Nord-Sud
- Dettagli
- Categoria: Nord-Sud
I Mezzogiorni d'Europa, (a cura di Rocco Tancredi), Lacaita, 1974
Filippo di Lorenzo
Parte 3
1) Il Piano Regolatore deve essere saldamente ancorato, in tutto il suo sviluppo e le sue articolazioni, dall'impostazione alle norme d'attuazione, al principio della prevalenza degli interessi e delle esigenze della collettività rispetto agli interessi e alle esigenze particolari, anche quando di questi interessi ed esigenze particolari non siano portatori imprese private ma imprese o enti pubblici.
2) Il Piano Regolatore deve affrontare in una visione non angusta delle prospettive di sviluppo globale delle risorse e potenzialità della regione, attraverso una serie ed organica politica dell'assetto del territorio, il problema della coesistenza e dell'integrazione fra città e industrie, e fra queste e l'hinterland ancora rurale conforme al principio che lo sviluppo e la vita delle città debbono condizionare e non essere condizionati dallo sviluppo e dalle esigenze aziendalistiche delle industrie, altrimenti ogni affermazione circa la volontà di edificare una città a misura dell'uomo svanisce in uno slogan di sapore propagandistico e mistificatorio.
3) Il Piano Regolatore deve prevedere la destinazione a verde pubblico delle zone del demanio militare (Pineta di Cimino, pineta della ex batteria Galeso, zona del Porticciolo di San Vito, pineta della Salinella), e tutte le aree che si renderanno disponibili appena smobilitati gli stabilimenti militari che sono oggi insediati, strutture già da tempo superate rispetto alle esigenze della tecnica moderna. Appena sgomberate dalla Marina e dall'Aeronautica militare, le zone in questione debbono risultare automaticamente disponibili per le esigenze della collettività civile, senza concessione di alcun margine al rischio di avventure urbanistiche di qualsiasi estrazione.
4) Il Piano Regolatore deve risolvere non illusoriamente il problema fondamentale del verde pubblico, che deve essere effettivamente fruibile da tutti i cittadini di tutti i quartieri e non decentrato in zone inaccessibili (si indicano all'uopo come nuclei di verde attrezzato da sistemare e valorizzare il poggio al Belvedere, la Pineta del Galeso, la Pineta di Lido Azzurro compreso il corso del Tara, la Pineta di Cimino, della Salinella e del Porticciolo di San Vito).
5) Il Piano Regolatore deve snodarsi in piani particolareggiati che sbarrino tutte le porte alla speculazione edilizia, e deve comprendere in parallelo con il piano di restauro della città vecchia - nel senso della preservazione e del restauro del tessuto urbanistico, e rivitalizzazione e tonificazione del tessuto sociale - un piano di risanamento edilizio del Borgo, ormai ridotto in condizioni pietose dai passati errori urbanistici e dalle recenti imprese della speculazione edilizia. cosiddetta sostitutiva.
6) Il Piano Regolatore deve essere impostato, per quanto riguarda i problemi della viabilità e dell'inquinamento dell'atmosfera, delle acque, e di quello causato da rumori di provenienza industriale, sulla base di studi seri e approfonditi, condotti da specialisti di riconosciuta competenza scientifica, di sicura autenticità ed indiscutibile autorità in campo nazionale... ".
Ai quali punti, alla luce dei nuovi fatti, vedi i ripetuti colpi di mano da parte di chi da decenni porta avanti, purtroppo impunemente, la politica, dei fatti compiuti e delle convinzioni che sono maturate attraverso un interrotto dibattito tra le forze vive della comunità bisogna aggiungere quanto segue:
a) considerare il Mar Piccolo - 1° e 2° seno - il baricentro metropolitano e l'anima del piano di sviluppo urbanistico della città, recuperando, valorizzando ed esaltando le caratteristiche biologico-climatiche, naturalistico-paesaggistiche, storico-archeologiche, economico-produttive, sportivo-ricreative e quale via di collegamento e smistamento del traffico.
A tal fine si ravvisa l'utilità di realizzare lungo la sponda ed il costone che corre lungo il Mar Piccolo una passeggiata per soli pedoni naturalistico-archeologica, che si snodi e si articoli in una serie di terrazze, a partire dalla zona adiacente la sede del Centro Ittico Tarantino-Campano e che passando per la zona del Rione Tamburi (il Galeso-Punta Penna) costeggi tutto il secondo seno sino ad arrivare all'altezza dell'Idroscalo Bologna.
b) Prendere in esame, da parte dell'Amministrazione Comunale, la necessità di opportuni e tempestivi provvedimenti amministrativi, al fine di contrastare da una parte la corsa, e sventarne le manovre, della grande industria pubblica e privata ad accaparrarsi le aree portuali - comprese quelle che si stanno ricavando dalla ciclopica colmata a mare - per poi gestirle in regime di monopolio per le proprie esigenze aziendali; dall'altra di impegnare i progettisti perché elaborino una struttura che, assicurando servizi efficienti, diversificati per ogni settore merceologico e per ogni esigenza settoriale e competitivi per i costi delle varie operazioni a terra e dell'imbarco e sbarco, possa garantire il consolidamento degli attuali traffici e l'espansione globale della economia jonica nel quadro dello sviluppo regionale e meridionale.
Per conseguire questi risultati, oltre alla necessità di creare strutture efficienti a mare (moli, banchine, gru), occorre costruire a terra capaci e moderni magazzini generali idonei ad immagazzinare, garantendone la perfetta conservazione, enormi quantità di ogni tipo di merci, tenendo presenti le potenzialità non solo dell'industria di base e meccanica, ma dell'industrializzazione dell'agricoltura, ed attrezzare vaste aree per depositi di containers.
Inoltre, dal punto di vista amministrativo, bisogna puntare alla creazione dell'Ente Porto a gestione partecipata, che veda corresponsabili i rappresentanti degli enti locali primari (Regione, Provincia, Comune) e i rappresentanti delle organizzazioni sindacali.
Naturalmente, in questo discorso, nessun ruolo può essere assegnato al Consorzio ASI, considerato il suo completo fallimento ed il suo ruolo ambiguo e subalterno di strumento di mediazione e di saldatura tra gli interessi dell'industria monopolistica e quelli dei ceti parassitari e speculativi vecchi e nuovi di Taranto; anzi, per gli interessi globali della popolazione jonica, sarebbe opportuno prendere la saggia decisione di scioglierlo. Sono profondamente convinto che se non prenderemo il coraggio a due mani per spazzarlo via il Consorzio riserverà ai cittadini di Taranto molte altre sgradite sorprese.
Per ciò che concerne la mancata elaborazione della variante generale al piano Calza-Bini, c'è da rilevare che può essere considerata ipotesi assai vicina al vero quella di una probabile e non nuova collusione tra l'industria di Stato, quella, privata e quella della variopinta e famelica fauna degli speculatori di aree fabbricabili, sostenuta da ben individuabili e retrivi gruppi politici e avallata, forse involontariamente, dai tecnici incaricati dall'Amministrazione Comunale e dagli addetti dell'Ufficio del Piano e dell'Ufficio Tecnico Comunale, tendente a aggiungere da parte dei soliti plutocrati mecenati, di cui Taranto non è priva, l'obbiettivo di far slittare ulteriomente i tempi massimi d'applicazione del già abbondantemente superato e disatteso Piano Calza-Bini, per poi mettere celermente in atto approfittando del vuoto tecnico-amministrativo, e dichiarato lo stato di necessità - attraverso l'opera solerte e finalmente efficiente della Commissione edilizia dell'Amministrazione Comunale - i loro individuali e produttivi piani al di fuori di ogni rispetto per gli interessi comunitari. Quindi dopo l'invenzione delle "licenze in precario", e sentiti i pareri delle Sovrintendenze, della Regione, e permesse le interferenze del Consorzio ASI, del Consorzio per la valorizzazione turistica della costa occidentale presieduto dall'on. Gabriele Semeraro - sottosegretario al turismo di ogni governo involutivo che si realizzi nel Paese - vedremo mettersi in moto chissà quali altre sataniche invenzioni pseudogiuridiche per applicare, in tutti i sensi e ad ogni livello, la scoperta ed ormai sperimentata 'licenza in precario', e con una serie di modifiche semantiche si potrà passare dalle licenze "precarie" a quelle "deprecabili".
- Dettagli
- Categoria: Nord-Sud
I Mezzogiorni d'Europa, (a cura di Rocco Tancredi), Lacaita, 1974
Filippo di Lorenzo
Parte 2
La genesi storica del Mezzogiorno d'Italia può dividersi in due periodi: il primo va dall'unità nazionale alla caduta del fascismo e della monarchia; il secondo dalla istituzione della repubblica ad oggi.
Nel primo periodo si riscontra una maggiore rispondenza alle vicissitudini storieche a condizionamenti politico - culturali e a processi socio-economici subiti dalla Spagna. Cioè la fase in cui gli interessi di classe della borghesia industriale del nord e quelli della borghesia degli agrari del sud si fondano dando vita ad un “blocco storico” dove la classe dirigente meridionale pur di perpetrare il suo "status" sociale di supremazia e di sfruttamento sulle massi popolari rinunciò a competere sul piano dello sviluppo industriale, autoescludendosi dal processo di creazione dello stato moderno capitalistico, creando i presupposti obiettivi per le attuali condizioni di emarginazione e di sottosviluppo.
Dalla fine della seconda guerra mondiale, a causa della forte influenza del Mercato Comune Europeo, le soluzioni che si cercano di adottare per risolvere il problema del Mezzogiorno - politica degli incentivi, politica di piano, progetti speciali - tengono presenti quelli della Francia, Germania, Inghilterra ed in genere delle altre nazioni del Nord Europa. In questa fase cioè si verifica che nella stessa area si creano aree di sviluppo e di sottosviluppo dando vita a situazioni ancora più stridenti, facendo convivere forzatamente il cervello elettronico e l'asino col carretto, le coltivazioni in serre e le pietraie della murgia pugliese dissodate con la zappa.
Ai fini di una, maggiore comprensione della realtà italiana, tenendo presente che per le aree depresse le condizioni di partenza influiscono moltissimo, senza avere la pretesa di fare qui un esame comparato, ritengo opportuno riportare un passo del capitolo 'Tierras del sud' del saggio "Exàmen de Conciencia" di Juan Goytisolo:
'Per intendere qualcosa dei mali che affliggono la Spagna è necessario avere in conto la diversità del nostro calendario. Nel momento in cui in Francia e in Inghilterra, per esempio la borghesia prese coscienza di se stessa e si assumeva le sue responsabilità, in Spagna vi mostrò una sostanziale incapacità nell'assorbimento della funzione guida che l'evoluzione del mondo moderno gli imponeva. Nell'anno 1900 la borghesia aveva fallito poiché non aveva saputo portare in porto l'industrializzazione e la riforma agraria necessaria al nostro paese. Più tardi, mentre si originava il rivolgimento del sistema bancario e la formazione dei primi monopoli, questi fenomeni del XX secolo si produssero parallelamente a situazioni e tensioni sociali caratteristiche del XIX secolo.
L'interrelazione dei fatti economici appartenenti a secoli differenti, spiega nello stesso tempo le nostre difficoltà politiche e il ruolo fiacco della borghesia. Poco a poco si erano determinati in Spagna una serie di problemi di organizzazione produttiva e conflitti sociali, senza che ne seguissero, come in Francia ed Inghilterra, fattori indotti capaci di mitigarli. In questo modo nacque una discrepanza tra le situazioni storiche - male endemico dei paesi sottosviluppati - che impedirono la formazione di una stabile democrazia parlamentare e la pluralità dei partiti. In Spagna il capitalismo di tipo monopolista coesiste con una agricoltura di tipo feudale.
La simultaneità dei fenomeni - capitalistico uno e medioevale l'altro - spiega l'attuale confusione: mentre ad esempio la borghesia catalana lotta contro il feudalesimo centrista per imporre la sua politica di monopolio industriale, il bracciantato andaluso lotta inalberando la bandiera della riforma agraria, nello stesso tempo - e l'esempio spiega la giustapposizione di cui parliamo - il proletariato ed immigrati proletari andalusi in Catalogna combattono contro lo sfruttamento della borghesia catalana antilatifondista.
La borghesia catalana e del resto della Spagna, in generale, non ha mai inteso eliminare sinceramente le sopravvivenze feudali del latifondismo come fece a suo tempo quella francese.
Priva del sostegno popolare che permise le grandi realizzazioni della borghesia europea preferì addivenire ad un compromesso con le strutture feudali che si opponevano a queste realizzazioni. La storia spagnola di questi ultimi cento anni è un perpetuo compromesso tra gli interessi della classe latifondista castigliana e andalusa e quella borghese catalana e guascone. All'inizio contrari all'anacronistico sistema feudale del Sud, infine i borghesi del Nord finirono per intendersi ed elaborarono un accordo negli interessi di entrambi.
Durante la seconda Repubblica - che perì ad opera di queste contraddizioni che segnaliamo - mentre la borghesia industriale difendeva un riformismo democratico, in Catalogna e nelle province del nord, mantenne nello stesso tempo il bracciantato dell'Andalusia, della Murcia, Estremadura e della basse Castiglia sotto un sistema socialmente oppressivo. Partigiana della libertà dei catalani, calpestava, la libertà economica degli andalusi.
La storia dimostrerà un giorno, che entrambe le libertà non possono essere disgiunte. Senza comprendere la realtà del Sud i Catalani non risolveranno mai i problemi sorti in casa propria.
L'auge del Movimento Nazionale Catalano coincide con la rovina economica del Sud-Est. Nel 1900, come ora, il problema della borghesia catalana era quello di aprire i mercati ai prodotti della propria industria. Con il naufragare della politica coloniale, con la perdita di Cuba, Portorico, e delle isole Filippine, la, questione nazionale si acuì considerevolmente. Impossibilitata a competere con l'industria francese, inglese e tedesca sul mercato mondiale, privata delle sue colonie, la borghesia catalana ottenne dal governo un regime protezionistico ma in cambio però dovette rinunziare alle sue velleità nazionali e culturali. In altri termini: sostituì i mercati di Cuba, Portorico e delle Filippine con un mercato coloniale intemo.
Fino al termine del secolo XIX, cioè sino all'inizio della colonializzazione commerciale del sud, esistono nella provincia di Almeria industrie estrattive, alimentari e tessili, che dopo l'ingresso della 'Lliga' (il partito moderato catalano) nel governo furono estirpate radicalmente.
Ancora oggi si possono osservare le rovine di quella che fu una prospera industria per chilometri e chilometri. Il protezionismo accordato all'industria catalana e basca, costituì la fine dell'industria e dell'artigianato del Sud-Est. A partire da questo momento in poi l'interesse dell'industria del nord fu quello che la metà del sud della Spagna rimanesse in uno stato di immobilismo assoluto. Nemici del latifondo in Catalogna e nelle regioni del nord, si allearono con lo stesso latifondo nelle zone agricole del centro e dell'Andalusia, La politica statale favoriva i loro obbiettivi. Per un verso liberava il protezionismo industriale per l'altro manteneva il regime del libero scambio per i prodotti agricoli. Cioè, mentre i catalani del sud sostenevano la concorrenza straniera sul mercato nazionale, dovevano rivolgersi alla Catalogna ed alla regione Basca per i vestiti, per gli utensili agricoli per i concimi. Essi vendevano i loro prodotti a basso prezzo e dovevano pagare gli attrezzi necessari alle loro coltivazioni al prezzo che gli imponeva l'industria di Bilbao e di Barcellona. Le agitazioni sociali andaluse furono la risposta della classe contadina alla speculazione di cui era vittima.
L'alleanza dell'industria basco-catalana e il latifondismo andaluso, significava, alla fine dei conti, il mantenimento del sud ad un livello di colonia da sfruttare, trascurando l'istruzione, permettendo il saccheggio delle miniere e l'abbandono della terra, canalizzando l'emigrazione verso il nord del paese ed all'estero come valvola di sicurezza per il mantenimento dei suoi interessi. Privi di una organizzazione politica efficace, i contadini manifestavano la loro opposizione in modo anarchico bruciando le messi. Gli atti di violenza divampavano come per un processo di autocombustione domati sul nascere dall'intervento delle autorità.
La seconda Repubblica non introdusse un mutamento reale alle sue precarie condizioni di vita. I settori popolani si organizzarono, però le strutture sociali rimasero immobili, nonostante parte della stampa denunciasse gli abusi, gli abusi continuavano. La libertà della Repubblica si riduceva alla libertà di protestare. Dopo il trionfo delle classi conservatrici nella guerra civile del 1936-39, lo stato del bracciantato andaluso è approssimativamente lo stesso. Attraverso i miei frequenti viaggi nel Sud-Est, sono giunto alla conclusione che la regione di Almeria, per esempio, non è stata mai una vera provincia spagnola. Ancora nel 1962, era, a vergogna di tutti, una colonia da sfruttare da parte dell'industria basco-catalana e dei latifondisti indigeni.
La politica delle Opere pubbliche unita alla propaganda per le emigrazioni tengono a mitigare la disoccupazione endemica, però la sua azione è, per disgrazia, limitata e temporanea. Una democratizzazione eventuale come in Italia o l'adesione al Mercato Comune Europeo non risolverebbe lo stesso il problema. L'esempio della Sicilia e delle altre zone sottosviluppate del Mezzogiorno lo provano in modo evidente. Sotto il fascismo e durante i primi anni del dopoguerra queste regioni soffrirono un vero processo di disindustrializzazione. Soprattutto la classe dirigente meridionale ha dimostrato, come in Spagna, la sua assoluta incapacità di fronte alle esigenze del nostro tempo. Il problema fondamentale del Sud è un problema di strutture. Almeria e le più svantaggiate province del nostro paese necessitano prima di tutto di una immissione cospicua di capitali che, parallelamente alla riforma agraria, bancaria e fiscale, permetterebbe la industrializzazione del paese ed il progresso sociale degli abitanti.
Nell'anno 1867 scrisse il saggista francese Casimir Dellamarre, appassionato viaggiatore della Spagna del Sud-Est: 'molto, per non dir tutto, è ancora da farsi' ma questa è forse una ragione per non cominciare? L'inetta passività di un ampio settore della nostra cultura, ci appare crudamente in situazioni cruciali come quelle che abbiamo esaminato.
L'amnesia volontaria della storia spagnola, accoppiata al nostro proverbiale orgoglio ci ha fatto credere nella possibilità di una cultura svincolata dalle strutture sociali che le servono da fondamenta. Però la povertà non si combatte con la dimenticanza ma prendendone piena coscienza. Se il popolo è arretrato, se il popolo è ignorante, se il popolo è analfabeta, è forse motivo sufficiente perché agiamo come se questo popolo non esistesse?' 'E se anche siamo un paese sottosviluppato, la nostra cultura non può estraniarsi da questa realtà'.
Molte delle analisi e delle osservazioni di Goytisolo sul Mezzogiorno spagnolo possono essere riportate di pari passo nella nostra realtà meridionale.
Ecco perché sin dall'anno 1960, in coincidenza con la posa della prima pietra del tubificio, un grosso gruppo spontaneo di base, che dopo varie e sofferte esperienze associative ha dato vita cinque anni orsono all'UPJ così si rivolgeva ai tarantini in un manifesto del 10 ott. 1967:
" ... il compito di mettersi al passo con i tempi imparando a servirsi degli strumenti culturali... è particolarmente arduo nelle nostre province, dove ad un passato splendido ma troppo lontano fa purtroppo contrasto un presente di sottosviluppo culturale e di inadeguatezza delle strutture universttarie. L'Università Popolare Jonica non intende sostituirsi a, quegli istituti universitari che Taranto ha il diritto di reclamare ed il dovere di prepararsi ad accogliere. Chiama a raccolta i cittadini desiderosi di progredire con modestia, con tenacia, con senso del limite lungo la difficile strada del lavoro intellettuale, affinchè al processo di industrializzazione in atto nella nostra Taranto faccia riscontro un altrettanto utile ed indispensabile processo di qualificazione culturale".
Tale gruppo di giovani studenti e lavoratori prese dunque a poco a poco coscienza dello stato di sottosviluppo globale attraverso un esame strutturale della società tarantina e della necessità di assumere un ruolo responsabile e partecipato alle ampie, ma anche piene di incognite, prospettive che si profilavano all'orizzonte delle popolazioni joniche.
L'atteggiamento acritico e trionfale della classe dirigente locale, in particolar modo quella legata per la sua stessa estrazione ai ceti parassitari alla quale deve addebitarsi la responsabilità della maggior parte delle difficoltà, carenze e eclatanti sperequazioni di natura socio-economica e la inquietante situazione di stallo relativo all'assetto del territorio in cui si dibatte attualmente la nostra città e solo in subordine alla grande industria privata e pubblica, fu, in quel tempo, solo quello di gareggiare per assumersi, a fini elettoralistici, la paternità dell'atterraggio del 4° centro siderurgico complice ora la inettitudine ora l'insipienza ora il trasformismo ora il velleitarismo provinciale ora la nostra naturale inesperienza ora il vuoto pneumatico privo di ogni nuovo e reale fermento culturale che coinvolgesse la comunità. In questa tenzone, la parte di cerifero fu assunta dall'allora presidente del consorzio ASI, che per tale inestimabile merito la cittadinaza, influenzata dai ceti parassitari che da questa situazione hanno ricavato il maggior profitto, ha provveduto ad eleggerlo successivamente al parlamento.
L'atterraggio dello stabilimento siderurgico doveva presupporre non soltanto una mera ipotesi, come fu fatto con il piano Tekne, ma, tenuto conto della consistenza di capitali e delle caratteristiche altamente nocive dell'insediamento, postulava una seria programmazione per attrezzare la città di Taranto di un preciso “piano territoriale”.
Ciò emerse anche dalla conferenza dibattito del celebre geografo Pierre Georges, accademico di Francia, tenuta nella sede dell'Università Popolare Jonica al tempo della polemica sul porto stellare di circa 800 ettari proposto dall'ASI ad uso esclusivo della grande industria di base privata e pubblica (Shell, Cementir, Italsider, Dalmine, etc.), purtroppo già in fase di avanzata attuazione di un 1° lotto di circa 50 ettari; in questa conferenza fu sottolineato a chiare lettere la mania di ricalcare certi metodi e certi procedimenti invalsi in alcuni paesi dell'America Latina dove è divenuta prassi comune il modo di procedere alla realizzazione di complessi "faraonici", disancorati e scollati dalle attività produttive preesistenti, senza alcun rispetto dell'habitat e delle locali tradizioni culturali, cancellando, in alcuni casi limite, con un colpo di spugna, secoli di civiltà.
Purtroppo, nonostante che in questi ultimi anni si parli di programmazione economica, di piani di sviluppo nazionali e regionali, a tutt'oggi, nella nostra Taranto, la città della 'nuova frontiera' del Mezzogiorno, non si riesce ad elaborare, ed ad approvare la variante generale al piano Calza Bini. Eppure non è mancata la spinta di base, la partecipazione al dibattito stimolato principalmente dalle associazioni culturali e dalle organizzazioni sindacali. Dibattito che ha contribuito a creare una coscienza urbanistica di massa che per qualche momento ci aveva dato l'elettrizzante sensazione che ormai, nella nostra città, era giunto il tempo che le scelte concementi l'assetto del territorio non dovessero essere più esclusivo appannaggio degli addetti ai lavori, ma un momento mobilitante ed esaltante di partecipazione diretta dell'intera cittadinanza indispensabile per realizzare nuovi rapporti sociali e garantire la qualità della vita. Dibattito che non è stato avaro di intuizioni, indicazioni e d'ipotesi di lavoro concreto. Purtroppo, sino a questo momento, per quanto è dato di conoscere, l'amministrazione ha recepito e messo in atto solo un punto (il piano particolareggiato per il Centro Storico) di quelli che l'UPJ indicava, nell'appello che rivolgeva alla comunità jonica in data 11.5.1970: '...l'Università Popolare Jonica ritiene di dover richiamare l'attenzione e chiedere il consenso delle forze sindacali, politiche, culturali, insieme con le quali ha sviluppato il discorso sul piano regolatore, in uno spirito di critica costruttiva conforme alle sue tradizioni ed al suo impegno civico ed in generale di tutti i cittadini solleciti della cosa pubblica, sui seguenti punti intorno ai quali è prevedibile, a giudicare dall'esito di questa prima fase del dibattito, che si possano coagulare vasti consensi.
- Dettagli
- Categoria: Nord-Sud
I Mezzogiorni d'Europa, (a cura di Rocco Tancredi), Lacaita, 1974
Filippo di Lorenzo
Taranto: città della 'nuova frontiera' nel Mezzogiorno
Parte 1
Dopo avere ascoltato le relazioni e valutati i contributi apportati da coloro che sono intervenuti nel dibattito, si è radicata di più in me, anche sulla base dell'esperienza vissuta a Taranto, la convinzione che, per potere dare una valida, sistematica e radicale soluzione alla problematica dei "Mezzogiorni d'Europa" bisogna giungervi per via interne e per vie culturali.
Non si può progredire se la maggior parte della classe intellettuale meridionale si limita spesso, nel miglior dei modi, ad essere portavoce, più o meno fedele, aggiornata, ed "autorizzata" dalle élités nazionali ed europee. Bisogna invece impegnarsi nella creazione di una cultura autoctona, di massa, radicata saldamente alla problematica economica, sociale e politica, sostenuta dall'humus della tradizione e collegata ai filoni delle avanguardie nazionali ed europee.
In questa prospettiva affronteremo la "questione meridionale" rispettando lo spirito e seguendo il solco della strada maestra tracciata dai Giustino Fortunato, Dorso, Salvemini, Gramsci, Scotellaro e Tommaso Fiore; quello cioè dello sviluppo globale: attuazione integrale della riforma agraria collegata all'irrigazione e alle industrie alimentari; sviluppo turistico inteso come valorizzazione del territorio, non solo rispettando il paesaggio, l'equilibrio ecologico ed i centri storici ma esaltandone le caratteristiche peculiari; sviluppo industriale integrato e strutturato a misura dell'uomo; potenziamento e riorganizzazione delle strutture culturali e civili per favorire la partecipazione corale e cosciente delle masse popolari alla vita democratica.
Purtroppo ancora oggi ci tocca sentire e leggere alcune affermazioni di sedicenti quanto improvvisati meridionalisti che ricalcano i soliti luoghi comuni, - atavica ignavia delle popolazioni, trasformismo, incapacità imprenditoriale, scarsità di risorse naturali, mafia e così via che fanno parte di certa letteratura stereotipa non sempre disinteressata - che dopo i tristi episodi di Reggio Calabria hanno trovato nuovo alimento.
Tale letteratura ha ignorato, o finto di ignorare, che all'episodio di rabbia sanfedista del sottoproletariato reggino e all'ondata di violenza e di criminalità più o meno organizzata che si va manifestando in modo virulento nei cosidetti "poli di sviluppo" fa da pendant al fatto, incontestabile, che per la prima volta nella storia del Paese il movimento dei lavoratori ha preso pienamente e correttamente coscienza che il problema del Sud è il problema dell'intera nazione, e questo, non è poco, né può essere considerato un fenomeno episodico. A questo bisogna aggiungere il danno che arreca una pletora di grafomani che si collegano al robusto filone del sottobosco culturale del "lorianismo gramsciano" i quali affrontano la questione meridionale dilettantisticamente, ora inventando, ora spolverando lise quanto quanto strampalate e peregrine teorie miracolistiche che alimentano la letteratura della fantapolitica e della fantaeconomia.
- Dettagli
- Categoria: Nord-Sud
L'Astrolabio n. 6-1971
L'Italsider a Taranto: il mare è nostro
di Giuseppe De Lutiis
Lo Scritto di De Lutiis rispecchia bene ed utilmente le reazioni che le inserzioni delle “cattedrali nel deserto”provocano presto o tardi nelle città meridionali chiamate ad ospitarle. Le lagnanze di Brindisi sono analoghe a quelle di Taranto, e così quelle della zona di Priolo e di Augusta, e così purtroppo avverrà per il quinto centro siderurgico da costruire a Gioia Tauro e per i nuovi grandi impianti di alluminio. Città e fabbrica sono due entità che non si fondono, che vivono entro cerchi d'interessi distinti e diversi. Forse diversa sarà la sorte di Pomigliano d'Arco, che avrà forse difficoltà diverse, quale quella di reggere il violento assalto delle legioni di Donnarumma disoccupati.
Ma il quadro per essere obiettivo ha bisogno di una controparte che aggiunga al processo che i tarantini credono dì poter fare la constatazione della parte di responsabilità dei meridionali nelle carenze della industrializzazione che li riguarda, ed essi subiscono ed attendono come la manna che deve scendere dal cielo.
È ben noto che l'industria pesante, siderurgica o chimica, non è occupazionale. È attività industriale di base, necessaria nei limiti adeguati agli sviluppi industriali del paese, non delle singole zone, o a politiche di prestigio altamente costose, a scapito sempre dei grandi consumi sociali. A Taranto ogni posto di lavoro richiede ormai più di 100 milioni d'investimento, e una classe dirigente meridionale, e tarantina, avveduta avrebbe dovuto preferire e puntare sin dall'origine su medie, ed anche piccole, industrie trasformatrici che con 100 milioni d'investimento danno lavoro a 10-20 operai. Non occorre ripetere le ragioni per le quali i ceti dirigenti meridionali preferiscono il dono delle capitali nel deserto.
La programmazione e localizzazione dell'industria pesante non la fa l'Italsider: la fa il Governo, e adesso il CIPE, non ancora così insensati da investire a Taranto 2.500 miliardi quanti sarebbero necessari a dar lavoro ai 25.000 dipendenti sognati dalla sbrigliata fantasia locale. È buona politica difendere il paesaggio da manomissioni non necessarie e cercare di stabilire rapporti di osmosi tra fabbrica e città. Ma è cattivo indirizzo mentale immaginare che le imprese, anche parastatali, non debbano obbedire a criteri di produttività e di convenienza economica e tecnica: se i tonnellaggi delle navi per i trasporti alla rinfusa arrivano e superano 200.000 tonnellate occorrono nuovi porti d'attracco con fondali di 20-25 metri.
Ferruccio Parri

L'opera è iniziata l'anno scorso alla chetichella, ma solo ora le associazioni culturali e le forze politiche cittadine si sono rese pienamente conto della gravità ecologica, sociologica ed economica di quanto si va progettando e stanno correndo ai ripari. Sia pure con diverse sfumature si può dire che il progetto non ha che nemici; da Italia Nostra all'ARCI, dai partiti di sinistra ai sindacati, alle ACLI. Italia Nostra ha inscenato una manifestazione indubbiamente coreografica, con tinteggiatura di prati e di alberi, ma ponendo l'accento sull'inquinamento ha finito col trascurare l'aspetto più grave, cioè il fatto che un'azienda possa “programmare” liberamente e a suo vantaggio, costruendo opere che incidono sull'avvenire di mezza regione.
Abbastanza contraddittoria, per non dire altro, appare la posizione dell'Italsider: da un lato pubblica un lussuoso libro bianco dove afferma che la tutela del paesaggio è la condizione perché in Puglia si ricostituisca un equilìbrio ecologico, dall'altro si prepara a deviare fiumi, spianare colline e “bonificare” il mare, con tanti saluti per l'ecologia e per il paesaggio. I fautori del progetto Italsider hanno come cavallo di battaglia una parola magica: “competitività”. Certo, avere l'industria a diretto contatto col porto, “a ciglio di banchina”, come usa dire chi è nel “giro”, comporta un risparmio non indifferente. E siccome, a quanto pare, spesso (e per certi versi fortunatamente) queste industrie pubbliche hanno una dirigenza con una perfetta mentalità “aziendale”, la scelta è stata rapida, direi quasi scontata. E a chi, senza contestare l'ampliamento, prospetta uno sviluppo orientato verso nord, oppongono le “cospicue” spese per il trasporto dei prodotti al mare che questa soluzione comporterebbe.
Ci sarebbe un'aria meno inquinata in città? Un buon depuratore e passa la paura. È lecito a questo punto domandarsi in che conto le grandi industrie pubbliche tengano le conseguenze delle loro scelte sulla collettività. D'altro canto tutta la storia dell'industrializzazione di Taranto, che è poi la storia dell'Italsider, è sovente una storia di interessi aziendali malamente coperti con i discorsi “aperturistici” di qualcuno.
Si cominciò dieci anni fa, proprio con l'arrivo del colosso siderurgico, la popolazione della zona venne infiammata di speranza, si parlò di 25 mila posti di lavoro, di “Milano del sud”, di avvenire luminoso. Poi la delusione: i posti risultarono 8.500, ma non è stata tanto la robusta decimazione che ha raffreddato gli entusiasmi, quanto lo stile tutto privatistico con cui è stata condotta l'operazione. Le infrastrutture civili sono praticamente inesistenti, il 95 per cento delle abitazioni dei dipendenti sono private. Le conseguenze, ben prevedibili, non si sono fatte attendere: una esplosione di cambiali, di traffico e le attrezzature scolastiche oltre i limiti di saturazione. A questo si aggiunga il dramma degli edili, richiamati in gran numero dalla costruzione del mastodonte e poi messi educatamente sul lastrico: “la festa è finita, andate in pace”.
Col passare degli anni l'esigenza di creare un tessuto industriale omogeneo si è fatta sentire sempre di più, e nel 1964 è stato varato un piano di sviluppo coordinato che prevedeva quattro agglomerati industriali oltre Taranto: Massafra, Castellaneta, S. Giorgio Jonico e Grottaglie. È il “Piano Tekne”, che pur seguendo la tradizionale politica dello sviluppo a poli, appare abbastanza ben concertato e poteva costituire nna buona base per lo sviluppo omogeneo della zona. Forse o proprio per questo è stato sabotato: per Taranto ad esempio negava l'utilità di una industria petrolchimica; ebbene dopo poco tempo vi si è installata la Shell. Quanto alle industrie satelliti deII'Italsider, anche col piano la situazione non muta: non ne sorge neanche l'ombra, un pò perché la produzione dello stabilimento, lamiere e tubi di grosse dimensioni, diffìcilmente interessa le piccole industrie, e un pò perché i bilanci “pericolanti” di alcune aziende IRI hanno consigliato l'ItaIsider a servirsi presso di loro.
Segue un periodo di silenzio, che ha termine nel ferragosto 1969 quando, approfittando della “siesta nazionale”, viene introdotta alla chetichella la variante Carbonara, quella appunto che prevede l'interramento di 800 ettari di mare. Da allora la situazione è più o meno allo stesso punto: il Comune non ha mai concesso la licenza edilizia, ma di fatto l'interramento è già cominciato. La soluzione del problema in un senso o nell'altro condiziona strettamente l'avvenire cittadino: se verrà approvato il progetto Italsider, i piani di un nuovo grande porto cittadino vengono ovviamente a cadere, e anche i cantieri navali e l'arsenale, di cui è da tempo in predicato il trasferimento dal Mar Piccolo al Mar Grande, riceverebbero un colpo definitivo. Infatti è solo nella prospettiva di un grosso porto a carattere regionale che le industrie possono avere un avvenire. Per non parlare del problema urbanistico: Taranto vive da venticinque anni senza piano regolatore; o meglio il piano c'è, è quello del camerata architetto Calzabini, il glorioso “architetto della quarta sponda”, che negli anni ruggenti ha fedelmente esportato in Libia il “maschio” stile littorio che ha allietato l'Italia per vent'anni. Per porre termine all'attuale anarchia urbanistica, la città avrebbe bisogno dello spazio intorno al Mar Piccolo, proprio di quello spazio che è attualmente occupato dall'arsenale militare e dai cantieri.
Comunque se a Venezia una scelta sbagliata ha conseguenze certamente gravi, a Taranto può averne di ancor più drammatiche: la città jonica ha la Lucania e la Puglia alle spalle e la Calabria di fronte; quel profondo sud dove i grossi complessi industriali invece di portare un benessere generale sono andati configurandosi come isole di privilegio all'interno di una struttura sociale che non è in grado di amalgamarsi ad essa. È stato scritto che il sistema ha distrutto il contadino e non riesce a trasformarlo in operaio. Forse sarebbe più esatto dire che ne trasforma alcuni e li rinchiude nelle cittadelle privilegiate della grande industria, lasciando fuori gli altri, i meno capaci o solo i meno fortunati, che hanno tagliato i ponti con la campagna e si ammassano nei ghetti suburbani, oscillando tra la speranza e la rabbia. Allargare ancora la grande industria senza un piano organico di sviluppo può servire forse a far entrare nella cittadella qualche altro migliaio di “privilegiati”, ma serve sicuramente ad ingrossare le fila degli esclusi, sempre pronti al richiamo dei Matacena e dei Ciccio Franco.
Giuseppe De Lutiis
- Dettagli
- Categoria: Nord-Sud
Da: Peter Nichols, Italia, Italia (edizione italiana 1975)
Questo pezzo di Peter Nichols, a quei tempi corrispondente da Roma di The Times di Londra, sembra scritto oggi tanto è attuale. Nulla o quasi è cambiato nel comportamento degli uomini politici. Quello di cui c'è da stupirsi non è tanto che i politici non siano migliorati, ma che gli italiani continuino a sopportare, per stupidità, servilismo o altro, una tale zavorra di cui si sarebbero dovuti liberare da tempo, nei fatti e non solo a parole.

Dagli anni cinquanta in poi il parlamento ha passato un numero sorprendentemente piccolo di leggi di qualche importanza, ma ha approvato moltissime leggine di importanza nulla o quasi, intese a soddisfare qualche interesse locale. La quarta legislatura (1963-68) si è trovata alle prese con 3576 leggi e ne ha approvate 790, quasi tutte di minimo valore costruttivo. All'insediarsi di ogni governo i politici promettono riforme fondamentali. Passano gli anni, cadono e si ricostituiscono governi, e non si è fatto niente; eppure quegli stessi uomini possono guardare senza batter ciglio un dimostrante - terremotato, statale, spazzino, medico, invalido o studente che sia - brandire un cartello con la scritta 'fatti e non parole'.
I parlamentari italiani (camera e senato hanno lo stesso trattamento) sono i più pagati d'Europa. La cifra esatta alla fine del 1972 era un lordo di 1.175.386 lire al mese, che al netto diventavano 953.076. Gli stipendi sono pari a quelli di un consigliere di Cassazione, e così si evita ogni spiacevole polemica sull'aumento degli assegni ai parlamentari: quando aumentano quelli dei magistrati salgono anche i loro e basta. Deputati e senatori hanno la tessera permanente per viaggiare gratis in ferrovia e riduzioni nei viaggi aerei; ma ben più preziosa è la loro immunità. Praticamente un membro del parlamento non può essere processato per alcun reato senza l'autorizzazione a procedere della camera cui appartiene. All'origine con un tal privilegio si intendeva proteggere il parlamento contro un esecutivo non democratico che volesse chiudere la bocca ai deputati scomodi, processandoli; e certo lo spettro del fascismo ha aleggiato sull'estensione dei regolamenti. Ma del sistema si è abusato. Si è dato il caso di uomini politici influenti in questa o in quella provincia che, minacciati di qualche scandalo o notoriamente colpevoli di reati, sono stati portati in parlamento prima che potesse aprirsi il processo. Il maggior inconveniente è però simbolico: fa capire che il parlamentare appartiene a una razza diversa dalla gente che dovrebbe rappresentare.
In un sondaggio sulle opinioni dei giovani pubblicato al principio del 1970 figurava la domanda: in quali persone o istituzioni avete fiducia? La mamma, naturalmente era in testa alle risposte. I politici in coda, con lo 0,5 per cento dei suffragi.
