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Sulle vie della Transumanza oltre a camminare le pecore e i loro accompagnatori camminavano anche i pellegrini che si dirigevano a piedi al Gargano.
La Transumanza (nome che deriva dal latino dalla parola trans - di là da - e da humus - terra -, che potrebbe significare 'di là dalla terra consueta') era una consuetudine importante tra i pastori nomadi di molte regioni terrestri. Nella zona dell’Abruzzo, Molise e Puglia il trasferimento invernale degli animali verso le pianure dell'Italia meridionale era già praticato in epoca preistorica, ma fu nel periodo dell’Impero Romano che conobbe uno sviluppo notevole. Le prime strade tratturali della transumanza si costituirono in modo spontaneo coprendo distanze a breve raggio. Erano probabilmente già segnate in epoca preistorica. Nel periodo compreso tra la il V ed il VI millennio a. C. in Abruzzo non vi fu una massiccia presenza di vie erbose che si incrementò durante la protostoria. Il ritrovamento di recinti fortificati lungo questi percorsi di animali e pastori porrebbero essere posti in correlazione all'attività della pastorizia transumante con l'uso di questi sentieri. Non si riesce a conoscere quali e quanti furono i percorsi tratturali della transumanza nei tempi antichi prima della costruzione delle strade romane. I tratturi dell'Italia centromeridionale nacquero con le civiltà preistoriche e furono particolarmente sviluppati nel periodo sannita, con importanti centri e fortificazioni sorte lungo il loro percorso. Nella tradizione del popolo dei Sabelli erano le direttrici della transumanza il cui utilizzo era gratuito. L'arrivo dei Romani e l'imposizione del dazio sui capi in transito, avrebbe determinato l'insurrezione di queste genti abituate alla libera circolazione. Lo studioso Italo Palasciano (Nota 249) ipotizza che questi percorsi condividevano, per alcuni tratti, la stessa sede delle vie romane ossia di viae publicae et calles nate, a loro volta, ricalcando percorsi già individuati prima della conquista romana. A sostegno di questa affermazione adduce l'esempio di un tratturello che ha vari tronchi sovrapposti a quello della via Traiana.
A Sepino è stato ritrovato un epitaffio del II sec. a. C per un contrasto fra le autorità locali e gli 'appaltatori privati di greggi imperiali' risolto dall'intervento di un giudice.
Varrone nel I sec. a. C., nel suo De Re Rustica, riferisce che i pastori sabelli erano tenuti a pagare un tributo a Roma per le greggi che conducevano nei territori della Puglia. Anche Publio Virgilio Marone e Plinio il giovane descrissero i pastori che conducevano greggi di pecore in pascoli molto distanti fra loro. Nel 111 a. C. ci fu un provvedimento legislativo emanato dai Romani, individuato come la lex agraria, fu la prima norma ufficiale di riferimento per la regolamentazione giuridica dell'utilizzo delle aree pascolive e dell'uso delle strade pubbliche (pubblicae calles). In seguito, nei Codici teodosiano e giustinianeo trovò ufficialità il privilegio della tractoria, ossia della fruizione delle vie pubbliche da parte dei pastori. Nell'anno 1155 il re normanno Guglielmo I, detto il Malo, aggiunse nella sua Costituzione norme volte a disciplinare l'uso dei pascoli per regolamentarne i canoni d'affitto. Dichiarò inoltre proprietà del Regio Demanio l'area del Tavoliere delle Puglie e altre zone circostanti, e decretò che vaste superfici delle regioni Abruzzo, Puglia e Basilicata fossero adibite a pascolo. Si sostiene che Federico II sottopose il settore della pastorizia all'amministrazione della Mena delle Pecore di Puglia; ma con la conquista di Napoli nel 1442 da parte di Alfonso d'Aragona, il Tavoliere delle Puglie divenne territorio feudale. Nella metà del XVI sec. Francesco Montluber fu nominato doganiere reale e organizzò vasti estensioni di terre come riserva per ospitare gli animali durante la transumanza. Durante la dominazione Aragonese questo settore dell’economia venne incentivato, anche in Spagna esistono tuttora i tratturi e la transumanza che, non a caso, si chiama la ‘sanmiguelada’. Il passaggio da una zona all’altra avveniva a fine settembre, inizio di ottobre per passare nei pascoli freschi della pianura, mentre in maggio si andava nei pascoli montani. Gli Aragonesi che regolamentarono il sistema tratturale con la Dogana delle pecore e crearono in favore del demanio armentizio un regime protezionistico che durò fino al 1806, quando con le leggi eversive della feudalità i francesi smembrarono il sistema tratturale e i pascoli del Tavoliere ad esso sottomessi. Dagli atti della Dogana è agevole desumere che la rete dei percorsi non rimase inalterata nel tempo, bensì fu soggetta a modificarsi col cambiare delle necessità fino a trovare un equilibrio quasi definitivo.
I pastori con le loro greggi passavano tutto l’autunno, l’inverno e parte della primavera sui pascoli della Puglia per poi ripartire a maggio, dopo la tradizionale Fiera di Foggia, quando quei pascoli si inaridivano per il calore della nuova stagione estiva e per l’uso intensivo. Poi a maggio si incamminavano verso le montagne (questa volta il percorso richiedeva un po’ più tempo sia perché si saliva verso le montagne, che perché le pecore avevano da poco figliato per cui con il gregge c’erano gli agnelli e la mungitura e la produzione di formaggi era più intensiva).
Il potere regio aveva capito la valenza economica e sociale e così la transumanza divenne obbligatoria per tutti i pastori che avessero più di 20 pecore. A quel tempo il Tavoliere fu ripartito in pascoli da affittare ai pastori e, nel XV secolo, si sa che svernavano in Puglia fino a 3.000.000 di ovini, e in alcuni casi arrivarono anche a sei milioni. Quando erano in marcia i transumanti erano esentati dal pagamento di tasse di passaggio e avevano dazi ridotti sul sale e nessun dazio per i viveri che trasportavano per proprio consumo. In caso di problemi con la giustizia, venivano giudicati da magistrati della Dogana di Foggia e, sempre in questa città, avevano l'obbligo di vendere i loro prodotti (lana, agnelli, formaggio). Per questo la città divenne un importante centro commerciale.
Il Magrini nel fare una veloce analisi della transumanza e dei tragitti stagionali delle pecore ricorda come i vari occupatori dell’Italia cercavano di impadronirsi dei luoghi legati alla transumanza per cercare di modificare le sorti politiche. 'In alcune zone questi punti di sosta (dei pastori transumanti) hanno dato origine a città vere e proprie come Benevento, Spoleto, la stessa Roma, punto finale di varie vie di transumanza; perciò la conoscenza delle direttrici di marcia ci consente di capire la logica di alcuni nostri insediamenti geografici. Per esempio, nella seconda guerra punica, Annibale valicate le Alpi si fermò nella Gallia per bloccare la transumanza dei Sanniti dall’Abruzzo pensando di ricattarli e costringerli a ribellarsi a Roma. Quando si accorse che essi avevano anche lo sbocco campano, andò a Capua e nell’area foggiana e così, dopo la battaglia di Canne, tutte quelle popolazioni pastorali furono costrette a passare dalla sua parte. Roma reagì con Quinto Fabio Massimo Verrucoso, detto 'il temporeggiatore', usando la stessa tattica di Annibale, mandò i soldati ad occupare i passi in montagna, per cercare di impedire ai Sanniti di tornare ai monti controllando così una delle risorse principali dell’Italia centrale. Alla fine dell’VIII secolo, i Franchi si sostituirono ai Longobardi che fino a quel momento avevano garantito all’Italia una struttura politica di controllo del territorio che teneva conto di questa realtà economica.
Interessante è un articolo lungo di Bertaux (Nota 253) dove dichiara che il versante Adriatico dell'antico regno di Napoli è ancora attraversato da antichi tratturi, le carreggiate larghe sono battute dal passaggio di grandi greggi. Queste strisce sterili che attraversano campi e prati sono indicate sulle mappe del personale per una speciale puntatura. I tratturi sono i canali attraverso cui comunicano tra loro vaste aree riservate agli animali. In estate, i pastori e il bestiame vagano negli altipiani della Basilicata e dell’Abruzzo, attraverso la steppa collinare circostante Potenza o le vaste praterie che si estendono a nord di Castel di Sangro e si chiamano Piano di Cinque Miglia. In inverno, animali e persone scendono verso la pianura per occupare altri deserti, la Valle del Basento e il Tavoliere della Puglia. Alla fine della primavera e in autunno inoltrato, i tratturi, come tutto il resto dell'anno, sembrano un letto di fiume asciutto, e vengono riempiti di un'onda di vita in viaggio verso il mare o che scorreva verso la montagna. E' un esercito di animali come quelli che derivano in tempi primitivi il grande movimento di popolazione. 


Agli inizi del XIX sec. si è iniziata una nuova forma di gestione agricola del territorio del Tavoliere e tra l’‘800 e il ‘900, le terre a coltura hanno preso il sopravvento su quelle a pascolo: la transumanza, regolata da leggi dello Stato, ha così ceduto il passo ad un sistema di rapporti privati tra pastori e proprietari terrieri pugliesi, secondo le leggi di mercato (Nota 259). I tratturi, sono ora invasi in più punti dagli agricoltori confinanti e attraversati da strade asfaltate, e la transumanza è quasi scomparsa anche a causa dell’utilizzo dei camion per il trasferimento delle greggi (Nota 260). Ora si sta però iniziando a rivalutarli per l’importanza culturale che essi hanno avuto nella storia delle regioni attraversate: su di essi nacquero città e paesi e furono strumenti di comunicazione fra i popoli, di divulgazione di tradizioni popolari e religiose.
I Tratturi della Transumanza rientrano tra le varie proposte ufficiali dell’Italia per farli inserire nel patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.

Secondo alcuni studiosi nel 217 a. C. Annibale attraversa il territorio dell’attuale Molise da ovest verso est, lungo un percorso che dal Falerno (zona di Capua), risalendo il Volturno, seguendo il Biferno e 'costeggiando a quanto pare le montagne del Matese, <diretto> per la regione dei Frentani, per dove scorre il Tifernus (oggi Biferno), si ricondusse a Geronium', che è, oltre al ‘locus’ dove svernerà l’anno prima della grande battaglia di Canne, una ‘statio’ di quella strada che la Tabula Peutingeriana riporta come collegamento da Bojano a Larino ('Questa strada viene riportata… secondo il seguente tracciato: Bobiano (Bojano) - XI [miglia] - Ad Canales - VIII [miglia] - Ad PYR(um) - IX [miglia] - Geronum (Gerione, abitato scomparso presso Casacalenda) - VIII [miglia] - Larino (Larino). E’ forse da identificare con la òdòs Samniou ricordata da Procopio di Cesarea a proposito della guerra tra Goti e Bizantini, allorché Zeno, per recarsi a Roma, attraversò il Sannio per raggiungere la via Latina' ( G. de Benedittis, Appunti sulle fonti classiche relative alla viabilità romana nel Sannio, in Almanacco del Molise, 1988, II).
Tale risulta in atti notarili del XVI e negli inventari del XVII secolo. Con la ‘Strada Langianese (o anche ‘delli Langianesi’)’ si potrebbe identificare quel segmento della Tabula Peutingeriana, 'che sembrerebbe raffigurare (fatta salva la possibilità di un errore del copista medioevale) una ulteriore arteria che collegherebbe Aufidena con la località Ad pyrum (G. de Benedittis, Appunti sulle fonti classiche relative alla viabilità romana nel Sannio, in Almanacco del Molise, 1988, II, p. 13 e ss.). Evidente la possibilità dei collegamenti etimologici con la toponomastica di Cascapera e/o di Ferrara, (che mi supporta nelle ipotesi proposte sia in questo che negli altri lavori citati.), che da Roma menava a Cassino, proseguiva sino alla statio Ad Flexum (S. Pietro Infine), dove si biforcava e 'con un ramo di 13 miglia andava a Teano sulla via Appia, ed un ramo di 16 miglia menava a Venafro' (G.B. Masciotta, Il Molise dalle origini ai giorni nostri, II, Napoli 1915, p. 68) (Nota 263).
Tutti gli studiosi che hanno affrontato la problematica della viabilità antica nel Sannio hanno ipotizzato una sorta di viabilità hanno fatto sempre riferimento ai tratturi. Tuttavia riserve sono state espresse sulla utilizzazione già in periodo sannitico delle attuali strade a lungo percorso che attraversano tutto il versante adriatico, dall’Abruzzo alla Puglia.
Vari studiosi nei secoli hanno sempre sottolineato la grande devozione che i Longobardi avevano verso San Giovanni Battista, che in seguito divenne protettore del regno insieme a San Michele Arcangelo. In quasi tutte le loro grandi città avevano la chiesa cattedrale dedicata a San Giovanni Battista e un’altra dedicata a San Michele. Forse andrebbe studiato meglio il rapporto che gli ariani avevano verso il precursore del Messia e gli angeli, con questo studio si riuscirebbe a capire come queste due figure segnarono tanto la religiosità longobarda e rimasero anche dopo la conversione dall’arianesimo al cattolicesimo.
Nella mia ricerca storica voglio far parlare i documenti e non le mie proprie elucubrazioni mentali, ma spesso per poter accedere ai documenti bisogna fare anche diverse ipotesi di percorsi di ricerca in modo da poter avvicinarsi il più possibile alla realtà storica. Questo tipo di ricerca è come quando uno vuole aprire una cassaforte e non conoscendo la combinazione deve realizzare i vari possibili accostamenti per individuare il codice della chiave per poter aprire lo scrigno.
Mi sono posto tre condizioni per svolgere un’ipotetica pista di ricerca:
1) i pellegrini potevano percorre al giorno circa 30-40 chilometri a piedi;
2) il luogo di sosta doveva essere dedicato a San Giovanni;
3) ci doveva essere l’aggiunta di un toponimo di una particolare caratteristica geografica e/o conformazione geomorfologica locale. Con queste tre caratteristiche ho ipotizzato che si potrebbe costruire un ipotetico percorso dei pellegrini.
Interessante è una pista di ricerca su una scia di presenze monastiche dedicate a San Giovanni e poste ad un giorno di cammino di distanza tra di loro sulla via per Monte Sant’Angelo (Nota 266).

Il percorso poteva raggiungere Roma passando per il guado di San Vincenzo al Volturno oppure raggiungere Spoleto e la Toscana per lo snodo commerciale dell’Aquila, ma poteva anche essere utilizzato il tratturo fino alle coste abruzzesi e poi proseguire sulle vie adriatiche.
L’altra tappa forse andrebbe ricercata nella zona che va da Termoli a Guglionesi o a nord di Larino e potrebbe essere San Giovanni in Silvis antico casale nella località detta attualmente 'Santoianni' vicino [a] Guardialfiera. Questa è una possibile ipotesi che andrebbe meglio approfondita ma che può anche non essere vera.
Interessanti sono diversi studi sulla viabilità romana che attraversava in orizzontale il Sannio per congiungere la piana romana con la costa adriatica, con le strade che collegavano i due versanti e che ricalcano in molti casi gli attuali percorsi della transumanza specialmente nella zona tra San Vincenzo al Volturno, Forli del Sannio e Larino (Nota 271).
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La Via Sacra sul Gargano e i suoi Pellegrini
- nella direttrice che viene da ovest si ha Santa Maria di Stignano e San Matteo in territorio di San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo con, anticamente, il tempio di San Giovanni e ora anche la tomba di P. Pio presso il suo santuario;
- nella direttrice che viene da sud si ha il santuario dell'Incoronata, la cattedrale con l’Iconavetere dei sette veli a Foggia, l’abazia di San Leonardo di Siponto, la cattedrale di Siponto, la chiesa di Santa Maria delle grazie di Manfredonia, l’abazia di Pulsano;
- nella direttrice che viene da nord si ha l’abazia di Kalena e la cattedrale di Vieste.
Il nome Via Sacra Langobardorum (dicitura non presente in nessun documento medievale) si deve alla presenza per alcuni secoli di questo popolo che lungo una direttrice viaria che dai territori del nord Europa arrivava al santuario di san Michele sul Gargano. Dalla Chiusa in Val di Susa si arrivava a Pavia e poi a Spoleto, in alcuni casi c’era una eventuale puntata a Roma, e si raggiungevano a piedi i territori meridionali per gli Abruzzi sulle vie dei pastori per chi non voleva arrivare a Roma e nei territori paludosi, mentre chi aveva disponibilità finanziarie e si poteva permettere cavalli e carri arrivava a Benevento per poi proseguire lungo le vie romane verso i porti pugliesi e imbarcarsi per l’Oriente, facendo prima una deviazione verso il Gargano. I tracciati che passavano per i tratturi della Transumanza venivano utilizzati anche dai mercati per evitare di passare nella Maremma e nell’agro romano. C’era una direttrice adriatica che dal nord scendeva ma anche una che dal meridione (dalla Calabria, dal napoletano, dalle coste pugliesi) raggiungeva il santuario garganico.
La lunga e ramificata 'Via' è costituita da un complesso unitario di santuari molti legati al culto di San Michele, anzi erano gli stessi pellegrini che si costruivano i santuari micaelici ad instar proprio per ricordare il santuario garganico, un po’ come fanno tanti che si costruiscono la grotta di Lourdes nel proprio giardino o vicino una chiesa.
Negli ultimi tratti in area garganica tutti questi vari santuari nel loro insieme esprimono uno sviluppo spirituale progressivo e consequenziale. È una strada devota da percorrere nella sua interezza perché rappresenta, nella successione delle tappe e nella completezza dei suoi richiami spirituali, il percorso di conversione che il cristiano è chiamato a compiere. Per questo motivo gli antichi rituali di pellegrinaggio la presentavano come un cammino spirituale denso di preghiera, di opere penitenziali e di slanci di gioia, colmo di contemplazione.
Il cammino dei pellegrini che provengono sulla montagna garganica dalla zona centrale e settentrionale italiana ha un inizio di conversione con l’incontro e la benedizione della Madonna di Stignano che è la porta di ingresso alla montagna santuariale sacra, prosegue nel segno di San Matteo, evangelista e apostolo, fino ad arrivare alla grotta basilica di San Michele. Per i pellegrini che provengono dal meridione il primo approccio si ha al santuario della Madonna Incoronata, per continuare con quella dei Sette Veli di Foggia, il cammino prosegue a San Leonardo e alla Cattedrale di Siponto, una sosta salutare presso il convento di Santa Maria delle Grazie a Manfredonia e si sale la montagna con un saluto alla Madonna di Pulsano e si cammina fino ad arrivare alla grotta basilica di San Michele. Chi con le navi approdava a Peschici o a Vieste si incamminava tra i boschi garganici dopo aver salutato la Madonna a Kalena o alla Cattedrale di Vieste.
Prima gli eremiti e poi i francescani hanno sempre accolto i pellegrini, con una preghiera hanno lievitato lo spirito, con un pane fresco e con la preziosa acqua hanno sempre dissetato lo spirito e rinforzato il corpo. La sosta era un obbligo. Nel medioevo ci furono diversi eremiti nelle piccole cellette e in una piccola chiesa pregavano. Agli inizi del sec. XVI un frate spagnolo fra Salvatore Scalzo, dopo aver peregrinato a lungo, insieme ad alcuni compagni, prese dimora presso la cappelletta e ampliò i locali (Nota 274). Nel 1515, con l’autorizzazione di Ettore Pappacoda, feudatario della zona, si iniziò a costruire una bella chiesa. Durante il sec. XVI il santuario fu dato ai Frati Minori Osservanti. Con la loro venuta il Santuario cominciò ad essere ampliato e conosciuto anche in tutto il Tavoliere, sul Gargano e nelle regioni vicine. I frati si facevano apprezzare per la vita densa di preghiera e di opere. Vicino al Convento di Stignano ci sono i ruderi di oltre venti eremi che furono quasi tutti abitati da eremiti per molti secoli fino alla metà del XVIII sec. Di questi eremiti si conoscono solo poche testimonianze scritte ma si intuisce che molti erano pellegrini che nel transitare questi luoghi si fermavano temporaneamente oppure stabilmente presso questi eremi (Nota 276).
Fino a qualche decennio fa, infatti, i pellegrini che venivano a piedi usavano fermarsi a San Matteo per trascorrervi la notte o, almeno, per fare una breve tappa spirituale.

I santi incontrati nelle varie chiese come San Giovanni evangelista, san Leonardo, san Donato … sono esempi splendidi di uomini che hanno seguito fino in fondo il Vangelo.
A circa tre chilometri da San Giovanni Rotondo sorgeva il casale di Sant’Egidio, oggi alcuni ruderi sono visibili poco a nord della strada statale n. 272 che porta verso Monte Sant’Angelo e che ripercorre a grandi linee l’itinerario della Via Sacra Longobardorum seu Peregrinorum (Nota 279).
Le vie dal sud e dal nord sono interessate dalla presenza di moltissime chiese dedicate dalla Madre di Dio sotto i vari titoli.
La Vergine Incoronata, la Madonna dei sette veli di Foggia, la Madonna di Pulsano, la Madonna sipontina, la Madonna di Kalena, la Maria Vergine Assunta in cielo a Vieste rappresentano anche la 'Felix coeli porta' attraverso cui gli uomini possono entrare nella città di Dio e nelle città degli uomini.
La Madonna dei sette veli è la protettrice di Foggia, il tavolo dipinto e ricoperto da una ampia lamina di argento è conservato nella cattedrale (Nota 280). La chiesa e la Madonna era cara ai pellegrini che attraversavano la piana del Tavoliere e vi facevano sempre la sosta.
L’abbazia di Santa Maria di Pulsano è opera di San Giovanni da Matera (Nota 282), ma nella zona c’erano già da alcuni secoli molti eremiti. Nel 1177, Alessandro III consacrò la chiesa del monastero e da Vieste il 9 febbraio dello stesso anno emanò una bolla a favore dei monaci pulsanesi. Pulsano, quindi, è estremamente importante per la storia religiosa del Mezzogiorno d’Italia e rappresenta un valido esempio di servizio ai pellegrini che raggiungevano il Gargano lungo la via che dal Po raggiungeva il Gargano. I Pulsanesi ebbero diversi monasteri in numerose regioni italiane specialmente lungo le vie dei pellegrini (Nota 284). Attualmente la comunità dei fratelli di Santa Maria di Pulsano è cenobita, ed insieme conosce l’eremitismo per i fratelli che chiedono di vivere in questa forma consacrata. Gli attuali monaci nell'Abbazia di Santa Maria di Pulsano, sono di diritto diocesano, ‘vivano in comunità di fede e in carità di opere’, provengono da due tradizioni contemplative, quella bizantina e quella latina.
San Leonardo si trova vicino [a] ‘Monte’ Aquilone in cima alla salita di Santa Lucia, era un luogo di accoglienza per i pellegrini provenienti dalle regioni tirreniche che dopo aver attraversato i vari percorsi appenninici e la pianura del Tavoliere, giungevano alle radici del Gargano, ma era anche una tappa importante per quelli che, provenienti dalle regioni adriatiche e meridionali arrivano al Gargano. Il nome più comune con quale il complesso viene identificato è 'San Leonardo di Siponto'; molti documenti, tuttavia, usano 'San Leonardo alle Matine' (Nota 285) oppure 'San Leonardo in Lama Volara' (Nota 286). Uno dei documenti più antichi riguardante San Leonardo lo colloca 'iuxta stratam peregrinorum inter Sipontum et Candelarium'. La storia e la struttura abaziale è molto complessa ed è legata anche ai Teutonici, a strutture monastiche francesi, ai francescani, ai pastori della transumanza (Nota 287).
La cattedrale di Santa Maria Assunta di Vieste fu edificata nell’XI sec., ma la sua struttura originaria si è modificata nel corso dei secoli per le distruzioni operate dai saraceni e per diversi terremoti che hanno devastato la zona. Inoltre il susseguirsi di stili e gusti diversi hanno introdotto molte varianti.
Questi, per recarsi alla miracolosa grotta dell'Arcangelo S. Michele, facevano lungo il cammino la prima tappa a Kàlena e dopo presso i Santuari siti nella montagna garganica.
I monaci benedettini coltivavano, in un esteso orto botanico, innumerevoli varietà di erbe officinali proprio per curare i pellegrini bisognosi di cure e di ristoro. La presenza di pellegrini stranieri all'abbazia di Santa Maria di Kàlena è documentata dai resti delle sue fabbriche conventuali, visibili a tutti ancora oggi.
Lungo l'itinerario garganico vi era la cella della Santissima Trinità di Monte Sacro, nei pressi di Mattinata, che appartenne all'abbazia di Kàlena dal 1058 fino al 1198. Una lunga e difficile contesa nel corso del XII secolo (1127-1198) oppose l'abbazia alla sua antica 'cella', che si era resa, di fatto, indipendente. Oggi Monte Sacro risulta molto decentrata, rispetto alle altre pertinenze di Santa Maria di Kàlena, ma un tempo non era così. L’Alvisi, con il sussidio della fotografia aerea, ha individuato una fitta rete di strade mulattiere che, sin dall'antichità, collegavano i centri abitati della costa settentrionale al porto di Siponto, e il cui utilizzo dovette intensificarsi con lo sviluppo del Santuario di Monte Sant'Angelo.
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Il culto di san Giacomo sulle vie pugliesi di San Michele

Un’altra testimonianza è un miracolo dove si narra di un cavaliere francese che per salvarsi nella lotta per la liberazione di Gerusalemme, chiede aiuto all’apostolo, promettendogli, in cambio, di recarsi al suo sepolcro. Riesce nell’impresa di sconfiggere i saraceni, e nonostante riconosce l’intercessione del santo, il cavaliere non mantiene fede al voto fatto, per punizione, è colpito da una grave malattia. San Giacomo gli appare e gli promette la guarigione in cambio del compimento del voto fatto. Il cavaliere si dirige verso Santiago ma è sorpreso da una tempesta in mare. Di nuovo invoca la protezione del Santo e l’apostolo interviene e tutti possono tornare 'ad optatum portum in Apulia'.
Per quanto riguarda il coinvolgimento dell’Italia meridionale nel pellegrinaggio compostellano la studiosa (Scudieri Ruggieri 1970, pp. 186-187) segnalava un documento importante, una bolla del pontefice Alessandro III, datata al 28 luglio 1174 (Nota 297), 'della cui autenticità non si è del tutto certi, anzi, proprio nel caso di una sua falsificazione, rivestirebbe un’importanza maggiore, perché attesterebbe l’esistenza di precisi interessi della Chiesa compostellana per istituzioni, beni e località italiane in quanto poste sulle vie del pellegrinaggio (pertanto a queste collegate) e, reciprocamente, ne confermerebbe l’ubicazione' (Nota 298).
Le città costiere pugliesi hanno diversi ospizi e luoghi di assistenza per i pellegrini in partenza per la Terra Santa come a Monopoli (Nota 299).
I residui del culto di San Giacomo in Puglia si può riscontrare in diverse città portuali e nei centri legati alle rotte dei pellegrini diretti a San Michele Arcangelo sul Gargano e a San Nicola di Bari.

A Massafra nella chiesa rupestre di Sant’Antonio Abate, vi è una raffigurazione di San Giacomo. A Laterza, nella chiesa dedicata a San Giacomo, oltre la sua immagine e la scena del miracolo dell’impiccato, dove il santo sorregge il ragazzo sulla forca, è affrescata una scena di pellegrinaggio con la mano di Dio che guida i pellegrini.
Sull’antica via Appia nel territorio di Gravina, esiste ancora la fontana di San Giacomo nei pressi della masseria che porta lo stesso nome. Lungo la Traiana, a Troia c’era la fondazione cassinese di San Giacomo di Castellone, a Canosa, dove una piccola chiesa dedicata al santo doveva essere ubicata in direzione della porta di Melfi, a Ruvo, sul portale della cattedrale, San Giacomo era raffigurato tra gli apostoli, e facilmente riconoscibile dalla conchiglia sul mantello.
Interessante è la testimonianza di un testamento in vista del pellegrinaggio da Bari a Santiago de Compostela di Margarita, f. Hugolini de Branca. ['Ego Margarita f. qd. Hugolini de Branca et uxor Saraceni magistri patitarii Barensis… quia ob meorum remedium peccatorum aput sanctum Iacobum de Gallicia in proximo sum itura subscripta bona mea disposuut infra dicetur ne decederem intestata'] (Nota 303). Risale al 1213 il testamento, redatto a Siponto, con cui Bonus Infans, abitante di Foggia, decide di vendere alla chiesa di San Leonardo di Foggia l’usufrutto di una casa, a lui riservato per volontà della defunta moglie Galecta (Nota 304).
La donna, in un momento non precisabile, aveva donato la nuda proprietà della suddetta casa al monastero di San Leonardo prima di partire, orationis causa, ad limina Sancti Jacobi (Nota 305). […] Ego Bonus Infans, Fogie habitator, confiteor habere domum pertinentem ol. Uxori meae Galecte, quam monasterio S. Leonardi obtulerat, seipsa offerendo, et ea, orationis causa, pergente ad Sanctum Jacobum tandem domum mihi dedit ad usufructum de voluntate prioris, devolvendo post funus meum ad monasterium […].
Il Nobile Pietro Caballerio dispone nel suo testamento del 10 aprile 1423 redatto a Ostuni, che dopo la sua morte doveva essere costruita fuori le mura della città una chiesa dedicata a San Giacomo e precisa che essa doveva essere affrescata come quella di Santa Caterina di Galatina. Le sue disposizioni testamentarie furono realizzate in parte, la chiesa fu costruita nella parte più antica della città e forse non fu mai affrescata. Gli studiosi sostengono che pur non essendoci alcuna indicazione nel testamento, forse le volontà del committente siano legate ad un mancato pellegrinaggio a Santiago de Compostela.
Nella cattedrale di Monopoli, nella cappella dedicata a Sant’Antonio da Viennes, vi è il dipinto di San Giacomo matamoros del pittore bitontino Carlo Rosa (XVII secolo). Per la prima volta in Puglia venne rappresentata la battaglia di Clavijo nella quale San Giacomo aiuta il re Ramirez nella lotta contro i Mori.
Dopo i restauri del 1889, nella chiesa di Santa Maria di Giano, al confine tra Trani e Bisceglie, è stato scoperto un interessante affresco di san Giacomo (Nota 306).
Alcuni grandi monasteri garganici erano, anche se molto parzialmente, legati al culto jacobeo. Vedremo il parziale coinvolgimento dell’abazia delle Isole Tremiti, della abazia di Kalena vicino Peschici e di quella della SS. Trinità vicino Mattinata, di diversi piccoli priorati e eremitaggi, ma principalmente della Abazia di Pulsano.
Gli eremiti di Pulsano e poi i monaci dell’ordine Pulsanese hanno avuto sempre un riguardo particolare verso i pellegrini che transitavano dal Gargano. Molti pellegrini si sono fermati, per brevi o lunghissimi periodi, come eremiti e hanno portato anche la loro personale esperienza di pellegrini della Terra Santa e degli altri santuari europei compreso il santuario jacobeo.
San Giovanni da Matera, che fondò l’ordine monastico di Pulsano, era un pellegrino e in seguito ad una particolare esperienza contemplativa, maturò l’idea di fondare una comunità monastica esemplare in cui potessero convivere eremitismo e vita comunitaria.
La fondazione nella quale vide realizzare i suoi progetti fu quella di Santa Maria di Pulsano, monastero in cui Giovanni fondò nel 1129 l’ordine dei pulsanensi e ne fu l’Abate. L’ordine di riforma benedettina si sviluppò e un quadro preciso della diffusione di questi monasteri ci è fornito dal privilegio concesso nel febbraio del 1177 da papa Alessandro III ai monaci di Santa Maria di Pulsano. Nel documento vengono elencate venti dipendenze, di cui quattordici erano all’interno dei confini del Regno di Sicilia, mentre le altre sei erano dislocate in Dalmazia, Toscana, Roma e Piacenza. Giovanni muore il 20 giugno 1139 nel monastero di San Giacomo del Tavoliere. Tutti i monaci desideravano riporre le spoglie del loro santo abate nella chiesa del Monastero di Pulsano, ma, secondo quanto narra la “Vita”, non appena toccarono il corpo esanime per porlo sulla lettiga il cielo si oscurò e venne giù un violento temporale. Allora i monaci compresero la volontà del santo, pertanto la sepoltura avvenne in San Giacomo del Tavoliere, dove il corpo rimase per 40 anni circa. In seguito, per ordine di papa Alessandro III, fu traslato a Pulsano e posto sotto l’altare maggiore di Santa Maria.
Il 23 gennaio 1177 morì nel monastero di San Giacomo del Tavoliere il Beato Gioele e anche il suo corpo fu sepolto nella Chiesa di Pulsano, vicino a quello di San Giovanni, suo predecessore. La chiesa madre dell’ordine monastico di Pulsano si trova a pochi chilometri dal centro abitato di Monte Sant’Angelo, su un vasto piano, affacciata su un vallone a strapiombo verso Siponto, collegata da un percorso in parte in pianura, in parte in montagna che, in passato, permetteva di raggiungere la basilica di San Michele.
Le chiese e le dipendenze appartenenti alla congregazione pulsanense intitolate a San Giacomo sono cinque. Tre di queste sono situate fuori dal territorio pugliese: la chiesa e il monastero di San Giacomo de Podio presso Luni; la chiesa di San Giacomo presso San Michele degli Scalzi in Pisa, entrambe in Toscana; San Giacomo all’imbocco del ponte sul fiume Trebbia in prossimità di Piacenza. Mentre le altre due si trovano nella provincia di Foggia: la chiesa con annesso monastero di San Giacomo del Tavoliere vicino Foggia e la chiesa di San Giacomo con eremitaggio nei pressi di Monte Sant’Angelo (Nota 307). Tutte e cinque le chiese sono in qualche modo legate ai pellegrinaggi.
Tutte le dipendenze sia in Capitanata e nel Gargano che fuori, crebbero d’importanza e vennero costituite sui grandi itinerari dei pellegrini (Nota 308). Il monastero piacentino, dedicato a San Salvatore, era situato lungo il tracciato della via romea, la grande arteria dei commerci e del pellegrinaggio che attraverso la Francia collegava Roma con Santiago de Compostela. Non sorprende dunque che l’unica dipendenza nota di questo monastero fosse intitolata proprio a San Giacomo e che fosse situata all’imbocco del ponte tramite il quale i pellegrini romei superavano il fiume Trebbia in prossimità di Piacenza (Nota 309). A Pisa i monaci pulsanensi fu costituita la dipendenza pulsanense di San Jacopo de Podio (Nota 310).
La chiesa di San Giacomo del Tavoliere dell’ordine monastico dei pulsanensi, era ubicata sulla strada che da Foggia porta a Manfredonia e quindi a Monte Sant’Angelo.
Recentemente il Cavallini, che si occupa del santuario e della storia di Santa Maria di Pulsano, sostiene la presenza di una seconda chiesa pulsanense dedicata a San Giacomo a Monte Sant’Angelo ovvero l’attuale chiesa rupestre dell’Incoronata una volta San Giacomo 'extra moenia' (Nota 312).
Interessante è un bassorilievo dedicato a San Giacomo e presente nella grotta della Basilica di San Michele a Monte Sant’Angelo. Sopra la Cava delle pietre sono presenti due quadri scultorei raffiguranti uno, quello centrale, una Madonna delle Grazie con Gesù Bambino e Angeli, l’altro, posto sulla sinistra del primo, un’effigie di San Giacomo di Galizia che porta nella mano sinistra un libro e nella destra un bordone crociato con appesa una borsa da pellegrino. Per la loro semplicità e primitività di esecuzione gli studiosi li fanno risalire all’XI- XII sec. Sicuramente fu commissionato da un pellegrino per testimoniare lo stretto legame tra i due santuari europei.
La chiesa di San Giacomo Apostolo a San Giovanni Rotondo è ancora esistente e solo in alcune occasione è aperta al culto. La prima testimonianza storica che si ha della chiesa dedicata a San Giacomo a San Giovanni Rotondo è nella platea d’Onore, redatta nel 1304, dove veniva menzionato l’Ospedale e la chiesa di San Giacomo a esso annessa (Nota 313).
L’attuale aspetto architettonico si deve all’opera soprattutto di due padri gesuiti Giovan Battista Cacciottoli e Filippo Cristiano (1718) (Nota 314). Nel decreto del 1679 redatto in occasione della seconda visita alle parrocchie della città di San Giovanni Rotondo dall’arcivescovo Orsini di Manfredonia si parla di 'Ecclesiam Divini Iacobi pro hospitio Peregrinorum', nell’appendix Synodi della S. Ecclesiae Sipontine del MDCCLXXVIII, al titolo XXXIX si fa riferimento al 'Catalogo delle Chiese, che devono pagare lo Ius Catedratico, senza pregiudizio dell’Altare, che in avvenire dovessero esser tenute per le rendite, che possederanno', perché doveva versare uno scudo alla diocesi di Siponto.
A Lucera c’è la chiesa e la parrocchia di San Giacomo. Della chiesa esistente nella zona di San Giacomo si hanno notizie sin dal VII secolo, tra l’antica cattedrale di Lucera, adiacente alle mura della città e collegata con il monastero dei padri Benedettini. Altre testimonianze sostengono che fu eretta in Cattedrale dal vescovo S. Pardo nel 254 e riedificata nel sec. VIII dal vescovo Marco II. Nel 1300, dopo la sconfitta dei Saraceni, per breve tempo il parroco e la chiesa presero il nome di S. Maria della Vittoria. Carlo II d’Angiò il 10 gennaio 1302 concede alla chiesa di San Giacomo prebenda di 36 versure di terreno in contrada Grotticella. In essa vi erano quattro altari: Altare maggiore sul quale vi era la statua di S. Maria della Vittoria; L’altare di San Giacomo; l’altare di Maria Santissima delle Grazie, venerata sotto il titolo di Madonna della neve; L’altare del Crocifisso. Nel 1705 furono rifatte varie riparazioni, nel 1775 la Chiesa fu abbattuta perché pericolante. Successivamente venne costruita una chiesetta per le funzioni e venne cominciata la costruzione della nuova Chiesa. Nel 1852 l’arciprete Nicola Armenti portò a termine la costruzione; ma la Chiesa non fu mai aperta al culto, perché mancava di opere decorative, del pavimento e di altare. Il 9 Febbraio del 1900, secondo gli accordi intercorsi tra il Parroco, il comune e i signori Curato venne abbattuta la chiesina terminata dall’Armienti e iniziava la fabbrica della nuova chiesa. Furono abbattuti la chiesetta, la chiesa mai aperta, le case appartenenti a Curato, una casetta della Parrocchia e alcune case dell’Arciconfraternita di San Giacomo Maggiore Apostolo. Costruita nel 1903 a spese dai fratelli Francesco Paolo e Baldassarre Curato di stile neoclassico, fu arricchita nel 1941 ad opera del pittore Luigi Torelli di 12 medaglioni raffiguranti gli apostoli e 2 quadri riproducenti la Chiamata e il Martirio dell’apostolo S. Giacomo. Il centro di Lucera è diviso in vari rioni tra cui uno è chiamato San Giacomo.
A San Marco la Catola tra gli stretti vicoli del paese di San Marco la Catola c’è una chiesa di San Giacomo. Questo edificio è stato trasformato in Auditorium, centro musicale e sala per corsi di informatica e teatro con il nome di San Giacomo. Dell’antico passato conserva un’interessante epigrafe incisa sull’architrave del portale. Funse da chiesa Parrocchiale dal 1592 al 1611 e sorgeva al piano terreno dell'attuale Municipio.
Crollata nel 1878 venne ricostruita in Corso Umberto nel 1894.
A Deliceto c’è il culto di San Giacomo, che è uno dei compatroni.
Ad Alberona i protettori sono San Giovanni Battista e San Giacomo. I quali si onorano, il primo il 24 giugno, il secondo il 25 luglio con un’antichissima fiera, riconfermata dai Cavalieri di Malta, la cui ricorrenza si tiene ancora oggi.
In Capitanata si attestano altri luoghi legati al culto del Santo Apostolo Giacomo e al passaggio dei pellegrini in cammino verso la Grotta dell’Angelo, san Nicola a Bari e per imbarcarsi verso la Terra Santa dai porti pugliesi.
Della chiesa di San Giacomo della Serra vicino Serracapriola ci restano solo dei ruderi e alcune scarne documentazioni. Si ha una rappresentazione nella carta redatta dal reggente Ettore Capecelatro nella Reintegra dei Tratturi del 1651 (Nota 315). I ruderi di questa chiesa si trovano sul regio tratturo l'Aquila - Foggia utilizzato soprattutto dai pastori che praticavano la transumanza e dai pellegrini.
Nel 1024 in un documento rogato a Termoli c’è l’indicazione che un tale di nome Giso donava al monastero di San Giacomo la chiesa dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista che si trovava vicino ad una strada denominata prima via francigena e poi via francisca (questo atto risulta particolarmente importante sia per la sua antichità sia perché evidenzia come, già agli inizi del sec. XI, le denominazioni di francigena e francisca si equivalessero e potessero indifferentemente essere adoperate per indicare il medesimo tragitto) (Nota 317).
Un ospizio è presente in territorio di Lucera presso San Giacomo, casale di Cava, nel 1203 (Nota 318). E’ attestato a Lucera in un atto di donazione del 1083 un monastero di S. Giacomo, appartenente all’ordine benedettino (Nota 319). Una ecclesia Sancti Jacobi Apostoli è inoltre indicata, in una cartula offertionis, nel centro di Dragonara (Nota 320). Una chiesa dedicata ai SS. Filippo e Giacomo, con relativo hospitale nel centro di Troia, come si evince da una bolla di Clemente III del 18 febbraio 1188 (Nota 321). Presso il centro di Fiorentino, un documento del 1209 ricorda una via S. Iacobi in Quartula (Nota 322).
Tra le pertinenze dei monaci Celestiniani di San Giovanni in Piano si ha 'Nella Petriera a circa quattro chilometri ad ovest di Apricena, non lontano da Poggio Imperiale, esisteva il monastero di San Giovanni in Piano nella Diocesi di Lucera, oggi ci sono pochi ruderi. Tale monastero possedeva le seguenti chiese: S. Maria di Apricena, S. Giacomo di Apricena (FG)' (Nota 323).
A Sannicandro Garganico esisteva la chiesa extraurbana ecclesia S. Jacobi, ora demolita, posta accanto ad una chiesa dedicata a un altro santo collegato alla cultura del pellegrinaggio, san Cristoforo, e l’orma del piede del santo (Nota 324).
Sulle pareti della chiesa di Santa Maria Devia, vicino Sannicandro, ci sono due affreschi rappresentanti San Giacomo: il primo raffigura l’apostolo con la spada, strumento del suo martirio; il secondo raffigura San Giacomo come un pellegrino, con bordone e conchiglia. Alcune reliquie di San Giacomo erano attestate a Siponto sul Gargano, dove nel 1457 l’Arcivescovo Giovanni Burgio dona alla chiesa di San Giacomo di Caltagirone un frammento del braccio dell’apostolo. Anche negli Inventari di S. Maria delle Tremiti sono indicate reliquie di Sanctus Iacobus Apostolus.
In Vieste la chiesa medioevale di San Giacomo dipendente da Santa Maria di Tremiti è ricordata in diversi documenti (Nota 325) tra i quali nei Quaternus excadenciarum Capitinate di Federico II di Svevia dei primi decenni del XIII sec. (Nota 326) 'Item aliam ecclesiam sancti Iacobi, et habet orticellos duos, umum tenet sire Thomas cum una terra in Simalecto, et cum vinealibus duobus in monte Gaderisio ad censum et reddit inde Curie auri tarenum unum'.
Vicino al lago di Varano, sulla vecchia strada che conduceva da Sannicandro Garganico verso Cagnano Varano, c’è una contrada chiamata San Giacomo, con masseria e grotte (Nota 327). A Vico del Gargano la Chiesa di San Giacomo del 'bosco', così chiamata a causa della sua distanza dal Paese ed essendo immersa nel verde della zona Parchetto veniva abitualmente indicata come Chiesa di San Giacomo del 'bosco'. Nel 1675, durante la visita del Cardinale Orsini, si ha la sua apertura al culto solo in occasione dei festeggiamenti del Santo (Nota 328). Un’altra contrada dedicata a San Giacomo la troviamo ai confini del territorio tra Margherita di Savoia e Trinitapoli, molto vicino a un vecchio tracciato stradale che congiungeva Siponto a Barletta (Nota 329).
Nella zona ovest-sud ovest del centro abitato di Troia, a meno di un chilometro via aerea dalla Cattedrale, c’è ‘Toppo San Giacomo’. Nella zona sud-est dal centro abitato di Alberona vicino a una delle strade di congiungimento dell’Irpinia con la Capitanata e all’attuale cimitero vi è la Serra San Giacomo e una fontana dedicata al Santo (Nota 330).
Sull’attuale strada statale n. 17 al km. 281,3 in agro di San Marco la Catola sul vallone San Cristofaro, che poi è un affluente del La Catola, c’è il Ponte San Giacomo (Nota 331).
Mentre, a circa tre chilometri via aerea a nord-nord est da Ascoli Satriano, troviamo la Masseria Selva San Giacomo (Nota 332).
Nella carta nautica Joseph Roux (Carte de la Mer Mediterranee. VII, Marseille, 1764) viene indicata una zona di S. Giacomo nelle isole Temiti.
Avrebbe bisogno di ulteriore studio la titolazione dell’Ospedale di Torremaggiore a San Giacomo (Nota 333).
Andrebbero citate altre località che hanno testimonianze del culto Jacobeo anche se fuori dall’attuale territorio della provincia di Foggia ma facente parte della Capitanata storica.
A Santa Croce di Magliano (CB) c’è una Chiesa di San Giacomo Apostolo, in sostituzione di una piccola chiesa dedicata anch'essa a San Giacomo, detta Cappellucciam (Nota 334). Il paese di San Giacomo degli Schiavoni, posto a nord vicino Termoli, lungo la via Litoranea adriatica. A Gildone attualmente è in Molise, ma nel medioevo era della Capitanata, si menzione[a] in Quaternus excadenciarum Capitinate di Federico II di Svevia dei primi decenni del XIII sec. (Nota 335). un appezzamento di terra detta di San Giacomo, senza altra specificazione. 'Item terras duas, unam que vocatur Ysclam […], et aliam que vocatur sancti Iacobiet est iuxta terra Mercurii et terram sancti Felicis que quando seminatur reddunt decimam frugum […]'.
Anche se fuori dalla Capitanata storica, ma con una grande continuità storica ed economica è da ricordare il culto di San Giacomo a Barletta, posto a sud. A Barletta la Chiesa di San Giacomo (Nota 336), eretta nell’XI secolo, fu dipendente dall'abbazia della Santissima Trinità di Monte Sacro, nel territorio compreso tra Mattinata e Manfredonia sul Gargano, fino al XIV sec..
La Grotta di San Michele è il punto culminante dell’itinerario spirituale del pellegrino, dove l’uomo dopo aver salito la montagna, scende in una grotta e si trova solo sospeso fra cielo e terra, nelle viscere della madre terra per una rinascita, dove si incontra con la semplicità di Dio che nei misteri della salvezza si manifesta in una grotta come a Betlemme per la nascita e a Gerusalemme per la sepoltura alla resurrezione. Stignano è situato all’ingresso dell’ampia valle che si apre a nord-ovest sulla sconfinata pianura del Tavoliere, dove la strada comincia ad inerpicarsi, il santuario rappresenta la porta occidentale del[la] montagna del Gargano, la montagna dei santuari.
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402-404 |
Stilicone vince i Goti più volte. |
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404 |
Ravenna capitale d'Italia sotto Onorio. |
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405 |
San Girolamo termina la Vulgata |
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406 |
Vandali, Suebi e Burgundi attraversano il limes del Reno e invadono la Gallia. |
Inizio delle invasioni barbariche. |
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410 |
Sacco di Roma dei Visigoti di Alarico I. |
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415-416 |
I Visigoti conquistano la Spagna. |
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431 |
Concilio di Efeso |
Condanna del nestorianesimo e proclamazione della divina maternità di Maria. |
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431-432 |
San Patrizio inizia l'evangelizzazione dell'Irlanda. |
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441 |
Elezione di papa Leone I |
Rafforzerà la supremazia della sede di Roma |
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451 |
Attila sconfitto dalle forze romano-barbariche nella battaglia dei Campi Catalaunici. |
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470 circa |
Codex euricianus del visigoto Eurico. |
Prima raccolta di leggi scritte di una popolazione barbarica |
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476 |
L'ultimo imperatore romano, Romolo Augusto, è deposto da Odoacre, re degli Eruli. |
Fine convenzionale dell'Impero romano d'Occidente |
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481 |
Clodoveo re dei Franchi. |
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493 |
Teodorico il Grande abbatte gli Eruli e fonda il regno degli Ostrogoti in Italia. |
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496 |
Clodoveo si converte al cristianesimo sottomettendosi al papa, primo sovrano a riconoscere l'autorità romana. |
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507 |
I Franchi sconfiggono i Visigoti obbligandoli ad attraversare i Pirenei. |
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527 |
Giustiniano I diventa Imperatore romano d'Oriente. |
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529 circa |
Benedetto da Norcia fonda il monastero di Montecassino. |
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534 |
I Franchi conquistano il regno dei Burgundi con la battaglia di Autun. |
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534 |
I Bizantini, con Belisario, conquistano il Nord-Africa ai Vandali. |
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535 |
Inizia la guerra gotica tra Goti e Bizantini per il possesso dell'Italia. |
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563 |
San Columba fonda la missione di Iona. |
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568-584 |
Il Regno longobardo viene fondato in Italia. |
Sono quasi del tutto annullate le conquiste dei Bizantini (a parte l'Esarcato di Ravenna, la Pentapoli, il ducato romano e una piccola parte dell'Italia meridionale) |
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570 |
Nascita di Maometto |
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581-618 |
Dinastia Sui in Cina |
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