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Lino Patruno, in La Gazzetta del Mezzogiorno del 1 febbraio 2019
E se fosse il Sud a dire separiamoci?
E se l’iniziativa per una volta la prendesse il Sud? E se per una volta il Sud decidesse di non giocare sempre in difesa contro le continue iniziative del Nord per conservare i suoi privilegi? Vedi ora la questione dell’ “autonomia rafforzata”, quella con la quale i ricchi vogliono essere sempre più ricchi infischiandosene del resto del Paese. Allora verso il Veneto, la Lombardia e l’Emilia che tentano di fare il colpo da Banda Bassotti, che vogliono restare in Italia ma alle loro condizioni di favore, si potrebbe rispondere con un contropiede. Sapete cos’è? Ad andarcene siamo noi, così vediamo chi non può fare a meno dell’altro. Separiamoci. Ovviamente, siccome l’Italia vogliono spaccarla loro più di quanto non lo sia già, il Sud non lo farà. Ma sarebbe interessante vedere la reazione.
Perché loro la secessione volevano farla. Anzi era al punto primo dello statuto della Lega Nord: l’indipendenza della Padania. Quello statuto non è mai stato cambiato, neanche ora che la Lega Nord è diventata Lega e basta. Bossi strillava contro Roma ladrona e si puliva le terga col tricolore. Ma quando parlava al suo popolo dagli elmi cornuti, sapeva che la secessione non gli conveniva. Come, possiamo continuare ad approfittare di tutto il mercato del Sud. Possiamo continuare a fare le vittime con uno Stato che continua a spendere più per noi che per il Sud. Possiamo continuare a beneficiare di un grande Paese nonostante tutto e al quale sputiamo addosso, e ce ne andiamo? Allora l’hanno girata a federalismo.
Il federalismo partiva da un principio neanche indigesto: ciascuno impari a fare un po’ più da sé, senza aspettare sempre mamma Stato. Così responsabilizzandosi, dovrà poi pagare per le sue inadempienze o godere delle sue capacità. Si doveva però partire a parità di condizioni, mica col trucco. Sappiamo cosa è stato il federalismo per il Sud: una beffa. Più tasse locali per rimediare ai minori apporti dello Stato. E quanto alla perequazione, campa cavallo. Né stabiliti mai i cosiddetti Lep, cioè stesso livello di servizi in tutto il Paese, dalla sanità all’università. Oggi al Sud si è discriminati rispetto al Nord dalla culla (40 per cento di mortalità infantile in più) alla tomba (vita media di 4 anni in meno). Né mai avviata la perequazione infrastrutturale: oggi ci si mette più per andare da Bari a Napoli che da Roma a Milano.
Ora però Veneto e compagni vogliono fare andare avanti quella secessione ma restando in Italia. In pratica vogliono cristallizzare la situazione, col comodo (e produttivo per loro) divario attuale. Ci amministriamo per conto nostro in tutte le materie finora in comproprietà con lo Stato, e va bene. Ciò che lo Stato spende attualmente per quelle materie, lo passa a noi, una partita di giro: e va bene. Qui però scatta lo scippo: ci teniamo anche i soldi delle tasse che paghiamo allo Stato, come se fossero roba loro e non dello Stato. Per quale motivo? Perché siamo più ricchi. E i ricchi hanno bisogno di ospedali migliori e di asili nido migliori. Anzi ne hanno più diritto perché ricchi. Ma possono pagarseli per conto proprio, ci sono ospedali e asili privati. No, li dobbiamo sottrarre allo Stato come diritto dei più forti.
Ovvio che lo Stato, privato di quelle risorse, non potrà assicurare il sia pur insufficiente attuale livello di servizi al resto del Paese. Sud in testa, che così sarebbe ancora più danneggiato di quanto non lo sia già ora. Più morti nelle culle, meno vita dopo. Ancora meno lavoro, più famiglie povere, più ragazzi emigrati. E questo come se fosse del tutto normale nello stesso Paese. Ma il Sud non si lamenti, per loro abbiamo previsto il reddito di cittadinanza, non è vero che vuole essere sempre assistito? Di là sempre maggiore ricchezza (senza disconoscere meriti), di qua sempre maggiore assistenza. Stabilito da un vecchio e comodo pregiudizio. I vizi sono tutti al Sud, che perciò non vuole il federalismo. Le virtù tutte al Nord, che perciò lo vuole.
Il fatto è che non è vero che il Sud non voglia il federalismo, lo vuole senza agguati. Ma intanto la secessione non chiamata secessione già c’è da tempo, altrimenti non avremmo il divario attuale. Vergogna contro il quale non si è mai fatto nulla per cambiare. Col federalismo differenziato si vuole addirittura differenziare ancora di più. Lo si vuole fare a termini di legge. Lo si vuole far passare come un effetto del diverso modo di essere delle due parti del Paese, non del diverso modo di essere trattate. Lo si vuole far passare come cosa naturale.
Allora il Sud può finalmente decidere di giocare una partita sua e non sempre quella degli altri? Può pensare a una macroregione a una sola voce se necessario? E può dire che se continua così, a separarci potremmo essere noi, così finisce la pacchia del Nord? Può dirlo o è una provocazione?
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L'Astrolabio n. 30-1969
Il 1968 sarà ricordato come un anno record per il Mezzogiorno, ma in senso negativo: un record all'indietro. La relazione governativa sull'andamento della economia meridionale, che per legge deve essere presentata entro il 30 aprile di ogni anno, ancora non è stata consegnata a nessuna delle Camere. Ma i dati più significativi ormai sono trapelati, e forse, proprio l'imbarazzo di giustificarli ha provocato il ritardo della relazione. Già si sapeva che, per l'agricoltura meridionale, quella scorsa è stata un'annata nera. E nel Sud, quando le campagne producono poco, ne risente l'intera economia, tuttora fortemente condizionata dagli alti e bassi agricoli. Il fatto grave è che al regresso della produzione agraria si è accompagnato un aumento irrisorio della produzione industriale, rimasto al di sotto di quello registrato nel resto del paese. Il risultato complessivo, su cui influisce in misura non decisiva l'andamento del cosiddetto settore terziario (commercio, credito, trasporti ecc.) è stato che il reddito dei meridione e delle isole è aumentato nel '68 in misura pari alla metà dell'aumento rilevato nel centro-nord: tre per cento contro il sei per cento circa.
La “relazione previsionale e programmatica” presentata dal governo nel settembre 1967, affermò che nel 1968 sarebbe proseguita l'azione tendente a ridurre gli squilibri nord-sud e che anzi si sarebbe conseguito un ragguardevole progresso nella faticosa marcia di inseguimento del sud rispetto al nord. Tutte chiacchiere? Il mercato lasciato ancora una volta a se stesso, ha fatto il comodo proprio. Il meridionale che l'anno prima aveva un reddito 100 contro i 200 del settentrionale, si è trovato l'anno dopo con 103 contro 212. Se non è restato povero in canna come era all'inizio del '68, senza neanche quel tre per cento di guadagno, lo deve a “santo” emigrante che, alleggerendo del proprio peso il mezzogiorno, ha reso meno grama la sorte di chi restava.
Al principio degli anni '60, ci fu una polemica alquanto salottiera tra chi concepiva lo sviluppo del mezzogiorno in un modo e chi nell'altro. Il tono salottiero glielo dava la partecipazione di un'economista donna, la signora Vera Lutz: col suo senso pratico tutto femminile, diceva che c'era un modo solo per risolvere il problema del mezzogiorno, e questo era che il sud si trasferisse al nord o, per essere più precisi e più crudi, che il mezzogiorno si limitasse a funzionare da serbatoio di manodopera del settentrione e dell'estero. Il “buon senso” della Vera Lutz piacque molto ai padroni italiani, sempre galanti con le signore specie quando gli solleticano il mento. Ne fecero proprie le argomentazioni, i consigli, gli ammonimenti. Lasciate fare a noi, dicevano, e vedrete che i disoccupati meridionali ve li metteremo tutti a posto. Purché, naturalmente, spendiate per noi i quattrini destinati al sud.
Contro questa “teoria”, che non aveva neanche il pregio della novità, giacché la disputa se debba essere il lavoratore a inseguire il capitale o viceversa, è vecchia quanto il cucco, insorsero non solo le sinistre ma anche taluni democristiani, come si suol dire, impegnati? Ma, a distanza di quasi dieci anni, dobbiamo ammettere che la signora Lutz aveva visto giusto. Il fatto è che lei conosceva bene i suoi polli, e quelli italiani che la fanno da padroni sono polli inconfondibili.
Manco a dirlo, il 1968 è stato un anno nero anche per l'occupazione meridionale, la quale ha continuato a perdere salutarmente molte penne in agricoltura, ma ne ha riguadagnate solo una parte nei servizi, mentre ha preso a perderne anche nell'industria, secondo un pericoloso andazzo che dura ormai da qualche anno. Per gli investimenti, il discorso non cambia. Fra stato e privati, sembra ci sia una specie di gara a chi nel sud ne realizza di meno. E il fatto allarmante è che proprio gli investimenti in macchinari sono quelli che calano, cioè gli investimenti dai quali maggiormente dipendono la creazione stabile di posti di lavoro e l'avviamento di un processo autonomo di sviluppo.
Due mesi or sono, la Camera dei Deputati è stata impegnata in un dibattito sulla politica meridionalista, che i recenti fatti di Battipaglia avevano nutrito di passione e che si è concluso con l'approvazione di un lungo ordine del giorno proposto dal centro-sinistra. Il nocciolo dell'ordine del giorno è una specie di riscoperta dell'America, giacché vi si afferma che la questione meridionale non è un aspetto, un obiettivo fra i tanti della politica economica nazionale, ma ne è l'obiettivo per eccellenza. Che trovata! Cose analoghe le avevano già dette almeno sessant'anni fa i meridionalisti più insigni, da Salvemini a Fortunato, da De Viti De Marco a Nitti. Il fatto è che non basta dirle, queste cose, ma occorre realizzarle. E, per condurre una politica economica tutta finalizzata al risollevamento del mezzogiorno, naturalmente in condizioni di moneta stabile, di economia competitiva e di tutti gli altri ave maria che a questo punto si usa recitare, ci vuol altro che l'innocente programmazione economica 1965-70, morta ancor prima di nascere, sostenuta da una coalizione di governo troppo debole per darle l'ossigeno di cui aveva bisogno.
Ercole Bonacina
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L'Astrolabio n. 10-1970
Una mano la DC, l'altra la mafia
I fatti risalgono al marzo 1968: circa 200 famiglie dei quartieri poveri "Capo", "S. Pietro" e "Castello" di Palermo, le cui dirute case erano state gravemente danneggiate dal terremoto del 15 gennaio 1968, s'erano rifugiate nelle case popolari di Borgo Nuovo e del nuovo quartiere CEP di viale Michelangelo, ultimate ma ancora prive dei servizi. L'amministrazione comunale aveva accettato "l'occupazione" tanto che aveva promesso la installazione di alcune fontanelle pubbliche in attesa dell'allacciamento della rete idrica del villaggio. Palermo era stata considerata zona sismica, tant'é che con successivo provvedimento legislativo è stato riconosciuto il diritto ai sinistrati (15.000 case dichiarate inabitabili) a restare negli alloggi nei quali si erano rifugiati durante le 131 scosse sismiche registrate dal 15 gennaio al 20 marzo 1968. Le fontanelle non sono state installate e le 200 famiglie, al limite della sopportazione, hanno pensato di creare un allacciamento di fortuna alla rete idrica che passava per una delle vie del villaggio. Con un tubo lungo poco meno di un metro e due raccordi a tre pezzi hanno proceduto all'allacciamento ad un pozzetto, riuscendo a fare giungere l'acqua nei rubinetti a piano terra di alcune abitazioni.
Il 24 marzo 1968, domenica, alle ore 20 l'acqua sgorgava dai rubinetti del piano terra ov'erano radunate le donne in attesa del prezioso liquido. Le grida di gioia dei bimbi e degli adulti richiamavano l'attenzione della polizia la quale sorprendeva in flagrante furto d'acqua le sei donne (una delle quali madre di 9 figli) ed un uomo, li accompagnava al commissariato ove, in esecuzione di una denunzia presentata dal direttore dell'AMAP., inoltrava rapporto alla Procura della Repubblica. Il "caso" del furto d'acqua commesso dagli assetati vittime del sisma colpiva la fantasia popolare e diventava "fatto" nazionale: all'apertura dell'udienza, oltre al numeroso pubblico palermitano, erano presenti gli inviati speciali di numerosi giornali e riviste nazionali nonché le telecamere della TV nazionale ed anche estere. Il processo è stato rinviato a nuovo ruolo per difetto di notifica, perché due delle sei donne non avevano ricevuto la citazione, avendo cambiato domicilio. Il rinvio ha risparmiato, almeno provvisoriamente, il processo morale che l'opinione pubblica si avviava a fare all'amministrazione ed alla direzione dell'AMAP.
L'acquedotto palermitano, 4120 dipendenti, riesce a distribuire sì e no il 50 per cento del fabbisogno idrico-igienico-alimentare della citta di Palermo; in compenso però presenta un passivo di circa un miliardo, pari a metà del deficit complessivo accumulato dalle altre 59 aziende municipali delle grandi città del Nord.
L'azienda è amministrata con sfacciati criteri paternalistici e clientelari. Recentemente uno dei sindacati dell'A.M.A.P. ha emanato un comunicato nel quale vengono denunciate le sfacciate promozioni per "meriti politici". Fra l'altro si legge: Mazzara Salvatore, fratello dell'assessore comunale DC al Comune di Palermo: promosso; Midolo Valerio, fratello del Consigliere Comunale DC al Comune di Palermo: promosso; Belfiore Giuseppe, segretario di sezione della DC: promosso; Amoroso Giuseppe, fratello dell'Assessore Comunale DC al comune di Palermo: promosso; Venetico Giuseppe, parente del presidente della provincia di Palermo DC: promosso; Reina Carlo, parente dell'ex presidente della provincia di Palermo DC: promosso; Macaluso Giuseppe, segretario particolare del vice presidente DC: promosso; Parisi Vincenzo, vice segretario sindacato SICILACQUA-CISL: promosso; Spinoso Federico, membro direttivo aziendale SICILACQUA-CISL: promosso; Lio Damiano, congiunto di un membro della segreteria del presidente della Regione, on. Fasino, DC: promosso; Restivo Salvatore, segretario particolare di un deputato regionale DC: promosso; Blanda Giuseppe, ex sindaco di Partinico DC: promosso; Lo Palo Gesualdo, consigliere comunale al comune di Scillato DC: promosso; Graziano Matteo, segretario Sindacato SICILACQUA- CISL: promosso. E l'elenco potrebbe continuare per l'85 per cento dei promossi del 1969.
Il bilancio dell'A.M.A.P. per il 70 per cento è assorbito dalle spese generali. I soli stipendi al personale gravano per il 62 per cento. Gli stipendi all'A.M.A.P sono fra i più alti d'Italia: alcuni autisti, con 100 giorni di straordinario al mese, percepiscono oltre 300 mila lire al mese, il direttore (facente funzioni, nominato pro tempore, senza concorso, e tuttavia rimasto a vita), oltre i gettoni per comitati, commissioni, diarie per viaggi, indennità ordinarie e straordinarie ed emolumenti vari, percepisce 6 milioni l'anno, mentre i 6 dirigenti amministrativi (????) percepiscono 67 milioni l'anno, più le solite parcelle ed appannaggi vari.
L'enorme ammontare delle spese generali e delle altre spese collaterali lascia poco margine per le spese cosidette produttive: le attrezzature sono insufficienti, gli impianti antiquati, le condutture costituiscono un continuo attentato alla salute pubblica, e non tanto perché vicinissime alla conduttura delle fogne, quanto per le infiltrazioni nelle vecchie condutture, dai cui rubinetti con frequenza scorre fanghiglia.
Nel 1969 gli amministratori dell'AMAP hanno chiesto ed ottenuto una nuova tariffa maggiorata del 100 per cento assumendo che l'aumento sarebbe servito a ammodernare gli impianti e a decurtare il deficit dell'azienda. È avvenuto, invece, che il gettito maggiore è stato di poco meno di 80 milioni, buona parte dei quali sono stati dispersi in altre spese generali. In queste condizioni i rapporti con i terzi sono insostenibili: recentemente tal Francesco Salvo, proprietario dell'impianto di sollevamento e concessionario delle acque del fiume Oreto, nonché di quelle di alcune sorgenti a monte della città di Palermo, ha notificato all'AMAP la cessione del funzionamento dell'impianto per mancato pagamento della fornitura d'acqua alla città di Palermo. La vertenza tra il Salvo e l'AMAP trae origine dal fatto che, in previsione della scadenza del contratto, fissata per il 15 ott. 1969, l'AMAP rivendica la proprietà degli impianti valutati 280 milioni (dall'AMAP contrattati per 110 milioni e comunque non pagati), per cui alla scadenza del contratto non sono state effettuate le consegne e il Salvo continua a gestire la concessione.
I rapporti tra l'AMAP e il Salvo lasciano perplessi e danno luogo a molte malevoli considerazioni. "Sono pubbliche, dice il testo unico sulle acque, tutte le sorgenti, fluenti o lacuali, anche se artificialmente estratte dal sottosuolo, sistemate o incrementate". L'acqua è un bene di natura tale che il diritto non può lasciare l'utilizzazione all'arbitrio individuale. A Palermo, invece, padrone dell'acqua è il direttore dell'AMAP e, in sua vece, il Salvo, il quale può permettersi [di] minacciare la città, di assediarla per sete e cacciare da Palermo i pochi turisti che ancora si avventurano a mettervi piede.
La concessione dell'acqua dell'Oreto al Salvo ha una storia: l'AMAP ha concesso nel settembre 1967 la gestione e il sollevamento dell'acqua dell'Oreto (600 mc. secondo) nonostante l'opposizione dell'amministrazione comunale, concretata in validi motivi di opposizione contenuti nella relazione che l'allora sindaco di Palermo, dott. Paolo Bevilacqua, ha inviato al Ministero dei LL. PP. Nella relazione (che costò al Bevilacqua la poltrona di primo cittadino di Palermo perché si dice che il Salvo, assieme agli esattoriali, è tra i maggiori finanziatori della corrente di maggioranza della DC di Palermo), si legge che "il Salvo sarebbe stato inutile e superfluo intermediario tra lo Stato e il Comune", che il Comune sarebbe stato costretto a pagare l'acqua demaniale all'esoso prezzo di L. 12 mc. ed il Salvo "avrebbe indebitamente percepito centinaia di milioni" per un servizio il cui costo era irrisorio e che, comunque, "il Comune avrebbe potuto gestire in proprio con pochissima spesa". Per quali vie sia riuscito il Salvo ad ottenere dal Ministero del LL. PP. la concessione è un mistero, certo è che nel giuoco delle correnti dei partiti della maggioranza all'amministrazione comunale di Palermo si è creata una situazione che ha facilitato la scandalosa speculazione.
Ma la speculazione non si ferma solamente alla parassitarla intermediazione del Salvo tra lo Stato e il Comune perché parte dell'acqua, che dovrebbe servire a lenire la secolare sete dei palermitani, non sollevata per difetto degli impianti, scorre a valle ove viene venduta agli ortofrutticoltori ed agrumari della "Conca d'Oro" a L. 40 ed anche 50 al mc.
Tanta speculazione potrebbe essere fermata dalla Regione Siciliana. Lo Statuto della Regione attribuisce alla Sicilia la potestà legislativa esclusiva in materia di acque pubbliche, in quanto non siano oggetto di opere pubbliche di interesse nazionale, di guisa che la Regione ha potestà assoluta su tutti i problemi relativi e connessi al problema delle acque: tale esclusiva comprende tanto la utilizzazione delle acque fluenti (derivazioni) quanto la difesa dalle acque che straripano (opere idrauliche) o che impaludano (bonifiche). La Regione, però, non può disporre delle acque ad uso elettrico perché la concessione spetta per diritto, e senza limite di tempo, all'ESE (l'Ente siciliano di elettricità), il quale, in base al decreto che lo ha istituito, si deve mettere d'accordo con l'ESA (Ente Siciliano Sviluppo Agricolo), per la utilizzazione delle acque a scopo irriguo.
Nessuno dei due enti ha mai rivendicato il proprio diritto in materia di acque “fluenti” né per uso elettrico né tantomeno per quello irriguo e le acque dell'Oreto e delle sorgenti dell'agro palermitano (nel territorio di Palermo sono state accertate n. 43 sorgenti per 1257 litri secondo, in quello di Altofonte n. 11 sorgenti per litri 271 sec., mentre nel territorio di Monreale sono state accertate 86 sorgenti per una capacità di litri sec. 748.63, e l'elenco potrebbe continuare per le numerose sorgenti a monte della città di Palermo), né la provincia ha curato la istituzione del "Catasto delle utenze di acqua pubblica", "da formarsi e conservarsi a cura del Ministero delle Finanze", né sono state ancora censite le acque delle nuove sorgenti e dei nuovi pozzi trivellati in questi ultimi 8 anni, alcuni dei quali hanno dato luogo a notevoli trasformazioni (nel solo territorio di Bagheria alcuni privati hanno captato sorgenti per oltre 650 litri sec.) nelle quali si inserisce la speculazione mafiosa sulla vendita dell'acqua (mafia dei giardini), sull'acquisto del prodotto alla pianta (mafia degli antisti) e sul prezzo ai mercati generali (mafia dei mercati generali).
Si è nel vero quando si afferma che tutta l'acqua dell'agro palermitano è ancora nelle mani della mafia: difatti, concessionari di acque pubbliche sono Mangiafridda Antonino da Sciara, il mafioso processato per l'assassinio del sindacalista Carnevale, in atto al confine di polizia, concessionario delle acque del torrente "Baglio", Salomone Antonino, diffidato perché ritenuto socialmente pericoloso, concessionario delle acque "Sanzotta" e "Nocilla", Catalano Salvatore da Ciminna, diffidato, detenuto, concessionario delle acque "Cannitello", Falletta Iginio e Di Lisciandro Baldassare, concessionari delle acque della SASI.
In mancanza dei comuni, a rivendicare la demanialità delle acque dovrebbe essere l'Assessorato per gli EE.LL. regionale, come dire il Ministero degli Interni, retto dall'on. Giacomo Muratore, segretario provinciale della DC di Palermo. L'avvento di Muratore all'Assessorato Regionale per gli EE.LL. ed alla segreteria provinciale della Democrazia Cristiana di Palermo coincide con il mai tanto criticato periodo della conclusione dei lavori della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sul fenomeno della Mafia in Sicilia presieduta dal sen. Pafundi. Muratore diede subito l'impressione di essere l'uomo adatto per "morfinizzare" le situazioni scabrose createsi in molte amministrazioni comunali all'inizio delle attività della Commissione Antimafia, fermando e insabbiando le inchieste sulle amministrazioni di Agrigento e Caltanissetta: chiamò alla direzione del gabinetto dell'assessorato Giuseppe Farina, nipote dell'ex capo della mafia siciliana don Calò Vizzini, figlio di uno dei maggiori responsabili dell'agressione perpetrata nel 1944 a Villalba contro Li Causi e Pantaleone, nipote del gangster americano Angelo Bruno, capo della famiglia di "Cosa Nostra" di Filadelfia, nipote di Dam Lumia, il siculo-americano che nel 1943 accompagnava Calò Vizzini durante l'occupazione della Sicilia.
La presenza del Farina alla direzione del gabinetto dell'Assessorato per gli EE. LL, è stata interpretata come segno di solidarietà con quanti nel 1967 si trovavano in difficoltà per l'azione dell'Antimafia e per i numerosi amministratori che avevano motivo di temere azioni repressive in funzione del nuovo corso politico che da più parti veniva reclamato per la Sicilia. È stato, appunto, nel 1967 che l'AMAP ha concesso le acque dell'Oreto al Salvo in aperta violazione alle norme del testo unico sulle acque e in dispregio alle esigenze della popolazione interessata.
Il processo contro le 6 donne e l'uomo che nel l968 hanno "rubato" l'acqua dell'AMAP per dissetarsi può essere - sempre che le autorità palermitane lo vogliano - il punto di partenza per un riesame di tutta la politica regionale sulle acque pubbliche e per moralizzare una delle aziende municipalizzate di Palermo la cui disamministrazione costituisce scandalo nella scandalosa amministrazione della città.
Michele Pantaleone (1)
(1) Nacque a Villalba il 30/11/1911 e morì a Palermo il 12/2/2002. Figlio dell’Avv.Pantaleone divenne Geometra. Durante l’occupazione alleata fu sostituto del sindaco Calogero Vizzini e di fatto fu vicesindaco di Villalba. Alla caduta del fascismo fu segretario a Villalba del PNF. Dopo la liberazione fu fautore del partito socialista. Nel 1944 in vista di una alleanza tra Psi e PCI organizzò un comizio-adunanza in Villalba per il movimento Blocco del popolo, con la partecipazione di Girolamo Li Causi*. Il comizio fu l’occasione per un attentato con lancio di bombe a mano e spari che provocarono tredici feriti tra i quali il Li Causiche da allora in poi ritenne responsabili dell’attentato il Pantaleone ed il Vizzini anche quando giudizialmente furono discolpati.
Michele Pantaleone fu un viscerale nemico della mafia della Dc e del potentissimo On. Bernardo Mattarella per anni vicesegretario di quel partito più volte ministro della Repubblica.
L’attività politica del Pantaleone si concretizzò essenzialmente nel contrasto alla mafia Dc e nella difesa dei diritti dei lavoratori da questa sfruttata. Partecipò al movimento contadino siciliano dal 1947 al 51. Fu deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana per “Il blocco del popolo” (alleanza PCI e Psi). Dal 47 fu deputato regionale del “Blocco del popolo”. Nel 1967,entrato in contrasto col partito Psi,venne eletto nel gruppo misto PCI.
Fu querelato per oltre 60 occupazioni di terreni incolti, di una miniera ed altre numerose volte per diffamazione di politici e sindaci. Segnalò collusioni e favoreggiamenti di funzionari e forze dell’ordine. Riscontrata l’inutilità dell’attività politica da lui svolta contro la mafia, stante che il potere dominante ne negava l’esistenza, passò all’attività letteraria al fine di informare gli elettori della situazione.
Storico, profondo esperto di mafie e scrittore instancabile, scrisse oltre una decina di trattati sulla mafia denunciandone l’esistenza, le conseguenze e l’evoluzione malgrado che istituzioni, la magistratura e le autorità ecclesiastiche continuassero a negarne caparbiamente e falsamente l’esistenza. Di lui si contano oltre 5000 articoli, e numerosi saggi.
Si racconta che il giornalista Ignazio Maiorana, durante una conferenza stampa nella quale il Pantaleone aveva accusato il Presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti di essere un mafioso e riportato fatti che coinvolgevano altri onorevoli Dc, finì col prendersela coi pennivendoli siciliani che evitavano di informare l’opinione pubblica dei fatti che denunciava nelle sue conferenze stampa.
Avendo il Maiorana protestato, il Pantaleone lo sfidò a dimostrare il contrario pubblicando quanto da lui dichiarato circa il Presidente Andreotti.
Il giorno dopo l’articolo apparve. Il Pantaleone guadagnò una denuncia per calunnia in danno del Presidente e l’iscrizione nell’elenco dei mafiosi siciliani disposta illegittimamente dalla Commissione parlamentare antimafia.
Malgrado il numero dei processi affrontati, non solo non subì alcuna sentenza di condanna, ma in uno dei processi istruiti a carico dell’On. Andreotti riguardanti i fatti che il Pantaleone aveva denunciati in quella conferenza stampa, il Tribunale, pur non potendo condannare l’onorevole per sopraggiunte prescrizioni, ritenne di notare come costui fosse in contatto e famigliarità coi capi-mafia siciliani attraverso i suoi referenti di partito.
Nel 1962 con la pubblicazione di “ Mafia e politica” diffuse la conoscenza del fenomeno della mafia, trattando dell’alleanza tra l’esercito Usa, le mafie americane e la mafia italiana, svelandone i retroscena, le conseguenze, gli effetti e l’evoluzione. Nel 1966 pubblicò “Mafia e droga” e nel 1969 “Antimafia, occasione mancata”.Nel 1969 scrisse “Il sasso in bocca” che con la regia di Giuseppe Ferrara nel 1970 divenne l’omonimo film. Da allora editoria e Cinematografia diedero vita ad un filone che trattò di delinquenza organizzata e mafia internazionale, mischiando spesso leggende metropolitane e fatti di cronaca veri.
Fu amico di Carlo Levi e del sociologo Danilo Dolci anche lui impegnato contro le mafie e l’ingiustizia. Malgrado tutto ciò all’epoca del mio incontro con l’On. Pantaleone, a Palermo era ritenuto il capo morale della vecchia mafia ed io stesso, stante lo stretto collegamento col Vizzini e la segnalazione di Lui quale mafioso, effettuata dalla Commissione Parlamentare istituita ad hoc lo iscrissi nel nostro archivio quale mafioso. Con la desecretazione di parte degli archivi dei servizi segreti italiani e stranieri, oggi siamo certi che fu uno dei più coraggiosi ed ostinati nemici delle mafie che, come tutti noi oggi, per cercare di sopravvivere dovette nuotare nella melma immonda che lo avvolgeva.
*Girolamo Li Causi ex direttore del giornale PCI “l’Unità”, condannato a 21 anni di carcere per attività antifascista, dopo tre anni di detenzione, l’8 settembre fu liberato e nominato segretario del PCI siciliano.
Fonte: www.ilpiccone.it
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L'Astrolabio n. 5-1970
Le trasformazioni strutturali - Patologia dello svilupp
di Rino Petralia
L'economia meridionale esaminata in un contesto '"congiunturale" dimostra che i cambiamenti non ne hanno modificato le strutture.
La chiusura dell'autunno caldo ha fatto ritornare in primo piano il dibattito su alcuni aspetti strutturali e congiunturali del nostro meccanismo di sviluppo che lo svolgersi dello scontro sindacale aveva parzialmente oscurato. Se la tempestività con cui il problema dell'evoluzione congiunturale del sistema è stato sollevato in sede politica, all'indomani della conclusione della vicenda dei metalmeccanici, si colloca significativamente nel quadro di un preciso disegno politico i cui sviluppi sono evidenti, purtuttavia è necessario riconoscere che i problemi sollevati sono in larga parte reali, anche se discutibili appaiono il modo di presentarli ed impostarli e le soluzioni proposte.
In effetti il problema dello stato congiunturale del sistema e delle prospettive di sviluppo a breve termine non può essere in alcun modo esaurito dall'analisi delle variazioni nel breve periodo dei prezzi relativi dei diversi fattori di produzione, ma richiede una considerazione approfondita degli aspetti srutturali del sistema, che sono poi quelli che determinano le specifiche modalità di reazione a mutamenti congiunturali.
Il tema della congiuntura, il tema cioè del permanere o meno nel nostro meccanismo economico di capacità espansive sufficienti a garantire il riassorbimento degli aumenti salariali e dell'alto volume di nuovi investimenti, e tutto questo in un regime di sostanziale stabilità dei prezzi e dell'occupazione, si lega quindi direttamente alla considerarazione degli squilibri e delle strozzature connaturati al sistema che sono in grado più o meno gravemente di incepparne o rallentarne la dinamica. Il rapporto che si realizza fra le tensioni congiunturali sul piano dei prezzi, dell'equilibrio dei conti con l'estero, dell'occupazione e gli elementi strutturali di arretratezza del esistema è cioè tale da squilibrare ulterior mente tutto il meccanismo di sviluppo economico. Ciò appare particolarmente evidente nel caso del divario Nord-Sud: la depressione meridionale è ancora oggi - a vent'anni dall'avvio di ua politica meridionalistica - il più grave, il più preoccupante, il più drammatico degli elementi di debolezza e di squilibrio del nostro sistema economico.
La situazione inoltre tende a deteriorarsi ulteriormente: nel 1968 la circolazione meridionale ha registrato un incremento del reddito lordo pari, in termini reali, al 3 per cento; nello stesso periodo il Centro-Nord ha registrato un incremento, sempre espresso in termini reali, più che doppio, pari esattamente al 6,6 per cento. Tale andamento non può essere attribuito a fattori congiunturali, conferma piuttosto ed accentua una tendenza che si protrae ormai da diversi anni: nel periodo 1965-1968 le regioni meridionali hanno infatti registrato il più basso tasso medio di espansione del reddito lordo (5,4 per cento) non solo nei confronti delle regioni del triangolo industriale (6,8 per cento), ma anche delle regioni nordorientali (5,7 per cento) e centrali (5,8 per cento). Estendendo ulteriormente l'arco temporale preso in considerazione al periodo 1951-1967, il tasso medio annuo di incremento del reddito interno netto ai prezzi di mercato è stato del 4,76 per cento per il Mezzogiorno, del 5,22 per cento per l'Italia centrale, del 5,32 per cento per le regioni nord-orientali, del 5,99 per cento infine per le regioni del triangolo industriale.
Dopo venti anni di intervento straordinario l'obiettivo di pervenire all'eliminazione dello squilibrio Nord-Sud è ancora lontano ed incerto. La scadenza, al 31 dicembre 1970, del piano pluriennale di coordinamento degli interventi pubblici nel Mezzogiorno cade dunque in un momento di incertezza e di ripensamento sulla validità di tutta una politica, di revisione degli schemi concettuali ed operativi tradizionali. Il primo elemento da cui partire è che il crescere continuo del divario fra Nord e Sud si è accompagnato ad un notevole processo di sviluppo economico nel Mezzogiorno:
non si può infatti parlare di stagnazione dell'economia meridionale; anzi l'elemento caratterizzante che è necessario mettere in risalto è la presenza di un intenso processo di trasformazione che ha investito sia l'industria che l'agricoltura. I cardini di tale processo sono stati: la formazione di un settore “avanzato” sia nell'industria che nell'agricoltura, che ha affiancato, ed in parte sostituito l'assetto economico tradizionale, la decompressione del carico demografico, ottenuta con il sistema drastico delle grandi migrazioni verso il triangolo o verso l'estero, il rigonfiamento della sottoccupazione terziaria, giunta ormai a livelli chiaramente patologici.
Tale processo, nonostante l'intensità con cui si è andato manifestando, non è stato tuttavia sufficiente a creare le condizioni per un “decollo”, per l'innesco, cioè, di un meccanismo di sviluppo autopropulsivo. Secondo stime recenti, infatti, l'apporto di risorse esterne (dal resto dell'Italia e dall'estero) ha inciso sul bilancio meridionale in modo determinante; dall'11,03 per cento sul totale delle risorse nel 1951, si è saliti ad un massimo del 21,48 per cento nel 1963, per ridiscendere, nel 1967, al 15,79 per cento, nel 1968 al 15,1 per cento: il volume degli investimenti necessario a mantenere gli attuali e pure insufficienti tassi di sviluppo, viene cioè finanziato in buona parte mediante mezzi di provenienza esterna all'area.
Emergono a questo punto le carenze strutturali del processo di sviluppo meridionale: la sovraurbanizzazìone, intesa come squilibrio fra popolazione urbana ed occupazione extra agricola, che indica la presenza generalizzata di fenomeni di espulsione dalla campagna e la carenza di occasioni di impiego produttivo per buona parte della forza lavoro; il dualismo del sistema industriale diviso fra le opposte dinamiche di settori avanzati arretrati, [i] quali tendono semplicemente a sovrapporsi l'uno all'altro, senza che si manifesti una qualche apprezzabile integrazione reciproca. È in particolare questa seconda caratteristica che appare maggiormente in grado di condizionare le prospettive di sviluppo delle regioni meridionali. Infatti le aziende di recente impianto operano in linea di massima con riferimento ad un ambito nazionale (o extra nazionale) limitando i loro rapporti economici con il resto dell'area al puro reperimento di manodopera ed alla fruizione del tessuto infrastrutturale presente.
Viene così a mancare quel complesso di relazioni interindustriali e interaziendali che costituisce, in una economia sviluppata, la fonte più proficua di economie interne ed esterne e l'incentivo in effetti più rilevante alla creazione di nuove attività produttive o all'espansione di quelle già esistenti. In questo modo si è creata invece una sostanziale frattura fra aziende tecnologicamente avanzate che operano nella regione senza riferimento al mercato locale e il tessuto tradizionale di piccole e medie imprese, che operano con riferimento prevalente al mercato locale. L'orientamento “esterno” della maggior parte delle imprese avanzate esclude infatti nella pratica la possibilità di insediamenti complementari, d'altra parte ostacolati dallo scarso spirito imprenditivo locale, dalla mancanza di know how, dalla insufficiente capacità finanziaria delle imprese esistenti, dalla bassa potenzialità di assorbimento del mercato locale, soprattutto per quanto riguarda beni strumentali e di investimento.
Nel corso degli ultimi anni sembra tuttavia di poter rilevare una tendenza, ancora in atto ma già in grado di esplicare i primi effetti, ad una profonda trasformazione del sistema, il complesso delle attività avanzate ha acquistato ormai peso e dimensioni tali da indurre una spinta [alla] riorganizzazione dell'intero sistema produttivo, anche attraverso la marginalizzazione di alcune delle attività produttive tradizionali.
Questo processo sconta i suoi effetti più clamorosi soprattutto sul tessuto di piccole e medie imprese spesso inefficienti ed arretrate che caratterizza l'economia meridionale, avviando processi di eliminazione di imprese marginali, di crescita di alcune imprese attraverso fusioni o assorbimento di altre, di riduzione complessiva della manodopera occupata e di assestamento su livelli di produttività e tecnologia più avanzati: si tratta di un processo che già oggi e visibile in alcuni comparti industriali, soprattutto nel settore delle industrie di trasformazione dei prodotti agricoli e delle piccole industrie metallurgiche e metalmeccaniche.
È lecito tuttavia sollevare serie riserve sull'efficacia di un simile processo di “razionalizzazione”: proprio l'insufficiente capacità espansiva del settore “avanzato” dell'economia meridionale, il suo rispondere più alle esigenze di espansione e di decentramento dell'apparato produttivo settentrionale che alle autonome necessità di crescita delle regioni meridionali, la sua incapacità quindi di fare “corpo” con il territorio in cui è localizzato, fanno ritenere ancora lontano il momento in cui il “decollo” sarà finalmente avviato. L'elemento condizionante in questa situazione, dovrebbe essere rappresentato dall'intervento straordinario: l'azione pubblica dovrebbe svolgere la funzione di saldare un quadro sempre più pressante di esigenze “civili” ad un meccanismo di sviluppo valutato come incerto ed insufficiente. Ciò tuttavia presuppone una capacità di orientamento e di incidenza sulle scelte private che nel passato non si è affatto verifìcato. Può essere utile a questo punto fare un breve esame di quelli che sono stati gli investimenti pubblici della Cassa per il Mezzogiorno dal 1951 al 1967. In tale periodo la Cassa ha investito nel Mezzogiorno, in maniera diretta o con incentivi, 2.766 miliardi di lire e ha provocato una massa di altri investimenti pari a circa 3.298 miliardi di lire, con un rapporto investimenti diretti-investimenti indotti pari a 1,19.
La “produttività” di tali incentivi pubblici, soprattutto nel settore industriale è stata molto relativa: infatti se si considerano sia gli investimenti sostenuti dalla Cassa per le infrastrutture generali, sia gli incentivi dati all'Industria e al turismo, si può osservare come il capitale privato sollecitato ad impiantarsi nel Mezzogiorno e destinato ad attività industriali e turistiche si sia rilevato molto modesto: 100 lire investite in maniera diretta o indiretta dalla Cassa hanno mobilitato in questi settori un capitale privato di 188 lire.
Sembra opportuno analizzare pure i riflessi che la politica degli investimenti fatta della Cassa dal 1951 ad oggi ha avuto sul piano dell'occupazione. Come è noto l'occupazione complessiva nel Mezzogiorno è diminuita dal 1951 al 1967 di 390 mila unità: il settore agricolo ha perduto più di 1 milione e 526 mila lavoratori e quello industriale ha occupato 594 mila lavoratori in più.
Se si considerano gli investimenti fatti dalla Cassa per opere infrastrutturali e gli incentivi concessi per investimenti industriali, si può osservare come un nuovo posto di lavoro nel settore industriale sia costato alla sola Cassa 2 milioni e 280 mila Lire. È evidente che tale cifra è molto grossolana sia perché naturalmente gli investimenti possono avere dei riflessi sul piano occupazionale solo nel medio e lungo periodo, sia perché soprattutto gli investimenti infrastrutturali producono importanti conseguenze anche nel settore ternario. Resta il fatto che misurando la evoluzione e la situazione occupazionale nel Mezzogiorno, con il parametro degli interventi Cassa, essa si presenta oltremodo critica e difficile.
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L'Astrolabio, 1975, Anno IX, n. 5
Ada Collidà, che con la sua relazione “d'attacco" ha reso più incisivo il convegno "Nord-Sud" a Venezia, ripropone la sua ipotesi politica.
Si può avviare il discorso con una domanda molto banale: di quali processi è in realtà frutto l'equilibrio raggiunto? Se è vero ad esempio che poco più di un terzo della popolazione attiva del Mezzogiorno resta ancorato alle attività agricole (mentre la corrispondente quota per il Centro-Nord è intorno al 15 per cento), bisogna però anche considerare che nel periodo 1960-1961/1967-1968 699.000 persone hanno lasciato le attività agricole, ma solo 53.000 in più hanno trovato lavoro nell'industria e 210.500 nei servizi. Il Mezzogiorno ha quindi perso, in pieno corso della politica di industrializzazione, 437.500 posti di lavoro netti e li ha persi partendo da una struttura produttiva ed occupazionale già fragile e insufficiente. L'altra faccia della medaglia è data dai movimenti migratori: dopo un decennio che era stato valutato come un periodo di fortissimo esodo, il 1951-1961 in cui 1.900.000 persone lasciarono il Mezzogiorno, in sette anni (1962-68) altre 1.112.000 persone hanno abbandonato le regioni meridionali, ad un ritmo che, se si tiene conto dei freni eccezionali posti dalla bassa congiuntura all'emigrazione negli anni 1964-66, è omogeneo se non superiore a quello del decennio di fortissimo esodo. Nel solo 1968 oltre 247.000 persone sono uscite dal Mezzogiorno e di esse ben 104.800 erano dirette verso paesi esteri. Se si considera infine che la cifra degli emigrati temporanei all'estero si aggira annualmente tra le 200.000 e le 300.000 unità (di cui l'80 per cento almeno composto da lavoratori) si completa un quadro di straordinaria evidenza del prezzo che il Sud ha pagato in questi anni.
Oggi la quota di popolazione attiva nel Mezzogiorno è di 33 persone ogni 100 (39,9 nel Centro-Nord), tra le più basse che siano mai state registrate perché il Mezzogiorno perde più occupazione agricola di quanto accade nei paesi sottosviluppati ma ottiene molti meno posti di lavoro nell'industria e nei servizi di quanto avviene nelle aree sviluppate. Quale struttura produttiva corrisponda a questi dati globali è nelle grandi linee noto: un'agricoltura “povera” che ancora resiste in molte zone per il lavoro delle “donne degli emigrati”, un'industria che è in gran parte rappresentata dall'edilizia e per il resto coincide con i nuovi insediamenti capitalistici attorno a cui si abbarbicano le scarse iniziative locali, un terziario legato sostanzialmente ad attività improduttive. La maggior parte dell'occupazione è quindi fisiologicamente instabile e di tale situazione di instabilità fisiologica soffrono le stesse condizioni di lavoro (dai metodi ricattatori con cui avviene il reclutamento di manodopera alla determinazione dei salari e degli orari di lavoro, alla libertà politica e sindacale, ecc.).
L
Quale ruolo? Basta consultare le statistiche elettorali per apprezzare come le finalità trasforrnistiche assegnate alla politica di intervento abbiano valso ad assicurare ai partiti al governo un retroterra meridionale sostanzialmente inerte, ma proprio per questo più sicuro, Basta consultare le statistiche relative alle aree di maggiore concentrazione produttiva per apprezzare il significato che nella massiccia espansione di interi settori produttivi e di alcune grandi aziende in particolare (si può citare per tutte la FIAT) ha rivestito la disponibilità di una riserva di manodopera meridionale praticamente illimitata.
Solo guardando ad altri fenomeni che le statistiche normalmente non registrano, si può sollevare gli occhi dal panorama desolato fin qui descritto. Tra il 1968 e il 1969 le inerzie denunciate dai risultati elettorali hanno avuto clamorosi riscontri, profondamente contraddittori, nei fatti. Anche questa volta, solo fermandosi agli aspetti più immediati ed esteriori che le rivolte (di Battipaglia, di Castelvotturno, di altre cittadine campane o calabre) hanno assunto, si può dimenticare che dietro le esplosioni vi era l'aggravarsi delle condizioni di sfruttamento dell'agricoltura poste dall'entrata nel Mezzogiorno dei grandi monopoli dell'industria alimentare e dal riorganizzarsi secondo le stesse linee delle sopravvissute aziende meridionali, vi era la frustrazione di chi troppe volte si è visto tradito da promesse non mantenute, di chi ha visto la propria comunità d'origine smembrata dalle migrazioni. Solo fermandosi a errati confronti quantitativi si può ignorare che nelle lotte sindacali dell'ultimo autunno i lavoratori meridionali sono emersi con potenziali di contestazione dell'organizzazione del lavoro imposta dal capitale qualitativamente molto ricchi (il filo rosso che si può tracciare tra le lotte degli operai metalmeccanici di Napoli o di Bari e quelle degli operai della FIAT di Torino, meridionali in gran parte anch'essi, va proprio ricercato nei nuovi contenuti che alla base del conflitto si sono sprigionati: la capacità di rifiuto e di puntuale contestazione di un'organizzazione del lavoro che i margini di complicità derivanti da un'impostazione ideologica troppo sensibile ai problemi di sviluppo di un'economia “in ritardo”, non avevano permesso altrove di mettere a freno).
A questi fatti nuovi corrisponde certamente (come sull'ultimo numero un articolo di Gismondi ha ricordato) un “nuovo impegno” dei grandi gruppi industriali e, per la prima volta, un impegno abbastanza consistente della fiat ad investire nel Mezzogiorno, Come appare in ogni discorso ufficiale ciò è sufficiente a fornire nuove e appunto corpose coperture alla “attenzione” che le forze al governo riservano al Mezzogiorno. E vi è anche chi, probabilmente in buona parte a ragione, ha visto nel nuovo impegno dei gruppi industriali un'espressione pertinente dell'alleanza che tra centri di potere politico e centri di potere economico si è rinsaldata negli ultimi anni: per mantenere i vantaggi derivanti dall'alleanza gli industriali pubblici e privati avrebbero cioè dovuto prestare un aiuto eccezionale alle forze politiche per restituire il Mezzogiorno alla sua “necessaria” stabilità. Ma ciò non basta: certo anche la forza delle contraddizioni che la concentrazione produttiva e insediativa ha fatto esplodere in questi due anni nelle aree sviluppate del paese, sono motivi altrettanto convincenti perché alcune fasi di lavorazione, alcune sezioni del ciclo produttivo complessivo vengano orientale verso localizzazioni meridionali. È la FIAT che si libera. almeno come linea di tendenza, di tutte le produzioni diverse dall'auto, allontanandole da Torino e chiedendo con successo che l'operazione avvenga con la partecipazione diretta del capitale pubblico (accordo IRI-FIAT per la Grandi Motori spostata a Trieste, accordo IRI-FIAT per l'aeronautica che si localizzerà al Sud, accordo presunto IRI-FIAT per la siderurgia con localizzazione a Piombino), ed è la FIAT che destina al Mezzogiorno, oltre ad altre più modeste produzioni, due grandi stabilimenti di montaggio, localizzati in aree eccentriche rispetto a quelle in cui il movimento sindacale si è andato organizzando in questi anni, è la FIAT cioè che sposta al Sud almeno parte di quelle “catene di montaggio” a cui i lavoratori meridionali-torinesi si sono disperatamente ribellati in questi mesi. Si dirà che le localizzazioni eccentriche sono motivate dalla presenza di manodopera in loco e dalle minori diseconomie esterne (e in quest'ultima cosa ci potrebbe essere del vero se si ha sott'occhio come la speculazione edilizia ha ridotto i centri urbani meridionali - ma allora si pone anche il problema di chi e di come interverrà per affiancare agli investimenti eccentrici un'adeguata dotazione di attrezzature abitative e di servizi sociali); ma non c'è dubbio che esse siano motivate anche dall'intravista possibilità di restaurare un disegno vallettiano di integrazione operaia nell'azienda.
Queste motivazioni politiche ed economico-aziendali possono spiegare l'impegno eccezionale, ma possono anche contribuire a fondare alcune previsioni sul tema di quale futuro è cominciato per il Mezzogiorno. Si è detto marginalmente che i nuovi posti di lavoro ammontano ad alcune decine di migliaia: con una stima molto grossolana si potrebbe valutare in circa 60.000 (compresa l'Alfa Sud) l'ammontare complessivo di nuovi posti di lavoro che si prevede di creare nell'industria entro il 1975. Anche supponendo che si metta in moto un effetto di moltiplicatore e che quindi la stima sia in difetto di qualche altra decina di migliaia di unità, il confronto con i dati inizialmente riferiti convince immediatamente delle dimensioni tutt'altro che risolutive degli interventi annunciati. È praticamente tautologico che, se gli interventi non saranno in grado di risolvere il problema del Mezzogiorno, tanto meno saranno in grado di eliminarlo; ma vi è anche un'altra ragione per cui, al di là del fatto quantitativo, il problema meridionale non può essere eliminato con investimenti quali quelli previsti. Vi è stata anni fa una polemica, di cui oggi sembra si sia perduta la memoria, sul fatto che la questione meridionale avrebbe continuato a porsi in termini almeno qualitativamente, e strutturalmente, inalterati, fino a che gli investimenti industriali si fossero configurati come succursali di sedi decisionali e finanziarie localizzate al Nord: la scelta di destinare al Sud alcune fasi del ciclo produttivo, motivata dalle convenienze offerte dagli incentivi e oggi anche dalla disponibilità di manodopera, resta di natura strettamente aziendale e non comporta l'acquisizione di benefici definitivi per l'area meridionale interessata (gli stessi profitti vengono gestiti dalla sede decisionale nordica in un quadro che spesso ha ben pochi addentellati con le esigenze di sviluppo del Mezzogiorno). Il tema è ora più che mai attuale: i nuovi investimenti destinati al Mezzogiorno ripropongono una divisione del lavoro tra Nord e Sud del paese in cui al Sud spettano le attività o le specifiche lavorazioni che comportano maggiore carico di manodopera e maggiore carico di fatica per i lavoratori: non eliminano ma ripropongono appunto in termini sostanzialmente omogenei la questione meridionale.
La prospettiva reale per il futuro del Mezzogiorno va vista perciò tenendo conto dei due fondamentali elementi contrapposti; il “nuovo impegno” del capitalismo industriale e la “nuova coscienza” dei lavoratori del Sud. Riuscirà il primo ad annicchilire la seconda, ripiombando il Mezzogiorno in un nuovo sonno ultradecennale? La domanda chiaramente non è da inserire nel calcolatore; il recupero della gestione politica moderata sul Sud sarà possibile soltanto se si impedirà al movimento operaio e popolare di organizzarsi, rinsaldarsi e espandersi, solo se si cercherà di comprimerne e deviarne gli sbocchi, se si lascerà che la protesta si appigli alle sorti delle locali squadre di calcio. La coltre del controllo clientelare è ormai venata da troppe fratture perché il liquidarla possa essere considerato un impegno improponibile; essa può però ricostituirsi, e proprio attorno agli interventi “benefici” della FIAT, dell'IRI, dell'ENI e cosi via. La borghesia meridionale (intellettuale o no, repubblicana o socialdemocratica o democristiana) non è riuscita finora a darsi, né presumibilmente ci riuscirà, vocazioni diverse dal clientelismo: nessuna alleanza è quindi possibile, il movimento operaio e popolare deve camminare più che mai con le sue gambe e sono anche le uniche gambe su cui il futuro del Sud potrà davvero dirsi cominciato. D'altra parte i problemi che questo futuro pone a livello nazionale sono di per sé evidenti: il Mezzogiorno non può assumere un valore “palingenetico” e sarebbe errore banaJe attribuirglielo, ma non può neppure evitare di assumere il valore di pregnante momento rivelatore delle maggiori contraddizioni che la strategia capitalistica italiano-internazionale porta con sé e come tale non può evitare di essere uno dei più importanti momenti di confronto di una strategia di sinistra.
