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www.linkiesta.it del 30 settembre 2023
Eravamo famosi
Fedez, Corona, la barzelletta su Claudia Schiffer e il terrore dell’invisibilità
di Guia Soncini
Comprai in lire i primi saggi sulla celebrità, ordinandoli alla libreria di via della Vite a Roma, quella dove prima di Amazon potevi chiedere i libri americani, e ci mettevano settimane ad arrivare, e li pagavi quel che ora ti costa un biglietto aereo. Ho scaffali di libri di varia natura - saggi di sociologi, memoir di gente che ha fatto mestieri collaterali alla fama, consigli di gente famosa per la propria fama - che nei decenni sono stati incapaci di spiegarmi perché alla gente vada di diventare famosa (oltre che: per i soldi).
Sono forse gli scaffali invecchiati peggio della mia biblioteca, persino peggio di quelli dei romanzi rosa tedeschi che alla fine del secolo scorso pubblicava Salani perché “Bridget Jones” aveva convinto gli editori che i romanzi rosa ce li saremmo comprati proprio tutti. Sono invecchiati male perché nulla, negli ultimi decenni, è cambiato drasticamente quanto il concetto di fama, nulla è cambiato come la valuta più inflazionata e tuttavia più di valore che ci sia, nulla è cambiato come le modalità del vivere in pubblico da quando in pubblico viviamo tutti. Ho, nel frattempo, chiesto come si viva con la fama a praticamente tutte le persone famose che ho conosciuto: quelle che la vivono come una malattia (poche) e quelle che la vivono come un vantaggio economico (quasi tutte, ma molte si vergognano di ammetterlo). Il famoso più intelligente che conosco dice che la fama è una figata, che la consiglierebbe a tutti, che non gli dà nessun fastidio se sconosciuti lo approcciano in tono confidenziale (che è più o meno la mia idea di inferno). Quando, a fine Novecento, leggevo molta pubblicistica americana sulla fama, una cosa che dicevano tutti i famosi era che, se sei noto, ti trovano un tavolo al ristorante anche se è tutto pieno. Secondo me è quel che intende anche l’amico mio, ma a me non riesce a venire in mente un ristorante in cui voglia mangiare così tanto da sacrificare per questo la mia preziosissima invisibilità.
So bene che l’anomalia sono io e che essere invisibili è il principale terrore di questo secolo, un secolo che ha fatto del salutare dietro l’inviato del tg un mestiere, un carattere, un’ambizione, glorificando il picchiatello che nel Novecento guardavamo come un disperato e rendendolo obiettivo sensato: guarda, c’è Tizio in tv, magari diventa persino gif; e a quel punto è evidente che ce l’hai fatta, gli sconosciuti ti conoscono, non puoi comunque chiamarli se buchi una gomma di notte ma se scendi a pisciare il cane dicono agli amici: uh, guarda, c’è Coso, hai presente? “Fame: ain’t it a bitch” è un po’ la mia domanda senza risposta, nonché il titolo di uno dei memoir intorno al tema comprati a Torri Gemelle ancora in piedi e quindi ormai del tutto inadatti a spiegare come funziona adesso, adesso che la fama è autogestita, adesso che ti raccontano tavolate incredibili in ristoranti del centro di Milano e tu pensi ma com’è possibile che fuori non ci sia uno stuolo di paparazzi, e la risposta sta fra le righe di Fabrizio Corona.
A supplire alle lacune della mia biblioteca sono arrivati, qualche giorno fa, Corona e Stefano De Martino intervistati da Francesca Fagnani. La ragione per cui non ci sono i paparazzi fuori dal ristorante milanese dove Kanye West cena con Renzo Rosso la svela Corona parlando d’altro, e in particolare delle foto di Lapo Elkann con una ragazza dopo l’incidente con una transessuale nel 2005. (Nota a margine: ora che siamo tutti famosi, ci sentiamo tutti in grado di parlare di tutto, tutti miss America che vuole la pace nel mondo, tutti valletta scosciata ospite in quota decorativa cui Bruno Vespa chiede cosa pensi di maggioritario e proporzionale. Tutti, anche Vongola75 che – è come già la vedessi, Pizia che sono – scorre quest’articolo e s’indigna e mi chiede conto dell’uso di “incidente”, stai forse dicendo che i transessuali sono incidenti, brutta tuttofobica?). Dice Corona che per quelle foto di Lapo si fece dare da un giornale duecentoventimila euro, chiede Fagnani se adesso riuscirebbe a farsi pagare quella cifra, e Corona dice che lo scoop più vertiginoso che si possa oggi immaginare i giornali lo valutano tremila euro. E nella distanza tra duecentoventi e tre c’è ogni spiegazione possibile del perché, se il marito della Ferragni raggiunge a cena Renzo Rosso e Kanye West, non ci sia nessun paparazzo a immortalarli (e nessun cronista a chiedersi in che lingua si svolga la conversazione a quel tavolo): chi lo paga, il paparazzo appostato per intere sere? A chi conviene, se tanto il marito della Ferragni pubblicherà prima o poi una foto fatta col telefono e il giornale farà quel che fanno ormai i giornali, cioè rilanciare l’Instagram dei famosi? Ma la cosa più interessante sulla fama che dice Corona alla Fagnani non è il listino prezzi delle foto nell’epoca in cui ci paparazziamo da soli.
La cosa più interessante è il momento in cui spiega che suo figlio è nato - nel 2002 - perché lui e la madre avevano bisogno d’un’evoluzione per restare interessanti presso quello che ancora esisteva allora: il sistema dei rotocalchi, della fama gestita da altri e non da sé stessi, della notiziabilità. Perché, anche prima che venisse inventata la letale parola “contenuti” che nel Grande Indifferenziato può indicare un film di Scorsese o te che ti trucchi su TikTok, tutto era “contenuto”, per chi di fama viveva; e i bambini sono sempre stati un contenuto particolarmente decorativo e appetibile, da un punto di vista fotografico una vacanza alle Maldive che dura anni.
È, peraltro, un dettaglio che è rimasto identico: quale fosse il prossimo passo della famiglia Ferragni per restare rilevante è un tema che si è dibattuto molto fino a ieri. Il cane, sì, e poi? Un altro figlio? Il divorzio? Finché, ieri, il dibattito ha preso una piega inaspettata. Giovedì Chiara Ferragni ha pubblicato una foto della propria mano che stringeva quella d’un’amica, scrivendo che l’amica era tornata di fretta con lei da Parigi perché lei aveva un’emergenza familiare. L’emergenza, dicevano i notiziari di ieri, era che il marito era stato operato d’urgenza di ulcera. Lui stesso ha poi confermato su Instagram (sempre perché quello del pettegolezzo è un mestiere finito: i contenuti nostri li raccontiamo da soli) d’avere due ulcere e d’essere stato salvato dai medici.
Ma intanto le varie Vongola75 erano indignate con la Ferragni: e tu, con tuo marito che sta male, ti metti a creare contenuti per Instagram, moralizzavano mentre il loro contenuto moralizzatore prendeva cuoricini. Pensavo ai cinque secondi necessari per fare una foto a due mani e postarla, quei cinque secondi in cui la Ferragni avrebbe in effetti potuto operare qualcuno a cuore aperto. Pensavo a quel giornalista famoso che in tv si è indignato per il tweet di Giorgia Meloni sullo spot Esselunga, trovando inaccettabile ch’ella trovi il tempo di fare un tweet; un tempo, specificava, che spesso non ho io che pure non governo il paese.
Pensavo alla vita extraconiugale del giornalista, nota un po’ a chiunque, e a come plausibilmente essa impegni più tempo che fare un tweet. E pensavo anche che, se non fossimo tutti famosi, io non saprei così tanti dettagli di con chi uno che non conosco tradisca la moglie. Ma, soprattutto, pensavo alla barzelletta in cui un qualunque tizio si accoppia per settimane con Claudia Schiffer dopo che sono naufragati insieme su un’isola deserta. Poi, giacché ciò che non è noto non è successo davvero, le fa mettere i propri vestiti da uomo, finge che sia un amico con cui passeggia sulla spiaggia, e dice: oh, ma non sai, mi scopo la Schiffer. Pensavo a Stefano De Martino. Che alla Fagnani ha raccontato un episodio accaduto all’inizio della sua storia sentimentale con Belen Rodriguez, quando lei era già Belen e lui un ballerino di Amici meno noto.
Fanno un incidente in moto, lui si rompe qualunque cosa, lei si sloga una caviglia. 3/3 Al pronto soccorso, tutti i primari si affollano al capezzale di lei. Sulla sua barella, il trascurato De Martino è accudito solo da un infermiere, che a un certo punto, col tono del naufrago, gli dice: oh, ma non sai chi c’è dietro quella tenda. La fama te la dà, la fama te la toglie. Sia l’oggetto la prenotazione al ristorante, l’attenzione dei medici, o l’approvazione di Vongola75
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Epoca, n. 1336 del 1976
I passi perduti
Sette anni di delitti brutta ipoteca sulle elezioni
di Vittorio Gorresio
Nei primi cinque anni del suo mandato presidenziale, Leone si è visto nella necessità di sciogliere il Parlamento già due volte.
Se vogliamo una prova che la nostra classe dirigente non sa fare una politica, la prova è questa, e non è lieta. Secondo punto da chiarire: dico che non si tratta di violenza, ma di una criminalità pura e semplice posta al servizio di chi sa quali obbiettivi. Per violenza io intendo un’altra cosa: l’impulso di prepotenti esagitati che trascendono all’uso della forza a danno dei loro avversari diretti, ma in forma occasionale, in circostanze d’eccezione. Naturalmente, ancch’essi compiono azioni delittuose che il codice prevede e punisce, ma al paragone con quanto accade oggi in Italia, si tratta di episodi di minor conto, che non impressionano realmente nessuno, che qualche volta appaiono addirittura comici come furono quelli che in altri tempi, abbastanza lontani, ebbero a protagonisti i cosiddetti “frati volanti” che il cardinale Giacomo Lercaro arcivescovo di Bologna aveva mobilitato con il compito di impedire i comizi comunisti in Emilia, al fine di sostenere la candidatura di Giuseppe Dossetti a sindaco di Bologna, in contrapposizione a Giuseppe Dozza.
Erano fatti di cronaca piacevoli da leggere, come è piacevole - ad esempio - il film americano Nashville che così bene inquadra e rappresenta gli aspetti di una campagna elettorale nel Tennessee, profondo Sud degli Usa.
Anche in Nashville - lo so - ci scappa il morto, alla fine: ma mi sembra che ciò denunci solo un caso di violenza. Da noi invece ho l’impressione che ci troviamo di fronte ad un teppismo politico organizzato perfettamente durante i sette anni drammatici che abbiamo vissuto tra il 1969 - inizio della cosiddetta strategia della tensione - e questo l976, culminato per ora nell’assassinio a Milano del consigliere provinciale missino avvocato Enrico Pedenovi. Mi basta ricordare le bombe alla Fiera di Milano ed alla Stazione centrale (24 aprile 1969), la morte dell’agente di polizia Antonio Annarumma, sempre a Milano, in via Larga (19 novembre), la strage del 12 dicembre nella sede della Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, il misterioso “suicidio” (15dicembre) dell’anarchico Pinelli “caduto” dalla finestra della questura milanese, l’uccisione del comunista internazionalista Saverio Saltarelli (12 dicembre 1970) e del pensionato Giuseppe Tavecchio (11 marzo 1971).
Il l972 si aprì con la morte, per esplosione, di Giangiacomo Feltrinelli (il 15 marzo) sotto un traliccio di Segrate, ed in un certo senso culminò con l’assassinio, il 17 maggio, del commissario di Ps Luigi Calabresi. Nel l973 (23 gennaio), davanti alla Bocconi di Milano, lo studente Roberto Franceschi cadde sotto i colpi della polizia, ed il 12 aprile fu ucciso dai missini l’agente di Ps Antonio Marino. Il 17 maggio, quattro morti davanti alla questura di Milano, dove il ministro Rumor si era recato a commemorare il commissario Calabresi; dopo un anno quasi tranquillo (1974), fu colpito il 14 marzo l975 (e spirerà, dopo una lunga agonia, il 29 aprile) il diciassettenne Sergio Ramelli, aderente al Fronte della gioventù.
Un mese più tardi (16 aprile) cadde ucciso Claudio Varalli, diciottenne, della sinistra extraparlamentare, e il giorno seguente il consigliere provinciale missino Cesare Biglia venne ferito sotto casa; nello stesso giorno l’antifascista Giannino Zibecchi morì schiacciato da un autocarro dei carabinieri.
del democristiano Massimo De Carolis; e il 29, l’aggressione dello studente lavoratore Alberto Brasili nei pressi di San Babila. Il 27 aprile di quest’anno, sono stati accoltellati tre giovani di sinistra: Gaetano Amoroso, Carlo Palma e Luigi Pera. Segue, come ho già detto, l’assassinio di Enrico Pedenovi, consigliere provinciale missino, mentre a Roma in via Giulia si procede contro il marchese Theodoli che è un petroliere, contro il quale si spara mirandolo alle gambe: non per ucciderlo, di conseguenza, bensì per dare un ammonimento. Muore intanto a Milano Gaetano Amoroso dopo tre giorni di agonia.
Ma tutte queste, altro non sono che spigolature di cronaca, fatte anche un po’ a caso, attraverso una rapida consultazione delle raccolte dei giornali, e sarebbe anche troppo facile aggiungervi i casi tremendi di piazza della Loggia a Brescia e dell’attentato al treno Italicus, come tanti altri episodi, quali l’aggressione a Bergamo, il 26 marzo, di un dirigente tedesco della Philips-Bosch, raggiunto da tre raffiche di mitra, quella di un capo reparto della Fiat-Mirafiori il 13 aprile a Torino e del capo delle guardie alla Magneti Marelli di Milano. L’elenco, in un articolo di giornale, è impossibile che riesca completo, ma i casi già citati sono sufficienti a dimostrare che la strategia della tensione - si diceva nel 1969 - bat son plain, anzi, si è trasformata in terrorismo, e ha dato luogo alla nascita di “guastatori della rivoluzione”, come li ha chiamati la settimana scorsa il Corriere della sera.
Come è inevitabile in periodo elettorale, ognuno cerca di interpretare questi tragici avvenimenti secondo la propria logica ed anche i propri interessi politici. C’è chi parla di misteriosi killer di Stato interessati a seminare la paura e a spostare voti a destra: chi preferisce attribuire il dilagare della violenza politica alla debolezza delle Stato stesso, che per varie ragioni, in questi ultimi anni, non ha mai proceduto con la dovuta energia contro i gruppuscoli eversivi delle due parti; chi immagina una gigantesca trama tessuta da servizi segreti stranieri. In mancanza di elementi sicuri, appare assai difficile far risalire tutti gli avvenimenti che abbiamo citato a un’unica matrice, perché la stessa applicazione del criterio del cui prodest complica oggi terribilmente le cose. In un certo senso, poter attribuire tutta la responsabilità di ciò che accade a una sola “mente” sarebbe perfino rassicurante, nel senso che, una volta individuata ed eliminata quella, potremmo tornare alla normalità.
Noi italiani abbiamo voglia, sentiamo tutti il bisogno di essere ben governati in un buon ordine che non vada disgiunto dall’efficienza. Il nostro governo non ci ha dato il primo né ha dimostrato la seconda delle nostre esigenze. Si limita a dirci, come notava Lietta Tornabuoni sul Corriere della sera del l maggio, che noi dobbiamo mantenere la calma, non raccogliere le provocazioni, respingere il caos, conservare una civile compostezza e non abbandonarci a reazioni inconsulte. Sono chiacchiere e prediche inutili, anche offensive, perché tra noi la calma c’è e non è la gente a perdere la testa: “il caos e il sangue, gli assassini politici o il terrorismo restano estranei all’insieme della collettività, non coincidono con i suoi comportamenti e non nascono da lei”.
Come collettività noi siamo, oso dire, meglio dei nostri governanti, e a loro piuttosto abbiamo il diritto di rispondere che sono loro a dover mantenere la calma, ma una calma - magari - che non continui ad assomigliare ad una inerzia suicida. Forse è la legge Reale che non funziona, ma non funziona - sono convinto – perché è male applicata.
Vittorio Gorresio
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Da libreriamo.it/societa/galimberti-perche-leggiamo-meno/ del 7 luglio 2023
Perché si legge sempre meno, la risposta di Umberto Galimberti
I dati sull’alfabetizzazione
I dati sull’alfabetizzazione, che si leggono anche sull’articolo di Galimberti, parlano chiaro. La problematicità della questione è alquanto elevata. Come rilevato dagli ultimi dati dell’OCSE, il tasso di analfabetismo mondiale si attesta al 47% ormai da anni, e non si schioda. In Italia, invece, il tasso è limitato ad un 30%, che però va valutato con attenzione. Il fatto che il 70% della popolazione sia in grado di leggere non significa che la stessa percentuale di italiani abbia la facoltà di comprendere ciò che sa leggere.
Una tale riflessione deve costituire il punto di partenza per analizzare un fenomeno in crescita: la preponderanza dell’audiovisivo, dell’immagine, che soppianta il libro.
La cultura dell’audiovisivo
Nel suo interessante articolo, infatti, Umberto Galimberti lega con forza la rapidità dell’abbandono della lettura alla diffusione dell’audiovisivo:
“Negli ultimi trent’anni siamo traghettati in una fase dove le cose che sappiamo, dalle più elementari alle più complesse, non le dobbiamo necessariamente al fatto di averle “lette” da qualche parte, ma semplicemente di averle “viste” in televisione, al cinema, sullo schermo di un computer, di un tablet, di un telefonino, oppure “sentite” dalla viva voce di qualcuno, dalla radio o dagli auricolari inseriti nelle nostre orecchie. A questo punto sorgono spontanee le domande: come la trasformazione della strumentazione tecnica modifica il nostro modo di pensare? E ancora: quali forme di sapere stiamo perdendo per effetto di questo cambiamento?”.
Che il mondo stia cambiando con inaudita rapidità è un dato di fatto ed è sotto gli occhi di tutti. Si fa fatica ad abituarsi ad una novità, ché subito ne arriva un’altra. Il progresso tecnologico è tanto e tale da correre sempre più velocemente. Come si fa ad adattarsi a questi tempi in così poco tempo?
Il libro, nella sua forma che ha attraversato intatta secoli e secoli di storia, è sempre meno gettonato e fruito dalle nuove generazioni. Si legge sempre meno, e un tale cambiamento, spiega Galimberti, produce un cambiamento anche nelle forme di sapere che ci portiamo dentro dalla notte dei tempi.
“Homo Sapiens” e “Homo videns”
Nel suo articolo, Galimberti porta alcuni esempi del cambiamento “di forma” a cui stiamo assistendo da qualche anno a questa parte. I libri di testo, infatti, sin dal primo approccio educativo alla scuola primaria, hanno sempre meno parole e più immagini, come a voler abituare i bambini ad un’intelligenza simultanea, che però va a ledere quella sequenziale che si sviluppa grazie ed in seguito all’attività di lettura.
Quando leggiamo, infatti, ci abituiamo non a guardare gli oggetti in simultanea, ma a distinguere la sequenzialità dell’evento, che parte dall’osservazione del grafema e prosegue con l’analisi del codice grafico disposto sulla riga di lettura. Una vera e propria traduzione, che richiede un’accurata scansione logico-temporale.
E sempre a proposito di questo cambiamento di “intelligenze”, Galimberti ha sottolineato come sia in atto un processo che va dall’Homo Sapiens all’Homo Videns, sottolineando la pericolosità e la leggerezza con cui oramai ci affidiamo di informazione e di comunicazione:
“L’homo sapiens, capace di decodificare segni ed elaborare concetti astratti, è sul punto di essere soppiantato dall’homo videns, che non è portatore di un pensiero, ma fruitore di immagini, con conseguente impoverimento del capire, dovuto, come scrive Giovanni Sartori in Homo videns. Televisione e post-pensiero (Laterza) all’incremento del consumo di mezzi audiovisivi. E, com’è noto, una moltitudine che “non capisce” è il bene più prezioso di cui può disporre chi ha interesse a manipolare le folle.
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Dalla Treccani del 15 gennaio 2018
A cinquant’anni dal terremoto in Belice
Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 un forte sisma devastò la valle del Belice, una zona molto depressa della Sicilia occidentale, causando ingentissimi danni a Gibellina, Salaparuta, Santa Ninfa,Montevago, Partanna, Poggioreale e Santa Margherita Belice, località comprese tra le province diTrapani e Agrigento, e provocando 90.000 sfollati e tra le 300 e le 400 vittime, che sarebbero potuteessere molte di più se una scossa premonitrice avvertita nel pomeriggio non avesse indotto molti abitantia dormire quella notte all’aperto. Il 25 gennaio una nuova, inattesa e potente scossa causò crolli anche a Palermo e Sciacca e ancora altre vittime.
Poco si sapeva allora della valle del Belice, e ciò che colpì innanzitutto l’opinione pubblica fu l’estremaarretratezza di quella parte di Mezzogiorno: un’area ancora dominata dal latifondo, priva quasi del tutto diinfrastrutture e in cui già alto era stato il prezzo demografico – che il terremoto avrebbe tragicamenteaccresciuto - pagato all’emigrazione. L’opinione condivisa fu che le maggiori responsabilità nonandassero attribuite al cataclisma, ma alla negligenza della politica, che lasciava morire le persone sottomacerie di povero tufo. Inoltre, si manifestò subito la consapevolezza che non ci si potesse limitaresoltanto alla riedificazione dell’esistente, ma che fosse necessario un piano di trasformazione economicae sociale dell’intera area: cosa per cui in realtà le popolazioni locali, benché ritratte forsepaternalisticamente come silenziose e rassegnate da buona parte della stampa, si battevano da diversianni, organizzate in comitati di cittadini che si erano concentrati soprattutto sul progetto di costruzione diuna diga sul Belice, anche sollecitate e indirizzate dall’attivista e sociologo Danilo Dolci.
Al principio vi fu una tale apparente concordanza d’intenti da creare l’illusione, nonostante le enormi ed evidenti difficoltà, di una rapida ricostruzione e un pieno sviluppo economico di tutto il territorio. Invece, a partire dai conflitti di competenza tra Regione autonoma siciliana e governo centrale emersi già nel gennaio-febbraio, una serie di cause concomitanti rese quella del Belice una delle più disfunzionali e sofferte ricostruzioni a cui l’Italia abbia mai assistito, segnata da interessi contrastanti, mancanza di coordinamento e di inclusione della cittadinanza, nonché da drammatici episodi di mafia, tra cui nel 1979 l’omicidio del giornalista Mario Francese, che aveva denunciato il coinvolgimento del clan dei Corleonesi nell’edificazione della diga: il Belice divenne il simbolo di tutte le più evidenti contraddizioni del Paese e del Sud, dell’impotenza della popolazione, dello spreco di risorse, del fallimento della Cassa del Mezzogiorno e anche del velleitarismo e dell’utopismo di un certo tipo di politica. Nel 1976, secondo i dati riportati da un’inchiesta della Commissione dei lavori pubblici della Camera, 47.000 persone vivevano ancora in condizioni intollerabili nelle baraccopoli, e fu solo nel 2006 che vennero smantellate definitivamente le ultime baracche, ormai abitate da figli e nipoti dei terremotati, che le avevano ereditate, vendute, affittate come fossero abitazioni qualsiasi. La ricostruzione fu inoltre tanto lenta quanto costosa:secondo uno studio del 2014, il costo complessivo in valore attualizzato è stato di oltre 9 miliardi di euro.
Oggi la valle del Belice è un territorio completamente trasformato, in cui non si possono più cogliere quei segni di ‘arcaicità’ che avevano scosso l’opinione pubblica nel 1968. La diga Francese, la più importante delle opere pubbliche realizzate, rifornisce di sufficiente acqua tutta la zona, e vigne e oliveti hanno sostituito le antiche colture di cereali; moderni paesi sono sorti in luogo di quelli distrutti e in altri luoghi;nuove strade, tra cui l’autostrada Palermo-Mazara del Vallo, innervano l’area. Tuttavia le tracce del terremoto sono tuttora presenti: a Montevago, Salaparuta e Poggioreale, i tre paesi ricostruiti altrove, località fantasma i cui ruderi ricordano ancora la vita come era fino al 1968. E sono rimasti i simboli della travagliata storia della ricostruzione, tra progetti architettonici e artistici grandiosi ispirati a un’idea di riscatto e il degrado totale: nel Cretto di Alberto Burri, in particolare, l’enorme e splendida opera di
landart che ricopre la vecchia Gibellina, costruito tra il 1984 e il 1989, quindi abbandonato tra polemiche feroci, e finalmente completato nel 2015. Ma manifesta è anche l’intenzione da parte dei cittadini e delle amministrazioni di riappropriarsi di una storia che li ha visti per certi versi spettatori privi di voce in capitolo: a Santa Margherita, per esempio, ricostruita solo in parte fuori dal sito originario, i cui antichi edifici, come il Palazzo Filangeri-Cutò, sono stati per quanto possibile progressivamente recuperati, le vecchie costruzioni danneggiate si alternano alle nuove, e dove al terremoto è stato dedicato un museo della memoria, con l’intento di non disperdere il significato di quella drammatica esperienza.
Il terremoto del Belice del 1968
Da Epoca n. 0905 del 28 gennaio 1968
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Dalla Treccani
Da Epoca n. 668 del 1 dicembre 1963
