqua limpidissima.
Trekking o Mountain Bike
Sciare nei Colli Piacentini
Bobbio è considerato il borgo piacentino più rilevante della Val Trebbia. Si trova ai piedi del Monte Penice e beneficia delle correnti marine dovute alla sua vicinanza con la Liguria.
All’interno di Bobbio potrete ammirare gli spettacolari carruggi e palazzi storici, rivivendo la storia dell’epoca medioevale di cui è stato protagonista, soprattutto come centro d’arte e cultura.
Un consiglio è quello di ammirarlo anche dall’esterno. Infatti, passeggiando sul ponte Gobbo (dettoa nche del “Diavolo”) potrete vedere uno spettacolare paesaggio. Se andate la sera, avrete la luce delt ramonto esattamente dietro al paese, un evento che vi regalerà colori sensazionali.
Quando visitare Bobbio?
Non c’è una stagione da preferire per visitare Bobbio: il Borgo è sempre affascinante sia in estate, che inautunno e inverno.
In estate si trasforma in una mèta “balneare”. Potete infatti fare il bagno nel fiume sottostante, che offre delle piccole insenature con acque fresche e cristalline.
In autunno invece, specialmente nella seconda metà di ottobre, potrete ammirare un paesaggio che si colora di sfumature rosse e arancioni, dovute alla trasformazione della vegetazione circostante in preparazione del freddo.
Con l’arrivo del freddo il paesaggio si trasforma ancora. Visitare Bobbio d’inverno vi offrirà anche la possibilità di sciare. Poco lontano dal centro storico sorge infatti il complesso sciistico del Monte Penice,con ben 15 km di piste aperte da dicembre a marzo. Inoltre anche gli amanti dello sci di fondo potranno tornare soddisfatti, perché nell’adiacente località di Ceci Le Vallette troveranno un tracciato ad anello di circa 10 km.
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www.girosognando.it/2018/10/24/giovanni-lindo-ferretti-cerreto-alpi/ del 24 ottobre 2018
Cerreto Alpi, incanto di pietra e parole: da D’Arzo a Ferretti passando per Zavattini

Trovare la sua dimora non è difficile: per rispetto di privacy non vi diciamo nel dettaglio dove sia ma, ribadisco, non ci vuole molto. In paese tutti lo conoscono e sono fieri di avere un concittadino così illustre il quale, spesso, organizza degli eventi che lo vedono protagonista proprio a Cerreto Alpi.
Lasciamo la macchina all’imbocco del paese, appena superato il cartello, per poi incamminarsi. La strada stretta ci porta subito in direzione della chiesa di San Giovanni Battista, centro del paese, con la grande torre campanaria e, ai suoi piedi, una lapide ai caduti della Grande Guerra.
Cerreto Alpi è un trionfo della pietra con cui sono costruite le case e, in estate, anche dei fiori colorati chei cerretani hanno un po’ ovunque. Ora inizia la magia delle parole. Ogni casa ha un nome inciso in una targa di legno: Ca’ di Moliner, Ca’ di Ton … e poi spuntano fuori le parole di Ezio Comparoni, il cui nome d’arte era Silvio D’Arzo, tratte da Casa d’altri, il ‘racconto perfetto’ secondo Eugenio Montale che uscì postumo alla sua morte, avvenuta a soli 32 anni nel 1952 per leucemia. Dello scrittore reggiano si leggono vari passi in paese su alcune targhe poste in più punti, a ricordare la vita di questo borgo in cui nacque la madre Rosalinda.
“Nel primo buio le donne se ne stanno a soffiar sui fornelli chine sopra il giardino di casa – è uno dei passi citati – e i campanacci di bronzo arrivan chiari lì giù fino a borgo. Le capre si affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri”.
Ormai siamo dentro un’opera visiva, non più in un paese. Quando si scende verso il fiume si trovano ancora pensieri e parole, come quelle di un amico lasciate sul muro di casa di una persona che non c’è più, Giuseppe Penserini:
“È qui che con il martello battevi sul ferro e con la pialla lisciavi il legno per dare forma alle immagini che avevi dentro. E intanto accompagnavi il lavoro con il canto e la gente passandosi fermava ad osservare, e tu avevi un sorriso per tutti, amavi il paese e la sua gente! Poi, un giorno come tanti, hai riappeso gli attrezzi, hai chiuso e la porta e sei tornato a casa. La porta non si è più riaperta. Oggi eravamo in tanti al ponte tutti con gli occhi lucidi e il cuore in mano ad aspettare Beppe con le rose in petto ‘tornavi da Milano’“.
Non ho resistito a riscriverle, perché la magia delle parole ti rende per forza in piena sintonia con questo borgo appenninico.
Sempre D’Arzo fornisce una bellissima quanto pregnante descrizione:
“Sette case. Sette case addossate e niente altro: più due strade di sassi, un cortile che chiamano piazza, e uno stagno e un canale, e montagne fin quanto ne vuoi“.
Un borgo che ha subìto un grande terremoto nel 1920, varie contese nei secoli e trasformazioni: tra i suoi possessori anche il condottiero Castruccio Castracani degli Antelminelli, personaggio di cui spesso ci troviamo a parlare in più di un articolo.
Continuiamo a scendere al fiume, dove è stata dedicata una scultura allo scenografo reggiano Cesare Zavattini: il padre del neorealismo italiano era infatti innamorato di queste terre e spesso trovava rifugio qua. Come non dargli retta: lo scorrere del fiume e la vista di cui si gode da qua non ha descrizione. C’è poi anche un mulino che oggi è ostello, per chi cercasse come Zavattini, Ferretti e gli altri un rifugio artistico e meditativo. Sarà difficile, infatti, non tornare: una volta ripresa la strada del ritorno da questo borgo dell’Emilia, sentirete già la mancanza.
“Lasciami qui, lasciami stare, lasciami così. Non dire una parola che non sia d’amore. Per me per la miavita che è tutto quello che ho, è tutto quello che io ho e non è ancora finita… Finita…”.
Giovanni Lindo Ferretti, Annarella
www.appenninoreggiano.it/it/scheda/cerreto-alpi del 7 marzo 2023
Cerreto Alpi
C
www.comune.ventasso.re
Cerreto Alpi
Le tecniche costruttive dell’alto appennino: manto di copertura che originariamente era costituito da lastre di pietra o paglia di segale, edifici di piccole dimensioni disposti su due livelli, piccole aie lastricate, murature eterogenee in pietra con rinforzi d’angolo in blocchi ben squadrati di arenaria, portali e finestre in arenaria appenninica, di pregevole qualità artistica; piccole finestre e numerose immagini sacre in marmo apuano situate in vari punti dell’abitato.
Gli edifici sono infatti strettamente addossati in modo da assicurare una efficace protezione nei confronti delle avversità climatiche.
All’interno sono notabili i sedili lapidei del coro, risalenti al 1664. Si segnala infine il vecchio mulino di Cerreto, risalente agli inizi del XIX secolo e oggetto di un recente pregevole recupero a cura del Parco del Gigante che ne ha fatto sede in un proprio centro visita.